Diciannove minuti di nulla: il discorso di Trump sull’Iran e il conto che pagherà l’Europa

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EDITORIALE

di Claudio Verzola

Alle tre di notte italiane del 2 aprile, mentre l’Europa dormiva e i mercati asiatici già tremavano, Donald Trump si è presentato dalla Cross Hall della Casa Bianca per il suo primo discorso alla nazione dall’inizio dell’Operazione Epic Fury. Diciannove minuti. Il tempo di un episodio di una sitcom americana, con la differenza che qui non c’era nulla da ridere e, soprattutto, nulla di nuovo da ascoltare. Un esercizio retorico costruito sul vuoto, impastato di minacce, contraddizioni e un’ignoranza culturale che meriterebbe un capitolo a sé nei manuali di comunicazione strategica.

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La frase più rivelatrice dell’intero discorso non è quella sugli obiettivi militari “quasi raggiunti”, né quella sulla NATO ridotta a “tigre di carta”. È quella pronunciata con il tono sicuro di chi non dubita mai di sé stesso: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Una dichiarazione che, nella sua brutale rozzezza, rivela molto più di quanto Trump intendesse comunicare. A partire dal fatto che non è nemmeno sua.

Bomb them back to the Stone Age” è uno dei cliché più logori del lessico bellico americano. La paternità viene generalmente attribuita al generale Curtis LeMay, l’uomo che nel 1945 incenerì due terzi delle città giapponesi con i bombardamenti incendiari e che durante la crisi di Cuba voleva fare lo stesso con L’Avana. Nel suo memoir del 1965, LeMay scrisse che il Vietnam del Nord andava bombardato fino a “distruggere ogni opera dell’uomo”. Ma a quanto ricostruito dallo storico Nick Cullather, la formulazione esatta nacque in realtà dalla penna del satirista Art Buchwald, che nel giugno 1967 la usò per parodiare l’ala più bellicista del Partito Repubblicano e la sua ossessione per il Vietnam. LeMay la riprese nel suo libro del 1968, e quando la citazione gli si appiccicò addosso come un marchio, tentò di correggere il tiro: “Non ho mai detto che dovremmo bombardarli fino all’età della pietra. Ho detto che avevamo la capacità di farlo.” Una distinzione sottile che non convinse nessuno.

La frase tornò a far notizia nel settembre 2006, quando il presidente pakistano Pervez Musharraf rivelò in un’intervista a “60 Minutes” della CBS, e poi nel suo memoir “In the Line of Fire”, che nei giorni immediatamente successivi all’11 settembre 2001 il vicesegretario di Stato Richard Armitage aveva convocato il capo dell’intelligence pakistana, il tenente generale Mahmood Ahmed, e gli aveva comunicato un ultimatum: o il Pakistan tagliava ogni legame con i Taliban e forniva pieno supporto logistico alla guerra in Afghanistan, oppure doveva “prepararsi a tornare all’età della pietra”. Armitage negò di aver mai pronunciato quelle parole, ma ammise di aver consegnato un messaggio “forte e fattuale”. Bush, messo alle strette dai giornalisti durante una conferenza stampa congiunta con Musharraf alla Casa Bianca, disse di essere rimasto “colpito dalla durezza di quelle parole”, aggiungendo di non essere stato informato della conversazione. Lo storico Cullather, in un saggio illuminante sull’etimologia della frase, osservò che Armitage potrebbe anche non aver mai parlato di età della pietra, ma quando telefonò a Islamabad per chiedere da che parte stava il Pakistan, Musharraf sentì l’affermazione di “un’antica prerogativa”: quella di un’America che si arrogava il diritto di decidere chi vivesse nel futuro e chi nel passato.

Ventiquattro anni dopo, la stessa frase riemerge dalla bocca di Trump sull’Iran. Dal Vietnam al Pakistan all’Iran, il cliché attraversa mezzo secolo di interventismo americano come un tic linguistico che tradisce una costante strutturale: la concezione della potenza aerea come macchina del tempo, capace di riavvolgere l’orologio della civiltà di interi popoli. Ma se la frase è sempre la stessa, il contesto questa volta aggiunge un livello di ironia storica che nessuno dei suoi precedenti utilizzatori avrebbe potuto immaginare.

L’Iran non è un Paese qualsiasi. L’altopiano iranico ospita insediamenti umani documentati dal Paleolitico inferiore, con siti come Kashafrud e Ganj Par che testimoniano presenze di centinaia di migliaia di anni. Susa, una delle città più antiche del pianeta, fu fondata attorno al 4395 a.C., quando i territori dell’attuale Virginia erano ricoperti di foreste primordiali senza il minimo segno di civiltà organizzata. Il filosofo Hegel definì i Persiani il “primo popolo storico”, quelli che per primi concepirono l’idea stessa di governo ordinato, di amministrazione imperiale, di diritto codificato che rispettasse le diversità culturali dei popoli sottomessi.

L’Impero achemenide di Ciro il Grande, nel V secolo avanti Cristo, collegava il 40% della popolazione mondiale allora conosciuta, dall’Egitto all’India, dalla Grecia ai confini dell’Asia centrale. Quando i Romani ancora combattevano guerre di villaggio nel Lazio, Persepoli era già un capolavoro architettonico che sintetizzava le tradizioni artistiche di venti nazioni. L’Iran ha dato al mondo l’algebra e l’algoritmo (la parola stessa viene dal matematico persiano al-Khwārizmī), ha contribuito in modo determinante all’Età d’Oro islamica con filosofi come Avicenna e poeti come Rumi e Hafez, ha influenzato profondamente l’arte, la medicina e la scienza da Costantinopoli a Delhi. La civiltà sasanide, l’ultima grande espressione dell’Iran preislamico, influenzò Roma al punto che gran parte di ciò che oggi chiamiamo “civiltà islamica” — dall’architettura alla scrittura, dalla filosofia alla medicina — fu in realtà costruito sulle fondamenta persiane.

Minacciare di riportare all’età della pietra una civiltà che ha letteralmente attraversato l’età della pietra per arrivare a fondare uno dei primi imperi della storia umana non è solo violenza verbale, è un certificato di analfabetismo storico rilasciato davanti al mondo intero. È come se qualcuno minacciasse di radere al suolo Roma senza sapere che il Colosseo esiste. Ma c’è qualcosa di più profondo e più inquietante di quanto non fosse nelle versioni precedenti di questa minaccia. LeMay parlava di capacità distruttiva, Armitage (se davvero lo disse) comunicava un ultimatum diplomatico a un Paese che doveva scegliere da che parte stare. Trump aggiunge tre parole che cambiano tutto: “dove meritano di stare”. Non è più una minaccia strumentale, è un giudizio morale. È la dichiarazione che un popolo intero appartiene alla barbarie per natura, e che bombardarlo fino alla regressione civilizzazionale non è un eccesso ma una correzione, un rimettere le cose al loro posto. È il linguaggio della deumanizzazione nella sua forma più compiuta, lo stesso che precede i crimini più gravi nella storia dei conflitti armati. Un presidente degli Stati Uniti che parla così dalla Casa Bianca non sta facendo retorica: sta normalizzando la distruzione di una nazione come atto moralmente legittimo, riciclando un cliché da satira degli anni Sessanta come se fosse dottrina strategica.

Il discorso dei paradossi: cosa ha detto e cosa ha contraddetto

I diciannove minuti di Trump sono stati un esercizio di equilibrismo tra affermazioni incompatibili tra loro, servite con la disinvoltura di chi sa che il proprio elettorato non andrà a controllare le fonti.

Prima contraddizione: il regime change. Il 28 febbraio scorso, nel discorso che annunciava l’inizio delle operazioni, Trump aveva esortato il popolo iraniano a rovesciare il proprio governo, definendola “probabilmente la vostra unica occasione per generazioni”. Cinque settimane dopo, dalla stessa Casa Bianca, ha dichiarato con identica sicurezza: “Il cambio di regime non è mai stato il nostro obiettivo. Non l’abbiamo mai detto.” E nella stessa frase: “Ma il cambio di regime c’è stato, perché tutti i loro leader originali sono morti.” Una dichiarazione che sfida la logica e la sintassi simultaneamente.

Seconda contraddizione: il nucleare. Per settimane la giustificazione principale della guerra è stata la minaccia nucleare iraniana. Sempre il 1° aprile, in un’intervista a Reuters, Trump ha liquidato la questione dell’uranio arricchito con un gesto della mano: “È così in profondità sottoterra, non me ne importa.” Questo mentre l’intelligence americana aveva già valutato l’anno scorso che l’Iran non disponeva di un programma nucleare militare attivo ed era a diversi mesi dalla possibilità di costruire un’arma, qualora avesse deciso di farlo. La casus belli si è dissolta nelle stesse parole di chi l’aveva invocata.

Terza contraddizione, la più grave: l’exit strategy che non esiste. Trump ha promesso che la guerra finirà “molto presto”, “in due o tre settimane”, ripetendo una scadenza mobile che dal 28 febbraio viene spostata con la stessa regolarità con cui si posticipa una riunione di condominio. Nella stessa frase ha annunciato che gli Stati Uniti colpiranno “estremamente duramente” nel prossimo periodo, minacciando di distruggere tutte le centrali elettriche iraniane “probabilmente simultaneamente” e poi di passare ai siti petroliferi. Non ha menzionato il fatto che il Pentagono sta ammassando Marines e forze anfibie per un possibile impiego terrestre. Non ha delineato alcun meccanismo negoziale concreto. Non ha spiegato come si chiude una guerra quando si promette contemporaneamente di andarsene e di intensificare i bombardamenti.

La NATO come capro espiatorio: anatomia di una demolizione

Il discorso alla nazione non ha affrontato direttamente la NATO, ma Trump ha compensato nelle ore precedenti con un’intervista al Telegraph in cui ha definito l’Alleanza Atlantica “una tigre di carta” e ha dichiarato di considerare “seriamente” il ritiro degli Stati Uniti. La logica, nella sua brutalità, è lineare: gli alleati non hanno partecipato alla guerra in Iran, dunque la NATO è inutile.

Questa narrazione omette deliberatamente un fatto fondamentale: nessun alleato è stato consultato prima dell’attacco del 28 febbraio. L’Articolo 5 prevede la difesa collettiva in caso di aggressione, non l’obbligo di partecipare a guerre d’aggressione unilaterali. L’Italia ha rifiutato l’uso della base di Sigonella, la Spagna ha negato l’uso delle proprie basi e chiuso lo spazio aereo ai voli coinvolti nel conflitto, la Francia ha mantenuto una posizione di distanza critica. Non si tratta di defezione, ma di coerenza con il diritto internazionale e con lo statuto stesso dell’Alleanza.

Ma Trump non sta criticando la NATO per riformarla. La sta demolendo per costruire un ordine internazionale in cui gli Stati Uniti non hanno alleati, ma clienti. “Se volete il vostro petrolio, andate a prendervelo a Hormuz e arrangiatevi”, ha detto rivolto agli europei. “E se non potete procurarvi abbastanza carburante, compratelo da noi.” È la trasformazione della partnership atlantica in un rapporto commerciale coercitivo: vi togliamo la sicurezza energetica con una guerra che non avete scelto, e poi vi vendiamo il gas a prezzo maggiorato come soluzione. Il segretario di Stato Rubio ha rincarato la dose dichiarando che dopo la guerra Washington dovrà “riesaminare” il rapporto con la NATO, usando il linguaggio freddo della ristrutturazione aziendale per descrivere lo smantellamento dell’architettura di sicurezza europea.

Nel frattempo, il primo ministro britannico Starmer ha convocato un vertice di oltre trenta Paesi per affrontare la crisi dello Stretto di Hormuz, cercando di costruire dal basso quella risposta multilaterale che Washington ha deciso di non fornire. Un segnale importante, che però arriva con cinque settimane di ritardo e senza la capacità militare navale necessaria per tradurre le intenzioni in fatti.

L’economia globale come danno collaterale accettato

I mercati non hanno creduto a una sola parola del discorso. Il Brent è risalito oltre i 104 dollari al barile nei minuti successivi all’intervento, il WTI ha superato i 102 dollari, il Nikkei ha perso il 2,1%, il Kospi sudcoreano il 3,9%, l’Hang Seng di Hong Kong ha aperto in calo. La reazione dei mercati è stata il vero fact-checking del discorso: gli investitori hanno letto tra le righe una continuazione del conflitto, non una conclusione.

I numeri alla quinta settimana di guerra raccontano una storia che Trump ha deliberatamente ignorato. Il gas sul mercato europeo TTF è rincarato del 74% dall’inizio del conflitto, i future sul petrolio Brent del 48%, i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti hanno superato i 4 dollari al gallone per la prima volta dal 2022. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% dell’approvvigionamento petrolifero mondiale, è di fatto chiuso. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che resterà chiuso “ai nemici”, e ventimila marittimi sono bloccati nella zona di guerra a bordo delle loro navi, una crisi umanitaria di cui nessuno parla.

L’OCSE ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a +2,9%, cancellando la revisione al rialzo che a dicembre sembrava probabile. L’inflazione nei Paesi del G20 è attesa al 4%, con 1,2 punti percentuali in più rispetto alle stime pre-conflitto. La BCE, che fino a febbraio stava allentando la politica monetaria, potrebbe essere costretta a rialzare i tassi, annullando tutto il percorso di riduzione realizzato tra il 2024 e il 2025. Lo spettro che si aggira per l’economia mondiale ha un nome preciso: stagflazione, quel mix tossico di inflazione elevata e crescita stagnante che mette all’angolo governi e banche centrali perché ogni intervento in una direzione peggiora l’altra.

Trump nel discorso ha liquidato l’impatto economico con una formula che meriterebbe di essere incorniciata: “Questo aumento a breve termine è interamente il risultato del regime iraniano che lancia attacchi terroristici contro le petroliere”. Come se lo Stretto di Hormuz si fosse chiuso da solo, come se l’Iran avesse deciso spontaneamente di bloccare il passaggio di un quinto del petrolio mondiale senza che nessuno lo avesse prima attaccato con undicimila sortite aeree e sedicimila bombe.

L’Italia nel mirino della tempesta perfetta

Per l’Italia, i diciannove minuti di vuoto dalla Cross Hall si traducono in numeri molto concreti. Il rapporto di primavera del Centro Studi Confindustria delinea tre scenari per il PIL italiano, tutti condizionati dalla durata della guerra: +0,5% con un cessate il fuoco rapido, stagnazione se il conflitto dura fino a giugno, recessione piena a -0,7% se la guerra si protrae per tutto l’anno. L’OCSE ha tagliato le stime italiane a un anemico +0,4%, il dato peggiore dell’Eurozona. L’ISTAT ha registrato il crollo della fiducia dei consumatori a 92,6, il minimo da ottobre 2023.

L’Italia è il Paese europeo più esposto a questa crisi per ragioni strutturali che non si possono risolvere con un decreto sulle accise. Il 45% del gas naturale liquefatto importato proviene dal Qatar, via Stretto di Hormuz. ENI aveva firmato con Doha contratti a lungo termine per fino a 1,5 miliardi di metri cubi annui per 27 anni, a partire proprio dal 2026. Quando nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo le motovedette dei Pasdaran hanno dichiarato la chiusura dello Stretto, quelle forniture si sono fermate. Non per un atto di guerra contro l’Italia, ma perché l’Italia aveva costruito la propria sicurezza energetica su una rotta che un qualsiasi conflitto nel Golfo poteva interrompere in qualsiasi momento. Le riserve di gas europee sono scese sotto il 30% della capacità, ben al di sotto della media quinquennale.

Le famiglie italiane stanno già pagando il prezzo di questa guerra non voluta e non scelta. Le stime aggiornate indicano un aumento medio di 477 euro per il gas e 153 euro per l’energia elettrica, portando il totale annuo della spesa energetica a 2.952 euro per famiglia, un incremento del 21,5% rispetto ai 2.427 euro previsti prima del conflitto. Conflavoro ha calcolato che in caso di blocco prolungato di Hormuz l’Italia rischierebbe fino a 33 miliardi di euro di impatto complessivo in sei mesi, pari a circa l’1,5% del PIL. Il Decreto Bollette da 5 miliardi, varato prima del conflitto, è già insufficiente: non era sbagliato nella sua logica, era semplicemente calibrato su un mondo che è cambiato il 28 febbraio.

Il governo Meloni si trova nella morsa più stretta: il Consiglio dei Ministri del 3 aprile dovrà decidere se rinnovare il taglio delle accise in scadenza il 7 aprile e quali misure aggiuntive adottare, mentre il prossimo Documento di finanza pubblica dovrà inevitabilmente tagliare le previsioni di crescita. Tutto questo mentre il ministro dell’Economia Giorgetti cerca di quadrare conti che non tornano più, in un Paese con un debito pubblico che rende ogni punto base di aumento dei tassi un macigno in più sul bilancio dello Stato.

I danni del sovranismo: quando l’America First diventa Everyone Last

C’è un filo rosso che collega la minaccia di riportare l’Iran all’età della pietra, la demolizione della NATO, l’indifferenza verso l’impatto economico sugli alleati e il rifiuto di delineare un’exit strategy. Quel filo si chiama sovranismo, nella sua declinazione più pura e più distruttiva: l’idea che una nazione possa agire nel sistema internazionale come un’entità completamente autonoma, senza vincoli di alleanza, senza obblighi di consultazione, senza responsabilità verso le conseguenze delle proprie azioni su tutti gli altri.

Trump incarna questo principio con una coerenza che sarebbe quasi ammirevole se non fosse catastrofica. “L’America non ha bisogno dello Stretto di Hormuz”, ha detto nel discorso. È tecnicamente vero: gli Stati Uniti sono in larga parte autosufficienti dal punto di vista energetico. Ma è strategicamente suicida, perché l’economia americana dipende da un’economia globale che quello Stretto lo attraversa eccome. Quando il Kospi crolla del 3,9% e il Nikkei del 2,1%, quando il Brent supera i 104 dollari e le catene di approvvigionamento globali si spezzano, l’onda arriva anche a Wall Street. Il sovranismo energetico è un mito in un’economia interconnessa.

Ma il danno più profondo è quello inflitto all’architettura di sicurezza che ha garantito la stabilità dell’Occidente per settantacinque anni. La NATO non è perfetta, non lo è mai stata. Ma l’alternativa al multilateralismo imperfetto non è il sovranismo efficiente: è il caos. È un mondo in cui ogni Paese deve arrangiarsi da solo, in cui le alleanze valgono quanto l’ultimo tweet del presidente di turno, in cui la sicurezza energetica di trecento milioni di europei dipende dalla buona volontà di chi ha appena dimostrato di non averne alcuna.

L’Europa, e l’Italia in particolare, si trovano oggi a pagare il prezzo di una doppia dipendenza: energetica dal Golfo e strategica da Washington. La guerra in Iran ha reso evidente, con la brutalità dei fatti, che nessuna delle due è più sostenibile. La domanda non è se l’Europa debba costruire una propria autonomia strategica, ma se sia ancora in tempo per farlo prima che il prossimo “discorso alla nazione” di diciannove minuti le costi ancora di più.

Un discorso per nessuno

Il primo ministro australiano Albanese, che non ha ascoltato il discorso perché stava preparando il proprio, ha sintetizzato il giudizio meglio di qualsiasi analista: gli obiettivi dichiarati sono stati raggiunti, non è chiaro cosa si debba ancora ottenere, né quale sia il punto di arrivo. È la fotografia esatta di una guerra che ha perso la propria narrazione strategica e sopravvive ormai solo sulla forza d’inerzia della violenza.

I sondaggi americani dicono che la maggioranza dei cittadini disapprova la guerra e il 62% si oppone all’invio di truppe di terra. L’approvazione di Trump ha toccato i minimi del secondo mandato. Ma nei diciannove minuti dalla Cross Hall non c’è stato un solo momento di dubbio, di riflessione, di riconoscimento che ottantasei milioni di iraniani sono esseri umani con seimila anni di civiltà alle spalle, non obiettivi da riportare all’età della pietra.

E forse è questo il dato più inquietante di tutti. Non le contraddizioni, non le bugie, non le minacce. Ma il vuoto. Il vuoto di chi governa la più grande potenza militare del pianeta e in diciannove minuti non riesce a dire una sola cosa che non sia stata già smentita dai fatti, contraddetta dalle sue stesse parole precedenti, o destinata a essere rimangiata la settimana prossima. Diciannove minuti di nulla, che però costano al mondo intero.

Fonte: https://www.difesaonline.it/2026/04/02/diciannove-minuti-di-nulla-il-discorso-di-trump-sulliran-tra-violenza-verbale-ignoranza-storica-e-il-conto-che-paghera-leuropa/

L’Ucraina ha perso la guerra: non firmare la pace a breve porterà a una disfatta

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Editoriale di Matteo Castagna per Affaritaliani.it del 29/11/25

L’Ucraina ha perso la guerra, di fatto, poco dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. L’ho detto e scritto più volte, ritenendo che l’analisi sulla situazione geopolitica che, da tre anni pone Marco Travaglio, al netto di qualche esagerazione, sia la più realistica, perché confermata dai fatti.

Dire la verità, senza servilismi o padroni, costa sempre un prezzo, in Italia. Il minimo è quello di essere etichettati come filo-russi, se si afferma che l’Ucraina ha perso sul campo di battaglia e che, se Zelensky continua ad appoggiarsi a determinati alleati europei, rischia di passare dalla sconfitta alla disfatta, anche a causa del rigido inverno alle porte. C’è una narrativa che preferisce la propaganda e una la menzogna. Poi c’è quella di Calenda e Severgnini, secondo i quali i cosacchi sarebbero già dovuti arrivare a Lisbona, mentre si sono limitati a riconquistare i territori russofoni dell’Ucraina, fra migliaia di giovani che fuggono per non finire al fronte, pochi militari e male armati, civili allo stremo e scandali clamorosi di corruzione, che lambiscono i piedi del Presidente.

Questa è l’estrema sintesi della situazione, che si vorrebbe tacere, per non ammettere che la UE e la NATO hanno sbagliato politiche sin dal 2014, con piazza Maidan, in un crescendo di errori di presunzione e pressapochismo che l’hanno portata ad esasperare gli animi, a mancare di equilibrio e senso di responsabilità, a co-produrre disperazione e morte in mezzo a una montagna di euro pubblici finiti chissà dove, finché Trump ha sparigliato le carte del “croupier” Joe Biden, ha chiuso i rubinetti, ha sbeffeggiato Zelensky, ha incontrato Putin come un caro amico in Alaska, ha messo Inghilterra, Germania e Francia con le spalle al muro attraverso un piano di pace “su cui poter discutere”, mentre Ursula faceva da spettatrice, dando in realtà, la sensazione di non essere mai stata realmente invitata al tavolo.

L’Agenzia internazionale Reuters ha riferito che lunedì 24 novembre, a Ginevra, una delegazione americana, capeggiata dal segretario di Stato Marco Rubio, dall’inviato speciale Steve Witkoff e dal segretario dell’Esercito, Daniel Driscoll, ha incontrato quella ucraina, guidata dal capo di gabinetto del Presidente ucraino, Andry Yermak.

Il tema principale sul tavolo è stato, appunto, il piano di pace in 28 punti presentato la settimana scorsa dall’amministrazione di Donald Trump, a cui se ne è contrapposto un altro, elaborato dai principali Paesi europei, presenti anche loro al tavolo delle trattative. Perché due e non uno solo condiviso dagli alleati occidentali? Perché al Presidente USA non è chiaro fino a che punto i principali leader europei vogliano realmente la pace e quindi ha fatto da sé, costringendoli a prenderlo in esame. Così, ne è nato un altro, molto simile all’originale, che dimostra all’opinione pubblica che l’UE non è la cameriera dello Studio Ovale ma un Istituto serio, che conta nello scacchiere politico internazionale.

Rubio ha definito le riunioni come «le più produttive e significative finora in tutto questo processo, da quando siamo stati coinvolti fin dall’inizio». Per forza, ha bisbigliato qualche usciere, il lavoro l’hanno fatto gli americani e gli altri ci hanno messo le virgole…Ad ogni modo, il piano è stato ridotto a 19 punti. La nuova bozza ha generato «ottimismo» in entrambe le parti secondo le dichiarazioni di Sergiy Kyslytsya, viceministro degli Esteri ucraino che ha preso parte all’incontro, a detta sua «intenso e produttivo».

Secondo la Bcc, il nuovo piano – che non è stato ancora reso pubblico – avrebbe limato i punti giudicati più controversi della bozza Trump: Kiev avrebbe dovuto cedere l’intero Donbass, inserire in costituzione l’impegno a non entrare nella Nato e stabilire un tetto di 600 mila uomini per le Forze armate. Dato che il cancelliere tedesco Friedrich Merz, tra i più ferventi sostenitori dell’Ucraina, ha definito l’accordo «significativamente modificato» in senso positivo, è probabile che siano queste le condizioni a essere state maggiormente riviste.

Sulla questione delle dimensioni delle Forze armate, Abc News ha già fornito una prima conferma. Dunque, la rivista di geopolitica Aliseo si chiede se siamo davanti ad un progresso o a un ritorno al punto di partenza? Ossia, quattro anni di guerra, orrore e miliardi di euro sono finiti nei cessi dorati di qualcuno, oppure sono serviti a qualcosa di buono per l’Ucraina?

Se per il Cremlino il piano di pace originale poteva costituire una base, come detto dal Presidente russo Vladimir Putin, durante una telefonata con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, per una soluzione pacifica definitiva alla guerra, la nuova bozza rappresenterà un prevedibile passo indietro, su cui dover riflettere.

Visti i rapporti distesi fra i leader americano e russo, alla stesura del documento iniziale ha, infatti, partecipato uno degli uomini più fidati di Putin, Kirill Dmitriev, netto sulle posizioni di Mosca. A Ginevra la Russia non c’era, ma le condizioni del Cremlino erano ampiamente note agli uomini del Tycoon sin dal bilaterale in Alaska e

Quella bozza, insomma, secondo Putin avrebbe dovuto essere rielaborata insieme agli americani per avvicinarsi ulteriormente alle esigenze del Cremlino, partendo dal presupposto che molti dei punti sarebbero rimasti solamente sulla carta (come la garanzia di sicurezza stile articolo 5 garantita dagli Stati Uniti).

Perciò, la sensazione è che a Ginevra la Russia non fosse stata presente per consentire a Putin di prendere tempo per le valutazioni e la formulazione di un’ eventuale ulteriore controproposta. Nel frattempo, a morire sono i soldati e i civili ucraini, ad avanzare e bombardare sono i russi. Stavolta, il “croupier” delle carte in tavola potrebbe essere Vladimir Putin, perché, se inascoltato, si vedrebbe indotto a concludere nel sangue l’operazione militare speciale, complice il gelo.

Intanto, sempre la Reuters riferisce che il segretario dell’esercito americano, Driscoll, ha avviato ad Abu Dhabi nuovi colloqui con il capo dell’intelligence militare ucraina, Kyrylo Budanov, e una delegazione russa, con l’obiettivo di discutere con la controparte l’esito dei lavori di Ginevra e sondare la possibilità di un cessate il fuoco nel più breve tempo possibile. Tuttavia, è difficile scrollarsi di dosso l’impressione che i “progressi” diplomatici di questi giorni abbiano semplicemente riportato le parti al punto di partenza.

Secondo Cbs, l’Ucraina avrebbe accettato in linea di principio il nuovo piano di pace, sostenendo di condividere la maggior parte dei punti e di dover solo definire piccoli dettagli.

Meglio finirla con questo tira e molla, che sembra un teatrino sulle spalle di chi muore, perché «Putin è oggi molto più sicuro di sé dal punto di vista militare», osserva Tatiana Stanovaya del Carnegie Russia Eurasia Center. L’Ucraina è rimasta sostanzialmente sulla difensiva a seguito del fallimento della controffensiva del 2023 e dall’operazione nell’oblast russo di Kursk del 2024, che non ha prodotto risultati duraturi. Nel corso del 2025, le forze russe hanno continuato ad avanzare con un ritmo superiore ai 400 chilometri quadrati al mese e adesso città importanti come Pokrovsk e Kupiansk sono praticamente cadute nelle mani dei russi, che stanno conquistando anche Kostyantynivka.

La carenza di manpower si sta aggravando, i tassi di diserzione sono di 20mila persone al mese e l’attuale postura difensiva non deriva da una scelta strategica, ma da una necessità imposta dalla situazione sul terreno. Mosca continua ad assorbire perdite consistenti e mantiene una capacità di mobilitazione molto superiore a quella ucraina. Addirittura, una fonte dell’intelligence militare di Kiev ha spiegato alla Foundation for Defense of Democracies che la Russia dispone delle risorse necessarie per sostenere il conflitto per tutto il 2026 facendo ricorso al solo reclutamento volontario.

E’ realistico immaginare che la guerra terminerà solo quando la Russia avrà raggiunto, con la forza o attraverso un negoziato, i propri obiettivi strategici perché un eventuale incremento della pressione militare e/o economica da parte di Washington volto a riequilibrare i rapporti di forza sul campo e spingere la Russia a maggiori concessioni al tavolo negoziale rischierebbe di irrigidire ulteriormente il Cremlino, alimentare una pericolosa escalation e rafforzare ancora di più l’asse Pechino-Mosca. Proprio quel rapporto che Trump sta cercando di incrinare, nel tentativo di dividere il fronte delle potenze avversarie.

La Russia non ha invaso l’Ucraina

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https://www.paulcraigroberts.org/2025/08/18/russia-did-not-invade-ukraine/ 

di Paul Craig Roberts (articolo segnalato da F.P.)

Una menzogna palese e palese è stata trasformata in verità in tutto il mondo occidentale.   La menzogna è che la Russia abbia invaso l’Ucraina.   Vi fornirò la storia fattuale, facilmente verificabile.

Quando Washington rovesciò il governo ucraino nel 2014 e insediò un fantoccio, si affidò ai banderiti per spingere il governo all’ostilità con le aree dell’Ucraina abitate dai russi, come la Crimea e il Donbass, che originariamente facevano parte della Russia.   Che i banderiti, seguaci di Stepan Bandera, siano o meno neonazisti, sono certamente ostili ai russi. 

Il conflitto in Ucraina è iniziato nel 2014 con aggressioni di strada contro i russi nel Donbass e i tentativi del governo di vietare l’uso della lingua russa e di imporre altri divieti nelle aree russe.   Queste aggressioni di strada si sono presto trasformate in attacchi di artiglieria contro le città del Donbass e nell’occupazione del territorio del Donbass da parte di milizie ucraine con insegne naziste.   Per proteggersi, il Donbass si è diviso in due repubbliche indipendenti – Luhansk e Donetsk – e ha formato gruppi paramilitari per difendersi. 

Nel 2014 Donetsk e Luhansk votarono a stragrande maggioranza per essere riassorbite dalla Russia come la Crimea, ma Putin rifiutò.   Putin si affidò invece all’Accordo di Minsk, firmato dall’Ucraina e dalle repubbliche indipendenti e che Germania e Francia avrebbero dovuto far rispettare.   L’accordo, sponsorizzato dalla Russia, manteneva il Donbass in Ucraina ma garantiva una certa autonomia, come una polizia e tribunali indipendenti per proteggere i diritti degli abitanti russi. Putin si affidò ingenuamente all’Accordo di Minsk, che il cancelliere tedesco e il presidente francese in seguito dichiararono essere stato utilizzato per ingannare Putin mentre gli Stati Uniti costruivano ed equipaggiavano un grande esercito ucraino.

Entro la fine del 2021, questo esercito era pronto a invadere il Donbass, gran parte del quale era già sotto occupazione ucraina, e a reintegrarlo forzatamente nell’Ucraina senza alcuna autonomia.   Di fronte agli abusi e al possibile massacro del popolo russo, Putin e il suo ministro degli Esteri Lavrov hanno tentato, tra dicembre 2021 e febbraio 2022, di ottenere un accordo di sicurezza reciproca con l’Occidente che escludesse l’Ucraina dall’adesione alla NATO e contribuisse alla sicurezza reciproca normalizzando le relazioni tra Russia e Occidente.   Il regime di Biden, la NATO e l’UE hanno categoricamente rifiutato.  A questo rifiuto è seguito il conflitto  .

Vedendo il destino segnato e non potendo evitarlo, la Russia ha riconosciuto ufficialmente le repubbliche del Donbass.   Ciò ha permesso a Donetsk e Luhansk  di chiedere alla Russia di intervenire in loro aiuto, cosa che Putin ha fatto all’ultimo minuto, con otto anni di ritardo.   Nonostante l’invito a entrare nel Donbass, la Russia non ha nemmeno invaso il Donbass, tanto meno l’Ucraina.

Putin ha definito l’intervento russo un'”operazione militare speciale”, limitata allo sgombero delle truppe ucraine dalle aree russe.   Dopo sette mesi dall’intervento militare, il 30 settembre 2022, la Russia ha reincorporato alla Russia le aree russe di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson.   I combattimenti terrestri si sono limitati allo sgombero delle truppe ucraine dal territorio che è tornato a far parte della Russia. 

Chiedetevi come e perché la verità è stata sostituita da una menzogna. La risposta è che coloro che traggono profitto dalla guerra forniscono la propaganda bellica. 

Ora chiediamoci perché è importante.   La risposta è che la propaganda è un ostacolo alla comprensione e a una soluzione diplomatica pacifica a un conflitto che può facilmente degenerare in una guerra più ampia.

La propaganda secondo cui l’invasione dell’Ucraina da parte del malvagio dittatore-criminale di guerra-Putin sarebbe il primo passo per la ricostruzione dell’Impero sovietico limita la capacità di Trump e Putin di mettere le relazioni Est-Ovest su un piano meno rischioso.   I media occidentali, puri e corrotti, stanno già urlando che Trump sta svendendo l’Ucraina, che Trump sta svendendo l’Europa, che Trump è creta nelle mani di Putin.   Questi e altri slogan ignoranti simili saranno usati dai neoconservatori sionisti e dal complesso militare/di sicurezza statunitense per creare divisioni tra Trump e i suoi sostenitori.   Gli americani sono stati indottrinati a considerare la Russia come il nemico per 75 anni.   Questa convinzione è istituzionalizzata. 

Il progresso verso relazioni pacifiche richiede un’informazione veritiera e la correzione di convinzioni consolidate che sono false.   È possibile raggiungere questo obiettivo quando i sostenitori neoconservatori ben piazzati dell’egemonia statunitense difendono i propri interessi e il complesso militare/di sicurezza è determinato a proteggere il proprio potere e i propri profitti? Trump può aspettarsi scarso aiuto dai media.   Gli ingenui russi non dovrebbero lasciarsi trasportare dalle loro speranze di un accordo con l’Occidente. Forti barriere si frappongono alle speranze russe e i russi non hanno i mezzi per rimuoverle.   È improbabile che Trump ne abbia.

Ora ponetevi un’ultima domanda: perché è il PCR a sostenere il buon senso e la verità?   Perché non lo fanno la comunità di politica estera statunitense, il Cremlino, i media cinesi, russi, occidentali, il governo tedesco, il governo britannico, il governo indiano?   Perché i sostenitori di Trump non lo sostengono?   Io sono solo una voce facilmente taciuta come “agente/fedele di Putin” dal Washington Post, dalla CNN, da Fox News, da NPR, dalla BBC, dalla MSNBC, dal NY Times, dal Wall Street Journal,   dal Guardian e dal resto dei media disonesti e da una pletora di siti internet sponsorizzati da guerrafondai.   La normalizzazione delle relazioni tra Occidente e Russia richiederà molte voci. Dove sono queste voci? 

Nota: le prostitute della BBC e il resto dei media prostituzionali riportano erroneamente che il ripristino della cittadinanza russa da parte della Russia per Crimea, Donbass, Zaporizhia e Kherson è illegale. Il ripristino della cittadinanza russa è del tutto legale secondo le norme internazionali di autodeterminazione. Non vi è alcun tentativo da parte di Crimea, Donbass, Zaporizhia e Kherson di tornare all’Ucraina.

L’Occidente cambia strategia: Ucraina sempre più sola e negoziati in avvicinamento

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di Matteo Castagna per www.affaritaliani.it 

“Ad un certo punto, i nostri dollari non saranno più utilizzati come valuta di riserva. […] Putin ha detto questa cosa, puoi amarlo o odiarlo, ma ha detto la verità, cioè che prima dell’introduzione delle sanzioni contro la Russia, il 70% di tutte le loro transazioni erano in dollari, e dopo le sanzioni questa percentuale è diventata inferiore al 20%“. Così si è espresso il deputato americano Thomas Massie, in un’intervista con Tucker Carlson. Ed ha concluso dicendo che il dollaro non è più sicuro.
Putin ha, poi, annunciato la formazione di un sistema di pagamento indipendente all’interno dei BRICS, che verranno notevolmente ampliati, ammettendo nuovi membri, come lo Zimbabwe, che l’ha richiesto col suo Presidente Emmerson Mnangagwa al recente Forum economico internazionale di San Pietroburgo, cui hanno partecipato 21,3 mila persone provenienti da 139 Paesi, secondo il comunicato dell’organizzazione dell’evento, che ha aggiunto che al forum sono stati siglati più di 980 accordi per oltre 6,4 trilioni di rubli (66,5 miliardi di euro).
Il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha dichiarato pubblicamente inammissibile l’uso di armi nucleari.
All’Agenzia Ria Novosti l’assistente speciale di Biden, direttore senior per la non proliferazione presso il Consiglio di sicurezza nazionale, Pranay Vaddi ha detto che gli Stati Uniti prendono molto sul serio questa affermazione e che gli USA cambieranno la loro strategia su tali armi, ponendo l’accento sulla competizione, per restare al passo di Russia, Corea del Nord e Cina.
Mentre, il Presidente francese Emmanuel Macron insiste con la sua linea bellicista e si dichiara pronto ad inviare truppe in Ucraina.
Ma il leader del Partito Patriottico francese Florian Philippot replica, a stretto giro, sul suo profilo X: “Macron è completamente pazzo!” e lo accusa di accelerare l’escalation, che nessuno vuole, tramite l’addestramento di 4.500 soldati ucraini e il trasferimento a Kiev dell’aereo da combattimento Mirage 2000-5. Il presidente ha scatenato l’ironia del noto giornale satirico Charlie Hebdo, che, con una vignetta rappresentante una bara con ai lati le ali e la coda di un aereo, ha spiegato quali “Miraggi” Macron trasferirà in Ucraina…
Secondo quanto riportato da Bloomberg, la Germania sta valutando l’invio di un’altra (la quarta) batteria Patriot in Ucraina.
La NATO afferma di non avere soldati in Ucraina. Il capo del comitato militare della Nato, ammiraglio Robert Peter Bauer ha affermato che, ad oggi l’Alleanza Atlantica non dispone di forze sul territorio dell’Ucraina e non ha intenzione di inviare truppe. 
Bloomberg certifica il fallimento di Zelensky per ottenere il sostegno dell’Asia, che rimane nella sua quasi totalità un alleato fedele a Russia e Cina.
Il Ministero degli Esteri ucraino riferisce che agli ucraini che non si presenteranno all’ufficio di registrazione e arruolamento militare, entro 10 giorni dalla chiamata, verranno bloccati i conti bancari, i viaggi all’estero e saranno poste limitazioni alla guida. L’Ucraina ha, anche, problemi con il pagamento delle pensioni. Lo Stato darà una “garanzia minima” – ha detto la Vice Ministro delle Politiche Sociali Dariya Marchak – ma i cittadini “dovrebbero risparmiare da soli ed essere pronti a lavorare fino ad una età avanzata“.
Il segretario generale delle Nazioni Unite non parteciperà al “vertice per la pace” indetto da Zelensky in Svizzera, escludendo la Russia. Al momento – riferisce Bloomberg – sembra che solo il presidente di Timor Est e il ministro degli esteri di Singapore si recheranno in Svizzera. A loro si unirà un rappresentante delle Filippine.
L’ IGA (Institute for Global Affairs) ha effettuato un sondaggio, dal quale risulta che il 94% degli statunitensi e l’88% degli europei occidentali ritiene che la NATO dovrebbe porre fine alla guerra in Ucraina senza indebolire la Russia o riportare l’Ucraina ai suoi confini prebellici. La TASS riferisce che “le forze armate dell’Ucraina hanno lasciato le loro postazioni nella parte orientale di Chasov Yar“.
Inoltre, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg potrebbe abbandonare il progetto di creare un fondo di aiuti da 100 miliardi di euro per l’Ucraina, utilizzando i contributi dei Paesi dell’Alleanza nei prossimi cinque anni – riferisce Bloomberg. La nuova proposta prevederebbe 40 miliardi l’anno.
La Turchia, consigliando la NATO di evitare che le azioni previste appaiano come un inasprimento delle ostilità o un accesso diretto nei territori in guerra, riprenderà il commercio con Israele quando sarà raggiunto un accordo sul cessate il fuoco permanente sulla Striscia di Gaza. Lo ha annunciato il ministro del Commercio turco Omer Bolat.

La strada per formare la nuova Commissione europea è lunga

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ELEZIONI EUROPEE

di Federico Gonzato su https://pagellapolitica.it/articoli/calendario-tappe-nuova-commissione-europea 

Una per una, abbiamo messo in fila tutte le prossime tappe da conoscere sui lavori del nuovo Parlamento europeo appena uscito dal voto     LEGGI ANCHEGuida al Parlamento europeo per principianti

Archiviati i risultati delle elezioni europee, il percorso che porterà alla formazione del nuovo Parlamento europeo e successivamente della nuova Commissione europea sarà parecchio lungo, e si concluderà a tutti gli effetti soltanto il prossimo dicembre.

Dalla formazione dei vari gruppi politici fino alla creazione del nuovo governo dell’Ue, abbiamo raccolto tutte le date fondamentali da tenere a mente.

10 giugno-15 luglio 2024
Dopo le elezioni europee iniziano i negoziati tra i vari partiti a livello europeo per la costituzione dei gruppi politici nel Parlamento europeo. All’interno del Parlamento europeo, i parlamentari non sono infatti raggruppati in base al loro Paese di provenienza, ma sono suddivisi in gruppi. Ognuno di questi gruppi è espressione di uno o più partiti europei, ma può contenere al suo interno parlamentari di forze politiche che non fanno parte di nessun partito europeo.

Un gruppo politico deve essere composto da almeno 23 deputati eletti in almeno un quarto degli Stati membri, ossia almeno sette. Per ottenere il riconoscimento ufficiale, i gruppi politici devono comunicare al Parlamento europeo il loro nome, la loro dichiarazione politica e la loro composizione entro il 15 luglio.

Nel nuovo Parlamento europeo il gruppo più numeroso sarà quello del Partito Popolare Europeo (PPE), a cui appartiene Forza Italia, e che ha eletto 186 parlamentari; il gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D), di cui fa parte il Partito Democratico, è il secondo con 135 membri. Il terzo gruppo è Renew Europe, ossia i liberali, con 79 parlamentari. A destra ci sono i Conservatori e Riformisti Europei, al quale fa parte Fratelli d’Italia, con 73 parlamentari. Più a destra c’è il gruppo sovranista di Identità e Democrazia, a cui aderisce la Lega, con 58 membri. Sul fronte opposto ci sono i Verdi (53 parlamentari) e il gruppo della Sinistra al Parlamento europeo (36). Poi c’è il gruppo dei cosiddetti “Non iscritti”, con 45 membri, di cui fanno parte i parlamentari che non hanno aderito a nessun gruppo, come quelli eletti del Movimento 5 Stelle. Al momento, altri 55 parlamentari europei neoeletti non sono affiliati nemmeno al gruppo dei “Non iscritti”. In queste settimane questi parlamentari potrebbero aderire a uno dei gruppi del Parlamento europeo già esistenti, crearne uno nuovo o decidere di entrare ufficialmente in quello dei “Non iscritti”.

27-28 giugno 2024
Il Consiglio europeo si riunisce per trovare un accordo sul candidato alla presidenza della Commissione europea, da proporre al Parlamento europeo. Il Consiglio europeo è l’organo che riunisce i capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri dell’Ue. La scelta del candidato alla presidenza della Commissione Ue è fatta sulla base dei risultati delle elezioni europee e sulla disponibilità dei vari gruppi politici europei a sostenere il nuovo governo dell’Ue. Per esempio, nel 2019 l’attuale presidente Ursula von der Leyen è stata proposta per l’incarico in quanto membro del Partito Popolare Europeo (PPE), prima forza politica nel Parlamento europeo. La candidatura di von der Leyen è stata poi sostenuta anche dal gruppo dei Socialisti e Democratici e da Renew Europe, che insieme ai Popolari hanno formato la maggioranza che ha guidato l’Ue negli ultimi cinque anni.

In occasione delle elezioni europee di quest’anno, il PPE ha scelto von der Leyen come suo Spitzenkandidat (una parola tedesca traducibile in italiano con “candidato di punta”) alla presidenza della Commissione Ue, per svolgere quindi un secondo mandato da presidente. Nella riunione di fine giugno, il Consiglio europeo cercherà di trovare un accordo anche sul candidato alla carica di presidente del Consiglio europeo, che dovrà essere eletto dal Consiglio stesso entro il 1° dicembre 2024. L’attuale presidente del Consiglio europeo è Charles Michel, già primo ministro del Belgio, appartenente alla famiglia politica Renew Europe. Michel è in carica dal 1° dicembre 2019 e il 24 marzo 2022 è stato rieletto per un secondo mandato, che scadrà il prossimo 30 novembre.

16-19 luglio 2024
Il Parlamento europeo si riunisce per la prima sessione plenaria della nuova legislatura, ossia la decima dal 1979 a oggi. Per “sessione plenaria” si intende la riunione di tutti i membri del parlamento nella sua sede di Strasburgo, in Francia. La prima seduta plenaria del Parlamento europeo sarà presieduta dalla presidente uscente, Roberta Metsola, deputata europea del PPE.

Nella prima seduta il Parlamento europeo elegge il suo presidente, oltre a 14 vicepresidenti e a 5 questori. Il presidente del Parlamento europeo è eletto tra una serie di candidati presentati dai vari gruppi politici e deve ottenere il voto della maggioranza assoluta dell’assemblea. Se dopo tre scrutini nessun candidato ha ottenuto la maggioranza assoluta, al quarto scrutinio vanno soltanto i due deputati che al terzo scrutinio hanno ottenuto il maggior numero di voti. In caso di parità di voti al quarto scrutinio, è proclamato eletto il candidato più anziano. Secondo lo stesso criterio sono eletti i vicepresidenti e i questori.

Immagine 2. L'attuale presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola – Fonte: Ansa

Immagine 2. L’attuale presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola – Fonte: Ansa
22-25 luglio 2024
Si costituiscono le varie commissioni parlamentari del Parlamento europeo. Le commissioni parlamentari sono “piccole assemblee” interne al Parlamento europeo, dove i parlamentari esaminano per esempio le norme dell’Ue. Le commissioni del Parlamento europeo sono in totale 20 e ognuna si occupa di un argomento specifico, dall’economia all’ambiente, passando per il lavoro. Ogni parlamentare europeo deve fare parte di una commissione.
16-19 settembre 2024
Sono le date previste al momento per l’elezione del presidente della Commissione Ue da parte del Parlamento europeo. Il candidato presidente scelto dal Consiglio europeo presenta al Parlamento il proprio programma politico per la legislatura, e al termine della presentazione il Parlamento la discute. Dopo la discussione si passa alla votazione a scrutinio segreto: per essere eletto presidente, il candidato deve ottenere la maggioranza assoluta dei parlamentari europei, ossia almeno 361 voti favorevoli sui 720 totali. Se il candidato non ottiene la maggioranza richiesta, il presidente del Parlamento europeo invita il Consiglio europeo a proporre entro un mese un altro candidato da eleggere seguendo la stessa procedura.

Nel 2019 si espressero a favore di Ursula von der Leyen 383 deputati su 747 totali, superando di poco la soglia necessaria per eleggerla presidente. Non è detto comunque che la votazione per l’elezione del presidente della Commissione Ue avvenga tra il 16 e il 19 settembre, ma potrebbe avvenire anche prima. Tutto dipende dal calendario dei lavori del Parlamento, che sarà stabilito dalla conferenza dei presidenti dei gruppi politici del Parlamento europeo in occasione della prima seduta, valutando le trattative interne al Consiglio europeo per la scelta del candidato presidente.

Immagine 3. La cerimonia di passaggio della campanella tra l'ex presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e Ursula von der Leyen, 3 dicembre 2019 – Fonte: Ansa

 La cerimonia di passaggio della campanella tra l’ex presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e Ursula von der Leyen, 3 dicembre 2019 – Fonte: Ansa
Ottobre-novembre 2024
Dopo l’elezione del presidente inizia la fase di formazione vera e propria della Commissione europea con la selezione dei commissari, ossia i 27 membri della Commissione. I commissari svolgono un ruolo simile a quello dei ministri all’interno di un governo e ognuno si occupa di una materia specifica. Per esempio, tra i commissari europei c’è l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, che è in sostanza il ministro degli Esteri dell’Ue ed è anche uno dei vicepresidenti della Commissione stessa.

La scelta dei commissari avviene all’interno del Consiglio europeo e a ogni Paese spetta la designazione di un commissario. Dopo averli scelti, il Consiglio europeo invia l’elenco dei candidati commissari insieme ai loro curriculum alle commissioni del Parlamento europeo competenti per materia e inizia un ciclo di audizioni, che dura circa due mesi, indicativamente tra ottobre e novembre 2024. Ogni commissario deve poi rispondere per iscritto a una serie di domande poste della commissione riguardo vari temi, dalle sue esperienze pregresse ai compiti che svolgerà come commissario. Dopodiché dovrà presentarsi di fronte alla commissione competente per un colloquio orale in cui presenterà per al massimo 15 minuti la sua candidatura e dovrà rispondere alle domande dei parlamentari europei.

Una volta esaminati tutti i commissari, le commissioni invieranno un testo riassuntivo con le loro valutazioni alla conferenza dei presidenti dei gruppi politici del Parlamento europeo, che invierà poi una risoluzione all’assemblea in seduta plenaria.

16-19 dicembre 2024
Il Parlamento europeo si riunisce in seduta plenaria per la votazione sull’intero collegio dei commissari proposti. Durante la discussione, il presidente della Commissione Ue presenta la squadra dei commissari ed espone il suo programma politico. A seguire i deputati discutono sul discorso fatto dal presidente e poi viene messa ai voti l’intera Commissione Ue per un mandato di cinque anni. Il mandato alla Commissione è approvato se ottiene la maggioranza semplice del Parlamento europeo, ossia la maggioranza dei presenti alla votazione.

LE BANDIERE IDEOLOGICHE DELLA SINISTRA AL TRAMONTO

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di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2024/05/20/le-bandiere-ideologiche-della-sinistra-al-tramonto/

OSSESSIONE FASCISMO. LE SINISTRE TERMINALI HANNO STANCATO

Abbiamo trascorso una settimana all’insegna delle bandiere ideologiche di una sinistra, ormai terminale, priva di idee, che ha abbandonato i lavoratori per abbracciare il grande Capitale e sostituito la lotta proletaria con quella per i cosiddetti “diritti civili”.

Così, a Verona, la giunta di sinistra guidata dal catto-progressista Damiano Tommasi, qualche  giorno fa ha approvato la mozione 324 del 10/05/2024 firmata da Alessia Rotta (Pd) per la professione di fede antifascista, se si desidera ottenere la concessione di spazi pubblici o pubblicitari, contributi e patrocini.

La “clausola antifascista” è l’inserimento di un comma, all’art. 11 del regolamento comunale per la disciplina del canone patrimoniale di concessione e autorizzazione di sale, suolo o altro, in cui si preveda questa dicitura:”Dichiara di riconoscersi nei principi e valori fondamentali della Costituzione italiana e dello Statuto Comunale, di ripudiare il fascismo e ogni forma di totalitarismo e di condannare l’uso di ogni forma di violenza”.

Il Centrodestra ha votato compatto contrario, per l’inutilità del provvedimento, essendo il periodo di riferimento concluso ben 80 anni fa e gli altri totalitarismi sono comunque crollati nel secolo scorso. Si badi bene che non si cita espressamente il Comunismo, che ha all’attivo almeno 90 milioni di morti nel mondo ed è ideologia “intrinsecamente perversa”, come la definì Papa Pio XI nell’Enciclica di condanna dello stesso, denominata Divini Redemptoris del 19 marzo 1937, perché «spoglia l’uomo della sua libertà […], toglie ogni dignità alla persona umana e ogni ritegno morale contro l’assalto degli stimoli ciechi», in cui si cela una «falsa» idea di redenzione.

In compenso, per poter tenere una conferenza o una manifestazione nel Comune scaligero, è necessario ottenere la patente di democraticità dalla maggioranza di sinistra. Con quali criteri? Non è dato a sapersi, perché è implicito che qualsiasi partito, gruppo, associazione esista perché la Costituzione glielo concede. Questo vale, fino a prova contraria, decisa dalla Magistratura, che ne decreti lo scioglimento, in base alla XII disposizione transitoria, che nemmeno i padri costituenti del 1946 ritennero necessario introdurre come definitiva. Non aveva senso, il duce era morto.

Ci pensa Alessia Rotta, più antifascista di Sandro Pertini, che con il Pd e le sigle della galassia sinistra e la benedizione del “chierichetto rosso” nonché sindaco Tommasi pongono una clausola anacronistica e ridicola, perchè nessuno, se non per motivi propagandistici, crede vi siano le condizioni per il ritorno del Fascismo in Italia. A meno che non si voglia utilizzare questa clausola per la censura delle destre, dal momento che in questo periodo, chiunque non la pensi come Schlein o Zan viene etichettato, immediatamente, come fascista. Questa dicotomia da don Camillo e Peppone, proposta nel 2024 col solo Peppone, farebbe sorridere anche il grande Giovannino Guareschi, che farebbe una vignetta o un articolo tagliente su Il Candido.

Di fronte alle sfide e ai drammi quotidiani, anziché dare risposte concrete ai tanti in difficoltà, questi parlano ancora di fascismo/antifascismo? Sic! E lo ha fatto anche il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi, nella saletta della Feltrinelli di Verona, assieme a un imbrattatore di muri, per presentare il suo nuovo “best seller” sul ritorno dei fasci (??!!)

Si tratta di un’ autentica ossessione, spesso a fini di lucro, che i più hanno capito, ma che crea disaffezione verso la Politica, in cui non si riconoscono, perché non hanno vissuto quei tempi, e, soprattutto, sono stufi di sentirli usare come una clava contro chiunque sia identitario, tradizionalista, conservatore o non orientato verso il progressismo globalista e mondialista, il gender e il woke. Il 5 giugno alle 21.00 in una pubblica conferenza sulla piattaforma online Skype, il dott. Pietro Cappellari, che ha scritto un libro, fresco di stampa, per quelli di Passaggio al Bosco, dal titolo “L’INVENZIONE DELL’ANTIFASCISMO, la nascita di un instrumentum regni che genera odio e produce violenza”(per info:info.traditio@gmail.com) sarà particolarmente chiaro e farà capire, dati e fatti alla mano, che il nemico del bene comune non sta alla “destra del Padre”.

Implicito è anche il ripudio della violenza, cui andrebbe aggiunto quello della guerra, anche quando si tratta di inviare armi all’estero, perché il Codice di Procedura Penale, di origine fascista (ironia della sorte!) prevede tutte le normative, sia per prevenirla che per reprimerla.

Allargando gli orizzonti all’Europa, la musica, purtroppo, non cambia. Le sinistre devono distrarre l’opinione pubblica dal transumanesimo che stanno preparando e quindi si focalizzano su argomenti assolutamente di retroguardia e dall’interesse di pochi.

Il Consiglio dell’Unione Europea è l’organo in cui sono rappresentati i governi dei 27 paesi membri e detiene il potere legislativo insieme al parlamento. La dichiarazione era stata proposta dalla presidenza di turno belga in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia: è un documento dal valore perlopiù simbolico e senza particolari effetti concreti, che ribadisce concetti già affermati in diversi trattati europei. Decidere di non aderire è insomma una presa di posizione politica, più che il tentativo di evitare imposizioni di qualche tipo. Non hanno firmato il documento: Italia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia, Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, 9 paesi su 27.

La segretaria del PD, Elly Schlein, ha criticato molto la decisione del governo, dicendo che «non è accettabile». Ivan Scalfarotto, di Italia Viva, responsabile Esteri del partito, ha sostenuto che questa decisione «mina la credibilità internazionale» del Paese – informa il Post – mentre è questa sinistra, dai metodi e dalla mentalità stalinisti che ci fa vergognare all’estero perché ci costringe a dover ribadire ogni giorno che “le foglie sono verdi d’estate”, come scrisse G.K. Chesterton.

Per leggere tutti i numerosi articoli, editoriali e interviste degli ultimi 4 anni, scrivete  Matteo Castagna sul motore di ricerca di  www.informazionecattolica.it 

DSA: IL DIRITTO DI PAROLA “CONCESSO” DALLA UE

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di Andrea Caldart

La conquista della libertà di parola e di pensiero critico sono la base fondante per uno Stato democratico, ma oggi questa conquista è in grave pericolo.

️ Il 17 febbraio scorso è entrato definitamente in funzione il DSA Digital Service ACT, il quale dietro la giustificazione della guerra ai Big Digital made USA, nasconde la sua vera essenza, ovvero il controllo sul dissenso pubblico e libero, soprattutto nell’online.

️ La UE con il DSA ha l’obiettivo di silenziare quel “complottismo” che scorre nelle venature di chi non si allinea alla forma mentis transumanista voluta da quei filantropi di Davos, imponendo invece un diritto di parola “concesso”.

️ Una disinfestazione del diritto di libero pensiero per diventare i padroni della parola contro quei giornalisti e giornali che con spirito critico, diventano antisistema con l’obiettivo di cancellarli.

️Frantumare il concetto di libero arbitrio per ridurre al silenzio o meglio nel silenzio imposto con la forza di legge, chi ad esempio non si adegua alle previsioni meteo degli ecogretini o peggio ancora, chi si batte per i propri diritti, vedi ad esempio i Queer, che lottano forse, contro chi li vorrebbe “purificare”.

️Dobbiamo difendere la libertà di parola perché debba essere assoluta, consentendo a ogni individuo di esprimere qualsiasi opinione senza restrizioni, perché la UE con il DSA, ritiene invece che ci debbano essere limiti a questa libertà, specialmente quando il legittimo dubbio, ad esempio, sulle proprietà “salvifiche” del “vaccini”, possa danneggiare la reputazione di Big Pharma.

Prepariamoci ad azioni che possono assumere varie forme, tra cui leggi restrittive sulla libertà di stampa, censura online, intimidazioni contro giornalisti e oppositori politici, nonché limitazioni ai diritti di associazione e di riunione.

Articolo integrale ⤵️

https://www.quotidianoweb.it/politica/dsa-il-diritto-di-parola-concesso-dalla-ue/

Il WEF a Davos ha mascherato con l’arroganza le sue debolezze

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EDITORIALE

di Matteo Castagna per Stilum Curiae e Affaritaliani

Nel corso della settimana si è svolta la cinquantaquattresima edizione del World Economic Forum a Davos. Come da consolidata tradizione, è stato un inno al politicamente corretto e alla sua “religione” transumanista, guerrafondaia, gretina e zeppa di amene fantasie distopiche. L’approccio dovrebbe essere quello di non prendere quest’assemblea troppo sul serio, solo perché vi partecipano i grandi della Terra.

Spesso, le uscite più deliranti non si avverano, ma servono come metodo comunicativo del terrore, per assoggettare le masse. L’ANSA del 18/01/24 diceva che a Davos prevedono che “la crisi climatica potrebbe causare 14,5 milioni di morti entro il 2050”. Si tratta di una pianificazione artefatta da psicopatici, di un metodo terroristico per arricchirsi sulla balla del riscaldamento globale, o di uno studio argomentato che, però, non viene reso pubblico?

Il giornalista Massimo Balsamo, in un articolo del 16 gennaio sul blog di Nicola Porro, ci racconta qualche retroscena, a partire dalla chiusura, con una cena in sala LGBTQI+. “Secondo quanto reso noto, l’appuntamento era riservato ai leader arcobaleno e avrebbero partecipato, tra gli altri, Shamina Singh, responsabile del Centro per la crescita inclusiva di Mastercard e l’economista capo di Allianz, Ludovic Subran. Una trovata sicuramente al passo dei tempi, ma probabilmente il contributo ai temi principali del vertice non sarà significativo”.

Il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha avuto un colloquio con il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg per richiedere un po’ di tutto, oltre al armi e soldi, anche una particolare forma di difesa aerea, che sarà discussa al prossimo incontro di Washington dell’Alleanza Atlantica. La giornalista Olga Skabeeva riporta un virgolettato di Stoltenberg, che ammette: “la situazione sul campo di battaglia è estremamente difficile.

I russi stanno ora avanzando su molti fronti. E, naturalmente, le offensive su larga scala degli ucraini lo scorso anno non hanno prodotto risultati. Lo speravamo tutti. La Russia ora sta rafforzando le sue forze, acquistando droni dall’Iran, creando la propria fabbrica di droni e ricevendo missili dalla RPDC. Non dobbiamo sottovalutare la Russia. Non dovremmo mai sottovalutarla”.

In questo scenario, non appare propriamente opportuna la scelta condivisa dal ministro delle finanze belga Vincent van Peteghem, che ha dichiarato che l’Unione europea ha iniziato i lavori, a livello tecnico, per sequestrare i beni congelati della Banca di Russia. Parliamo di 300 miliardi di dollari. Quiradiolondra.tv comunica che il 6 gennaio 2024, il presidente dell’Ucraina ha invitato gli alleati ad accelerare il trasferimento dei beni a Kiev.

La discussione del disegno di legge, necessario a tal fine, è prevista per febbraio 2024. Ma potrebbe iniziare prima del secondo anniversario dell’inizio delle ostilità, sul territorio dell’Ucraina. Il trasferimento di beni potrebbe essere una misura presa come ulteriore assistenza finanziaria a Kiev. Il Cremlino, per parte sua, ha, evidentemente, promesso di rispondere allo stesso modo al sequestro dei suoi beni.

Zenit riassume l’intervento di Zelensky sul palco di Davos in questo modo: egli “vorrebbe un’escalation tra la NATO e la Russia e si rammarica del fatto che le occasioni che avrebbero potuto portare all’allargamento e all’aggravamento del conflitto non siano state sfruttate dall’Alleanza Atlantica, che invece – fortunatamente – ha finora preferito non colpire direttamente la Federazione Russa”.  Si è auto-convinto che «le possibili direzioni e persino la tempistica di una nuova aggressione russa oltre l’Ucraina diventino sempre più evidenti», nonostante, in quasi due anni di combattimenti, su larga scala, l’Armata Russa non abbia ancora neppure completato la conquista del Donbass.

Eppure il Presidente ucraino si dice convinto che Putin possa perdere la guerra, che possa essere sconfitto sul campo di battaglia e rifiuta l’idea di un nuovo congelamento diplomatico delle ostilità.

La redazione di Zenit conclude evidenziando che questa sia “un’assurdità, che, però, trova sponda nella Presidente della Commissione Europea – Ursula von der Leyen – la quale, intervenendo anche lei al Forum, sostiene che «l’Ucraina può prevalere in questa guerra», ignorando quanto le conseguenze economiche e politiche del conflitto stiano danneggiando l’Ucraina e le casse della UE.

Il Ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius – riferisce sempre la conduttrice televisiva russa, Olga Skabeeva –  ha detto che “la guerra tra la NATO e la Federazione Russa potrebbe iniziare tra 5-8 anni”, basandosi sulle recenti dichiarazioni bellicose dei russi verso i Paesi baltici, oramai considerati membri NATO di fatto. Stoltenberg si augura di riuscire a fiaccare la Russia con una “guerra di logoramento”: “ciò significa che ora non dobbiamo solo implementare nuovi sistemi, ma anche pensare di avere abbastanza munizioni e abbastanza pezzi di ricambio”.

Ma le parole del Segretario Generale NATO sono in netto contrasto con le recenti parole del Primo Ministro slovacco, Robert Fico, convinto che l’assistenza militare occidentale all’Ucraina porterà solo ad un aumento di vittime, e che il conflitto in sé, “non ha soluzione militare”, come riporta l’inviato di guerra Andrea Lucidi.

Parlando degli attuali legami tra Mosca e Pechino, Lavrov ha spiegato che “le relazioni Russia-Cina, come i nostri leader hanno ripetutamente sottolineato, stanno attraversando la migliore fase di sempre. Queste relazioni sono più durature, affidabili ed avanzate di qualsiasi alleanza militare all’interno del vecchio quadro dell’era della Guerra Fredda”, ha aggiunto. Questo “riflette il modo in cui stanno realmente le cose”, ha sottolineato il ministro degli Esteri russo, citando come esempio i dati del commercio bilaterale dello scorso anno, che hanno ampiamente superato la soglia dei 200 miliardi di dollari.

“E questa tendenza continuerà ad evolversi”, ha assicurato Lavrov, promettendo sforzi in direzione di meccanismi nella cooperazione commerciale e di investimenti con la Cina tali “da non essere soggetti ad alcuna influenza occidentale”, con l’uso del rublo e dello yuan negli accordi commerciali bilaterali, che si aggira già intorno al 90%.

Nonostante questo scenario, secondo quanto riferisce la Cina, l’ufficio stampa di Zelensky avrebbe evitato di avallare l’incontro con il premier cinese Li Qiang. Zelensky ha dichiarato: “il primo ministro cinese può essere incontrato dal nostro primo ministro. Io vorrei incontrare il leader della Cina. Per quel che ne so, Xi Jinping prende le decisioni in Cina, in Ucraina invece lo faccio io. Non mi serve un dialogo, mi servono decisioni importanti dai Leaders che possono prenderle”.

Pechino non ha commentato riguardo ad un possibile incontro con il presidente cinese. L’Agenzia IZ RU riferisce che la decisione della Cina di non incontrare gli ucraini sembra essere stata intenzionale e non il risultato di problemi di programmazione. Due alti funzionari statunitensi hanno detto a “Politico” che la delegazione cinese ha rifiutato l’offerta dell’Ucraina per un incontro.

Nel frattempo, il Parlamento europeo, con un impulso di chiara matrice democratica, ha approvato una risoluzione, raccogliendo 345 voti favorevoli, che condanna i tentativi sistematici del governo ungherese di minare i “valori fondamentali” dell’UE. I membri del Parlamento europeo (MEP) hanno esortato l’Euro consiglio a valutare se l’Ungheria abbia violato l’articolo 7, paragrafo 2, del trattato UE attraverso una procedura più diretta.

Lo scrittore conservatore russo Nikolay Starikov osserva la riunione del WEF a Davos e afferma: “Che bello. L’ideologo globalista Klaus Schwab, in una conversazione con Serghey Brin, il creatore di Google, afferma che le elezioni, in linea di principio, non sono più necessarie. C’è l’intelligenza artificiale, che già prevede correttamente chi vincerà.

Allora perché perdere tempo e spendere soldi in queste procedure inutili? Basta chiedere all’intelligenza artificiale chi vincerà e nominarlo. Brin è, comprensibilmente, d’accordo e afferma che Google dispone già di tali sviluppi.

I ragazzi non sono più timidi di fronte a nulla. È chiaro perfino allo sciocco, chi l’intelligenza artificiale consiglierà di scegliere. Per una felice coincidenza, questo sarà sempre un personaggio gradito a Schwab e Brin. Ad esempio, tra Trump e Biden, il saggio robot di Google consiglierà naturalmente Biden. Semplice matematica. Nessun imbroglio di sorta. Davvero”. Mentre in Italia si distrae il popolo trascorrendo le settimane a discutere sulla legittimità dei “saluti romani” alle cerimonie commemorative…

La reazione della Rappresentante Ufficiale del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa Maria Zakharova sull’esito del nuovo incontro svoltosi a Davos, non si è fatta attendere. “Una risoluzione pacifica che sia davvero completa, giusta e stabile è possibile solo attraverso il ritorno dell’Ucraina alle origini della sua integrità statale, ossia a una posizione di Paese neutrale, non allineato e denuclearizzato, che agisce nel totale rispetto dei diritti e delle libertà dei cittadini residenti sul suo territorio, qualunque sia la loro etnia di appartenenza. […] Ed ha concluso:

“Purtroppo, tali presupposti non rientrano né nella “Formula di pace” di Vladimir Zelensky, né nell’agenda degli incontri del “formato di Copenhagen”, come Davos e gli incontri che verranno, che sono insensati e dannosi ai fini di una risoluzione della crisi ucraina. I “principi di pace per l’Ucraina”, che i suoi organizzatori stanno tentando di elaborare sono impraticabili a priori”.

Chi sembra non accorgersi che equilibri, alleanze e rapporti di forza sono in totale cambiamento, continuando a comportarsi con l’arrogante presunzione di chi vive fuori dalla realtà, appaiono solamente gli USA e l’Occidente suo vassallo.

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2024/01/20/il-wef-a-davos-ha-mascherato-con-larroganza-le-sue-debolezze-matteo-castagna/

Fonte: https://www.affaritaliani.it/esteri/davos-2024-il-solito-inno-al-politicamente-corretto-le-debolezze-del-wef-896797.html

Putin vince con lentezza, la Nato ignorante perde

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del Prof. Alessandro Orsini

Dopo avere dissanguato l’esercito per conquistare quasi niente, Zelensky sta perdendo pure quello.
Ad agosto l’Ucraina aveva ripreso il villaggio di Robotine al prezzo di migliaia di morti nell’Oblast di Zaporizhzhia. Muovendo da Robotine, Zelensky giurava di marciare su Tokmak e Melitopol per riconquistare il Mar d’Azov. Gli ucraini avrebbero spaccato l’esercito russo in due impedendo alla Crimea di ricevere rifornimenti dalla madrepatria. Caduta la Crimea, Putin avrebbe supplicato Zelensky di non imporgli una pace troppo umiliante. E, invece, gli ucraini non si sono mai mossi da Robotine. Questo fatto, di per sé iper-tragico, basterebbe a chiudere ogni discorso sulla sconfitta della Nato, ma le cose sono andate addirittura peggio.
Mentre scrivo, i russi hanno deciso di riprendersi pure Robotine, il quasi-niente costato quasi-tutto agli ucraini. Dissi che la controffensiva sarebbe stato un fallimento colossale che avrebbe dissanguato l’esercito ucraino esponendolo alla “contro-controffensiva” russa. È quel che sta accadendo. Quando politici e media ritraevano la Russia come un esercito di cartone “perché non ha conquistato l’Ucraina in tre giorni”, spiegavo che quella lentezza era intenzionale poiché perseguiva sei obiettivi.
Il primo obiettivo della lentezza era di concedere all’esercito ucraino il tempo di crollare. I generali russi procedono lentamente perché preferiscono conquistare il maggior numero possibile di territori contro un esercito esangue e demotivato. La Russia si è data il tempo di dare il tempo all’Ucraina di crollare. La presunzione dell’Occidente non ha consentito alle lobby della Nato – che controllano radio, televisioni e dipartimenti di scienza politica – di comprendere il significato tragico della lentezza russa.
Il secondo obiettivo della lentezza era di non infastidire la società civile. Procedendo un po’ alla volta, Putin non ha dovuto avviare una mobilitazione totale che gli avrebbe sottratto consensi. La vita quotidiana in Russia scorre come sempre e Putin viaggia verso la riconferma alle prossime presidenziali.
Il terzo obiettivo della lentezza era di attendere che l’Unione europea andasse in recessione, com’è accaduto.
Il quarto obiettivo era di attendere la crisi dell’industria militare dell’Unione europea che si è verificata. L’Unione europea non riesce a dare a Zelensky la protezione aerea di cui ha bisogno, come dimostra l’ultima pioggia di missili caduta sugli ucraini. Dai carri armati agli F-16, dalle batterie anti-aeree alle munizioni per l’artiglieria, l’industria militare europea non regge il passo di quella russa.
Il quinto obiettivo della lentezza russa era di non precipitare l’Occidente nel panico lanciando un assalto fulmineo con un milione e mezzo di soldati. Una mossa così rapida avrebbe diffuso il panico in Europa aumentando il rischio della sua partecipazione diretta al conflitto con l’invio di truppe.
Il sesto obiettivo della lentezza di Putin è di dare il tempo alla Russia di attrezzarsi per la Terza guerra mondiale, come sta facendo. La lentezza della guerra in Ucraina favorisce la velocità del riarmo in Russia.
Un giorno i Draghi, i Calenda & C. capiranno la ragione della lentezza russa. Tuttavia la comprensione richiede che l’Occidente si liberi dei propri complessi di superiorità, in stile Corriere della Sera, che lo inducono a vedere gli altri popoli come inferiori, ignoranti, arretrati e dipendenti dall’economia europea. Salvo scoprire che l’Europa dipende dalla Russia più di quanto la Russia dipenda dall’Europa.

Stranezze del 7/10: “soffiata” alla Borsa e filmati di sicurezza spariti

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Segnalazione del Centro Studi Federici
“Significative vendite allo scoperto prima del 7/10 di decine di società quotate nella Borsa di Tel Aviv”. Spariti i filmati dalle telecamere di sicurezza al confine con Gaza. L’AI “fabbrica obiettivi” e calcola gli effetti collaterali (!)
“Uno studio condotto da ricercatori della New York University e della Columbia University sostiene che i trader hanno ottenuto informazioni sull’attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre, prima che avvenisse, e hanno realizzato operazioni short sulle borse degli Stati Uniti e d’Israele nella prospettiva che i prezzi delle azioni crollassero dopo l’attacco”. Così il sito Globes.. In pratica alcuni operatori americani e israeliani hanno scommesso sul fatto che il prezzo di alcuni titoli sarebbe crollato dopo il 7 ottobre, cosa avvenuta.
 
Nella Finanza si sapeva…
“I ricercatori affermano di aver identificato significative vendite allo scoperto prima dell’attacco di decine di società quotate nella Borsa di Tel Aviv. Dallo studio emerge che tra il 14 settembre e il 5 ottobre sono state realizzate acquisizioni short pari a 4,43 milioni di azioni della Banca Leumi”.
“Dopo l’attacco di Hamas, gli stessi hanno goduto di profitti pari a 3,2 miliardi di shekel. I ricercatori scrivono di non aver notato un aumento cumulativo di acquisizioni short su azioni di società israeliane scambiate sulle borse statunitensi, ma hanno identificato un forte e insolito aumento nella negoziazione di opzioni su tali azioni con date di scadenza poco dopo il 7 ottobre”. Possibile, peraltro, che lo studio abbia rivelato solo la punta dell’iceberg nell’insondabile mare magnum della grande finanza.
Nulla di nuovo sotto il sole: anche in costanza dell’attacco dell’11 settembre si erano registrate operazioni anomale in Borsa, che avevano permesso a tanti di lucrare su quanto poi sarebbe avvenuto. Quando la speculazione fu rivelata George W. Bush promise solennemente che gli Stati Uniti avrebbero aperto un’inchiesta, ma non se ne è fatto nulla. Troppi gli interessi in gioco e troppo potenti gli speculatori, che evidentemente sapevano in anticipo quanto sarebbe avvenuto. Dovrebbe meravigliare, ma neanche troppo…
Il mistero di quanto avvenuto quell’11 settembre, come quello che avvolge l’attacco del 7 ottobre, è destinato a restare tale. Per quanto riguarda quest’ultimo, restano le opposte narrazioni pubbliche: l’attacco proditorio denunciato da Israele e la grande operazione della resistenza dall’altra. Mentre, a quanto pare, ad alto livello tanti sapevano e hanno lasciato fare, anche nella Sicurezza israeliana.
La sparizione delle registrazioni video e audio
Ai questi misteri dolorosi si aggiunge la sparizione dei filmati dalle telecamere di sicurezza poste da Israele al confine con Gaza.
Il sito israeliano Walla ha riferito che “una mano invisibile” ha cancellato tutto quanto era rimasto impresso nella “rete militare denominata Zee Tube”. A scoprirlo un funzionario di alto livello dello Stato Maggiore incaricato di investigare sul caso che, giunto sul luogo del delitto, è il caso di dirlo, ha trovato tutto cancellato.
“Funzionari della Divisione di Gaza – prosegue Walla – hanno affermato che c’è stata anche una ‘cancellazione’ delle registrazioni delle comunicazioni del 7 ottobre”. Le registrazioni potrebbero esser state trasferite altrove o cancellate, non si sa. Due le spiegazioni: la prima, più piana, è che si voglia nascondere la palese inefficienza della Sicurezza di quel giorno; la seconda è che si voglia celare altro e più inconfessabile (o forse un mix di ambedue).
A pensar male si fa peccato, ma a volte si indovina. Ha colpito non poco la reazione durissima della Difesa israeliana alla rivelazione di Haaretz sull’elicottero militare che, nell’intento di colpire i miliziani di Hamas, avrebbe sparato contro i civili convenuti al rave.
Rivelazione che aveva rilanciato le domande poste da Max Blumenthal sulla reazione dell’esercito israeliano all’attacco, che sarebbe stata confusa e non selettiva sui bersagli, tanto da aumentare le vittime civili (la rivelazione di Haaretz, va puntualizzato, è stata poi negata dalle autorità).
La variabile Netanyahu
Al di là del particolare, resta la nuova fiammata della guerra di Gaza dopo la fine della tregua. I negoziati in Qatar, proseguiti nonostante la ripresa del conflitto, sono ormai collassati. Hamas e Tel Aviv si rimpallano e responsabilità.
Secondo Alastair Croocke gli Stati Uniti puntavano a una tregua prolungata che fosse prodromica a un cessate il fuoco permanente, perché con il passar del tempo sarebbe stato può arduo riaprire le ostilità.
Ma le autorità israeliane volevano a tutti i costi la guerra, forti anche di un consenso del 90% dei loro cittadini sulla necessità di eliminare Hamas. Dissensi anche sulla durata della guerra, con Blinken che avrebbe dato a Netanyahu alcune settimane per chiuderla, mentre il premier israeliano ribadiva la sua volontà di proseguire per mesi.
Sempre Crooke spiega che Netanyahu sta tentando – anzi sarebbe riuscito – di rimodellare la narrazione della guerra: non più una risposta all’attacco, ma una lotta esistenziale che porti a compimento la lotta di liberazione di Israele, una “Seconda guerra d’indipendenza”, che riprendeva quella del ’48.
Narrazione che, peraltro, unisce le aspirazioni alla Grande Israele del messianismo ebraico con il nazionalismo di certo sionismo laico. Prospettiva massimalista, dunque, che ben si attaglia a una guerra prolungata che dovrebbe permettere la sopravvivenza politica di Netanyahu (che però oggi è stato richiamato alla sbarra: il processo per corruzione potrebbe ripartire…).
 
Eliminare Hamas?
Ad allungare i tempi l’intento dichiarato di eliminare completamente Hamas, che, come scriveva Thomas Friedman sul New York Times del 1 dicembre, è “un obiettivo irraggiungibile”.
Non solo Netanyahu fa orecchie da mercante sull’obiettivo, ma anche sulle modalità dell’operazione. Se la Casa Bianca chiede moderazione (per evitare rotture con i Paesi arabi), la campagna nel Sud da Gaza procede con la stessa modalità alzo zero che ha contraddistinto quella a Nord.
Lo ha dichiarato apertamente il Capo di Stato Maggiore israeliano, secondo il quale la nuova campagna “non sarà meno potente” della precedente (Timesofisrael). Lo dicono anche i numeri: oltre 700 le vittime registrate alla sera di domenica, solo 24 ore dopo la ripresa dei combattimenti (al Jazeera).
La fabbrica di obiettivi
Il numero sproporzionato di vittime civili che sarebbe dovuto anche all’uso (spregiudicato) dell’intelligenza artificiale. A supportare le operazioni, un sistema AI chiamato Habsora, Vangelo (sic), che ha permesso all’Israel defence force di accelerare “significativamente le operazioni”, producendo una lista di obiettivi da colpire. Una vera e propria “fabbrica” di obiettivi (Guardian).
A rivelare il retroscena l’inchiesta di due media (+972, Magazine israelo-palestinese, e Local Call, testata in lingua ebraica) basata su informazioni provenienti dall’intelligence e dall’aeronautica israeliana, fonti palestinesi e fonti aperte.
In estrema sintesi, al sistema sono stati forniti tutti i dati raccolti dall’intelligence israeliana su Gaza, della quale essa sa tutto, compresi i componenti dei nuclei familiari di ogni singolo appartamento; e, insieme, tutte le informazioni raccolte nel tempo su Hamas: i singoli militanti, le loro case, i loro parenti, i luoghi nei quali si tengono o si sono tenute riunioni etc.
L’intelligenza artificiale fornisce quindi l’analisi dei cosiddetti danni collaterali, leggi morti civili, che verrebbero provocati da un attacco a un obiettivo, vero o presunto che sia (la casa di un militante, ad esempio è un possibile obiettivo). “Tale numero [dei danni collaterali ndr] viene calcolato ed è noto in anticipo ai servizi segreti dell’esercito, che sanno anche, poco prima dell’attacco, quanti civili verranno sicuramente uccisi”, si legge su +972.
Così riporta il sito: “Niente accade per caso”, ha detto un’altra fonte. “Quando una bambina di 3 anni viene uccisa in una casa a Gaza, è perché qualcuno nell’esercito ha deciso che non era un grosso problema ucciderla – che cioè era un prezzo che valeva la pena pagare per colpire [un altro] bersaglio. Non siamo Hamas. Questi non sono razzi casuali. Tutto è intenzionale. Sappiamo esattamente quanti ‘danni collaterali’ ci sono in ogni casa”. Ci fermiamo qui, perché crediamo che basti.
Gli aiuti dell’Occidente
Il dramma è che l’Occidente, benché a parole protesti contro l’approccio bellico di Israele – ultimo Macron, il quale ha affermato che l’obiettivo di eliminare Hamas farà durare la guerra un decennio – non fa molto per opporsi. Anzi l’America, dal 7 ottobre, ha fornito a Tel Aviv “15.000 bombe, di cui oltre 5.000 con testate da 2.000 libbre”, quelle che buttano giù interi palazzi (Wall Street Journal).
Non solo. Il sito Declassified Uk, in base a documenti top secret, ha rivelato che “le risorse per lo spionaggio della Cipro britannica sono integrate con la ‘pianificazione e le operazioni militari’ – e l’intelligence probabilmente viene passata a Israele come ausilio al bombardamento di Gaza”. Peraltro, droni britannici e statunitensi sorvolano quotidianamente Gaza, non certo per riprese panoramiche.
Questa guerra, se guerra si può chiamare la mattanza in corso, sta trascinando l’Occidente in un abisso sempre più oscuro.
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