La Santa Messa Cattolica Tradizionale è l’unica forma dell’unico rito romano della Chiesa

Condividi su:

https://www.crisinellachiesa.it/articoli/liturgia/non_solo_nostalgia/non_solo_nostalgia.htm

di don Anthony Cekada 1

Vi siete mai chiesti perché ci sono alcuni cattolici che vanno alla Messa in latino?

Questo articolo spiega con parole semplici e chiare:

w Perché l’assistenza alla Messa in latino non è solo una questione di «nostalgia»;
w Perché la Messa è stata riformata negli anni ’60;
w Quali differenze ci sono tra il vecchio e il nuovo rito;

w In che senso il nuovo rito sminuisce gli elementi essenziali della dottrina cattolica sulla Messa;

w Perché i cattolici fedeli alla Tradizione non vanno alla Messa di Paolo VI.

 

  Qualche parola di benvenuto

A chi è capitato tra le mani questo libretto avrà senz’altro qualche domanda da fare sulla Messa romana e sul perché ci siano dei cattolici che vi assistono. Magari voi stessi avete appena finito di sentirne una, forse per la prima volta. Magari avete già discusso con un vostro amico che va alla Messa in latino sulla situazione attuale della Chiesa, o vi siete trovati a passare per caso là dove si celebrava in rito antico. Certo, per la gente quello che colpisce di più è la lingua, il latino. Ma si rimane colpiti anche dalla bellezza delle cerimonie che evoca ormai l’immagine di un tempo lontano.

 Al di là della nostalgia

Ma il latino, le belle cerimonie e la nostalgia per «i bei tempi andati» non sono in realtà le ragioni principali per cui noi abbiamo deciso di conservare il vecchio rito. Le nostre intenzioni erano piuttosto quelle di conservare lintegrità della dottrina cattolica e di offrire a Dio un culto buono e rispettoso. A questo proposito risponde bene la Messa romana, al contrario del rito moderno. Da quello che leggerete qui, speriamo che veniate a conoscere le ragioni dei «tradizionalisti», e da parte nostra vi assicuriamo nelle preghiere alla Santa Vergine perché vi ottenga la grazia di perseverare «saldi e forti nella fede che avete appreso» (2 Ts 2, 14).

 Due immagini contrastanti

nuova messa di paolo VI

messa di san pio V

Nuova Messa Messa romana

Queste due fotografie dicono un sacco di cose. Chiedetevi quali delle foto seguenti rappresenti al meglio l’esatto significato della Messa. Se siete d’accordo con noi che sia quella di destra a rendere meglio l’esatto significato della Messa, allora avete molto in comune con i cattolici «tradizionalisti». Le due foto mostrano i cambiamenti radicali introdotti nella liturgia a partire dagli anni ’60. La foto a sinistra mostra come centro della cerimonia un uomo; al contrario, quella di destra mostra un sacrificio e un atto di adorazione che ha come suo centro naturale Dio. Vi sono comunque tantissime altre differenze da apparire evidenti anche al più occasionale degli osservatori.

 Una tipica Messa moderna

In una tipica Messa moderna di una comune parrocchia, l’intero rito si svolge in lingua volgare. Il celebrante si trova seduto o in piedi di fronte ai fedeli e spesso si rivolge loro con richiami spontanei durante lo svolgimento del rito. Nel coro, i fedeli possono aggiungere i loro commenti o leggere le Sacre Scritture. Una parte del rito si svolge attorno ad un altaretavola. Il tabernacolo non si trova quasi mai sull’altare, ma alle spalle del sacerdote, o relegato in un angolo. Il «segno di pace» è un’occasione per applausi, emozioni o conversazioni personali. Il celebrante dà alla maggior parte dei fedeli la Comunione nella mano, assistito in questo da uomini e donne laici. Il prete fà pochissime genuflessioni. É raro comunque che due celebrazioni del nuovo rito siano esattamente uguali; variano infatti da sacerdote a sacerdote e da parrocchia a parrocchia. Da qualche parte sono stati addirittura introdotti degli elementi bizzarri come la «messa dei pagliacci», «dei pupazzi» o «dei palloncini», mentre in altre si proiettano diapositive, si fanno scenette o si suona la musica popolare.

tavola-altare

segno di pace

comunione data nella mano

Tavola-altare Segno di pace Comunione in mano

 La Messa romana

Tutto ciò contrasta con la Messa in latino celebrata da sempre nell’antica e venerabile lingua della Chiesa. Il celebrante sta di fronte a Dio sacramentato nel tabernacolo; non fà commenti personali, ma recita esattamente quelle stesse preghiere che i sacerdoti hanno usato per secoli, e solo lui può toccare con le mani l’Ostia consacrata. Al momento della Comunione, i fedeli si inginocchiano di fronte al Signore e lo ricevono soltanto in bocca. Non ci sono applausi e conversazioni prima della Comunione. I fedeli seguono la Messa con i loro messalini che traducono le parole del celebrante. I gesti del sacerdote sono rispettosi e composti, e prevedono molte genuflessioni come atto di rispetto per il Santissimo Sacramento. Il testo e il rito della Messa romana sono gli stessi ovunque e non variano da celebrante a celebrante o da parrocchia a parrocchia, poiché tutto è governato da ruoli uniformi e molto specifici.

altare cattolico

comunione in ginocchio

elevazione dell'ostia

Altare cattolico Comunione in ginocchio Elevazione


 La liturgia esprime la dottrina

papa pio XIIAnche il più fortunato degli osservatori può concludere che il rito moderno e quello antico sembrerebbero mandare due tipi di «segnali» radicalmente diversi su ciò che la Messa sia, a cosa serva o cosa ci chieda di credere. Il nuovo rito ci lascia l’impressione che la Messa non sia altro che un banchetto conviviale; il vecchio rito, invece, che la Messa sia un’azione diretta ad adorare Dio. Ciò ci porta a quel principio che è la chiave per capire il perché ci siano dei cattolici che vanno alla Messa romana: per sua stessa natura, la liturgia esprime la dottrina; ne parlò Sua Santità Papa Pio XII (che ha felicemente regnato dal 1939 al 1958) nella Lettera Enciclica Mediator Dei (1947): «Il culto che la Chiesa offre al Signore è una continua professione della fede cattolica […]; nella liturgia si esprime apertamente e chiaramente la dottrina cattolica». La liturgia non solo esprime la dottrina, ma esplicita anche ciò che i fedeli devono credere. Le preghiere e i gesti liturgici che esprimono riverenza verso la Presenza Reale di Cristo nell’Eucarestia, ad esempio, rafforzano e raffermano la nostra comune fede nella dottrina. Se dal culto pubblico si tolgono tutte quelle preghiere e quei gesti rituali che alludono a quella particolare verità (come la Presenza Reale), si può ben stare sicuri che nel tempo i fedeli cesseranno di crederci.

 La Messa romana e la dottrina cattolica

Poiché la Messa romana esprime la dottrina e nello stesso tempo esplicita ciò che i fedeli devono credere, la Chiesa, nei secoli passati, ha sempre vigilato attentamente sui testi liturgici in modo da assicurarsi che essi riflettessero pienamente la fede cattolica ed escludendo tutto ciò che potesse comprometterla. La Chiesa ha sempre parlato della Messa innanzitutto come di un sacrificio. É insegnamento infallibilmente rilevato che Gesù Cristo ha lasciato alla Chiesa un sacrificio visibile «in modo che il Suo sacrificio, già offerto una volta sulla Croce, potesse nuovamente essere reso attuale» 3. La dottrina secondo cui la Messa è prima di tutto un sacrificio offerto a Dio, è magnificamente e chiaramente espresso nella Messa romana. E così pure tantissimi altri punti dell’insegnamento cattolico come la Presenza Reale, la natura del Sacerdozio, l’esistenza del Purgatorio, l’identificazione della vera Chiesa di Cristo con quella cattolica e l’intercessione dei Santi.

 Protestantizzare i cattolici

martin luteroAnche i protestanti sono sempre stati al corrente di quanto la Messa cattolica esprima bene la dottrina della Chiesa. Infatti, quando vollero diffondere i loro insegnamenti fasulli e innovativi, cominciarono col cambiare la liturgia. Nel XVI secolo, Martin Lutero (1483-1546) riuscì a protestantizzare i cattolici cominciando proprio dal culto, come si legge in una sua biografia: «E venne quindi la riforma liturgica, che colpì il fedele più a fondo poiché ne intaccò la devozione personale: lo si invitò infatti a bere il vino del sacramento, a prendere la particola con le proprie mani, a comunicarsi senza prima essersi confessato, a sentire le parole della consacrazione nella sua stessa lingua e a prendere parte attiva nel coro sacro. Lutero elaborò quei principî teorici che furono poi alla base dei suoi cambiamenti più innovativi, il più importante dei quali era che la Messa non fosse un sacrificio» 4. I cambiamenti liturgici introdotti divennero quindi un mezzo per sminuire la dottrina cattolica e per diffondere al suo posto una dottrina rivoluzionaria. A dispetto di tutto questo, le riforme liturgiche che Lutero apportò nel XVI secolo per distruggere l’idea cattolica che la Messa fosse un sacrificio, assomigliano in maniera impressionante a quelle introdotte negli anni ’60! Come si spiega tutto ciò? E quali sono i principî che stanno dietro a queste innovazioni? Per rispondere a tali interrogativi dobbiamo risalire al Concilio Vaticano II.

 Le riforme del Vaticano II

Il Concilio Vaticano II 5 fu convocato da Giovanni XXIII (1881-1963). Egli disse di voler «aprire le porte» al mondo moderno e di voler «aggiornare» la Chiesa per rendere la sua presenza più «incisiva» per quei tempi e per richiamare più gente nel suo seno. Il Papa convocò i Vescovi per discutere su grandi riforme della liturgia, della disciplina ecclesiastica e della dottrina. Dopo la morte di Giovanni XXIII, i lavori del Concilio proseguirono sotto Paolo VI (1897-1978) e sfociarono in radicali cambiamenti. I cattolici si ritrovarono così di fronte alle riforme in ogni fase della propria vita religiosa. Su queste riforme si sono spese milioni di parole. I fedeli si sentirono ripetere centinaia di volte che «l’essenza della fede non era stata toccata» e che il Vaticano II avrebbe apportato «un vero rinnovamento» all’interno della Chiesa.

concilio vaticano II

giovanni XXIII

paolo VI

Da sinistrail Concilio Vaticano IIGiovanni XXIII e Paolo VI.

 I frutti del Vaticano II

D’altronde, Nostro Signore Gesù Cristo ci disse che avremmo potuto riconoscere un albero dai propri frutti, e che un albero buono avrebbe prodotto dei frutti buoni e che uno cattivo frutti cattivi. Ebbene, quali sono stati i frutti del Vaticano II? I preti e le suore hanno abbandonato in massa la loro sacra vocazione, i seminari, che una volta erano pieni, ora sono semivuoti o chiusi, l’assistenza alla Messa della domenica è calata drammaticamente, i teologi si sono posti dubbi o hanno rifiutato la dottrina cattolica, gli insegnamenti della Chiesa sulla morale vengono apertamente combattuti e ignorati di proposito sia dal clero che dai laici. Si possono chiamare buoni tali frutti? La maggior parte dei cattolici direbbe certamente di no. E siccome i frutti sono cattivi, ciò porta a concludere che l’albero che li ha prodotti, il Vaticano II, sia anch’esso cattivo!

 I principî del Vaticano II

Il Vaticano II ha prodotto tali effetti disastrosi perché si è fondato su due principî pericolosi: l’ecumenismo e il modernismo:

w L’ecumenismo cerca di fondere il cattolicesimo con le religioni non cattoliche. Tutte quelle dottrine e pratiche liturgiche che i protestanti o gli altri non cattolici trovano sgradite, devono, di conseguenza, essere eliminate, sminuite o rese ambigue.

w Il modernismo insegna che le verità cambiano di epoca in epoca e che, di conseguenza, anche la Chiesa debba cambiare in modo da essere così «incisiva» nel mondo secolare. Il clero modernista assimila il culto, la dottrina e la moralità tradizionale filtrandola attraverso la filosofia relativista moderna e i «principî» e i «valori» della società secolare. I modernisti spogliano così la fede da tutte quelle dottrine e pratiche liturgiche che alla mentalità moderna possono apparire troppo intransigenti, esclusiviste, difficili, oscurantiste, fanatiche o imbarazzanti. Come risultato, la nozione stessa di verità oggettiva viene a cadere, la religione viene così ridotta a poco più di un sentimento o di un simbolo, mentre gli stessi principî della morale divengono vaghi. Fu la politica ecumenica e modernista del Vaticano II che portò alla creazione della nuova Messa.

 La nascita della nuova Messa

Poiché tutti quei concetti e pratiche liturgiche rifiutate dai non cattolici e dalla mentalità moderna abbondavano nella Messa romana, i riformatori nella Chiesa del postconcilio decisero di gettare a mare il vecchio rito e di crearne uno nuovo che potesse rimpiazzarlo. Questo avrebbe dovuto soddisfare due propositi:

w Per soddisfare i protestanti, nel nuovo rito bisognava eliminare, o almeno sminuire, la dottrina cattolica secondo cui la Messa fosse un sacrificio propiziatorio 6, celebrata da un ministro consacrato, in cui Cristo diviene presente sotto le Specie del pane e del vino mediante la «transustanziazione».

w Per soddisfare l’uomo moderno occorreva invece abolire o stemperare parole forti come «inferno», «pena», «punizione eterna», «miracolo», «anima» e «separazione dal mondo».

Il compito di formulare un tale rito fu affidato ad una commissione chiamata Consilium (Consilium ad exequendam Costitutionem de Sacra liturgia). Tra gli osservatori non cattolici vi erano sei pastori protestanti: Ronald JasperMassey ShepherdRaymond GeorgeFriedrich KunnethEugene Brandt e Max Thurian in rappresentanza degli anglicani, del Consiglio Ecumenico delle Chiese, dei luterani e della comunità calvinista di Taizé.

osservatori protestanti con paolo VI

Il 10 maggio 1970, in occasione dell’udienza concessa ai sei pastori protestanti che hanno collaborato all’elaborazione del Novus Ordo Missæ, Paolo VI, parlando del loro contributo ai lavori del Consilium liturgico, ebbe a dire: «Vi siete particolarmente sforzati di dare più spazio alla Parola di Dio contenuta nella Sacra Scrittura; di apportare un più grande valore teologico ai testi liturgici, affinché la “lex orandi” (“la legge della preghiera”) concordi meglio con la “lex credendi” (“la legge della fede”)» (cfr. R. Coomaraswamy, Les problèmes de la nouvelle messe, Editions L’Age d’Homme, Losanna 1995, pag. 36). Non si capisce proprio come dei protestanti che negano la Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucarestia, l’essenza sacrificale della Messa, il sacerdozio ministeriale, la mediazione universale di Maria SS.ma e dei Santi, e altre verità di fede possano aver apportato «un più grande valore teologico ai testi liturgici».

 

Sul loro ruolo all’interno del Consilium, il Vescovo William Baum (creato Cardinale nel 1976 da Paolo VI) disse: «Essi non si trovavano lì solo come osservatori, ma anche come consulenti che parteciparono attivamente al rinnovamento liturgico. Non avrebbe rappresentato molto se si fossero limitati ad ascoltare; essi vi contribuirono pienamente». E il risultato finale fu la promulgazione della nuova Messa nell’aprile del 1969.

 Un documento rivelatore

Nel 1969, l’Institutio Generalis Missalis Romani introdusse per primo i testi ufficiali della nuova Messa. Gli estensori ne presentarono i principî dottrinali che erano alla base del rito che avevano elaborato. Esso costituisce un documento rivelatore. Eccone i punti salienti:

w Definizione di Messa: l’Institutio Generalis si riferisce alla Messa come alla «Cena del Signore», termine questo gradito ai protestanti, e la definisce come «sacra assemblea o riunione del popolo di Dio volta alla celebrazione del memoriale del Signore sotto la presidenza del sacerdote». Lutero stesso avrebbe potuto scrivere una definizione del genere! Don Luca Brandolini (Vescovo dal 1987), che partecipò alla creazione del nuovo rito, disse di questo passo: «Si parte dal concetto di assemblea per dare una definizione alla Messa».

cardinale william baum

mons. luca brandolini

Card. William Baum Mons. Luca Brandolini

w Il banchetto comunitario: l’Institutio presenta la Messa anzitutto come un banchetto comunitario o un memoriale, piuttosto che come un sacrificio.

w La presenza di Cristo: l’Institutio non fà alcuna menzione della Presenza Reale di Gesù Cristo nell’Eucarestia e della Transustanziazione. Insegna invece che Cristo è presente nell’assemblea, nella lettura delle Sacre Scritture, nel sacerdote, e che l’Ultima Cena viene così resa presente.

w Il ruolo del celebrante: é l’assemblea che «offre» la Messa e il sacerdote si limita a «presiederla» perché il suo ruolo ora non è più quello del sacrificatore e mediatore, ma quello di un semplice «presidente dell’assemblea».

w La Consacrazione: ciò che nel vecchio rito veniva definita «consacrazione», nella nuova Messa è ora chiamata narratio institutionis («racconto dell’istituzione»). Questo termine viene usato dai protestanti per significare che l’Eucaristia, invece di essere un sacrificio, è un mero richiamo al racconto dell’Ultima Cena. Ma quando il sacerdote recita le parole della Consacrazione in modo puramente narrativo, la sua intenzione viene considerata insufficiente e la Messa è così invalida: Cristo non diviene realmente presente e il sacrificio non ha luogo. Ma quando i fedeli avvertirono l’allarme su come il nuovo rito promuovesse idee così pericolose, i creatori della nuova Messa cercarono di occultare le proprie intenzioni. Nel 1970, infatti, gli innovatori elaborarono una seconda edizione dell’Institutio che aboliva la maggior parte del linguaggio fatto oggetto di obiezioni e che includeva invece termini tradizionali. Ma d’altra parte lasciarono completamente invariato il nuovo rito che avevano creato basandosi sui falsi principî enunciati nel 1969. Il nuovo rito resta adesso l’unico usato nelle chiese del mondo.

 Un rito ecumenico e modernista

Mettendo a confronto le preghiere e le cerimonie della Messa romana con quelle del nuovo rito, è facile constatare come i principî teorici vengano messi in pratica e come la dottrina cattolica tradizionale sia stata, per così dire, «depennata» per ingraziarsi i protestanti e la mentalità moderna. Ecco alcuni esempi:

w Il comune rito penitenziale: la Messa romana comincia con il sacerdote che recita delle preghiere di riparazione a Dio chiamate «preghiere ai piedi dell’altare». La nuova Messa comincia invece con un «rito penitenziale» che il celebrante e i fedeli recitano in comune. E chi fu il primo ad introdurre un rito penitenziale in comune? I protestanti del XVI secolo che volevano promuovere l’insegnamento che il sacerdote non differiva dai semplici fedeli.

messa dei bambini

messa dei bambini

Ecco come viene presentata la Messa ai bambini

w Loffertorio: le preghiere dell’Offertorio nella Messa romana contengono allusioni specifiche a molti punti della dottrina cattolica: che la Messa è offerta in riparazione dei peccati, che i Santi devono essere onorati, ecc… I protestanti rifiutavano tali dottrine e abolirono le preghiere dell’Offertorio. «Quell’abominio chiamato “offertorio” – diceva Lutero – con tutto ciò che sa di oblazione». Dopo essere stato abolito, nella nuova Messa l’Offertorio è stato sostituito con una cerimonia chiamata «presentazione dei doni». Le preghiere ritenute offensive dai protestanti sono state dunque rimosse. Al loro posto vi è adesso la vaga preghiera: «Benedetto sei Tu Signore, Dio dell’universo. Dalla Tua bontà abbiamo ricevuto…», tratta da un ringraziamento ebraico recitato prima dei pasti.

w Le preghiere eucaristiche: la Messa romana ha un’unica preghiera eucaristica, l’antico Canone romano. Il Canone è sempre stato il bersaglio favorito delle polemiche luterane e protestanti. Al posto di un unico canone, la nuova Messa ha un numero diverso di preghiere eucaristiche delle quali ne riporteremo qui soltanto una: la Preghiera Eucaristica n° 1. La sequela dei Santi, tanto aborrita dai protestanti, è ora resa facoltativa, e quindi raramente usata. I traduttori ne hanno fatto diverse versioni: tra l’altro, l’idea di offrire Cristo-Vittima nella Messa (una nozione condannata da Lutero) è scomparsa. Tutte le preghiere eucaristiche prevedono ora pratiche liturgiche tipicamente protestanti: sono pronunciate ad alta voce invece che in silenzio e seguono tutte un’impostazione narrativa piuttosto che essere una vera e propria Consacrazione. I vari segni di riverenza verso il Santissimo Sacramento (genuflessioni, segni di Croce, campane, incenso, ecc…) sono stati ridotti, resi facoltativi o eliminati.

w La Comunione nelle mani: un protestante del XVI secolo, Martin Butzer (1491-1551), condannò l’uso della Chiesa di dare ai fedeli l’Ostia nella bocca come un qualcosa che giustificava una doppia superstizione:

– il falso onore tributato al Sacramento Sacramento;

– la deplorevole arroganza dei sacerdoti chiamati sempre a maggior santità nel popolo di Dio in virtù dell’olio della consacrazione.

L’uso protestante della Comunione nella mano rappresenta quindi un rifiuto della Presenza Reale di Cristo e dell’idea del sacerdote-sacrificatore. D’altronde, l’introduzione di tale pratica nella nuova Messa (un rito dove Gesù Cristo «è presente nell’assemblea» e dove il sacerdote non fà altro che presiederla) rappresenta ancora un ulteriore allontanamento dalla dottrina bimillenaria della Chiesa. Ma chi ha creato il nuovo rito ha fatto di meglio rispetto ai protestanti: un laico non solo è ammesso a ricevere la Comunione nelle mani, ma anche a distribuirla, magari anche in pantaloncini o in minigonna (se si tratta di una laica). L’uso della Comunione nella mano fà appello anche all’uomo contemporaneo che ama sentirsi «autonomo» e «adulto» e non soggetto a nessuno (concetti questi peraltro estranei al patrimonio cattolico tradizionale).

martin butzer - bucero

comunione nella mano

Martin Butzer Comunione in mano

w Il culto dei Santi: le orazioni nella Messa romana di frequente invocano il nome dei Santi e ne chiedono l’intercessione. Il culto che la Chiesa riserva ai Santi è sempre stata bollato dai protestanti come «superstizioso» 7. Il nuovo rito ha abolito la maggior parte di queste invocazioni, oppure le ha rese facoltative e, in più, ha riscritto in un’ottica protestante tutte quelle preghiere recitate durante le ricorrenze: sono state infatti tolte tutte quelle allusioni al «merito dei Santi», al «trionfo della vera fede», alla «Chiesa cattolica come unica vera Chiesa», al «peccato d’eresia» e alla «conversione degli eretici».

w Il culto delle anime purganti: come cattolici, sappiamo che quando un nostro fratello ci lascia, si prega per il riposo della sua anima. Questa dottrina si riflette nelle «Preghiere per i defunti» della Messa romana: «Possiate essere Voi, o Signore, misericordioso verso N. N.». I protestanti rifiutano la dottrina per cui si debba pregare per i defunti, e i modernisti rifiutano la posizione tradizionale sull’anima e sul Purgatorio. Il nuovo rito prevede 114 preghiere per i defunti: in tutte, tranne che in due, la parola «anima» è stata eliminata. Una semplice svista? Don Enrico Asworth, che collaborò nel 1970 alla stesura del nuovo rito, ammise che tali omissioni erano intenzionali!

w La teologia «negativa»: la mentalità moderna è inconciliabile con l’aspetto «severo» della religione cattolica, e i teologi del postconcilio hanno fatto del loro meglio per nasconderlo. Gli estensori del nuovo rito hanno quindi sistematicamente rimosso dalle preghiere della nuova Messa tutti quei concetti «negativi» come «inferno», «giudizio», «ira di Dio», «punizione eterna», «gravità del peccato» e «malvagità del mondo». A tal proposito, chiedetevi quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di queste cose durante una Messa moderna.

w Le parole di Cristo: quando Gesù Cristo istituì l’Eucarestia durante l’Ultima Cena, disse che il Suo Sangue sarebbe stato «versato per voi e per molti in remissione dei peccati». Questo è ciò che dicono esattamente le parole della Consacrazione nel rito romano. Nella versione ufficiale del nuovo rito, per la maggior parte delle lingue occidentali (inglese, tedesco, italiano, portoghese e spagnolo), il «molti» è scomparso ed è stato rimpiazzato da un «per tutti». Una versione delle parole della Consacrazione che non ha il minimo riscontro nella storia della liturgia eucaristica della cristianità. La giustificazione teorica data per una simile traduzione, veniva fornita dagli scritti di un protestante tedesco e modernista, Gioacchino Geremia. Il vero punto della fraudolenta traduzione stava nel fatto di voler dipingere il Salvatore come un capo ecumenico che vuol salvare tutti gli uomini, senza preoccuparsi eccessivamente della loro fede. Il cambiamento nelle parole di Cristo suscita inoltre dei dubbi sulla validità della Consacrazione del Calice e si aggiunge già a quello suscitato dalla trasformazione della Consacrazione Eucaristica in una versione narrativa dal sapore protestante.

w Irriverenza sacrilega: oltre a promuovere una falsa dottrina, la nuova Messa è anche sacrilega. Un sacrilegio è qualcosa che offende il carattere di ciò che è sacro. Considerate il fatto di come i riti della nuova Messa offendano o sminuiscano il carattere sacro dell’Eucaristia. Le stesse parole di Cristo per la Consacrazione del Suo Preziosissimo Sangue sono state falsate. La Comunione nella mano, dove si mette l’Ostia in mani non consacrate, è una pratica ufficialmente approvata; gli uomini e le donne laiche possono ora maneggiare le Sacreministro straordinario dell'eucarestia Particole; si può usare anche un pane friabile con le briciole che cadono sul pavimento; in maniera distratta i fedeli si portano la Comunione alla bocca come se si trattasse di un biscotto; quando l’Ostia cade nessuno provvede più a raccoglierla con le dovute cautele; il sacerdote non provvede più a purificarsi le dita dai frammenti nel Calice; un applauso scrosciante vien fatto quando i fedeli dovrebbero essere in raccoglimento per prepararsi a ricevere la Comunione; la genuflessione dei fedeli è stata quasi dappertutto abolita; si usano adesso come calici e pissidi delle coppe di vetro e ceramica di aspetto comune e non consacrati; alla Comunione ora ci vanno ormai tutti senza essersi prima confessati. Dove si celebra il nuovo rito vi è un’atmosfera generale di irriverenza che porta all’idea che non tutto sia poi così importante e sacro. I fedeli conversano tranquillamente in chiesa, prima o dopo la Messa. Il modo di parlare del sacerdote è di proposito familiare e banale e il celebrante si comporta spesso come un attore dilettante che deve recitare la sua parte drammatica. I fedeli vestono casualmente come se fossero andati a far compere e a divertirsi, o in maniera immodesta con pellicce e abiti scollati. La musica, che spesso è accompagnata con chitarre e tamburelli, crea il più delle volte un’atmosfera mondana e popolare. Le chiese sono state spogliate delle statue dei Santi e degli arredi, e a guardarle non sembrano più «sacre» della stazione dei treni. Tutto questo converge ad un’idea soltanto: la Messa e la Presenza Reale di Cristo non sono poi «cose importanti». Di conseguenza la nuova Messa degrada ciò che esiste di più sacro sulla Terra: il rinnovamento incruento del sacrificio della Croce, e insulta direttamente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del Nostro Redentore. La nuova Messa è gravissimamente blasfema e il fatto stesso che tanti cattolici di buona volontà siano stati costretti ad accettarla fà parte di quel sottile piano diabolico sotto la falsa bandiera dell’obbedienza.

 La perdita della fede

La liturgia, di per sé, come già abbiamo detto, influenza la fede di coloro che vi partecipano. Quindi, i frutti della nuova Messa non dovrebbero costituire per noi una sorpresa. I cattolici hanno smesso di credere al dogma principale della Messa, che cioè il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo con la Transustanziazione. In un sondaggio condotto dal New York Times, nell’aprile del 1994, fu chiesto ai cattolici americani se il pane e il vino nella Messa fossero:

– «cambiati nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo» (secondo la dottrina tradizionale);

– «ricordi simbolici di Cristo» (secondo il credo protestante).

Ebbene, il 70% degli intervistati, nella fascia di età tra i diciotto e i quarantaquattro anni, rispose che il pane e il vino nella Messa erano solamente «ricordi simbolici». Anche nella fascia di età tra i quarantacinque e i sessantaquattro anni, il 58% rispose in tal modo, e solo il 38% ribadì la dottrina tradizionale. Negli intervistati di età superiore ai sessantacinque anni, solo un sofferto 51% optò per l’insegnamento tradizionale, mentre il 45% rispose nella maniera succitata. Nel passato, i martiri cattolici avrebbero scelto di morire piuttosto che affermare che la Presenza Reale di Cristo non era altro che simbolica! Adesso, invece, la posizione cattolica sull’Eucarestia in linea di massima non si distingue più da quella luterana, presbiteriana o metodista. La causa principale di questo «crollo» è da ricercarsi nella nuova Messa, la quale ha propagato i suoi errori dottrinali e le sue pratiche sacrileghe per decenni. É riuscita a trasmettere il messaggio del nuovo rito… e ha fatto perdere la fede.

 Cosa fare allora?

messa cattolicaRisulta quindi facile capire perché alcuni cattolici, con esplicita rinuncia, hanno deciso di non frequentare il nuovo rito e di andare solo alla Messa romana. Questa Messa è fedele alla dottrina che la Chiesa cattolica ha sempre ribadito e proclamato; al contrario, la Messa moderna annacqua e cancella la dottrina a vantaggio degli eretici. La Messa romana offre a Santissimo Sacramento un trattamento di grandissima riverenza, mentre il rito moderno gli riserva quello di un banalissimo pezzo di pane! Il rito romano affonda le proprie radici nella tradizione degli Apostoli; al contrario del nuovo, che è filo-protestante, modernista e corruttore della fede. L’atteggiamento che i cattolici dovrebbero avere verso la nuova Messa, potrebbe essere riassunto da queste tre parole: «Stiamone alla larga»! Se queste parole possono suscitare sorpresa e indignazione, si consideri questo: il fine principale della Messa è quello di onorare e servire Dio; e un rito che corrompe la dottrina della Chiesa, spaccia eresie come verità di fede, falsa le parole stesse del Signore, si mostra blasfemo contro il Suo Corpo ed è in combutta con i protestanti e con i modernisti, non di certo serve ad onorare Dio. Può al massimo disonorarlo. Nessun cattolico, ovviamente, vuol dispiacere al Signore; per questa ragione tutti i cattolici che rifiutano gli errori del nuovo rito e del Vaticano II non vanno a Messa tutte le domeniche, se non c’è il rito romano al quale possano assistere. Piuttosto che prendere parte ad un rito che possa offendere Dio, i cattolici (come gli inglesi del XVI secolo quando i protestanti introdussero le loro riforme liturgiche) cercano di assistere alla Messa romana e, non potendo assistervi, restano a casa loro, leggendo i messalini e unendosi spiritualmente alle Messe di vecchio rito celebrate nel mondo.

 La Messa con lindulto (o con il Motu Proprio)

I cattolici che rifiutano gli errori del Vaticano II e la nuova Messa, hanno tenuto in vita il rito antico dal 1969. Ma in alcune città, a partire dal 1984, certi Vescovi hanno cercato di guadagnarsi le simpatie dei «tradizionalisti» (cercando di ricondurli alla religione conciliare 8) permettendo che nella loro diocesi si potesse celebrare saltuariamente (o regolarmente) il vecchio rito «in maniera ufficiale»: queste Messe vengono comunemente chiamate «Messe con l’indulto». Grazie all’indulto, molti cattolici hanno così potuto riassistere al vecchio rito o vederlo per la prima volta. Questo è senza dubbio un grande passo avanti. Ma ci sono comunque dei seri problemi con la Messa con l’indulto. Le Ostie tolte dal Tabernacolo, consacrate prima in maniera dubbia e sacrilega con il nuovo rito, potrebbero essere distribuite durante la Comunione; il celebrante (o il Vescovo da cui ha ricevuto la nomina sacerdotale) potrebbe essere stato ordinato con i nuovi riti conciliari la cui validità è fortemente dubbia; le Ostie consacrate e riposte nel Tabernacolo nel vecchio rito, potrebbero poi esser dopo distribuite nelle mani dei fedeli durante la nuova Messa!

Si potrebbero citare tantissimi altri problemi analoghi. In ultima analisi, d’altronde, la Messa con l’indulto è solo un trucco per neutralizzare la protesta contro la nuova Messa e il Vaticano II. La nuova Messa, come abbiamo visto, trasuda errori dottrinali ed è sacrilega. Ma i preti e i fedeli che promuovono tali Messe con l’indulto, per ottenere l’approvazione dal loro Vescovo, devono impegnarsi a tacere sui mali del nuovo rito e del Concilio. Questo risulta molto più evidente da alcune «direttive» del Vaticano, che permettono il rito tradizionale sotto certe precise condizioni. Queste direttive obbligano il sacerdote che celebra queste funzioni, ad aderire alle riforme del Vaticano II, così come a promuovere «il loro adeguamento ai valori liturgici, disciplinari e dottrinali indicati dal Concilio». La Messa viene così degradata ad un mero esercizio di nostalgia, di estetica, di antiquariato, di preferenza e di dolce sentimentalismo. D’altronde, con la Messa dei bambini, delle ragazze all’altare e della Comunione nella mano, il grande banchetto conciliare può così offrire una scelta in più tra tante pietanze considerate buone e dove tutto è una questione di gusto personale. I cattolici che vanno alla Messa con l’indulto possono così anche sedersi a destra (la sezione della «Chiesa Alta») nel grande parlamento ecumenico del Vaticano II.

 Ricordati di santificare le feste

Talvolta i preti modernisti dicono che andare alla Messa «tradizionalista» in una chiesa non riconosciuta dalla diocesi, non costituisce adempimento del precetto festivo o, peggio ancora, rappresenta un peccato. In queste parole sembra implicita l’idea che si sia obbligati aelevazione del calice seguire il nuovo rito! Questo non è assolutamente vero. Il nostro primo obbligo è quello di onorare Dio e di salvare la nostra anima e nessuno può legittimamente obbligarci a seguire un rito che disonora il Signore e nello stesso tempo pregiudica la nostra salvezza falsando la fede cattolica. Per quanto riguarda il peccato, chi ha frequentato anche solamente per un po’ la Messa nuova sa bene quale alto concetto di peccato abbiano ancora i preti moderni! Comunque, se andare alla Messa «tradizionalista» è un peccato, questo è l’unico forse ancora rimasto nel postconcilio! Ironicamente, è proprio il nuovo Codice di Diritto Canonico a contraddire le loro esternazioni sul precetto festivo. Il Codice del 1983 stabilisce infatti che il precetto festivo «viene adempiuto dall’assistenza alla Messa celebrata in qualsiasi luogo secondo il rito cattolico» (can. § 1248.1), e la Messa che la Chiesa ha sempre celebrato per secoli non ha certo nessuna difficoltà ad essere qualificata come cattolica. La nostra situazione è come quella dei cattolici inglesi del XVI secolo quando i sacerdoti e i Vescovi adottarono il nuovo credo riformato e cercavano di imporre un rito nuovo ai fedeli. I cattolici ignorarono i precetti e le leggi dei novatori, che comandavano di adempiere al precetto festivo con la Messa eretica, e cercarono invece di trovare dei sacerdoti che potessero provvedere così a celebrare la vera Messa risonante di dottrina cattolica. E così pure ai nostri giorni. Le chiese e le cattedrali si trovano occupate da un clero che promuove una falsa dottrina e una forma eretica di culto. Come i cattolici del XVI secolo, anche noi non abbiamo nessun obbligo di seguire i dettami di un clero che ha pubblicamente apostatato dalla fede. E ancora, come siamo obbligati a seguire la vera dottrina e il culto cattolico, così dobbiamo ricercare quei preti fedeli che possano provvedere alla salvezza dell’anima.

 Un invito

Dopo il Concilio Vaticano II, i cattolici sparsi nel mondo hanno serrato i ranghi per salvare la Messa e i Sacramenti. Da qualche parte sono riusciti anche ad allestire delle splendide chiese per dare degna dimora al Signore; da qualche altra parte, invece, il Santo Sacrificio della Messa viene offerto in camere prese in affitto, proprio come la prima Messa (l’Ultima Cena) che si celebrò in una stanza affittata. Ad ogni modo, ciò che importa è la Messa, «grazie alla quale il Sole può sorgere e tramontare», come diceva San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751). Se quello che abbiamo detto fin qui vi ha instillato nell’anima il lodevole desiderio di venire alla Messa romana, vi invitiamo ad unirvi a noi alla prossima celebrazione. Questo libretto ha voluto essere solo una breve esposizione delle ragioni di quei cattolici rimasti «saldi e forti nella fede che avete appreso» (2 Ts 2, 14). Vi invitiamo comunque ad approfondire le nostre posizioni con la lettura e con lo studio. Esistono diversi libri e riviste che offrono una spiegazione e una difesa delle nostre ragioni. Infine, vi invitiamo alla preghiera e a ricercare l’intercessione della Madonna e dei Santi perché vi facciano ottenere la grazia di perseverare nell’unica vera fede, fino alla morte.

 Letture raccomandate

w Don A. Cekada, Non si prega più come prima, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia.

w Cardinali A. Bacci e A. Ottaviani, Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia.

banner crisi della chiesa

 

NOTE

1 Traduzione dall’originale in lingua inglese Welcome to the Traditional Latin Mass («Benvenuti alla Messa tradizionale in latino»), Catholic Restoration, Troy (Michigan) 1995, a cura di Luca Schiano.

2 La forma liturgica celebrata fino al Concilio Vaticano II viene spesso chiamata in diversi modi: «Messa tradizionale», «Messa di San Pio V», o «Messa tridentina»; tuttavia, a nostro avviso, l’aggettivo più corretto e che più le si addice è quello di «Messa romana», che noi utilizzeremo nel corso di questo libretto (N.d.R.).

3 Sacrosanto Concilio di Trento.

4 Cfr. R. Bainton, Here I Stand («Io resto qui»), Ed. Mentor, pag. 156.

5 Tenutosi dall’11 ottobre del 1962 all’8 dicembre 1965.

6 Offerto in riparazione dei peccati.

7 La conferma che questo, purtroppo, sia ancora oggi il pensiero del mondo protestante a riguardo del cattolicesimo romano – nonostante ormai cinquant’anni di sciagurati tentativi ecumenici, messi in atto dai soli cattolici, per avvicinarsi ai «fratelli separati» – viene da diverse opere scritte da autori riformati. Tra i tanti ne citiamo alcuni: nel suo libro Gli occhi aperti sulle astuzie di Satana (Ed. La Buona Novella, Brindisi 1988), il protestante tedesco Emil Kremer include tra le forme di superstizione (che egli definisce «peccati d’abominio») anche «il culto reso ad immagini e statue»«le preghiere indirizzate ai santi» (pag. 95), oppure il «ripetere un certo numero di preghiere o di “Pater” con lo scopo di ottenere da Dio qualche cosa» (pag. 96). Un altro autore protestante, l’italiano Carlo Fumagalli, nel suo libretto Magia: sua vera natura e conseguenze (Ed. La Buona Novella, Brindisi s.d.), rincara la dose includendo tra le forme di «idolatria religiosa» anche il «portare addosso reliquie di santi, scapolari, ecc… e venerarli», e aggiuge: «Le preghiere indirizzate ai Santi, a Madonne e a morti nascondono un grosso pericolo: possono aprire un collegamento diretto con demoni» (pag. 24).

8 Al di là delle varie considerazioni che si possono fare sulla vera ragione per cui le autorità che seguono il Vaticano II hanno concesso questo «permesso» per celebrare la Messa romana (un’abile espediente per convogliare su un binario morto, costruito ad arte, la protesta «tradizionalista»), c’è poi da dire che coloro che chiedono di usufruire di tale concessione al loro Vescovo devono firmare un documento in cui si dice di accettare la «bontà» del nuovo rito. 

 solo la superficialità che regna a proposito di questo argomento nel milieu cattolico, ma soprattutto la più completa ignoranza a riguardo dei veri motivi che stanno alla base delle preferenze in materia liturgica di certi cattolici. Non volendo rubare altro tempo prezioso al lettore, invito quindi a leggere questo articolo con animo sereno, tenendo però sempre l’occhio fisso alle verità immutabili della dottrina cattolica, l’unica che può condurci al porto sicuro della salvezza eterna.

Storia del Comitato dei 300 – la gerarchia dei cospiratori

Condividi su:

di Emilio Giuliana

  • Richard Gardner (ambasciatore americano) teneva sotto controllo Bettino Craxi; Craxi riuscì a far passare il divorzio e aborto nel parlamento italiano, provocando i più profondi e distruttivi cambiamenti religiosi e sociali che abbiano mai colpito la Chiesa cattolica e, di conseguenza, la morale della nazione italiana. Pag.16

– In linea di massima, il programma previsto dal Club Roma riguarderebbe l’invenzione e la diffusione delle idee di “post-industrializzazione” negli Stati Uniti, insieme alla diffusione di movimenti di controcultura come la droga, il rock, il sesso, l’edonismo, il satanismo, la stregoneria, ‘”ambientalismo”. Pagg.22 – 23

-Il club di Roma ha una propria agenzia di intelligence privata e “prende in prestito” anche dall’Interpol di David Rockefeller. Tutte le agenzie di Intelligence statunitensi lavorano a stretto contatto con essa, così come il KGB e il Mossad. Pag.24

– Quali sono gli obiettivi di questo gruppo segreto d’élite, erede dell’Illuminismo, del culto di Dioniso, del culto di Iside, del Catarismo? Questo gruppo d’élite, che si fa chiamare OLIMPIANI (credono di essere pari in potenza ai leggendari dèi dell’Olimpo, che, come Lucifero, il loro dio, si sono posti al di sopra del nostro vero Dio), crede di essere stato incaricato di attuare quanto segue per diritto divino: Governo unico mondiale …; distruzione di ogni identità e orgoglio nazionale; distruzione della religione cristiana; il controllo di ogni persona…; fine di ogni industrializzazione…; legalizzazione delle droghe e della pornografia…; pagg. 27-28-28-30-31

– …nel 1991, hanno bloccato tutte le esportazioni di tecnologia nucleare, tranne quelle verso Israele. Pag.37

– …si tratta di un accordo continuo e permanente, stipulato per la prima volta in modo aperto da Churchill e Roosevelt nel 1938, in base al quale l’Intelligence statunitense è obbligata a condividere informazioni top secret con l’Intelligence britannica. Pag.43

– Il Club di Roma è riuscito a dividere le Chiese cristiane; ha costruito un esercito di fondamentalisti carismatici ed evangelici che combatteranno per lo Stato sionista di Israele. Pag. 46

 

  • Le misteriose guerre tra bande scoppiate a New York negli anni Cinquanta sono un esempio di come i cospiratori possono creare e inscenare qualsiasi tipo di disturbo. Pag.86

 

  • Il fenomeno dei Beatles non fu una ribellione spontanea dei giovani contro il vecchio ordine sociale. Si è trattato di un complotto accuratamente studiato… pag.87

 

  • Iran, perché lo scià è stato deposto e poi assassinato dal governo americano? In una parola, a causa delle DROGHE. Pag.140

 

  • Con l’avvento di Khomeini, portato al potere in Iran dal Comitato dei 300, la produzione di oppio si impennò… pag. 141

 

  • INTRODUCTION TO THE SOCIOLOGY OF MUSIC, Adorno, Theo. Adorno fu cacciato dalla Germania da Hitler a causa dei suoi esperimenti musicali sul culto di Dioniso. Gli Oppenheimer lo trasferirono in Inghilterra, dove la famiglia reale britannica gli offrì strutture presso la Gordonstoun School e sostegno. È qui che Adorno ha perfezionato la “Beatlemusic Rock”, il “Punk Rock”, l’”Heavy Metal Rock” e tutto quel clamore decadente che oggi passa per musica. È interessante notare che il nome “The Beatles” fu scelto per mostrare un legame tra il rock moderno, il culto di Iside e lo scarabeo, simbolo religioso dell’antico Egitto. Pag.235

 

  • L’INGEGNERIA DEL CONSENSO, Bernays. In questo libro del 1955, Bernays delinea il modus operandi per persuadere gruppi mirati a cambiare idea su questioni importanti che possono cambiare l’orientamento nazionale di un paese. Il libro parla anche dello scatenamento di truppe d’assalto psichiatriche, come quelle presenti nelle organizzazioni lesbiche e gay, nei gruppi ambientalisti, nei gruppi per i diritti dell’aborto, ecc. Il concetto di “truppe d’assalto “psichiatriche” è stato sviluppato da John Rawlings Reese, fondatore del Tavistock Institute of Human Relations. Pag.238

 

  • LA STRUTTURA DELL ‘INDUSTRIA MUSICALE POPOLARE; IL PROCESSO DI FILTRAGGIO PER CUI I REGISTRI SONO SELEZIONATI PER IL CONSUMO PUBBLICO, Istituto per la

Ricerca Sociale. Questo libro spiega come funzionano le “Hit Parade”, la “Top Ten” – ora ampliata alla “Top Forty” per ingannare gli ascoltatori e fargli credere che ciò che ascoltano è ciò che piace a “LORO”! pag.240

 

  • il 1° maggio 1776 è ancora oggi il grande giorno di tutte le nazioni comuniste [il 1° maggio 1776 è anche il “Law day” dichiarato dall’American Bar Association]. [la celebrazione del il 1° maggio [Baal/Bealtaine] risale a molto prima nella storia è il giorno è stato scelto per ragioni antiche, che derivano dal paganesimo; il culto di Baal e ruota attorno al culto di Satana. Fu in questo giorno, il 1° maggio 1776, che Weishaupt completò il suo piano e organizzò ufficialmente gli Illuminati per realizzarlo. Questo piano prevedeva la distruzione di tutti i governi e le religioni esistenti. Questo obiettivo doveva essere raggiunto dividendo le masse di persone, che Weishaupt chiamava “goyim” [membri delle nazioni] o bestiame umano, in campi contrapposti sempre più numerosi su questioni politiche, sociali, economiche e di altro tipo – le stesse condizioni che viviamo oggi nel nostro Paese. I campi contrapposti dovevano essere armati e gli incidenti dovevano portarli a combattere, indebolire e distruggere gradualmente i governi nazionali e le istituzioni religiose. Ripeto, le condizioni stesse del mondo di oggi. Pagg. 248-249

 

  • Nel 1784 Weishaupt diede degli ordini per la Rivoluzione francese. Uno scrittore tedesco, di nome Zweig, lo mise in forma di libro. Conteneva l’intera storia degli Illuminati e dei piani di Weishaupt. Una copia di questo libro fu inviata agli Illuminati di Francia guidati da Robespierre, che Weishaupt aveva delegato a fomentare la Rivoluzione francese. Il corriere è stato colpito e ucciso da un fulmine mentre passava da Ratisbona per andare da Francoforte a Parigi. La polizia ha trovato i documenti sovversivi sul suo corpo e li ha consegnati alle autorità competenti. Dopo un’indagine approfondita sul complotto, il governo bavarese ordinò alla polizia di fare irruzione nelle logge del “Grande Oriente” di Weishaupt, appena organizzate, e nelle case dei suoi collaboratori più influenti. Tutte le prove aggiuntive così scoperte convinsero le autorità che i documenti erano copie autentiche della cospirazione con cui gli Illuminati progettavano di usare guerre e rivoluzioni per realizzare un governo mondialista, che intendevano, con i Rothschild a capo, usurpare non appena fosse stato istituito, esattamente come la cospirazione delle Nazioni Unite di oggi. Pag.252

 

  • Ecco una cosa che stupirà e probabilmente indignerà molti di coloro che la sentiranno, ma ci sono prove documentali che i nostri Thomas Jefferson e Alexander Hamilton furono studenti di Weishaupt. Jefferson fu uno dei più forti sostenitori di Weishaupt quando questi fu messo fuori legge dal suo governo e fu Jefferson a infiltrare gli Illuminali nelle logge di “Rito scozzese” appena organizzate nel New England. Ecco la prova. Pag.253

 

  • “In precedenza, con uno stratagemma, era stato falsificato l’esito della battaglia di Waterloo; Rothschild aveva diffuso la notizia che Napoleone aveva avuto una brutta battaglia, scatenando un terribile panico sul mercato azionario in Inghilterra. Tutte le azioni scesero quasi a zero e Nathan Rothschild acquistò tutte le azioni per quasi un centesimo del loro valore in dollari. Questo gli diede il controllo completo dell’economia della Gran Bretagna e di quasi tutta l’Europa. Così, subito dopo il crollo del Congresso di Vienna, Rothschild costrinse la Gran Bretagna a istituire una nuova “Banca d’Inghilterra”, sulla quale aveva il controllo assoluto, proprio come fece in seguito attraverso Jacob Schiff; progettò il nostro “Federal Reserve Act” che diede alla Casa di Rothschild il controllo segreto dell’economia degli Stati Uniti. Ma ora, per un momento, esaminiamo le attività degli Illuminati negli Stati Uniti. Pag.254

 

  • “All’inizio degli anni Cinquanta del XIX secolo, gli Illuminati tennero una riunione segreta a New York alla quale partecipò un illuminista britannico di nome Wright. I presenti appresero che gli Illuminati si stavano organizzando per unire i nichilisti e gli atei con tutti gli altri gruppi sovversivi in un gruppo internazionale noto come comunisti. Fu allora che apparve per la prima volta la parola “comunista”, destinata a diventare l’arma e la parola d’ordine definitiva per terrorizzare il mondo intero e spingere i popoli terrorizzati verso il progetto degli Illuminati di un mondo unificato. Questo progetto: il “comunismo” doveva servire agli Illuminati per fomentare guerre e rivoluzioni future. Clinton Roosevelt, un antenato diretto di Franklin Roosevelt, Borace Greeley e Charles Dana, i principali editori di giornali dell’epoca, furono nominati a capo di un comitato per raccogliere fondi per questa nuova impresa.
  • Naturalmente, la maggior parte dei fondi fu fornita dai Rothschild e questo fondo fu utilizzato per finanziare Karl Marx ed Engels quando scrissero “Das Kapital” e il “Manifesto comunista” a Soho, in Inghilterra. E questo rivela chiaramente che il comunismo non è una cosiddetta ideologia, ma un’arma segreta; una parola d’ordine al servizio degli Illuminati. Inoltre, mentre Karl Marx scriveva il “Manifesto comunista” sotto la direzione di un gruppo di illuministi, il professor Karl Ritter dell’Università di Francoforte scriveva l’antitesi sotto la direzione di un altro gruppo. L’idea era che coloro che gestiscono la cospirazione globale potessero usare le differenze tra queste due cosiddette ideologie per poter dividere sempre più la razza umana in campi contrapposti, al fine di armarli e fare loro il lavaggio del cervello per combattersi e distruggersi a vicenda. E soprattutto distruggere tutte le istituzioni politiche e religiose. Il lavoro iniziato da Ritter fu continuato dopo la sua morte e completato dal cosiddetto filosofo tedesco Freidrich Wilhelm Nietzsche, che fondò il nietzscheismo. Questo nietzscheanesimo si è poi sviluppato nel fascismo e poi nel nazismo ed è stato utilizzato per fomentare la prima e la Seconda guerra mondiale.
  • “Nel 1834, il leader rivoluzionario italiano, Giuseppe Mazzini, fu scelto dagli Illuminati per guidare il loro programma rivoluzionario in tutto il mondo. Pag.255

 

  • Lo zar russo nel silurare la prima Società delle Nazioni al Congresso di Vienna, si guadagna l’eterna inimicizia dei Rothschild. Pag.259

 

  • Creare conflitti tra gruppi minoritari in tutte le nazioni, soprattutto tra bianchi e neri. Pag.260

 

  • Improvvisamente, intorno al 1890, una serie di pogrom scoppiò in tutta la Russia. Diverse migliaia di ebrei innocenti, uomini, donne e bambini, furono massacrati da cosacchi e altri contadini. Simili pogrom con analoghi massacri di ebrei innocenti scoppiarono in Polonia, Romania e Bulgaria. Tutti questi pogrom sono stati fomentati da agenti Rothschild. Di conseguenza, i rifugiati ebrei terrorizzati provenienti da tutte queste nazioni si riversarono negli Stati Uniti e ciò continuò per i due o tre decenni successivi, perché i pogrom furono continui per tutti questi anni. Tutti questi rifugiati sono stati aiutati da sedicenti comitati umanitari istituiti da Schiff, dai Rothschild e da tutti i loro affiliati.

“I rifugiati si riversarono a New York, ma i comitati umanitari di Schiff e Rothschild trovarono il modo di trasferire molti di loro in altre grandi città come Chicago, Boston, Filadelfia, Detroit, Los Angeles, ecc. Tutti furono rapidamente trasformati in “cittadini naturalizzati” e educati a registrarsi come democratici. Così, tutti questi cosiddetti gruppi di minoranza sono diventati solidi elettori democratici nelle loro comunità, tutti controllati e manovrati dai loro cosiddetti benefattori. E subito dopo la fine del secolo, sono diventati fattori vitali nella vita politica della nostra nazione. Questo era uno dei metodi usati da Schiff per piazzare uomini come Nelson Aldrich al Senato e Woodrow Wilson alla Casa Bianca. pag.262

 

  • Un altro degli ospiti attesi era Warburg, del clan bancario tedesco Warburg, che aveva finanziato il Kaiser e che quest’ultimo aveva premiato nominandolo capo della polizia segreta tedesca. Pag.275

IL SOFISMA STRUTTURALE DELLA F.S.S.P.X. (Fraternità Sacerdotale San Pio X) E I SUOI GRAVI ERRORI

Condividi su:

di Doctor Quidam

Con le ultime dichiarazioni del Superiore della F.S.S.P.X. è ormai certo il proposito di procedere alla consacrazione episcopale di vescovi ad Econe senza il previo mandato apostolico e sono stati resi pubblici i nomi degli “eletti” alla collazione dell’episcopato.. L’argomento principe sollevato dal teologo della F.S.S.P.X. don Jean-Michel Gleize è quello che i vescovi consacrati saranno senza giurisdizione “des abbés episcopaux” come furono definiti un tempo, dopo le consacrazioni del 1988, con la medesima volontà di non istituire una gerarchia parallela.

Tutto questo argomento proposto parte da un ragionamento (sillogismo) con delle premesse errate che porta a delle conclusioni ancora più errate. San Tommaso d’Aquino insegnava nel “De Ente et Essentia”: “parvus error in principio, magnus est in fine”.

In primo luogo va evidenziato che nella Chiesa Cattolica esiste un dogma che è la sottomissione al Romano Pontefice da parte di tutti i cristiani e le umane creature, già definito da Bonifacio VIII nella Bolla “Unam Sanctam” del 13 novembre 1302 DS 875, al quale dogma non si può derogare senza cadere nell’eresia.

La F.S.S.P.X. suppone che si possano aprire Priorati, case religiose, predicare, amministrare Sacramenti senza l’autorizzazione dei vescovi ordinari diocesani, questo è completamente falso, già dal Medioevo furono emanate censure in merito, in quanto già solo una predicazione senza controllo del vescovo diocesano era sinonimo di predicazione scismatica se non eretica, perché non vagliata dai censori ecclesiastici
diocesani che valutavano il predicatore. Lo stesso San Francesco d’Assisi e l’Ordine da lui fondato ebbero all’inizio molti ostacoli per questo motivo.

Lo stesso Mons. Marcel Lefebvre quando andò a Venezia per una Messa Pontificale il 7 aprile 1980 fece menzione di questo problema durante il sermone, nella normalità un vescovo non poteva predicare in un’altra diocesi senza l’autorizzazione del vescovo ordinario. Continua a leggere

Christus Rex-Traditio: DIFFIDA agli organizzatori del “Tumulto Pride” di Verona e richiesta di tutela dei minori negli spazi pubblici

Condividi su:

INOLTRATO AGLI ORGANIZZATORI ALLE AUTORITA’ E ALLA STAMPA

VERONA, 25/06/2026 (in foto Gianni Zardini a un precedente pride a Verona, foto della redazione di agerecontra.it)

Il Circolo Christus Rex-Traditio, nel pieno rispetto della libertà di manifestazione del pensiero e di riunione pacifica, ritiene doveroso richiamare l’attenzione delle Autorità competenti sulla necessità che ogni manifestazione pubblica si svolga nel rispetto della legge, dell’ordine pubblico, del decoro urbano e, soprattutto, della tutela dei minori eventualmente presenti.

In occasione di manifestazioni Pride svoltesi in diverse città italiane, sono state diffuse immagini e documentazioni fotografiche ritraenti, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, condotte, abbigliamenti, cartelli, esibizioni o rappresentazioni che, ove accertate nella loro autenticità, collocazione temporale e contesto, appaiono meritevoli di verifica da parte delle Autorità sotto il profilo della compatibilità con le norme poste a tutela del pudore pubblico, della pubblica decenza, dei minori e contro ogni blasfemia. 

In particolare, il Circolo segnala che alcune immagini pubblicamente circolate mostrerebbero la presenza di minori in prossimità di condotte o rappresentazioni a contenuto sessualmente esplicito o comunque potenzialmente inidoneo a un contesto familiare e aperto alla cittadinanza. Tali materiali saranno prodotti, con oscuramento dei volti dei minori e con indicazione, per quanto disponibile, della fonte, della data, del luogo e del contesto di acquisizione.

Alla luce di ciò, il Circolo diffida formalmente gli organizzatori del Tumulto Pride di Verona, nonché ogni soggetto a qualunque titolo coinvolto nell’organizzazionepromozione o gestione dell’evento, dal porre in essere, consentire, agevolare o tollerare, durante la manifestazione del 27 giugno 2026, condotte che possano integrare, anche solo in ipotesi, violazioni dell’art. 527 c.p., dell’art. 528 c.p., dell’art. 726 c.p. o di ogni altra disposizione applicabile in materia di decoro, pubblica decenza, ordine pubblico e tutela dei minori.

Si chiede altresì alle Autorità competenti – Questura, Prefettura, Polizia Locale, Comune e Procura della Repubblica (cui si trasmette la presente) – ciascuna per quanto di competenza – di adottare ogni misura preventiva e di vigilanza ritenuta opportuna, affinché la manifestazione si svolga senza esposizione di minori a nudità, rappresentazioni sessualmente esplicite, simulazioni di atti sessuali, oggetti a chiara connotazione erotica o messaggi osceni esposti in modo indiscriminato al pubblico.

Quanto al profilo scolastico, il Circolo Christus Rex-Traditio richiama la recente Legge 9 giugno 2026, n. 104, recante disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico, che richiede il consenso informato preventivo dei genitori o degli studenti maggiorenni per attività attinenti alla sessualità e prevede specifiche garanzie per le famiglie. A decorrere dalla sua entrata in vigore, si chiede al Sindaco di Verona e agli organi comunali competenti di chiarire pubblicamente quali misure intendano adottare, nei limiti delle rispettive competenze, per assicurare il rispetto della normativa nelle scuole comunali e nei servizi educativi eventualmente interessati.

Il Circolo comunica di aver predisposto, tramite il suo Portavoce Avv. Andrea Sartori, apposita denuncia/esposto nei confronti dei soggetti istituzionali che abbiano pubblicamente annunciato o posto in essere iniziative dirette a non applicare, eludere o neutralizzare la normativa sul consenso informato, ove tali condotte risultino concretamente accertate e giuridicamente rilevanti.

Il Circolo si riserva inoltre di integrare l’esposto con riferimento al “Tumulto Pride di Verona”, qualora nel corso della manifestazione dovessero verificarsi condotte penalmente o amministrativamente rilevanti, anche in ragione della presenza di minori, e si riserva ogni iniziativa nelle sedi competenti, inclusa l’eventuale costituzione di parte civile nei procedimenti che dovessero essere instaurati.

GIU’ LE MANI DAI BAMBINI!!!

Avv. Andrea Sartori
Portavoce di Christus Rex-Traditio

Matteo Castagna
Responsabile Nazionale di Christus Rex-Traditio

Genova, 1,2 Petabyte di immagini per addestrare l’intelligenza artificiale. E la sovranità?

Condividi su:

Quando un comunicato aziendale arriva da Copenaghen e parla di Genova, conviene leggere oltre il titolo. L’undici giugno 2025 Milestone Systems annuncia, con la firma di NVIDIA, l’arrivo in Europa del suo Project Hafnia, e la prima città del continente a entrarci è proprio Genova. Sulla carta è una buona notizia di innovazione urbana, di quelle che le amministrazioni amano esibire. Sotto la superficie c’è una questione che riguarda tutti, perché tocca la titolarità dei dati pubblici, la loro destinazione e il controllo di ciò che da quei dati viene generato.

Il cuore tecnico dell’operazione è un Vision Language Model, un modello che impara a collegare immagini e testo per restituire interpretazioni e sintesi a partire da flussi video. Secondo il comunicato diffuso via Business Wire, l’obiettivo dichiarato è sviluppare soluzioni di intelligenza artificiale per la gestione del traffico e per città più efficienti, addestrando il modello con strumenti NVIDIA su infrastruttura cloud dedicata. Il primo servizio di Hafnia in Europa, si legge sempre nella nota ufficiale, è un modello europeo per la gestione dei trasporti addestrato su un ampio volume di dati di traffico raccolti a Genova. È qui che il discorso si fa concreto. Non si parla di una sperimentazione astratta, ma del materiale visivo prodotto dalle telecamere comunali.

La quantità impressiona. In dichiarazioni rese alla stampa e riprese da testate di settore come AI4Business, l’amministratore delegato di Milestone Thomas Jensen ha indicato in circa un Petabyte e due la mole di dati già acquisita e in fase di catalogazione, raccolta da un parco che la stessa documentazione aziendale quantifica in millecinquecento telecamere nel comunicato e in duemilasettecento dispositivi video e sensori nella scheda cliente pubblicata da Milestone. Il lavoro di messa a punto, sempre stando alle dichiarazioni, prevede la categorizzazione di milioni di veicoli per tipologia, colore, uso privato o commerciale, oltre al conteggio dei pedoni e al rilevamento degli incidenti. Tradotto, le immagini della città diventano la materia prima con cui si addestra un prodotto commerciale.

L’amministrazione comunale, attraverso la voce di Andrea Sinisi, responsabile delle reti di telecomunicazione, dei sistemi di controllo accessi e della videosorveglianza presso il Technology Office della Direzione Sistemi Informativi, inquadra la scelta dentro la cornice del Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione, presentandola come tappa della trasformazione digitale del Paese. La scheda cliente di Milestone precisa un dettaglio non secondario, ossia che il software di video management è di proprietà della Città di Genova e costituisce il sistema ufficiale di videosorveglianza cittadino. La titolarità del sistema, dunque, è pubblica. Resta da capire cosa accada al valore che da quel sistema viene estratto.

Il comunicato lo dice in modo trasparente. Il dataset reso conforme e il modello una volta addestrato saranno messi a disposizione delle città che usano Hafnia attraverso un modello di licenza ad accesso controllato. È la formula che merita attenzione. Il dato grezzo parte da Genova, ma il prodotto raffinato, cioè il modello, viene distribuito ad altri soggetti secondo regole stabilite dal fornitore. La differenza tra la residenza del dato e la sovranità sul dato, che chi scriveha già avuto modo di affrontare a proposito del confronto tra l’Estonia e il nostro Polo Strategico Nazionale, qui si materializza in modo quasi didattico.

A presidio della conformità l’operazione esibisce due garanzie. La prima è normativa. L’azienda rivendica l’allineamento al Regolamento generale sulla protezione dei dati e all’AI Act, al punto che Jensen parla della prima piattaforma al mondo costruita per soddisfare gli standard regolatori europei. La seconda è tecnica e si chiama deep natural anonymization, una tecnologia sviluppata dalla berlinese Brighter AI, che Milestone ha acquisito il primo aprile 2025, e che sostituisce volti e targhe con elementi sintetici non reversibili allo scopo di consentire l’analisi senza esporre i dati delle persone. Su quanto questa anonimizzazione sia effettiva, e soprattutto su quando intervenga lungo il flusso di trattamento, si gioca buona parte della tenuta giuridica dell’intera architettura.

Poi c’è il capitolo che il comunicato presenta come la prova della sovranità europea, e che a un esame ravvicinato diventa il punto più delicato. L’infrastruttura cloud scelta per il progetto genovese è quella di Nebius, descritta nella nota come provider sovrano europeo, con data center nell’Unione e con la promessa che i dati del settore pubblico restino entro la giurisdizione europea. La presentazione è impeccabile. La genealogia un po’ meno. Nebius Group è ciò che resta della holding olandese Yandex dopo che, nel luglio 2024, ha ceduto le attività russe a investitori locali per cinque miliardi e quattrocento milioni di dollari, la più grande uscita aziendale dalla Russia dall’inizio della guerra in Ucraina. La società ha oggi sede ad Amsterdam, è quotata al Nasdaq con il simbolo NBIS ed è guidata da Arkady Volozh, cofondatore e storico amministratore delegato di Yandex, che era finito sotto sanzioni dell’Unione dopo l’aggressione russa e che ne è stato liberato nel marzo 2024 dopo aver spostato centinaia di ingegneri fuori dalla Russia e aver definito barbara l’invasione.

Nessuno mette in dubbio la regolarità formale dell’operazione né la legittimità di Nebius come società europea a tutti gli effetti. Il punto è un altro, ed è quello che dovrebbe interessare chi ragiona di sovranità digitale come categoria strategica e non come slogan. La filiera di un progetto venduto come campione di autonomia europea è quasi interamente esterna al perimetro nazionale. Il software è di una azienda danese, Milestone, controllata dal 2014 dal gruppo giapponese Canon. L’infrastruttura di calcolo è dello statunitense NVIDIA. Il cloud cosiddetto sovrano è di una società formalmente olandese ma erede diretta di un colosso tecnologico russo, con management e competenze che da quel mondo provengono. L’unico elemento italiano della catena è il dato di partenza, cioè le immagini delle telecamere di una città, prodotte con denaro pubblico per finalità di sicurezza e mobilità, e ora trasformate in carburante per un modello commerciale.

Resta infine la domanda più scomoda, quella documentale. A oggi non risulta pubblicamente reperibile un atto amministrativo formale, una delibera di Giunta o una determinazione dirigenziale, con cui il Comune di Genova autorizza la messa a disposizione delle immagini per l’addestramento dell’intelligenza artificiale. L’operazione viene raccontata come collaborazione e come partecipazione a una iniziativa privata, non come provvedimento pubblicato e tracciabile. Per un trattamento di questa natura, su larga scala, in luoghi pubblici e per una finalità nuova come l’addestramento di modelli, la prudenza giuridica imporrebbe quantomeno una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati e un accordo che definisca con chiarezza titolarità e responsabilità. Documenti che il cittadino ha il diritto di vedere, e che lo strumento dell’accesso civico generalizzato consente di richiedere.

Il precedente che rende la questione tutt’altro che teorica si chiama Trento. L’undici gennaio 2024 il Garante per la protezione dei dati personali ha dichiarato illecito il trattamento effettuato dal Comune nei progetti di ricerca europei Marvel e Protector, che raccoglievano informazioni personali in spazi pubblici tramite telecamere e microfoni con lo scopo di addestrare software di intelligenza artificiale. La finalità sanzionata a Trento è esattamente quella che oggi viene celebrata a Genova. Cambia il vestito, perché qui si invocano anonimizzazione generativa e conformità anticipata all’AI Act, ma la sostanza del trattamento è parente stretta.

Genova ha tutto il diritto di ambire a essere una città intelligente, e l’efficienza della mobilità è un bene pubblico reale. La condizione perché l’innovazione non si rovesci nel suo contrario è una sola, ed è la trasparenza. Mostrare l’atto, pubblicare la valutazione d’impatto, chiarire chi possiede il modello addestrato sui dati dei genovesi e con quali limiti potrà essere ceduto ad altri. Perché un Petabyte di immagini di una città non è soltanto un problema tecnico di archiviazione. È una questione di chi comanda sul racconto digitale di una comunità, e quel comando, per restare democratico, deve poter essere letto da chiunque in un atto pubblico.

Articolo apparso su DifesaOnline

“Friedrich Nietzsche e il nazionalsocialismo, e altre questioni nietzschiane” di Matteo Martini

Condividi su:

LA RECENSIONE

di Matteo Castagna

“Friedrich Nietzsche e il nazionalsocialismo e altre questioni nietzscheane” è un saggio di Matteo Martini, pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Controcorrente. Il testo si può suddividere in due parti principali: la prima affronta il controverso rapporto tra la filosofia di Nietzsche e il nazionalsocialismo, mentre la seconda fornisce dettagli su altre tematiche legate al pensiero nietzscheano, come la presunta manipolazione dei suoi scritti da parte della sorella Elisabeth Förster-Nietzsche e le cause del suo crollo psichico.

Il saggio di Martini si distingue per un approccio chiaro e originale, rendendo accessibili anche ai lettori comuni concetti complessi della filosofia di Nietzsche. L’autore analizza criticamente come le idee nietzscheane siano state distorte per giustificare ideologie totalitarie, sottolineando la necessità di contestualizzare correttamente il pensiero del filosofo. Inoltre, Martini discute la manipolazione degli scritti di Nietzsche da parte della sorella, evidenziando come queste alterazioni abbiano influenzato la ricezione del suo pensiero, nel corso della storia.

Il libro è apprezzabile per la sua capacità di mettere assieme rigore accademico e accessibilità, risultando utile sia a chi si avvicina per la prima volta alla filosofia di Nietzsche, sia a chi desidera approfondire aspetti specifici del suo pensiero. La prefazione e la postfazione, a cura dei professori Francesco Ingravalle e Marina Simeone, offrono ulteriori spunti di riflessione e contestualizzazione.

Martini parte da una solida base storica e filosofica per decostruire il mito di un Nietzsche “precursore” ideologico del nazismo. Spesso, scrive Martini, si tende a leggere Nietzsche in modo semplicistico, attribuendo ai suoi concetti un valore politico esplicito, senza considerare il carattere complesso e paradossale della sua filosofia.

La volontà di potenza: Martini spiega come Nietzsche concepisse questo concetto non tanto come una spinta polemica per il dominio, ma come un principio vitale universale che coinvolgeva la crescita, la trasformazione e la creatività. La volontà di potenza, infatti, per Nietzsche è profondamente differente dalla volontà di dominio politica e autoritaria proposta dal nazionalsocialismo.

Il superuomo (Übermensch): Martini sottolinea che la figura dell’Übermensch non rappresenta in alcun modo un ideale di razza superiore o di leader autoritario. È piuttosto un simbolo della capacità dell’individuo di oltrepassare le convenzioni morali, per affermare nuovi valori individuali e autentici.

Resta, però, a mio personale avviso, il fatto che con la celebre dichiarazione “Dio è morto”, ciò che la storia ha recepito è la necessità del filosofo di affermare il modello dell’ “Uomo-Dio” di se stesso contrapposto al Dio che si fa uomo, ovvero Gesù Cristo. Martini non si sofferma su questa questione di stampo illuminista, hegeliano, se vogliamo, che si conclude con un sogno utopistico ed ateo che ha favorito la nascita della filosofia politica del “rosso-brunismo”, perché nel suo paganesimo, giunge a toccare in senso gnostico ed esoterico certo marxismo-leninismo.

Quanto alle manipolazioni operate dalla sorella Elisabeth, che fu attiva promotrice di una versione “nazionalista” e “arianizzata” del pensiero nietzscheano, Martini mette in evidenza come Elisabeth alterò la selezione e la pubblicazione degli scritti di Nietzsche, soprattutto nel cosiddetto “Testamento di Nietzsche”, inserendo modifiche ideologiche che piegarono il pensiero del filosofo a scopi politici.

Il ruolo di Elisabeth nel legare la figura di Nietzsche al nazionalismo tedesco e all’antisemitismo, pur essendo Nietzsche stesso critico nei confronti di tali idee. Questo capitolo diventa fondamentale per comprendere come la ricezione postuma dell’opera nietzscheana sia stata condizionata da interessi estranei alla filosofia stessa.

Esiste un’intera letteratura che indaga la natura ambivalente e spesso aforistica di Nietzsche, dove concetti come “volontà di potenza” o “superuomo” sono sfaccettati e spesso contraddittori. Molti studiosi, come Julián Young o Walter Kaufmann, hanno cercato di separare la filosofia di Nietzsche dagli usi politici fatti dal nazismo, sostenendo l’autonomia radicale del pensiero filosofico.

Martini si addentra anche nell’analisi del grave crollo mentale di Nietzsche nel 1889, opponendosi a letture fantasiose o ideologiche che attribuiscono a questo evento cause “politiche” o “morali” che non trovano riscontro nei fatti. ll filosofo soffrì di una grave malattia neurologica (probabilmente sifilide o altre patologie) che ne compromise irrimediabilmente le facoltà.

Lo scrittore mette in guardia dal legare il destino personale di Nietzsche a interpretazioni ideologiche, mantenendo la distinzione tra la vita privata del filosofo e i contenuti filosofici.

Una parte centrale del libro riguarda la ricezione del pensiero di Nietzsche nel contesto del Novecento, con un focus su: la riduzione strumentale di Nietzsche a “filosofo del potere” da parte dei nazisti per legittimare la loro ideologia. Poi, il contrasto tra il pensiero autentico di Nietzsche e l’interpretazione nazionalsocialista che ne fece un mito per la politica e la propaganda. Infine, il lavoro di ripulitura e di studio critico successivo alla Seconda Guerra Mondiale, che ha cercato di rimettere le cose al loro posto, con particolare attenzione alle edizioni critiche e alle ricerche storiche.

Martini non si limita a un’analisi storica, ma invita a riflettere anche sulle implicazioni etiche e culturali di questo caso. Il suo lavoro è un invito a considerare con estrema cautela come si interpretano e si usano le idee dei filosofi, specie quando queste idee vengono impiegate in contesti politici fortemente polarizzati.

L’autore fa un lavoro minuzioso nello svelare le distorsioni che hanno trasformato Nietzsche in uno dei filosofi “simbolo” del nazismo, sottolineando come questa connessione sia più il frutto di usi propagandistici che di affinità effettive. Il nazionalsocialismo ha voluto sfruttare alcuni concetti di Nietzsche riducendoli a slogan ideologici, esaltando un malinteso “superuomo” come ariano supremo e giustificando una violenta politica di potere e razzismo.

Nietzsche, al contrario, rifiutava ogni forma di nazionalismo e antigiudaismo, e la sua critica alla “razza ebraica” era principalmente una critica ai modi di pensare dominanti e non un’attitudine razzista.

Il libro evidenzia come nel contesto storico della Germania tra le due guerre mondiali, la percezione di Nietzsche sia stata forzatamente associata a un’ideologia totalitaria e autoritaria, dilatando la portata delle sue idee.

Matteo Martini spiega dettagliatamente i concetti filosofici principali, evidenziandone la complessità e il carattere spesso paradossale, che rendono impossibile una loro riduzione semplicistica a ideologie politiche rigide. Il suo pensiero si afferma come:

  • Dionisiaco e apollineo: Martini mostra come Nietzsche vede la vita come una tensione tra ordine e caos, non come un’imposizione autoritaria, elemento spesso ignorato dai nazisti.
  • Eterno ritorno: Contrariamente a un’idea di destino fatalistico, è per Nietzsche un esercizio etico di immersione totale nella vita, da cui si evince la volontà di affermare sé stessi.

Martini conclude con una riflessione sul pericolo dell’appropriazione politica delle idee filosofiche, mettendo in guardia dal rischio di semplificazioni e delle conseguenti distorsioni.

Il libro invita a una maggiore consapevolezza critica nell’interpretare pensieri complessi come quello di Nietzsche, evitando semplificazioni pericolose.

La filosofia, spiega Martini, deve muoversi nel terreno della libertà interpretativa, ma anche della responsabilità intellettuale e storica.

Questa riflessione ha un carattere particolarmente attuale, proprio perché mette in luce il rischio della strumentalizzazione ideologica nella società contemporanea.

Nel complesso, l’opera si rivela uno strumento prezioso per chi vuole comprendere Nietzsche oltre gli stereotipi, e per chi desidera un quadro chiaro e ben documentato del rapporto problematico tra filosofia e politica nel Novecento.

Diciannove minuti di nulla: il discorso di Trump sull’Iran e il conto che pagherà l’Europa

Condividi su:

EDITORIALE

di Claudio Verzola

Alle tre di notte italiane del 2 aprile, mentre l’Europa dormiva e i mercati asiatici già tremavano, Donald Trump si è presentato dalla Cross Hall della Casa Bianca per il suo primo discorso alla nazione dall’inizio dell’Operazione Epic Fury. Diciannove minuti. Il tempo di un episodio di una sitcom americana, con la differenza che qui non c’era nulla da ridere e, soprattutto, nulla di nuovo da ascoltare. Un esercizio retorico costruito sul vuoto, impastato di minacce, contraddizioni e un’ignoranza culturale che meriterebbe un capitolo a sé nei manuali di comunicazione strategica.

__________________________________________________________________________________________________________________

La frase più rivelatrice dell’intero discorso non è quella sugli obiettivi militari “quasi raggiunti”, né quella sulla NATO ridotta a “tigre di carta”. È quella pronunciata con il tono sicuro di chi non dubita mai di sé stesso: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Una dichiarazione che, nella sua brutale rozzezza, rivela molto più di quanto Trump intendesse comunicare. A partire dal fatto che non è nemmeno sua.

Bomb them back to the Stone Age” è uno dei cliché più logori del lessico bellico americano. La paternità viene generalmente attribuita al generale Curtis LeMay, l’uomo che nel 1945 incenerì due terzi delle città giapponesi con i bombardamenti incendiari e che durante la crisi di Cuba voleva fare lo stesso con L’Avana. Nel suo memoir del 1965, LeMay scrisse che il Vietnam del Nord andava bombardato fino a “distruggere ogni opera dell’uomo”. Ma a quanto ricostruito dallo storico Nick Cullather, la formulazione esatta nacque in realtà dalla penna del satirista Art Buchwald, che nel giugno 1967 la usò per parodiare l’ala più bellicista del Partito Repubblicano e la sua ossessione per il Vietnam. LeMay la riprese nel suo libro del 1968, e quando la citazione gli si appiccicò addosso come un marchio, tentò di correggere il tiro: “Non ho mai detto che dovremmo bombardarli fino all’età della pietra. Ho detto che avevamo la capacità di farlo.” Una distinzione sottile che non convinse nessuno.

La frase tornò a far notizia nel settembre 2006, quando il presidente pakistano Pervez Musharraf rivelò in un’intervista a “60 Minutes” della CBS, e poi nel suo memoir “In the Line of Fire”, che nei giorni immediatamente successivi all’11 settembre 2001 il vicesegretario di Stato Richard Armitage aveva convocato il capo dell’intelligence pakistana, il tenente generale Mahmood Ahmed, e gli aveva comunicato un ultimatum: o il Pakistan tagliava ogni legame con i Taliban e forniva pieno supporto logistico alla guerra in Afghanistan, oppure doveva “prepararsi a tornare all’età della pietra”. Armitage negò di aver mai pronunciato quelle parole, ma ammise di aver consegnato un messaggio “forte e fattuale”. Bush, messo alle strette dai giornalisti durante una conferenza stampa congiunta con Musharraf alla Casa Bianca, disse di essere rimasto “colpito dalla durezza di quelle parole”, aggiungendo di non essere stato informato della conversazione. Lo storico Cullather, in un saggio illuminante sull’etimologia della frase, osservò che Armitage potrebbe anche non aver mai parlato di età della pietra, ma quando telefonò a Islamabad per chiedere da che parte stava il Pakistan, Musharraf sentì l’affermazione di “un’antica prerogativa”: quella di un’America che si arrogava il diritto di decidere chi vivesse nel futuro e chi nel passato.

Ventiquattro anni dopo, la stessa frase riemerge dalla bocca di Trump sull’Iran. Dal Vietnam al Pakistan all’Iran, il cliché attraversa mezzo secolo di interventismo americano come un tic linguistico che tradisce una costante strutturale: la concezione della potenza aerea come macchina del tempo, capace di riavvolgere l’orologio della civiltà di interi popoli. Ma se la frase è sempre la stessa, il contesto questa volta aggiunge un livello di ironia storica che nessuno dei suoi precedenti utilizzatori avrebbe potuto immaginare.

L’Iran non è un Paese qualsiasi. L’altopiano iranico ospita insediamenti umani documentati dal Paleolitico inferiore, con siti come Kashafrud e Ganj Par che testimoniano presenze di centinaia di migliaia di anni. Susa, una delle città più antiche del pianeta, fu fondata attorno al 4395 a.C., quando i territori dell’attuale Virginia erano ricoperti di foreste primordiali senza il minimo segno di civiltà organizzata. Il filosofo Hegel definì i Persiani il “primo popolo storico”, quelli che per primi concepirono l’idea stessa di governo ordinato, di amministrazione imperiale, di diritto codificato che rispettasse le diversità culturali dei popoli sottomessi.

L’Impero achemenide di Ciro il Grande, nel V secolo avanti Cristo, collegava il 40% della popolazione mondiale allora conosciuta, dall’Egitto all’India, dalla Grecia ai confini dell’Asia centrale. Quando i Romani ancora combattevano guerre di villaggio nel Lazio, Persepoli era già un capolavoro architettonico che sintetizzava le tradizioni artistiche di venti nazioni. L’Iran ha dato al mondo l’algebra e l’algoritmo (la parola stessa viene dal matematico persiano al-Khwārizmī), ha contribuito in modo determinante all’Età d’Oro islamica con filosofi come Avicenna e poeti come Rumi e Hafez, ha influenzato profondamente l’arte, la medicina e la scienza da Costantinopoli a Delhi. La civiltà sasanide, l’ultima grande espressione dell’Iran preislamico, influenzò Roma al punto che gran parte di ciò che oggi chiamiamo “civiltà islamica” — dall’architettura alla scrittura, dalla filosofia alla medicina — fu in realtà costruito sulle fondamenta persiane.

Minacciare di riportare all’età della pietra una civiltà che ha letteralmente attraversato l’età della pietra per arrivare a fondare uno dei primi imperi della storia umana non è solo violenza verbale, è un certificato di analfabetismo storico rilasciato davanti al mondo intero. È come se qualcuno minacciasse di radere al suolo Roma senza sapere che il Colosseo esiste. Ma c’è qualcosa di più profondo e più inquietante di quanto non fosse nelle versioni precedenti di questa minaccia. LeMay parlava di capacità distruttiva, Armitage (se davvero lo disse) comunicava un ultimatum diplomatico a un Paese che doveva scegliere da che parte stare. Trump aggiunge tre parole che cambiano tutto: “dove meritano di stare”. Non è più una minaccia strumentale, è un giudizio morale. È la dichiarazione che un popolo intero appartiene alla barbarie per natura, e che bombardarlo fino alla regressione civilizzazionale non è un eccesso ma una correzione, un rimettere le cose al loro posto. È il linguaggio della deumanizzazione nella sua forma più compiuta, lo stesso che precede i crimini più gravi nella storia dei conflitti armati. Un presidente degli Stati Uniti che parla così dalla Casa Bianca non sta facendo retorica: sta normalizzando la distruzione di una nazione come atto moralmente legittimo, riciclando un cliché da satira degli anni Sessanta come se fosse dottrina strategica.

Il discorso dei paradossi: cosa ha detto e cosa ha contraddetto

I diciannove minuti di Trump sono stati un esercizio di equilibrismo tra affermazioni incompatibili tra loro, servite con la disinvoltura di chi sa che il proprio elettorato non andrà a controllare le fonti.

Prima contraddizione: il regime change. Il 28 febbraio scorso, nel discorso che annunciava l’inizio delle operazioni, Trump aveva esortato il popolo iraniano a rovesciare il proprio governo, definendola “probabilmente la vostra unica occasione per generazioni”. Cinque settimane dopo, dalla stessa Casa Bianca, ha dichiarato con identica sicurezza: “Il cambio di regime non è mai stato il nostro obiettivo. Non l’abbiamo mai detto.” E nella stessa frase: “Ma il cambio di regime c’è stato, perché tutti i loro leader originali sono morti.” Una dichiarazione che sfida la logica e la sintassi simultaneamente.

Seconda contraddizione: il nucleare. Per settimane la giustificazione principale della guerra è stata la minaccia nucleare iraniana. Sempre il 1° aprile, in un’intervista a Reuters, Trump ha liquidato la questione dell’uranio arricchito con un gesto della mano: “È così in profondità sottoterra, non me ne importa.” Questo mentre l’intelligence americana aveva già valutato l’anno scorso che l’Iran non disponeva di un programma nucleare militare attivo ed era a diversi mesi dalla possibilità di costruire un’arma, qualora avesse deciso di farlo. La casus belli si è dissolta nelle stesse parole di chi l’aveva invocata.

Terza contraddizione, la più grave: l’exit strategy che non esiste. Trump ha promesso che la guerra finirà “molto presto”, “in due o tre settimane”, ripetendo una scadenza mobile che dal 28 febbraio viene spostata con la stessa regolarità con cui si posticipa una riunione di condominio. Nella stessa frase ha annunciato che gli Stati Uniti colpiranno “estremamente duramente” nel prossimo periodo, minacciando di distruggere tutte le centrali elettriche iraniane “probabilmente simultaneamente” e poi di passare ai siti petroliferi. Non ha menzionato il fatto che il Pentagono sta ammassando Marines e forze anfibie per un possibile impiego terrestre. Non ha delineato alcun meccanismo negoziale concreto. Non ha spiegato come si chiude una guerra quando si promette contemporaneamente di andarsene e di intensificare i bombardamenti.

La NATO come capro espiatorio: anatomia di una demolizione

Il discorso alla nazione non ha affrontato direttamente la NATO, ma Trump ha compensato nelle ore precedenti con un’intervista al Telegraph in cui ha definito l’Alleanza Atlantica “una tigre di carta” e ha dichiarato di considerare “seriamente” il ritiro degli Stati Uniti. La logica, nella sua brutalità, è lineare: gli alleati non hanno partecipato alla guerra in Iran, dunque la NATO è inutile.

Questa narrazione omette deliberatamente un fatto fondamentale: nessun alleato è stato consultato prima dell’attacco del 28 febbraio. L’Articolo 5 prevede la difesa collettiva in caso di aggressione, non l’obbligo di partecipare a guerre d’aggressione unilaterali. L’Italia ha rifiutato l’uso della base di Sigonella, la Spagna ha negato l’uso delle proprie basi e chiuso lo spazio aereo ai voli coinvolti nel conflitto, la Francia ha mantenuto una posizione di distanza critica. Non si tratta di defezione, ma di coerenza con il diritto internazionale e con lo statuto stesso dell’Alleanza.

Ma Trump non sta criticando la NATO per riformarla. La sta demolendo per costruire un ordine internazionale in cui gli Stati Uniti non hanno alleati, ma clienti. “Se volete il vostro petrolio, andate a prendervelo a Hormuz e arrangiatevi”, ha detto rivolto agli europei. “E se non potete procurarvi abbastanza carburante, compratelo da noi.” È la trasformazione della partnership atlantica in un rapporto commerciale coercitivo: vi togliamo la sicurezza energetica con una guerra che non avete scelto, e poi vi vendiamo il gas a prezzo maggiorato come soluzione. Il segretario di Stato Rubio ha rincarato la dose dichiarando che dopo la guerra Washington dovrà “riesaminare” il rapporto con la NATO, usando il linguaggio freddo della ristrutturazione aziendale per descrivere lo smantellamento dell’architettura di sicurezza europea.

Nel frattempo, il primo ministro britannico Starmer ha convocato un vertice di oltre trenta Paesi per affrontare la crisi dello Stretto di Hormuz, cercando di costruire dal basso quella risposta multilaterale che Washington ha deciso di non fornire. Un segnale importante, che però arriva con cinque settimane di ritardo e senza la capacità militare navale necessaria per tradurre le intenzioni in fatti.

L’economia globale come danno collaterale accettato

I mercati non hanno creduto a una sola parola del discorso. Il Brent è risalito oltre i 104 dollari al barile nei minuti successivi all’intervento, il WTI ha superato i 102 dollari, il Nikkei ha perso il 2,1%, il Kospi sudcoreano il 3,9%, l’Hang Seng di Hong Kong ha aperto in calo. La reazione dei mercati è stata il vero fact-checking del discorso: gli investitori hanno letto tra le righe una continuazione del conflitto, non una conclusione.

I numeri alla quinta settimana di guerra raccontano una storia che Trump ha deliberatamente ignorato. Il gas sul mercato europeo TTF è rincarato del 74% dall’inizio del conflitto, i future sul petrolio Brent del 48%, i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti hanno superato i 4 dollari al gallone per la prima volta dal 2022. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% dell’approvvigionamento petrolifero mondiale, è di fatto chiuso. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che resterà chiuso “ai nemici”, e ventimila marittimi sono bloccati nella zona di guerra a bordo delle loro navi, una crisi umanitaria di cui nessuno parla.

L’OCSE ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a +2,9%, cancellando la revisione al rialzo che a dicembre sembrava probabile. L’inflazione nei Paesi del G20 è attesa al 4%, con 1,2 punti percentuali in più rispetto alle stime pre-conflitto. La BCE, che fino a febbraio stava allentando la politica monetaria, potrebbe essere costretta a rialzare i tassi, annullando tutto il percorso di riduzione realizzato tra il 2024 e il 2025. Lo spettro che si aggira per l’economia mondiale ha un nome preciso: stagflazione, quel mix tossico di inflazione elevata e crescita stagnante che mette all’angolo governi e banche centrali perché ogni intervento in una direzione peggiora l’altra.

Trump nel discorso ha liquidato l’impatto economico con una formula che meriterebbe di essere incorniciata: “Questo aumento a breve termine è interamente il risultato del regime iraniano che lancia attacchi terroristici contro le petroliere”. Come se lo Stretto di Hormuz si fosse chiuso da solo, come se l’Iran avesse deciso spontaneamente di bloccare il passaggio di un quinto del petrolio mondiale senza che nessuno lo avesse prima attaccato con undicimila sortite aeree e sedicimila bombe.

L’Italia nel mirino della tempesta perfetta

Per l’Italia, i diciannove minuti di vuoto dalla Cross Hall si traducono in numeri molto concreti. Il rapporto di primavera del Centro Studi Confindustria delinea tre scenari per il PIL italiano, tutti condizionati dalla durata della guerra: +0,5% con un cessate il fuoco rapido, stagnazione se il conflitto dura fino a giugno, recessione piena a -0,7% se la guerra si protrae per tutto l’anno. L’OCSE ha tagliato le stime italiane a un anemico +0,4%, il dato peggiore dell’Eurozona. L’ISTAT ha registrato il crollo della fiducia dei consumatori a 92,6, il minimo da ottobre 2023.

L’Italia è il Paese europeo più esposto a questa crisi per ragioni strutturali che non si possono risolvere con un decreto sulle accise. Il 45% del gas naturale liquefatto importato proviene dal Qatar, via Stretto di Hormuz. ENI aveva firmato con Doha contratti a lungo termine per fino a 1,5 miliardi di metri cubi annui per 27 anni, a partire proprio dal 2026. Quando nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo le motovedette dei Pasdaran hanno dichiarato la chiusura dello Stretto, quelle forniture si sono fermate. Non per un atto di guerra contro l’Italia, ma perché l’Italia aveva costruito la propria sicurezza energetica su una rotta che un qualsiasi conflitto nel Golfo poteva interrompere in qualsiasi momento. Le riserve di gas europee sono scese sotto il 30% della capacità, ben al di sotto della media quinquennale.

Le famiglie italiane stanno già pagando il prezzo di questa guerra non voluta e non scelta. Le stime aggiornate indicano un aumento medio di 477 euro per il gas e 153 euro per l’energia elettrica, portando il totale annuo della spesa energetica a 2.952 euro per famiglia, un incremento del 21,5% rispetto ai 2.427 euro previsti prima del conflitto. Conflavoro ha calcolato che in caso di blocco prolungato di Hormuz l’Italia rischierebbe fino a 33 miliardi di euro di impatto complessivo in sei mesi, pari a circa l’1,5% del PIL. Il Decreto Bollette da 5 miliardi, varato prima del conflitto, è già insufficiente: non era sbagliato nella sua logica, era semplicemente calibrato su un mondo che è cambiato il 28 febbraio.

Il governo Meloni si trova nella morsa più stretta: il Consiglio dei Ministri del 3 aprile dovrà decidere se rinnovare il taglio delle accise in scadenza il 7 aprile e quali misure aggiuntive adottare, mentre il prossimo Documento di finanza pubblica dovrà inevitabilmente tagliare le previsioni di crescita. Tutto questo mentre il ministro dell’Economia Giorgetti cerca di quadrare conti che non tornano più, in un Paese con un debito pubblico che rende ogni punto base di aumento dei tassi un macigno in più sul bilancio dello Stato.

I danni del sovranismo: quando l’America First diventa Everyone Last

C’è un filo rosso che collega la minaccia di riportare l’Iran all’età della pietra, la demolizione della NATO, l’indifferenza verso l’impatto economico sugli alleati e il rifiuto di delineare un’exit strategy. Quel filo si chiama sovranismo, nella sua declinazione più pura e più distruttiva: l’idea che una nazione possa agire nel sistema internazionale come un’entità completamente autonoma, senza vincoli di alleanza, senza obblighi di consultazione, senza responsabilità verso le conseguenze delle proprie azioni su tutti gli altri.

Trump incarna questo principio con una coerenza che sarebbe quasi ammirevole se non fosse catastrofica. “L’America non ha bisogno dello Stretto di Hormuz”, ha detto nel discorso. È tecnicamente vero: gli Stati Uniti sono in larga parte autosufficienti dal punto di vista energetico. Ma è strategicamente suicida, perché l’economia americana dipende da un’economia globale che quello Stretto lo attraversa eccome. Quando il Kospi crolla del 3,9% e il Nikkei del 2,1%, quando il Brent supera i 104 dollari e le catene di approvvigionamento globali si spezzano, l’onda arriva anche a Wall Street. Il sovranismo energetico è un mito in un’economia interconnessa.

Ma il danno più profondo è quello inflitto all’architettura di sicurezza che ha garantito la stabilità dell’Occidente per settantacinque anni. La NATO non è perfetta, non lo è mai stata. Ma l’alternativa al multilateralismo imperfetto non è il sovranismo efficiente: è il caos. È un mondo in cui ogni Paese deve arrangiarsi da solo, in cui le alleanze valgono quanto l’ultimo tweet del presidente di turno, in cui la sicurezza energetica di trecento milioni di europei dipende dalla buona volontà di chi ha appena dimostrato di non averne alcuna.

L’Europa, e l’Italia in particolare, si trovano oggi a pagare il prezzo di una doppia dipendenza: energetica dal Golfo e strategica da Washington. La guerra in Iran ha reso evidente, con la brutalità dei fatti, che nessuna delle due è più sostenibile. La domanda non è se l’Europa debba costruire una propria autonomia strategica, ma se sia ancora in tempo per farlo prima che il prossimo “discorso alla nazione” di diciannove minuti le costi ancora di più.

Un discorso per nessuno

Il primo ministro australiano Albanese, che non ha ascoltato il discorso perché stava preparando il proprio, ha sintetizzato il giudizio meglio di qualsiasi analista: gli obiettivi dichiarati sono stati raggiunti, non è chiaro cosa si debba ancora ottenere, né quale sia il punto di arrivo. È la fotografia esatta di una guerra che ha perso la propria narrazione strategica e sopravvive ormai solo sulla forza d’inerzia della violenza.

I sondaggi americani dicono che la maggioranza dei cittadini disapprova la guerra e il 62% si oppone all’invio di truppe di terra. L’approvazione di Trump ha toccato i minimi del secondo mandato. Ma nei diciannove minuti dalla Cross Hall non c’è stato un solo momento di dubbio, di riflessione, di riconoscimento che ottantasei milioni di iraniani sono esseri umani con seimila anni di civiltà alle spalle, non obiettivi da riportare all’età della pietra.

E forse è questo il dato più inquietante di tutti. Non le contraddizioni, non le bugie, non le minacce. Ma il vuoto. Il vuoto di chi governa la più grande potenza militare del pianeta e in diciannove minuti non riesce a dire una sola cosa che non sia stata già smentita dai fatti, contraddetta dalle sue stesse parole precedenti, o destinata a essere rimangiata la settimana prossima. Diciannove minuti di nulla, che però costano al mondo intero.

Fonte: https://www.difesaonline.it/2026/04/02/diciannove-minuti-di-nulla-il-discorso-di-trump-sulliran-tra-violenza-verbale-ignoranza-storica-e-il-conto-che-paghera-leuropa/

Il direttore d’orchestra del caso Moro – la storia di Igor Markevic

Condividi su:

di Emilio Giuliana

Avviandomi alla conclusione della lettura del libro in oggetto, mi venivano alla mente le “PAROLE” di “eminenti” personaggi della storia mondiale, i quali esprimevano ciò che sostanzialmente raccontano e confermano Fasanella e Rocca nel loro libro:  “Il mondo è governato da personaggi diversi da quelli che immaginano coloro che non gettano lo sguardo dietro le quinte” Benjamin Disraeli”, 1844;

«L’esoterismo autentico deve porsi al di là delle opposizioni che si affermano nei movimenti esteriori che agitano il mondo profano, e, se tali movimenti sono a volta suscitati o diretti in modo invisibile da potenti organizzazioni iniziatiche, si può dire che queste ultime li governano senza mescolarvisi, così da esercitare in egual modo la loro influenza su ciascuna delle parti avverse». René Guénon, l’esoterismo di Dante.

Si derida il cattolicesimo, bigotto, superstizioso, ingenuo…ma ben venga la magia, l’esoterismo, cartomanzia, astrologia, sedute spiritiche…, tutte pratiche fatte proprie di coloro che dietro le quinte, governano e indirizzano i popoli e le società del mondo.

  • Jacqueline Rothschil amica di Kyra Ninziskaja, futura moglie di Igor Markevic. Pag. 62
  • Col tramite di D’Annunzio, fanno venire dall’Italia la più grande medium del tempo, Eusapia Palladino. Pag. 66
  • A Londra, la Colonna è amica anche di Alfred Rothschild, che è lì come console austrungarico…. Alla vigilia della Prima guerra mondiale i Rothschild di Francia si adoperano per tener fuori dalla triplice Alleanza l’Italia, e lavorano a un riavvicinamento anglo-francese, mentre quelli d’Inghilterra tentano una conciliazione anglo-tedesca. Cercano anche di soccorrere i correligionari, battendosi per richiudere l’antica maledizione della diaspora. È proprio Walter Rothschild, presidente della federazione sionista britannica, che Balfour invia la celebre lettera del 1917 in cui parla per primo della necessità di un <<focolare ebraico>> in Palestina. Pag.70
  • Avevano già riorganizzato la massoneria, riuscendo a stabilire una totale sorveglianza sulle logge italiane. Ora, attraverso gli affiliati appartenenti all’aristocrazia siciliana, cercano di usare per i loro interessi la mafia e le istanze separatiste.

Avevano già stabilito ottime relazioni con eminenti personaggi del regime (Ciano, Del Bono, Grandi) e con membri della nobiltà (il duca Amedeo d’Aosta, il principe Junio Valerio Borghese, il conte Edgardo Sogno Rata del Vallino di Ronzone), ora stanno puntando su reti politico-militari in funzione anticomunista costituite da irriducibili postfascisti, da alti gradi delle forze armate, da ex partigiani bianchi, da massoni e da settori della mafia. Pragmaticamente riprendono l’idea di un fronte antibolscevico elaborata, con le stesse componenti, dal segretario del Partito fascista repubblicano – Alessandro Pavolini. Un’informativa dell’ 11 novembre 1946 parla di ex ufficiali della Rsi entrati in contatto con il contro- spionaggio inglese (Field Security Section) per far rinascere il fascismo sotto un nuovo partito nazionalista. Queste reti (Fronte italiano anticomunista, Fronte anticomunista europeo…) confluiranno nell’organizzazione Nato Stay-behind (la cui sezione italiana, conosciuta con il nome di Gladio, è stata fondata da Moro, Taviani e Mattei).

  • Straordinariamente chiara, in tal senso, la relazione inviata il 7 novembre 1943 a Pio XII dal primo delegato apostolico della nunziatura di Londra, monsignor William Godfrey. Il giorno prima, l’altò prelato ha incontrato il premier britannico e gli ha chiesto rassicurazioni sul destino postbellico dell’Italia. «Churchill ha risposto che l’Italia beneficerà di eccellenti condizioni di pace e che le sarà concesso un sussidio sostanziale nella ricostruzione. Egli può garantirlo perché la questione italiana è considerata una questione preminentemente britannica sia dagli Stati Uniti che dalla Russia. L’Unione Sovietica è d’accordo a lasciare l’Italia totalmente da sola, mentre gli Stati Uniti le daranno tutto il possibile supporto morale e gli aiuti materiali all’interno dello schema degli interessi britannici. L’unica cosa che l’Italia non avrà sarà una totale libertà politica. […] Churchill ha aggiunto che questo controllo politico sarà, comunque, condotto con la più grande discrezione possibile e sempre a vantaggio dell’Italia. Lasciata a sé stessa – ha continuato Churchill – l’Italia potrebbe, in pochissimi mesi, ricadere in un fascismo peggiore di quello che l’ha portata alla rovina.» Lo statista conclude paradossalmente che se si fosse commesso l’errore di riconoscere l’Italia come nazione vincitrice, la si sarebbe portata alla catastrofe: «Non sarebbe stato possibile farle accettare alcun controllo. Libera di cercare il suo destino (come i politici italiani amano dire), l’Italia farebbe ogni cosa per eccitare l’odio e l’antipatia degli altri Alleati, sicché nessuno l’avrebbe aiutata e lei sarebbe precipitata nell’anarchia e nella miseria». Pagg.228-229
  • Tra il 1945 e il 1947, il Sis italiano (Servizio informa-zioni e sicurezza) si mostra impressionato dall’attivismo antibolscevico dell’intelligence britannica che, come si è detto, sta conglobando in un fronte armato clandestino europeo tutti i tenaci fautori dei vecchi e nuovi fascismi. È una sorta di internazionale nera, già pronta alle direttive della cosiddetta Dottrina Truman, enunciata in un discorso al parlamento statunitense il 12 marzo 1947. Pag.230
  • La sua ascesa è iniziata nell’Italia prefascista, sotto le grandi ali di Giuseppe Toeplitz, erede a sua volta dei banchieri israeliti mitteleuropei; che progettarono la Comit in funzione dell’espansione industriale voluta da Giovanni Giolitti. Mattioli ha fondato il suo potere sull’indipendenza della finanza dalla politica, se non addirittura sulla supremazia della prima sulla seconda. Reggendo saldamente le redini dell’istituto, don Raffaele (come ama farsi chiamare) è riuscito a finanziare il fascismo senza sporcarsi le mani. Mussolini stesso ha zittito i gerarchi come Roberto Farinacci, che facevano da cani da pagliaio contro le dichiarazioni di autonomia del banchiere, e ha finto di non vedere tutto quello che accadeva all’ombra della Comit i rapporti con la massoneria britannica e i servizi segreti americani, affidati a Cuccia; le assunzioni di ebrei o di dissidenti come Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Adolfo Tino (zio di Antonio Maccanico); i contatti, attraverso Giorgio Amendola, suo allievo, con il Partito comunista clandestino.! Sicché, dopo la caduta del regime, Mattioli ha presentato il conto del suo antifascismo alla neonata Repubblica e ai suoi leader. Come Parri e Degasperi, anche Togliatti sa che non può fare a meno di lui. Con la spregiudicatezza dell’uomo d’affari, del resto, anche Mattioli sa che non può fare a meno di Togliatti (……) Si scava negli inconsueti territori nei quali il banchiere si sarebbe mosso fin dai tempi della sua formazione. Giuseppe Toeplitz lo avrebbe infatti introdotto ai misteri del Tibet, «il paese chiuso», e alle altrettanto misteriose e complesse concezioni del mistico ottomano Sabbatai Zevi e del suo successore Jakob Frank: antichi e oscuri profeti di un messianismo crudele, imperniato attorno a figure femminili, e di una rinascita della nazione ebraica attraverso una sempre imminente rivoluzione mondiale.

Senza addentrarsi in questi intricatissimi campi, si può ricordare solo la bizzarra disposizione testamentaria di Mattioli di farsi seppellire in piedi (per essere pronto alla Resurrezione), in una tomba dell’abbazia benedettina di Chiaravalle: nel Medioevo era stata il sepolcro di Guglielma (o Vilemina o Blazena Vilemina) la Boema, un’eretica che sosteneva di essere la reincarnazione femminile dello Spirito Santo. Pagg.263/64/65

  • Montini affida la delicata operazione di sutura tra giudaismo e cristianesimo a un suo vecchio amico, che premierà con la nomina a cardinale: un erudito prelato francese, tra i massimi esperti di storia del primo cristianesimo, di patristica e dei rotoli del Mar Morto, che alla vigilia dell’ascesa al trono pontificio di Paolo VI pubblica Dialogo con Israele. «L’Amicizia giudeo-cristiana, a cui appartengo da molti anni – vi si legge, – ha condotto una battaglia, alla quale non ho mai cessato di prendere parte, con molti altri. Vi è, in effetti, un antisemitismo cristiano; noi abbiamo il dovere di scoprirne le cause, al fine di poter lottare contro di esso.»

Quell’erudito si chiama Jean Daniélou e, prima di diventare gesuita, ha tradotto in latino il libretto di CEdipus rex, scritto per Stravinskij dal Gran Maestro del Priorato di Sion Jean Cocteau. (…) il cardinale Daniélau concluderà la sua esistenza nel 1974, in una situazione alquanto imbarazzante: lo troveranno stroncato da un infarto, con le tasche piene di soldi in un rione malfamato di Parigi, sulle scale della spogliarellista italo-francese Mimì Santoni. Jean Daniélau è un altro amico di Igor Markevic. Pagg.277/78

  • Una vita funestata da creditori, da accuse per circonvenzione di incapace, da miserie familiari fu anche quella di Ciro Formisano (Kremmerz). Giustiniano Lebano «l’uomo che, lottò con il colera»: il morbo gli uccise quattro figli e fece impazzire la moglie, che si dette fuoco facendo bruciare con sé molti manoscritti del marito. Lui però continuava a negare il colera, affermando che era «ociphon-sincope, uscita dall’inferno. E ugualmente penose e misere sono state; almeno nell’ultima fase, le esistenze del barone Musmeci Ferrari Bravo, dello stesso Reghini.

Non si possono prendere sul ‘serie persone così. Eppure, benché in modi che a noi restano ignoti, questi uomini hanno avuto e continuano ad avere grande influenza, non soltanto spirituale. La famosa fondatrice della Società teosofica, Madame Blavatsky, rimase circa tre mesi nel piccolo albergo Vesuvio di Torre del Greco. Certo per vedere Pompei ed Ercolano. Ma incontrò molte volte Giustiniano Lebano e si parlarono a lungo. E i libri ai Lebano sono studiati e riconosciuti perfino in India. Pag.335

  • Noto Servizio era il nome in codice con cui veniva indicata dai suoi membri ed era stata creata nell’ultima fase del conflitto da agenti angloamericani e sovietici, che avevano reclutato uomini degli apparati fascisti e nazisti, a guidarla era stato in un primo momento il capo dei servizio segreto di Mussolini, Generale Mario Roatta, e dopo di lui, un ufficiale polacco di origine ebrea dell’esercito sovietico, Otimsky, trasferitosi in seguito a Tel Aviv. Lo scopo iniziale era evidentemente quello di compiere operazioni speciali contro i tedeschi. Dopo la guerra e nei decenni successivi, però, aveva continuato ad agire con altri scopi: quasi sicuramente il Noto servizio aveva manovrato sia il terrorismo di destra che quello di sinistra, a seconda delle convenienze. I magistrati si sono convinti che la struttura supersegreta avesse finanziato anche il Movimento di azione rivoluzionaria di Carlo Fumagalli (uno dei sospettati per la strage di Brescia) attraverso l’ambigua figura del bulgaro Jordan Vesselinoff, agente al servizio di più bandiere. Ex collaboratore dei nazisti, dopo la guerra aveva lavorato contemporaneamente per americani, russi e bulgari. Affiliato alla loggia massonica Carnea di Santa Margherita Ligure, aveva ramificato i suoi contatti anche più in profondità, in una dimensione che lo affascinava molto: l’esoterismo.

E con Vesselinoff il cerchio si chiude, perché sua figlia Claudia (nata il 14 dicembre 1938) ha sposato nel 1961 Vaclav Markeviè, il primogenito di Igor e Kyra Nizinskaja. Pagg. 358/59

  • Dario, secondo Mitrokhin, è il nome in codice di Giorgio Conforto, un personaggi o con caratteristiche e percorsi molto simili a quelli di Vesselinoff; agente doppio anche lui, in contatto con in i russi già da quando era nell’OVRA fascista, aveva poi continuato a lavorare contemporaneamente per il KGB e per gli angloamericani. Pag.359
  • …luogo remoto e protetto. In quest’oasi, Hubert Howard è vissuto appartato, ma niente affatto isolato. Tra i numerosi visitatori del giardino e tra le personalità in vario modo legate all’entourage filoamericano di Palazzo Caetani, accanto a teste coronate, ad ambasciatori di vari paesi, a presidenti come Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, troviamo Giulio Andreotti; il parlamentare socialista Paolo Battino Vittorelli; il repubblicano Francesco Compagna della rivista «Nord e Sud»; il giornalista e parlamentare Luigi Barzini junior; Umberto Colombo, dirigente Monitedison; Aurelio Peccei, uomo molto legato a Gianni Agnelli; l’avvocato Giuliano Vassalli, legale della famiglia Moro, il segretario generale del ministero degli Esteri Francesco Malfatti di Montetretto… Basterebbe raggruppare questi nomi, al di là dell’appartenenza di partito, per intuire quali fossero gli ambienti (anzi, l’ambiente) con i quali Howard continuava a intrattenere rapporti. Molti di loro erano dello Iai, altri della Trilateral Commission, del Gruppo Bilderberg, dell’Istituto atlantico, del Club di Roma.

Tutte sigle che in vario modo discendono dal mondialismo della Fabian Society, attraverso la Round Table e il Royal Istitute of International Affairs, e costituiscono in Italia una sorta di trasversale partito angloamericano. Pag.391

  • …Andreotti faceva parte anche di una fondazione culturale chiamata Inter-Action council of word leaders, insieme al tedesco Helmut Schmidt  e al francese Valery Giscard d’Estaing. Questa associazione, da cui tra l’altro sarebbe nato il Club Roma di Peccei, propugnava “la frantumazione degli stati nazionale in più piccole entità regionali ed autonome. Anche se apparentemente in contrasto, quest’idea finiva con l’allinearsi al progetto globalizzazione della Sinarchia. Pagg.395/96

 

 

 

Fonte: https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/118-il-direttore-d-orchestra-del-caso-moro-la-storia-di-igor-markevic.html

Destra Sociale, Destra Liberale e Destra Radicale

Condividi su:

di Pietro Ferrari

VIDEO-INTERVISTA ALL’AUTORE DEL LIBRO:

AUTORE: MARCO CASSINI

Destra sociale. Introduzione alla «terza via», tra identità, comunità e alternativa al sistema 

Quale modello può rispondere alle crisi globali in atto? Esiste un’alternativa al delirio progressista e al mero arretramento reazionario? Quali sono i princìpi perenni che abbiamo il dovere di custodire e trasmettere? Superando le banali dicotomie della palude elettorale, questo libro offre un punto di vista innovativo e rivoluzionario. Traendo spunto dalle nostre radici e ripensando lo spirito del nostro tempo, la “destra sociale” diventa una risposta politica alle insidie del futuro: una visione del mondo – epica, etica ed estetica – fondata sulla verticalità dell’esistenza, sul rispetto delle identità e delle tradizioni, sulla necessità di rinvigorire il vissuto comunitario e sulla partecipazione quale alternativa vitale al dominio del mercato. Una risposta dottrinaria e pragmatica ai fallimenti delle ideologie dominanti, per affrontare le contraddizioni del nostro tempo attraverso la libera prospettiva di una “terza via” che proprio oggi – alla luce della mortifera fusione tra liberismo e post-comunismo – risulta più necessaria che mai.

PER ACQUISTARE IL LIBRO:

https://www.passaggioalbosco.it/destra-sociale-introduzione-alla-terza-via/ 

“L’Architettura della Riscossa” – libro di riferimento del Circolo Christus Rex con “All’estrema destra del Padre”

Condividi su:

di Redazione

Alberto è un amico cattolico fedele alla Tradizione, sedeprivazionista da tanti anni, di Ferrara. Poiché si interessa anche di storia e di metapolitica collaboriamo in più ambiti. Questa recensione ad un testo importante ci sembra fondamentale per comprendere le nostre ragioni, perciò volentieri la pubblichiamo. Nel 2026 possiamo dire che i testi contemporanei di riferimento del Circolo Christus Rex sono: “All’estrema destra del Padre” di Matteo Castagna e “L’Architettura della Riscossa” di vari autori, tra cui Alberto Ferretti

di Alberto Ferretti

L’Architettura della Riscossa: un manuale operativo contro la dissoluzione simbolica Metapolitica oltre la filosofia: verso la ricostruzione dell’Europa dei popoli sulla roccia delle radici culturali.

Il dibattito culturale europeo non è più soltanto una questione di opinioni contrapposte, ma il terreno di una progressiva ristrutturazione simbolica. Fenomeni come la cosiddetta “cancel culture” e l’emergere di paradigmi antropologici sempre più sganciati da ogni riferimento ontologico segnalano il tentativo di ridefinire le categorie attraverso cui la nostra civiltà interpreta sé stessa.

È in questo contesto che si inserisce The Architecture of the Resurgence (L’Architettura della Riscossa), opera collettiva del Megasodalitium Group. Il volume non si limita a proporre una riflessione teorica, ma si presenta come un manuale di orientamento culturale, volto a fornire strumenti concettuali a quanti intendono confrontarsi con le trasformazioni in atto in un mondo sempre più segnato dall’astrazione normativa e dalla proliferazione dei cosiddetti “non-luoghi”.

La “cassetta degli attrezzi” contro la guerra delle parole. Elemento centrale e innovativo del libro è il metodo analitico messo a disposizione del
lettore: una vera e propria “cassetta degli attrezzi” per riconoscere e decostruire le dinamiche linguistiche del politicamente corretto. Si tratta di un’analisi dei meccanismi semantici che tendono a restringere il campo del dicibile, ridefinendo progressivamente il significato di concetti fondamentali per la convivenza sociale.

Il volume propone così un percorso di riappropriazione del linguaggio, restituendo al lettore la capacità di nominare la realtà senza ricorrere a categorie puramente funzionali o procedurali, scardinando i filtri ideologici che servono al sistema per censurare il libero pensiero critico.

Dalla teoria alla prassi: come posizionarsi nel caos moderno. L’opera indica una postura esistenziale precisa per il presente. Posizionarsi oggi significa, innanzitutto, esercitare una secessione mentale dai circuiti del consenso prefabbricato.

La “cassetta degli attrezzi” insegna a:
 Identificare le “parole-trappola” : smascherare i termini che il sistema usa per neutralizzare il dissenso (come l’uso ideologico di “inclusività” “tolleranza”).
 Abitare i luoghi, non i flussi: preferire la dimensione della comunità fisica e del territorio rispetto alla dispersione digitale e ai “non-luoghi” della globalizzazione.
 Costruire “Cittadelle del Senso”: edificare realtà (familiari, professionali, associative) che funzionino secondo le leggi del Vero, del Bello e del Giusto, dove la cancel culture non ha giurisdizione.

Riaffermare il Vero, il Bello e il Giusto
La crisi contemporanea — che vede il Vero subordinato al consenso, il Bello alla funzionalità e il Giusto alla procedura — richiede una risposta che si configuri come riallineamento alla realtà antropologica. Il volume articola questa tensione attraverso una contrapposizione simbolica ricorrente tra la “palude ideologica” — intesa come spazio dell’astrazione normativa — e la “roccia” delle radici culturali, quale fondamento di forme di appartenenza incarnate.

In tale prospettiva, il concetto di “Ontocrazia” viene proposto come ipotesi di riallineamento tra ordine dell’esperienza e sistemi di rappresentazione.
La vera Europa tra pluralismo organico e astrazione amministrativa. Il volume invita a distinguere tra differenti modelli storici di integrazione europea. Da un lato, forme di unità politica fondate su un pluralismo organico di popoli e comunità — il cui culmine storico può essere individuato nell’esperienza del Sacro Romano Impero — dall’altro, assetti contemporanei di governance caratterizzati da una crescente astrazione tecnocratica.

Il testo richiama inoltre la memoria delle grandi insorgenze popolari, dalla Vandea ai moti italiani, interpretandole come tentativi di difesa di un ordine incarnato di fronte a processi di omogeneizzazione. La “riscossa” evocata nel titolo non coincide con una reazione nostalgica, ma con la necessità di ricostruire un orizzonte entro il quale la Tradizione possa tornare a costituire il fondamento operativo di una libertà reale.

L’edizione italiana del volume è disponibile qui:
https://www.amazon.it/LARCHITETTURA-DELLA-RISCOSSA-Metapolitica-
Ontocratica/dp/B0GN2TVD6V

SCHEDA LIBRO
Editore: Independently published
Data di pubblicazione: 11 febbraio 2026
Lingua: Italiano
Pagine: 132
ISBN-13: 979-8248014811
ASIN: B0GN2TVD6V

Le consacrazioni episcopali dei lefebvriani

Condividi su:

di Redazione

Riceviamo per la pubblicazione questo commento dell’avvocato abruzzese Pietro Ferrari, militante cattolico attivo da decenni, già allievo del Prof. Giacinto Auriti all’Università di Teramo. Il contenuto è, evidentemente, condivisibile nel mare magnum delle varie posizioni pubbliche assunte, da religiosi e laici, su questo argomento. 

Cogliamo l’occasione per evidenziare che, anche in questo caso, si è verificato quanto Matteo Castagna ha scritto nel suo libro di successo “All’estrema destra del Padre” (ed. Solfanelli, 2025, pag. 158, Euro 12,00) laddove sostiene che i “conciliari conservatori” sono sempre i peggiori perché sembrano tradizionalisti, ma, in realtà, sono solo modernisti col freno a mano tirato.

Il “card.” Robert Sarah, notoriamente conservatore, bi-ritualista, critico su alcune posizioni progressiste, ma sempre fedele al Conciliabolo Vaticano II, interpretato alla luce di casa sua, e soprattutto fallibilista, forse inconsapevole, sul tema dell’Autorità petrina, ha espresso, sulla rivista “Le Journal Du Dimanche” «viva inquietudine e profonda tristezza» per le annunciate consacrazioni lefebvriane senza mandato pontificio: «Si dice che questa decisione, che disobbedirebbe alla legge della Chiesa, sarebbe motivata dalla legge suprema della salvezza delle anime: suprema lex, salus animarum» – ha incalzato Sarah – «ma la salvezza è Cristo e Lui si dona solo nella Chiesa. Come si può pretendere di condurre le anime alla salvezza attraverso vie diverse da quelle che Lui stesso ha indicato? È volere la salvezza delle anime strappare il corpo mistico di Cristo in modo forse irreversibile? Quante anime rischiano di perdersi a causa di questa nuova rottura?».

************************************************************

Il nostro Circolo Christus Rex ha chiesto un’opinione al suo Responsabile Nazionale Matteo Castagna: “Non considerando le milioni di anime che rischiano di perdersi e quelle che si sono già perse seguendo la “Contro-Chiesa” o “deep Church” uscita numericamente vincente al Conciliabolo Vaticano II, egli considera sbagliate le consacrazioni senza l’autorizzazione del Papa, quindi si pone a sinistra della Fraternità, assieme a tutto l’arco conciliare, incluso quello progressista, con le stesse motivazioni: loro non vedono alcuno stato di necessità, come evidente che sia per gli eredi spirituali degli apostati modernisti conciliari. Si verifica, dunque, quello che ho scritto recentemente nel mio libro: sul più bello, i conservatori passano sempre dalla parte dei progressisti. In questo caso, sono a braccetto nelle motivazioni.

Sarah ha ragione a dire che le consacrazioni senza mandato del legittimo Sovrano Pontefice sono valide ma illecite, ma si dimostra, nell’errore, più lefebvriano dei lefebvriani: rifiuta di riconoscere lo stato di necessità oggettivo, dato dalla vacanza della Sede Apostolica per eresia manifesta, ex can. 188.4 del Codice di Diritto Canonico Pio-Benedettino del 1917 e, a cascata, di tutte le altre autorità inferiori a quella del Papa.

Lo stato di necessità c’è perché dalla fine del Conciliabolo Vaticano II (1965), che ha sostituito la legge della Chiesa con quella Modernista (“sintesi di tutte le eresie”, San Pio X) la Fede è cambiata, la dimensione visibile della stessa ha iniziato, conseguentemente, a ridursi, anche per la riforma dei riti del 1968, quindi lo stato di crisi è talmente grande, palese e senza precedenti (ad eccezione, forse, del lungo periodo di apostasia dell’arianesimo), da indurre i veri vescovi rimasti a continuare la successione apostolica, col motivo più grave, garantito dal diritto della Chiesa, dell’assenza di vere autorità cattoliche nei Sacri Palazzi.

Certo, la Fraternità, prevedibilmente, è giunta nel vicolo cieco che presumeva per altri: come consacrare nuovi vescovi, senza il mandato del Capo dei Conciliari, riconosciuto, però, ufficialmente, come vero Papa? Se c’è il legittimo Papa, che ha la prerogativa di decidere in merito, non c’è lo stato di necessità che i lefebvriani invocano, né alcun motivo di chiedere carità, senza Verità. Grazie a Dio, nel mondo, ci sono veri vescovi che garantiscono l’indefettibilità e conferiscono il sacerdozio, perché a Roma non c’è seduto il legittimo Successore di San Pietro, ma il Presidente della “chiesa sinodale”. Dunque, gentili Sarah e Muller, pregate sì, con noi del piccolo gregge rimasto fedele, perché la Fraternità abbia il coraggio di rompere con l’assurda ambiguità dottrinale, che tante scissioni ha provocato nei decenni, attraverso un solenne atto di dichiarazione della Sede Vacante, quindi proceda, in reale stato di necessità, a consacrare nuovi Principi della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana”.

***************************************************************

dell’Avv. Pietro Ferrari

La risposta incredibile della FSSPX a Fernandez, in sintesi:
“… anche se non si riesce a trovare un accordo, scambi fraterni favoriscono la conoscenza reciproca, permettono di affinare e approfondire le proprie argomentazioni, di comprendere meglio lo spirito e le intenzioni che animano le posizioni dell’interlocutore, soprattutto il suo reale amore per la Verità, per le anime e per la Chiesa. Ciò vale, in ogni circostanza, per entrambe le parti.”
Qui tra “parti” diverse pare si invochi una sorta di ecumenismo (?) ☝
” Per queste ragioni, nella consapevolezza condivisa che non possiamo trovare un accordo sulla dottrina, mi sembra che l’unico punto sul quale possiamo incontrarci sia quello della carità verso le anime e verso la Chiesa. “
Qui contraddizione palese rispetto a prima perché si paventano scomuniche e si mette (come i modernisti?) la “carità” sopra la dottrina☝
” Nel corso dell’ultimo decennio, papa Francesco e Lei stesso avete ampiamente promosso «l’ascolto» e la comprensione di situazioni particolari, complesse, eccezionali, estranee agli schemi ordinari. Avete pure auspicato un uso del diritto canonico che sia sempre pastorale, flessibile e ragionevole, senza pretendere di risolvere tutto mediante automatismi giuridici e schemi precostituiti. “
Qui leggiamo l’ implorazione di essere considerati “periferia esistenziale” e di non essere scomunicati (quando poi considererebbero nulla qualsiasi scomunica) ☝
“… il tempo che ci separa dal 1º luglio è quello della preghiera. È un momento in cui imploriamo dal Cielo una grazia speciale e, da parte della Santa Sede, comprensione. “
Qui si legge proprio la richiesta di essere giustificati e tollerati☝
Il Vaticano chiede ovviamente alla FSSPX di evitare le consacrazioni di luglio per portare avanti la regolarizzazione statutaria della stessa. Logico bivio: Resistere o Desistere? Il dilemma perpetuo: nuova scomunica o pacificazione? …o terza ipotesi, è magari tutta una pantomima?
Il tema è analogo a quello della concessione bergogliana a poter confessare e amministrare matrimonii nel giubileo, in cui occorre sempre una porzione di giurisdizione. Anche lì la FSSPX dialogava con il Vaticano sul punto, ribadendo però che tale “concessione” fosse superflua perdurando lo “stato di necessità” di una Chiesa più che fallibile addirittura fallimentare. Ovviamente tale “stato di eccezione” è radicalmente negato da Roma…con la quale pero si tratta!
 Occorre porsi la questione in termini molto semplici: se è l’autorità che nega o concede qualcosa (giurisdizione per confessare o placet per consacrare nuovi vescovi), allora questo qualcosa lo si ha SOLO quando viene concesso e non lo si ha se viene negato;
 se invece non è l’autorità (solo apparente a questo punto) che può concedere o negare questo qualcosa (o perché evidentemente NON è vera autorità <sedeprivazionismo imbc> o perché lo è ma non avrebbe il potere di negare questo qualcosa <riconosci e resisti fsspx>), allora o non c’è bisogno di questa “autorità” per ottenere questo qualcosa (perché allora appunto, che autorità sarebbe?) o non c’è bisogno di ringraziarla per aver ricevuto da Essa qualcosa che già si possiede a prescindere.
 Ecco perché risultano incomprensibili i dialoghi sindacali tra FSSPX e Roma, come chiedere la revoca della scomunica di Wojtyla ma poi sostenere che comunque fosse nulla, o come dialogare con Fernandez per poter consacrare “sine mandato” ma poi sostenere di poterlo fare comunque.
 In buona sostanza o la giurisdizione o il placet a consacrare nuovi vescovi li si riceve ‘aliunde’ (vero stato di eccezione perdurante = vacanza della Sede) oppure occorre riceverli dal Papa, non può aversi da QUESTA “autorità” il giovedì (quando le concede) e nel contempo comunque e nonostante QUESTA “autorità” il venerdì (quando le nega).
Perché trattare con una gerarchia che si considera apostata in quanto avrebbe generato questo “stato di necessità” che legittimerebbe la facoltà di disobbedire ad essa?
Trattare col Vaticano (che ha millenni di esperienza diplomatica) è come fare “uno contro uno” con Leo Messi a calcio o con Alcaraz a tennis. Ti fai solo male.  Ne valeva la pena? Non sembra a meno che…  è in atto una soluzione curialese di piani discreti che accontentino la parte accordista della fsspx senza che possa apparire pubblicamente una resa ai duri e puri….Un “mandato silenzioso” già ottenuto anche se bisogna far sembrare esservi una “lotta”.
Procedano dunque alle consacrazioni in punta di diritto (apparentemente) vigente, ovviamente illegittime (di certo non invalide che di questi tempi è già tanto, anzi, è tutto).
Senza timore alcuno perché lo scisma, malgrado tutto, e al di là delle varie posizioni, comunque è ancora “introvabile” e semmai solo putativo.

 

 

 

L’autobiografia dell’Italia in corso d’opera

Condividi su:

C’è un signore di 94 anni che da quasi settant’anni studia l’Italia e la descrive live, dal vivo, mentre l’animale collettivo cammina, lavora, si siede o si nasconde. Fondò un laboratorio in cui ha scritto ogni anno l’autobiografia dell’Italia in progress e anche in regress, per così dire. Si chiama Giuseppe De Rita, il suo laboratorio è il Censis, e ieri all’Accademia di San Luca a Roma, in una serata in suo onore, ne abbiamo ripercorso la storia, lasciando poi a lui le conclusioni. Per l’occasione il Censis ha pubblicato “I sette sigilli del canone deritiano”, a cura del direttore Massimiliano Valerii con uno scritto di De Rita.

Il segreto della sua impresa è aver descritto l’Italia non ponendosi dall’alto ma situandosi nel mezzo e all’interno dei suoi corsi e decorsi, evitando pregiudizi ideologici e moralistici per descrivere la realtà nel suo cambiamento, visto da dentro e durante. E così mentre altri vedevano altri film, lui, il sociologo, ha descritto l’emergere in Italia del localismo, del provincialismo, del policentrismo, della piccola impresa, del terziario, del sommerso; la sostituzione della borghesia col ceto medio, la società molecolare se non coriandolizzata. E mentre dominava l’immagine di una società guidata dall’alto, ormai decisionista, senza mediazioni e senza continuità col passato, lui scorgeva nei fondali dell’Italia la controtendenza al continuismo e all’intermediazione, che sono poi i nomi concreti, pratici e funzionali della tradizione e dei legami sociali e comunitari, tra reti e filiere. E anche nelle sue mutazioni, l’Italia in fondo prosegue nel suo “trasformismo adattivo” che fa parte della sua storia e della sua indole. Questa è l’Italia reale, tra globale e particulare.

I rapporti del Censis sono stati la prosecuzione in controcanto della Storia del potere in Italia che scrisse Giuseppe Maranini nel 1967: De Rita non si occupa del potere, della partitocrazia e dei vertici ma sposta l’obbiettivo sui moti ondosi – sussultori, ondulatori, grandi e basse maree – della società italiana e dei suoi fondali.

In questi settant’anni è successo di tutto: dalla civiltà contadina passammo alla civiltà industriale e operaia, e poi postindustriale e terziaria, dal boom economico e demografico allo sboom e al declino del made in Italy, ancora in corso, dalle migrazioni interne a quelle extracomunitarie; e in mezzo il ’68, gli anni di piombo, il vitalismo degli anni ottanta, poi la mezza rivoluzione del ’93, la seconda repubblica e negli ultimi quindici anni la girandola di guide al governo: centro-destra, centro-sinistra, destra-centro e sinistra-centro, dal berlusconismo al grillismo passando per il renzismo, poi tecnocratici e populisti, ammucchiate e strane alleanze gialloverdi, cripto-presidenzialismi del Quirinale e infine il melonismo.

Ma la società appare come impermeabile ormai alla politica, da svariati decenni, si disegna da sé. Anche il sovranismo può esistere solo come messinscena, poi ci consoliamo col medagliere olimpionico e sanremo.

Certo, è mancata “una certa idea dell’Italia” a guidare il Paese e il suo sviluppo; è mancata una classe dirigente, e col tempo anche la classe dominante si è fatta sempre più classe sovrastante, nel senso che vive sopra i normali cittadini senza dominarne i processi e pilotarne le tendenze. E la cessione di importanti quote di sovranità a entità sovranazionali (non solo l’Unione europea).

La borghesia, in Italia, è sempre stata cagionevole ma poi, ha ragione De Rita, è sparita nel ventre della balena chiamata ceto medio, che è un ceto così grosso che può definirsi, appunto, un cetaceo. Dove confluisce una borghesia declassata, quasi proletarizzata, e un proletariato che ha fatto l’upgrade e si è semi-imborghesito.

Una borghesia che aspira a diventare aristocrazia ma è aspirata dal risucchio livellatore del ceto medio. Il ceto medio è la sintesi di questo duplice processo e oggi ingloba l’ottanta per cento della società: ai bordi estremi i poveri e i migranti che un tempo sarebbero stati definiti sottoproletariato (lumpenproletariat, direbbe Marx), pari al restante quinto della società, più una frangia elitaria di ricchi, privilegiati e sovrastanti (circa l’uno per cento).

È avvenuta quella mutazione antropologica di cui scriveva Pasolini nei primi anni settanta, ma De Rita non ne vede solo l’aspetto degenerato e malefico: per Pasolini coincideva con l’omologazione, la dipendenza dal consumismo, la prevalenza dello sviluppo sul progresso e tutto ciò che era nuovo era per lui peggio di prima: il capitalismo era una brutta bestia ma il neocapitalismo è peggio, la borghesia pure ma la nuova borghesia di più, e così il fascismo rispetto al nuovo fascismo, che nulla ha a che vedere col fascismo storico ma è decisamente peggio. De Rita invece descrive e non impreca, vede tratti positivi, riconosce “un dannato bisogno di futuro”, non abbandona la fiducia e quando vacilla, invoca – da cristiano – la speranza. Ma intanto si attiene ai fatti, alla realtà effettuale.

L’Italia oscilla tra stagnazione e accelerazione: spaesata, disorientata, in preda a un soggettivismo assoluto ma social-dipendente, tra egocentrismo e narcisismo di massa ma eterodiretto da influencer e trend prefabbricati.

Di tutto questo processo, De Rita è stato non solo l’analista e il diagnostico, ma anche il cantore e il narratore. Si, perché nella descrizione dell’autobiografia collettiva De Rita ha usato un linguaggio fiorito, espressivo e creativo, coniando definizioni che sono rimaste nel tempo.

Perciò io lo definì in Senza eredi “Il D’Annunzio della statistica”. Alle ultime elezioni presidenziali osai fare il suo nome per il Quirinale in quanto è suoer partes e conosce meglio di tutti l’Italia in corso d’opera e gli italiani degli ultimi settant’anni.

Riconoscevo però un suo limite anagrafico, l’età veneranda.

Forse mi sbagliavo, in un paese di vecchi come il nostro, la sua candidatura sei anni fa era ancora prematura…

La Verità – 18 febbraio 2025 (articolo pubblicato sul sito di Marcello Veneziani, qua il link)

Metapolitica: da Evola, Guénon, Spengler e Junger al Cattolicesimo Tradizionale

Condividi su:

di Matteo Castagna per https://www.2dipicche.news/da-evola-guenon-spengler-e-junger-al-cattolicesimo-tradizionale/

Già nel 1927 René Guénon parlava di una “crisi” della società occidentale a lui contemporanea inserendosi in modo del tutto particolare (come spiega approfonditamente Giovanni Sessa nel suo saggio nell’Appendice 2) in quella che sarebbe stata poi definita proprio “letteratura della crisi”, di cui fa parte tutta una lunga serie di autori, delle più varie origini culturali, e di cui Julius Evola, nella sua introduzione del 1937, cita quelli allora più noti.

Gianfranco De Turris, nella prefazione del libro di Guénon sulla crisi del mondo moderno, ed. Mediterranee scrive cose molto importanti:

Il punto di partenza è “spirituale”; quindi, si può ritenere che la descrizione della “crisi” della società effettuata nel 1927 sia ancora attuale, e dopo tanti decenni valida non soltanto – se vogliamo seguire la dicotomia di Guénon – per l’Occidente materialista, che si basa sull’ “azione”, ma ormai anche per l’Oriente spiritualista che si basa sulla “contemplazione”.

La situazione per quest’ultimo, essendosi viepiù deteriorata e rispetto al tempo di Guénon e rispetto al tempo in cui Julius Evola scriveva l’introduzione del 1972. Del resto, il filosofo italiano aveva pubblicato sin dal 1950 un articolo dal titolo simil-spengleriano de Il tramonto dell’Oriente, in cui si spiegavano esattamente i motivi di questo declino.

Due sono i fenomeni che sia Guénon che Evola non avevano previsto novanta e quarant’anni fa (del resto non ci pare che nemmeno altri vi avessero pensato, né filosofi né tantomeno scienziati), ma che comunque non solo non inficiano i loro ragionamenti, ma addirittura li rafforzano: uno di tipo spirituale e uno di tipo più pratico. Il primo, paradossalmente, è il peso crescente delle religioni. L’Islam nel Vicino e Medio Oriente, il Cristianesimo proprio nelle regioni più lontane, in Sud America e nell’Oriente Estremo. Ma in una società sempre più secolarizzata il peso che esse hanno è deviato rispetto alle origini.

L’Islam è deviato con lo sviluppo delle sue correnti fondamentaliste e le frange terroristiche, con la “guerra santa” non solo contro gli occidentali ma soprattutto contro coloro che nei loro territori professano religioni diverse o sono di fazioni islamiche da sempre contrapposte.

Il Cristianesimo, al contrario, con il suo ecumenismo (o para religiosità) che mette ogni cosa sullo stesso piano e poi non ne sa accettare le conseguenze quando viene strumentalizzato o perseguitato e martirizzato senza suscitare troppa indignazione internazionale.

Il secondo aspetto è la scienza che, anche qui paradossalmente, si va sempre più “smaterializzando” in alcuni suoi settori che peraltro sono pervasivi e totalizzanti e che contribuiscono alla tanto vituperata “globalizzazione”: si pensi soltanto alla Rete telematica mondiale attraverso la quale, in modo del tutto virtuale, si possono compiere azioni talmente “concrete” da poter destabilizzare intere nazioni dal punto di vista economico-finanziario senza muovere un solo elemento “materiale” e mettendo in crisi le principali Borse mondiali.

Tutto questo però non dimostra altro, anche se in termini diversi, che la decadenza spirituale si espande in maniera sempre più accelerata, come scrive Guénon nella sua prefazione, a esemplificazione del fatto che si sta andando verso la fine non del mondo (come allora si pensava e ancora oggi qualcuno pensa nella galassia apocalittica d’area cattolica o assolutamente di stampo orientale, tribale e atea), ma verso la fine di un mondo, l’attuale, quello della tarda modernità, la cui fine non sarà una apocalisse atomica (vi alludeva Evola nella conclusione della ed. 1951 di “Rivolta contro il mondo moderno”), ma qualcosa di molto più sottile: la perdita dell’anima, della cultura, della indipendenza intellettuale, delle radici individuali e collettive. Insomma, della persona, dell’etica tradizionale collettiva e plurisecolare del Vecchio Continente, per l’instaurazione di uno Stato neutro, che chiamano liberale perché è più fine di a-morale.

Ne “La crisi del mondo moderno” Guénon definisce la società dell’Occidente “materialista” nei confronti dell’Oriente. Questo vale per i suoi aspetti esteriori (il preoccuparsi soltanto della parte materiale dei suoi interessi) e interiori (le filosofie contemporanee e la scienza). Ma, a parte la “materializzazione” dell’Oriente stesso, già denunciata da Evola dopo la guerra, persa anche dal Giappone, e emblematicamente rappresentata dalla Cina, colosso ormai “comunista-capitalista” nutrito al fondo di confucianesimo, per ritornare a parlare di scienza qualcosa è cambiato rispetto agli anni Trenta del Novecento: il sempre più inoltrarsi nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo, spostando così i confini della Realtà verso le origini dell’universo e verso le origini della materia, ha portato al sorgere di varie concezioni, sia cosmogoniche che fisiche, le quali prendono in considerazione un Ente creatore e ordinatore, e molti scienziati a porsi la domanda se definirsi “atei” sia ancora corretto.

Ciò non significa però che gli effetti pratici della scienza, le sue ricadute tecnologiche siano meno “materiali” e che gli scopi siano mutati: gli effetti, come denunciava Guénon, restano sempre gli stessi: l’industria e il profitto. Pur “smaterializzandosi” nella Rete Globale, per accedere a essa sono sempre necessari degli strumenti concreti che le grandi industrie producono a getto continuo, quasi giornalmente, creando, come si vede a ogni novità, una vera dipendenza dei consumatori, specie giovani.

Infatti, in periodo di crisi economica calano le vendite di alimentari e libri, ma non certo le vendite di telefonini e simili. E poiché si tratta di mezzi di comunicazione di massa condizionanti e diffusi per l’intero orbe terracqueo il risultato è un appiattimento conformistico a pseudo-verità camuffato di “democrazia di base”. Al punto che qualche teorico pentito di Internet ha lanciato l’allarme ipotizzando la nascita di una “mente collettiva” sviluppata dalla Rete, ma indipendente dal meccanismo in sé.

E a essa si potrebbero applicare le considerazioni che oltre un secolo fa illustrò Gustave Le Bon nel suo “Psicologia delle folle”, cui lo stesso Guénon indirettamente fa riferimento. Sono mutati i mezzi, ma identico è sempre il fine. Siamo in un Caos, inutile negarlo ironizzandoci su, e in mano a quelle “guide cieche” evocate dal pensatore francese nelle ultime pagine di quest’opera. Sorge quasi spontanea alla mente l’immagine del famoso quadro di Peter Bruegel con la catena dei ciechi che, guidata da un altro cieco, precipita in un abisso senza rendersene conto…

La preveggenza di Guénon, possiamo dire la sua illusione, come anche Evola rileva nelle sue introduzioni alle tre edizioni del libro, quindi nell’arco di trentacinque anni, è aver pensato che un tentativo di reazione alla “crisi del mondo moderno” potesse venire dalla Chiesa cattolica. Poiché la reazione non potrebbe che venire da una élite spirituale (avendo quelle politiche dei limiti o avendo già fallito del tutto) il metafisico francese riteneva che l’unica esistente in Occidente in forma già organizzata fosse la Chiesa di Roma. 

Al termine delle letture di questi due testi metapolitici di Evola e di Guénon, sentii la spinta per tornare alla Chiesa, che abbandonai per circa dieci anni, perché dal 1990 favoriva una politica ultra-progressista, come se il Muro di cui in famiglia e a scuola festeggiammo il crollo, fosse ancora da erigere, contro i “nuovi barbari” della Lega Nord, i “vecchi fascisti” del MSI e del suo Fronte della Gioventù. Strano, perché io, all’epoca, a Verona ritrovavo molti principi riconducibili alla dottrina sociale della Chiesa più nella sede di Via Santa Chiara del partito di Bossi o al “Motta”, dove si trovavano i missini e gli extraparlamentari, più che all’oratorio. Aborto, droga, comunismo erano banditi, mentre in parrocchia erano diventati oggetto di dialogo ed apertura inclusiva.

Nel corso degli attuali 27 anni di conversione militante al Cattolicesimo fedele alla Tradizione, ho conosciuto varie persone, anche sacerdoti, che avevano compiuto il mio stesso percorso, magari con esperienze diverse. Lo stesso cui paradossalmente non giunsero mai né Guénon, né Evola, che nella pars costruens si sono persi nell’esoterismo, nella gnosi, nella magia e in un paganesimo assurdo, per l’evoluzione delle loro stesse riflessioni..

Ne “La crisi del mondo moderno” Guénon scrive che la Chiesa, con gli ultimi pontefici non ha fatto altro che “aprirsi al mondo moderno” sempre più, facendosi un vanto del venire incontro alle sue “istanze”, di accogliere le novità della cosiddetta “società civile” sui piani più diversi, di modificare un poco alla volta una sua “tradizione” millenaria che sembrava consolidata.

Quindi per così dire “materializzarsi” nel senso guénoniano del termine, nel senso di adeguarsi alla corrente del tempo, in pratica essere “al passo coi tempi”, seguire lo Zeitgeist, e così portare un suo contributo alla “crisi” stessa, seguendone la deriva, piuttosto che fare da ostacolo, barriera, freno, “insomma quel katechon paolino che era sempre stato una sua caratteristica spirituale. In tal modo, ha ottenuto una apparente popolarità mediatica e di massa, ma a caro prezzo: perdendo il carisma spirituale e conservando solo quello morale”, sfumando, progressivamente anche in quello, nei decenni successivi.

Era la stessa critica che trovai dai tradizionalisti, prima a Verona e, poi, agli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, predicati da uno dei migliori sacerdoti in quest’ambito. Mi rilessi alcuni brevi testi, che alcuni amici mi avevano consigliato, di cui erano gelosissimi perché praticamente introvabili, se non dal compianto Benizzi Ferrini, che li custodiva per la libera vendita, in un grande magazzino. Capii dopo perché dovevano restare così nascosti…Offrivano troppi tesori da esplorare e spunti per crescere liberi, conoscendo ciò che la modernità giacobina, borghese, liberale, progressista e cattocomunista voleva censurare.

Il Ribelle, di Ernst Jünger (1895-1998) fu uno di questi, illuminanti ed in linea con un pensiero, il mio, che stava procedendo verso la sua definizione. Questa figura, in un’epoca che anche io ritenevo di dittatura tecnologica e burocratica, decide di fare “passaggio al bosco”, ovvero di affermare la propria libertà interiore e agire autonomamente, rifiutando il conformismo. Per me rifiutarlo significava giungere all’essenza dell’identità italiana ed europea, ovvero alla Civitas Christiana ed Chiesa Cattolica, che era stata fino a Papa Pio XII quel katechon che il Concilio Vaticano II (1962-1965) aveva eclissato, oscurato, impoverito, trasformato sino a rendere gli inquilini dei Sacri Palazzi assolutamente ininfluenti, nella “civitate Homini” e assenti dalla “Civitate Dei”, come Sant’Agostino chiamerebbe la Società Temporale e quella Spirituale.

Jünger scrisse che “il Ribelle deve possedere due qualità. Non si lascia imporre la legge da nessuna forma di potere superiore né con i mezzi della propaganda né con la forza. Inoltre, è molto determinato a difendersi, non soltanto usando tecniche e idee del suo tempo, ma anche mantenendo vivo il contatto con quei poteri che, superiori alle forze temporali, non si esauriscono mai in puro movimento”. E chi sono costoro se non i vescovi e i sacerdoti sinceramente e integralmente cattolici, apostolici, romani?

Infine, sempre il grande filosofo tedesco ammoniva: “la resistenza richiede grandi sacrifici: il che spiega anche perché la maggior parte delle persone scelga la costrizione”, che è, a mio avviso, mediocrità. Cristo ci chiede sacrifici. La via per la Vita Eterna non è una passeggiata, ma un Calvario, il cui segreto è l’accettazione della Croce, grande o piccola che sia, perché redentrice, quanto il dolore è purificazione ed espiazione del male e dei peccati che commettiamo.

Stato di necessità o scisma?

Condividi su:

di Redazione

Un buon numero di cattolici disorientati ci ha chiesto, con messaggi e richieste formali, una posizione in merito alle consacrazioni episcopali che la Fraternità San Pio X si appresterebbe a fare il 1° luglio 2026. Inizialmente, non avremmo voluto farne un articolo per non essere ripetitivi e per evitare le solite risposte giustificazioniste che, consapevolmente o meno, fanno sempre a pugni col Magistero Perenne della Chiesa e col Diritto Canonico. Conosciamo bene gli argomenti delle auto-difese, che farebbero sorridere un seminarista al primo anno, tanto quanto gli astuti modernisti che occupano i Sacri Palazzi almeno dal 1965, ma comprendiamo anche la sincera necessità di capire delle anime buone. Riteniamo di fare, perciò, un atto di carità spirituale, chiarendo le questioni con questo scritto, giunto al sito del Circolo Christus Rex-Traditio come atto di testimonianza, che non abbiamo richiesto, ma che la Provvidenza ha suscitato da un veterano della Tradizione Cattolica, teologo e canonista laico, tra i più preparati e presente ai vari fatti, sin da prima delle consacrazioni episcopali. Utilizza uno pseudonimo per umiltà, affinché il testo sia letto senza alcun pregiudizio e, per questo, nel fare propri tutti gli assunti come posizione ufficiale del nostro piccolo ma sempre molto attivo Circolo Christus Rex-Traditio, lo ringraziamo. 

 

di Doctor Quidam

Sono trascorsi ormai 38 anni dalla consacrazione dei vescovi, fatta senza mandato romano, da Mons. Marcel Lefebvre e Mons. Antonio De Castro Mayer. Il 2 febbraio 2026, Festa della Purificazione di Maria S.S., viene data la notizia dal Superiore della F.S.S.P.X. don Davide Pagliarani dell’intenzione di procedere il 1° luglio 2026, Festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, alla consacrazione di nuovi vescovi. da parte della F.S.S.P.X. (Fraternità Sacerdotale San Pio X).

Preliminarmente, prima di entrare nell’aspetto canonistico e teologico, va fatto rilevare che la F.S.S.P.X. ha giocato, in questi anni, dopo la morte di Mons. Marcel Lefebvre, con le autorità romane, sue due sponde: la prima, attaccando le deviazioni dottrinali susseguite al 1988, l’altra diplomatica, riconoscendo l’autorità romana come legittima, nonostante gli errori dottrinali riproposti ininterrottamente dalla chiusura del Vaticano II (1965). Questo dualismo ha portato alla revoca, da parte di Benedetto XVI, della scomunica ai vescovi consacrati nel 1988, nella speranza di un rientro nella chiesa conciliare (ma non a Mons. Marcel Lefebvre ed a Mons. Antonio De Castro Mayer). Dopo l’espulsione dalla F.S.S.P.X. di Mons. Richard Williamson e la sua morte di Mons. Bernard Tissier de Mallerais, i vescovi nella F.S.S.P.X. sono rimasti solo due: Mons. Alfonso De Gallareta e Mons. Bernard Fellay, entrambi non di età avanzata, non raggiungendo neppure la settantina d’anni.

La cosa che appare strana è che si dica di voler procedere alle consacrazioni episcopali a distanza di quasi sei mesi, quando invece Mons. Marcel Lefebvre lo deliberò dopo che le trattive con la Roma modernista naufragarono. Era ovvio, perché pretendeva l’adesione alla chiesa conciliare e Mons. Lefebvre comprese l’inganno. Infatti, era stato portato alle trattative con il Vaticano dai suoi consiglieri, “obtorto collo”, ancorché lui fosse restio a proseguire i contatti. In ogni caso, fu una decisione repentina e non organizzata con minuzia. Mons. Marcel Lefebvre aveva, allora, 83 anni e comprendeva che non poteva più indugiare nel darsi una continuità.

La situazione, oggi, è totalmente diversa. In questi anni, la sottile diplomazia tessuta dalla F.S.S.P.X. a partire da Benedetto XVI e poi con Francesco, con i vari contatti, tenuti in segreto, hanno portato alla revoca della scomunica per i consacrati e poi da parte di Francesco alla giurisdizione per la celebrazione dei matrimoni e all’assoluzione per il Sacramento della Penitenza. La prima, fu concessa, come si è detto, nella speranza di un rientro nella compagine conciliare, ma a determinate condizioni, che la F.S.S.P.X. non poteva pubblicamente accettare. In breve, la chiesa conciliare continuava nell’esperienza modernista, ma restava l’autorità ufficiale della Chiesa cattolica, come se l’eresia modernista fosse un comune raffreddore invernale, che però, purtroppo, funesta la Chiesa ormai da quasi 65 anni. In questa situazione, la F.S.S.P.X.  ha organizzato, nell’agosto del 2025, un grande pellegrinaggio a Roma, per l’Anno Santo, facendo palesare davanti alle autorità vaticane la potenza della F.S.S.P.X.  ed il suo peso in ambito ecclesiale.

Dulcis in fundo, dopo che è stata data la notizia da parte del Superiore Generale della F.S.S.P.X. dell’intenzione di procedere a nuove consacrazioni episcopali è pervenuto, subito, l’invito da parte della Congregazione della Dottrina per Fede ad un incontro per il 12 febbraio, per trovare una soluzione. Dopo l’incontro, sono state pubblicate le foto del Superiore Generale della F.S.S.P.X. con accanto il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il “card.” Victor Manuel Fernandez. È stato poi pubblicato dal Dicastero sopracitato un Comunicato nel quale si afferma che: “l’incontro – è stato – cordiale e sincero” Si auspicano nuovi contatti al fine di trovare un accordo e discutere sui vari argomenti toccati durante il colloquio. La condizione preliminare è quella, però, di sospendere le consacrazioni episcopali da parte della F.S.S.P.X.

Si fa rilevare che nel Comunicato si parla di: «religioso ossequio della mente e della volontà», termine tipico del Giansenismo, condannato dalla Sede Apostolica.

Il Comunicato conclude che don Davide Pagliarani presenterà le proposte del Dicastero Romano al suo Consiglio e darà una risposta.

Va precisato che Victor Manuel Fernandez è lo stesso che ha negato la Corredenzione di Maria S.S., pochi mesi orsono, e alla quale dichiarazione del Dicastero Romano don Davide Pagliarani ha fatto celebrare Messe in riparazione.

La situazione dovrebbe apparire paradossale a tutti!

Niente affatto, perché, ormai, i fedeli della F.S.S.P.X. sono talmente indottrinati che non riescono più a discernere il vero dal falso. Ed insistono che bisogna resistere ai superiori per obbedire a Dio nonché con questo atto non s’intende rompere l’unità della Chiesa. Queste affermazioni assomigliano molto a quelle gianseniste, condannate dalla Bolla “Unigetitus Dei Filius” di Clemente XI: “Sopportare in pace la scomunica e l’ingiusto anatema piuttosto che tradire la verità, è imitare san Paolo; ed è molto lontano dall’erigersi contro l’autorità o rompere l’unità” DS. 1442.

Per avallare l’atto del conferimento delle consacrazioni episcopali, il Superiore della F.S.S.P.X. ha risuscitato l’argomento, utilizzato già nel 1988, dello stato di necessità.

Lo stato di necessità è l’argomento tirato fuori da tutti gli scismatici che hanno proceduto a consacrazioni episcopali contro la volontà del Romano Pontefice, perché un conto è agire “contra voluntatem Summi Pontificis” ed un conto è agire “non contra voluntatem Summi Pontificis”.

Nel primo caso, si vuole andare contro la volontà del Romano Pontefice, nel secondo, quando non si è in grado di contattare il Romano Pontefice. Nella storia della Chiesa è più volte successo che si è proceduto a consacrazioni episcopali, a volte perché il consacrante non poteva contattare il Romano Pontefice, nel caso specifico le consacrazioni svoltesi nei Paesi del blocco comunista, durante la Cortina di Ferro, poi convalidate dal Vaticano. Il più delle volte, invece, con atti scismatici, perché si è andati contro la volontà del Romano Pontefice, non cercando neppure il suo consenso.

Quelli più recenti, sono stati durante la Rivoluzione Francese da parte di Charles Maurice di Talleyrand Perigord, già vescovo dimissionario di Autun, coadiuvato come co-consacratori dai vescovi in partibus di Lydda e Babilonia, che procedettero a consacrare due vescovi, senza mandato romano. Contro tale atto scismatico, fu comminata la scomunica da parte di Pio VI con la Bolla Charitas que, del 13 aprile 1791. In questo caso, Talleyrand invocò lo stato di necessità, per la sopravvivenza in Francia del cattolicesimo, venendo però a patti con la Rivoluzione Francese.

Capitò per il Patriarcato Caldeo al tempo di Pio IX che contro la volontà del papa furono consacrati tre vescovi per venire incontro alle necessità di fedeli del rito Malabarico, che non volevano sottostare alla giurisdizione dei loro vescovi. Anche in questo caso, fu comminata la scomunica con la Lettera Apostolica Quae in Patriarcatu del 1° settembre 1876.

Poi al tempo di Pio XII con le consacrazioni fatte dai vescovi nazionali cinesi per venire a patti con il regime comunista, anche in questo caso venne invocato lo stato di necessità al fine del proseguimento del cattolicesimo nella Cina comunista. Contro questo atto scismatico fu promulgata l’Enciclica “Ad Sinarum Gentem” del 7 ottobre 1954. Come si vede, uno stato di necessità, in tutti questi casi poteva apparire giustificato, ma non lo era, né de jure e né de facto, perché non si poteva procedere a delle consacrazioni episcopali senza l’autorizzazione da parte della Sede Apostolica.

Passiamo ora ad affrontare il lato canonistico, dottrinale e teologico riguardo alle consacrazioni episcopali.

Il Papa possiede la giurisdizione universale su tutti i vescovi essendo il Capo visibile della Chiesa e può quindi nominarli e deporli dal loro incarico. Questo principio fu ribadito già ai tempi di San Gregorio VII, nel 1075, col “Dictatus Papae” durante la “Lotta per le Investiture” e fu portato avanti nei secoli. Non si vuole inserire tutti i documenti a tal proposito, basti solo ribadire quanto formulato nel Codice di Diritto Canonico Pio-Benedettino del 1917, Can. 953.

A questa base canonistica va aggiunta la parte teologica che è il dogma del Primato Petrino. Il Romano Pontefice non possiede nella Chiesa soltanto un primato d’onore, come sostengono gli ortodossi scismatici, ma un primato di giurisdizione, vincolante per tutti i cristiani. La Bolla “Unam Sanctam” di Bonifacio VIII del 18 novembre 1302 lo definisce in maniera chiara e vuole una sottomissione al Romano Pontefice: “Porro sub esse Romano Pontifici omni humanae creaturae declaramus, dicimus, diffinimus omnino esse de necessitate salutis” (Tutte le umane creature devono essere sottomesse al Romano Pontefice per potersi salvare l’anima). DS. 875. Va chiarito che questo è un dogma di fede, non un semplice invito.

Il Concilio Vaticano I nella Costituzione Dogmatica “Pastor Aeternus” così dichiara: “… Romanum Pontificem habere … potestas supreamae jurisdictionis non solum in rebus quae ad fidem et mores, sed etiam in iis quae ad discipinam  et regimen Ecclesiae per totum  orbem diffusae pertinest … ac singulas ecclesias sive in omnes et singulos pastores et fideles …” (Il Romano Pontefice ha la suprema ed universale giurisdizione non solo in ciò che concerne la fede e la morale, ma anche in ciò che concerne la disciplina e il regime della Chiesa … su tutte le singole chiese, su tutti i singoli pastori e fedeli” DS. 3064. Questa è una Costituzione Dogmatica, non una disposizione pastorale. Questa formula del Concilio Vaticano I è stata già ribadita nella lettera del Card. F. Seper a Mons. Marcel Lefebvre del 16 marzo 1978, alla quale Mons. Marcel Lefebvre non dette risposta sulla questione. La stessa Definizione Dogmatica è chiaramente inserita nel testo del Comunicato summenzionato, dopo l’incontro tra il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e il Superiore della F.S.S.P.X.

Se esiste un reale stato di necessità questo deve essere provato. Se la prova sono le costanti eresie che vengono diffuse e proferite dalla gerarchia della chiesa conciliare, non bisogna neppure intrattenere con la medesima delle relazioni come insegna San Paolo nell’Epistola a Tito: “Haereticum hominem post unam et secundam correptionem devita, sciens quia subversus est, qui eiusmodi est, et delinquit, proprio iudicio condemnatus”. (Lettera a Tito cap. 3-11)

Ci pare che correzioni siano state inviate “ad abundantiam”, già ai tempi di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Si veda la dichiarazione del 29 giugno del 1976 da parte di Mons. Marcel Lefebvre, dopo aver ricevuto la sospensione “a divinis” da parte di Paolo VI: Questa Chiesa Conciliare è scismatica, perché ha preso per base per il suo aggiornamento, principi opposti a quelli della Chiesa Cattolica, come la nuova concezione della Messa espressa ai numeri 5 della Prefazione al [decreto] Missale Romanum e 7 del suo primo capitolo, che attribuisce all’assemblea un ruolo sacerdotale che non può esercitare; come similmente il naturale — vale qui a dire divino — diritto di ogni persona e di ogni gruppo di persone alla libertà religiosa.

“Questo diritto alla libertà religiosa è blasfemo, perché attribuisce a Dio scopi che distruggono la Sua Maestà, la Sua Gloria, la Sua Regalità. Questo diritto implica libertà di coscienza, libertà di pensiero, e tutte le libertà massoniche.

“La Chiesa che afferma tali errori è al tempo stesso scismatica ed eretica. Questa chiesa conciliare è, pertanto, non cattolica. Nella misura in cui Papa, vescovi, preti e fedeli aderiscono a questa nuova Chiesa, essi si separano dalla Chiesa Cattolica”.

E la posizione fu ribadita, in particolar modo, nella lettera a Giovanni Paolo II del 31 agosto 1985 da parte dei vescovi Marcel Lefebvre ed Antonio De Castro Mayer, in occasione della convocazione del Sinodo dei vescovi in Vaticano, per celebrare i vent’anni di chiusura del Vaticano II, con la quale i due presuli concludevano: Santo Padre, la Vostra responsabilità è gravemente impegnata in questa nuova e falsa concezione della Chiesa, che trascina il clero e i fedeli nell’eresia e nello scisma. Se il Sinodo, sotto la Vostra autorità persevera in questo orientamento, Voi non sarete più il Buon Pastore”.

Ed ancora, lo stesso Mons. Marcel Lefebvre, nel 1988, ha affermato, un po’ prima di procedere alle consacrazioni episcopali: “E adesso vengo a quello che senza dubbio vi interessa; ma io dico: Roma ha perso la fede, cari amici, Roma è nell’apostasia. Queste non sono parole, non sono parole in aria che vi dico, è la verità! Roma è nell’apostasia. Non si può più dare fiducia a questa gente. Hanno abbandonato la Chiesa, abbandonano la Chiesa, e sicuro, sicuro, sicuro”. Aggiungiamo quello che affermò Mons. Antonio De Castro Mayer sempre nel 1988: “La Chiesa che aderisce formalmente e totalmente al Vaticano II con le sue eresie non è, né potrebbe essere, la Chiesa di Gesù Cristo. Per appartenere alla Chiesa Cattolica, alla Chiesa di Gesù Cristo, è necessario avere la Fede, cioè, non mettere in dubbio o negare alcun articolo della Rivelazione. Orbene, la Chiesa del Vaticano II accetta dottrine che sono eretiche, come abbiamo visto” (The Roman Catholic, agosto 1985).

Non si sa quanti ammonimenti sono stati inviati al Vaticano per condannare e mettere in luce le eresie e le blasfemie che in questi ultimi anni si sono manifestate.

Come può un eretico essere il Capo della Chiesa? Questo rimane un mistero! Una gerarchia che proclama eresie può essere la vera gerarchia della Chiesa?

Questo mistero va però dipanato e più volte lo stesso Mons. Marcel Lefebvre ebbe dubbi sulla legittimità dei papi conciliari. Già in una conferenza del 1975 espresse questi dubbi su Paolo VI. Lo stesso, nel suo libro il “colpo da Maestro di Satana” su Giovanni Paolo II nella famosa omelia di Pasqua del 1986. Il vescovo francese fu frenato proprio dai suoi stessi collaboratori, in quella occasione. Finita la cerimonia, ci fu una pletora di sacerdoti e di benefattori che andarono a parlare con Mons. Lefebvre, supplicandolo di non prendere una posizione per la vacanza della Sede Apostolica e questo è testimoniato proprio dai seminaristi, che in quel tempo erano ad Econe, per le feste pasquali.

Ancora, poco prima di morire, nel 1990 Mons. Marcel Lefebvre ebbe a dire davanti a testimoni che avrebbe preso posizione sull’autorità nella Chiesa, perché questa situazione stava ingenerando confusione nei sacerdoti e nei fedeli.

È evidente a qualsiasi cattolico che non è possibile per chi è assistito dal carisma dell’Infallibilità che sbagli in questioni di fede e morale, perché c’è una promessa divina: «Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli». (Luca 22-31-34). Non vogliamo in questa circostanza addentrarci in dispute troppo teologiche, ma è evidente che un eretico o uno scismatico non può essere eletto Sommo Pontefice.

Lo spiega molto bene L’Enchiridion Juris Canonici edizione 1940 a cura di Stefano Sipos: “Eligi potest masculum, usu rationis pollens, membrum Ecclesiae. Invalide ergo eligerentur feminae, infantes, habituali amentia laborantes, non baptizati, haeretici, schismatici” (Può essere eletto Sommo Pontefice ogni maschio che abbia l’uso della ragione, membro della Chiesa. Non sarebbero dunque, eletti: le donne, i bambini, i matti, i non battezzati, gli eretici e gli scismatici).

Questo riprende e ripropone quanto già formulato dalla Costituzione Apostolica di Paolo IV del 15 marzo 1559 “Cum ex Apostolatus”: “Aggiungiamo che, se mai dovesse accadere in qualche tempo che un Vescovo, anche se agisce in qualità di Arcivescovo o di Patriarca o Primate od un Cardinale di Romana Chiesa, come detto, od un Legato, oppure lo stesso Romano Pontefice, che prima della sua promozione a Cardinale od alla sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla Fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o abbia questo suscitato), sia nulla, non valida e senza alcun valore (nulla, irrita et inanis existat), la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i Cardinali; neppure si potrà dire che essa è convalidata col ricevimento della carica, della consacrazione o del possesso o quasi possesso susseguente del governo e dell’amministrazione, ovvero per l’intronizzazione o adorazione (adoratio) dello stesso Romano Pontefice o per l’obbedienza lui prestata da tutti e per il decorso di qualsiasi durata di tempo nel detto esercizio della sua carica, ne essa potrebbe in alcuna sua parte essere ritenuta legittima”.

La prova che i candidati non erano “materia apta” al Sommo Pontificato sono gli atti posti in essere successivamente all’elezione, i quali contengono eresie e deviazioni dalla fede. Ciò è manifestatamente evidente in quei provvedimenti che hanno in se stessi l’infallibilità riflessa ovvero l’oggetto secondario dell’infallibilità papale come canonizzazioni dei santi, promulgazione delle leggi universali per la Chiesa sia disciplinari che liturgiche, l’approvazione di ordini e congregazioni religiose ed i fatti teologici. Ordunque, nell’approvazione dei testi delle riforme susseguite al Vaticano II, sia liturgiche, Pontificale Romano, Novus Ordo Missae e Libro dei Sacramenti, che disciplinari, Nuovo Codice di Diritto Canonico sono contenuti errori, come nella proclamazione di nuovi santi, vedasi solo come esempio quelle di Giovanni Paolo II e di Paolo VI.

Il Colpo da Maestro di Satana sta proprio in questo: infiltrare eretici e apostati all’interno della Chiesa, che utilizzano la loro autorità, raggiunti i vertici del potere, per diffondere l’eresia. Questa è stata la strategia dei modernisti per sovvertire la Chiesa Cattolica e trasformarla nella chiesa sinodale e conciliare.

La visibilità della Chiesa, argomento principe adottato ultimamente dalla F.S.S.P.X  per mantenere relazioni con la Roma conciliare è chiaramente inficiato da quanto è scritto nel classico Dictionnaire de Théologie Catholique, alla voce “Église”. Così scrive il Dublanchy: “Lo Stapleton (†1598) espone quattro ragioni per le quali la visibilità della Chiesa deve essere manifestata agli occhi di tutti: il bene dei fedeli che possono così facilmente seguire gli insegnamenti della Chiesa ed obbedire ai suoi precetti; la necessità per i fedeli, esposti a perdere la fede, di poter facilmente discernere dalle sette eretiche la Chiesa cattolica della quale la verità è divenuta così risplendente; la necessità, per gli infedeli che vogliano abbracciare la fede cattolica, di poter agevolmente riconoscere la Chiesa cattolica; infine la gloria di N.S. Gesù Cristo il cui regno su tutta la terra brilla così di un meraviglioso splendore”.

La visibilità della chiesa conciliare porta a perdere la fede, non porta sicuramente gli acattolici ad avvicinarsi alla vera Chiesa di Cristo Nostro Signore! L’argomento sarebbe troppo vasto da trattare in questo articolo, ma quanto qui esposto sarebbe già sufficiente a chiudere l’argomento.

In conclusione se si deve addivenire a consacrazioni episcopali senza mandato Apostolico, è necessario chiarire prima la situazione dell’autorità nella Chiesa, altrimenti s’innesca un cortocircuito nella Chiesa stessa e l’atto sarebbe materialmente scismatico, anche se non formalmente, perché gli occupanti del Vaticano sono illegittimi e la Sede Apostolica sarebbe, pertanto, vacante. Che Nostro Signore intervenga ed illumini le coscienze e gli intelletti.

15 febbraio 2026 Domenica di Quinquagesima

Doctor Quidam

L’Ucraina ha perso la guerra: non firmare la pace a breve porterà a una disfatta

Condividi su:

Editoriale di Matteo Castagna per Affaritaliani.it del 29/11/25

L’Ucraina ha perso la guerra, di fatto, poco dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. L’ho detto e scritto più volte, ritenendo che l’analisi sulla situazione geopolitica che, da tre anni pone Marco Travaglio, al netto di qualche esagerazione, sia la più realistica, perché confermata dai fatti.

Dire la verità, senza servilismi o padroni, costa sempre un prezzo, in Italia. Il minimo è quello di essere etichettati come filo-russi, se si afferma che l’Ucraina ha perso sul campo di battaglia e che, se Zelensky continua ad appoggiarsi a determinati alleati europei, rischia di passare dalla sconfitta alla disfatta, anche a causa del rigido inverno alle porte. C’è una narrativa che preferisce la propaganda e una la menzogna. Poi c’è quella di Calenda e Severgnini, secondo i quali i cosacchi sarebbero già dovuti arrivare a Lisbona, mentre si sono limitati a riconquistare i territori russofoni dell’Ucraina, fra migliaia di giovani che fuggono per non finire al fronte, pochi militari e male armati, civili allo stremo e scandali clamorosi di corruzione, che lambiscono i piedi del Presidente.

Questa è l’estrema sintesi della situazione, che si vorrebbe tacere, per non ammettere che la UE e la NATO hanno sbagliato politiche sin dal 2014, con piazza Maidan, in un crescendo di errori di presunzione e pressapochismo che l’hanno portata ad esasperare gli animi, a mancare di equilibrio e senso di responsabilità, a co-produrre disperazione e morte in mezzo a una montagna di euro pubblici finiti chissà dove, finché Trump ha sparigliato le carte del “croupier” Joe Biden, ha chiuso i rubinetti, ha sbeffeggiato Zelensky, ha incontrato Putin come un caro amico in Alaska, ha messo Inghilterra, Germania e Francia con le spalle al muro attraverso un piano di pace “su cui poter discutere”, mentre Ursula faceva da spettatrice, dando in realtà, la sensazione di non essere mai stata realmente invitata al tavolo.

L’Agenzia internazionale Reuters ha riferito che lunedì 24 novembre, a Ginevra, una delegazione americana, capeggiata dal segretario di Stato Marco Rubio, dall’inviato speciale Steve Witkoff e dal segretario dell’Esercito, Daniel Driscoll, ha incontrato quella ucraina, guidata dal capo di gabinetto del Presidente ucraino, Andry Yermak.

Il tema principale sul tavolo è stato, appunto, il piano di pace in 28 punti presentato la settimana scorsa dall’amministrazione di Donald Trump, a cui se ne è contrapposto un altro, elaborato dai principali Paesi europei, presenti anche loro al tavolo delle trattative. Perché due e non uno solo condiviso dagli alleati occidentali? Perché al Presidente USA non è chiaro fino a che punto i principali leader europei vogliano realmente la pace e quindi ha fatto da sé, costringendoli a prenderlo in esame. Così, ne è nato un altro, molto simile all’originale, che dimostra all’opinione pubblica che l’UE non è la cameriera dello Studio Ovale ma un Istituto serio, che conta nello scacchiere politico internazionale.

Rubio ha definito le riunioni come «le più produttive e significative finora in tutto questo processo, da quando siamo stati coinvolti fin dall’inizio». Per forza, ha bisbigliato qualche usciere, il lavoro l’hanno fatto gli americani e gli altri ci hanno messo le virgole…Ad ogni modo, il piano è stato ridotto a 19 punti. La nuova bozza ha generato «ottimismo» in entrambe le parti secondo le dichiarazioni di Sergiy Kyslytsya, viceministro degli Esteri ucraino che ha preso parte all’incontro, a detta sua «intenso e produttivo».

Secondo la Bcc, il nuovo piano – che non è stato ancora reso pubblico – avrebbe limato i punti giudicati più controversi della bozza Trump: Kiev avrebbe dovuto cedere l’intero Donbass, inserire in costituzione l’impegno a non entrare nella Nato e stabilire un tetto di 600 mila uomini per le Forze armate. Dato che il cancelliere tedesco Friedrich Merz, tra i più ferventi sostenitori dell’Ucraina, ha definito l’accordo «significativamente modificato» in senso positivo, è probabile che siano queste le condizioni a essere state maggiormente riviste.

Sulla questione delle dimensioni delle Forze armate, Abc News ha già fornito una prima conferma. Dunque, la rivista di geopolitica Aliseo si chiede se siamo davanti ad un progresso o a un ritorno al punto di partenza? Ossia, quattro anni di guerra, orrore e miliardi di euro sono finiti nei cessi dorati di qualcuno, oppure sono serviti a qualcosa di buono per l’Ucraina?

Se per il Cremlino il piano di pace originale poteva costituire una base, come detto dal Presidente russo Vladimir Putin, durante una telefonata con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, per una soluzione pacifica definitiva alla guerra, la nuova bozza rappresenterà un prevedibile passo indietro, su cui dover riflettere.

Visti i rapporti distesi fra i leader americano e russo, alla stesura del documento iniziale ha, infatti, partecipato uno degli uomini più fidati di Putin, Kirill Dmitriev, netto sulle posizioni di Mosca. A Ginevra la Russia non c’era, ma le condizioni del Cremlino erano ampiamente note agli uomini del Tycoon sin dal bilaterale in Alaska e

Quella bozza, insomma, secondo Putin avrebbe dovuto essere rielaborata insieme agli americani per avvicinarsi ulteriormente alle esigenze del Cremlino, partendo dal presupposto che molti dei punti sarebbero rimasti solamente sulla carta (come la garanzia di sicurezza stile articolo 5 garantita dagli Stati Uniti).

Perciò, la sensazione è che a Ginevra la Russia non fosse stata presente per consentire a Putin di prendere tempo per le valutazioni e la formulazione di un’ eventuale ulteriore controproposta. Nel frattempo, a morire sono i soldati e i civili ucraini, ad avanzare e bombardare sono i russi. Stavolta, il “croupier” delle carte in tavola potrebbe essere Vladimir Putin, perché, se inascoltato, si vedrebbe indotto a concludere nel sangue l’operazione militare speciale, complice il gelo.

Intanto, sempre la Reuters riferisce che il segretario dell’esercito americano, Driscoll, ha avviato ad Abu Dhabi nuovi colloqui con il capo dell’intelligence militare ucraina, Kyrylo Budanov, e una delegazione russa, con l’obiettivo di discutere con la controparte l’esito dei lavori di Ginevra e sondare la possibilità di un cessate il fuoco nel più breve tempo possibile. Tuttavia, è difficile scrollarsi di dosso l’impressione che i “progressi” diplomatici di questi giorni abbiano semplicemente riportato le parti al punto di partenza.

Secondo Cbs, l’Ucraina avrebbe accettato in linea di principio il nuovo piano di pace, sostenendo di condividere la maggior parte dei punti e di dover solo definire piccoli dettagli.

Meglio finirla con questo tira e molla, che sembra un teatrino sulle spalle di chi muore, perché «Putin è oggi molto più sicuro di sé dal punto di vista militare», osserva Tatiana Stanovaya del Carnegie Russia Eurasia Center. L’Ucraina è rimasta sostanzialmente sulla difensiva a seguito del fallimento della controffensiva del 2023 e dall’operazione nell’oblast russo di Kursk del 2024, che non ha prodotto risultati duraturi. Nel corso del 2025, le forze russe hanno continuato ad avanzare con un ritmo superiore ai 400 chilometri quadrati al mese e adesso città importanti come Pokrovsk e Kupiansk sono praticamente cadute nelle mani dei russi, che stanno conquistando anche Kostyantynivka.

La carenza di manpower si sta aggravando, i tassi di diserzione sono di 20mila persone al mese e l’attuale postura difensiva non deriva da una scelta strategica, ma da una necessità imposta dalla situazione sul terreno. Mosca continua ad assorbire perdite consistenti e mantiene una capacità di mobilitazione molto superiore a quella ucraina. Addirittura, una fonte dell’intelligence militare di Kiev ha spiegato alla Foundation for Defense of Democracies che la Russia dispone delle risorse necessarie per sostenere il conflitto per tutto il 2026 facendo ricorso al solo reclutamento volontario.

E’ realistico immaginare che la guerra terminerà solo quando la Russia avrà raggiunto, con la forza o attraverso un negoziato, i propri obiettivi strategici perché un eventuale incremento della pressione militare e/o economica da parte di Washington volto a riequilibrare i rapporti di forza sul campo e spingere la Russia a maggiori concessioni al tavolo negoziale rischierebbe di irrigidire ulteriormente il Cremlino, alimentare una pericolosa escalation e rafforzare ancora di più l’asse Pechino-Mosca. Proprio quel rapporto che Trump sta cercando di incrinare, nel tentativo di dividere il fronte delle potenze avversarie.

Malaparte contro i giovani sporchi e arrabbiati

Condividi su:

di Marcello Veneziani

La seconda guerra mondiale era finita da poco e l’Europa era piena di macerie e di vitalità. Per tutti quello fu il tempo della Ricostruzione, dell’operosa voglia di rinascita. E invece, uno scrittore curioso e un po’ cialtrone, a volte inattendibile ma acuto nel penetrare col suo sguardo le profondità latenti di un’epoca, annuncia che nel dopoguerra sta succedendo qualcosa: sta nascendo una razza globale. Che prima chiama razza europea e la definisce “giovane, nervosa, più bella e più delicata”, poi la definisce “razza marxista” fino a denunciare la sporcizia della nuova razza marxista che non ha nulla a che vedere con la sporcizia dei poveri, per esempio nei bassi di Napoli. È generata dalla “decadenza del capitalismo, dalla corruzione della democrazia, dal sabotaggio sociale comunista, dalla contaminazione dei costumi”. Anche le ragazze sono “scarmigliate, mal lavate, mal vestite, imbronciate”. È una nuova razza che sorge in Europa, invade le nazioni, sommerge ogni cosa, fatta da giovani piccolo borghesi che hanno il disgusto della borghesia, spezzano ogni legame di classe e di provenienza, vivono “una nuova bohème artificiale”; una generazione di spostati e di finti proletari. E così li descrive: “la moda dei capelli lunghi, dei visi mal rasati, delle unghie sporche” e altro ancora… Curzio Malaparte nel 1947 ha visto in anteprima esclusiva a Parigi un trailer del Sessantotto. Prima che nascesse la gioventù bruciata americana. Lo annota sul suo Journal, che scrive in francese, ora ripubblicato da Adelphi col titolo “Giornale di uno straniero a Parigi”. Il loro maestro è Jean-Paul Sartre, ma ai suoi occhi appare già démodé, antiquato. Malaparte non descrive solo “la pelle” di quella razza, e di quella generazione, ma si inoltra nelle loro idee: non sanno che farsene, scrive, dell’ordine capitalista, comunista, cattolico, non vogliono servire nessuna chiesa, non credono più in niente. Sono nichilisti. Qui la diagnosi di Malaparte oltrepassa pure il Sessantotto e sembra riguardare i nostri giorni. Malaparte non è un pensatore ma annusa l’aria, coglie i movimenti tellurici, è sismografo del suo tempo, coglie gli umori nascosti dell’epoca.

Il nichilismo che aveva profetizzato Nietzsche è diventato fenomeno di massa, oltre che generazionale; e Malaparte lo coglie, lo nomina e ne dà perfino una data di nascita: “Dopo il 1945”. Lo dice da osservatore, non da nostalgico dell’epoca precedente e dei fascismi: Malaparte è stato arcifascista e antifascista, è finito in carcere durante il regime, è stato dissidente, finirà in odore di comunismo e innamorato della Cina comunista di Mao. Ma in queste note sostiene che l’unica salvezza per l’Europa sia l’individualismo, idea a suo dire occidentale e latina (ma anche dí derivazione cristiana). Insomma Malaparte è acuto come radar ma quando deve indicare una via dice tutto e il contrario di tutto, è dongiovanni e poligamo, come nella vita intima. In tema di resistenza, pur definendosi un resistente, mostra insofferenza verso la sorgente retorica della resistenza, i suoi tabù e i suoi mostri sacri e arriva a dire che la resistenza, perlomeno in Italia e nell’Europa occidentale, è stata “uno strumento di guerra forgiato dallo straniero”, con capi, armi, mezzi stranieri. E con la geniale cialtroneria che ama esibire per colpire l’uditorio e spiazzare tutti, si avventura in una spericolata ipotesi di fanta-storia: se Mussolini nel settembre del ’43 si fosse dato alla macchia, anziché farsi liberare dai tedeschi, avrebbe potuto assumere lui la guida della resistenza italiana contro i tedeschi. Immaginate cosa sarebbe successo con Mussolini a capo della resistenza! La gente lo ascolta perplesso, alcuni protestano, ma lui, Malaparte, si compiace, si diverte, ride perfino, e poi lamenta che “l’ironia è morta in Europa, nessuno sa più giudicare”.

È un piacere leggere Malaparte, i suoi racconti, la sua prosa; incuriosisce, sorprende, anche se spesso ti chiedi: ma sarà vero, dice sul serio o sta pazziando? Si susseguono incontri, giudizi, situazioni, storie e ritratti. E continui paragoni tra francesi e italiani.

A proposito di Mussolini, Malaparte racconta un gustoso episodio, che spunta misteriosamente, non facendo parte né del corpus del Journal né in generale dell’Archivio Malaparte. Lo scrittore, ancora un giovanotto, viene convocato dal Duce a Palazzo Chigi, dove si era insediato da poco tempo. Quando varcò la soglia della stanza di Mussolini, le gambe gli tremavano, ma l’ansia non gli impedì di osservare molti dettagli e di notare il cattivo gusto di una lampada, un abat jour, che illividiva la faccia del duce, il suo viso pallido, le sue profonde orbite e l’ombra del naso, grosso e carnoso. Dopo aver firmato varie carte, Mussolini gettò la penna, si buttò indietro sulla spalliera della poltrona, lo fissò con i suoi occhi tondi grandissimi, scuri e Malaparte si sentì ghiacciare il sangue nelle vene.

Mussolini si sorprese della sua giovane età, chiese che studi avesse fatto, e poi cominciò a rimproverarlo, accusandolo di essersi abbassato a dire su di lui malignità degne di una portiera pettegola. Malaparte arrossì. Poi scoprì il capo d’accusa: Malaparte al caffè Aragno a Roma aveva sparlato delle “brutte cravatte” di Mussolini. Malaparte ammise di averlo detto, ma aggiunse che era un’osservazione senza cattiveria e malignità, e gli chiese scusa. Mussolini accolse le scuse e lo ammonì per l’avvenire. Ma era terribile, scrive Malaparte, cadere in disgrazia del dittatore all’inizio della carriera (lui dice che aveva allora 20 anni, in realtà ne aveva 25). Poi, però, l’ambasciatore Paulucci de’ Calboli che era presente al colloquio, raccontò che Mussolini, quando lui uscì, si era messo a ridere; ma subito dopo, si fece portare uno specchio da Navarra, il suo capo usciere, per vedere la sua cravatta. Io la trovo bellissima, diceva lisciandosela, non trovate? L’ambasciatore non poté che dargli ragione. Malaparte si vendica nelle righe seguenti descrivendo lo strano odore di oca selvatica di Musoslini, anzi un odore di pelle di pollo bagnato; l’indole morbosamente femminile del duce, benché così maschio, la sua voce che “ha radici nelle mammelle”, le sue mani da “vecchia monaca morta”. Malaparte amava stupire con effetti speciali, la sua prosa è godibile anche quando racconta l’inverosimile.

E per restare in tema, in questo suo diario, Malaparte confessa un vizio: ama abbaiare di notte. “Chiamare i cani la notte e parlare con loro, è il mio unico piacere della vita. Ho imparato a parlare coi cani a Lipari, durante il confino, non avevo altri con cui parlare”. Saliva sulla terrazza nella casa di fronte al mare, nella Salita di Santa Teresa, vicino alla chiesetta, e abbaiava. Gli fu perfino proibito dai carabinieri di abbaiare di notte, i pescatori ne erano intimoriti, molti lo chiamavano “il pazzo”. Anche sugli scogli di Capri o sulla spiaggia di Forte dei Marmi, confessa Malaparte, continuò ad abbaiare di notte; ma non più per solitudine e disperazione; lo faceva quando si sentiva giovane, libero, felice. Per una vita Curzio Malaparte ballò coi lupi.

La Verità – 26 novembre 2025 –  https://www.marcelloveneziani.com/articoli/malaparte-contro-i-giovani-sporchi-e-arrabbiati/

1 2 3 4 863