“L’Architettura della Riscossa” – libro di riferimento del Circolo Christus Rex con “All’estrema destra del Padre”

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di Redazione

Alberto è un amico cattolico fedele alla Tradizione, sedeprivazionista da tanti anni, di Ferrara. Poiché si interessa anche di storia e di metapolitica collaboriamo in più ambiti. Questa recensione ad un testo importante ci sembra fondamentale per comprendere le nostre ragioni, perciò volentieri la pubblichiamo. Nel 2026 possiamo dire che i testi contemporanei di riferimento del Circolo Christus Rex sono: “All’estrema destra del Padre” di Matteo Castagna e “L’Architettura della Riscossa” di vari autori, tra cui Alberto Ferretti

di Alberto Ferretti

L’Architettura della Riscossa: un manuale operativo contro la dissoluzione simbolica Metapolitica oltre la filosofia: verso la ricostruzione dell’Europa dei popoli sulla roccia delle radici culturali.

Il dibattito culturale europeo non è più soltanto una questione di opinioni contrapposte, ma il terreno di una progressiva ristrutturazione simbolica. Fenomeni come la cosiddetta “cancel culture” e l’emergere di paradigmi antropologici sempre più sganciati da ogni riferimento ontologico segnalano il tentativo di ridefinire le categorie attraverso cui la nostra civiltà interpreta sé stessa.

È in questo contesto che si inserisce The Architecture of the Resurgence (L’Architettura della Riscossa), opera collettiva del Megasodalitium Group. Il volume non si limita a proporre una riflessione teorica, ma si presenta come un manuale di orientamento culturale, volto a fornire strumenti concettuali a quanti intendono confrontarsi con le trasformazioni in atto in un mondo sempre più segnato dall’astrazione normativa e dalla proliferazione dei cosiddetti “non-luoghi”.

La “cassetta degli attrezzi” contro la guerra delle parole. Elemento centrale e innovativo del libro è il metodo analitico messo a disposizione del
lettore: una vera e propria “cassetta degli attrezzi” per riconoscere e decostruire le dinamiche linguistiche del politicamente corretto. Si tratta di un’analisi dei meccanismi semantici che tendono a restringere il campo del dicibile, ridefinendo progressivamente il significato di concetti fondamentali per la convivenza sociale.

Il volume propone così un percorso di riappropriazione del linguaggio, restituendo al lettore la capacità di nominare la realtà senza ricorrere a categorie puramente funzionali o procedurali, scardinando i filtri ideologici che servono al sistema per censurare il libero pensiero critico.

Dalla teoria alla prassi: come posizionarsi nel caos moderno. L’opera indica una postura esistenziale precisa per il presente. Posizionarsi oggi significa, innanzitutto, esercitare una secessione mentale dai circuiti del consenso prefabbricato.

La “cassetta degli attrezzi” insegna a:
 Identificare le “parole-trappola” : smascherare i termini che il sistema usa per neutralizzare il dissenso (come l’uso ideologico di “inclusività” “tolleranza”).
 Abitare i luoghi, non i flussi: preferire la dimensione della comunità fisica e del territorio rispetto alla dispersione digitale e ai “non-luoghi” della globalizzazione.
 Costruire “Cittadelle del Senso”: edificare realtà (familiari, professionali, associative) che funzionino secondo le leggi del Vero, del Bello e del Giusto, dove la cancel culture non ha giurisdizione.

Riaffermare il Vero, il Bello e il Giusto
La crisi contemporanea — che vede il Vero subordinato al consenso, il Bello alla funzionalità e il Giusto alla procedura — richiede una risposta che si configuri come riallineamento alla realtà antropologica. Il volume articola questa tensione attraverso una contrapposizione simbolica ricorrente tra la “palude ideologica” — intesa come spazio dell’astrazione normativa — e la “roccia” delle radici culturali, quale fondamento di forme di appartenenza incarnate.

In tale prospettiva, il concetto di “Ontocrazia” viene proposto come ipotesi di riallineamento tra ordine dell’esperienza e sistemi di rappresentazione.
La vera Europa tra pluralismo organico e astrazione amministrativa. Il volume invita a distinguere tra differenti modelli storici di integrazione europea. Da un lato, forme di unità politica fondate su un pluralismo organico di popoli e comunità — il cui culmine storico può essere individuato nell’esperienza del Sacro Romano Impero — dall’altro, assetti contemporanei di governance caratterizzati da una crescente astrazione tecnocratica.

Il testo richiama inoltre la memoria delle grandi insorgenze popolari, dalla Vandea ai moti italiani, interpretandole come tentativi di difesa di un ordine incarnato di fronte a processi di omogeneizzazione. La “riscossa” evocata nel titolo non coincide con una reazione nostalgica, ma con la necessità di ricostruire un orizzonte entro il quale la Tradizione possa tornare a costituire il fondamento operativo di una libertà reale.

L’edizione italiana del volume è disponibile qui:
https://www.amazon.it/LARCHITETTURA-DELLA-RISCOSSA-Metapolitica-
Ontocratica/dp/B0GN2TVD6V

SCHEDA LIBRO
Editore: Independently published
Data di pubblicazione: 11 febbraio 2026
Lingua: Italiano
Pagine: 132
ISBN-13: 979-8248014811
ASIN: B0GN2TVD6V

L’autobiografia dell’Italia in corso d’opera

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C’è un signore di 94 anni che da quasi settant’anni studia l’Italia e la descrive live, dal vivo, mentre l’animale collettivo cammina, lavora, si siede o si nasconde. Fondò un laboratorio in cui ha scritto ogni anno l’autobiografia dell’Italia in progress e anche in regress, per così dire. Si chiama Giuseppe De Rita, il suo laboratorio è il Censis, e ieri all’Accademia di San Luca a Roma, in una serata in suo onore, ne abbiamo ripercorso la storia, lasciando poi a lui le conclusioni. Per l’occasione il Censis ha pubblicato “I sette sigilli del canone deritiano”, a cura del direttore Massimiliano Valerii con uno scritto di De Rita.

Il segreto della sua impresa è aver descritto l’Italia non ponendosi dall’alto ma situandosi nel mezzo e all’interno dei suoi corsi e decorsi, evitando pregiudizi ideologici e moralistici per descrivere la realtà nel suo cambiamento, visto da dentro e durante. E così mentre altri vedevano altri film, lui, il sociologo, ha descritto l’emergere in Italia del localismo, del provincialismo, del policentrismo, della piccola impresa, del terziario, del sommerso; la sostituzione della borghesia col ceto medio, la società molecolare se non coriandolizzata. E mentre dominava l’immagine di una società guidata dall’alto, ormai decisionista, senza mediazioni e senza continuità col passato, lui scorgeva nei fondali dell’Italia la controtendenza al continuismo e all’intermediazione, che sono poi i nomi concreti, pratici e funzionali della tradizione e dei legami sociali e comunitari, tra reti e filiere. E anche nelle sue mutazioni, l’Italia in fondo prosegue nel suo “trasformismo adattivo” che fa parte della sua storia e della sua indole. Questa è l’Italia reale, tra globale e particulare.

I rapporti del Censis sono stati la prosecuzione in controcanto della Storia del potere in Italia che scrisse Giuseppe Maranini nel 1967: De Rita non si occupa del potere, della partitocrazia e dei vertici ma sposta l’obbiettivo sui moti ondosi – sussultori, ondulatori, grandi e basse maree – della società italiana e dei suoi fondali.

In questi settant’anni è successo di tutto: dalla civiltà contadina passammo alla civiltà industriale e operaia, e poi postindustriale e terziaria, dal boom economico e demografico allo sboom e al declino del made in Italy, ancora in corso, dalle migrazioni interne a quelle extracomunitarie; e in mezzo il ’68, gli anni di piombo, il vitalismo degli anni ottanta, poi la mezza rivoluzione del ’93, la seconda repubblica e negli ultimi quindici anni la girandola di guide al governo: centro-destra, centro-sinistra, destra-centro e sinistra-centro, dal berlusconismo al grillismo passando per il renzismo, poi tecnocratici e populisti, ammucchiate e strane alleanze gialloverdi, cripto-presidenzialismi del Quirinale e infine il melonismo.

Ma la società appare come impermeabile ormai alla politica, da svariati decenni, si disegna da sé. Anche il sovranismo può esistere solo come messinscena, poi ci consoliamo col medagliere olimpionico e sanremo.

Certo, è mancata “una certa idea dell’Italia” a guidare il Paese e il suo sviluppo; è mancata una classe dirigente, e col tempo anche la classe dominante si è fatta sempre più classe sovrastante, nel senso che vive sopra i normali cittadini senza dominarne i processi e pilotarne le tendenze. E la cessione di importanti quote di sovranità a entità sovranazionali (non solo l’Unione europea).

La borghesia, in Italia, è sempre stata cagionevole ma poi, ha ragione De Rita, è sparita nel ventre della balena chiamata ceto medio, che è un ceto così grosso che può definirsi, appunto, un cetaceo. Dove confluisce una borghesia declassata, quasi proletarizzata, e un proletariato che ha fatto l’upgrade e si è semi-imborghesito.

Una borghesia che aspira a diventare aristocrazia ma è aspirata dal risucchio livellatore del ceto medio. Il ceto medio è la sintesi di questo duplice processo e oggi ingloba l’ottanta per cento della società: ai bordi estremi i poveri e i migranti che un tempo sarebbero stati definiti sottoproletariato (lumpenproletariat, direbbe Marx), pari al restante quinto della società, più una frangia elitaria di ricchi, privilegiati e sovrastanti (circa l’uno per cento).

È avvenuta quella mutazione antropologica di cui scriveva Pasolini nei primi anni settanta, ma De Rita non ne vede solo l’aspetto degenerato e malefico: per Pasolini coincideva con l’omologazione, la dipendenza dal consumismo, la prevalenza dello sviluppo sul progresso e tutto ciò che era nuovo era per lui peggio di prima: il capitalismo era una brutta bestia ma il neocapitalismo è peggio, la borghesia pure ma la nuova borghesia di più, e così il fascismo rispetto al nuovo fascismo, che nulla ha a che vedere col fascismo storico ma è decisamente peggio. De Rita invece descrive e non impreca, vede tratti positivi, riconosce “un dannato bisogno di futuro”, non abbandona la fiducia e quando vacilla, invoca – da cristiano – la speranza. Ma intanto si attiene ai fatti, alla realtà effettuale.

L’Italia oscilla tra stagnazione e accelerazione: spaesata, disorientata, in preda a un soggettivismo assoluto ma social-dipendente, tra egocentrismo e narcisismo di massa ma eterodiretto da influencer e trend prefabbricati.

Di tutto questo processo, De Rita è stato non solo l’analista e il diagnostico, ma anche il cantore e il narratore. Si, perché nella descrizione dell’autobiografia collettiva De Rita ha usato un linguaggio fiorito, espressivo e creativo, coniando definizioni che sono rimaste nel tempo.

Perciò io lo definì in Senza eredi “Il D’Annunzio della statistica”. Alle ultime elezioni presidenziali osai fare il suo nome per il Quirinale in quanto è suoer partes e conosce meglio di tutti l’Italia in corso d’opera e gli italiani degli ultimi settant’anni.

Riconoscevo però un suo limite anagrafico, l’età veneranda.

Forse mi sbagliavo, in un paese di vecchi come il nostro, la sua candidatura sei anni fa era ancora prematura…

La Verità – 18 febbraio 2025 (articolo pubblicato sul sito di Marcello Veneziani, qua il link)

L’Ucraina ha perso la guerra: non firmare la pace a breve porterà a una disfatta

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Editoriale di Matteo Castagna per Affaritaliani.it del 29/11/25

L’Ucraina ha perso la guerra, di fatto, poco dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. L’ho detto e scritto più volte, ritenendo che l’analisi sulla situazione geopolitica che, da tre anni pone Marco Travaglio, al netto di qualche esagerazione, sia la più realistica, perché confermata dai fatti.

Dire la verità, senza servilismi o padroni, costa sempre un prezzo, in Italia. Il minimo è quello di essere etichettati come filo-russi, se si afferma che l’Ucraina ha perso sul campo di battaglia e che, se Zelensky continua ad appoggiarsi a determinati alleati europei, rischia di passare dalla sconfitta alla disfatta, anche a causa del rigido inverno alle porte. C’è una narrativa che preferisce la propaganda e una la menzogna. Poi c’è quella di Calenda e Severgnini, secondo i quali i cosacchi sarebbero già dovuti arrivare a Lisbona, mentre si sono limitati a riconquistare i territori russofoni dell’Ucraina, fra migliaia di giovani che fuggono per non finire al fronte, pochi militari e male armati, civili allo stremo e scandali clamorosi di corruzione, che lambiscono i piedi del Presidente.

Questa è l’estrema sintesi della situazione, che si vorrebbe tacere, per non ammettere che la UE e la NATO hanno sbagliato politiche sin dal 2014, con piazza Maidan, in un crescendo di errori di presunzione e pressapochismo che l’hanno portata ad esasperare gli animi, a mancare di equilibrio e senso di responsabilità, a co-produrre disperazione e morte in mezzo a una montagna di euro pubblici finiti chissà dove, finché Trump ha sparigliato le carte del “croupier” Joe Biden, ha chiuso i rubinetti, ha sbeffeggiato Zelensky, ha incontrato Putin come un caro amico in Alaska, ha messo Inghilterra, Germania e Francia con le spalle al muro attraverso un piano di pace “su cui poter discutere”, mentre Ursula faceva da spettatrice, dando in realtà, la sensazione di non essere mai stata realmente invitata al tavolo.

L’Agenzia internazionale Reuters ha riferito che lunedì 24 novembre, a Ginevra, una delegazione americana, capeggiata dal segretario di Stato Marco Rubio, dall’inviato speciale Steve Witkoff e dal segretario dell’Esercito, Daniel Driscoll, ha incontrato quella ucraina, guidata dal capo di gabinetto del Presidente ucraino, Andry Yermak.

Il tema principale sul tavolo è stato, appunto, il piano di pace in 28 punti presentato la settimana scorsa dall’amministrazione di Donald Trump, a cui se ne è contrapposto un altro, elaborato dai principali Paesi europei, presenti anche loro al tavolo delle trattative. Perché due e non uno solo condiviso dagli alleati occidentali? Perché al Presidente USA non è chiaro fino a che punto i principali leader europei vogliano realmente la pace e quindi ha fatto da sé, costringendoli a prenderlo in esame. Così, ne è nato un altro, molto simile all’originale, che dimostra all’opinione pubblica che l’UE non è la cameriera dello Studio Ovale ma un Istituto serio, che conta nello scacchiere politico internazionale.

Rubio ha definito le riunioni come «le più produttive e significative finora in tutto questo processo, da quando siamo stati coinvolti fin dall’inizio». Per forza, ha bisbigliato qualche usciere, il lavoro l’hanno fatto gli americani e gli altri ci hanno messo le virgole…Ad ogni modo, il piano è stato ridotto a 19 punti. La nuova bozza ha generato «ottimismo» in entrambe le parti secondo le dichiarazioni di Sergiy Kyslytsya, viceministro degli Esteri ucraino che ha preso parte all’incontro, a detta sua «intenso e produttivo».

Secondo la Bcc, il nuovo piano – che non è stato ancora reso pubblico – avrebbe limato i punti giudicati più controversi della bozza Trump: Kiev avrebbe dovuto cedere l’intero Donbass, inserire in costituzione l’impegno a non entrare nella Nato e stabilire un tetto di 600 mila uomini per le Forze armate. Dato che il cancelliere tedesco Friedrich Merz, tra i più ferventi sostenitori dell’Ucraina, ha definito l’accordo «significativamente modificato» in senso positivo, è probabile che siano queste le condizioni a essere state maggiormente riviste.

Sulla questione delle dimensioni delle Forze armate, Abc News ha già fornito una prima conferma. Dunque, la rivista di geopolitica Aliseo si chiede se siamo davanti ad un progresso o a un ritorno al punto di partenza? Ossia, quattro anni di guerra, orrore e miliardi di euro sono finiti nei cessi dorati di qualcuno, oppure sono serviti a qualcosa di buono per l’Ucraina?

Se per il Cremlino il piano di pace originale poteva costituire una base, come detto dal Presidente russo Vladimir Putin, durante una telefonata con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, per una soluzione pacifica definitiva alla guerra, la nuova bozza rappresenterà un prevedibile passo indietro, su cui dover riflettere.

Visti i rapporti distesi fra i leader americano e russo, alla stesura del documento iniziale ha, infatti, partecipato uno degli uomini più fidati di Putin, Kirill Dmitriev, netto sulle posizioni di Mosca. A Ginevra la Russia non c’era, ma le condizioni del Cremlino erano ampiamente note agli uomini del Tycoon sin dal bilaterale in Alaska e

Quella bozza, insomma, secondo Putin avrebbe dovuto essere rielaborata insieme agli americani per avvicinarsi ulteriormente alle esigenze del Cremlino, partendo dal presupposto che molti dei punti sarebbero rimasti solamente sulla carta (come la garanzia di sicurezza stile articolo 5 garantita dagli Stati Uniti).

Perciò, la sensazione è che a Ginevra la Russia non fosse stata presente per consentire a Putin di prendere tempo per le valutazioni e la formulazione di un’ eventuale ulteriore controproposta. Nel frattempo, a morire sono i soldati e i civili ucraini, ad avanzare e bombardare sono i russi. Stavolta, il “croupier” delle carte in tavola potrebbe essere Vladimir Putin, perché, se inascoltato, si vedrebbe indotto a concludere nel sangue l’operazione militare speciale, complice il gelo.

Intanto, sempre la Reuters riferisce che il segretario dell’esercito americano, Driscoll, ha avviato ad Abu Dhabi nuovi colloqui con il capo dell’intelligence militare ucraina, Kyrylo Budanov, e una delegazione russa, con l’obiettivo di discutere con la controparte l’esito dei lavori di Ginevra e sondare la possibilità di un cessate il fuoco nel più breve tempo possibile. Tuttavia, è difficile scrollarsi di dosso l’impressione che i “progressi” diplomatici di questi giorni abbiano semplicemente riportato le parti al punto di partenza.

Secondo Cbs, l’Ucraina avrebbe accettato in linea di principio il nuovo piano di pace, sostenendo di condividere la maggior parte dei punti e di dover solo definire piccoli dettagli.

Meglio finirla con questo tira e molla, che sembra un teatrino sulle spalle di chi muore, perché «Putin è oggi molto più sicuro di sé dal punto di vista militare», osserva Tatiana Stanovaya del Carnegie Russia Eurasia Center. L’Ucraina è rimasta sostanzialmente sulla difensiva a seguito del fallimento della controffensiva del 2023 e dall’operazione nell’oblast russo di Kursk del 2024, che non ha prodotto risultati duraturi. Nel corso del 2025, le forze russe hanno continuato ad avanzare con un ritmo superiore ai 400 chilometri quadrati al mese e adesso città importanti come Pokrovsk e Kupiansk sono praticamente cadute nelle mani dei russi, che stanno conquistando anche Kostyantynivka.

La carenza di manpower si sta aggravando, i tassi di diserzione sono di 20mila persone al mese e l’attuale postura difensiva non deriva da una scelta strategica, ma da una necessità imposta dalla situazione sul terreno. Mosca continua ad assorbire perdite consistenti e mantiene una capacità di mobilitazione molto superiore a quella ucraina. Addirittura, una fonte dell’intelligence militare di Kiev ha spiegato alla Foundation for Defense of Democracies che la Russia dispone delle risorse necessarie per sostenere il conflitto per tutto il 2026 facendo ricorso al solo reclutamento volontario.

E’ realistico immaginare che la guerra terminerà solo quando la Russia avrà raggiunto, con la forza o attraverso un negoziato, i propri obiettivi strategici perché un eventuale incremento della pressione militare e/o economica da parte di Washington volto a riequilibrare i rapporti di forza sul campo e spingere la Russia a maggiori concessioni al tavolo negoziale rischierebbe di irrigidire ulteriormente il Cremlino, alimentare una pericolosa escalation e rafforzare ancora di più l’asse Pechino-Mosca. Proprio quel rapporto che Trump sta cercando di incrinare, nel tentativo di dividere il fronte delle potenze avversarie.

Assassinato Andriy Parubiy ex presidente del Parlamento ucraino e segretario del Consiglio di sicurezza nazionale ucraino

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di Claudio Verzola

Il 30 agosto 2025, Andriy Parubiy, ex presidente del parlamento ucraino e figura chiave del Maidan, cammina per le strade di Leopoli. Un corriere della piattaforma di consegne Glovo si avvicina. In pochi secondi, otto colpi di pistola pongono fine alla vita di uno dei più controversi architetti dell’Ucraina post-2014. L’assassino fugge su una bicicletta elettrica, lasciando dietro di sé non solo un cadavere, ma una domanda che scuote le fondamenta del potere ucraino: chi sta eliminando sistematicamente le figure del nazionalismo radicale?

L’omicidio di Parubiy non è un evento isolato. È il terzo anello di una catena di sangue che si dipana da oltre un anno attraverso l’Ucraina occidentale, tradizionalmente considerata la zona più sicura del paese. Prima di lui, il 19 luglio 2024, era toccato a Iryna Farion, ex deputata ultranazionalista e linguista radicale, uccisa con un colpo alla testa davanti alla sua casa di Leopoli. Poi, il 14 marzo 2025, Demyan Hanul, attivista di estrema destra ed ex leader di Settore Destro a Odessa, venne giustiziato in pieno giorno nel centro della città portuale.

Un modus operandi che racconta una storia

L’analisi di questi tre omicidi rivela un pattern inquietante che va oltre la semplice coincidenza. Tutti e tre i bersagli erano figure controverse del nazionalismo ucraino, con un passato legato all’estrema destra. Tutti e tre sono stati eliminati con esecuzioni professionali in luoghi pubblici, quasi a voler mandare un messaggio. E, particolare ancora più significativo, sia Hanul che Parubiy avevano richiesto protezione statale nelle settimane precedenti alla loro morte, protezione che era stata sistematicamente negata.

Il deputato ucraino Artem Dmytruk ha rivelato che Parubiy aveva chiesto protezione solo due mesi prima di essere ucciso. Una richiesta respinta che solleva domande scomode: le autorità sapevano e hanno scelto di non agire? O peggio, c’era un interesse attivo nel lasciare questi individui esposti?

Le ipotesi sul tavolo: un labirinto di possibili mandanti

La pista della pulizia politica interna

L’ipotesi più credibile, secondo diversi analisti, punta verso una sistematica eliminazione della “vecchia guardia” nazionalista orchestrata dall’interno dell’establishment ucraino. L’ambasciatore russo Rodion Miroshnik, pur rappresentando una fonte di parte, ha offerto un’interpretazione che trova eco anche in ambienti neutrali: i politici ucraini stanno “ripulendo il campo politico dai vecchi banderisti in previsione di ipotetiche elezioni”.

Questa teoria trova sostegno in diversi elementi concreti. Parubiy era membro del partito Solidarietà Europea dell’ex presidente Petro Poroshenko, principale oppositore di Zelensky. Nel febbraio 2025, Zelensky aveva imposto sanzioni proprio contro Poroshenko, includendo il congelamento dei beni e altre restrizioni. La tensione tra il governo attuale e l’opposizione nazionalista ha raggiunto livelli che molti considerano pericolosi per la stabilità del paese.

L’ombra lunga di Odessa 2014

Ma c’è un’altra pista, forse ancora più inquietante, che riporta a uno dei capitoli più oscuri della storia recente ucraina: la tragedia di Odessa del 2 maggio 2014. In quel giorno, 48 persone morirono, di cui 42 nell’incendio della Casa dei Sindacati, durante scontri tra filo-russi e nazionalisti ucraini. Né Parubiy, allora segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, né Hanul, attivo negli scontri come leader nazionalista, furono mai processati per il loro ruolo in quella tragedia.

Nel marzo 2025, pochi giorni dopo l’omicidio di Hanul, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l’Ucraina per il fallimento delle indagini su Odessa, ordinando compensi alle famiglie delle vittime. Dopo oltre un decennio di impunità, qualcuno potrebbe aver deciso di farsi giustizia da solo. Le famiglie delle vittime, gruppi di vendetta, o anche organizzazioni più strutturate potrebbero aver identificato in questi tre individui dei bersagli simbolici per una vendetta a lungo covata.

La guerra intestina dell’ultradestra

Un’ulteriore dimensione emerge dall’analisi delle dinamiche interne all’estrema destra ucraina. Il gruppo neonazista americano “White Phoenix” ha rivendicato l’assassinio di Parubiy attraverso la sua ala ucraina, accusandolo di aver tradito gli ideali del nazionalismo puro per unirsi “al campo degli oligarchi corrotti”. Questa rivendicazione, seppur non verificata, illumina le profonde fratture all’interno del movimento ultranazionalista ucraino.

L’ecosistema dell’estrema destra ucraina è infatti un mosaico frammentato di gruppi in competizione: Azov, Settore Destro, Svoboda, Corpo Nazionale. Ognuno con i propri sponsor, le proprie ambizioni, i propri territori. In questo contesto, l’eliminazione di figure di spicco potrebbe essere parte di una guerra intestina per il controllo delle risorse e dell’influenza politica.

Gli elementi che potrebbero supportare un coinvolgimento russo

La Russia aveva sicuramente motivi per volere questi tre individui morti. Parubiy era nella lista dei ricercati russi dal 2023, accusato formalmente per il suo ruolo nell’offensiva del Donbass che, secondo Mosca, causò oltre 1.200 vittime civili. La Russia lo aveva anche incriminato in contumacia per crimini di guerra. Similmente, Demyan Hanul era stato arrestato in absentia da un tribunale di Mosca nell’estate del 2024, e fonti russe avevano persino pubblicato informazioni personali sulla sua famiglia, offrendo una taglia di 10.000 dollari per un attacco contro di lui.

C’è un precedente importante che va considerato: nel caso Hanul, le indagini ucraine hanno effettivamente scoperto che i servizi speciali russi avevano pianificato l’eliminazione di diversi attivisti pro-ucraini. Il processo contro Mykola Maiorenko, iniziato nel giugno 2025, ha rivelato che aveva ricevuto l’ordine di uccidere Hanul già nel settembre 2024, suggerendo una pianificazione a lungo termine che potrebbe essere coerente con operazioni di intelligence.

Dal punto di vista della guerra dell’informazione, questi omicidi servirebbero perfettamente la narrativa russa. Eliminare figure dell’ultranazionalismo ucraino mentre si mantiene la plausibile negabilità permetterebbe a Mosca di destabilizzare l’Ucraina dall’interno, creare paranoia e sfiducia tra le fazioni nazionaliste, e potenzialmente indebolire il morale delle unità paramilitari più ideologizzate.

Le significative difficoltà operative che rendono questa ipotesi problematica

Tuttavia, ci sono ostacoli sostanziali che rendono l’ipotesi russa meno probabile di quanto possa sembrare inizialmente. Il primo e più importante è la questione della capacità operativa. Condurre tre assassini di alto profilo nell’Ucraina occidentale, in città come Leopoli e Odessa dove il sentimento anti-russo è al massimo e la presenza dei servizi di sicurezza ucraini è capillare, richiederebbe una rete di intelligence profondamente radicata e risorse umane locali affidabili.

Consideriamo la logistica: l’assassino di Parubiy era travestito da corriere Glovo, il che implica accesso a uniformi, conoscenza dettagliata delle abitudini della vittima, e la capacità di muoversi liberamente in una città in stato di guerra. Questi non sono dettagli che si possono organizzare facilmente dall’esterno. Richiedono presenza sul terreno, informatori locali, safe house, vie di fuga preparate. In un contesto dove anche parlare russo per strada può attirare sospetti, mantenere una tale rete operativa sarebbe estremamente difficile.

L’elemento più rivelatore: la protezione negata

L’aspetto che più di tutti mette in dubbio la pista russa è il fatto che sia Hanul che Parubiy avessero richiesto protezione statale che era stata deliberatamente negata. Se le autorità ucraine avessero anche solo sospettato una minaccia russa credibile contro figure così prominenti del nazionalismo ucraino, la logica suggerirebbe che avrebbero fornito protezione, se non altro per evitare che la Russia potesse vantare successi operativi sul territorio ucraino.

Il fatto che la protezione sia stata negata suggerisce invece che le autorità ucraine o non percepivano la minaccia come proveniente dalla Russia, o avevano ragioni per permettere che questi individui rimanessero vulnerabili. Questa seconda possibilità punta molto più verso dinamiche interne che verso operazioni esterne.

Il paradosso strategico

C’è poi un paradosso strategico nell’ipotesi russa che merita considerazione. Questi tre individui, per quanto odiosi alla Russia, erano anche figure divisive all’interno dell’Ucraina stessa. Farion con le sue posizioni estremiste sulla lingua alienava i russofoni ucraini. Parubiy con il suo passato neonazista era un problema di immagine per l’Ucraina in Occidente. Hanul con le sue azioni violente creava tensioni a Odessa.

In un certo senso, mantenerli in vita serviva meglio la narrativa russa dell’Ucraina come stato “nazista” di quanto non faccia la loro eliminazione. Morti, diventano martiri per la causa nazionalista. Vivi, erano esempi viventi che la Russia poteva citare per giustificare la sua “operazione speciale”.

Il caso Shalaiev: una rivelazione cruciale

L’elemento forse più significativo contro l’ipotesi russa viene dal caso dell’assassinio di Hanul. Il killer, Serhii Shalaiev, era un soldato ucraino che credeva di eseguire ordini del SBU. Questo dettaglio è fondamentale: suggerisce che l’operazione utilizzava canali e metodi che imitavano le procedure dei servizi ucraini, qualcosa di molto più compatibile con un’operazione interna o una false flag ucraina piuttosto che con un’operazione russa.

Se fosse stata un’operazione russa, ci si aspetterebbe che utilizzassero i propri asset dormienti o agenti sotto copertura, non militari ucraini manipolati attraverso false credenziali del SBU. La complessità aggiuntiva di impersonare i servizi di sicurezza ucraini per reclutare un militare ucraino aggiungerebbe livelli di rischio non necessari a un’operazione già di per sé rischiosa.

Il caso Hanul: quando l’assassino credeva di servire lo stato

Il caso dell’omicidio di Demyan Hanul offre uno squarcio particolarmente inquietante su queste dinamiche. L’assassino, Serhii Shalaiev, un militare disertore di 46 anni, si è dichiarato colpevole ma con una rivelazione scioccante: secondo le testimonianze, credeva di eseguire un incarico del SBU, i servizi di sicurezza ucraini. I contatti con gli organizzatori erano avvenuti attraverso metodi di intimidazione e reclutamento che mimavano le procedure dei servizi segreti.

Questa rivelazione apre scenari da guerra psicologica: operazioni false flag interne, manipolazione di individui instabili per eliminare bersagli scomodi, plausibile negabilità per lo stato. Se confermata, questa modalità operativa suggerirebbe un livello di cinismo e calcolo politico che supera anche le più pessimistiche previsioni sulla deriva autoritaria del governo ucraino in tempo di guerra.

I testimoni scomodi di crimini mai processati

C’è poi l’ipotesi, meno immediata ma non meno plausibile, che vede questi tre individui come testimoni scomodi di eventi che qualcuno preferisce rimangano sepolti. Parubiy era stato accusato di coinvolgimento nell’organizzazione dei cecchini che spararono sia sui manifestanti che sulla polizia durante il Maidan, un evento chiave che accelerò la caduta del governo Yanukovich ma le cui responsabilità rimangono oscure.

Tutti e tre potrebbero aver posseduto informazioni compromettenti su finanziamenti occulti ai gruppi paramilitari, collegamenti con servizi segreti occidentali, o crimini di guerra commessi nel Donbass. In un contesto dove si inizia a parlare sottovoce di possibili negoziati di pace, la loro eliminazione potrebbe essere parte di una “pulizia” preventiva per rimuovere elementi che potrebbero complicare future trattative o rivelare verità scomode.

L’Ucraina di fronte allo specchio

Questi omicidi, indipendentemente da chi ne sia il mandante, rivelano una verità inquietante sull’Ucraina contemporanea: la violenza che il paese ha scatenato e legittimato in nome del patriottismo e della difesa nazionale sta ora rivolgendosi contro i suoi stessi creatori. È la nemesi di un sistema che ha elevato la violenza politica a strumento legittimo di azione, che ha armato e glorificato gruppi paramilitari, che ha chiuso gli occhi su crimini in nome della causa nazionale.

Il fatto che le autorità abbiano negato protezione a individui chiaramente minacciati suggerisce, nel migliore dei casi, una colpevole negligenza; nel peggiore, una complicità attiva. In entrambi i casi, emerge l’immagine di uno stato che ha perso il controllo monopolistico della violenza, o che lo esercita in modo selettivo e politicamente motivato.

Il prezzo del silenzio

Mentre l’operazione “Siren” continua la caccia all’assassino di Parubiy, e mentre i tribunali ucraini processano a porte chiuse gli assassini di Farion e Hanul, le domande fondamentali rimangono senza risposta. Chi ha ordinato queste esecuzioni? Quali segreti sono morti con queste tre figure controverse? E soprattutto, chi sarà il prossimo?

Le autorità ucraine mantengono un silenzio assordante sui possibili moventi, limitandosi a dichiarazioni di circostanza sulla necessità di trovare i colpevoli. Ma in un paese dove la giustizia per la tragedia di Odessa non è mai arrivata, dove i crimini del Maidan rimangono impuniti, dove la guerra ha normalizzato la violenza come strumento politico, forse la vera domanda non è chi ha ucciso Farion, Hanul e Parubiy, ma piuttosto: in un sistema costruito sulla violenza e l’impunità, c’è davvero differenza tra carnefici e vittime?

L’Ucraina si trova di fronte a uno specchio che riflette le conseguenze delle scelte fatte dal 2014 in poi. L’eliminazione sistematica di figure del nazionalismo radicale, che siano opera di vendette private, lotte intestine o calcoli di stato, rappresenta il culmine tragico di un processo di radicalizzazione e militarizzazione della politica che ora divora i suoi stessi figli. In questo senso, indipendentemente dall’identità dei mandanti, questi omicidi rappresentano il fallimento di un’intera classe politica che ha scelto la strada della violenza come soluzione ai problemi del paese.

La storia insegna che le rivoluzioni finiscono spesso per divorare i propri figli. L’Ucraina del 2025 sembra confermare questa amara verità, con una variante particolarmente crudele: in questo caso, non è chiaro se sia la rivoluzione a divorare i suoi figli, o se siano i figli della rivoluzione a divorarsi tra loro, mentre il paese sprofonda sempre più nel baratro di una guerra che sembra non avere fine.

Fonte: https://www.difesaonline.it/2025/08/31/assassinato-andriy-parubiy-ex-presidente-del-parlamento-ucraino-e-segretario-del-consiglio-di-sicurezza-nazionale-ucraino/

Questa volta Zelensky ha indossato un abito, e non è tutto

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di Jessica Karl, editorialista di Bloomberg

Mentre proseguono i colloqui su come porre fine alla guerra in Russia, l’amore di Trump per il teatro politico ha mietuto un’altra vittima: il guardaroba del presidente ucraino.

Cercasi: più bastoni, meno tute. Fotografo: Bloomberg (commento ironico di Bloomberg, n.d.r.)

 

Giocare bene

“Trova le differenze”. Ecco la prima foto, scattata ieri e la seconda scattata a fine febbraio 2025.

Cosa hai notato per primo? Forse sei rimasto accecato dai fronzoli dorati che ricoprono la mensola del camino nella prima foto. O forse è stato il linguaggio del corpo. Nella seconda immagine, entrambi sono curvi e Zelensky sembra rassegnato, mentre Trump appare combattivo. Nella prima, entrambi si danno la mano e hanno un atteggiamento fiero. Ma la differenza più sottile è forse la più simbolica : nella sua ultima visita alla Casa Bianca, Zelensky ha cambiato la sua polo a maniche lunghe in maglia con un abito completamente nero .

L’abbigliamento in stile militare del presidente ucraino è motivo di contesa per Trump, quindi il fatto che abbia rinunciato al suo solito abbigliamento per qualcosa di più formale la dice lunga su quanto possano essere delicate – e assurde – le trattative geopolitiche. Tuttavia, simili teatralità potrebbero non sorprendere, considerando come è andato il viaggio di Trump in Alaska.

Sebbene non sapremo mai esattamente cosa Trump e il presidente russo Vladimir Putin si siano detti a porte chiuse (in auto) , Marc Champion sostiene che “molto si può dedurre dalle due parole mai pronunciate durante la conferenza stampa congiunta, pesantemente coreografata e senza domande, che l’ha conclusa: ‘cessate il fuoco’ e ‘sanzioni’. … Putin, un criminale di guerra incriminato, ha invece ottenuto un tappeto rosso, una pacca amichevole sulla spalla e un giro privato nella Bestia, la limousine presidenziale degli Stati Uniti”.

Tim O’Brien afferma che è esattamente così che Trump preferisce condurre i suoi affari. ” L’ho già detto e lo ripeto , ma le lenti più utili per capire perché Trump fa quello che fa sono l’autoesaltazione e l’autoconservazione”, scrive. “È quasi sempre motivato da almeno una di queste cose, e spesso da entrambe. Tutta l’energia spesa a speculare sui suoi grandi progetti o sulla sua filosofia è una distrazione. Lui lo fa per se stesso”.

Putin, ovviamente, lo sa. E lo sa anche l’Europa: Zelenskiy è stato raggiunto da diversi leader europei alla Casa Bianca perché, come dice Tim, “capiscono che costringere Zelenskiy a fare concessioni con la forza potrebbe semplicemente rimandare ulteriori conflitti, non porvi fine”.

Per chiudere definitivamente il capitolo di questa guerra, l’ex comandante supremo alleato della NATO, James Stavridis, afferma che “sembra che servano più bastoni per convincere Putin a raggiungere un accordo”. La Casa Bianca, insieme ai suoi alleati europei, dovrebbe valutare l’idea di aumentare la pressione per costringere Putin a tornare al tavolo delle trattative. Sembra che stiano andando in quella direzione. Secondo Bloomberg News, i colloqui trilaterali con Putin potrebbero iniziare dopo l’incontro di oggi. Se gli Stati Uniti e l’Europa sosterranno le loro parole con i fatti – più aerei, armi e intelligence – è oggetto di dibattito.

“C’è ancora tempo per rimediare al disastro che Trump ha combinato in Alaska”, scrive James. Ma ci vorrà molto più di un cambio d’abito a Zelenskij e qualche foto alla Casa Bianca per mettere in ginocchio la Russia.

Lettura bonus sull’Ucraina : i mercati delle scommesse non sono rimasti turbati dal vertice Trump-Putin. L’Europa e l’Ucraina potrebbero fare la differenza? – John Authers

Crollo della grande città

Ecco una domanda di Allison Schrager : ” L’era delle grandi città è finita?”

I nostri editorialisti sembrano proprio pensarla così. Liam Denning sostiene che Detroit abbia bisogno di una nuova direzione . Matt Yglesias non è contento dell’improvvisa trasformazione di Washington D.C. in uno stato di polizia . E Howard Chua-Eoan afferma che il ristorante di alta cucina più apprezzato di New York , l’Eleven Madison Park, è – orrore! – un derivato.

Allison riconosce il cliché in tutto questo pessimismo: “Il necrologio per la grande città è stato scritto più e più volte negli ultimi anni”, ammette. Ma il problema della vita in città non può più essere ridotto al fatto che l’affitto è dannatamente alto.

“Non si tratta solo di alloggi più economici”, spiega. “Vivere in una grande città potrebbe non essere più fondamentale per una carriera di successo. Sia le opportunità professionali che i servizi culturali sono molto più accessibili grazie alla possibilità di lavorare da remoto, di utilizzare l’intelligenza artificiale per tenersi aggiornati e di collaborare e fare networking sui social media. Esistono anche reti reali di persone talentuose e ambiziose in tutto il paese”. Basta guardare a tutte le persone che si sono iscritte volontariamente agli Hoosiers negli ultimi anni:

Racconto di due città del Midwest

Entrambe hanno subito perdite di popolazione durante la pandemia, ma Chicago si è ridotta nell’ultimo decennio mentre Indianapolis è cresciuta

Fonte: US Census Bureau

“Non è che non sia mai successo prima”, afferma Allison. “Le città tendono a seguire cicli, basati su cambiamenti sia nella leadership che nella tecnologia. Nel corso del XX secolo , mentre una governance inefficace ha permesso a molte grandi città statunitensi di diventare più pericolose e indesiderabili, i miglioramenti nelle automobili e nei telefoni hanno reso le periferie più attraenti e accessibili. La tecnologia e una leadership migliore all’inizio del XXI secolo hanno portato al rinnovamento urbano di molte città”.

Ma le cose potrebbero cambiare ancora una volta con l’avvento dell’intelligenza artificiale. O, più specificamente, dei cloni di intelligenza artificiale , che Parmy Olson ci informa essere già qui : “Sempre più persone usano l’intelligenza artificiale per creare repliche digitali di se stesse e svolgere il proprio lavoro su larga scala”, scrive. “L’influencer di destra Dave Rubin ha persino un clone di intelligenza artificiale che presenta il suo show su YouTube mentre è in vacanza questo mese”.

Immagino che questo ci lasci con una nuova domanda: se i cloni dell’IA svolgono per noi il lavoro nelle grandi città, chi ha bisogno di vivere in una grande città?

Lettura bonus sulle grandi aziende tecnologiche : la tiepida accoglienza di GPT-5 e la svendita di CoreWeave potrebbero rappresentare un punto di svolta per l’intelligenza artificiale , o semplicemente un ostacolo lungo il cammino. — Dave Lee

Grafici rivelatori

Immaginate questo: uno stadio di football da 62 milioni di dollari pieno di energia. Gruppi di uomini d’affari che si aggirano intorno a una dozzina di suite aziendali . Migliaia di tifosi chiassosi che applaudono dagli spalti. Un tabellone segnapunti all’avanguardia di 330 metri quadrati che svetta nel cielo. “È lo sfondo perfetto per una partita universitaria”, scrive Adam Minter . Ma ecco il punto: “Lo stadio non è stato progettato per un istituto di istruzione superiore. È stato costruito per il football della Buford High School , e non è nemmeno la sede universitaria più costosa del paese”. Nel suo ultimo articolo , Adam sostiene che il football universitario di alto livello abbia completamente corrotto il gioco delle scuole superiori. “Ciò che resta è uno spettacolo commerciale, ben lontano dallo spirito di dilettantismo e di comunità che dovrebbe essere preservato nello sport giovanile”, scrive.

Questo è uno stadio di una scuola superiore costoso

I programmi di calcio giovanile si sono trasformati in uno spettacolo commerciale

Fonte: Front Office Sports

L’IPO di Saudi Aramco del 2019 sembra un lontano ricordo per la maggior parte, ma per chi è intrappolato negli affari della famiglia reale saudita, le ferite finanziarie sono ancora fresche. Quando il più grande produttore di petrolio al mondo è quotato in borsa prima della pandemia, Javier Blas afferma che aveva molto da perdere , e ha perso. “Negli ultimi cinque anni e mezzo, le azioni di Aramco hanno sottoperformato tutte le sue concorrenti. Ora, sta contraendo debiti per coprire il dividendo; le sue azioni sono scese al minimo degli ultimi cinque anni e il volume sta diminuendo, segno che gli investitori locali e stranieri stanno evitando il titolo”. Col senno di poi, Javier afferma che gli investitori statunitensi hanno fatto bene a ignorare completamente il titolo: “Wall Street non ha comprato, e non ha perso l’occasione”.

Saudi Aramco riceve un pollice verso

Sin dalla sua IPO nel 2019, il colosso petrolifero saudita ha faticato ad attrarre investitori stranieri, scoraggiato dall’elevata valutazione ricercata dal regno

Fonte: Bloomberg

Foto rivelatrice

Non vorrei niente di più che cancellare per sempre dalla mia mente la controversia sullo “jean-gate” di Sydney Sweeney. Ma il dibattito si rifiuta di morire, nonostante American Eagle Outfitters abbia lanciato la sua campagna pubblicitaria a fine luglio – “una vita fa, in termini di internet”, afferma Stephen Mihm . Nonostante i commenti a catena di Lizzo , Dr. Phil e persino del Presidente Trump , Sweeney era rimasta in silenzio sulla questione. Finché non ha rotto il silenzio sui social media durante il fine settimana con un carosello su Instagram in cui indossava un paio di (cos’altro??) blue jeans mentre cantava al karaoke – musica per le orecchie di Fox News :

Credito fotografico: @sydney_sweeney su Instagram

“È facile leggere questo episodio come l’ennesima prova del nostro degrado del discorso civico”, scrive Stephen, ma in realtà “questo è solo l’ultimo fronte della battaglia decennale sul significato dei blue jeans”. Leggete l’articolo per scoprire dove abbiamo sbagliato tutti quegli anni orsono.

Questa rubrica riflette le opinioni personali dell’autore e non riflette necessariamente l’opinione del comitato editoriale o di Bloomberg LP e dei suoi proprietari.

Lo stesso vale per la redazione di Agerecontra.it e il Circolo Christus Rex-Traditio.

Fonte: https://www.bloomberg.com/opinion/newsletters/2025-08-18/zelenskiy-wore-a-suit-to-the-oval-office-and-that-s-not-all

 

Israele, la manifestazione oceanica che mette spalle al muro Netanyahu. Numeri mai visti prima

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Israele, in 2,5 milioni contro il piano di Netanyahu. La manifestazione che può far cambiare tutto

Erano oltre 2,5 milioni gli israeliani che ieri sono scesi in piazza in tutto il Paese per dire “no” al piano di Benjamin Netanyahu sull’occupazione di Gaza, per chiedere la fine della guerra a Gaza e la liberazione degli ostaggi. Questa è la gigantesca cifra fornita dagli organizzatori secondo quanto riportano i media israeliani. Si tratta della più imponente protesta dopo quella seguita all’omicidio di sei ostaggi in prigionia l’anno scorso. Un’enorme bandiera israeliana ricoperta dai ritratti degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas è stata srotolata proprio nella ‘Piazza degli Ostaggi’ di Tel Aviv, punto chiave delle proteste durante tutta la guerra.

La polizia ha dichiarato che più di 30 manifestanti sono stati arrestati. Il gruppo di attivisti del Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse ha affermato che i manifestanti avrebbero “chiuso il Paese oggi con un appello chiaro: riportare indietro i 50 ostaggi e porre fine alla guerra”.

Dopo la manifestazione oceanica per la liberazione degli ostaggi a Tel Aviv, centinaia di persone si sono spostate verso la vicina sede del partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu, dove hanno acceso un falò e si sono scontrati con la polizia. Lo riporta il Times of Israel. La polizia ha impedito ai dimostranti di raggiungere l’ingresso dell’edificio Metzudat Ze’ev. I video pubblicati sui social media mostrano gli agenti che si scontrano violentemente con i dimostranti.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/esteri/israele-2-5-milioni-di-persone-in-piazza-contro-la-guerra-netanyahu-sempre-piu-isolato-981427.html

Una Risposta a chi Ama la Messa Tradizionale ma si vede Negare le Chiese.

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di Matteo Castagna

Il Concilio di Trento, indetto da Papa Paolo III il 13 dicembre 1545, si concluse nel 1563. Fu un Concilio che desiderò, anzitutto, la tutela del dogma e la riforma della Chiesa: spirituale, morale e disciplinare. Le definizioni dogmatiche, ovviamente immutabili, si soffermarono sulle fonti della Fede, sull’interpretazione della Sacra Scrittura, sulla dottrina sul peccato originale, sulla giustificazione e il valore dei Sacramenti.

Nel corso della Sessione XIII, dell’11 ottobre 1551 si trovano “I Canoni sul Santissimo Sacramento dell’ Eucarestia” (cfr. “Conciliorum Oecumenicorum Decreta”, 3a ed. bilingue a cura di. G. Alberigo et al., EDB, Bologna 2003).

Sin dal punto 1) la Chiesa è chiarissima: “se qualcuno negherà che nel santissimo sacramento dell’eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro signore Gesú Cristo, con l’anima e la divinità, e, quindi, tutto il Cristo, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema”.

Alla Sessione XXII, del 17 settembre 1562, il Sacro Concilio di Trento enuncia la “Dottrina e canoni sul santissimo sacrificio della Messa”, continuando con la consueta ed assoluta chiarezza: “se qualcuno dirà che nella messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato a mangiare, sia anatema”.

 

Prosegue al punto 3): “se qualcuno dirà che il sacrificio della messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o la semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, e non propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che non si deve offrire per i vivi e per i morti, per i peccati, per le pene, per le soddisfazioni, e per altre necessità, sia anatema”.

Fondamentale, poiché si riferisce alla Santa Messa, detta di San Pio V, o, più volgarmente tridentina o tradizionale, il cui nucleo fondamentale risale al III secolo, il punto n.6): “se qualcuno dirà che il canone della messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema”.

Infine ecco un altro precetto importante: 9): “se qualcuno dirà che il rito della Chiesa Romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da riprovarsi; o che la messa debba essere celebrata solo nella lingua del popolo […], sia anatema”.

Proprio il Santo Pontefice Pio V, il 17 luglio del 1570 accompagnò il Messale con la Costituzione Apostolica “Quo Primum Tempore” (Pius Episcopus Servus Servorum Dei, ad Perpetuam Rei Memoriam) ove utilizza tutta la Sua Autorità magisteriale per sottolineare, al punto VI: […] “stabiliamo e comandiamo, sotto pena della Nostra indignazione, che a questo Nostro Messale, recentemente pubblicato, nulla mai possa venir aggiunto, detratto, cambiato”.

Emblematico il punto VII: ” […] in virtú dell’Autorità Apostolica, Noi concediamo, a tutti i sacerdoti, a tenore della presente, l’Indulto perpetuo di poter seguire, in modo generale, in qualunque Chiesa, senza scrupolo veruno di coscienza o pericolo di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, questo stesso Messale, di cui dunque avranno la piena facoltà di servirsi liberamente e lecitamente”. “Similmente decretiamo e dichiariamo che le presenti Lettere in nessun tempo potranno venir revocate o diminuite, ma sempre stabili e valide dovranno perseverare nel loro vigore” (punto VIII).

Il Santo Pontefice conclude, impegnando tutto l’Orbe cattolico: “Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo” (punto XIII).

Quattrocento anni dopo la santificazione di tantissime anime, nel 1969-70, scoppiò una rivoluzione. La Messa non si celebra più. Si presiede l’Assemblea del popolo, spostando su chi assiste tutta l’attenzione e a quanto avvenne sul Calvario, viene dedicata la commemorazione. Le formule dell’Offertorio e della Consacrazione vengono modificate, l’altare trasformato in tavola, in un totale contesto desacralizzato e privato di molte preghiere.

Il giorno del Corpus Domini del 1969 i Cardinali Ottaviani (all’epoca Prefetto del Sant’Uffizio) e Bacci presentarono a Giambattista Montini (Paolo VI) il Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae, scrivendo nella lettera di presentazione: “[…] il Novu Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero”.

Montini non rispose mai. All’udienza generale del 17 marzo 1965 disse: “l’assemblea diventa viva ed operante; intervenire vuol dire lasciare che l’anima entri in attività, di attenzione, di colloquio, di canto, di azione”. “L’armonia di un atto comunitario, compiuto non solo col gesto esteriore, ma con il movimento interiore del sentimento di fede e di pietà, imprime al rito una forza e una bellezza particolari: esso diventa coro, diventa concerto, diventa ritmo d’una immensa ala volante verso le altezze del mistero e del gaudio divino”. “Prima – aggiunge il Pontefice – bastava assistere, ora occorre partecipare; prima bastava la presenza, ora occorrono l’attenzione e l’azione; prima qualcuno poteva sonnecchiare e forse chiacchierare; ora no, deve ascoltare e pregare”.

Nell’udienza generale del 26 novembre 1969, Paolo VI annunciò che, a cominciare dalla domenica successiva, sarebbe stato instaurato il nuovo rito della Messa, riformato sulla base delle indicazioni della Costituzione apostolica conciliare “Sacrosanctum concilium”. Che strano: un Concilio ecumenico che si volle espressamente solo “pastorale”, trasforma addirittura la Lex Orandi della Chiesa…

“Un cambiamento – proseguì Montini – che riguarda una venerabile tradizione secolare”, e perciò tocca “il patrimonio religioso ereditario, che sembrava dover godere d’una intangibile fissità”.

Questo cambiamento riguarda lo svolgimento cerimoniale della Messa: “avvertiremo forse con qualche molestia – spiega il dotto Montini – che le cose all’altare non si svolgono più con quella identità di parole e di gesti, alla quale eravamo tanto abituati, quasi a non farvi più attenzione”.

Il cambiamento tocca anche i fedeli. E vorrebbe interessare, aggiunge Paolo VI, “ciascuno dei presenti, distogliendoli così dalle loro consuete devozioni personali, o dal loro assopimento abituale”. E sembrerebbe liquidare così la bocciatura da parte del Prefetto del Sant’Uffizio, di insigni teologi, del Coetus Internationalis Patrum, di cardinali, vescovi, parroci, alcuni gruppi di fedeli e perfino di Padre Pio da Pietralcina, grande santo del XX secolo. Bisogna prepararsi, continuò Paolo VI, “a questo molteplice disturbo, che è poi quello di tutte le novità, che si inseriscono nelle nostre abituali consuetudini”.

I sei pastori protestanti che contribuirono alla redazione della “nuova messa” furono fotografati in Vaticano, il 10 aprile 1970, accanto a Paolo VI:

il Dott. George; Canon Jasper; il Dott. Shephard; il Dott. Konneth; il Dott. Eugene Brand e Padre Max Thurian, in rappresentanza del Consiglio Mondiale delle Chiese, della chiesa d’Inghilterra, della chiesa luterana e della comunità di Taizé. Quest’ultimo dichiarò a La Croix del 30 maggio 1969 che «in questa Messa rinnovata, non c’è niente che possa veramente disturbare i protestanti evangelici». Ah, però! Chissà cosa avrà pensato San Pio V da Lassù…e chissà cosa dovrebbero pensare coloro che perseverano nel biritualismo…

J. Guitton, nel libro Paolo VI segreto, ed. San Paolo, Milano 1985 (quarta edizione 2002) a p. 59 racconta che tale avvicinamento alla dottrina ed alla liturgia protestante l’ha coscientemente ricercato lo stesso Montini, che ha introdotto il nuovo messale: «Allo sforzo richiesto ai fratelli separati perché si riuniscano, deve corrispondere lo sforzo, altrettanto mortificante per noi, di purificare la Chiesa romana nei suoi riti, perché diventi desiderabile e abitabile».

Nel corso di questi ultimi 55 anni, il “molteplice disturbo” di “purificare la Chiesa romana nei suoi riti” perché piacciano, ecumenicamente, al mondo, si è concretizzato in una lotta dura e senza esclusione di colpi e tentativi diplomatici.

La Lex Orandi che corrisponde alla Lex Credendi uscita dal Concilio Vaticano II è il Novus Ordo Missae di Paolo VI. La Lex Orandi che corrisponde alla Lex Credendi uscita dalla Tradizione Apostolica, che inizia col Giovedì Santo e viene codificata al Concilio di Trento. Non possono convivere sotto lo stesso Cupolone, se non si vuol negare il principio di non contraddizione e di identità.

Perciò ai vari lettori e amici che mi interpellano angosciati perché c’è una repressione motivata da atti espliciti, come la Traditionis Custodes di Bergoglio, contro la celebrazione in parrocchia della Messa di San Pio V, rispondo che è normale ma ingiusto. Ingiusto perché nelle chiese cattoliche la Messa di sempre dovrebbe trovare posto e, anzi, ricevere tutti gli onori che merita. Normale, perché in questa situazione di conflitto e rottura, nonché di evidenti differenze dottrinali, è come se io, nel mio salotto, facessi cantare “bandiera rossa” al responsabile della Casa del Popolo del mio paese.

 

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/08/12/una-riposta-a-chi-ama-la-messa-tradizionale-ma-si-vede-negare-le-chiese-matteo-castagna/

Il prof Giulio Tremonti sta lavorando ad un “nuovo mondo” con i cinesi e gli americani “La follia dei dazi viene, oggi, bilanciata dalla follia della finanza”

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di Matteo Castagna

Guerre (con le armi, morti, feriti e profughi) e poi guerre economiche (quelle dei dazi e delle sanzioni) sono al centro della vita internazionale.

Esiste una combinazione di fattori conflittuali, in questa età delle “poli-crisi”, che ha sorpreso moltissimi osservatori. L’interdipendenza economica non ha prodotto la pace, come riteneva una lunga tradizione di pensiero, da Kant in poi.

Ha aumentato le fonti di vulnerabilità. La domanda che dobbiamo porci è se stiamo vivendo una fase eccezionale ma breve e transitoria, oppure un profondo cambio di paradigma che deve ancora dispiegare i suoi effetti peggiori. E’ l’analisi, sempre puntuale, intelligente e verosimile, che il Prof. Giulio Tremonti propone sulla rivista Aspenia n. 2/2025.

Egli riprende quanto scritto nel suo recente libro “Guerra o pace” (Ed. Solferino, 2025), che dovrebbe essere letto da tutti, per avere una visione d’insieme della nostra attuale situazione, senza cadere in facili allarmismi, o passare per visionari di improbabili scenari apocalittici.

Di fronte al realismo dei fatti ed alla lunga esperienza economico-politica, uno dei più lucidi interpreti italiani della geopolitica contemporanea, pone riflessioni di facile comprensione, che non devono essere viziate da pregiudizi, quanto dall’osservazione della realtà e dal ragionamento induttivo.

“La novità è che è finita la “globalizzazione”, l’ultima utopia del Novecento. L’altra, prima, era stata il comunismo” – dice il Presidente della Commissione Affari Esteri alla Camera dei Deputati, già ministro dell’Economia nei governi di Silvio Berlusconi. “La cifra politica della globalizzazione era racchiusa nella triade “globalité, marché, monnaie” che trent’anni fa si è sostituita all’altra secolare triade “liberté, égalité, fraternité””

La globalizzazione sosteneva che il mercato sta sopra, mentre tutto il resto, ovvero popoli, governi, politica, sta sotto. Essa era concepita “per l’uomo che ha un futuro, ma non un passato”. Lo sradicamento, in quest’ottica, viene facilitato da un’immigrazione di massa, con alta natalità, che nel meticciato guarda solo al futuro, per forza di cose. I progressisti vorrebbero questo, come ha detto Ilaria Salis, e come tutti i leader dem non nascondono di ambire.

Sicuramente si è trattato di un cambiamento profondamente intenso, in un tempo così breve, se consideriamo i trent’anni che vanno dall’inizio alla fine della globalizzazione: dal WTO nel 1994 fino alla crisi attuale.

“La crisi non è venuta all’improvviso”, secondo Tremonti. Era in qualche modo prevedibile e prevista, eppure troppi, che ora ne parlano, prima ne negavano l’esistenza, anzi, la possibilità”. Questi stessi che, oggi, nella loro miopia, annaspano nel caos dell’incertezza, della paura di fronte a una potente reazione identitaria che, per quanto, a tratti scomposta e contraddittoria, sta rallentando il progetto globalista, mondialista, cosmopolita, elitario e iperliberista.

“Tra questi, il Prof. Giulio Tremonti sostiene che “i più sprovveduti ricordano i “Borboni”, che ricordavano tutto, ma non avevano capito niente. I più provveduti tentano, oggi, disperatamente, di convertire gli impianti, formulando ricette salvifiche”.

Possiamo fare l’esempio del G20 italiano a Roma nel 2021. La formula che lo sintetizza era “people planet prosperity”. Quando i capi di governo e di stato si recano alla Fontana di Trevi per la foto di rito si ritrovano in 18 e non in 20. Mancano il russo e il cinese. “Quattro anni dopo sarebbe venuta la guerra, trasformando i nostri “statisti” in turisti della storia” – sentenzia con la consueta ironia il Prof. Tremonti.

Ci sono due modi per rappresentare quello che sta succedendo. Uno è elegante e uno meno sofisticato. Il primo consiste nell’utilizzo delle parole che Shakespeare fa dire ad Amleto: “time is out of joint”.

L’altro è questo: “sei sul Titanic, vai al bar, ordini un whisky con ghiaccio…arriva l’iceberg. Ogni riferimento alle politiche “rock and troll” che si stanno sviluppando, contestando la globalizzazione, è puramente casuale.

“In effetti – prosegue, con sagacia, l’economista su Aspenia: è curiosa la tesi secondo cui il costo della globalizzazione sarebbe stato sostenuto dall’America, così, che, oggi tutti gli altri beneficiari ne dovrebbero pagare il conto”.

In altri due libri: “Il fantasma della povertà” del 1994 e “Mundus Furiosus” del 2016, il cui titolo è stato copiato da quello di una cronistoria scritta dal cartografo Jansonius, alla metà del Cinquecento, Tremonti sostiene che “sono già più che evidenti tre cose essenziali:

la prima è che, con la caduta del Muro di Berlino (1989), è finita la ‘guerra fredda’. In realtà è finita quella che oggi possiamo dire essere stata più una pace che una guerra;

la seconda è che, subito dopo (1994), è venuta la “pace mercantile” basata sul WTO e sul ruolo guida degli Stati Uniti d’America. Un tipo di pace che ha funzionato finora, ma che non può funzionare per sempre e dappertutto. Ed è proprio questa crisi sistemica che lo palesa, nonostante vi siano settori della politica e dell’economia che rifiutino l’evidenza;

la terza è che oggi, per effetto dell’instabilità geopolitica prodotta dai conflitti in aree del mondo che coincidono ancora con i vecchi “luoghi della storia” (Balcani, Medio Oriente, Mediterraneo, Corno d’Africa, ecc.), di nuovo si gioca la partita degli spazi esterni, quella dell’energia, del petrolio e del gas. E poi, ancora, la partita per le materie prime cosiddette “rare”. Di riflesso, è cominciata la lotta per la sovranità sui mari, la lotta per il controllo e per l’accesso alle acque “strategiche”.

Acutamente osserva il Prof. Tremonti: “è per questo che nuove tensioni si stanno sviluppando e si svilupperanno lungo linee di forza e di rottura che andranno anche oltre i vecchi luoghi della storia, anche oltre i vecchi passaggi strategici.

Dall’Africa fino all’atmosfera, dal fondo del mare fino alle calotte polari, le “nuove” esplorazioni strategiche, fatte per acquisire diritti di sfruttamento sul fondo marino o ai poli o nei deserti, le conseguenti pretese di riserva di proprietà “nazionale”, non sono già tutti questi segni sufficienti per capirlo?”

Al di là delle assonanze sul mundus furiosus, esistono delle tendenze che rendono utile la comparazione tra oggi e il Cinquecento? Il discorso ci riporta a Shakespeare e a un secolo caratterizzato da quattro fatti rivoluzionari: la scoperta dell’America, l’invenzione della stampa, il primo default finanziario, la guerra da est.

“Oggi – osserva l’economista – è più o meno lo stesso: la “scoperta” della Cina, la rete, la pecora finanziaria impazzita, la guerra da est: dall’Ucraina al Mar Rosso. Con una sola differenza, di non poco conto perché i cambiamenti così radicali non sono un’abitudine per noi esseri umani. Quelli del Cinquecento erano fatti che si sono sviluppati nell’arco di un secolo, mentre quelli di oggi sono avvenuti in appena trent’anni.

Nel suo “Il fantasma della povertà”, il professore ricorda che “il WTO è stato istituito il 1° gennaio 1995. La visione dominante era allora globalista, positiva e progressiva. Secondo la sua previsione, invece, “i capitali sarebbero andati in Asia alla ricerca di manodopera a basso costo e l’Occidente avrebbe importato ricchezza verso l’alto (da Wall Street alla Silicon Valley), ma povertà verso il basso” (posti di lavoro persi e salari livellati dalla competizione internazionale).

Per avere un’idea di questi effetti, leggere “Elegia americana” dell’attuale vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance potrebbe essere molto utile. “Quello che è successo è che il fantasma si è svegliato, ha votato repubblicano e ha espugnato la Casa Bianca: sono i fattori politici fondamentali che spiegano il Liberation Day del 2 aprile 2025 e la vicenda dazi”.

Dal Liberation Day alle minacce, alle tregue, ai compromessi al ribasso… fino alla prima sentenza, attualmente sospesa, della US Court of International Trade, che giudica sostanzialmente illegale il ricorso di Donald Trump all’ International Emergency Economic Powers Act del 1977.

Dal 3 aprile a oggi la scena si è sviluppata ad alta velocità: dalla tabella esposta alla Casa Bianca, nel Liberation Day, fino alle minacce, passando per le trattative e possibili compromessi. Sulla tabella vediamo 350 milioni di persone versus 8 miliardi di persone. Uno Stato versus 70 Stati. E fra quei 70, è giusto notarlo, l’Unione Europea è trattata come un unicum!

Ciò che è rilevante notare è che nelle schede paese presentate dalla Casa Bianca, non si parla solo di dazi ma anche e soprattutto di regole che funzionerebbero come barriere e ostacoli al commercio internazionale. Ed è questo, più ancora dei dazi, il punto più complicato nelle trattative diplomatiche in corso.

Calcolare gli effetti di queste regole, capire se e come ridurne l’impatto sono incognite. “In ogni caso – prosegue Tremonti nel ragionamento – ciò che è evidente è che gli effetti dei dazi e delle regole non sono solo “fiscali”, ma sono anche esterni: l’impatto sui tassi di cambio, sui tassi di interesse, sulle strutture dei bilanci pubblici. In generale, sulla struttura della finanza su cui tutto questo insiste.

Ai primi annunci di dazi, ha fatto seguito il crollo della finanza, dalle borse al mercato dei titoli pubblici. Ora questi, nonostante le minacce, si sono quasi stabilizzati e questo ci riporta al principio di quello che ci siamo detti, “ossia che è in corso una politica di imprevedibile prevedibilità”.

Infatti – prosegue Tremonti – “la follia dei dazi viene, oggi, bilanciata dalla follia della finanza. I dazi di per sé destabilizzerebbero. Ma sono stabilizzati da una finanza che è in grado di farlo perché è a sua volta instabile. Non a caso, questa età della poli-crisi viene definita l’età dell’incertezza”.

Ha prevalso l’idea del Financial Stability Board, con effetti strani, ossia una stabilità molto limitata.” Forse è tornato il momento di completare il progetto di Bretton Woods, aggiungendo alla parte monetaria la parte commerciale e di mercato”. Su questo progetto, il Prof. Tremonti ed i suoi collaboratori stanno lavorando sia con i cinesi che con gli americani.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/politica/giulio-tremonti-sta-lavorando-ad-un-nuovo-mondo-con-i-cinesi-e-gli-americani-976901.html

L’atomica israeliana, questa sconosciuta

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di Raffaele Amato

Da anni la propaganda occidentale prende di mira l’Iran, sia per la sua natura teocratica, con le limitazioni ai diritti delle donne e degli omosessuali, sia perché avrebbe in cantiere la costruzione della bomba nucleare.

Come se non ci fossero altri Stati che hanno l’atomica da decenni e che non sono esattamente dei promotori di pace.

Ma l’Iran deve essere considerato l’incarnazione del male e viene accusato di sviluppare un programma nucleare per scopi bellici, oltre che civili. La ricerca nucleare persiana iniziò nel 1957, ai tempi dello scià Reza Pahlavi, con il supporto degli Stati Uniti e l’adesione al Trattato di Non proliferazione nel 1970. Il contributo statunitense cessò con la rivoluzione Komheinista, ma il programma proseguì.

Nel 2002 alcuni oppositori del regime rivelarono l’esistenza in Iran di due impianti nucleari segreti, mai denunciati alla Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e questo procurò pesantissime sanzioni internazionali al paese degli ayatollah, con gravi ripercussioni sulla sua economia.

Nel frattempo, molto più astutamente, un’altra potenza della regione, Israele, portava avanti il suo programma nucleare, ma segretamente. Il progetto ebraico nacque nel 1948, quasi contestualmente alla fondazione di Israele, con scopi principalmente militari, su ispirazione del padre della nazione Ben Gurion. A metà degli anni ’50 Tel Aviv riuscì ad ottenere il supporto tecnico della Francia e sembra che la prima bomba atomica israeliana sia stata ultimata già nel 1967.

Le guerre arabo-israeliane furono vinte rapidamente dallo Stato ebraico, con il semplice ricorso alle armi convenzionali. Il programma degli armamenti atomici proseguì, quindi, in gran segreto finché, nel 1986, Mordechai Vanunu, israeliano, ex tecnico del programma nucleare, ne rivelò al Sunday Times lo stato dell’arte, pubblicando una ricca documentazione fotografica delle 200 testate atomiche già realizzate.

Immediatamente il Mossad, a cui tutto è sempre concesso, lo rapì a Roma, dove si trovava – d’altra parte perché perdere tempo prezioso con le inutili procedure che discendono dal diritto internazionale? – e, dopo averlo drogato, lo portò, all’interno di una grossa valigia, a Tel Aviv, dove fu processato e condannato a 18 anni di carcere. Attualmente vive in Israele, con pesantissime limitazioni alle libertà personali, tra cui quella dell’uso del telefono cellulare, di contatti con cittadini non israeliani, del rilascio di interviste, dell’accesso a Internet, etc.

Dai tempi dell’arresto di Vanunu il programma nucleare di Israele, che si è sempre ben guardata dal sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione e che quindi non è sottoposta ad alcun genere di controllo, è andato avanti spedito e attualmente si stima che siano circa 400 gli ordigni ultimati.

Ad oggi, non ne è stato accertato nemmeno uno per il terribile Iran, e tanto accanimento nei suoi confronti non può non richiamare alla memoria il pretesto delle “armi di distruzione di massa” che sarebbero state nelle mani di Saddam, la famosa “pistola fumante” di Colin Powell, una menzogna che consentì agli Stati Uniti di giustificare la guerra all’Iraq.

Il metodo è sempre lo stesso, consolidato e ancora in grado di abbindolare gran parte dell’opinione pubblica occidentale e della comunità internazionale.

Si crea il mostro, gli si attribuiscono i progetti più apocalittici verso l’Umanità, si mettono insieme prove che, quasi sempre, tali si riveleranno non essere, lo si colpisce fino a ridurre il suo paese ad un cumulo di macerie con a capo un governo fantoccio.

Insomma, contrariamente a quanto ci ripete la propaganda mainstream, non è che gli israeliani siano più “buoni”, più civili, più evoluti degli iraniani.

Sono, semplicemente, più furbi.

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/latomica-israeliana-questa-sconosciuta/

La guerriglia urbana è un pianificato metodo di lotta politica in USA e in Europa?

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di Matteo Castagna

Dietro le proteste radicali negli USA si nasconderebbero strategie organizzate della sinistra estrema e il supporto di potenti gruppi progressisti, con lo scopo di destabilizzare il paese e sfruttare il caos a fini politici

Proteste o strategia sovversiva? Il caos come strumento politico negli USA e in Europa

Il Deep State sta dietro alle rivolte di Los Angeles. I Democratici hanno mutilato la nazione americana, promuovendo peccati, perversioni e abusi fisici su bambini innocenti e ancora immaturi. Hanno scatenato guerre e colpi di Stato ovunque. I Democratici hanno inondato gli Stati Uniti di immigrati clandestini e ora stanno iniziando una ribellione. I Democratici sono una banda criminale”. Così scrive Alexandr Dugin, il filosofo russo considerato molto vicino a Vladimir Putin.

Fox News, in un editoriale di Jason Rantz del 13 giugno, appare sulla stessa lunghezza d’onda. Preparatevi per l’estate dell’amore 2.0. I raduni “No Kings” del 14 giugno potrebbero diventare l’ultimo caso di studio su come la sinistra radicale arma le proteste, manipola le narrazioni dei media e consente il caos organizzato con il pretesto della resistenza pacifica.

Se avete vissuto la “Summer of Love” come l’ho vissuta io a Seattle, guardando la mia città crollare nell’illegalità nel 2020, dovreste già conoscere il progetto. Inizia sempre con una manifestazione di base apparentemente non violenta, ma finisce con Antifà e anarchici mascherati, che brandiscono martelli, lanciano assalti e incendiano proprietà. E i media? Faranno finta che siano solo “per lo più pacifici”.

Le proteste del fine settimana “No Kings” sono state organizzate da “Indivisible” e dalle sue organizzazioni partner, tra cui l’American Federation of TeachersACLUGreenpeace e la Human Rights Campaign.

Indivisible” è un finto gruppo spontaneo, che dal 2016 si presenta come un’organizzazione no-profit amante della democrazia, creato esplicitamente per resistere alla presidenza di Donald Trump. Come molti di questi gruppi di estrema sinistra, è sostenuto da grandi somme di denaro da mega donatori progressisti, tra cui George Soros e la sua Open Society Foundations” – scrive Rantz su Fox.

Indivisible” vuole farvi pensare che i suoi raduni siano solo un gruppo di americani appassionati che si presentano per la giustizia. In realtà, stanno gestendo una rete tentacolare di gruppi di attivisti interconnessi, molti dei quali sono solo bracci rinominati della stessa macchina. Noterete gli stessi messaggi, le stesse insegne, le stesse facce – e sì, le stesse tattiche – che si presentino alle proteste, che la causa sia l’aborto senza restrizioni, il taglio dei finanziamenti da parte della polizia, gli interventi chirurgici di genere per i bambini o l’apertura delle frontiere.

È un tappeto erboso travestito da drag. Ma i gruppi “Indivisible” e che la pensano allo stesso modo non si sporcano le mani. Ecco a cosa servono i loro alleati militanti.

Anche se la maggior parte dei manifestanti questo fine settimana potrebbe non presentarsi con l’intenzione di appiccare incendi o lanciare proiettili contro i poliziotti, forniranno assolutamente copertura a coloro che lo faranno, se scoppierà la violenza. Questa è la strategia. Attivisti professionisti – e intendo letteralmente professionisti, alcuni sul libro paga di attivisti no-profit o comitati di azione politica – organizzano questi eventi sapendo benissimo che gli agitatori radicali sfrutteranno la folla.

“È lo stesso copione che abbiamo visto nel 2020 durante le rivolte di Black Lives Matter e Antifà, qualcosa che ho trattato in dettaglio nel mio libro “What’s Killing America: Inside the Radical Left’s Tragic Destruction of Our Cities“. Sono andato sotto copertura, infiltrandomi tra gli Antifa per esporre ciò che stavano realmente facendo, e ho visto le stesse tattiche dispiegate a Los Angeles e in tutto il paese.

A quel tempo, gli attivisti organizzavano una protesta apparentemente pacifica e riempivano le strade di persone emotive, per lo più ben intenzionate, che credevano alla falsa narrativa dei media sulla brutalità della polizia e l’ingiustizia razziale. Poi gli Antifà e le cellule anarchiche piombavano in picchiata, mascherati, armati e pronti al combattimento. Usavano la folla come scudo umano, aggredivano gli agenti, distruggevano le proprietà e scomparivano di nuovo nella massa. Non si tratta di speculazioni. Questo è quello che fanno” – dice Fox News.

Infatti, proprio lo scorso fine settimana a Los Angeles, la polizia ha arrestato diverse persone che portavano armi in un centro di “protesta”: martelli, torce elettriche e soffiatori di foglie, questi ultimi utilizzati per disperdere gas lacrimogeni durante gli scontri con la polizia. Chi porta questo alle proteste? Rivoltosi. Questi sono gli strumenti dei rivoltosi.

E i media? Non hanno del tutto torto quando riferiscono che la maggior parte delle persone a queste manifestazioni non sono violente. Ma non stanno nemmeno riportando in buona fede. Sanno benissimo cosa sta succedendo e si rifiutano di dirlo. Perché? Perché simpatizzano con gli obiettivi, anche se possono disapprovare le tattiche.

È una relazione simbiotica. La sinistra radicale dà ai media le immagini che desiderano: filmati emotivi di “resistenza”. I media danno alla sinistra radicale la copertura di cui ha bisogno: “la protesta pacifica diventa violenta dopo che Trump ha inviato inutilmente la Guardia Nazionale“. È sempre lo stesso copione.

Il conduttore di KABC-TV Los Angeles Jory Rand ha minimizzato la rivolta, dicendo che la scena “potrebbe diventare molto esplosiva se si spostano le forze dell’ordine nel modo sbagliato e si trasforma quello che è solo un gruppo di persone che si divertono a guardare le auto bruciare in un enorme scontro e alterco tra agenti e manifestanti”.

Nel frattempo, KREM-TV Spokane, Washington ha affermato che la polizia “ha distribuito gas su un gruppo di manifestanti pacifici fuori dall’ufficio ICE di Spokane“, senza notare che quei “manifestanti pacifici” stavano disobbedendo agli ordini di dispersione e bloccando illegalmente il traffico.

I media sembrano incapaci di denunciare direttamente la violenza e l’illegalità. E non fatevi ingannare, la violenza non riguarda nemmeno direttamente Trump. Non si tratta nemmeno dell’ICE o dell’applicazione dell’immigrazione. A questi anarchici e teppisti Antifa non interessa il vero problema. Si preoccupano del caos e hanno obiettivi molto più grandi.

Anche se la maggior parte dei manifestanti questo fine settimana potrebbe non presentarsi con l’intenzione di appiccare incendi o lanciare proiettili contro i poliziotti, forniranno assolutamente copertura a coloro che lo faranno, se scoppierà la violenza. Questa è la strategia, che, peraltro, somiglia molto a quanto avviene in Italia.

Sono rivoluzionari anticapitalisti, anti frontalieri, anti polizieschi e antiamericani che cercano di destabilizzare il paese. Odiano questa nazione, la sua fondazione e i suoi principi. Desiderano ardentemente la distruzione e il collasso – e si nascondono dietro i corpi di ingenui liberali bianchi istruiti all’università e di mamme annoiate di periferia che portano cartelli con la scritta “equità“.

Fa tutto parte del gasdotto dell’azione diretta”: organizzare, radicalizzare e agitare. Ma a breve termine, i legislatori democratici vedono questo come politicamente vantaggioso.

Hanno detto il minimo indispensabile per condannare la violenza, prima passando giorni a fingere che non stesse accadendo prima di cambiare marcia e incolpare l’amministrazione Trump per aver ispirato la violenza. E il loro messaggio? Il modo migliore per fermare la violenza è che l’amministrazione Trump fermi le incursioni della Immigration and Customs Enforcement.

“Questo deve finire. Il presidente deve richiamare questi agenti dell’ICE. Devono ritirarsi in modo che la gente del posto abbia l’opportunità di ristabilire l’ordine, perché questo è ciò che stiamo chiedendo in questo momento”, ha spiegato la rappresentante democratica della California Norma Torres su MSNBC, rivelando la strategia dei democratici di usare la violenza per realizzare la propria agenda politica anti-ICE.

Abbiamo visto cosa succede quando ignoriamo questi segnali di avvertimento. Le aziende sono bruciate. Agenti feriti. Città dirottate da criminali mascherati che svaniscono nella notte, mentre MSNBC la definisce una “protesta per lo più pacifica”. Preparatevi. Perché “No Kings” è solo l’ultima scusa. L’obiettivo è sempre lo stesso: distruggere, distruggere e smantellare tutto ciò che questo paese rappresenta.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/esteri/la-guerriglia-urbana-e-un-pianificato-metodo-di-lotta-politica-in-usa-e-in-europa-973921.html

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