La Santa Messa Cattolica Tradizionale è l’unica forma dell’unico rito romano della Chiesa

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di don Anthony Cekada 1

Vi siete mai chiesti perché ci sono alcuni cattolici che vanno alla Messa in latino?

Questo articolo spiega con parole semplici e chiare:

w Perché l’assistenza alla Messa in latino non è solo una questione di «nostalgia»;
w Perché la Messa è stata riformata negli anni ’60;
w Quali differenze ci sono tra il vecchio e il nuovo rito;

w In che senso il nuovo rito sminuisce gli elementi essenziali della dottrina cattolica sulla Messa;

w Perché i cattolici fedeli alla Tradizione non vanno alla Messa di Paolo VI.

 

  Qualche parola di benvenuto

A chi è capitato tra le mani questo libretto avrà senz’altro qualche domanda da fare sulla Messa romana e sul perché ci siano dei cattolici che vi assistono. Magari voi stessi avete appena finito di sentirne una, forse per la prima volta. Magari avete già discusso con un vostro amico che va alla Messa in latino sulla situazione attuale della Chiesa, o vi siete trovati a passare per caso là dove si celebrava in rito antico. Certo, per la gente quello che colpisce di più è la lingua, il latino. Ma si rimane colpiti anche dalla bellezza delle cerimonie che evoca ormai l’immagine di un tempo lontano.

 Al di là della nostalgia

Ma il latino, le belle cerimonie e la nostalgia per «i bei tempi andati» non sono in realtà le ragioni principali per cui noi abbiamo deciso di conservare il vecchio rito. Le nostre intenzioni erano piuttosto quelle di conservare lintegrità della dottrina cattolica e di offrire a Dio un culto buono e rispettoso. A questo proposito risponde bene la Messa romana, al contrario del rito moderno. Da quello che leggerete qui, speriamo che veniate a conoscere le ragioni dei «tradizionalisti», e da parte nostra vi assicuriamo nelle preghiere alla Santa Vergine perché vi ottenga la grazia di perseverare «saldi e forti nella fede che avete appreso» (2 Ts 2, 14).

 Due immagini contrastanti

nuova messa di paolo VI

messa di san pio V

Nuova Messa Messa romana

Queste due fotografie dicono un sacco di cose. Chiedetevi quali delle foto seguenti rappresenti al meglio l’esatto significato della Messa. Se siete d’accordo con noi che sia quella di destra a rendere meglio l’esatto significato della Messa, allora avete molto in comune con i cattolici «tradizionalisti». Le due foto mostrano i cambiamenti radicali introdotti nella liturgia a partire dagli anni ’60. La foto a sinistra mostra come centro della cerimonia un uomo; al contrario, quella di destra mostra un sacrificio e un atto di adorazione che ha come suo centro naturale Dio. Vi sono comunque tantissime altre differenze da apparire evidenti anche al più occasionale degli osservatori.

 Una tipica Messa moderna

In una tipica Messa moderna di una comune parrocchia, l’intero rito si svolge in lingua volgare. Il celebrante si trova seduto o in piedi di fronte ai fedeli e spesso si rivolge loro con richiami spontanei durante lo svolgimento del rito. Nel coro, i fedeli possono aggiungere i loro commenti o leggere le Sacre Scritture. Una parte del rito si svolge attorno ad un altaretavola. Il tabernacolo non si trova quasi mai sull’altare, ma alle spalle del sacerdote, o relegato in un angolo. Il «segno di pace» è un’occasione per applausi, emozioni o conversazioni personali. Il celebrante dà alla maggior parte dei fedeli la Comunione nella mano, assistito in questo da uomini e donne laici. Il prete fà pochissime genuflessioni. É raro comunque che due celebrazioni del nuovo rito siano esattamente uguali; variano infatti da sacerdote a sacerdote e da parrocchia a parrocchia. Da qualche parte sono stati addirittura introdotti degli elementi bizzarri come la «messa dei pagliacci», «dei pupazzi» o «dei palloncini», mentre in altre si proiettano diapositive, si fanno scenette o si suona la musica popolare.

tavola-altare

segno di pace

comunione data nella mano

Tavola-altare Segno di pace Comunione in mano

 La Messa romana

Tutto ciò contrasta con la Messa in latino celebrata da sempre nell’antica e venerabile lingua della Chiesa. Il celebrante sta di fronte a Dio sacramentato nel tabernacolo; non fà commenti personali, ma recita esattamente quelle stesse preghiere che i sacerdoti hanno usato per secoli, e solo lui può toccare con le mani l’Ostia consacrata. Al momento della Comunione, i fedeli si inginocchiano di fronte al Signore e lo ricevono soltanto in bocca. Non ci sono applausi e conversazioni prima della Comunione. I fedeli seguono la Messa con i loro messalini che traducono le parole del celebrante. I gesti del sacerdote sono rispettosi e composti, e prevedono molte genuflessioni come atto di rispetto per il Santissimo Sacramento. Il testo e il rito della Messa romana sono gli stessi ovunque e non variano da celebrante a celebrante o da parrocchia a parrocchia, poiché tutto è governato da ruoli uniformi e molto specifici.

altare cattolico

comunione in ginocchio

elevazione dell'ostia

Altare cattolico Comunione in ginocchio Elevazione


 La liturgia esprime la dottrina

papa pio XIIAnche il più fortunato degli osservatori può concludere che il rito moderno e quello antico sembrerebbero mandare due tipi di «segnali» radicalmente diversi su ciò che la Messa sia, a cosa serva o cosa ci chieda di credere. Il nuovo rito ci lascia l’impressione che la Messa non sia altro che un banchetto conviviale; il vecchio rito, invece, che la Messa sia un’azione diretta ad adorare Dio. Ciò ci porta a quel principio che è la chiave per capire il perché ci siano dei cattolici che vanno alla Messa romana: per sua stessa natura, la liturgia esprime la dottrina; ne parlò Sua Santità Papa Pio XII (che ha felicemente regnato dal 1939 al 1958) nella Lettera Enciclica Mediator Dei (1947): «Il culto che la Chiesa offre al Signore è una continua professione della fede cattolica […]; nella liturgia si esprime apertamente e chiaramente la dottrina cattolica». La liturgia non solo esprime la dottrina, ma esplicita anche ciò che i fedeli devono credere. Le preghiere e i gesti liturgici che esprimono riverenza verso la Presenza Reale di Cristo nell’Eucarestia, ad esempio, rafforzano e raffermano la nostra comune fede nella dottrina. Se dal culto pubblico si tolgono tutte quelle preghiere e quei gesti rituali che alludono a quella particolare verità (come la Presenza Reale), si può ben stare sicuri che nel tempo i fedeli cesseranno di crederci.

 La Messa romana e la dottrina cattolica

Poiché la Messa romana esprime la dottrina e nello stesso tempo esplicita ciò che i fedeli devono credere, la Chiesa, nei secoli passati, ha sempre vigilato attentamente sui testi liturgici in modo da assicurarsi che essi riflettessero pienamente la fede cattolica ed escludendo tutto ciò che potesse comprometterla. La Chiesa ha sempre parlato della Messa innanzitutto come di un sacrificio. É insegnamento infallibilmente rilevato che Gesù Cristo ha lasciato alla Chiesa un sacrificio visibile «in modo che il Suo sacrificio, già offerto una volta sulla Croce, potesse nuovamente essere reso attuale» 3. La dottrina secondo cui la Messa è prima di tutto un sacrificio offerto a Dio, è magnificamente e chiaramente espresso nella Messa romana. E così pure tantissimi altri punti dell’insegnamento cattolico come la Presenza Reale, la natura del Sacerdozio, l’esistenza del Purgatorio, l’identificazione della vera Chiesa di Cristo con quella cattolica e l’intercessione dei Santi.

 Protestantizzare i cattolici

martin luteroAnche i protestanti sono sempre stati al corrente di quanto la Messa cattolica esprima bene la dottrina della Chiesa. Infatti, quando vollero diffondere i loro insegnamenti fasulli e innovativi, cominciarono col cambiare la liturgia. Nel XVI secolo, Martin Lutero (1483-1546) riuscì a protestantizzare i cattolici cominciando proprio dal culto, come si legge in una sua biografia: «E venne quindi la riforma liturgica, che colpì il fedele più a fondo poiché ne intaccò la devozione personale: lo si invitò infatti a bere il vino del sacramento, a prendere la particola con le proprie mani, a comunicarsi senza prima essersi confessato, a sentire le parole della consacrazione nella sua stessa lingua e a prendere parte attiva nel coro sacro. Lutero elaborò quei principî teorici che furono poi alla base dei suoi cambiamenti più innovativi, il più importante dei quali era che la Messa non fosse un sacrificio» 4. I cambiamenti liturgici introdotti divennero quindi un mezzo per sminuire la dottrina cattolica e per diffondere al suo posto una dottrina rivoluzionaria. A dispetto di tutto questo, le riforme liturgiche che Lutero apportò nel XVI secolo per distruggere l’idea cattolica che la Messa fosse un sacrificio, assomigliano in maniera impressionante a quelle introdotte negli anni ’60! Come si spiega tutto ciò? E quali sono i principî che stanno dietro a queste innovazioni? Per rispondere a tali interrogativi dobbiamo risalire al Concilio Vaticano II.

 Le riforme del Vaticano II

Il Concilio Vaticano II 5 fu convocato da Giovanni XXIII (1881-1963). Egli disse di voler «aprire le porte» al mondo moderno e di voler «aggiornare» la Chiesa per rendere la sua presenza più «incisiva» per quei tempi e per richiamare più gente nel suo seno. Il Papa convocò i Vescovi per discutere su grandi riforme della liturgia, della disciplina ecclesiastica e della dottrina. Dopo la morte di Giovanni XXIII, i lavori del Concilio proseguirono sotto Paolo VI (1897-1978) e sfociarono in radicali cambiamenti. I cattolici si ritrovarono così di fronte alle riforme in ogni fase della propria vita religiosa. Su queste riforme si sono spese milioni di parole. I fedeli si sentirono ripetere centinaia di volte che «l’essenza della fede non era stata toccata» e che il Vaticano II avrebbe apportato «un vero rinnovamento» all’interno della Chiesa.

concilio vaticano II

giovanni XXIII

paolo VI

Da sinistrail Concilio Vaticano IIGiovanni XXIII e Paolo VI.

 I frutti del Vaticano II

D’altronde, Nostro Signore Gesù Cristo ci disse che avremmo potuto riconoscere un albero dai propri frutti, e che un albero buono avrebbe prodotto dei frutti buoni e che uno cattivo frutti cattivi. Ebbene, quali sono stati i frutti del Vaticano II? I preti e le suore hanno abbandonato in massa la loro sacra vocazione, i seminari, che una volta erano pieni, ora sono semivuoti o chiusi, l’assistenza alla Messa della domenica è calata drammaticamente, i teologi si sono posti dubbi o hanno rifiutato la dottrina cattolica, gli insegnamenti della Chiesa sulla morale vengono apertamente combattuti e ignorati di proposito sia dal clero che dai laici. Si possono chiamare buoni tali frutti? La maggior parte dei cattolici direbbe certamente di no. E siccome i frutti sono cattivi, ciò porta a concludere che l’albero che li ha prodotti, il Vaticano II, sia anch’esso cattivo!

 I principî del Vaticano II

Il Vaticano II ha prodotto tali effetti disastrosi perché si è fondato su due principî pericolosi: l’ecumenismo e il modernismo:

w L’ecumenismo cerca di fondere il cattolicesimo con le religioni non cattoliche. Tutte quelle dottrine e pratiche liturgiche che i protestanti o gli altri non cattolici trovano sgradite, devono, di conseguenza, essere eliminate, sminuite o rese ambigue.

w Il modernismo insegna che le verità cambiano di epoca in epoca e che, di conseguenza, anche la Chiesa debba cambiare in modo da essere così «incisiva» nel mondo secolare. Il clero modernista assimila il culto, la dottrina e la moralità tradizionale filtrandola attraverso la filosofia relativista moderna e i «principî» e i «valori» della società secolare. I modernisti spogliano così la fede da tutte quelle dottrine e pratiche liturgiche che alla mentalità moderna possono apparire troppo intransigenti, esclusiviste, difficili, oscurantiste, fanatiche o imbarazzanti. Come risultato, la nozione stessa di verità oggettiva viene a cadere, la religione viene così ridotta a poco più di un sentimento o di un simbolo, mentre gli stessi principî della morale divengono vaghi. Fu la politica ecumenica e modernista del Vaticano II che portò alla creazione della nuova Messa.

 La nascita della nuova Messa

Poiché tutti quei concetti e pratiche liturgiche rifiutate dai non cattolici e dalla mentalità moderna abbondavano nella Messa romana, i riformatori nella Chiesa del postconcilio decisero di gettare a mare il vecchio rito e di crearne uno nuovo che potesse rimpiazzarlo. Questo avrebbe dovuto soddisfare due propositi:

w Per soddisfare i protestanti, nel nuovo rito bisognava eliminare, o almeno sminuire, la dottrina cattolica secondo cui la Messa fosse un sacrificio propiziatorio 6, celebrata da un ministro consacrato, in cui Cristo diviene presente sotto le Specie del pane e del vino mediante la «transustanziazione».

w Per soddisfare l’uomo moderno occorreva invece abolire o stemperare parole forti come «inferno», «pena», «punizione eterna», «miracolo», «anima» e «separazione dal mondo».

Il compito di formulare un tale rito fu affidato ad una commissione chiamata Consilium (Consilium ad exequendam Costitutionem de Sacra liturgia). Tra gli osservatori non cattolici vi erano sei pastori protestanti: Ronald JasperMassey ShepherdRaymond GeorgeFriedrich KunnethEugene Brandt e Max Thurian in rappresentanza degli anglicani, del Consiglio Ecumenico delle Chiese, dei luterani e della comunità calvinista di Taizé.

osservatori protestanti con paolo VI

Il 10 maggio 1970, in occasione dell’udienza concessa ai sei pastori protestanti che hanno collaborato all’elaborazione del Novus Ordo Missæ, Paolo VI, parlando del loro contributo ai lavori del Consilium liturgico, ebbe a dire: «Vi siete particolarmente sforzati di dare più spazio alla Parola di Dio contenuta nella Sacra Scrittura; di apportare un più grande valore teologico ai testi liturgici, affinché la “lex orandi” (“la legge della preghiera”) concordi meglio con la “lex credendi” (“la legge della fede”)» (cfr. R. Coomaraswamy, Les problèmes de la nouvelle messe, Editions L’Age d’Homme, Losanna 1995, pag. 36). Non si capisce proprio come dei protestanti che negano la Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucarestia, l’essenza sacrificale della Messa, il sacerdozio ministeriale, la mediazione universale di Maria SS.ma e dei Santi, e altre verità di fede possano aver apportato «un più grande valore teologico ai testi liturgici».

 

Sul loro ruolo all’interno del Consilium, il Vescovo William Baum (creato Cardinale nel 1976 da Paolo VI) disse: «Essi non si trovavano lì solo come osservatori, ma anche come consulenti che parteciparono attivamente al rinnovamento liturgico. Non avrebbe rappresentato molto se si fossero limitati ad ascoltare; essi vi contribuirono pienamente». E il risultato finale fu la promulgazione della nuova Messa nell’aprile del 1969.

 Un documento rivelatore

Nel 1969, l’Institutio Generalis Missalis Romani introdusse per primo i testi ufficiali della nuova Messa. Gli estensori ne presentarono i principî dottrinali che erano alla base del rito che avevano elaborato. Esso costituisce un documento rivelatore. Eccone i punti salienti:

w Definizione di Messa: l’Institutio Generalis si riferisce alla Messa come alla «Cena del Signore», termine questo gradito ai protestanti, e la definisce come «sacra assemblea o riunione del popolo di Dio volta alla celebrazione del memoriale del Signore sotto la presidenza del sacerdote». Lutero stesso avrebbe potuto scrivere una definizione del genere! Don Luca Brandolini (Vescovo dal 1987), che partecipò alla creazione del nuovo rito, disse di questo passo: «Si parte dal concetto di assemblea per dare una definizione alla Messa».

cardinale william baum

mons. luca brandolini

Card. William Baum Mons. Luca Brandolini

w Il banchetto comunitario: l’Institutio presenta la Messa anzitutto come un banchetto comunitario o un memoriale, piuttosto che come un sacrificio.

w La presenza di Cristo: l’Institutio non fà alcuna menzione della Presenza Reale di Gesù Cristo nell’Eucarestia e della Transustanziazione. Insegna invece che Cristo è presente nell’assemblea, nella lettura delle Sacre Scritture, nel sacerdote, e che l’Ultima Cena viene così resa presente.

w Il ruolo del celebrante: é l’assemblea che «offre» la Messa e il sacerdote si limita a «presiederla» perché il suo ruolo ora non è più quello del sacrificatore e mediatore, ma quello di un semplice «presidente dell’assemblea».

w La Consacrazione: ciò che nel vecchio rito veniva definita «consacrazione», nella nuova Messa è ora chiamata narratio institutionis («racconto dell’istituzione»). Questo termine viene usato dai protestanti per significare che l’Eucaristia, invece di essere un sacrificio, è un mero richiamo al racconto dell’Ultima Cena. Ma quando il sacerdote recita le parole della Consacrazione in modo puramente narrativo, la sua intenzione viene considerata insufficiente e la Messa è così invalida: Cristo non diviene realmente presente e il sacrificio non ha luogo. Ma quando i fedeli avvertirono l’allarme su come il nuovo rito promuovesse idee così pericolose, i creatori della nuova Messa cercarono di occultare le proprie intenzioni. Nel 1970, infatti, gli innovatori elaborarono una seconda edizione dell’Institutio che aboliva la maggior parte del linguaggio fatto oggetto di obiezioni e che includeva invece termini tradizionali. Ma d’altra parte lasciarono completamente invariato il nuovo rito che avevano creato basandosi sui falsi principî enunciati nel 1969. Il nuovo rito resta adesso l’unico usato nelle chiese del mondo.

 Un rito ecumenico e modernista

Mettendo a confronto le preghiere e le cerimonie della Messa romana con quelle del nuovo rito, è facile constatare come i principî teorici vengano messi in pratica e come la dottrina cattolica tradizionale sia stata, per così dire, «depennata» per ingraziarsi i protestanti e la mentalità moderna. Ecco alcuni esempi:

w Il comune rito penitenziale: la Messa romana comincia con il sacerdote che recita delle preghiere di riparazione a Dio chiamate «preghiere ai piedi dell’altare». La nuova Messa comincia invece con un «rito penitenziale» che il celebrante e i fedeli recitano in comune. E chi fu il primo ad introdurre un rito penitenziale in comune? I protestanti del XVI secolo che volevano promuovere l’insegnamento che il sacerdote non differiva dai semplici fedeli.

messa dei bambini

messa dei bambini

Ecco come viene presentata la Messa ai bambini

w Loffertorio: le preghiere dell’Offertorio nella Messa romana contengono allusioni specifiche a molti punti della dottrina cattolica: che la Messa è offerta in riparazione dei peccati, che i Santi devono essere onorati, ecc… I protestanti rifiutavano tali dottrine e abolirono le preghiere dell’Offertorio. «Quell’abominio chiamato “offertorio” – diceva Lutero – con tutto ciò che sa di oblazione». Dopo essere stato abolito, nella nuova Messa l’Offertorio è stato sostituito con una cerimonia chiamata «presentazione dei doni». Le preghiere ritenute offensive dai protestanti sono state dunque rimosse. Al loro posto vi è adesso la vaga preghiera: «Benedetto sei Tu Signore, Dio dell’universo. Dalla Tua bontà abbiamo ricevuto…», tratta da un ringraziamento ebraico recitato prima dei pasti.

w Le preghiere eucaristiche: la Messa romana ha un’unica preghiera eucaristica, l’antico Canone romano. Il Canone è sempre stato il bersaglio favorito delle polemiche luterane e protestanti. Al posto di un unico canone, la nuova Messa ha un numero diverso di preghiere eucaristiche delle quali ne riporteremo qui soltanto una: la Preghiera Eucaristica n° 1. La sequela dei Santi, tanto aborrita dai protestanti, è ora resa facoltativa, e quindi raramente usata. I traduttori ne hanno fatto diverse versioni: tra l’altro, l’idea di offrire Cristo-Vittima nella Messa (una nozione condannata da Lutero) è scomparsa. Tutte le preghiere eucaristiche prevedono ora pratiche liturgiche tipicamente protestanti: sono pronunciate ad alta voce invece che in silenzio e seguono tutte un’impostazione narrativa piuttosto che essere una vera e propria Consacrazione. I vari segni di riverenza verso il Santissimo Sacramento (genuflessioni, segni di Croce, campane, incenso, ecc…) sono stati ridotti, resi facoltativi o eliminati.

w La Comunione nelle mani: un protestante del XVI secolo, Martin Butzer (1491-1551), condannò l’uso della Chiesa di dare ai fedeli l’Ostia nella bocca come un qualcosa che giustificava una doppia superstizione:

– il falso onore tributato al Sacramento Sacramento;

– la deplorevole arroganza dei sacerdoti chiamati sempre a maggior santità nel popolo di Dio in virtù dell’olio della consacrazione.

L’uso protestante della Comunione nella mano rappresenta quindi un rifiuto della Presenza Reale di Cristo e dell’idea del sacerdote-sacrificatore. D’altronde, l’introduzione di tale pratica nella nuova Messa (un rito dove Gesù Cristo «è presente nell’assemblea» e dove il sacerdote non fà altro che presiederla) rappresenta ancora un ulteriore allontanamento dalla dottrina bimillenaria della Chiesa. Ma chi ha creato il nuovo rito ha fatto di meglio rispetto ai protestanti: un laico non solo è ammesso a ricevere la Comunione nelle mani, ma anche a distribuirla, magari anche in pantaloncini o in minigonna (se si tratta di una laica). L’uso della Comunione nella mano fà appello anche all’uomo contemporaneo che ama sentirsi «autonomo» e «adulto» e non soggetto a nessuno (concetti questi peraltro estranei al patrimonio cattolico tradizionale).

martin butzer - bucero

comunione nella mano

Martin Butzer Comunione in mano

w Il culto dei Santi: le orazioni nella Messa romana di frequente invocano il nome dei Santi e ne chiedono l’intercessione. Il culto che la Chiesa riserva ai Santi è sempre stata bollato dai protestanti come «superstizioso» 7. Il nuovo rito ha abolito la maggior parte di queste invocazioni, oppure le ha rese facoltative e, in più, ha riscritto in un’ottica protestante tutte quelle preghiere recitate durante le ricorrenze: sono state infatti tolte tutte quelle allusioni al «merito dei Santi», al «trionfo della vera fede», alla «Chiesa cattolica come unica vera Chiesa», al «peccato d’eresia» e alla «conversione degli eretici».

w Il culto delle anime purganti: come cattolici, sappiamo che quando un nostro fratello ci lascia, si prega per il riposo della sua anima. Questa dottrina si riflette nelle «Preghiere per i defunti» della Messa romana: «Possiate essere Voi, o Signore, misericordioso verso N. N.». I protestanti rifiutano la dottrina per cui si debba pregare per i defunti, e i modernisti rifiutano la posizione tradizionale sull’anima e sul Purgatorio. Il nuovo rito prevede 114 preghiere per i defunti: in tutte, tranne che in due, la parola «anima» è stata eliminata. Una semplice svista? Don Enrico Asworth, che collaborò nel 1970 alla stesura del nuovo rito, ammise che tali omissioni erano intenzionali!

w La teologia «negativa»: la mentalità moderna è inconciliabile con l’aspetto «severo» della religione cattolica, e i teologi del postconcilio hanno fatto del loro meglio per nasconderlo. Gli estensori del nuovo rito hanno quindi sistematicamente rimosso dalle preghiere della nuova Messa tutti quei concetti «negativi» come «inferno», «giudizio», «ira di Dio», «punizione eterna», «gravità del peccato» e «malvagità del mondo». A tal proposito, chiedetevi quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di queste cose durante una Messa moderna.

w Le parole di Cristo: quando Gesù Cristo istituì l’Eucarestia durante l’Ultima Cena, disse che il Suo Sangue sarebbe stato «versato per voi e per molti in remissione dei peccati». Questo è ciò che dicono esattamente le parole della Consacrazione nel rito romano. Nella versione ufficiale del nuovo rito, per la maggior parte delle lingue occidentali (inglese, tedesco, italiano, portoghese e spagnolo), il «molti» è scomparso ed è stato rimpiazzato da un «per tutti». Una versione delle parole della Consacrazione che non ha il minimo riscontro nella storia della liturgia eucaristica della cristianità. La giustificazione teorica data per una simile traduzione, veniva fornita dagli scritti di un protestante tedesco e modernista, Gioacchino Geremia. Il vero punto della fraudolenta traduzione stava nel fatto di voler dipingere il Salvatore come un capo ecumenico che vuol salvare tutti gli uomini, senza preoccuparsi eccessivamente della loro fede. Il cambiamento nelle parole di Cristo suscita inoltre dei dubbi sulla validità della Consacrazione del Calice e si aggiunge già a quello suscitato dalla trasformazione della Consacrazione Eucaristica in una versione narrativa dal sapore protestante.

w Irriverenza sacrilega: oltre a promuovere una falsa dottrina, la nuova Messa è anche sacrilega. Un sacrilegio è qualcosa che offende il carattere di ciò che è sacro. Considerate il fatto di come i riti della nuova Messa offendano o sminuiscano il carattere sacro dell’Eucaristia. Le stesse parole di Cristo per la Consacrazione del Suo Preziosissimo Sangue sono state falsate. La Comunione nella mano, dove si mette l’Ostia in mani non consacrate, è una pratica ufficialmente approvata; gli uomini e le donne laiche possono ora maneggiare le Sacreministro straordinario dell'eucarestia Particole; si può usare anche un pane friabile con le briciole che cadono sul pavimento; in maniera distratta i fedeli si portano la Comunione alla bocca come se si trattasse di un biscotto; quando l’Ostia cade nessuno provvede più a raccoglierla con le dovute cautele; il sacerdote non provvede più a purificarsi le dita dai frammenti nel Calice; un applauso scrosciante vien fatto quando i fedeli dovrebbero essere in raccoglimento per prepararsi a ricevere la Comunione; la genuflessione dei fedeli è stata quasi dappertutto abolita; si usano adesso come calici e pissidi delle coppe di vetro e ceramica di aspetto comune e non consacrati; alla Comunione ora ci vanno ormai tutti senza essersi prima confessati. Dove si celebra il nuovo rito vi è un’atmosfera generale di irriverenza che porta all’idea che non tutto sia poi così importante e sacro. I fedeli conversano tranquillamente in chiesa, prima o dopo la Messa. Il modo di parlare del sacerdote è di proposito familiare e banale e il celebrante si comporta spesso come un attore dilettante che deve recitare la sua parte drammatica. I fedeli vestono casualmente come se fossero andati a far compere e a divertirsi, o in maniera immodesta con pellicce e abiti scollati. La musica, che spesso è accompagnata con chitarre e tamburelli, crea il più delle volte un’atmosfera mondana e popolare. Le chiese sono state spogliate delle statue dei Santi e degli arredi, e a guardarle non sembrano più «sacre» della stazione dei treni. Tutto questo converge ad un’idea soltanto: la Messa e la Presenza Reale di Cristo non sono poi «cose importanti». Di conseguenza la nuova Messa degrada ciò che esiste di più sacro sulla Terra: il rinnovamento incruento del sacrificio della Croce, e insulta direttamente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del Nostro Redentore. La nuova Messa è gravissimamente blasfema e il fatto stesso che tanti cattolici di buona volontà siano stati costretti ad accettarla fà parte di quel sottile piano diabolico sotto la falsa bandiera dell’obbedienza.

 La perdita della fede

La liturgia, di per sé, come già abbiamo detto, influenza la fede di coloro che vi partecipano. Quindi, i frutti della nuova Messa non dovrebbero costituire per noi una sorpresa. I cattolici hanno smesso di credere al dogma principale della Messa, che cioè il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo con la Transustanziazione. In un sondaggio condotto dal New York Times, nell’aprile del 1994, fu chiesto ai cattolici americani se il pane e il vino nella Messa fossero:

– «cambiati nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo» (secondo la dottrina tradizionale);

– «ricordi simbolici di Cristo» (secondo il credo protestante).

Ebbene, il 70% degli intervistati, nella fascia di età tra i diciotto e i quarantaquattro anni, rispose che il pane e il vino nella Messa erano solamente «ricordi simbolici». Anche nella fascia di età tra i quarantacinque e i sessantaquattro anni, il 58% rispose in tal modo, e solo il 38% ribadì la dottrina tradizionale. Negli intervistati di età superiore ai sessantacinque anni, solo un sofferto 51% optò per l’insegnamento tradizionale, mentre il 45% rispose nella maniera succitata. Nel passato, i martiri cattolici avrebbero scelto di morire piuttosto che affermare che la Presenza Reale di Cristo non era altro che simbolica! Adesso, invece, la posizione cattolica sull’Eucarestia in linea di massima non si distingue più da quella luterana, presbiteriana o metodista. La causa principale di questo «crollo» è da ricercarsi nella nuova Messa, la quale ha propagato i suoi errori dottrinali e le sue pratiche sacrileghe per decenni. É riuscita a trasmettere il messaggio del nuovo rito… e ha fatto perdere la fede.

 Cosa fare allora?

messa cattolicaRisulta quindi facile capire perché alcuni cattolici, con esplicita rinuncia, hanno deciso di non frequentare il nuovo rito e di andare solo alla Messa romana. Questa Messa è fedele alla dottrina che la Chiesa cattolica ha sempre ribadito e proclamato; al contrario, la Messa moderna annacqua e cancella la dottrina a vantaggio degli eretici. La Messa romana offre a Santissimo Sacramento un trattamento di grandissima riverenza, mentre il rito moderno gli riserva quello di un banalissimo pezzo di pane! Il rito romano affonda le proprie radici nella tradizione degli Apostoli; al contrario del nuovo, che è filo-protestante, modernista e corruttore della fede. L’atteggiamento che i cattolici dovrebbero avere verso la nuova Messa, potrebbe essere riassunto da queste tre parole: «Stiamone alla larga»! Se queste parole possono suscitare sorpresa e indignazione, si consideri questo: il fine principale della Messa è quello di onorare e servire Dio; e un rito che corrompe la dottrina della Chiesa, spaccia eresie come verità di fede, falsa le parole stesse del Signore, si mostra blasfemo contro il Suo Corpo ed è in combutta con i protestanti e con i modernisti, non di certo serve ad onorare Dio. Può al massimo disonorarlo. Nessun cattolico, ovviamente, vuol dispiacere al Signore; per questa ragione tutti i cattolici che rifiutano gli errori del nuovo rito e del Vaticano II non vanno a Messa tutte le domeniche, se non c’è il rito romano al quale possano assistere. Piuttosto che prendere parte ad un rito che possa offendere Dio, i cattolici (come gli inglesi del XVI secolo quando i protestanti introdussero le loro riforme liturgiche) cercano di assistere alla Messa romana e, non potendo assistervi, restano a casa loro, leggendo i messalini e unendosi spiritualmente alle Messe di vecchio rito celebrate nel mondo.

 La Messa con lindulto (o con il Motu Proprio)

I cattolici che rifiutano gli errori del Vaticano II e la nuova Messa, hanno tenuto in vita il rito antico dal 1969. Ma in alcune città, a partire dal 1984, certi Vescovi hanno cercato di guadagnarsi le simpatie dei «tradizionalisti» (cercando di ricondurli alla religione conciliare 8) permettendo che nella loro diocesi si potesse celebrare saltuariamente (o regolarmente) il vecchio rito «in maniera ufficiale»: queste Messe vengono comunemente chiamate «Messe con l’indulto». Grazie all’indulto, molti cattolici hanno così potuto riassistere al vecchio rito o vederlo per la prima volta. Questo è senza dubbio un grande passo avanti. Ma ci sono comunque dei seri problemi con la Messa con l’indulto. Le Ostie tolte dal Tabernacolo, consacrate prima in maniera dubbia e sacrilega con il nuovo rito, potrebbero essere distribuite durante la Comunione; il celebrante (o il Vescovo da cui ha ricevuto la nomina sacerdotale) potrebbe essere stato ordinato con i nuovi riti conciliari la cui validità è fortemente dubbia; le Ostie consacrate e riposte nel Tabernacolo nel vecchio rito, potrebbero poi esser dopo distribuite nelle mani dei fedeli durante la nuova Messa!

Si potrebbero citare tantissimi altri problemi analoghi. In ultima analisi, d’altronde, la Messa con l’indulto è solo un trucco per neutralizzare la protesta contro la nuova Messa e il Vaticano II. La nuova Messa, come abbiamo visto, trasuda errori dottrinali ed è sacrilega. Ma i preti e i fedeli che promuovono tali Messe con l’indulto, per ottenere l’approvazione dal loro Vescovo, devono impegnarsi a tacere sui mali del nuovo rito e del Concilio. Questo risulta molto più evidente da alcune «direttive» del Vaticano, che permettono il rito tradizionale sotto certe precise condizioni. Queste direttive obbligano il sacerdote che celebra queste funzioni, ad aderire alle riforme del Vaticano II, così come a promuovere «il loro adeguamento ai valori liturgici, disciplinari e dottrinali indicati dal Concilio». La Messa viene così degradata ad un mero esercizio di nostalgia, di estetica, di antiquariato, di preferenza e di dolce sentimentalismo. D’altronde, con la Messa dei bambini, delle ragazze all’altare e della Comunione nella mano, il grande banchetto conciliare può così offrire una scelta in più tra tante pietanze considerate buone e dove tutto è una questione di gusto personale. I cattolici che vanno alla Messa con l’indulto possono così anche sedersi a destra (la sezione della «Chiesa Alta») nel grande parlamento ecumenico del Vaticano II.

 Ricordati di santificare le feste

Talvolta i preti modernisti dicono che andare alla Messa «tradizionalista» in una chiesa non riconosciuta dalla diocesi, non costituisce adempimento del precetto festivo o, peggio ancora, rappresenta un peccato. In queste parole sembra implicita l’idea che si sia obbligati aelevazione del calice seguire il nuovo rito! Questo non è assolutamente vero. Il nostro primo obbligo è quello di onorare Dio e di salvare la nostra anima e nessuno può legittimamente obbligarci a seguire un rito che disonora il Signore e nello stesso tempo pregiudica la nostra salvezza falsando la fede cattolica. Per quanto riguarda il peccato, chi ha frequentato anche solamente per un po’ la Messa nuova sa bene quale alto concetto di peccato abbiano ancora i preti moderni! Comunque, se andare alla Messa «tradizionalista» è un peccato, questo è l’unico forse ancora rimasto nel postconcilio! Ironicamente, è proprio il nuovo Codice di Diritto Canonico a contraddire le loro esternazioni sul precetto festivo. Il Codice del 1983 stabilisce infatti che il precetto festivo «viene adempiuto dall’assistenza alla Messa celebrata in qualsiasi luogo secondo il rito cattolico» (can. § 1248.1), e la Messa che la Chiesa ha sempre celebrato per secoli non ha certo nessuna difficoltà ad essere qualificata come cattolica. La nostra situazione è come quella dei cattolici inglesi del XVI secolo quando i sacerdoti e i Vescovi adottarono il nuovo credo riformato e cercavano di imporre un rito nuovo ai fedeli. I cattolici ignorarono i precetti e le leggi dei novatori, che comandavano di adempiere al precetto festivo con la Messa eretica, e cercarono invece di trovare dei sacerdoti che potessero provvedere così a celebrare la vera Messa risonante di dottrina cattolica. E così pure ai nostri giorni. Le chiese e le cattedrali si trovano occupate da un clero che promuove una falsa dottrina e una forma eretica di culto. Come i cattolici del XVI secolo, anche noi non abbiamo nessun obbligo di seguire i dettami di un clero che ha pubblicamente apostatato dalla fede. E ancora, come siamo obbligati a seguire la vera dottrina e il culto cattolico, così dobbiamo ricercare quei preti fedeli che possano provvedere alla salvezza dell’anima.

 Un invito

Dopo il Concilio Vaticano II, i cattolici sparsi nel mondo hanno serrato i ranghi per salvare la Messa e i Sacramenti. Da qualche parte sono riusciti anche ad allestire delle splendide chiese per dare degna dimora al Signore; da qualche altra parte, invece, il Santo Sacrificio della Messa viene offerto in camere prese in affitto, proprio come la prima Messa (l’Ultima Cena) che si celebrò in una stanza affittata. Ad ogni modo, ciò che importa è la Messa, «grazie alla quale il Sole può sorgere e tramontare», come diceva San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751). Se quello che abbiamo detto fin qui vi ha instillato nell’anima il lodevole desiderio di venire alla Messa romana, vi invitiamo ad unirvi a noi alla prossima celebrazione. Questo libretto ha voluto essere solo una breve esposizione delle ragioni di quei cattolici rimasti «saldi e forti nella fede che avete appreso» (2 Ts 2, 14). Vi invitiamo comunque ad approfondire le nostre posizioni con la lettura e con lo studio. Esistono diversi libri e riviste che offrono una spiegazione e una difesa delle nostre ragioni. Infine, vi invitiamo alla preghiera e a ricercare l’intercessione della Madonna e dei Santi perché vi facciano ottenere la grazia di perseverare nell’unica vera fede, fino alla morte.

 Letture raccomandate

w Don A. Cekada, Non si prega più come prima, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia.

w Cardinali A. Bacci e A. Ottaviani, Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia.

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NOTE

1 Traduzione dall’originale in lingua inglese Welcome to the Traditional Latin Mass («Benvenuti alla Messa tradizionale in latino»), Catholic Restoration, Troy (Michigan) 1995, a cura di Luca Schiano.

2 La forma liturgica celebrata fino al Concilio Vaticano II viene spesso chiamata in diversi modi: «Messa tradizionale», «Messa di San Pio V», o «Messa tridentina»; tuttavia, a nostro avviso, l’aggettivo più corretto e che più le si addice è quello di «Messa romana», che noi utilizzeremo nel corso di questo libretto (N.d.R.).

3 Sacrosanto Concilio di Trento.

4 Cfr. R. Bainton, Here I Stand («Io resto qui»), Ed. Mentor, pag. 156.

5 Tenutosi dall’11 ottobre del 1962 all’8 dicembre 1965.

6 Offerto in riparazione dei peccati.

7 La conferma che questo, purtroppo, sia ancora oggi il pensiero del mondo protestante a riguardo del cattolicesimo romano – nonostante ormai cinquant’anni di sciagurati tentativi ecumenici, messi in atto dai soli cattolici, per avvicinarsi ai «fratelli separati» – viene da diverse opere scritte da autori riformati. Tra i tanti ne citiamo alcuni: nel suo libro Gli occhi aperti sulle astuzie di Satana (Ed. La Buona Novella, Brindisi 1988), il protestante tedesco Emil Kremer include tra le forme di superstizione (che egli definisce «peccati d’abominio») anche «il culto reso ad immagini e statue»«le preghiere indirizzate ai santi» (pag. 95), oppure il «ripetere un certo numero di preghiere o di “Pater” con lo scopo di ottenere da Dio qualche cosa» (pag. 96). Un altro autore protestante, l’italiano Carlo Fumagalli, nel suo libretto Magia: sua vera natura e conseguenze (Ed. La Buona Novella, Brindisi s.d.), rincara la dose includendo tra le forme di «idolatria religiosa» anche il «portare addosso reliquie di santi, scapolari, ecc… e venerarli», e aggiuge: «Le preghiere indirizzate ai Santi, a Madonne e a morti nascondono un grosso pericolo: possono aprire un collegamento diretto con demoni» (pag. 24).

8 Al di là delle varie considerazioni che si possono fare sulla vera ragione per cui le autorità che seguono il Vaticano II hanno concesso questo «permesso» per celebrare la Messa romana (un’abile espediente per convogliare su un binario morto, costruito ad arte, la protesta «tradizionalista»), c’è poi da dire che coloro che chiedono di usufruire di tale concessione al loro Vescovo devono firmare un documento in cui si dice di accettare la «bontà» del nuovo rito. 

 solo la superficialità che regna a proposito di questo argomento nel milieu cattolico, ma soprattutto la più completa ignoranza a riguardo dei veri motivi che stanno alla base delle preferenze in materia liturgica di certi cattolici. Non volendo rubare altro tempo prezioso al lettore, invito quindi a leggere questo articolo con animo sereno, tenendo però sempre l’occhio fisso alle verità immutabili della dottrina cattolica, l’unica che può condurci al porto sicuro della salvezza eterna.

Metapolitica: da Evola, Guénon, Spengler e Junger al Cattolicesimo Tradizionale

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di Matteo Castagna per https://www.2dipicche.news/da-evola-guenon-spengler-e-junger-al-cattolicesimo-tradizionale/

Già nel 1927 René Guénon parlava di una “crisi” della società occidentale a lui contemporanea inserendosi in modo del tutto particolare (come spiega approfonditamente Giovanni Sessa nel suo saggio nell’Appendice 2) in quella che sarebbe stata poi definita proprio “letteratura della crisi”, di cui fa parte tutta una lunga serie di autori, delle più varie origini culturali, e di cui Julius Evola, nella sua introduzione del 1937, cita quelli allora più noti.

Gianfranco De Turris, nella prefazione del libro di Guénon sulla crisi del mondo moderno, ed. Mediterranee scrive cose molto importanti:

Il punto di partenza è “spirituale”; quindi, si può ritenere che la descrizione della “crisi” della società effettuata nel 1927 sia ancora attuale, e dopo tanti decenni valida non soltanto – se vogliamo seguire la dicotomia di Guénon – per l’Occidente materialista, che si basa sull’ “azione”, ma ormai anche per l’Oriente spiritualista che si basa sulla “contemplazione”.

La situazione per quest’ultimo, essendosi viepiù deteriorata e rispetto al tempo di Guénon e rispetto al tempo in cui Julius Evola scriveva l’introduzione del 1972. Del resto, il filosofo italiano aveva pubblicato sin dal 1950 un articolo dal titolo simil-spengleriano de Il tramonto dell’Oriente, in cui si spiegavano esattamente i motivi di questo declino.

Due sono i fenomeni che sia Guénon che Evola non avevano previsto novanta e quarant’anni fa (del resto non ci pare che nemmeno altri vi avessero pensato, né filosofi né tantomeno scienziati), ma che comunque non solo non inficiano i loro ragionamenti, ma addirittura li rafforzano: uno di tipo spirituale e uno di tipo più pratico. Il primo, paradossalmente, è il peso crescente delle religioni. L’Islam nel Vicino e Medio Oriente, il Cristianesimo proprio nelle regioni più lontane, in Sud America e nell’Oriente Estremo. Ma in una società sempre più secolarizzata il peso che esse hanno è deviato rispetto alle origini.

L’Islam è deviato con lo sviluppo delle sue correnti fondamentaliste e le frange terroristiche, con la “guerra santa” non solo contro gli occidentali ma soprattutto contro coloro che nei loro territori professano religioni diverse o sono di fazioni islamiche da sempre contrapposte.

Il Cristianesimo, al contrario, con il suo ecumenismo (o para religiosità) che mette ogni cosa sullo stesso piano e poi non ne sa accettare le conseguenze quando viene strumentalizzato o perseguitato e martirizzato senza suscitare troppa indignazione internazionale.

Il secondo aspetto è la scienza che, anche qui paradossalmente, si va sempre più “smaterializzando” in alcuni suoi settori che peraltro sono pervasivi e totalizzanti e che contribuiscono alla tanto vituperata “globalizzazione”: si pensi soltanto alla Rete telematica mondiale attraverso la quale, in modo del tutto virtuale, si possono compiere azioni talmente “concrete” da poter destabilizzare intere nazioni dal punto di vista economico-finanziario senza muovere un solo elemento “materiale” e mettendo in crisi le principali Borse mondiali.

Tutto questo però non dimostra altro, anche se in termini diversi, che la decadenza spirituale si espande in maniera sempre più accelerata, come scrive Guénon nella sua prefazione, a esemplificazione del fatto che si sta andando verso la fine non del mondo (come allora si pensava e ancora oggi qualcuno pensa nella galassia apocalittica d’area cattolica o assolutamente di stampo orientale, tribale e atea), ma verso la fine di un mondo, l’attuale, quello della tarda modernità, la cui fine non sarà una apocalisse atomica (vi alludeva Evola nella conclusione della ed. 1951 di “Rivolta contro il mondo moderno”), ma qualcosa di molto più sottile: la perdita dell’anima, della cultura, della indipendenza intellettuale, delle radici individuali e collettive. Insomma, della persona, dell’etica tradizionale collettiva e plurisecolare del Vecchio Continente, per l’instaurazione di uno Stato neutro, che chiamano liberale perché è più fine di a-morale.

Ne “La crisi del mondo moderno” Guénon definisce la società dell’Occidente “materialista” nei confronti dell’Oriente. Questo vale per i suoi aspetti esteriori (il preoccuparsi soltanto della parte materiale dei suoi interessi) e interiori (le filosofie contemporanee e la scienza). Ma, a parte la “materializzazione” dell’Oriente stesso, già denunciata da Evola dopo la guerra, persa anche dal Giappone, e emblematicamente rappresentata dalla Cina, colosso ormai “comunista-capitalista” nutrito al fondo di confucianesimo, per ritornare a parlare di scienza qualcosa è cambiato rispetto agli anni Trenta del Novecento: il sempre più inoltrarsi nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo, spostando così i confini della Realtà verso le origini dell’universo e verso le origini della materia, ha portato al sorgere di varie concezioni, sia cosmogoniche che fisiche, le quali prendono in considerazione un Ente creatore e ordinatore, e molti scienziati a porsi la domanda se definirsi “atei” sia ancora corretto.

Ciò non significa però che gli effetti pratici della scienza, le sue ricadute tecnologiche siano meno “materiali” e che gli scopi siano mutati: gli effetti, come denunciava Guénon, restano sempre gli stessi: l’industria e il profitto. Pur “smaterializzandosi” nella Rete Globale, per accedere a essa sono sempre necessari degli strumenti concreti che le grandi industrie producono a getto continuo, quasi giornalmente, creando, come si vede a ogni novità, una vera dipendenza dei consumatori, specie giovani.

Infatti, in periodo di crisi economica calano le vendite di alimentari e libri, ma non certo le vendite di telefonini e simili. E poiché si tratta di mezzi di comunicazione di massa condizionanti e diffusi per l’intero orbe terracqueo il risultato è un appiattimento conformistico a pseudo-verità camuffato di “democrazia di base”. Al punto che qualche teorico pentito di Internet ha lanciato l’allarme ipotizzando la nascita di una “mente collettiva” sviluppata dalla Rete, ma indipendente dal meccanismo in sé.

E a essa si potrebbero applicare le considerazioni che oltre un secolo fa illustrò Gustave Le Bon nel suo “Psicologia delle folle”, cui lo stesso Guénon indirettamente fa riferimento. Sono mutati i mezzi, ma identico è sempre il fine. Siamo in un Caos, inutile negarlo ironizzandoci su, e in mano a quelle “guide cieche” evocate dal pensatore francese nelle ultime pagine di quest’opera. Sorge quasi spontanea alla mente l’immagine del famoso quadro di Peter Bruegel con la catena dei ciechi che, guidata da un altro cieco, precipita in un abisso senza rendersene conto…

La preveggenza di Guénon, possiamo dire la sua illusione, come anche Evola rileva nelle sue introduzioni alle tre edizioni del libro, quindi nell’arco di trentacinque anni, è aver pensato che un tentativo di reazione alla “crisi del mondo moderno” potesse venire dalla Chiesa cattolica. Poiché la reazione non potrebbe che venire da una élite spirituale (avendo quelle politiche dei limiti o avendo già fallito del tutto) il metafisico francese riteneva che l’unica esistente in Occidente in forma già organizzata fosse la Chiesa di Roma. 

Al termine delle letture di questi due testi metapolitici di Evola e di Guénon, sentii la spinta per tornare alla Chiesa, che abbandonai per circa dieci anni, perché dal 1990 favoriva una politica ultra-progressista, come se il Muro di cui in famiglia e a scuola festeggiammo il crollo, fosse ancora da erigere, contro i “nuovi barbari” della Lega Nord, i “vecchi fascisti” del MSI e del suo Fronte della Gioventù. Strano, perché io, all’epoca, a Verona ritrovavo molti principi riconducibili alla dottrina sociale della Chiesa più nella sede di Via Santa Chiara del partito di Bossi o al “Motta”, dove si trovavano i missini e gli extraparlamentari, più che all’oratorio. Aborto, droga, comunismo erano banditi, mentre in parrocchia erano diventati oggetto di dialogo ed apertura inclusiva.

Nel corso degli attuali 27 anni di conversione militante al Cattolicesimo fedele alla Tradizione, ho conosciuto varie persone, anche sacerdoti, che avevano compiuto il mio stesso percorso, magari con esperienze diverse. Lo stesso cui paradossalmente non giunsero mai né Guénon, né Evola, che nella pars costruens si sono persi nell’esoterismo, nella gnosi, nella magia e in un paganesimo assurdo, per l’evoluzione delle loro stesse riflessioni..

Ne “La crisi del mondo moderno” Guénon scrive che la Chiesa, con gli ultimi pontefici non ha fatto altro che “aprirsi al mondo moderno” sempre più, facendosi un vanto del venire incontro alle sue “istanze”, di accogliere le novità della cosiddetta “società civile” sui piani più diversi, di modificare un poco alla volta una sua “tradizione” millenaria che sembrava consolidata.

Quindi per così dire “materializzarsi” nel senso guénoniano del termine, nel senso di adeguarsi alla corrente del tempo, in pratica essere “al passo coi tempi”, seguire lo Zeitgeist, e così portare un suo contributo alla “crisi” stessa, seguendone la deriva, piuttosto che fare da ostacolo, barriera, freno, “insomma quel katechon paolino che era sempre stato una sua caratteristica spirituale. In tal modo, ha ottenuto una apparente popolarità mediatica e di massa, ma a caro prezzo: perdendo il carisma spirituale e conservando solo quello morale”, sfumando, progressivamente anche in quello, nei decenni successivi.

Era la stessa critica che trovai dai tradizionalisti, prima a Verona e, poi, agli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, predicati da uno dei migliori sacerdoti in quest’ambito. Mi rilessi alcuni brevi testi, che alcuni amici mi avevano consigliato, di cui erano gelosissimi perché praticamente introvabili, se non dal compianto Benizzi Ferrini, che li custodiva per la libera vendita, in un grande magazzino. Capii dopo perché dovevano restare così nascosti…Offrivano troppi tesori da esplorare e spunti per crescere liberi, conoscendo ciò che la modernità giacobina, borghese, liberale, progressista e cattocomunista voleva censurare.

Il Ribelle, di Ernst Jünger (1895-1998) fu uno di questi, illuminanti ed in linea con un pensiero, il mio, che stava procedendo verso la sua definizione. Questa figura, in un’epoca che anche io ritenevo di dittatura tecnologica e burocratica, decide di fare “passaggio al bosco”, ovvero di affermare la propria libertà interiore e agire autonomamente, rifiutando il conformismo. Per me rifiutarlo significava giungere all’essenza dell’identità italiana ed europea, ovvero alla Civitas Christiana ed Chiesa Cattolica, che era stata fino a Papa Pio XII quel katechon che il Concilio Vaticano II (1962-1965) aveva eclissato, oscurato, impoverito, trasformato sino a rendere gli inquilini dei Sacri Palazzi assolutamente ininfluenti, nella “civitate Homini” e assenti dalla “Civitate Dei”, come Sant’Agostino chiamerebbe la Società Temporale e quella Spirituale.

Jünger scrisse che “il Ribelle deve possedere due qualità. Non si lascia imporre la legge da nessuna forma di potere superiore né con i mezzi della propaganda né con la forza. Inoltre, è molto determinato a difendersi, non soltanto usando tecniche e idee del suo tempo, ma anche mantenendo vivo il contatto con quei poteri che, superiori alle forze temporali, non si esauriscono mai in puro movimento”. E chi sono costoro se non i vescovi e i sacerdoti sinceramente e integralmente cattolici, apostolici, romani?

Infine, sempre il grande filosofo tedesco ammoniva: “la resistenza richiede grandi sacrifici: il che spiega anche perché la maggior parte delle persone scelga la costrizione”, che è, a mio avviso, mediocrità. Cristo ci chiede sacrifici. La via per la Vita Eterna non è una passeggiata, ma un Calvario, il cui segreto è l’accettazione della Croce, grande o piccola che sia, perché redentrice, quanto il dolore è purificazione ed espiazione del male e dei peccati che commettiamo.

L’Italia e il Servizio Militare. Il Progetto di Crosetto

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di Matteo Castagna per Stilum Curiae

Si è conclusa giovedì 27 novembre, a Brema, la riunione dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), nella quale i paesi membri hanno definito il percorso di sviluppo dei prossimi programmi spaziali del nostro continente, probabilmente alla luce del fatto che oggi SpaceX di Elon Musk detiene, sostanzialmente, il monopolio dei satelliti in orbita.

I Paesi europei hanno deciso di incrementare del 30% gli investimenti spaziali per il prossimo triennio, portandoli a 22,1 miliardi di euro. Anche l’Europa si è resa conto che “lo spazio è estremamente attrattivo e necessario per la società” oltre che “sempre più importante per la sicurezza e la difesa”. Sono state queste le parole del direttore generale Josef Aschbacher.

L’Italia – riferisce Start Magazine –  emerge come uno dei protagonisti e assume ufficialmente la presidenza della prossima conferenza, prevista nel 2028, che si svolgerà nel nostro Paese. E’ previsto anche che sarà italiano uno dei tre astronauti che parteciperanno alle prossime missioni sulla luna del programma Artemis della NASA.

Per il nostro Paese, l’impegno si è attestato a 3,5 miliardi di euro per i prossimi tre anni. L’Italia è, ancora una volta, tra i primi tre Stati più importanti  dell’Esa: la Germania è in prima posizione, con 5,1 miliardi di euro, la Francia è seconda, con 3,7 miliardi di euro.

E in questo nuovo corso per lo spazio europeo con una crescita del 30% di investimenti, un tassello fondamentale è il nuovo progetto di osservazione della Terra a duplice uso dell’Esa, denominato “European Resilience from Space” (ERS), che potrebbe avere applicazioni sia civili che militari.

Il Financial Times sottolinea che tale piano, proposto dall’agenzia, ha ottenuto quasi tutti i finanziamenti richiesti. Mira a creare un “sistema di sistemi” di livello militare che metta in comune le risorse spaziali nazionali per fornire capacità di sorveglianza, comunicazione e navigazione sicure, nonché l’osservazione della Terra a fini climatici. Insomma, il rapporto tra spazio, controllo e difesa sta diventando sistemico nel Vecchio Continente, che, quindi, si prepara alla concorrenza, soprattutto cinese.

In questa linea va intesa la necessità complementare di reintrodurre in Italia un nuovo servizio militare su base volontaria, come già fatto in Francia e in Germania. A confermarlo è il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, in conferenza stampa a Parigi.

Le dichiarazioni di Crosetto arrivano parallelamente al progetto di Servizio nazionale universale (Snu) annunciato da Macron, che prevede un servizio militare per i giovani di 18 anni, su base volontaria, 25 anni dopo la fine della leva obbligatoria in Francia.

Come ricordava, sempre giovedì scorso, la BBC, il Belgio e i Paesi Bassi hanno introdotto un modello volontario, mentre la Germania sta preparando una misura analoga.

Secondo il ministro Crosetto “se la visione che noi abbiamo del futuro è una visione nella quale c’è minore sicurezza, va fatta una riflessione sul numero delle forze armate sulla riserva che potremmo mettere in campo in caso di situazioni di crisi. Noi abbiamo costruito modelli, in Italia, come in Germania, come in Francia, negli anni scorsi, che riducevano il numero dei militari. In questa nuova situazione, tutte le nazioni, non soltanto europee, mettono in discussione quei modelli che avevamo costruito 10-15 anni fa, e tutti stanno pensando di aumentare il numero delle forze armate”.

Con questa riserva militare ausiliare di diecimila volontari si arriverebbe così a recuperare il gap più volte lamentato dalle forze armate sulla scarsa presenza di uomini e donne a servizio della Difesa, che oggi sono poco più di 160mila.

La Difesa sta puntando a una riserva militare ausiliaria, articolata per specifiche competenze, pronta a essere attivata in caso di necessità.

“È uno schema che non è molto diverso da quello tedesco, perché prevede una volontarietà” – ha spiegato il ministro Crosetto ai giornalisti a Parigi. “Quello tedesco ha un automatismo che scatta, quello francese – da ciò che leggo – è totalmente volontario” ha aggiunto.

L’ANSA del 27 novembre ha ricordato che la riserva potrebbe essere composta da non oltre diecimila unità e si tratta di una disposizione già introdotta dalla legge 119 del 2022 dal precedente esecutivo, che forniva una delega al governo.

Nelle scorse settimane, in un suo discorso ai vertici militari, nella sede del Comando operativo di vertice interforze, il titolare di Palazzo Esercito ha detto che la legge 244, che fissa il limite sul personale della Difesa a 170mila unità, va “buttata via”, perché “lo spirito con cui è nata è morto” e i numeri vanno aumentati di almeno 30-40 mila unità.

La riserva potrebbe essere composta da ex militari o personale con determinate specifiche (sempre su base volontaria), impiegabile nei casi di necessità, durante eventuali conflitti e crisi internazionali, non impiegati sul fronte dei teatri operativi, ma per il supporto logistico e la cooperazione, senza escludere interventi, anche in caso di calamità, come già avviene per i militari.

Si tratterebbe di professionisti a disposizione del Paese, sempre aggiornati con addestramenti periodici e da attivare in determinati casi: dunque non un servizio obbligatorio, proprio perché la difesa oggi più che mai ha bisogno di esperti. Però, l’ “automatismo che scatta” alla tedesca prevede che, in caso di conflitto, i volontari possano diventare coscritti e, questo, ai fini pratici, ha molto poco di volontario…

Il ministro della Difesa Crosetto l’ha chiosato in politichese: “ognuno ha un suo approccio diverso, alcuni hanno addirittura ripristinato la leva. Sapete che in alcuni Paesi come la Svizzera la parte della riserva, in qualche modo, comprende tutti i cittadini fino a oltre 50 anni. Lo stesso sistema di Israele, ma la Svizzera è da 500 anni che non ha una guerra. Anche noi in Italia dovremmo porci il tema di una riflessione che, in qualche modo, archivi le scelte fatte di riduzione dello strumento militare e, in qualche modo, porti a un suo aumento: ci sono motivi di sicurezza che secondo me rendono importante farlo”.

A parere di chi scrive, quanto espresso a Parigi dal Ministro italiano non ha ricevuto l’attenzione dovuta. Ci si sta dicendo che spenderemo miliardi per la difesa e che sarà necessario aumentare i soldati per motivi di sicurezza, che non sono stati esplicitati. Si vede una minaccia nella Federazione Russa? Vladimir Putin ha dichiarato, per l’ennesima volta, che non intende muovere guerra all’Europa, aggiungendo, stavolta, che “sarebbe pronto anche a metterlo per iscritto”. Del resto, l’Ucraina ha perso la guerra, Trump vuole starne fuori, che interesse avrebbe lo zar ad un’azione così priva di senso e azzardata, cui potrebbero credere solo Calenda e Severgnini?

Schlein, per la prima volta, non ha chiesto a Meloni di riferire in Parlamento in merito ai termini di questa necessità di sicurezza, ossia chi e cosa temono i nostri servizi di intelligence e su quali basi concrete? Ma si sa che, anche lei, spesso, è persa sulla luna…

Perciò Crosetto l’ha prevenuta, intervistato dal TG1: “penso che l’Italia debba riflettere su un nuovo modello di difesa, che sia proporzionato ai tempi difficili che stiamo vivendo. E questa è una delle cose che vanno fatte in Parlamento, al di là della maggioranza di governo, perché le scelte del modello di difesa del futuro sono scelte che riguardano un paese intero, uno Stato, una nazione, non soltanto la maggioranza”

Se questa fosse una mossa meramente politica, sarebbe una “preparazione light” per sostituire l’inapplicabile riarmo, chiesto da Ursula von der Leyen, senza farle perdere completamente la faccia. Allora, la base volontaria potrebbe essere eterna, l’aumento dei militari potrebbe rimanere sulla carta e l’implementazione spaziale potrebbe risultare una sorta di allineamento alle superpotenze globali.

Dunque, per il ministro della Difesa, l’ultima parola spetta alle Camere: “Io penso di proporre, prima in Consiglio dei ministri e poi in Parlamento, una bozza di disegno di legge, da discutere, che garantisca la difesa del Paese nei prossimi anni e che non parlerà soltanto di numero di militari, ma proprio di organizzazione e di regole”. Augurandoci che vengano spiegati meglio i presupposti e i supposti motivi per cui, in meno di un decennio si sia passati dal disarmo alla necessità di una difesa così ampia, costosa e strutturata.

 

Una Risposta a chi Ama la Messa Tradizionale ma si vede Negare le Chiese.

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di Matteo Castagna

Il Concilio di Trento, indetto da Papa Paolo III il 13 dicembre 1545, si concluse nel 1563. Fu un Concilio che desiderò, anzitutto, la tutela del dogma e la riforma della Chiesa: spirituale, morale e disciplinare. Le definizioni dogmatiche, ovviamente immutabili, si soffermarono sulle fonti della Fede, sull’interpretazione della Sacra Scrittura, sulla dottrina sul peccato originale, sulla giustificazione e il valore dei Sacramenti.

Nel corso della Sessione XIII, dell’11 ottobre 1551 si trovano “I Canoni sul Santissimo Sacramento dell’ Eucarestia” (cfr. “Conciliorum Oecumenicorum Decreta”, 3a ed. bilingue a cura di. G. Alberigo et al., EDB, Bologna 2003).

Sin dal punto 1) la Chiesa è chiarissima: “se qualcuno negherà che nel santissimo sacramento dell’eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro signore Gesú Cristo, con l’anima e la divinità, e, quindi, tutto il Cristo, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema”.

Alla Sessione XXII, del 17 settembre 1562, il Sacro Concilio di Trento enuncia la “Dottrina e canoni sul santissimo sacrificio della Messa”, continuando con la consueta ed assoluta chiarezza: “se qualcuno dirà che nella messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato a mangiare, sia anatema”.

 

Prosegue al punto 3): “se qualcuno dirà che il sacrificio della messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o la semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, e non propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che non si deve offrire per i vivi e per i morti, per i peccati, per le pene, per le soddisfazioni, e per altre necessità, sia anatema”.

Fondamentale, poiché si riferisce alla Santa Messa, detta di San Pio V, o, più volgarmente tridentina o tradizionale, il cui nucleo fondamentale risale al III secolo, il punto n.6): “se qualcuno dirà che il canone della messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema”.

Infine ecco un altro precetto importante: 9): “se qualcuno dirà che il rito della Chiesa Romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da riprovarsi; o che la messa debba essere celebrata solo nella lingua del popolo […], sia anatema”.

Proprio il Santo Pontefice Pio V, il 17 luglio del 1570 accompagnò il Messale con la Costituzione Apostolica “Quo Primum Tempore” (Pius Episcopus Servus Servorum Dei, ad Perpetuam Rei Memoriam) ove utilizza tutta la Sua Autorità magisteriale per sottolineare, al punto VI: […] “stabiliamo e comandiamo, sotto pena della Nostra indignazione, che a questo Nostro Messale, recentemente pubblicato, nulla mai possa venir aggiunto, detratto, cambiato”.

Emblematico il punto VII: ” […] in virtú dell’Autorità Apostolica, Noi concediamo, a tutti i sacerdoti, a tenore della presente, l’Indulto perpetuo di poter seguire, in modo generale, in qualunque Chiesa, senza scrupolo veruno di coscienza o pericolo di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, questo stesso Messale, di cui dunque avranno la piena facoltà di servirsi liberamente e lecitamente”. “Similmente decretiamo e dichiariamo che le presenti Lettere in nessun tempo potranno venir revocate o diminuite, ma sempre stabili e valide dovranno perseverare nel loro vigore” (punto VIII).

Il Santo Pontefice conclude, impegnando tutto l’Orbe cattolico: “Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo” (punto XIII).

Quattrocento anni dopo la santificazione di tantissime anime, nel 1969-70, scoppiò una rivoluzione. La Messa non si celebra più. Si presiede l’Assemblea del popolo, spostando su chi assiste tutta l’attenzione e a quanto avvenne sul Calvario, viene dedicata la commemorazione. Le formule dell’Offertorio e della Consacrazione vengono modificate, l’altare trasformato in tavola, in un totale contesto desacralizzato e privato di molte preghiere.

Il giorno del Corpus Domini del 1969 i Cardinali Ottaviani (all’epoca Prefetto del Sant’Uffizio) e Bacci presentarono a Giambattista Montini (Paolo VI) il Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae, scrivendo nella lettera di presentazione: “[…] il Novu Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero”.

Montini non rispose mai. All’udienza generale del 17 marzo 1965 disse: “l’assemblea diventa viva ed operante; intervenire vuol dire lasciare che l’anima entri in attività, di attenzione, di colloquio, di canto, di azione”. “L’armonia di un atto comunitario, compiuto non solo col gesto esteriore, ma con il movimento interiore del sentimento di fede e di pietà, imprime al rito una forza e una bellezza particolari: esso diventa coro, diventa concerto, diventa ritmo d’una immensa ala volante verso le altezze del mistero e del gaudio divino”. “Prima – aggiunge il Pontefice – bastava assistere, ora occorre partecipare; prima bastava la presenza, ora occorrono l’attenzione e l’azione; prima qualcuno poteva sonnecchiare e forse chiacchierare; ora no, deve ascoltare e pregare”.

Nell’udienza generale del 26 novembre 1969, Paolo VI annunciò che, a cominciare dalla domenica successiva, sarebbe stato instaurato il nuovo rito della Messa, riformato sulla base delle indicazioni della Costituzione apostolica conciliare “Sacrosanctum concilium”. Che strano: un Concilio ecumenico che si volle espressamente solo “pastorale”, trasforma addirittura la Lex Orandi della Chiesa…

“Un cambiamento – proseguì Montini – che riguarda una venerabile tradizione secolare”, e perciò tocca “il patrimonio religioso ereditario, che sembrava dover godere d’una intangibile fissità”.

Questo cambiamento riguarda lo svolgimento cerimoniale della Messa: “avvertiremo forse con qualche molestia – spiega il dotto Montini – che le cose all’altare non si svolgono più con quella identità di parole e di gesti, alla quale eravamo tanto abituati, quasi a non farvi più attenzione”.

Il cambiamento tocca anche i fedeli. E vorrebbe interessare, aggiunge Paolo VI, “ciascuno dei presenti, distogliendoli così dalle loro consuete devozioni personali, o dal loro assopimento abituale”. E sembrerebbe liquidare così la bocciatura da parte del Prefetto del Sant’Uffizio, di insigni teologi, del Coetus Internationalis Patrum, di cardinali, vescovi, parroci, alcuni gruppi di fedeli e perfino di Padre Pio da Pietralcina, grande santo del XX secolo. Bisogna prepararsi, continuò Paolo VI, “a questo molteplice disturbo, che è poi quello di tutte le novità, che si inseriscono nelle nostre abituali consuetudini”.

I sei pastori protestanti che contribuirono alla redazione della “nuova messa” furono fotografati in Vaticano, il 10 aprile 1970, accanto a Paolo VI:

il Dott. George; Canon Jasper; il Dott. Shephard; il Dott. Konneth; il Dott. Eugene Brand e Padre Max Thurian, in rappresentanza del Consiglio Mondiale delle Chiese, della chiesa d’Inghilterra, della chiesa luterana e della comunità di Taizé. Quest’ultimo dichiarò a La Croix del 30 maggio 1969 che «in questa Messa rinnovata, non c’è niente che possa veramente disturbare i protestanti evangelici». Ah, però! Chissà cosa avrà pensato San Pio V da Lassù…e chissà cosa dovrebbero pensare coloro che perseverano nel biritualismo…

J. Guitton, nel libro Paolo VI segreto, ed. San Paolo, Milano 1985 (quarta edizione 2002) a p. 59 racconta che tale avvicinamento alla dottrina ed alla liturgia protestante l’ha coscientemente ricercato lo stesso Montini, che ha introdotto il nuovo messale: «Allo sforzo richiesto ai fratelli separati perché si riuniscano, deve corrispondere lo sforzo, altrettanto mortificante per noi, di purificare la Chiesa romana nei suoi riti, perché diventi desiderabile e abitabile».

Nel corso di questi ultimi 55 anni, il “molteplice disturbo” di “purificare la Chiesa romana nei suoi riti” perché piacciano, ecumenicamente, al mondo, si è concretizzato in una lotta dura e senza esclusione di colpi e tentativi diplomatici.

La Lex Orandi che corrisponde alla Lex Credendi uscita dal Concilio Vaticano II è il Novus Ordo Missae di Paolo VI. La Lex Orandi che corrisponde alla Lex Credendi uscita dalla Tradizione Apostolica, che inizia col Giovedì Santo e viene codificata al Concilio di Trento. Non possono convivere sotto lo stesso Cupolone, se non si vuol negare il principio di non contraddizione e di identità.

Perciò ai vari lettori e amici che mi interpellano angosciati perché c’è una repressione motivata da atti espliciti, come la Traditionis Custodes di Bergoglio, contro la celebrazione in parrocchia della Messa di San Pio V, rispondo che è normale ma ingiusto. Ingiusto perché nelle chiese cattoliche la Messa di sempre dovrebbe trovare posto e, anzi, ricevere tutti gli onori che merita. Normale, perché in questa situazione di conflitto e rottura, nonché di evidenti differenze dottrinali, è come se io, nel mio salotto, facessi cantare “bandiera rossa” al responsabile della Casa del Popolo del mio paese.

 

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/08/12/una-riposta-a-chi-ama-la-messa-tradizionale-ma-si-vede-negare-le-chiese-matteo-castagna/

Usa, la saga di Sydney Sweeney mostra perché i repubblicani continuano a vincere

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di Matteo Castagna

Rob Flaherty è il co-fondatore di Channel Zero Ventures. In precedenza, ha ricoperto il ruolo di vice responsabile della campagna presidenziale di Kamala Harris per il 2024 e di assistente del presidente e direttore della strategia digitale alla Casa Bianca di Biden. E’ un democratico liberal tutto d’un pezzo che colpisce, in questo periodo politico, perché cerca le cause della crisi della galassia progressista e sa, persino, fare autocritica nei confronti del suo partico. Merce rarissima nel panorama dem italiano. Sul seguitissimo media statunitense “Politico” del 8/8/2025 scrive che “i democratici faranno fatica, fino a quando l’ecosistema dei media non cambierà”.

Il caso Sydney Sweeney, ammette Flaherty, costerà politicamente ai democratici. “Dovremmo, almeno, capire perché è importante”.

L’attrice Sydney Sweeney è stata protagonista di una pubblicità per American Eagle in cui si dice che abbia “dei bei jeans”. Questo, per la maggior parte delle persone era un riferimento a quanto fosse bella, ma per un piccolo gruppo di manifestanti di sinistra, estremamente mediatici e a caccia di SEO era un riferimento al nazismo e all’eugenetica. La destra ha reagito, accusando i democratici di muovere rimproveri fuori dal mondo, e, in qualche modo, i democratici si sono ritrovati a mettersi sulla difensiva. L’episodio ha causato confusione, costernazione e un’ondata di democratici che hanno affermato che sì, anche loro pensano che Sydney Sweeney sia bella. Benvenuti nel 2025.Il fatto che “uno stupido gioco di parole possa trasformarsi in una questione politica in piena regola dice qualcosa di reale sull’ecosistema mediatico in cui siamo tutti intrappolati. E dice ancora di più sul perché i democratici continuano a perdere la guerra culturale e, con essa, la guerra narrativa che modella inevitabilmente chi vince le elezioni” – asserisce l’autore. “Negli ultimi mesi, i democratici (me compreso) sconvolti dalla sconfitta di Kamala Harris si sono interrogati sul perché abbiamo perso”. In Italia, invece, le Sinistre perdono le politiche 2022 e la colpa è della legge elettorale (che, però, andava bene quando vincevano loro) perdono le europee e la colpa è del ritorno del Fascismo, perdono i referendum e dicono di averli vinti.Flaherty attacca l’ambiente informativo nazionale USA. Ha allontanato la corrente culturale dai democratici, e ancora, fino ad oggi, è il motivo per cui stiamo lottando per trovare la nostra via. C’è un’asimmetria fondamentale tra l’ecosistema dell’informazione della sinistra e quello della destra. Alcune persone hanno liquidato lo sforzo di affrontare questo problema come “trovare un Joe Rogan liberale”. Si tratta di uno sforzo donchisciottesco, che è ridicolo come sembra. Ma l’affare Sydney Sweeney ha solo sottolineato le conseguenze politiche di abbandonare le differenze senza affrontarle: nessuno voterà per ciò che i democratici pensano di Sydney Sweeney. Se la sinistra, in generale, non è culturalmente al passo con loro, non la votano.Per la destra, il passaggio dai media alla politica è abbastanza chiaro. In questo caso, è iniziato con alcuni poster casuali sui social media di destra che hanno individuato la conversazione sulla pubblicità dell’American Eagle, tra alcuni TikToker di sinistra iper-online, che hanno iniziato a parlarne anche loro. “Vedendo che stava prendendo piede, anche figure dei media di destra come Megyn Kelly hanno iniziato a parlarne. La destra ha fatto diffondere il tema a creator non politici e ai media come il Washington Post e il New York Magazine.I politici di destra, incluso il presidente Donald Trump, hanno visto che stava spopolando e si sono buttati su di esso nel tentativo di criticare i democratici. Una sequela di critiche, con i repubblicani che sembravano segnare punti facili contro i democratici, anche se nessun democratico eletto si era avvicinato ad abbracciare questo argomento (e non avrebbe dovuto). Ovviamente, la destra aveva gli strumenti per trasformare tutto questo da “una cosa strana che è successa” a “una cosa di cui per qualche motivo stiamo tutti parlando”.Nel frattempo, in un altro angolo di Internet, un gruppo di donne conservatrici ha iniziato a fare quello che sembra essere un vero e proprio saluto nazista su Instagram (anche se alcuni lo negano). In molti modi, ha evidenziato quanto fosse ridicola la controversia sui “geni buoni”; come abbiamo visto durante l’episodio del Giubileo di Medhi Hasan, quando gli influencer di destra vogliono dire di essere simpatizzanti del nazismo, non usano esattamente l’inchiostro invisibile. In effetti, i democratici hanno cercato per anni di legare opinioni genuinamente estreme e non solo irritanti dell’estrema destra al resto del Partito Repubblicano, e la maggior parte delle volte ci sono riusciti.Allora, cosa manca? Lo stratega dem vede due grandi cose: “in primo luogo, i democratici devono investire nell’infrastruttura di comunicazione di oggi e di domani. E in secondo luogo, la parte deve riconoscere che la consegna del messaggio ha tanto a che fare con la risonanza quanto con il valore persuasivo in sé e per sé”. La persuasione inizia a casa. Hai bisogno di una base online entusiasta, che condivida la tua visione del mondo. I progressisti sminuiscono il valore dei media di parte a loro rischio e pericolo. Lo spostamento a destra degli spazi “culturali” online è dovuto all’attrazione gravitazionale di un ecosistema di destra redditizio e autosufficiente. È redditizio perché c’è un pubblico che lo vuole, ma c’è un pubblico perché ha deciso di investire per farlo crescere.

Troppo spesso, la filantropia di sinistra si concentra su orizzonti temporali di due anni su progetti che possiamo “dimostrare” portare a risultati elettorali. Ciò che è veramente necessario non è uno sforzo per influenzare un’elezione specifica, ma un piano di guerra a lungo termine volto a cambiare l’ambiente culturale che ci circonda. Se il risveglio del nostro partito ai nuovi media finisce con i democratici che gestiscono “campagne di influencer” che sono solo una voce dei media a pagamento, stiamo perdendo. Si tratta di finanziare, sottoscrivere e fornire stabilità alle entità mediatiche redditizie che possono spingere le nostre prospettive nei luoghi in cui gli elettori stanno effettivamente imparando a conoscere il mondo. Ben Shapiro, Megyn Kelly e Charlie Kirk non ci sono arrivati da soli. Hanno investito in loro.

Il che ci porta all’altra cosa che ci impedisce di avere cose belle: abbiamo una visione “televisiva” della politica, non digitale – e la visione “televisiva” spesso spiazza il processo decisionale digitale. A sinistra, iniziamo con una serie di messaggi che vorremmo che le persone credessero. Quindi testiamo (tipo, wow, testiamo!) i messaggi per il loro impatto persuasivo. Usiamo i media a pagamento per far arrivare questi messaggi alle persone, a quel punto incontriamo per la prima volta la percezione del pubblico e combattiamo contro di essa. “Trattiamo la politica tagliando a fette le questioni, non la formazione di percezioni”! La destra capisce che la viralità è un barometro per il successo, tanto quanto il fatto che un argomento sia visto come persuasivo. I conservatori usano Internet come un banco di prova per ciò che ha calore, e lo fanno salire di livello. I media organici scodinzolano. Le campagne aggiungono semplicemente cherosene a ciò che le persone stanno già dicendo loro di trovare risonante. In un mondo in cui gli elettori non si fidano delle istituzioni, i messaggi che sembrano nativi delle loro conversazioni saranno significativamente più efficaci di quelli che vengono loro trasmessi negli annunci.

I repubblicani hanno una macchina sempre attiva, che mostra, non racconta, alle persone una storia sui valori culturali. Ed è da qui che viene la vera risonanza politica. Abbiamo anche visto che questo tipo di pensiero può funzionare quando lo fanno i democratici. L’anno scorso, sia la campagna presidenziale democratica che il più ampio movimento progressista hanno preso Project 2025 da una curiosità virale e lo hanno trasformato in uno dei peggiori aspetti negativi della campagna di Trump.

Il Sydney-Sweeney-of-it-all ha mostrato come creare conflitti attorno a narrazioni culturali negative possa portare a risultati politici positivi. “I democratici non saranno in grado di farlo da soli fino a quando non avremo sia i meccanismi per consentire alle persone di provare cose che ottengono un coinvolgimento virale, sia la volontà di utilizzare tali informazioni nel processo decisionale politico” – conclude l’assistente di Harris. E’ vero che quando le cose non vanno bene, potrebbe essere il momento di acquistare jeans migliori, però una problematica reale appare soprattutto di tipo argomentativo, non solo comunicativo. Ma su questo, anche Rob Flaherty non riesce a fornire elementi, come da noi non ci riesce Elly Schlein.

 

Fonte: https://www.affaritaliani.it/esteri/usa-sydney-sweeney-jeans-mostra-perche-repubblicani-continuano-a-vincere-980923.html

Ci costano di più i dazi di Trump o riarmo e green deal della UE?

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Il problema sono le “briciole” chieste da Trump o i “super panettoni” pretesi dalla UE in armi e green?

di Matteo Castagna

Marc De Vos è il co-CEO dell’Istituto Itinera, con sede a Bruxelles e autore di “Superpower Europe: the European Union’s silent revolution”. Ha scritto un editoriale molto interessante sul prestigioso media economico britannico Financial Times, che merita un ulteriore approfondimento.

Scrive De Vos: “l’Europa è entrata nel pieno dell’estate con la prospettiva di un divorzio transatlantico, mentre il futuro dell’Ucraina, della Nato e del commercio rimane in sospeso.

Il presidente degli Stati Uniti, che ha definito la Nato obsoleta, aveva promesso – ricorda l’autore – di porre fine alla guerra in Ucraina entro 24 ore e aveva dichiarato la UE un nemico.

Si è, invece, schierato dalla loro parte, per ora. In cambio, l’Europa ha dovuto inchinarsi e pagare per ben tre motivazioni. In primo luogo, per la Nato, impegnando centinaia di miliardi in ulteriori spese per la difesa e la sicurezza. Poi per l’Ucraina, l’impegno di pagare gli Stati Uniti per le armi di cui l’Ucraina ha bisogno.

E, questa settimana, per il commercio, consentendo agli Stati Uniti di moltiplicare unilateralmente i dazi, anche se l’Europa ha promesso più di 1,3 trilioni di dollari in acquisti di energia, armi americane e investimenti sul loro suolo.

I negoziatori europei possono sottolineare che le tariffe statunitensi per molti altri paesi sono ancora più elevate, che gli standard europei di prodotto e di sicurezza rimangono in vigore, che l’energia statunitense è un’alternativa desiderabile all’energia russa, che gli acquisti di armi sono già prenotati nell’ambito dei piani della NATO, che gli investimenti europei nell’economia statunitense avvengono comunque e che le cifre principali degli acquisti dell’UE sono ambiziose.

L’Europa potrebbe pagare un prezzo accettabile per la stabilità commerciale, a condizione che Trump non cambi idea. Ma l’Europa non può nascondersi dal fatto che l’amministrazione Trump l’ha costretta alla sottomissione.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è persino ridotta a dipingere l’Europa come il cattivo, ripetendo a pappagallo la narrativa di Trump del commercio a somma zero. I paesi europei, insieme, non hanno la forza economica, la potenza militare e una visione del mondo condivisa per difendere collettivamente valori e interessi comuni.

L’Europa non può condurre una guerra commerciale con gli Stati Uniti, perché è divisa. Non può permetterselo perché è debole. Non può giocare l’arte dell’accordo commerciale di Trump, mescolando geopolitica, hard power ed ego, nel processo tecnocratico per il quale l’UE è stata progettata.

L’America lo sapeva. Il resto del mondo lo sa ora. Il sollievo dell’Europa nasce nell’impotenza e nell’umiliazione. Psicologicamente, questo appeasement forzato spingerà finalmente l’Europa a prendersi sul serio come potenza geopolitica, o invece rafforzerà la divisione e la dipendenza?I segnali non sono molto promettenti. I paesi europei si sono impegnati a spendere di più per la difesa e la sicurezza, ma incentivare gli appalti nazionali comuni è il massimo che si possa ottenere. Nel frattempo, a tre anni e mezzo dall’inizio della guerra con la Russia, l’Europa non è ancora in grado di produrre le armi determinanti per l’Ucraina.

L’approfondimento del mercato interno europeo come forza geopolitica gravitazionale nei settori dell’energia, della difesa, delle comunicazioni e della finanza è stato fortemente sostenuto in relazioni influenti, ma sta guadagnando poca trazione politica.

Affrontare il declino industriale sta riportando sempre più alla mente il sostegno statale nazionale del passato, bypassando l’integrazione del mercato europeo. Mobilitare più fondi comuni europei, forse il modo più semplice per procedere, è ancora un tabù, come hanno dimostrato ancora una volta le recenti discussioni sul prossimo bilancio della UE.Il più grande sviluppo europeo dell’anno è il riemergere della Germania come attore militare, con un piano quinquennale di spendere più di 600 miliardi di euro per la difesa e la sicurezza. Ma significativamente, il governo Merz abbraccia una filosofia “Made for Germany”, rinunciando all’opportunità di mettere una nuova Germania al centro di una coalizione che potrebbe costituire il fondamento di una futura unione europea almeno per la difesa.

Allo stesso modo, il recente accordo di Lancaster House, tra Regno Unito e Francia è una vecchia “entente industrielle” bilaterale, che consente a entrambi i paesi di occupare una posizione di forza nazionale in un’Europa di sicurezza e difesa, ma non un elemento costitutivo di un più ampio progetto proto-europeo.

Jean Monnet diceva che “l’Europa sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per queste crisi”. Il suo collega, padre fondatore dell’UE, Paul-Henri Spaak ha osservato che “ci sono solo due tipi di Stati in Europa: piccoli Stati e piccoli Stati che non si sono ancora resi conto di essere piccoli”. Se l’umiliazione dell’Europa deve finire, le sue nazioni leader devono ricordare Spaak e imparare di nuovo Monnet” – conclude il Financial Times. Sostanzialmente, entrambi hanno espresso in maniera elegante l’impossibilità di un’Europa delle piccole patrie, perché questa UE non è stata concepita a tal fine.

Il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha rilasciato una recente intervista ai media italiani, in cui ha detto che i dazi americani influiranno solamente dello 0,5% sul Pil del 2026, con prospettive di graduale normalizzazione nel corso degli anni successivi. Pare, dunque che i desiderata di Trump non saranno così brutali, come qualcuno vorrebbe far credere.

Al contrario, la Ue della Signora Ursula, sostenuta dai progressisti e dai democristiani europei, impone il riarmo e il Green Deal, che costeranno trilioni di euro ai contribuenti dei 28 Paesi membri, nei prossimi dieci anni.

Se, molti osservatori hanno pesanti dubbi in merito alla necessità di accrescere le spese per la difesa, alla luce del fatto che, al momento, il Vecchio Continente non è minacciato da nessuno, nemmeno dalla Russia, che l’ha pure recentemente ribadito, altri, nel mondo politico conservatore, hanno posto la questione della sostenibilità ecologica come un’autentica “truffa” plurimiliardaria ai danni dei cittadini, costruita su ipotesi fantasiose ma ben lucrative per le casse UE.

Poi, qualcuno ha ricordato che chi, a maggio, sosteneva che avremmo avuto l’estate più torrida di sempre, a causa del riscaldamento globale, cui si sarebbe dovuto iniziare a porre rimedio, con l’acquisto di costosi macchinari eco-sostenibili, ha iniziato ad avere la tremarella per il frescolino del luglio più mite degli ultimi trent’anni…

La conclusione la trovi pure il lettore: il problema sono le “briciole” chieste da Trump o i “super panettoni” pretesi dalla UE in armi e green? I valori condivisi sono quelli woke delle finanziatissime lobby LGBTQI+ o quelli della secolarizzata tradizione classico-cristiana? E’ o non è possibile trovare intese per un’Europa politica, con un esercito comune, se non si sa neppure trovare la quadra in economia, identità e principi condivisi?

 

Fonte: https://www.affaritaliani.it/economia/ruzza-dagli-orologi-di-lusso-alle-case-36-milioni-di-ricavi-e-nuovo-business-nell-immobiliare-981293.html

Pillole di dottrina cattolica tra Cristianesimo e Giudaismo

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di Matteo Castagna

Qual è la dottrina cattolica di fronte al problema ebraico? Cos’è il Giudaismo? Gli ebrei sono deicidi? Il primato salvifico del popolo ebraico, dopo il rifiuto e la crocefissione di N. S. Gesù Cristo, diviene primato di condanna? La posizione di predilezione degli ebrei è uguale prima e dopo il Calvario?

Ci sono verità supreme su questo problema, sulle quali è assurdo sorvolare. E’ crudeltà nasconderle!
L’ insigne biblista Mons. Francesco Spadafora (1913-1997) affronta il tema nel libro “Cristianesimo e Giudaismo” (Ed. Amicizia Cristiana, Chieti, 2012, eu. 11,00)  senza complessi e timori di essere controcorrente, ma avendo come obiettivo la verità. Si tratta di un’opera di grande valore dottrinale e fondata su un’enorme documentazione, che affronta il cuore del problema.

Premetto che, per il cattolicesimo non esiste alcuna pregiudiziale etnica nell’opposizione al giudaismo, che rientra in ottiche antisemite condannate dalla Chiesa, come ogni forma di razzismo biologico.

Mons. Spadafora suddivide l’opera in due capitoli: l’esegesi dei testi, cristianesimo e giudaismo in San Paolo. L’incipit è il Vangelo di San Matteo 11,27: “Ogni cosa a me fu data dal Padre mio, e nessuno conosce il Figliuolo, se non il Padre; né alcuno conosce il Padre, se non il Figliuolo, e colui al quale il Figliuolo voglia rivelarlo”.

“Così l’eretico che nega il Figlio non ha alcuna comunione con il Padre, sebbene lo pretenda. Colui che possiede il Padre ed è in vera comunione con lui è unicamente il fedele che confessa il Figlio” – scrive Mons, Spadafora e continua: “Lo stesso afferma San Paolo dei Giudei persecutori dei cristiani, essi “non conoscono Iddio e non obbediscono all’Evangelo del Signore Nostro Gesù”. (2 Tess. 1,5-8)

Gesù nostro Signore realizza il piano divino di salvezza, preannunziato e preparato da tutto il Vecchio Testamento; compie l’alleanza di Dio con Israele, l’antica alleanza, inaugurando la nuova “nel suo sangue” (1 Cor. 11-25), secondo il vaticinio di Geremia (31,31-33): “Verranno giorni, nei quali stringerò con Israele e Giuda un’alleanza nuova – dice il Signore – . Non come il patto che ho stretto con i loro padri, quando li trassi dall’Egitto, patto da essi violato. Ma, nel nuovo, porrò la mia legge nei loro cuori e nelle loro menti…E tutti, piccoli e grandi mi riconosceranno. Perdonerò la loro niquizia ” (cf. Hebr. 8,6-13).

Ben sintetizza l’esegeta J. Behm: “Nei Sinottici la massima importanza spetta alle parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena: Mc. 14,24; Mt. 26,28; che in Paolo (1 Cor. 11,25) suonano “questo calice è la nuova diatéche (alleanza) nel mio sangue” (da cui dipende, Lc. 22,20). (Cfr. Th.W. zNT, alla voce Diatéche, II col. 132s.; nella tras. it. vol. 2, fasc. 4, coll. 1080 ss.) Il sangue, cioè la morte di Gesù instaura la nuova diatéche. La vecchia alleanza è, pertanto, la legge mosaica che è abrogata in conseguenza della ineluttabilità delle sue disposizioni transitorie, sostituita e superata dalla nuova, alla quale è concessa una gloria sovreminente.

Le Sacre Scritture, quindi, ci parlano chiaramente di due “alleanze”: una nel Vecchio Testamento con popolo di Israele, una nel Nuovo, con tutti coloro che riconoscono Cristo come il Messia e rispettano i Suoi precetti, ebrei sinceramente convertiti inclusi. Uno dei più bei miracoli di conversione da parte di un israelita fu quella di Alphonse Marie Ratisbonne (1814-1884).

Il Giudaismo credeva che il libro di Daniele (cc. 2.7-9.12) confermasse il suo sogno di impero, assimilando in tutto il regno “dei santi” agli imperi che nella visione lo precedevano. Il Messia, quale nuovo Alessandro, avrebbe sconfitto, in una grande battaglia, i Romani e avrebbe dato l’impero ai Giudei. Il Messia venne considerato un re guerriero e conquistatore. Furono affatto ignorati il perdono dei peccati, la redenzione e negati in modo deciso i patimenti del Messia (cf. Giov. 6,15 – 18,34 ss.).

“L’interpretazione giudaica non poteva allontanarsi in maniera più stridente – prosegue Mons. Spadafora – dall’opera redentrice del Messia, venuto “non ad essere servito, ma per servire, e a dare la Sua vita in riscatto per tutti gli uomini” (Mt. 20,08). Era invalsa tra i giudei la persuasione che la loro comune credenza sulla venuta di un personaggio straordinario della loro stirpe, che sarebbe intervenuto per conquistare a Iahweh il mondo e reggerlo in Suo nome, derivasse fin dal tempo dei più antichi profeti.

“La rivelazione sul Messia e la sua opera era ricca di vari elementi, non facilmente armonizzabili, per una esegesi non illuminata dalla luce della realizzazione in Gesù Nostro Signore” – rileva p. M. J. Lagrange nella conclusione del suo prezioso volume, “Le Judaïsme ayant Jésus-Christ” (Paris 3, 1931), pp. 587-591. Lo stesso rilevò San Paolo, per esperienza personale (2 Cor. 3,6-18).
E il teologo Karl Prumm in “Diakonìa Pnéumatos”, II Teil (Roma, 1960)  aggiunse: “Ogni nostra capacità viene da Dio. E’ Lui che ci ha resi capaci di essere ministri del Nuovo Testamento (cainé diatéche – nuova alleanza, nuovo patto), non della lettera materiale, ma dello spirito; ché la lettera uccide, lo spirito invece dà vita”.

Eppure, l’opera sublime della Redenzione, il dramma attestato dall’Evangelo, era stato preannunciato dal più grande dei profeti nei suoi Carmi del “Servo di Iahweh”: Isaia 42,1-7; 49,1-8; 50,4-9; 52,16-53,12. Basta leggerli integralmente per dare ragione al grande esegeta M.J. Lagrange, op. cit. pp. 368-381: “E’ talmente impossibile contestare la rassomiglianza tra la profezia e la realizzazione in Gesù Cristo Nostro Signore, che per negare il carattere profetico dell’antico scritto, bisognerebbe poter trovare che la realtà è stata inventata secondo l’abbozzo antico!”

Questa bimillenaria teologia iniziò a cambiare tramite la S. Congregazione dei Riti, cui Roncalli/Giovanni XXIII fece mutare l’Orazione “per la conversione dei Giudei”. Infatti sino a Pio XII (1939-1958) l’Orazione del Venerdì Santo suonava così: “Preghiamo anche per i [perfidi / infedeli, increduli, tolto da Giovanni XXIII, ndr] Giudei, affinché il Signore tolga il velo dai loro cuori ed anch’essi riconoscano Gesù Cristo, Signore nostro. […]. Dio onnipotente, […] esaudisci le preghiere che Ti rivolgiamo per questo popolo accecato, affinché riconoscendo la luce della tua verità, che è Cristo, siano strappati alle loro tenebre. Per lo stesso nostro Signore Gesù Cristo”.

Quindi i Giudei che non hanno accolto e continuano e non accogliere Gesù come Messia e Redentore dell’uomo, per Roncalli, non sono “infedeli/increduli”, ossia non credenti nel vero Messia. Infatti “perfidi” viene dal latino “per / fidem”, che significa “fede falsa e deviata”. La decisione presa da Roncalli nel 1959, perciò, non solo ha cancellato una tradizione antichissima nella Chiesa, ma ha introdotto una novità che sembrerebbe contraria alla divina Rivelazione. Successivamente, ci fu la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II.

Il Gran rabbino di Israele David Rosen, nel 1994, organizzò un incontro interreligioso a Gerusalemme. Per il Vaticano fu invitato l’allora card. Joseph Ratzinger, che tenne una conferenza dal titolo Israele, la Chiesa e il mondo. Il testo completo della conferenza si trova nel libro, scritto nel 1998 in tedesco e tradotto in italiano nel 2007, di Benedetto XVI, Molte religioni, un’unica alleanza, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007.

Ratzinger svolse il suo tema a partire dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) del 1992, n. 121, che a sua volta riprendeva quanto detto il 17 novembre 1980 a Mainz da Wojtyla/Giovanni Paolo II: “L’Antica Alleanza non è stata mai revocata”.

Ratzinger asserisce che “non esiste colpa collettiva dei Giudei per la condanna a morte di Gesù”. Invece i Giudei (capi e popolo) gridarono unanimemente: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (Mt., XXVII, 25), ossia “la responsabilità della sua morte è tutta nostra e dei nostri figli” (Mons. F. Spadafora, Pilato, Rovigo, Istituto Padano di Arti Grafiche, 1973, pp. 129-130), formando essi un popolo che ha una religione, la quale dura ancor oggi e perdura nel rifiuto di Cristo, che “merita ancora la morte perché da uomo si è fatto Dio”.

Se si approfondisce questo tema ci si accorge che nel 1998 Ratzinger, nell’Introduzione al suo libro Molte religioni un’unica Alleanza. Il rapporto Ebrei Cristiani. Il dialogo delle religioni (Cinisello Balsamo, San Paolo, [1998] 2007, p. 5) scriveva: «L’altro grande tema che acquista sempre più rilievo in ambito teologico è la questione del rapporto tra Chiesa e Israele. La consapevolezza di una colpa, a lungo rimossa, che grava sulla coscienza cristiana dopo i terribili eventi dei dodici funesti anni dal 1933 al 1945, è senza dubbio una delle ragioni primarie dell’urgenza con cui tale questione è oggi sentita».

Ratzinger, invece, dopo aver citato il Vangelo secondo Giovanni (IV, 22) afferma: «Questa origine [“la salvezza viene dai Giudei”] mantiene vivo il suo valore nel presente» (ivi), anche se poi aggiunge, contraddicendosi com’è suo costume kantiano: «Non vi può essere nessun accesso a Gesù […], senza l’accettazione credente della Rivelazione di Dio […], che i Cristiani chiamano Antico Testamento» (ivi). La sua frase precedente, però, diceva che la salvezza viene ancora oggi dai Giudei, e non dall’Antico Testamento, il quale non è certamente il cuore dell’odierno Giudaismo post-biblico, poiché l’Antico Testamento è tutto relativo a Cristo e quindi al Nuovo Testamento, che i Giudei di oggi rifiutano ostinatamente come i loro antenati.

Purtroppo, tutto il pensiero di Ratzinger è una “coincidentia oppositorum”.
Nei primi mesi dell’anno 2019 è stato pubblicato il libro La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da Ebrei e Cristiani (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019) con una “Prefazione” a cura di J.M. Bergoglio.

Verso la Pasqua del medesimo anno è uscito un secondo libro sullo stesso tema, titolato Ebrei e Cristiani, redatto dal “papa/emerito” Joseph Ratzinger (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019) in collaborazione col rabbino-capo di Vienna Arie Folger.

Il Weizmann Institute israeliano stava programmando armi nucleari illegali?

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di Matteo Castagna

 

Ivan Kesic, reporter di Press.tv ha fornito una notizia che è passata sotto silenzio sui media occidentali, ma che merita di essere diffusa, sul fatto che l’Iran non abbia cessato in fuoco.

Gli attacchi missilistici di rappresaglia dell’Iran hanno ridotto in macerie il rinomato Istituto di Scienze Weizmann, affiliato all’esercito israeliano e vicino al Mossad, situato nella città di Rehovot, a sud di Tel Aviv.

Un tempo pietra miliare della ricerca scientifica e militare del regime israeliano, l’istituto, noto per i suoi stretti legami con il complesso militare-industriale israeliano, ora giace devastato e inoperante.

Secondo i media israeliani, l’attacco di precisione è stato “tutt’altro che accidentale” e ha preso di mira un centro di ricerca all’avanguardia, in campi come la fisica, la biotecnologia e l’intelligenza artificiale.

In un’intervista ai media con Channel 13, Alon Chen, presidente dell’Istituto israeliano Weizmann, ha riconosciuto che i missili balistici iraniani hanno colpito edifici chiave all’interno del complesso tentacolare, con estrema precisione, causando danni estesi e irreparabili.

“La distruzione è estesa e le nostre valutazioni iniziali indicano danni che vanno da 300 milioni di dollari fino a mezzo miliardo”, ha detto Chen al canale televisivo israeliano.

Ha spiegato che il complesso dell’istituto è composto da due parti, una residenziale più piccola e una scientifica più grande, aggiungendo che “l’Iran ha preso di mira quest’ultima, il che significa che hanno colpito il cuore dell’istituto, e gli attacchi sono stati estremamente precisi”.

Quando i giornalisti gli hanno chiesto della censura del regime sulle immagini che mostrano l’entità del danno, Chen ha confermato le restrizioni, spiegando che mirano a impedire all’Iran di ottenere informazioni che potrebbero aiutare futuri attacchi a questi siti.

“Bisogna riconoscere che gli iraniani hanno monitorato i luoghi degli attacchi missilistici in Israele, non solo a Weizmann, ma in molte basi militari e siti strategici che finora non abbiamo rivelato pubblicamente”, ha detto.

Channel 13 ha riferito che la situazione è tale che la comunità dei coloni israeliani rimane inconsapevole della precisione e dell’entità degli attacchi iraniani e dei danni in molte località.

Nonostante gli sforzi di censura, sono emersi filmati e fotografie di sorveglianza, che rivelano attacchi balistici sugli edifici e le gravi distruzioni che hanno causato.

Decenni di ricerca perduti

Il 15 giugno 2025, gli attacchi dei missili balistici iraniani hanno inflitto danni significativi all’Istituto Weizmann delle Scienze di Rehovot, situato nei territori palestinesi occupati.

Diverse strutture all’interno del complesso dell’istituto sono state distrutte.

Tra i più colpiti c’è stato il laboratorio del professor Eldad Tzahor, esperto di rigenerazione cardiaca. Il suo laboratorio è stato completamente demolito, distruggendo migliaia di campioni di tessuto cardiaco, raccolte di DNA e RNA, anticorpi personalizzati e virus ingegnerizzati, che rappresentano oltre 22 anni di ricerca.

“In meno di 15 minuti, ho visto le immagini di un incendio che consumava il laboratorio che è stata la mia seconda casa per 22 anni. Tre interi piani sono crollati. Non è rimasto nulla: nessun dato, nessuna immagine, nessuna nota, nessuna storia”, ha detto Tzahor, descrivendo la cancellazione del suo laboratorio.

Circa 45 laboratori di ricerca in tutto l’istituto sono stati danneggiati, colpendo circa 400-500 ricercatori. I laboratori interessati hanno riguardato le scienze della vita, la biologia molecolare e la neurobiologia, con conseguente perdita di materiali insostituibili come vetrini di tessuto e linee cellulari.

L’edificio delle scienze planetarie, che ospita laboratori di geochimica e altri programmi di chimica, è stato gravemente colpito, non da un attacco diretto ma dalle onde d’urto di un missile che ha colpito l’edificio di chimica adiacente. Sebbene non direttamente presa di mira, la struttura è stata resa in gran parte inutilizzabile.

Nel complesso, circa il 90% degli edifici dell’istituto ha subito una qualche forma di danno, che va da colpi diretti di missili a danni collaterali causati da onde d’urto, schegge e incendi, tra cui finestre in frantumi, pavimenti di laboratori crollati, sistemi elettrici distrutti e danni causati dall’acqua dai vigili del fuoco.

I danni fisici sono stimati tra i 300 e i 570 milioni di dollari, con gli sforzi di ricostruzione che dovrebbero richiedere anni. Tuttavia, la perdita di decenni di campioni biologici e dati di ricerca è considerata in molti casi insostituibile.

Un istituto con forti legami militari

Il Weizmann Institute of Science si presenta come un’istituzione scientifica “civile”, con gran parte della sua ricerca pubblicata apertamente su riviste accademiche. Tuttavia, molti dei suoi progetti si sovrappongono alla ricerca militare, anche se queste connessioni non sono sempre divulgate pubblicamente.

Le fonti dei media israeliani e occidentali spesso sottolineano i risultati dell’istituto nelle scienze di base e applicate, come la fisica, la chimica, la biologia e la matematica, minimizzando i suoi legami con le applicazioni militari.

Eppure, il Weizmann Institute mantiene legami chiari e documentati con l’esercito israeliano attraverso collaborazioni con appaltatori militari come Elbit Systems, la ricerca sull’intelligenza artificiale (AI), la tecnologia dei droni, le innovazioni a duplice uso e la ricerca nucleare.

Nell’ottobre 2024, l’istituto ha annunciato una partnership con Elbit Systems, un importante appaltatore militare israeliano, per sviluppare “materiali bio-ispirati all’avanguardia per applicazioni di difesa”, collegando esplicitamente l’istituto allo sviluppo della tecnologia militare.

Inoltre, il Weizmann Institute ha collaborato con Elbit Systems su progetti tra cui lo sviluppo e la fornitura di un telescopio spaziale per il programma Israeli Ultraviolet Transient Astronomy Satellite (ULTRASAT). Sebbene ufficialmente scientifico, questo programma ha riconosciuto le applicazioni a duplice uso.

“Il vicino Kiryat Weizmann Science Park ospita le principali aziende israeliane di armi come Rafael, Israel Aerospace Industries (IAI) ed Elbit Systems, i tre maggiori appaltatori militari del regime israeliano, creando un ambiente di ricerca e sviluppo in cui il lavoro dell’istituto supporta indirettamente le industrie della difesa” – ha specificato Press.tv.

Molti programmi di ricerca presso l’istituto sono finanziati anche dal ministero israeliano per gli affari bellici, consolidando ulteriormente il suo ruolo all’interno del complesso militare-industriale.

L’Istituto Weizmann è riconosciuto come un contributo chiave alle capacità militari israeliane in campi quali l’intelligenza artificiale, la tecnologia dei droni, la sicurezza informatica, la scienza dei materiali, l’informatica quantistica, i sistemi autonomi, il tracciamento e il jamming elettronici e la navigazione GPS alternativa.

Secondo quanto riferito, queste tecnologie supportano le operazioni militari israeliane, tra cui il coordinamento degli attacchi aerei, i progressi medici sul campo di battaglia e le strategie di difesa informatica.

I laureati dell’istituto spesso prestano servizio in unità militari d’élite come l’Unità 8200, la principale divisione di intelligence dei segnali e guerra cibernetica del regime, e il programma Talpiot, che forma i più importanti esperti militari scientifici e tecnologici di Israele.

Laboratori specifici, come quello del professor Eran Segal, sono stati collegati allo sviluppo di sistemi algoritmici per il processo decisionale sul campo di battaglia e la sorveglianza in tempo reale utilizzati nell’aggressione militare israeliana, anche a Gaza e in Iran.

Alcuni ricercatori si concentrano anche sulla protezione dei droni dagli attacchi di intercettazione, contribuendo direttamente alla tecnologia militare.

Le radici militaristiche dell’Istituto

Durante la guerra di pulizia etnica dei palestinesi del 1948, nota come Nakba, l’Istituto Weizmann mise ufficialmente le sue attrezzature e le strutture del campus a disposizione del gruppo paramilitare sionista Haganah, e in seguito dell’esercito israeliano di recente istituzione.

I docenti e gli studenti dell’istituto iniziarono a sviluppare e produrre una varietà di armi, tra cui esplosivi al plastico, razzi alimentati da propellenti sintetici, mortai e proiettili di cannone, nonché meccanismi di accensione per napalm, gas lacrimogeni e mine.

Alla fine della Nakba nel 1948, l’istituto era diventato un pilastro centrale del Corpo Scientifico Militare. Insieme al Technion, è emerso come il principale centro militare-scientifico per il regime israeliano.

Amministratori e docenti di alto livello, sia dell’Istituto Weizmann che del Technion, hanno continuato a guidare lo sviluppo del complesso militare-industriale israeliano. Hanno sostenuto l’idea di stabilire la ricerca scientifica israeliana come fondamento del potere militare, spingendo per lo sviluppo e la produzione locale di armi avanzate.

In questa ricerca, questi scienziati si scontrarono spesso con la leadership militare israeliana, che tendeva a favorire un approccio più conservatore alla ricerca e allo sviluppo militare e preferiva procurarsi armi da fornitori stranieri.

Alla fine, gli scienziati hanno prevalso, guadagnando un’influenza significativa. Il Corpo delle Scienze Militari fu separato dal comando militare generale e trasformato nella Direzione Ricerca e Progettazione, guidata da Ernst David Bergman, uno dei fondatori e amministratori senior dell’Istituto Weizmann.

La mente del programma nucleare illegale israeliano?

L’Istituto Weizmann è stato a lungo collegato al programma nucleare clandestino di Israele, in particolare attraverso Ernst David Bergmann, ex capo dell’istituto e primo presidente della Commissione israeliana per l’energia atomica, istituita nel 1952.

Bergmann è ampiamente riconosciuto come uno degli architetti chiave dello sviluppo illegale di armi nucleari da parte di Israele. Durante gli anni ’50, l’istituto contribuì alle prime ricerche nucleari, tra cui l’estrazione dell’uranio dai depositi di fosfato nel deserto del Negev.

Molti scienziati che lavoravano presso il Centro di Ricerca Nucleare Shimon Peres Negev (Dimona) – la struttura centrale del programma di armi nucleari di Israele – erano laureati o membri della facoltà dell’Istituto Weizmann.

Studi più recenti, come un rapporto congiunto del 2014 dell’Università di Cincinnati e dell’Università di Tel Aviv, indicano che l’istituto ha svolto un ruolo cruciale nella formazione di scienziati con competenze in fisica nucleare, gettando così le basi per le capacità nucleari di Israele.

Le indagini dell’FBI hanno affermato che l’Istituto Weizmann ha condotto ricerche relative allo sviluppo di armi nucleari e convenzionali e potrebbe aver avuto accesso segretamente ai sistemi militari statunitensi.

Per decenni, i media e i funzionari israeliani hanno descritto l’istituto come una “spina dorsale tecnologica” e il “cervello scientifico e militare” del regime, sottolineando la sua importanza strategica.

Dopo il successo dell’attacco missilistico del mese scorso, tuttavia, i funzionari e i media israeliani hanno rapidamente dipinto l’istituto come puramente civile, cercando di deviare la colpa sull’Iran e dipingere l’attacco come una rappresaglia ingiustificata contro i programmi scientifici civili e il personale iraniano.

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/il-weizmann-institute-israeliano-stava-programmando-armi-nucleari-illegali/

La democratica Parigi processa un revisionista

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di Matteo Castagna

La rivista francese Rivarol n° 3664 del 4 giugno 2025 racconta del processo svoltosi mercoledì 28 maggio 2025 presso la diciassettesima Camera Correzionale di Parigi, Porte de Clichy, perché rimarrà, senza dubbio, negli annali del Tribunale. In Italia non c’è traccia della notizia, ma forse scriveranno qualcosa dopo l’11 luglio, e capirete perché, continuando la lettura.

Vincent Reynouard è perseguito per «contestazione di crimini contro l’umanità» in relazione a uno dei suoi video del 7 ottobre 2019, che presentava il suo libro “Perché Hitler era antisemita?”

Di fronte a lui, tre avvocati hanno discusso a nome di quattro associazioni costituitesi parti civili: la LICRA, l’Observatoire Juif de France (OJDF), l’Organisation Juive Européenne (OJE) e il Bureau National de Vigilance contre l’antisémitisme (BNVCA). Vincent Reynouard era già stato condannato a sei mesi di carcere per aver contestato crimini contro l’umanità per questo testo il 22 gennaio 2021 dalla 17a Camera Penale del Tribunale Giudiziario di Parigi, ma poiché era stato processato in contumacia (era allora in esilio in Gran Bretagna), ha potuto presentare ricorso contro la sentenza.

“Da qui il nuovo processo, in primo grado, il 28 maggio 2025. Il suo interrogatorio ha messo in completa confusione gli accusatori.

Reynouard ha risposto a tutte le domande con franchezza e immediatezza, con cortesia, senza provocare o apparire sprezzante, ma senza nemmeno eludere le domande, e ha reagito a tutte le accuse con un aplomb ferreo” – racconta Rivarol.

Quando, ad esempio, il presidente del tribunale ha affermato che la legge Gayssot proibisce le dichiarazioni revisioniste, l’imputato ha risposto:

«la legge non proibisce nulla, avverte che se fai queste dichiarazioni, sarai punito. Lo accetto. Mi assumo la piena responsabilità, sto violando la legge Gayssot, ne sono consapevole e non chiedo alcuna clemenza al tribunale».

«Quindi lei è recidivo?», ha replicato il presidente. Vincent Reynouard ha presentato quindi un manuale scolastico, utilizzato durante la Terza Repubblica [1]: «A quel tempo», ha detto, «agli studenti veniva insegnato questo: “Quanto più una verità ci sembra fondamentale e importante per la condotta della vita, tanto più dobbiamo cercare di diffonderla, con l’insegnamento, con la scrittura, con la dimostrazione, mai con la forza. La libera discussione è assolutamente necessaria nell’ordine delle prese di posizione, che vengono dimostrate e discusse”. Credo che sarebbe bene tornare a questo sano principio. Ecco perché chiedo un dibattito. Finché non mi verrà concesso, sarò recidivo».

Il giudice ha, quindi, risposto che il dibattito si era svolto durante i processi di Norimberga. Conoscendo l’argomento, Vincent Reynouard non ha avuto difficoltà a rispondere: «ho letto tutti i 21 volumi dei dibattiti. Per organizzare questo processo, i vincitori avevano sequestrato gli archivi dei vinti. Selezionarono i documenti ritenuti più compromettenti, senza dare alla difesa il diritto di estrarre, a sua volta, documenti per replicare. La sentenza sarebbe stata definitiva: non sarebbe stata soggetta ad appello o revisione [2]. Il 26 luglio 1946, il procuratore capo, il procuratore statunitense Jackson, rivelò la vera natura del processo. Dichiarò [3]: “gli Alleati sono ancora tecnicamente in guerra con la Germania […] Come tribunale militare, stiamo continuando lo sforzo bellico delle nazioni alleate”. No, signor Presidente, a Norimberga non ci fu alcun dibattito. Fu un linciaggio giudiziario».

Il pubblico ministero ha chiesto all’imputato: «Perché è così interessato a questo periodo?».

“L’obiettivo era chiaro – scrive Rivarol: far sì che Vincent Reynouard dichiarasse di essere interessato alla questione per accusare gli ebrei di mentire. Ma la manovra è fallita per due motivi”. Inizialmente, l’imputato ha sottolineato che il suo principale contributo all’edificio revisionista era il suo lavoro sull’affare di Oradour-sur-Glane”.

«Indago su questa tragedia da oltre vent’anni. Eppure, gli ebrei non vi hanno alcun ruolo. È una tragedia franco-tedesca. È la prova che non sono ossessionato dagli ebrei».

Poi ha aggiunto: «Perché mi interessa questo periodo? Semplicemente perché sono un attivista politico nel campo nazionalista. Tuttavia, i miei avversari si affidano alla storia scritta dai vincitori del 1945 per contrastare la destra nazionale.

Prosegue Rivarol: “Questo uso politico della storia è evidente. Apra il rapporto della Conferenza sulla lotta contro l’antisemitismo del 28 aprile 2025. Recita: “L’introduzione della Storia nel curriculum scolastico […] alla fine degli anni ’80 era dotata di una forte dimensione civica e politica: la conoscenza e la memoria del genocidio degli ebrei avevano lo scopo di contrastare […] l’ascesa elettorale dell’estrema destra”. È chiaro! I miei avversari hanno scelto il terreno della storia per la lotta politica. Non ho fatto altro che seguirli, scendendo su questo terreno»”.

Uno degli avvocati delle parti civili ha chiesto all’imputato se ha una formazione da storico: «Nessuna», ha risposto. «Come formazione, sono un ingegnere chimico, laureato presso l’Istituto superiore della materia e delle radiazioni». «Eppure», ha ribattuto il presidente, «sul suo sito web si presenta come uno storico». «Faccio ricerche storiche, ma il mio sito web sottolinea che lo faccio per riabilitare il nazionalsocialismo. È quindi chiaro che agisco come un attivista politico».

Ma dov’è l’odio e il rifiuto di ogni dibattito? Vincent Reynouard è stato parimenti interrogato sui suoi guadagni. Ha spiegato di vivere di lezioni private, che gli fruttano qualche centinaio di euro al mese, il che gli basta, visto che alloggia gratuitamente presso Jérôme Bourbon, che chi scrive ha conosciuto personalmente nel 2010, a Parigi, a partire dalla sua estradizione in Francia, il 2 febbraio 2024.

Interrogato sui libri che vende tramite il suo blog, ha sottolineato che i proventi di questa attività vanno interamente al gestore del blog, di cui non ha voluto rivelare l’identità. “Chi conosce Vincent Reynouard sa che le sue risposte su questo argomento riflettono la verità. Privo di qualsiasi appetito per il commercio, interamente dedito alla causa che difende e agli studenti che sostiene, ha come uniche distrazioni il ciclismo e gli acquerelli. L’attivista revisionista è di alimentazione moderata e vive in modo molto modesto” – continua l’articolo della rivista francese.

L’udienza è proseguita con le tre requisitorie degli avvocati.

Tutti si sono offesi nel vedere Vincent Reynouard «utilizzare il tribunale come una tribuna», in presenza del suo «fan club». Il loro attacco si articolava essenzialmente su tre fronti: incolpare l’imputato dell’ascesa dell’antisemitismo, negargli qualsiasi competenza in materia storica e accusarlo di agire per “odio”.

Sottolineando l’esplosione dell’antisemitismo negli ultimi due anni, un avvocato ha invocato la «tossicità del signor Reynouard» e lo ha accusato di rappresentare «un pericolo pubblico». L’avvocato Oudy Bloch dell’OIE ha rincarato la dose. Dopo aver presentato Vincent Reynouard come un «insegnante di matematica caduto in disgrazia» che «vomita odio contro gli ebrei tutto il giorno», ha affermato che il revisionismo è «un’intrapresa di menzogne» e che, negando un genocidio rivendicato o ammesso dai nazisti, l’imputato si è rivelato «più nazista dei nazisti».

La sua collega dell’accusa ha aggiunto che Vincent Reynouard non è uno storico, ma «si è solo laureato in fisica… a quanto dice». Pertanto, non si può assolutamente concedergli il dibattito da lui richiesto. Ella ha precisato: «Questa pagina di storia non può essere riletta o rivisitata. Questa pagina di storia è la Storia!».

A seguito di ciò, il pubblico ministero ha dichiarato che, in quanto ingegnere chimico di formazione, l’imputato non ha alcuna legittimità accademica per scrivere libri di storia. Poi ha dichiarato: «questo periodo è oggetto di studio, non di dibattito o discussione».

Nulla, quindi, è cambiato dalla dichiarazione dei 34 storici che, nel febbraio 1979, risposero al professor Robert Faurisson [4] che chi scrive intervistò ed ebbe modo di consultare buona parte del suo enorme archivio nel seminterrato della sua dimora di Vichy, nel 2010: «Non dobbiamo chiederci come, tecnicamente, un simile omicidio di massa sia stato possibile. Era tecnicamente possibile, dal momento che è avvenuto. Questo è il punto di partenza necessario per qualsiasi indagine storica su questo argomento. Stava a noi semplicemente ricordare questa verità: non c’è, non può esserci alcun dibattito sull’esistenza delle camere a gas».

La domanda che, infatti, poneva continuamente il Prof. Faurisson della Sorbona di Parigi, anche dopo aver subito 12 attentati, era: «fornitemi una sola prova di un solo morto di Zyklon B nella baracca di Auschwitz, ed io vi crederò». Tale insetticida cianogenetico fu sviluppato negli anni venti da Fritz Haber, un ebreo tedesco, vincitore del premio Nobel per la chimica nel 1918, impiegato della Bayer. Lo Zyklon B si presentava in forma di granuli composti di polpa di legno o terra diatomacea.

Tali granuli, di colore bluastro, erano impregnati di acido cianidrico, di uno stabilizzatore e di gas lacrimogeno o irritante che aveva lo scopo di segnalare la presenza del gas prima della sua evaporazione. Una volta estratto dai suoi contenitori ermetici, l’acido cianidrico contenuto nei granuli evaporava a una temperatura di 26 gradi Celsius. Secondo il Prof. Robert Faurisson la potenza di tale composto gassoso sarebbe stata tale, che se utilizzato, avrebbe provocato la morte di chiunque vi entrasse a contatto, osservando, anche, la tenuta molto poco ermetica delle fessurazioni di quelle baracche di legno. In sede giudiziaria e storica, queste affermazioni sono state rigettate.

“Per giustificare la violazione della libertà di ricerca, espressione e pubblicazione – sostiene Rivarol – i censori giungono dunque all’ odio, che animerebbe la persona che vogliono condannare. L’avvocato della LICRA ha definito l’imputato un «negoziante dell’odio». Il pubblico ministero, da parte sua, ha preferito l’espressione «fomentatore d’odio professionista» e ha aggiunto: «Il signor Reynouard fa dell’odio il suo mestiere». Da qui le richieste di pena detentiva. L’avvocato Bloch ha espresso la speranza che il tribunale punisca Vincent Reynouard con la pena massima: una multa di 45.000 euro e un anno di carcere. La sua collega ha aggiunto cinicamente: «Almeno dietro le sbarre, non potrà fare opera di propaganda»”.

Il pubblico ministero ha chiesto otto mesi di carcere.

A questo si aggiungono le sanzioni pecuniarie. Per gli avvocati delle parti civili, non c’è dubbio: Vincent Reynouard vive lautamente dei profitti del revisionismo. La prova? Interrogate, le autorità fiscali francesi hanno risposto di aver perso le tracce dell’imputato nel 2015. Questo equivale a dimenticare che in quel periodo Vincent Reynouard andò in esilio in Inghilterra (il 16 giugno 2015), dove creò un’attività individuale di tutoraggio privato, per la quale pagava le tasse ogni anno.

Ma cosa importa agli avvocati?

“L’imputato è un «negoziante dell’odio» che si arricchisce con proventi clandestini. Da qui la necessità di colpire «dove fa male», ovvero nel portafoglio. Ogni associazione ha chiesto diverse migliaia di euro di danni, oltre alle spese legali. La LICRA si è distinta chiedendo di più.

La motivazione addotta era che l’aumento dell’odio aveva costretto l’associazione ad assumere più personale, che doveva essere retribuito. L’avvocato che rappresentava l’associazione ha chiesto 10.000 euro di danni e 3.000 euro di spese legali” – continua il pezzo della rivista francese.

Da parte sua, il pubblico ministero ha chiesto una multa di 5.000 euro (la pena massima era di 45.000 euro) e una «pena aggiuntiva per informare il pubblico della sua condanna durante questo processo». Questa pena consisterebbe nel finanziamento, a sue spese, della pubblicazione su tre importanti quotidiani nazionali di un inserto per informare il pubblico della sua condanna. Ciò ammonterebbe a ulteriori 15.000 euro, con un costo di circa 5.000 euro per ogni inserto.

Si pensava che l’udienza fosse terminata. Ma il giudice che presiedeva il processo ha invitato l’imputato a riassumere, sul banco degli imputati, la memoria difensiva depositata all’inizio dell’udienza. In circa venti minuti, con una presentazione chiara, precisa e concisa, Vincent Reynouard ha affrontato una per una le accuse delle parti civili.

Alle accuse di usare il tribunale come una tribuna, ha risposto: «Non ho mai chiesto di comparire qui. Sono queste associazioni che continuano a trascinarmi qui. Se vado in esilio per sfuggire alla giustizia, mi chiamano codardo; se mi presento, mi accusano di difendermi. Quale impudenza!». Alle accuse di avere dei fondi segreti, Vincent Reynouard non ha avuto nessuna difficoltà a dimostrare il suo tenore di vita semplice: «non ho né domicilio, né automobile, né beni di valore. Sono un morto-vivente sociale che non ha nemmeno la tessera sanitaria. Reynouard ricco? Altri lo sono…».

Al rimprovero di non essere uno storico di formazione, Vincent Reynouard ha portato l’esempio di Jean-Claude Pressac, elogiato fino alle stelle nel 1993 da tutta la stampa per la sua opera “Les crématoires d’Auschwitz”, che avrebbe dovuto «mettere a tacere i revisionisti» fornendo la «prova definitiva» dell’esistenza delle camere a gas omicide. «Ebbene!», ha detto, «Jean-Claude Pressac non era uno storico, ma un farmacista».

In risposta alle accuse di antisemitismo, l’imputato ha citato diversi estratti di video pubblicati a partire dal 2015, nei quali spiega la sua “giudeo-indifferenza”, di cui è l’unico responsabile.

Ha aggiunto: «D’altra parte, sono accusato di spiegare l’emergere del mito delle camere a gas con un complotto ebraico. Al contrario, ho sempre spiegato che, in questa vicenda, gli ebrei hanno avuto un ruolo secondario. La responsabilità degli Alleati è stata schiacciante. Sono stati loro che hanno sfruttato dei rumori per giustificare la loro crociata di annientamento del Terzo Reich e per nascondere i loro crimini di guerra. I sionisti hanno solo sfruttato una situazione che non hanno creato.

Ma è un fatto: dal 1944, hanno usato la propaganda alleata per giustificare la creazione e il mantenimento di Israele». Vincent Reynouard ha poi citato autori sionisti, tra cui lo stesso Chaïm Weizmann. Ha concluso: «Non credo che un complotto ebraico o di altro tipo governerebbe il mondo. Il mondo è troppo complesso per questo…».

“Infine – afferma Rivarol – in risposta alle accuse di contribuire all’aumento degli atti antisemiti, Vincent Reynouard, anche se purtroppo bisogna deplorare la sua evoluzione sul piano filosofico-religioso, con la sua adesione al buddismo, ha dato il colpo di grazia, ristabilendo due fatti ampiamente passati sotto silenzio dall’accusa:

Dopo trent’anni che egli diffonde il revisionismo, non è stato possibile attribuirgli, direttamente o no, nessun atto giudicato antisemita.

La crescita dell’antisemitismo in Francia si spiega con gli avvenimenti nel Vicino Oriente, ben più efficaci dei suoi video o dei suoi articoli per generare degli atti o delle affermazioni ostili agli ebrei”.

Ha poi citato un recente sondaggio dell’IFOP, che ha interrogato i membri della comunità ebraica sulle cause dell’aumento dell’antisemitismo: «I risultati sono eloquenti», ha detto. «Il 73% degli ebrei interpellati pensano che l’aumento dell’antisemitismo sia dovuto al rifiuto, all’odio verso Israele; il 56% alle “idee islamiste”, il 42% alle “idee di estrema sinistra” e solo il 10% a quelle dell’estrema destra. Questa è la prova che Vincent Reynouard non esercita nessun ruolo nell’aumento dell’antisemitismo. D’altronde, le parti civili mi accusano senza nessuna prova».

Vincent Reynouard ha così concluso: «Io chiedo un dibattito. Per questo dibattito, ci si recherà a Birkenau, sul tetto della “camera a gas” del crematorio 2, e si osserverà se ci sono dei fori, mediante i quali le SS avrebbero versato lo Zyklon B». Mentre l’imputato tornava tranquillamente al suo posto, il Presidente del Tribunale ha annunciato che la sentenza verrà pronunciata il venerdì 11 luglio 2025 alle ore 13 e 30. Sarà memorabile.

[1] Henri Marion, Leçons de Morale, Paris, Armand Colin, 1882, p. 240.

[2] Articolo 26 dello statuto del Tribunale militare internazionale.

[3] TMI, serie blu, vol. XIX, p. 415.

[4] Le Monde, 21 febbraio 1979, p. 23.

 

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/la-democratica-parigi-processa-un-revisionista/

Il prof Giulio Tremonti sta lavorando ad un “nuovo mondo” con i cinesi e gli americani “La follia dei dazi viene, oggi, bilanciata dalla follia della finanza”

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di Matteo Castagna

Guerre (con le armi, morti, feriti e profughi) e poi guerre economiche (quelle dei dazi e delle sanzioni) sono al centro della vita internazionale.

Esiste una combinazione di fattori conflittuali, in questa età delle “poli-crisi”, che ha sorpreso moltissimi osservatori. L’interdipendenza economica non ha prodotto la pace, come riteneva una lunga tradizione di pensiero, da Kant in poi.

Ha aumentato le fonti di vulnerabilità. La domanda che dobbiamo porci è se stiamo vivendo una fase eccezionale ma breve e transitoria, oppure un profondo cambio di paradigma che deve ancora dispiegare i suoi effetti peggiori. E’ l’analisi, sempre puntuale, intelligente e verosimile, che il Prof. Giulio Tremonti propone sulla rivista Aspenia n. 2/2025.

Egli riprende quanto scritto nel suo recente libro “Guerra o pace” (Ed. Solferino, 2025), che dovrebbe essere letto da tutti, per avere una visione d’insieme della nostra attuale situazione, senza cadere in facili allarmismi, o passare per visionari di improbabili scenari apocalittici.

Di fronte al realismo dei fatti ed alla lunga esperienza economico-politica, uno dei più lucidi interpreti italiani della geopolitica contemporanea, pone riflessioni di facile comprensione, che non devono essere viziate da pregiudizi, quanto dall’osservazione della realtà e dal ragionamento induttivo.

“La novità è che è finita la “globalizzazione”, l’ultima utopia del Novecento. L’altra, prima, era stata il comunismo” – dice il Presidente della Commissione Affari Esteri alla Camera dei Deputati, già ministro dell’Economia nei governi di Silvio Berlusconi. “La cifra politica della globalizzazione era racchiusa nella triade “globalité, marché, monnaie” che trent’anni fa si è sostituita all’altra secolare triade “liberté, égalité, fraternité””

La globalizzazione sosteneva che il mercato sta sopra, mentre tutto il resto, ovvero popoli, governi, politica, sta sotto. Essa era concepita “per l’uomo che ha un futuro, ma non un passato”. Lo sradicamento, in quest’ottica, viene facilitato da un’immigrazione di massa, con alta natalità, che nel meticciato guarda solo al futuro, per forza di cose. I progressisti vorrebbero questo, come ha detto Ilaria Salis, e come tutti i leader dem non nascondono di ambire.

Sicuramente si è trattato di un cambiamento profondamente intenso, in un tempo così breve, se consideriamo i trent’anni che vanno dall’inizio alla fine della globalizzazione: dal WTO nel 1994 fino alla crisi attuale.

“La crisi non è venuta all’improvviso”, secondo Tremonti. Era in qualche modo prevedibile e prevista, eppure troppi, che ora ne parlano, prima ne negavano l’esistenza, anzi, la possibilità”. Questi stessi che, oggi, nella loro miopia, annaspano nel caos dell’incertezza, della paura di fronte a una potente reazione identitaria che, per quanto, a tratti scomposta e contraddittoria, sta rallentando il progetto globalista, mondialista, cosmopolita, elitario e iperliberista.

“Tra questi, il Prof. Giulio Tremonti sostiene che “i più sprovveduti ricordano i “Borboni”, che ricordavano tutto, ma non avevano capito niente. I più provveduti tentano, oggi, disperatamente, di convertire gli impianti, formulando ricette salvifiche”.

Possiamo fare l’esempio del G20 italiano a Roma nel 2021. La formula che lo sintetizza era “people planet prosperity”. Quando i capi di governo e di stato si recano alla Fontana di Trevi per la foto di rito si ritrovano in 18 e non in 20. Mancano il russo e il cinese. “Quattro anni dopo sarebbe venuta la guerra, trasformando i nostri “statisti” in turisti della storia” – sentenzia con la consueta ironia il Prof. Tremonti.

Ci sono due modi per rappresentare quello che sta succedendo. Uno è elegante e uno meno sofisticato. Il primo consiste nell’utilizzo delle parole che Shakespeare fa dire ad Amleto: “time is out of joint”.

L’altro è questo: “sei sul Titanic, vai al bar, ordini un whisky con ghiaccio…arriva l’iceberg. Ogni riferimento alle politiche “rock and troll” che si stanno sviluppando, contestando la globalizzazione, è puramente casuale.

“In effetti – prosegue, con sagacia, l’economista su Aspenia: è curiosa la tesi secondo cui il costo della globalizzazione sarebbe stato sostenuto dall’America, così, che, oggi tutti gli altri beneficiari ne dovrebbero pagare il conto”.

In altri due libri: “Il fantasma della povertà” del 1994 e “Mundus Furiosus” del 2016, il cui titolo è stato copiato da quello di una cronistoria scritta dal cartografo Jansonius, alla metà del Cinquecento, Tremonti sostiene che “sono già più che evidenti tre cose essenziali:

la prima è che, con la caduta del Muro di Berlino (1989), è finita la ‘guerra fredda’. In realtà è finita quella che oggi possiamo dire essere stata più una pace che una guerra;

la seconda è che, subito dopo (1994), è venuta la “pace mercantile” basata sul WTO e sul ruolo guida degli Stati Uniti d’America. Un tipo di pace che ha funzionato finora, ma che non può funzionare per sempre e dappertutto. Ed è proprio questa crisi sistemica che lo palesa, nonostante vi siano settori della politica e dell’economia che rifiutino l’evidenza;

la terza è che oggi, per effetto dell’instabilità geopolitica prodotta dai conflitti in aree del mondo che coincidono ancora con i vecchi “luoghi della storia” (Balcani, Medio Oriente, Mediterraneo, Corno d’Africa, ecc.), di nuovo si gioca la partita degli spazi esterni, quella dell’energia, del petrolio e del gas. E poi, ancora, la partita per le materie prime cosiddette “rare”. Di riflesso, è cominciata la lotta per la sovranità sui mari, la lotta per il controllo e per l’accesso alle acque “strategiche”.

Acutamente osserva il Prof. Tremonti: “è per questo che nuove tensioni si stanno sviluppando e si svilupperanno lungo linee di forza e di rottura che andranno anche oltre i vecchi luoghi della storia, anche oltre i vecchi passaggi strategici.

Dall’Africa fino all’atmosfera, dal fondo del mare fino alle calotte polari, le “nuove” esplorazioni strategiche, fatte per acquisire diritti di sfruttamento sul fondo marino o ai poli o nei deserti, le conseguenti pretese di riserva di proprietà “nazionale”, non sono già tutti questi segni sufficienti per capirlo?”

Al di là delle assonanze sul mundus furiosus, esistono delle tendenze che rendono utile la comparazione tra oggi e il Cinquecento? Il discorso ci riporta a Shakespeare e a un secolo caratterizzato da quattro fatti rivoluzionari: la scoperta dell’America, l’invenzione della stampa, il primo default finanziario, la guerra da est.

“Oggi – osserva l’economista – è più o meno lo stesso: la “scoperta” della Cina, la rete, la pecora finanziaria impazzita, la guerra da est: dall’Ucraina al Mar Rosso. Con una sola differenza, di non poco conto perché i cambiamenti così radicali non sono un’abitudine per noi esseri umani. Quelli del Cinquecento erano fatti che si sono sviluppati nell’arco di un secolo, mentre quelli di oggi sono avvenuti in appena trent’anni.

Nel suo “Il fantasma della povertà”, il professore ricorda che “il WTO è stato istituito il 1° gennaio 1995. La visione dominante era allora globalista, positiva e progressiva. Secondo la sua previsione, invece, “i capitali sarebbero andati in Asia alla ricerca di manodopera a basso costo e l’Occidente avrebbe importato ricchezza verso l’alto (da Wall Street alla Silicon Valley), ma povertà verso il basso” (posti di lavoro persi e salari livellati dalla competizione internazionale).

Per avere un’idea di questi effetti, leggere “Elegia americana” dell’attuale vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance potrebbe essere molto utile. “Quello che è successo è che il fantasma si è svegliato, ha votato repubblicano e ha espugnato la Casa Bianca: sono i fattori politici fondamentali che spiegano il Liberation Day del 2 aprile 2025 e la vicenda dazi”.

Dal Liberation Day alle minacce, alle tregue, ai compromessi al ribasso… fino alla prima sentenza, attualmente sospesa, della US Court of International Trade, che giudica sostanzialmente illegale il ricorso di Donald Trump all’ International Emergency Economic Powers Act del 1977.

Dal 3 aprile a oggi la scena si è sviluppata ad alta velocità: dalla tabella esposta alla Casa Bianca, nel Liberation Day, fino alle minacce, passando per le trattative e possibili compromessi. Sulla tabella vediamo 350 milioni di persone versus 8 miliardi di persone. Uno Stato versus 70 Stati. E fra quei 70, è giusto notarlo, l’Unione Europea è trattata come un unicum!

Ciò che è rilevante notare è che nelle schede paese presentate dalla Casa Bianca, non si parla solo di dazi ma anche e soprattutto di regole che funzionerebbero come barriere e ostacoli al commercio internazionale. Ed è questo, più ancora dei dazi, il punto più complicato nelle trattative diplomatiche in corso.

Calcolare gli effetti di queste regole, capire se e come ridurne l’impatto sono incognite. “In ogni caso – prosegue Tremonti nel ragionamento – ciò che è evidente è che gli effetti dei dazi e delle regole non sono solo “fiscali”, ma sono anche esterni: l’impatto sui tassi di cambio, sui tassi di interesse, sulle strutture dei bilanci pubblici. In generale, sulla struttura della finanza su cui tutto questo insiste.

Ai primi annunci di dazi, ha fatto seguito il crollo della finanza, dalle borse al mercato dei titoli pubblici. Ora questi, nonostante le minacce, si sono quasi stabilizzati e questo ci riporta al principio di quello che ci siamo detti, “ossia che è in corso una politica di imprevedibile prevedibilità”.

Infatti – prosegue Tremonti – “la follia dei dazi viene, oggi, bilanciata dalla follia della finanza. I dazi di per sé destabilizzerebbero. Ma sono stabilizzati da una finanza che è in grado di farlo perché è a sua volta instabile. Non a caso, questa età della poli-crisi viene definita l’età dell’incertezza”.

Ha prevalso l’idea del Financial Stability Board, con effetti strani, ossia una stabilità molto limitata.” Forse è tornato il momento di completare il progetto di Bretton Woods, aggiungendo alla parte monetaria la parte commerciale e di mercato”. Su questo progetto, il Prof. Tremonti ed i suoi collaboratori stanno lavorando sia con i cinesi che con gli americani.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/politica/giulio-tremonti-sta-lavorando-ad-un-nuovo-mondo-con-i-cinesi-e-gli-americani-976901.html

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