Malaparte contro i giovani sporchi e arrabbiati

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di Marcello Veneziani

La seconda guerra mondiale era finita da poco e l’Europa era piena di macerie e di vitalità. Per tutti quello fu il tempo della Ricostruzione, dell’operosa voglia di rinascita. E invece, uno scrittore curioso e un po’ cialtrone, a volte inattendibile ma acuto nel penetrare col suo sguardo le profondità latenti di un’epoca, annuncia che nel dopoguerra sta succedendo qualcosa: sta nascendo una razza globale. Che prima chiama razza europea e la definisce “giovane, nervosa, più bella e più delicata”, poi la definisce “razza marxista” fino a denunciare la sporcizia della nuova razza marxista che non ha nulla a che vedere con la sporcizia dei poveri, per esempio nei bassi di Napoli. È generata dalla “decadenza del capitalismo, dalla corruzione della democrazia, dal sabotaggio sociale comunista, dalla contaminazione dei costumi”. Anche le ragazze sono “scarmigliate, mal lavate, mal vestite, imbronciate”. È una nuova razza che sorge in Europa, invade le nazioni, sommerge ogni cosa, fatta da giovani piccolo borghesi che hanno il disgusto della borghesia, spezzano ogni legame di classe e di provenienza, vivono “una nuova bohème artificiale”; una generazione di spostati e di finti proletari. E così li descrive: “la moda dei capelli lunghi, dei visi mal rasati, delle unghie sporche” e altro ancora… Curzio Malaparte nel 1947 ha visto in anteprima esclusiva a Parigi un trailer del Sessantotto. Prima che nascesse la gioventù bruciata americana. Lo annota sul suo Journal, che scrive in francese, ora ripubblicato da Adelphi col titolo “Giornale di uno straniero a Parigi”. Il loro maestro è Jean-Paul Sartre, ma ai suoi occhi appare già démodé, antiquato. Malaparte non descrive solo “la pelle” di quella razza, e di quella generazione, ma si inoltra nelle loro idee: non sanno che farsene, scrive, dell’ordine capitalista, comunista, cattolico, non vogliono servire nessuna chiesa, non credono più in niente. Sono nichilisti. Qui la diagnosi di Malaparte oltrepassa pure il Sessantotto e sembra riguardare i nostri giorni. Malaparte non è un pensatore ma annusa l’aria, coglie i movimenti tellurici, è sismografo del suo tempo, coglie gli umori nascosti dell’epoca.

Il nichilismo che aveva profetizzato Nietzsche è diventato fenomeno di massa, oltre che generazionale; e Malaparte lo coglie, lo nomina e ne dà perfino una data di nascita: “Dopo il 1945”. Lo dice da osservatore, non da nostalgico dell’epoca precedente e dei fascismi: Malaparte è stato arcifascista e antifascista, è finito in carcere durante il regime, è stato dissidente, finirà in odore di comunismo e innamorato della Cina comunista di Mao. Ma in queste note sostiene che l’unica salvezza per l’Europa sia l’individualismo, idea a suo dire occidentale e latina (ma anche dí derivazione cristiana). Insomma Malaparte è acuto come radar ma quando deve indicare una via dice tutto e il contrario di tutto, è dongiovanni e poligamo, come nella vita intima. In tema di resistenza, pur definendosi un resistente, mostra insofferenza verso la sorgente retorica della resistenza, i suoi tabù e i suoi mostri sacri e arriva a dire che la resistenza, perlomeno in Italia e nell’Europa occidentale, è stata “uno strumento di guerra forgiato dallo straniero”, con capi, armi, mezzi stranieri. E con la geniale cialtroneria che ama esibire per colpire l’uditorio e spiazzare tutti, si avventura in una spericolata ipotesi di fanta-storia: se Mussolini nel settembre del ’43 si fosse dato alla macchia, anziché farsi liberare dai tedeschi, avrebbe potuto assumere lui la guida della resistenza italiana contro i tedeschi. Immaginate cosa sarebbe successo con Mussolini a capo della resistenza! La gente lo ascolta perplesso, alcuni protestano, ma lui, Malaparte, si compiace, si diverte, ride perfino, e poi lamenta che “l’ironia è morta in Europa, nessuno sa più giudicare”.

È un piacere leggere Malaparte, i suoi racconti, la sua prosa; incuriosisce, sorprende, anche se spesso ti chiedi: ma sarà vero, dice sul serio o sta pazziando? Si susseguono incontri, giudizi, situazioni, storie e ritratti. E continui paragoni tra francesi e italiani.

A proposito di Mussolini, Malaparte racconta un gustoso episodio, che spunta misteriosamente, non facendo parte né del corpus del Journal né in generale dell’Archivio Malaparte. Lo scrittore, ancora un giovanotto, viene convocato dal Duce a Palazzo Chigi, dove si era insediato da poco tempo. Quando varcò la soglia della stanza di Mussolini, le gambe gli tremavano, ma l’ansia non gli impedì di osservare molti dettagli e di notare il cattivo gusto di una lampada, un abat jour, che illividiva la faccia del duce, il suo viso pallido, le sue profonde orbite e l’ombra del naso, grosso e carnoso. Dopo aver firmato varie carte, Mussolini gettò la penna, si buttò indietro sulla spalliera della poltrona, lo fissò con i suoi occhi tondi grandissimi, scuri e Malaparte si sentì ghiacciare il sangue nelle vene.

Mussolini si sorprese della sua giovane età, chiese che studi avesse fatto, e poi cominciò a rimproverarlo, accusandolo di essersi abbassato a dire su di lui malignità degne di una portiera pettegola. Malaparte arrossì. Poi scoprì il capo d’accusa: Malaparte al caffè Aragno a Roma aveva sparlato delle “brutte cravatte” di Mussolini. Malaparte ammise di averlo detto, ma aggiunse che era un’osservazione senza cattiveria e malignità, e gli chiese scusa. Mussolini accolse le scuse e lo ammonì per l’avvenire. Ma era terribile, scrive Malaparte, cadere in disgrazia del dittatore all’inizio della carriera (lui dice che aveva allora 20 anni, in realtà ne aveva 25). Poi, però, l’ambasciatore Paulucci de’ Calboli che era presente al colloquio, raccontò che Mussolini, quando lui uscì, si era messo a ridere; ma subito dopo, si fece portare uno specchio da Navarra, il suo capo usciere, per vedere la sua cravatta. Io la trovo bellissima, diceva lisciandosela, non trovate? L’ambasciatore non poté che dargli ragione. Malaparte si vendica nelle righe seguenti descrivendo lo strano odore di oca selvatica di Musoslini, anzi un odore di pelle di pollo bagnato; l’indole morbosamente femminile del duce, benché così maschio, la sua voce che “ha radici nelle mammelle”, le sue mani da “vecchia monaca morta”. Malaparte amava stupire con effetti speciali, la sua prosa è godibile anche quando racconta l’inverosimile.

E per restare in tema, in questo suo diario, Malaparte confessa un vizio: ama abbaiare di notte. “Chiamare i cani la notte e parlare con loro, è il mio unico piacere della vita. Ho imparato a parlare coi cani a Lipari, durante il confino, non avevo altri con cui parlare”. Saliva sulla terrazza nella casa di fronte al mare, nella Salita di Santa Teresa, vicino alla chiesetta, e abbaiava. Gli fu perfino proibito dai carabinieri di abbaiare di notte, i pescatori ne erano intimoriti, molti lo chiamavano “il pazzo”. Anche sugli scogli di Capri o sulla spiaggia di Forte dei Marmi, confessa Malaparte, continuò ad abbaiare di notte; ma non più per solitudine e disperazione; lo faceva quando si sentiva giovane, libero, felice. Per una vita Curzio Malaparte ballò coi lupi.

La Verità – 26 novembre 2025 –  https://www.marcelloveneziani.com/articoli/malaparte-contro-i-giovani-sporchi-e-arrabbiati/

Gli italiani, metà medici e metà malati

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di Marcello Veneziani

Trenta milioni di italiani si credono malati. Trenta milioni di italiani si credono medici. Però gli italiani non sono sessanta milioni, ma un po’ meno, direte voi; si, ma tanti si credono sia medici che malati. Mezza Italia si sente malata per statuto, vezzo o vizio, perché ha paura delle malattie, è ipocondriaca e patofobica, oppure più candidamente vuole attenzione, coccole, cerca alibi per la propria vita, si dà malata per imboscarsi o perfino per civetteria. Mezza Italia, invece, ha la sindrome del santone e del risolutore, la vanità del saputello, si sente assistente dell’umanità e soccorritore, consigliere supremo, uomo di mondo, conoscitore della vita e delle sue patologie. Nel mezzo ci sono quelli che si sentono malati e perciò sono diventati medici faidate per autocertificazione; o viceversa credendosi medici si sentono poi addosso tutte le malattie di cui vengono a sapere.

Il bello è che sia quelli che si credono malati che quelli che si credono medici attingono le loro diagnosi, i loro malesseri e le loro malattie navigando su internet. Come il potere politico cambiò volto col suffragio universale e ciascun cittadino si sentì sovrano, così la medicina ha cambiato volto con wikipedia e il web, e ciascun utente si sente medico e paziente, autarchico e sovrano. Il medico è interpellato solo per un consulto, una conferma o una prescrizione ma la diagnosi me la scarico da internet, lui deve solo certificarla o fornire utili supporti. La sovranità faidate è una malattia del nostro tempo e si manifesta in alcuni ambiti particolari: i medici, gli infermieri, ma anche gli insegnanti sono spesso vittime di aggressioni, in ospedale, al pronto soccorso o a scuola. Il sottinteso è che l’utente, il paziente, il parente del malato, o il genitore dell’alunno, crede di saperne più di quel che sanno il dottorino o la professorina, e quindi li incalzano, li minacciano, li menano se non corrispondono al protocollo-selfie dell’utente. E devi vedere come interrogano i medici, come obiettano quando le loro diagnosi e le loro terapie non corrispondono a quel che hanno letto su internet. Un tempo i medici esercitavano un potere magico sulla gente, suscitavano timore, reverenza ed ubbidienza; oggi succede solo se la malattia avanza e lo smartphone non basta.

Al telefono, al bar, a tavola, al lavoro, il gioco preferito degli italiani è al medico e all’ammalato. È un po’ come guardie e ladri o uomini e caporali. I discorsi di contorno sono la cucina, i viaggi, le vacanze, i vestiti; con qualche fastidio si accenna alla politica, alle tasse e ai disservizi, con annesse invettive. Ma dove viene fuori l’interesse vero delle persone è quando confessano i propri malanni, lamentano dolorini, misteriosi disturbi. In fondo è una derivazione di quella famosa gag napoletana: comme me pesa ‘sta capa, ué. Un tempo c’era il pudore di confessare malattie, si arrivava a simulare salute anche quando c’erano problemi, temendo di fare brutta figura o di suscitare malocchio. Ora siamo nell’epoca del vittimismo universale, ed avviene il contrario: cerchiamo di essere compatiti, scusati, amati perché cagionevoli, chiediamo benevolenza, cerchiamo di destare attenzione e moine.

Fino a qualche anno fa, la parola che metteva fine a ogni disturbo, la diagnosi pass partout per chiudere un discorso tra incompetenti, era una: è lo stress, sei molto stressato, sono molto stressata. I più perfidi accusavano dello stress i partner, i figli, le suocere, il capo ufficio. Ora, invece, la soluzione psicologica con risvolto sociologico non basta più, e su internet si trova un campionario ricco di malesseri che esalta la fantasia e la “saputeria”. L’atteggiamento prevalente di chi invoca la patente di malato è però la riluttanza: si denuncia il malessere ma si è restii, svogliati o refrattari ai controlli; piace dichiarare il male, non risolverlo ma crogiolarvisi; si ha paura di andare poi dal medico, o perché si teme di scoprire brutti mali o perché si teme di scoprire che non hanno niente, e perdono così lo ius lagnae, il diritto a lamentarsi e lo statuto-alibi di cagionevoli. A volte c’è chi si vanta perfino di trascurarsi, con grave sprezzo del pericolo. Però non rinuncia alla rappresentazione teatrale del suo malessere; quella non può togliergliela nessuno. Lasciatemi godere delle mie sofferenze.

Dietro queste due categorie, il medico autodidatta e il malato autocertificato, si celano due tipi umani assai diffusi, che in fondo vivono in simbiosi mutualistica, come il paguro e l’attinia: quello che rovescia sugli altri i fatti suoi, sfoga e scarica i problemi suoi sugli altri, perché è narcisista, vittimista ed esibizionista patologico; e quello che non si fa mai i fatti suoi ma ama farsi i cavoli altrui, s’intromette, prescrive cosa devi fare, è invadente ed invasivo, ed è anche lui – in fondo – egocentrico patologico. Insieme sono una coppia perfetta, uno completa l’altro, uno soddisfa l’altro e insieme appaga la sua vanità e la sua vena egotica. Ma i casi in cui combaciano sono statisticamente rari: spesso si incontrano malatini che si rubano a vicenda la scena, o medicuzzi che rivaleggiano sui rimedi, o malatini diffidenti dei medicuzzi e medicuzzi che vedendo i malatini refrattari ai loro consigli, li seppelliscono con una sentenza: se la merita la malattia; se l’è cercata. Amen.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/gli-italiani-meta-medici-e-meta-malati/

Alla larga dallo iettatore

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di Marcello Veneziani

Saremo pure nell’era del digitale, ma alzare l’indice e il mignolo per esorcizzare una sciagura, un malaugurio, un evento infausto, è ancora una pratica vigente nel nostro paese, pur così scettico, ironico e tecnologico. Fare le corna è un rito scaramantico in uso, seppure travestito d’ironia. C’è un piccolo universo parallelo che scorre ancora a fianco e dentro di noi e che chiamiamo superstizione. Se ne sono occupati di recente Elisabetta Moro e Marino Niola in un volumetto uscito da Einaudi: Gatti neri e specchi rotti. Perché siamo superstiziosi.

Di quel piccolo mondo il sovrano indiscusso è lo Iettatore, figura favolosa, semiclandestina ma immancabile nei paesi e nei rioni del sud di un tempo, che suscita timore, ribrezzo e ironia.

Contrariamente a quel che si pensa, la iettatura non è la stessa cosa del malocchio e delle relative magie e fatture. Queste derivano da un fondo arcaico, magico, precristiano, in auge soprattutto ma non solo a sud, che attraversa la fede e l’accompagna come la sua ombra. La iettatura, invece, è un mix tra modernità, magia e ironia, fascinazioni antiche e recenti. Non a caso la parola iettatura nasce a Napoli nel secolo dell’Illuminismo, il settecento, anche se aveva infausti precursori nei secoli passati. Il malocchio è popolare, attiene al mondo arcaico, contadino, pastorale, marinaro, è un’invidia in azione, volta a produrre malevoli frutti, tramite fatture e pratiche rituali; la iettatura, invece, è più in uso nei ceti borghesi e benestanti, ha perfino un’insospettabile matrice illuminista e salottiera, che discende nei ceti urbani, tra artigiani e popolani. È un “sottoprodotto” pseudo-razionalista di quel pensiero magico che attraversò il cinquecento, e si espresse anche attraverso filosofi come il calabrese Pietro Campanella e il campano Giordano Bruno. I trattati sulla iettatura si presentano a volte come poemi comici o “cicalate”, come quella famosa di Nicola Valletta, percorrono sempre la linea tra il serio e il faceto, più che tra il sacro e il profano. Si addentrano in una gustosa aneddotica, ammantata di trattato scientifico, evocano storie deviate dalla iettatura e dal timore di essa; narrano di figure illustri e talvolta regnanti meridionali vittime dei sortilegi iettatori, fino alla morte. In Sud e magia De Martino ritiene che “l’ideologia napoletana della iettatura” nasca dal compromesso “fra l’antica fascinazione e il razionalismo del settecento”. Su quella linea restano tracce importanti fin nel Novecento: dal “non è vero ma ci credo” a cui aderisce perfino un filosofo profondamente disincantato ma profondamente “napoletano” come Benedetto Croce; fino all’ironia letteraria del siciliano Luigi Pirandello con la sua gustosa novella “La patente”, in cui lo iettatore cerca di trasformare, come suol dirsi, la sua cattiva fama da uno svantaggio in una risorsa, e pretende il riconoscimento giuridico del suo status di menagramo (magnificamente tradotto in teatro con Angelo Musco e poi interpretato al cinema da Totò). E tuttavia, a sud, e non solo a sud, la fama di iettatore, pur così vaga e ineffabile, ha rovinato esistenze, ha isolato e compromesso vite, famiglie e carriere, a volte portando fino al suicidio. C’è un paradigma dello iettatore, una specie di foto segnaletica per identificarlo anche quando non ne conosciamo i malefici effetti: “Lo iettatore – così lo descrive Dumas nel suo Corricolo – è di solito magro e pallido, il naso ricurvo, occhi grandi che hanno qualcosa di quelli del rospo, e ch’egli di solito copre, per dissimularli, con un paio di occhiali”. Lenti scure, naturalmente; il rospo è un animale che si ritiene portatore di iettatura; che iettando, cioè gettando il suo sguardo malefico dai suoi occhi prominenti, esoftalmici, uccide l’usignolo che è sul ramo. Un caso malefico di “telepatia” o di “videocidio”. Per Dumas la vita magico-religiosa di Napoli scorreva tra due poli: la devozione a san Gennaro e la iettatura, il santo e il demonio (o meglio la sua vittima) in versione partenopea. Intorno allo iettatore si creava uno spontaneo cordone sanitario, con forte ricaduta sociale.

La credenza nella iettatura ha qualcosa di virale, contagia non solo il sud intero, partendo da Napoli; ma alla fine coinvolge pure chi viene da fuori. “Quando un forestiere arriva a Napoli comincia col ridere della iettatura, poi a poco a poco se ne preoccupa e infine, dopo tre mesi di soggiorno, lo vedete coperto di corni e con la mano destra eternamente contratta” scrive Meyer citato da De Martino. Peraltro, cos’è il carisma di cui sarebbero dotate alcune personalità eminenti, con vocazioni al ruolo di capi, di guide, di maestri, se non il rovescio positivo di quel magnetismo, di quell’aura che si attribuisce in negativo allo iettatore? Magari anche il teorico del disincanto, Max Weber, aveva subito qualche fascinazione quando scriveva del capo carismatico… Dobbiamo solo alzare le spalle e poi scrollarcele in segno di estraneità e rifiuto di questi residui superstiziosi che ancora sopravvivono nella nostra società, o dobbiamo piuttosto cercare di capire da dove nasce questo bisogno di credere e di collegamenti magici tra fatti, persone e riti? Diceva Vico che la superstizione non è un male in sé o una follia ma è quel che resta (è superstite, appunto) di antiche credenze e di antichi legami con il cosmo. E poggiando sull’autorità di Plutarco, diceva che si conoscono civiltà che hanno retto per secoli sulla superstizione, mentre non sono mai esistite civiltà compiutamente atee. Insomma, vedetela di buon occhio.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/alla-larga-dallo-iettatore/

Il predicatore di benignità

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di Marcello Veneziani

Vi ricordate Roberto Benigni? Nello scorso millennio fu un comico, attore e regista veramente divertente, spiritoso, e pure commovente. Lo ricordo esilarante in coppia con Massimo Troisi, lo ricordo irresistibile nei panni di Jonny Stecchino, del Piccolo Diavolo e del Mostro, lo ricordo irruente e irriverente in alcune gag televisive in cui metteva in croce Baudo e la Carrà; lo trovai tenero, allegro e struggente ne La vita è bella, dove riuscì a raccontare l’orrore dei campi di sterminio con l’umanità di un buon cristiano e di un buon italiano che vuol proteggere la sua famiglia. Lo fece con delicatezza e amor paterno, da padre che vede il mondo con gli occhi di un bambino. Lo avevo amato da ragazzo perfino nel pur dissacrante Pap’occhio di Renzo Arbore e poi da grande nella magica Voce della Luna di Federico Fellini, con Paolo Villaggio.

Poi non so cosa gli successe col nuovo millennio. Smise di essere uomo e diventò burattino, il contrario di Pinocchio a cui dedicò un film un po’ infelice. Smise di essere clown e si fece clone. Volle diventare Vate e Profeta, Prefica Istituzionale e Padre Costituente, infine Precettore d’Europa e Predicatore di Benignità. Cominciò imitando Dante poi è finito a imitare Prodi. Non è una bella carriera.

Vedevo il suo ologramma da Bruno Vespa quando la sera gli prendono i cinque minuti: sembrava quasi vero, Benigni, almeno nel tono e nella risata, imitava alla perfezione il suo antico euforico repertorio, simulava allegria, esultanza e buoni sentimenti. Vespa godeva come un pazzo a ogni suo pistolotto, sbavava come fa davanti a papi e presidenti, anche se alla fine del duetto sbaciucchioso si aspettava di essere preso in braccio come l’austero Berlinguer per restare nella mitologia pop.

Ma dov’è finito Benigni impertinente, irriverente, divertente? C’è un piccolo santo che sparge melassa, lancia messaggi che sembrano commissionati da pubblicità-progresso.

Ancora più imbarazzante è stato l’altra sera a Propaganda live; Zoro stesso, Diego Bianchi, non sapeva che pesci pigliare, non sapeva che dire, come stare, se chiudere o trascinare ancora la benigna apparizione. Era troppo finto il suo ardore, inattendibile il suo progressismo da scuola materna, ridicolo il suo ottimismo cosmico, la sua visione così falsamente puerile e così smaccatamente manichea, da mettere in difficoltà anche i compagni di sacrestia.

Da qui tutto è buono è bello è felice è allegro; di là tutto è cattivo è male è brutto è triste. Nel futuro vincerà per forza il bene, la pace, la felicità: Benigni recita la poesia del progressismo ad uso dei bambini, dall’asilo alla seconda elementare; poi anche un bambino in terza elementare si accorge che la fiaba di Benigni è farlocca, perché ormai ha smesso di credere alle tre b: Befana, Babbo Natale e Benigni. Per Benigni non c’è niente da capire, tutto è così evidente, anche se lo vede solo lui: i buoni sono lui e loro, mischiati all’umanità; i cattivi sono Trump, i nazionalisti e i sovranisti. I buoni sono con i bambini, i cattivi sono contro. I buoni vogliono la pace, i cattivi fanno la guerra. I buoni guidano le istituzioni europee, i cattivi guidano i governi europei: come dire che Ursula van der Lewen è una santa benefattrice, mentre Macron, Merz & Melòn, cominciano con la emme di Male.

Sa Benigni che persino Stalin prese il premio internazionale per la Pace e Obama ebbe il Nobel per la pace prima di guidare gli Stati Uniti: fecero bene a darglielo prima, perché dopo le migliaia di bombardamenti sotto la sua presidenza pacifista sarebbe stato più difficile. Sa Benigni quanti milioni sono morti nei gulag e nelle persecuzioni nel nome della pace, del bene dell’umanità e di un mondo migliore? Quante bombe umanitarie e progressiste sono state sganciate negli ultimi decenni, dall’Atomica in poi? E continuano… L’inferno è lastricato di pie intenzioni.

Ma tu lo senti col suo fervorino, che finge di agitarsi, si passa il fazzoletto sulla fronte, concitato ed eccitato per il suo predicozzo. Che gli vuoi dire di fronte a tanta banalità finto-naïve? E quando dice che il suo libro è bellissimo, anche se pare di capire che i veri autori siano altri due, lui si è limitato a mettere incenso, miele e acqua santa. Ma lui non promuove il libro, macché, il libro è solo un mezzo per promuovere l’Europa…

E quando dice che l’Unione Europea è la più bella cosa che sia successa in duemila anni, ha presente che in questi due millenni in Europa c’è stata la civiltà romana e la cristianità, c’è stato il Sacro Romano Impero e il Monachesimo, l’Umanesimo, il Rinascimento e mille altre cose, oltre le guerre e i massacri? Ma davvero Ursula vale più di Carlo Magno e Federico II di Svevia messi insieme? E quanto alla circolazione europea, lo sa che prima dell’Erasmus le università medievali furono già – pur nelle difficoltà di mezzi di quel tempo – molto più europee di oggi e parlavano una lingua internazionale che era il latino?

Mi ricorda un’altra sciocchezza che disse anni fa: la nostra Costituzione è la più bella del mondo. Premesso che una Costituzione dev’essere giusta ed efficace e non deve partecipare a un concorso di bellezza; e premesso che se vogliamo parlare di bellezza a proposito di Costituzioni nostrane, beh, la Carta del Carnaro, la Costituzione di Fiume, riveduta e chiosata da Gabriele d’Annunzio, è decisamente più bella, io chiedo a Benigni: ma per fare questa affermazione quante costituzioni del mondo ha letto, cento, cinquanta, almeno dieci? Se non ne ha letta nessuna, anche perché reputo difficile che abbia passato così tanto tempo a gustarsi gli articoli della costituzione di mezzo mondo, come fa a dire che è “la più bella”? Ma no, è la solita iperbole, la solita gag da clown che ormai spande virtuosi sermoni.

Quando divulgò la Divina Commedia, nonostante non fosse un dantista, un poeta o un critico letterario, io lo benedissi, anche se ne dava una lettura tendenziosa troppo piegata ai giorni nostri. Ma era un’operazione benemerita. Poi da Dante volle passare a Mosé e ci spiegò le Tavole dei Comandamenti, e lì accentuò il suo manicheismo e alla fine lanciò una bibbia per i dem. In mezzo venne la Costituzione, per cui divenne Menestrello Ufficiale della Repubblica Italiana; ma le sue prediche in Rai non erano gratuite, erano fatte, si, col core ma col core-business, con lautissimo rimborso a pie’ di lista. Ora, invece abbiamo Euro-Benigni (euro, guarda caso, è pure la Moneta), che ci dice che con l’Europa unita non avremmo avuto più guerre nel mondo, anche quelle di ora non ci sarebbero state. Benigni forse è rimasto al suo film ambientato nel 1492, Non ci resta che piangere; perché nel frattempo deve sapere che l’Europa è solo una piccola parte dello scacchiere mondiale, ci sono paesi come l’America, di sopra e di sotto e tutto il nuovo mondo, oltre che la Cina, l’India, la Russia, l’Africa e il Medio Oriente. L’Europa è solo la sedicesima parte del pianeta. 500 milioni su 8 miliardi di abitanti. Lui dice che bisogna stare attenti a tutti quelli che vogliono fare più grande la propria nazione, ma quell’ambizione si giudica dai frutti: se porta guerre e massacri è un male, ma quante civiltà, quante età dell’oro, quanto “progresso” sono nati da quell’idea di grandezza? A questo punto sono io a dire a lui che bisogna stare attenti a chi dice di volere un mondo migliore: quanti annunci di paradisi hanno portato gli inferni? Accontentati di dire che la vita è bella, perché chi sogna il mondo migliore, genera incubi (o più spesso vende fuffa).

Infine ripensi al Benigni divertente di una volta, e dici: ma perché un comico così brillante deve ridursi a fare la macchietta di un Messia? Non gli bastava l’Oscar del cinema, vuole l’aureola del santone?

 

Fonte:  https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-predicatore-di-benignita/

La lezione del referendum

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di Marcello Veneziani

Qui Quo Qua senza Quorum. Così Landini, Conte e la Schlein, più frattaglie e fratoianni, restarono largamente sotto il quorum e persero alla grande il referendum. Non ci voleva molto per capirlo che sarebbe finita così. In un paese che a malapena va a votare solo per metà alle elezioni, figuratevi in un referendum, per giunta presentato come divisivo. Se fai un referendum con l’idea di mandare a casa il governo, la gente non è d’accordo che si voti fischi per fiaschi e su leggi che non sono di questo governo. Se fai un referendum che rilancia il padronato e il padrinato asfissiante della Cgil nel mondo del lavoro, vai incontro a una disfatta perché quel sindacato è mal sopportato da molta gente. Se poi cerchi attraverso un referendum di rilanciare l’immagine di una sinistra dalla parte dei lavoratori sei poco credibile agli occhi della maggioranza degli italiani, tanto più che quelle norme furono varate, se non ricordo male, dallo stesso centro-sinistra. E se ai quesiti sui lavoratori aggiungi un quesito che lancia il messaggio di aprire ancor più le porte agli immigrati, è inevitabile che vai incontro alla bocciatura da parte del popolo sovrano. Insomma, il referendum è stato boicottato non dall’informazione pubblica, che obiettivamente ha un’incidenza relativa, ma dal meta-referendum che avete creato voi stessi sui referendum, caricandolo di messaggi e significati impropri e inaccettabili per la maggioranza degli italiani. Prendetevela con voi stessi. Se aveste l’umiltà, prima che l’intelligenza, di capirlo, trarreste lezione dai referendum. Così come la “destra” dovrebbe trarre lezione dalle sconfitte che colleziona nelle tornate amministrative per via dei candidati inadeguati, che sono il frutto di una cosa che non vogliono vedere: l’incapacità di selezionare gente adeguata alla guida delle istituzioni.

Ma il problema per la sinistra è ancora più grave e cerco di spiegarmi meglio. Quando facevano campagna in favore del referendum, accusavano chi annunciava di non andare a votare di essere vile e codardo, asservito al governo. A loro non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che ci possa essere gente che più semplicemente ha un’idea diversa dell’Italia e delle cose che servono davvero. Ed esercita il diritto di non andare a votare per dei quesiti voluti da una minoranza. Per loro chi non è d’accordo con le loro tesi del momento (che poi variano secondo i loro interessi contingenti) non è uno che ha idee diverse dalle loro, rispettabili come le loro; no, per loro è solo un vigliacco, un camorrista, un eversore, un nemico della democrazia e del lavoro, un servo della Meloni e dei suoi alleati. Ve lo dico anche per il vostro bene: non potete continuare a pensare che ciò che voi stabilite essere la cosa giusta da fare sia una Verità suprema, un Bene assoluto e indiscutibile. Avete tutto il diritto a esprimere le vostre opinioni e la vostra opposizione, ma non potete pretendere che gli altri abbiano il dovere di pensarla come voi e di adeguarsi ai vostri precetti. Finché non accetterete la differenza di opinioni e continuerete a considerarla un segno della svolta autoritaria, fascista o fascistoide, non riuscirete mai ad essere credibili. Il problema è serio. A differenza vostra, io non pretendo affatto che voi vi adeguiate all’opinione avversaria, che rivediate le vostre idee e i vostri propositi; dico solo che se continuate con la vostra presunzione di rappresentare il Bene e con la vostra idiota arroganza di considerare venduti, asserviti o imbecilli coloro che non condividono le vostre idee, non riuscirete mai a essere davvero democratici, rispettosi della libertà e della diversità, e come preferite dire, inclusivi.

Lo dico non solo ai dirigenti e militanti della sinistra, lo dico pure ai tanti esponenti dello spettacolo e della cultura. Ma è possibile che attori, registi, cantanti, giornalisti e intellettuali esprimano all’unisono sempre la stessa unica e prevedibile opinione, di solito in contrasto col sentire comune popolare? Quando sento, in verità non solo da noi, ma anche altrove – negli Stati Uniti per esempio – che voi esprimete sempre la stessa Opinione, uniforme, conforme, ossessiva e ripetitiva, mi sovvengono due pensieri. Il primo è che non pensate con la vostra testa ma ripetete l’Opinione Unica, Indignata e Prefabbricata, sempre rivolta contro il Nemico Assoluto (che può essere Meloni, Salvini o Trump). Il secondo è che se tra voi non si sente mai un’opinione divergente dal mainstream, vuol dire che chi dissente viene fatto fuori, viene escluso, emarginato. E dunque tace o lo silenziate, comunque gli impedite di dire quel che pensa. Non posso pensare che la gente comune esprima opinioni assai diverse dalle vostre e invece nel vostro mondo, nei vostri circoletti, nella vostra setta, non ci sia mai un’opinione divergente. Tutti sempre allineati a ripetere a pappagallo la stessa pappetta.

Ma torno alla politica e vi dico, dopo questa ennesima dimostrazione, che non siete gli interpreti unici e autorizzati dello Spirito del Tempo; dovete fare uno sforzo di capire che altri pongono altre priorità rispetto alle vostre, hanno altre sensibilità, giudicano diversamente certe scelte per il Paese. E, lo ripeto ancora, questo non vuol dire che dovete adeguarvi; vuol dire solo che dovete accettare di esprimere un’idea come le altre, un’opinione che vale quanto le opinioni opposte, non è una tavola di Mosè, ma solo una vostra opinione come quelle altrui. Siete un Partito, non la Pravda, siete cioè espressione di una visione di parte e non siete i titolari del Giusto Totale.

È così difficile capire questa elementare verità che è poi il sale della libertà e della democrazia? È possibile che non riuscite a liberarvi della vostra superiorità etnica, del vostro razzismo etico, e giudicate razze inferiori quelli che non la pensano come voi?

Mi capita alle volte sui social di leggere commenti in cui se esprimi queste idee diverse vuol dire che sei in malafede, sei al soldo del governo e della Meloni, che non sei un vero intellettuale, e dici solo stronzate. No, idioti, abbiamo solo idee diverse e io continuo a definire idee le vostre, per un elementare rispetto della diversità di opinioni. Poi le critico, le combatto, ma non mi sogno di accusarvi di essere in malafede. E vi considero idioti non per le tesi che esprimete ma per la pretesa di avere il monopolio della verità e di giudicare gli altri come servi in malafede e ignoranti. Non dico che i cretini stiano solo a sinistra, per carità, ne conosco tanti anche dalle altre parti; ma solo voi avete la pretesa di sentirvi i ventriloqui della Verità e i Migliori per diritto divino. Quanto poi a chi dice: “e questo sarebbe un intellettuale, un filosofo, uno scrittore” io rispondo: cretino, se vuoi giudicarmi in quel senso leggi e critica i miei libri. Quelle che esprimo qui sono opinioni di un cittadino, pensieri comuni, non sono pensieri profondi di un filosofo. E poi, non ho nessuna posizione per partito preso. Sono fuori dalla politica e dai suoi ambiti collaterali, non poche volte dissento dalle posizioni del governo e reputo molti provvedimenti strombazzati come risolutivi come dei placebo, acqua fresca, spot. Ma dovendo scegliere tra opposte propagande, preferisco alla fine chi fa propaganda a favore della sicurezza, poniamo, piuttosto che chi fa propaganda contro la sicurezza, a garanzia di chi delinque.

Ma torno alla questione politica generale e vi supplico: se vogliamo rendere accettabile la nostra democrazia e il confronto, e se volete cercare di conquistare la fiducia della gente comune, scendete dal vostro piedistallo e rimettetevi in gioco e in discussione. Siete sullo stesso piano dei vostri avversari, non siete su un piano superiore. Avete bisogno di lezioni di piano, cioè di umiltà.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-lezione-del-referendum/

La guerra dei leoni

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di Marcello Veneziani

Da quando è stato eletto un Papa che ha deciso di chiamarsi Leone, altri leoni più bellicosi sono scesi in campo per sbranarsi tra di loro. C’è una storia grande che riguarda un Paese grande, Great America. E c’è una storia piccola che riguarda un Paese piccolo, ma solo di statura, l’Italia. Sto parlando del leone Donald Trump e del leone Elon Musk, e da noi, nel nostro piccolo, del conflitto pubblico tra Leoni padre, di nome di Silvio, e Leoni figlio di nome Simone, seguace di un altro più famoso Silvio, defunto. Storie diverse, imparagonabili, le due, sia per le dimensioni che per le motivazioni, ma che in vario modo ci toccano, e ci riguardano.
Dunque, la storia grande, quella stars and stripes, riguarda l’uomo più potente del mondo contro l’uomo più ricco del mondo. Scontro tra Titani. Entrambi leonini, abituati a esercitare il ruolo di re della foresta, esuberanti, un po’ pazzi, e uso la modica quantità nel definirli, per pura cortesia. Prima sodali, e grandi alleati, poi i rapporti sono precipitati, degenerati, fino alla rottura, qualche insulto, poi la probabile tregua. Li vedevi, il Lion President che parlava, seduto o al microfono, e il Lion Magnate che restava in piedi come un passante o un imbucato nella Sala Ovale o sul palcoscenico, spesso con un figlio a cavacece sul collo, cercando di attirare su di sé l’attenzione. Un’immagine spiazzante, che non aveva precedenti, curiosa e assai informale. Però quando li vedevi in faccia, li sentivi parlare, ma soprattutto conoscevi i loro curriculum e i loro temperamenti, la previsione sorgeva spontanea, anche senza bisogno di chetamina: ma quanto potranno durare insieme i due? Da una parte l’uomo che guida il mondo nel nome della Grande America e curiosamente annuncia di volersi dedicare al suo Paese e non al ruolo di arbitro mondiale ma tra paci che non si fanno, guerre che continuano, dazi che si annunciano, oggi più che mai è lui a dare la carte al mondo, e tutti anche magari per litigare devono vedersela con lui. Altro che ritorno a casa, in versione domestic, casereccia.
Dall’altra c’è un uomo che sta cambiando il mondo coi suoi satelliti, che vuole conquistare i pianeti, modificare il cervello umano, l’imprenditore più geniale e inquietante che ci sia sulla faccia della terra e forse nello spazio. Come pensate che potessero sopravvivere a lungo insieme? C’è poi da considerare un altro fattore, sicuramente decisivo. Da quando Musk è sceso in campo politico ha avuto solo guai, odio universale, linciaggi e boicottaggi, mal di Tesla paurosi (dai giganti della concorrenza fino ai Fratoianni). insomma ha capito che la politica non fa per lui, gli procura solo guai, soprattutto nella posizione di parafulmini di Trump. Fosse almeno lui il Presidente della Repubblica… Il mondo tifa perfino contro i suoi razzi, oltre che contro le sue auto e i suoi satelliti, tanto è l’odio planetario che ha accumulato. Poi c’è chi gli morde le caviglie anche nel suo stesso campo, pensate a Steve Bannon che vorrebbe cacciarlo perché extracomunitario, sudafricano e imbucato negli States. Insomma, era inevitabile. Certo, queste alleanze che si rovesciano, fanno molto male, e Trump non solo ha mezzo mondo e tre quarti d’occidente contro, ma persino i suoi presunti amici, Putin, Netanyahu e Musk, gli stanno creando guai a non finire. E magari dovrà rivalutare gli europei, i sudamericani e persino i cinesi e gli iraniani.
Non so come finirà, ma la previsione di molti è che il dissenso clamoroso rientrerà ma poi la freddezza subentrerà e non farà bene a entrambi per risalire la china. Alcuni prevedono o meglio sperano che la vicenda possa persino compromettere Trump e c’è chi invoca il terzo incomodo, il più silenzioso e felpato gattone, che sta lì acquattato nel suo ruolo di vice, J.D.Vance. Però non era possibile pensare che due Titani potessero durare a lungo in amicizia, uno seduto e l’altro in piedi, prima o poi sarebbe avvenuta una collisione.
Ora dopo aver parlato dei Gulliver, trasferiamoci a Liliput, e rientriamo nel piccolo di casa nostra. Dunque, un giovane Leoni fa il suo discorsetto alla kermesse di Forza Italia; un discorsetto che non rispecchia certamente la posizione politica del governo e dei partiti che lo sostengono, e soprattutto dei loro elettori, inclusi quelli di Forza Italia. Ma che magari non dispiace a Marina e Piersilvio Berlusconi, oltre che al nuovo alleato, Fedez. Attacca Vannacci ma in realtà sta attaccando suo padre, che la pensa come il Generale, è paracadutista e si riconosce in Dio, patria e famiglia. Antichi dissapori, conflitti trascinati nel tempo, il ragazzo dice dall’infanzia, si concretizzano in un parricidio appena dissimulato: si parla a nuora per parlare a suocera.
Suo padre decide di esplicitare il conflitto latente e di rispondergli pubblicamente, dalle colonne de Il Tempo; forse fa male, o forse no, non sono in grado di dire. Ma il risultato è che il Leoni padre difende Vannacci e attacca il Leoni figlio a mezzo stampa. Insomma i leoni si sbranano in pubblico senza pietà, il cucciolo attacca il vecchio leone, poi il padre Leone attacca il cucciolo. Parricidio rituale contro sacrificio rituale del figlio, entrambe figure contemplate nella storia sacra e nella mitologia, oltre che nella psicanalisi e in altri ambiti più vicini a noi. Sono conflitti assai frequenti e molti di noi padri ne sanno qualcosa, dolorosamente. Ruotano intorno a famiglie sfasciate, o maltenute insieme, genitori separati, figli coccolati ma sbandati, a volte viziati e soprattutto fragili e perciò aggressivi. Stiamo allevando una generazione di vetro, più trasparente e più frangibile delle precedenti, ma quando i figli vanno in pezzi le loro schegge poi feriscono. Non stabiliamo la regola che i figli progressisti, liberal e radical attaccano i padri conservatori, tradizionalisti e nazionalisti; a volte i conflitti sono a ruoli invertiti, i padri sono vecchi sinistrorsi, i figli sono giovani destrorsi. Ognuno ha diritto alle sue opinioni, anche se quelle del giovane Leoni andrebbero meglio coltivate nel versante opposto a quello in cui milita; mi sembra più vicino alla Schlein che al mite monarchico Taiani o al vecchio missino Gasparri. Berlusconi probabilmente non sarebbe stato con nessuno dei due, né col padre né col figlio ma avrebbe cercato di sedurli, di fare gag e avrebbe invitato il ragazzo a guardare più le ragazze che i Vannacci.
Comunque la partita doppia dei leoni, quella americana e quella nostrana, è una partita interna all’emisfero destro della politica italo-occidentale, e per questo tocca ancor più chi si riconosce in questo versante. Indica che ci sono molti problemi da affrontare, esuberanze di temperamento da smussare con realismo e umiltà, e anche senso autocritico, ci sono molti atteggiamenti da portare a coerenza. Ma se vogliamo trovare un peccato comune e un minimo comun denominatore in questa partita doppia, trovo una chiave di lettura: troppo individualismo, troppe creste alzate, troppo gallettismo (da non confondere col gallismo). Che è una malattia globale, soprattutto occidentale, assai frequente a destra ma in fondo trasversale. Giù la cresta, mettetevi talvolta nella criniera dell’altro prima di attaccare e giudicare. E poi non porta bene il detto Meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora, giustamente Massimo Troisi diceva che preferiva vivere cinquant’anni da Orsacchiotto (ma nemmeno a quell’età poi giunse). Insomma non è detto che si debba vivere da leoni o da pecore, si può vivere da gazzelle, da fenicotteri, da zebre e da giraffe, senza mettere limiti al tempo. Siate più inclusivi, almeno da un punto di vista zoologico.

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-guerra-dei-leoni/

Ma il tesoro dei Savoia a chi appartiene?

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di Marcello Veneziani

Tre giorni dopo il referendum controverso che sancì la vittoria della repubblica sulla monarchia, il 2 giugno del 1946, Umberto II di Savoia, re uscente e mai più rientrato, fece depositare dal ministro della Real Casa Falcone Lucifero i gioielli della Famiglia Reale a Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia. Era un cofanetto in pelle nere, a tre strati, foderato di velluto blu, come il sangue dei nobili, che tuttora custodisce oltre sei mila brillanti e duemila perle, varie gemme, diademi, bracciali, collane, spille, orecchini. Alcuni risalgono all’epoca del Regno d’Italia, altri sono precedenti, cimeli di Casa Savoia nei secoli.
Sono passati quasi ottant’anni ma i gioielli dei Savoia restano ancora nel limbo, inaccessibili agli eredi ma nemmeno confiscati dallo Stato italiano. L’ultimo tentativo di riaverli risale a tre anni fa, non c’era ancora la Meloni al governo e c’era ancora in vita Vittorio Emanuele IV, affiancato dalle tre sorelle, le Tre Marie- le principesse Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice: intentarono una causa alla Banca d’Italia, alla presidenza del consiglio e al ministero dell’Economia per riavere i gioielli di Casa ma senza riuscirvi.
Nella famosa tredicesima disposizione in appendice alla Costituzione, fu indicato che i beni della Casa Savoia fossero avocati allo Stato repubblicano. Ma i gioielli si possono considerare alla stessa stregua dei Palazzi, delle tenute, delle collezioni confiscate alla casa regnante o rientrano in beni che hanno più una valenza personale, familiare, comunque più attinente alla sfera di pertinenza della dinastia? Un’attenta ricostruzione della vicenda l’ha fatta Fabio Andriola sulla sua rivista Storia in rete, appena rilanciata in edicola. Quando Umberto II consegnò, pare su sollecitazione di Alcide De Gasperi, i tesori della Corona li accompagnò con una lettera volutamente sibillina: “In conseguenza degli ultimi avvenimenti desidero che le Gioie della Corona non vadano immediatamente in mano ad un commissario che potrebbe prendere dei provvedimenti affrettati e magari fare una distribuzione e un’assegnazione non conforme al valore storico. Sono gioie portate dalle regine e dalle principesse di Casa Savoia. Desidero siano depositate presso la Banca d’Italia per essere consegnate poi a chi di diritto» . Già, chi ha veramente diritto? Il paradosso, nota Andriola, è che a difendere la causa dei Savoia e il loro diritto a riavere i gioielli di casa, fu il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, monarchico come il suo predecessore, Enrico de Nicola (uno dei paradossi della nostra repubblica: ebbe i primi due presidenti monarchici…). Einaudi usò una formula prudenziale “potrebbe ritenersi che le gioie spettano non al demanio dello Stato, ma alla famiglia reale”. Ai Savoia risposero invece con un secco no due governatori della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, divenuto poi anch’egli Capo dello Stato, e Mario Draghi. Fu perfino negata la richiesta di fotografare i gioielli di Casa Savoia, da parte di Maria Gabriella per farne un libro. Peraltro, il tesoro fu fatto valutare da due gioiellieri famosi, Gianni Bulgari e Roberto Vespasiani, e il loro responso tecnico svalutò i gioielli per la loro foggia antiquata; ma il valore storico, antiquario e simbolico resta intatto. L’arco su cui sembrano attestarsi le valutazioni è molto largo: dai 30 ai 300milioni di euro.
Il tempo è galantuomo, e dopo 56 anni di esilio, fu ammesso il rientro dei Savoia maschi in Italia, interdetto in quelle norme non a caso definite transitorie. L’amara sorpresa per chi aveva per decenni perorato la causa del rientro dei Savoia in Italia, fu che quando fu concessa la possibilità, Vittorio Emanuele IV e la sua famiglia restarono residenti in Svizzera, a Ginevra, e d’estate in Corsica, a Cavallo; ebbero il diritto di rientrare ma vi rientrarono solo da turisti occasionali, per eventi o in barca. Ora l’erede Emanuele Filiberto ricorrerà alla Corte europea dei diritti dell’Uomo ed estenderà la richiesta di riavere anche alcuni immobili. Non abbiamo competenza giuridica per entrare nel merito della controversia; ma è evidente che si tratta ormai di un contenzioso che investe una mera questione privata e patrimoniale, se non venale: l’erede vorrebbe usufruire dei beni della sua Casata sostenendo che appunto appartengano alla Famiglia e non al Regno poi tramutato in Repubblica. Forse, l’unica soluzione di buon senso, prima ancora che giuridica, sarebbe salomonica: distinguere tra beni che restano allo Stato e beni che tornano alla famiglia Savoia. O con un’ulteriore mediazione, disponendo che siano esposti e custoditi in qualche luogo a perenne memoria di una storia e di una dinastia che in fondo regnò sull’Italia in un arco di tempo piuttosto breve, pari alla vita di un uomo: ottantasei anni. Una volta notai che mio nonno, classe 1859, era nato sotto i Borbone, prima che nascesse lo Stato Unitario sotto la Corona dei Savoia. Se fosse morto a ottantasette anni, dopo il fatidico 2 giugno del 1946, avremmo potuto dire che non era nato né morto sotto i Savoia. E questo rende bene l’idea che transitorie non furono solo le norme applicate ai Savoia (e al regime fascista) ma transitorio fu quel regno, soprattutto se paragonato a quello più longevo degli Asburgo a Nord, dei Borboni al Sud, e di altre dinastie in altre città d’Italia. Una Monarchia passeggera anche se in quell’arco così breve, avemmo il Risorgimento e l’Unità d’Italia, le guerre coloniali, il regime fascista, l’Impero, due guerre mondiali. Regno breve ma intenso.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/ma-il-tesoro-dei-savoia-a-chi-appartiene/

Abbiamo bisogno di veri conservatori

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di Marcello Veneziani

Ma c’è ancora da qualche parte un pensatore veramente conservatore o dobbiamo ormai ricordare solo i grandi del passato che non ci sono più? Dopo la morte di Roger Scruton e quella più recente di Alasdair McIntyre, considerati come gli ultimi dei mohicani, sembra che i conservatori, coerentemente con la loro indole, siano ormai solo un ricordo del passato. Si, sul piano politico c’è ancora un partito conservatore in Inghilterra e c’è un raggruppamento conservatore nel Parlamento europeo, ma se cerchi autori di riferimento, una linea di pensiero a cui si ispirano, brancoli nel buio, tra effimeri placebo e vaghi slogan. Dalla vicina Francia sono arrivati in questi ultimi mesi tre pamphlet di stampo conservatore, di tre autori ormai oltre i settant’anni e lontani dall’impegno politico. La prima è Chantal Delsol, scrittrice e filosofa parigina d’ispirazione cristiana, accademica, editorialista del Figaro, che ha recentemente pubblicato da Cantagalli Il crepuscolo dell’universale; un saggio che critica la deviazione del cristianesimo in religione umanitaria, della persona in individualismo sradicato e dell’universalità in globalitarismo. In opposizione a questa tendenza Delsol vede profilarsi nel mondo il ritorno a una visione olistica, comunitaria, organica, in cui il valore del tutto è superiore a quello dei singoli individui. Intanto, nota, la modernità invecchia male, l’Europa diventa come previde Dostoevskij “una necropoli”, l’Occidente vive l’ebbrezza per la cancellazione del passato e delle identità; al posto delle nazioni tra non molto ci saranno solo i marchi di alcune aziende, la Coca Cola, Microsoft e gli altri giganti del web, Nike e Jonny Walker.
Pascal Bruckner, saggista e polemista, da anni polemizza con lo spirito di autodenigrazione dell’Occidente nichilista e progressista, che si vergogna della sua civiltà e delle sue tradizioni e si autocondanna nel nome del razzismo, dell’islamofobia e di tutte le altre ben note fobie di cui si auto-accusa. L’ultimo suo pamphlet, Povero me. Quando le vittime sono i nuovi eroi (tradotto da Guanda) è una critica serrata del vittimismo, la nuova ideologia che ha preso il posto dell’edonismo e dell’ottimismo progressista e che veicola risentimento e spirito di vendetta. Mali antichi, un tempo giustificati dall’odio di classe e oggi invece da questo vittimismo piangente, questuante e risarcitorio.
Il nome di Bruckner in Francia è spesso associato a quello di un filosofo conservatore, Alain Fienkelkraut, ebreo di origine polacca e autore di molti saggi divergenti rispetto al mainstream e al progressismo dominante. Ora è uscito Pescatore di perle, edito da Feltrinelli, un pamphlet schiettamente conservatore, polemico contro la barbarie dello sradicamento, nemica di ogni eccellenza e di ogni legame identitario. Fienkelkraut difende coraggiosamente un outsider cancellato dalla cultura dominante, Renaud Camus, fino a ieri riconosciuto come uno dei più importanti scrittori di lingua francese; ma da quando ha denunciato il pericolo della Grande Sostituzione, a causa dei flussi migratori e della deculturazione di massa, è considerato quasi un eversivo, comunque un autore da silenzare. Anche Fienkelkraut come Bruckner, sottolinea sulla scia di Hannah Arendt la malattia dell’uomo contemporaneo: il risentimento verso la vita, la realtà, la natura, verso tutto ciò che ci è dato. Il contrario di un conservatore, che invece difende l’essere in quanto tale e accoglie il proprio destino (amor fati). A suo parere il trans è la figura emblematica del nostro tempo, colui che sostituisce l’essere con l’io voglio, che rifiuta “gli arresti domiciliari” in un’identità, e vuole abolire il fato, la natura, la realtà. Conclude il suo libro con un prontuario di riflessioni di un conservatore che non teme l’accusa di retrotopia (Bauman) e non si vergogna di ritenere migliori molte cose del passato rispetto a quelle presenti. Per esempio, cogliendo fior da fiore: “il mondo reale era meglio dello schermo totale”, “L’uniforme era meglio dell’uniformità”, “Le mucche, le galline e i maiali vivevano meglio che negli allevamenti intensivi”, “i paesaggi erano migliori prima delle pale eoliche”, “Il passato era migliore quando veniva studiato e non incriminato”, “Il presente era migliore quando non parlava da solo”, “Il progresso era migliore quando non era un processo automatico”, “L’università era migliore prima del fanatismo woke”, “La nostalgia era migliore prima della sua criminalizzazione”, “Essere in lutto era meglio che elaborare il lutto”, “L’intimità era migliore prima che si riversasse su Facebook o su Instagram”, “Città, teatri, musei, luoghi di culto erano migliori prima della McDonaldizzazione universale”, “Gli occhi vedevano meglio quando c’erano i poeti”. E la citazione finale di Holderlin: “Molto però è da conservare. È necessaria la fedeltà”. Che fa il paio con una citazione iniziale da Milan Kundera: “Europeo: colui che ha nostalgia dell’Europa”. Come dire che l’UE non è Europa, ma la sua caricatura svuotata di senso. Infine la confessione di uomo all’antica: “abitando il mondo di un tempo, ho scritto a penna”. E all’ecologista che si chiede: “Che mondo lasceremo ai nostri figli?”, egli replica con un’altra domanda: “A quali figli lasceremo il mondo?”.
Voi direte che si tratta di pur pregevoli lamenti di un vecchio che rimpiange il passato e vive ormai di ricordi e di rancori: è questa l‘essenza del conservatore? No, semmai quella è l’indole, l’intima tendenza del suo carattere, soprattutto quando la sua vita è nella fase conclusiva; ma quando pensa, il conservatore pratica l’arte preziosa della comparazione e della compensazione e lo fa con lucido realismo prima che con rimpianto: paragona le epoche, nota le differenze e dopo aver sottratto il passato all’obbligo di attenersi al presente, sottrae il futuro all’obbligo di adeguarsi al presente. Per difendere il passato dagli artigli dell’attualità, finisce col difendere il futuro dalla maledizione di proseguire automaticamente le tendenze presenti.
Certo, una società equilibrata ha bisogno sia di sani principi conservatori che di sani precetti innovatori. Se il verbo nobile del conservatore è salvare, il verbo nobile del progressista è migliorare. Abbiamo bisogno di ambedue. Invece la malattia del primo è la paura del futuro e dell’ignoto, mentre la malattia dell’altro è l’odio del passato e di ciò che preesiste. Oggi le due malattie si sono coalizzate e fuse, sicché l’atteggiamento prevalente è la paura del futuro congiunta all’odio del passato. Abbiamo smesso di gioire sia per ciò che nasce che per ciò che perdura. Eppure in una società armoniosa la tensione verso il passato e verso il futuro sono come sistole e diastole del cuore, una trae forza dall’altra. Chi ben conserva può progredire bene e viceversa. Se l’idea del progresso è precipitata nel nostro tempo che teme il futuro con angoscia, l’idea conservatrice viene condannata come un’imperdonabile ottusità di chi vive col retrovisore. E invece in un’epoca malata di rapidità, cancellazione e sradicamento abbiamo bisogno di una sensibilità conservatrice. Uno scrittore che non era un conservatore, Albert Camus, diceva che ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo; ma a noi tocca un compito più grande: “impedire che il mondo si distrugga”. Mettere in salvo, la missione del conservatore.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/abbiamo-bisogno-di-veri-conservatori/

C’era una volta il sud ma ora non c’è più

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di Marcello Veneziani

Ma come ti salta in mente di dedicare un nuovo libro a un racconto di pensieri, sentimenti e immagini intitolato “C’era una volta il sud”? Il mondo ha altro per la testa che i ricordi del passato, per giunta del sud e della provincia; il mondo è in preda a troppe cattiverie per mettersi a fare l’elegia del tempo andato, è tempo di attaccare o difendersi, di azzannarsi prima che ti azzannino… E poi siamo nel tempo dell’Intelligenza artificiale. Ma sì, certo, avrete ragione voi, però non vogliamo concederci una pausa, pensare ad altro, lasciarci visitare da immagini, figure e memorie che ci ristorano la mente e riaprono le braccia ai nostri cari?
È un libro di immagini e scritti dedicato al sud ma sono convinto che anche chi non è del sud si troverà a casa: perché si parla di un tempo passato che non fu solo a Mezzogiorno, perché si parla di provincia e non c’è cosa più universale che il mondo provinciale, il piccolo paese, il piccolo rione, la località che ci avvolse nella sua calda prossimità, a nord come a sud, e ovunque. È un libro in formato grande, illustrato (in libreria, edito da Rizzoli) in cui si può seguire il filo delle fotografie, tutte in bianco e nero perché riportano a un passato mitico, diverso dal presente; o si può seguire il filo del racconto di pensieri e di ricordi che si intreccia all’album fotografico. Ma cosa dici, di che parli? È un passeggio, anzi uno struscio nel tempo, un viaggio multisensoriale tra gli odori, i sapori, le voci, le figure, i pensieri di un mondo che viene descritto come chiuso, piccolo, asfittico e locale e invece non è vero. Quel mondo era molto più grande nel suo piccolo rispetto al mondo globale di oggi che è solitario, virtuale, introverso: c’era il paese, c’era la campagna, c’era il mare (o per altri la montagna), c’erano gli animali, c’erano i vecchi e i bambini, tanti bambini, c’era la comunità, c’era l’antichità, c’era il favoloso, c’erano altri mondi oltre quello presente. Ed era un mondo aperto, corale, altro che chiuso; le case erano un via vai di famigliari, tanti figli, tanti cugini, le nonne e le zie “vacantine” che vivevano nella stessa casa, e altrettanti amici, vicini di casa, persone che uscivano ed entravano di continuo dalle porte, parlavano dai balconi e dalle finestre; era un insieme aperto, e all’aperto. Si viveva la vita gratis, nel senso che si pagava solo poche cose perché pochi erano i soldi, ma quasi tutto era gratis, per natura, cortesia, come l’acqua delle fontane, le panchine del giardino, il mare in cui bagnarsi, i frutti appesi da cogliere per le strade, i giochi. Vuoi dire che vivevano nel paradiso terrestre e non lo sapevano? Ma no, che dite. Quel mondo era anche duro, crudele, classista, affamato, malvestito, inclemente. Non puoi rimpiangerlo, tantomeno è possibile ritornarvi, e anche se volessi e potessi farlo non ci torneresti, non riusciresti più a vivere in quel modo.
E allora perché raccontarlo? Perché ci fa bene, ci fa stare bene, ci restituisce fette di vita, angoli di paese, ricordi e care presenze ora assenti; perché incuriosisce, diverte, fa pensare, e suscita pure qualche sentimento, magari ci aiuta a non perdere la nostra sensibilità, a non diventare automi o umanoidi artificiali. Il mondo non era racchiuso nello smartphone.
C’era una volta il sud narra con testi e immagini un mondo favoloso, un’epoca che non è più la nostra da decenni: il sud della civiltà contadina e delle famiglie numerose, il sud devoto e superstizioso, arcaico e “fatigatore”, il sud delle processioni, dei matrimoni, dei funerali, del lutto prolungato, della vita di campagna, della vita ai bordi del mare, dei circoli, delle sale da barba o dello struscio di paese. Ci sono innumerevoli scorci, quadretti di vita, immagini e figure di quel tempo, modi di dire e di fare, di quel mondo arcaico che non fu l’età dell’oro semmai l’età del pane come la chiamò Felice Chilanti. Un mondo comunitario, povero e aspro ma ricco di umanità. Figure mitiche e fenotipi, come il ciaciacco, o sgalliffo, lo sparamiinpetto, lo speranzuolo, e poi il barbiere di compagnia, la prostituta, la masciara, la bizzoca, il sacrestano. Mondi cancellati, o in via di scomparsa, di cui cerchiamo di mettere in salvo la memoria e le sue ultime tracce, prima che cali la notte e la frettolosa dimenticanza. Le foto non riguardano personaggi famosi, eventi celebri, non sono foto d’arte o di eventi storici, ma sono immagini della vita quotidiana, della gente comune; foto ricordo, in prevalenza amatoriali, private e personali, tratte dagli album di famiglia e dai ricordi paesani.
A questo viaggio ho voluto aggiungere in fondo al testo alcune riflessioni sul significato della fotografia nella nostra epoca, cercando di smentire luoghi comuni o di vedere lati nascosti di quel mondo: la fotografia è il diorama del ritorno, nasce da una forma di nostalgia preventiva, la volontà di salvare l’attimo fuggente e le vite in transito. Non è vero che l’era della riproducibilità tecnica dell’arte uccide l’aura che un tempo riguardava l’opera d’arte. A dircelo è proprio colui che teorizzò in un famoso saggio quella morte dell’aura: in quelle stesse pagine Benjamin scrisse – in un passaggio trascurato da tutti – che quell’aura resta nelle fotografie che ritraggono volti, anche se sono immagini seriali, perché sprigionano a rivederle, quel ricordo affettivo, quell’atmosfera, quella magia indicibile di figure care perdute nel tempo. Se il tempo per Platone è l’immagine mobile dell’eterno, la fotografia è l’immagine immobile di ciò che è passato. La fotografia trasforma in mito il passato. Il poeta Coleridge sognò di trovarsi in paradiso, e qualcuno gli donò un fiore. Al suo risveglio, il sognatore si trovò con quel fiore in mano. Così è la fotografia, come i fiori venuti in sogno e poi portati nella realtà. A me capitò un’esperienza analoga: sognai che ero bambino e mio padre mi dava una delle sue caramelle all’orzo. Quando mi svegliai trovai davanti a una fila di libri, appena traslocati, una caramella all’orzo che poi tenni per anni in vista. Nel libro consiglio pure un esercizio particolare con le foto, per rianimarle e vederle rivivere. Scopritelo se vi interessa.
Giorni fa sono tornato nella piazza del mio paese, detta il Palazzuolo, dove giocavo da bambino e dove un tempo si faceva lo struscio: la piazza è un quadrato vuoto al centro e circondato come da una cornice senza quadro, da due file di alberi e una serie di panchine, cinque per ogni lato, in tutto venti. Era la controra e mi sono accorto che su ciascuna di queste panchine c’era una persona sola, e non i gruppi, come succedeva un tempo. Sarà stato un caso momentaneo, ma ho avuto la percezione che i venti di solitudine e le venti solitudini sulle venti panchine della piazza, dicano davvero che il sud c’era una volta e ora non c’è più, è solo una periferia del mondo globale, sempre più devitalizzata, denatalizzata, svuotata, in declino sociale e demografico. Ho scritto questo libro per ripopolare almeno virtualmente quelle panchine.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/cera-una-volta-il-sud-ma-ora-non-ce-piu/

Ci vorrebbe un papa credente

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di Marcello Veneziani

Ma tu chi vorresti come Papa? È un toto-scommessa globale, l’Italia si scopre un popolo di vaticanisti della domenica; impazzano pronostici, dietrologie e papalipomeni, per parafrasare il titolo di un poemetto ironico di Giacomo Leopardi. I criteri per la scelta sono sommari e somatici, facciali e vocali; basta una battuta, una diceria su di uno o contro l’altro, o semplicemente la schedatura dei media, il papometro, per promuovere o bocciare un papa. Al vaticanista del terzo piano piace la sinistra perciò vuole un papa progressista, non è importante che sia cattolico; e sui media impazza l’offerta di due papi dem e italiani al prezzo di uno. Al vaticanista del piano di sotto, invece, piaceva Ratzinger, piacciono quelli della Tradizione, e via a cercare il papa giusto, magari un po’ meloniano. Ce ne sono anche qui un paio, di papi neri ma in questo caso si dovrebbe dire proprio negri per non confondere con un papa gesuita o addirittura un papa fascista. E altri più defilati. Poi c’è il papa sorteggiato alla Fiera campionaria, che risponde a quesiti etnico-turistici: per qualcuno stavolta ci vorrebbe un bel papa asiatico, magari cinese, quantomeno coreano. No, meglio africano, perché loro stanno peggio di tutti; eppure sarebbe un bel colpo un papazzo americano, magari anti-Trump, che scomunica chi mette i dazi e reputa peccato mortale baciare i deretani dei potenti, così il mainstream è contento. C’è chi la butta sull’anagrafe e chiede un Papa giovane, in salute, aitante, che guidi la sua papamobile e giochi a tennis con le guardie svizzere, in modo da non vivere più tra pontefici cagionevoli, assistiti e malridotti; un papa palestrato più che ospedaliero. Già, ma poi la Chiesa che fine fa, se il papa dura in carica mezzo secolo? Si riduce a una Monarchia Assoluta e Perpetua, diventa ereditaria, il Vicario diventa Titolare?

C’è chi invece punta sulla competenza e la specializzazione, un papa al passo dei tempi, magari indicato da Chat gbt prima che dallo Spirito Santo. Che so, un papa scienziato, un papa influencer, un papa manager, un papa partigiano, un papa attore globale o artista di strada, un papa trans o simili, come suggeriva il film…

Per taluni anche il papa se vuol essere davvero universale, cioè di tutti, deve seguire l’alternanza tra un credente e un laico, o magari dev’essere un fantasista eclettico e sincretico, ebreo-musulmano, con ascendente luterano e segno zodiacale buddista, cuspide shintoista e in transito un po’ induista. Un Papa arcobaleno, basta col bianco o il nero, che sia arancione come i guru, verde come i green, rosso e giallo, insomma di tutti i colori. Pace.

Il mainstream suggerisce ai condomini vaticanisti una parola magica: continuità. L’importante è che sia come Bergoglio, che la pensi come lui e segua la sua scia; e confidano sui vagoni di cardinali che Papa Francesco ha scaricato sul Conclave per garantire proprio quella continuità, che poi vuol dire pure – non dimenticatelo – polizza per la sua santificazione. Vogliono un Papa come Bergoglio che piace più ai non credenti che ai credenti, che sia inclusivo e accogliente, anche se le chiese si svuotano, non accolgono nessuno e i cattolici della tradizione e dell’ordo missae sono esclusi. Un papa green, femminista fino a un certo punto, aperto ai gay (ma non in chiesa, precisava Francesco), che sia neutrale sui temi sensibili e sensibile ai temi ideologici. Che dica pure le sue menate pacifiste, ecologiste e pauperiste, tanto non fermano i guerrafondai, gli avvelenatori del pianeta e i capitalisti; faccia pure le sue critiche a Israele, chi se lo fila, e perfino i suoi affondi sull’aborto e temi sconcertanti, che passeranno anche stavolta inosservati. Un papa così sta bene nel presepe globale, è un personaggio conforme al quadro generale; poi quando dice qualcosa di difforme rispetto allo Spirito del tempo, tutti fanno finta di non sentire. Guai a cambiare, squadra che perde non si cambia, è funzionale all’ateismo galoppante sulla terra, al relativismo, al nichilismo gaio e alla fluidità.

Già, ma tu chi vorresti come papa? Non li conosco abbastanza, i cardinali, per indicarne uno adatto al compito, mi auguro che stavolta lo Spirito Santo faccia la sua parte, venga ascoltato e ben interpretato. Posso solo dirvi come vorrei che fosse.

Innanzitutto vorrei un papa che creda davvero in Dio e se qualcuno pensa che io stia continuando a scherzare, avverto: no, il contrario, da qui in poi sono serio. Non è affatto scontato quel che ho detto; serpeggia una vena di scetticismo e di miscredenza anche in seno alla Chiesa. E la parola serpeggia mi sembra la più adatta. Certo, se uno la fede la perde, o vacilla, non può darsela né può fingere di averla. Ma il primo assoluto requisito che si richiede a un papa è dire, anzi gridare al mondo: Cari voi tutti, Dio esiste, anzi meglio: Dio è. (punto) Tutto ciò che è, è in Dio, Intelligenza dell’Essere. E poi via a rendere chiaro e semplice quel Principio, con le sue Implicazioni e conseguenze. Poi dal Padre scenderà al Figlio e da questo risalirà allo Spirito Santo, che è per un credente-pensante in Dio, la forza che muove l’Universo, spira e ispira.

Vorrei che il papa scommettesse tutto su Dio; poi il resto, l’amore, la santità, la bontà, la carità, la misericordia, il catechismo, vengono di conseguenza, alla Sua luce. Vorrei un papa che esprimesse il Pensiero più Forte e Potente che si possa pensare e dicesse: sono qui per Amor di Dio, ben sapendo che ogni tradizione ha la sua scala per andare verso di Lui. E poiché amo Dio amo tutto ciò che ne discende, ogni essere, in una gerarchia degli esseri e dei beni che va dall’uomo all’animale, dal regno vegetale al regno minerale; o che discende dal cielo alla terra, dal sole alla luna, dalla miriade di stelle ai miliardi d’anni luce.

Vorrei un papa che parlasse nel nome di Dio, senza pretendere di disporre della Verità, inconoscibile per intero anche a lui; e parlasse poi al mondo nel nome della Madonna e dei Santi, e solo dopo nel nome degli uomini, a partire dai poveri e dai malati, ma senza fermarsi a quelli. Il papa dei poveri, almeno nel nostro mondo italiano, europeo e nordoccidentale, sarebbe un papa per la minoranza, perché qui da noi i poveri sono la decima parte della popolazione; e degli altri nove decimi che ne facciamo? Così come il papa dei migranti, rispetto al mondo intero, sarebbe un papa per la minoranza dell’umanità, perché – non mi stancherò mai di dirlo – i migranti sono milioni, i restanti sono miliardi sulla faccia della terra. Cioè chi vive dove è nato, chi resta a casa, nella sua terra, sono la stragrande maggioranza degli otto miliardi di abitanti del pianeta.

Vorrei un Santo Padre che parlasse il linguaggio del sacro, e dunque parlasse attraverso i riti, i simboli, la liturgia, la tradizione, prima che attraverso i discorsi, le battute e i viaggi. Un papa che esprimesse il suo ruolo ieratico e pontificale, cioè di ponte tra l’umano e il divino, e i significati annessi a quel carisma e a quel soglio. Un papa cosciente di parlare a un mondo indifferente, cioè peggio che ostile, refrattario, sordo, cieco e indaffarato, che non sta ad ascoltarlo. Ma il papa non maledirà mai l’umanità distratta, li aspetterà al largo della loro vita, nutrendo fiducia che come tutti i nodi vengono al pettine, così tutti gli esseri tornano all’Essere.

Un papa così non si commissiona su Amazon né nasce dai magheggi dei cardinali maneggioni; lo trova solo lo Spirito Santo. Amen.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/ci-vorrebbe-un-papa-credente/

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