Il card. Fossati e la propaganda ebraica

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img342L’antigiudaismo teologico è uno dei fondamenti della bimillenaria Tradizione Cattolica, che S. Pio X definiva “nemico numero uno”. Nulla ha a che vedere con l’antisemitismo che condanniamo, con la Chiesa, assieme a tutte le forme di razzismo biologico.

Segnalazione del Centro Studi Federici

Il quotidiano “La Stampa”, diretto da Maurizio Molinari, molto attento alle questioni ebraiche, ha pubblicato un attacco alla memoria del card. Maurilio Fossati (Arona, 24 maggio 1876 – Torino, 30 marzo 1965), Arcivescovo di Torino dal 1930 sino alla morte. 
L’accusa si riferisce a un giudizio attribuito al card. Fossati da Giulietta Weisz, dell’Associazione Italia-Israele, relativo ad alcuni ebrei reduci dalla Germania, definiti “in massima parte soggetti turbolenti, trattati troppo bene e che abusano vendendo al mercato nero quello che sovrabbonda, che lasciano molto a desiderare quanto a moralità”. 
Dimenticando per un attimo la difesa della libertà di espressione (“Je suis Charlie”!), il quotidiano ha fatto dell’eventuale opinione del prelato un perentorio atto di accusa.  Nella vicenda è intervenuto  l’Osservatore Romano per smentire la Wiesz quanto alle frasi incriminate e per negare il fatto che la signora abbia consultato l’archivio vaticano, contrariamente a quanto affermato nell’articolo.
 
L’Osservatore difende la memoria del cardinale Fossati dalle accuse di antisemitismo

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La mafia in Sicilia tornò con lo sbarco alleato: Pif lo racconta tra risate e verità

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di Annalisa Terranova

La mafia in Sicilia tornò con lo sbarco alleato: Pif lo racconta tra risate e verità

Fonte: Il Secolo d’Italia

Dopo La mafia uccide solo d’estate, Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, torna sul grande schermo con un film ancora incentrato su Cosa Nostra, un film coraggioso nell’affrontare una pagina scomoda della storia italiana del Novecento e cioè il supporto da parte dei capimafia allo sbarco americano in Sicilia nel 1943. Prima, il tema era stato portato al cinema da Francesco Rosi con il film Lucky Luciano del 1973. Nel caso del film di Pif, però, siamo dinanzi a una commedia agrodolce che si incardina sulla storia d’amore di Arturo e Flora. Lei è promessa sposa al figlio di un capoclan a New York, lui cerca di mandare in frantumi il matrimonio combinato viaggiando al seguito delle truppe Usa che stanno preparando appunto l’offensiva in Sicilia. Scopo della sua missione: ottenere dal padre di Flora la mano della figlia. Accanto alla cornice quasi fiabesca del racconto si dipana la denuncia sugli accordi tra americani e mafiosi nell’isola grazie alla regia del potente boss Lucky Luciano, tornato in Sicilia nel 1946. Non un film “impegnato”, dunque, destinato ad un pubblico informato e interessato all’argomento, dunque ristretto. Ma un film popolare, per tutti, con al suo interno una verità forte, che rimette in discussione la condotta degli alleati oltre la retorica sulla Liberazione.

Il libro di Augello sullo sbarco alleato

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Ricostruzione, a Verona, di un seggio del plebiscito-truffa del 1866 – esito

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LEGITTIMISMO

SIMG-20161015-WA0013(1)egnalazione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi

di Maurizio-G. Ruggiero

La ricostruzione del seggio del plebiscito-truffa di annessione del Veneto all’Italia, a Verona, in Piazza Bra (nei giorni 15-16 ottobre 2016) e in Piazza delle Erbe (nei giorni 21-22-23 ottobre 2016) ha avuto luogo ed è stata condotta con le medesime modalità di voto del 21-22 ottobre 1866.

Vale a dire: suffragio palese; urne e registri dei votanti separati per il SÌ e per il NO; schede differenziate e di diverso colore per il SÌ e per il NO; bandiere tricolorate e scritte in favore dell’unità nazionalista sabauda; sagoma di un reale carabiniere a vigilare sulle operazioni, quale garanzia del regime liberal-massonico d’allora e in rappresentanza delle truppe piemontesi, occupanti militarmente il Veneto e Verona già diversi giorni prima che si celebrasse il referendum-truffa.

Da notare che tutti i votanti di questi giorni dovevano vincere la naturale ritrosia ad annotarsi nei registri o del SÌ o del NO col proprio nome, cognome, indirizzo e firma, dichiarandosi in forma palese per l’annessione al Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II o contro. Mentre le persone con cui si è potuto parlare e spiegare i fatti di 150 anni fa sono state diverse migliaia. Continua a leggere

Budapest 1956: la rivolta ungherese in nome della sovranità nazionale

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Ieri, il Circolo “Christus Rex” ha ricordato nella preghiera i caduti ungheresi (Giorgio Napolitano, all’epoca, si schierò coi sovietici!) e le vittime trucidate dai partigiani a guerra finita nella Cartiera di Mignagola (TV) ove Continuità Ideale ha ricordato gli avvenimenti con l’intervento del prof. Antonio Serena e deposto una corona al monumento.

hungary-56-budapest-demonstrationBudapest, 23 ott – Correva l’anno 1956 quando nella capitale magiara scoppiava la rivolta ungherese. A Budapest sessanta anni or sono verso le quindici del pomeriggio iniziava una grande manifestazione di protesta. All’inizio c’erano giovani universitari, intellettuali, ed ex detenuti politici. Nel giro di poche ore si unirono alla marcia numerosi cittadini. Col crescere del numero dei manifestanti cambiavano anche gli slogan. Se si era partiti in nome della difesa della libertà d’espressione e di parola. Man mano che la gente comune si univa al corteo i cori patriottici e antisovietici avevano la meglio. Le bandiere nazionali prive dello stemma comunista erano sempre più numerose. La protesta poteva concludersi come tante altre: ossia tutti a casa dopo l’ora d’aria. Le cose però non andarono cosi. La folla ormai composta da più di cinquantamila persone aveva deciso di continuare la marcia fin sotto al Parlamento. Ormai il dado era tratto. La protesta sfuggiva di mano agli stessi organizzatori. Gli appelli alla calma dei comunisti-moderati restano inascoltati. A sera, il Parlamento era sotto assedio. Duecentomila persone si scagliavano contro il comunismo e l’Unione Sovietica.

A questo punto è necessario fermarsi un attimo per ricostruire il contesto in cui si stava svolgendo la rivolta di Budapest. Il 25 febbraio 1956 ha luogo a Mosca il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Nikita Chruščёv denuncia il “culto della personalità” di Stalin e le sue “violazioni della legalità socialista”. Inizia la destalinizzazione. Questo è almeno quello che pensano alcuni esponenti delle classi dirigenti del Blocco Sovietico. In Ungheria, in particolare, c’è una grande voglia di riformare il bolscevismo dall’interno. Ed è qui che è nato un grande equivoco: la rivolta ungherese fu il frutto delle elite comuniste che chiedevano un socialismo più democratico. I russi, dunque, non seppero comprendere la buona fede dei compagni ungheresi. E, invece, Mosca sapeva cosa voleva il popolo magiaro e per questo che ha deciso di attaccare i rivoltosi a testa bassa. La manifestazione del ventitré ottobre da questo punto di vista è emblematica. Certo, il primo nucleo dei manifestanti era costituito da universitari e intellettuali (riuniti nell’Unione degli scrittori magiari e nel Circolo Petőfi) che chiedevano libertà civili e politiche. La maggioranza del popolo magiaro, però, chiedeva ben altro. Quella manifestazione fu una miccia in un pagliaio. Anche secondo l’enciclopedia Treccani l’istanza nazionalistica e antisovietica era prevalente”. Per non parlare poi dei settori urbani e rurali legati alla Chiesa.  Il cui primate, il cardinale Mindszenty, era deciso avversario del regime. Per i progressisti di ieri e di oggi l’idea che il popolo possa scendere in piazza per difendere la propria sovranità nazionale è difficile da digerire. Ora che il contesto è più chiaro, torniamo a Budapest in quella sera del ventitré ottobre 1956. Continua a leggere

Terrorismo risorgimentale a Roma e “plebiscito-truffa” in Veneto

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img-20161022-wa0032A lato, foto del seggio, ieri a Verona in Piazza Erbe con figuranti in divisa d’epoca che sparano a salve

Al referendum sulla famosa “devolution” non si raggiunse il quorum, ma il Veneto votò a maggioranza per l’autonomia. Ieri alcuni sindaci hanno fatto mettere la bandiera a mezz’asta, alcune associazioni venetiste hanno organizzato manifestazioni contro l’annessione al Regno d’Italia del 1866 e a Verona il Comitato Veneto Indipendente ha ricostruito il seggio delle votazioni del “plebiscito-truffa”, che coi brogli, la coercizione ed il voto palese costrinse gli elettori ad un “SI'” forzato. A Venezia, un altro gruppo venetista ha eletto il 121esimo Doge a Palazzo Ducale, nella persona di Albert Gardin. “D’ora in poi, nulla sarà come prima” – hanno sostenuto i promotori. Staremo a vedere…  

Segnalazione del Centro Studi Federici

22 ottobre 1867: terrorismo risorgimentale 
 
22 ottobre 1867: il terrorismo colpisce Roma 
 
Terrorismo a Roma: l’attentato alla caserma Serristori

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Il sostegno delle Confraternite ai romani durante l’invasione napoleonica

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pinelliSegnalazione del Centro Studi Federici

Sul finire del ‘700 spoliazioni, anticlericalismo e malgoverno da parte dei francesi esasperarono il popolo, che trovò conforto spirituale e materiale presso queste associazioni
In oltre settecento anni di storia, dal 1260 ad oggi, le Confraternite hanno lasciato a Roma segni indelebili della loro esistenza ed attività in campo religioso, sociale, economico e culturale. Sono numerosi gli edifici del centro storico – veri e propri gioielli artistici – eretti dalle Confraternite per l’esercizio di opere di culto, carità ed assistenza, spirituale e materiale. (…)
Furono gli anni, infatti, dell’invasione delle truppe agli ordini del generale Napoleone che, su impeto della Rivoluzione Francese del 1789, ebbe la presunzione di voler imporre gli “immortali principi” anche al di là delle Alpi.
Calati giù per lo Stivale come moderni barbari, ostili alla fede cattolica, i soldati francesi bussarono fragorosamente alle porte dei territori della Chiesa. Nel 1796 inflissero alla Santa Sede un umiliante armistizio – firmato a Bologna il 23 giugno – che stabiliva il pagamento entro tre mesi di un tributo esorbitante (il cui pagamento esaurì le casse statali) e la consegna di cento opere d’arte e di cinquecento manoscritti.
Vilipesa ed economicamente depredata, la Santa Sede provò la strada delle trattative di pace con Parigi, che fu però vana, costringendo Papa Pio VI a rompere l’armistizio. Napoleone dichiarò allora guerra, penetrò nello Stato Pontificio e il culmine della sua aggressione si consumò a Loreto, dove fu saccheggiato il Santuario.
Sul finire del 1797 gruppi di fiancheggiatori dell’occupante straniero si erano organizzati in associazioni segrete anche a Roma, con l’intento di sobillare le masse soffiando sul fuoco del diffuso malcontento delle classi meno agiate (dovuto alla crisi economica seguita all’imposizione francese) e delle minoranze religiose.

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LA STRANA MORTE DEL GENERALE POLLIO, CHE NON VOLEVA LA GUERRA ALL’AUSTRIA-UNGHERIA

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kgrhquokpie1qzfmoobnsw5wgq-_35di Raimondo Gatto

Alberto Pollio Dopo aver frequentato prima il Liceo classico Pietro Giannone di Caserta e poi per otto anni la Scuola Militare Nunziatella di Napoli, passò il 23 luglio 1866 alla Scuola militare di fanteria e cavalleria di Modena ed infine l’11 dicembre 1866 passa alla Accademia militare, alla Scuola di Applicazione di Artiglieria di Torino, qui raggiunti i 18 anni di età poté diventare sottotenente, in precedenza aveva solo il grado di sergente. Nell’aprile 1870 entrò in artiglieria come ufficiale. Pollio durante tutta la carriera militare fu sempre considerato per intelligenza e
capacità un ufficiale al di sopra della media. Ci restano di lui anche alcuni libri che trattano argomenti relativi alle guerre napoleoniche e di fine Ottocento, che sono stati tradotti in varie lingue.

Nel 1908 raggiunse la più alta carica militare istituita nel 1882, 4º Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano e, tra l’altro, il 3º che proveniva dall’allora Collegio Militare della Nunziatella di Napoli (oggi Scuola Militare) dopo Enrico Cosenz e Domenico Primerano che furono rispettivamente il 1º ed il 2º. Circostanza non da poco visto che la Nunziatella aveva formato i predetti ufficiali durante il Regno Borbonico. Continua a leggere

La caduta dell’Impero romano: pochi nati e troppi stranieri. La storia si sta ripetendo?

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di Rino Cammilleri

La caduta dell'Impero romano: pochi nati e troppi stranieri. La storia si sta ripetendo?

Fonte: Il Giornale

Già esaurito e in ristampa, il libro dello storico Michel De Jaeghere Gli ultimi giorni dell’ Impero Romano che arriva ora in Italia (Leg, pagg. 624, euro 34), è uscito due anni fa in Francia e, là, ha sollevato un putiferio. Perché?

Perché l’ autore dimostra che quella civiltà collassò per le seguenti cause: a) crollo demografico, per far fronte al quale si inaugurò b) una persecuzione fiscale che c) distrusse l’ economia; allora si cercò vanamente di ovviare tramite d) l’ immigrazione massiccia.

Che però si trascurò di governare.

IMPERO ROMA IMPERO ROMA

Se tutto questo ci ricorda qualcosa, abbiamo azzeccato anche il motivo per cui gli intellò politicamente corretti d’ oltralpe sono insorti. La vecchia tesi di Edward Gibbon, che è settecentesca e perciò più vecchia del cucco, forse poteva andar bene a Marx, ma non ha mai retto: non fu il cristianesimo a erodere l’ Impero Romano, per la semplice ragione che la nuova religione era minoritaria e tale rimase a lungo anche dopo Costantino. L’ Impero cessò ufficialmente nel V secolo, quando i cristiani erano neanche il dieci per cento della popolazione. Continua a leggere

ALESSANDRO AUGUSTO MONTI DELLA CORTE, SCRITTORE LEGITTIMISTA

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IL GRAFFIO

di Raimondo Gatto

Il Tradizionalismo Cattolico in Italia, è nato come reazione al comunismo degli anni settanta ma soprattutto al Concilio Vaticano secondo;  la Francia, invece, che aveva conosciuto la monarchia, e le polemiche seguite alla scomunica dell’Action Française poteva vantare uno stuolo di scrittori e pensatori in questo campo; non appare strano perciò che in quegli anni si diffusero nell’ambiente gli scritti di De Bonald, Maurass, De Maistre ecc. L’Italia poteva vantare la figura di Domenico Giuliotti, che era un po’ il trait d’union, tra i pensatori come Monaldo Leopardi, il Principe di Canosa, Clemente Solaro della Margarita, ma è indubbio che i pensatori francesi godettero  all’epoca  molta attenzione. In realtà, il vuoto tra le due epoche (post-risorgimento e post-concilio) è solo apparente. Vi furono coraggiosi scrittori italiani che mantennero, vivo il pensiero tradizionale cristiano in un’epoca in cui tutto pareva scomparire sotto l’ingannevole idea di’ progresso; tra costoro vi è lo scrittore Alessandro Augusto Monti Della Corte nato nel 1902 da nobile famiglia bresciana.

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Lo stratagemma di Porta Pia: un capitano ebreo aprì la breccia

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portapia

di Fabio Isman

A Porta Pia, non c’è nessuna lapide. Per trovarne una, si deve andare al cimitero di Chieri, in Piemonte, nella zona ebraica. Giacomo Segre era un capitano (1839 – 1894); quel giorno, aveva 31 anni: comandava la V batteria pesante del IX reggimento di artiglieria. Alle 5.20 del fatidico 20 settembre 1870, ordina d’aprire il fuoco contro Porta Pia. Subito dopo sparano anche la II e l’VIII batteria del VII reggimento, dirette dai capitani Buttafuochi e Malpassuti. I loro 888 colpi creano la breccia da cui i bersaglieri irrompono nella capitale dei papi, trasformandola in quella dell’Italia Unita.

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