Diciannove minuti di nulla: il discorso di Trump sull’Iran e il conto che pagherà l’Europa

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EDITORIALE

di Claudio Verzola

Alle tre di notte italiane del 2 aprile, mentre l’Europa dormiva e i mercati asiatici già tremavano, Donald Trump si è presentato dalla Cross Hall della Casa Bianca per il suo primo discorso alla nazione dall’inizio dell’Operazione Epic Fury. Diciannove minuti. Il tempo di un episodio di una sitcom americana, con la differenza che qui non c’era nulla da ridere e, soprattutto, nulla di nuovo da ascoltare. Un esercizio retorico costruito sul vuoto, impastato di minacce, contraddizioni e un’ignoranza culturale che meriterebbe un capitolo a sé nei manuali di comunicazione strategica.

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La frase più rivelatrice dell’intero discorso non è quella sugli obiettivi militari “quasi raggiunti”, né quella sulla NATO ridotta a “tigre di carta”. È quella pronunciata con il tono sicuro di chi non dubita mai di sé stesso: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Una dichiarazione che, nella sua brutale rozzezza, rivela molto più di quanto Trump intendesse comunicare. A partire dal fatto che non è nemmeno sua.

Bomb them back to the Stone Age” è uno dei cliché più logori del lessico bellico americano. La paternità viene generalmente attribuita al generale Curtis LeMay, l’uomo che nel 1945 incenerì due terzi delle città giapponesi con i bombardamenti incendiari e che durante la crisi di Cuba voleva fare lo stesso con L’Avana. Nel suo memoir del 1965, LeMay scrisse che il Vietnam del Nord andava bombardato fino a “distruggere ogni opera dell’uomo”. Ma a quanto ricostruito dallo storico Nick Cullather, la formulazione esatta nacque in realtà dalla penna del satirista Art Buchwald, che nel giugno 1967 la usò per parodiare l’ala più bellicista del Partito Repubblicano e la sua ossessione per il Vietnam. LeMay la riprese nel suo libro del 1968, e quando la citazione gli si appiccicò addosso come un marchio, tentò di correggere il tiro: “Non ho mai detto che dovremmo bombardarli fino all’età della pietra. Ho detto che avevamo la capacità di farlo.” Una distinzione sottile che non convinse nessuno.

La frase tornò a far notizia nel settembre 2006, quando il presidente pakistano Pervez Musharraf rivelò in un’intervista a “60 Minutes” della CBS, e poi nel suo memoir “In the Line of Fire”, che nei giorni immediatamente successivi all’11 settembre 2001 il vicesegretario di Stato Richard Armitage aveva convocato il capo dell’intelligence pakistana, il tenente generale Mahmood Ahmed, e gli aveva comunicato un ultimatum: o il Pakistan tagliava ogni legame con i Taliban e forniva pieno supporto logistico alla guerra in Afghanistan, oppure doveva “prepararsi a tornare all’età della pietra”. Armitage negò di aver mai pronunciato quelle parole, ma ammise di aver consegnato un messaggio “forte e fattuale”. Bush, messo alle strette dai giornalisti durante una conferenza stampa congiunta con Musharraf alla Casa Bianca, disse di essere rimasto “colpito dalla durezza di quelle parole”, aggiungendo di non essere stato informato della conversazione. Lo storico Cullather, in un saggio illuminante sull’etimologia della frase, osservò che Armitage potrebbe anche non aver mai parlato di età della pietra, ma quando telefonò a Islamabad per chiedere da che parte stava il Pakistan, Musharraf sentì l’affermazione di “un’antica prerogativa”: quella di un’America che si arrogava il diritto di decidere chi vivesse nel futuro e chi nel passato.

Ventiquattro anni dopo, la stessa frase riemerge dalla bocca di Trump sull’Iran. Dal Vietnam al Pakistan all’Iran, il cliché attraversa mezzo secolo di interventismo americano come un tic linguistico che tradisce una costante strutturale: la concezione della potenza aerea come macchina del tempo, capace di riavvolgere l’orologio della civiltà di interi popoli. Ma se la frase è sempre la stessa, il contesto questa volta aggiunge un livello di ironia storica che nessuno dei suoi precedenti utilizzatori avrebbe potuto immaginare.

L’Iran non è un Paese qualsiasi. L’altopiano iranico ospita insediamenti umani documentati dal Paleolitico inferiore, con siti come Kashafrud e Ganj Par che testimoniano presenze di centinaia di migliaia di anni. Susa, una delle città più antiche del pianeta, fu fondata attorno al 4395 a.C., quando i territori dell’attuale Virginia erano ricoperti di foreste primordiali senza il minimo segno di civiltà organizzata. Il filosofo Hegel definì i Persiani il “primo popolo storico”, quelli che per primi concepirono l’idea stessa di governo ordinato, di amministrazione imperiale, di diritto codificato che rispettasse le diversità culturali dei popoli sottomessi.

L’Impero achemenide di Ciro il Grande, nel V secolo avanti Cristo, collegava il 40% della popolazione mondiale allora conosciuta, dall’Egitto all’India, dalla Grecia ai confini dell’Asia centrale. Quando i Romani ancora combattevano guerre di villaggio nel Lazio, Persepoli era già un capolavoro architettonico che sintetizzava le tradizioni artistiche di venti nazioni. L’Iran ha dato al mondo l’algebra e l’algoritmo (la parola stessa viene dal matematico persiano al-Khwārizmī), ha contribuito in modo determinante all’Età d’Oro islamica con filosofi come Avicenna e poeti come Rumi e Hafez, ha influenzato profondamente l’arte, la medicina e la scienza da Costantinopoli a Delhi. La civiltà sasanide, l’ultima grande espressione dell’Iran preislamico, influenzò Roma al punto che gran parte di ciò che oggi chiamiamo “civiltà islamica” — dall’architettura alla scrittura, dalla filosofia alla medicina — fu in realtà costruito sulle fondamenta persiane.

Minacciare di riportare all’età della pietra una civiltà che ha letteralmente attraversato l’età della pietra per arrivare a fondare uno dei primi imperi della storia umana non è solo violenza verbale, è un certificato di analfabetismo storico rilasciato davanti al mondo intero. È come se qualcuno minacciasse di radere al suolo Roma senza sapere che il Colosseo esiste. Ma c’è qualcosa di più profondo e più inquietante di quanto non fosse nelle versioni precedenti di questa minaccia. LeMay parlava di capacità distruttiva, Armitage (se davvero lo disse) comunicava un ultimatum diplomatico a un Paese che doveva scegliere da che parte stare. Trump aggiunge tre parole che cambiano tutto: “dove meritano di stare”. Non è più una minaccia strumentale, è un giudizio morale. È la dichiarazione che un popolo intero appartiene alla barbarie per natura, e che bombardarlo fino alla regressione civilizzazionale non è un eccesso ma una correzione, un rimettere le cose al loro posto. È il linguaggio della deumanizzazione nella sua forma più compiuta, lo stesso che precede i crimini più gravi nella storia dei conflitti armati. Un presidente degli Stati Uniti che parla così dalla Casa Bianca non sta facendo retorica: sta normalizzando la distruzione di una nazione come atto moralmente legittimo, riciclando un cliché da satira degli anni Sessanta come se fosse dottrina strategica.

Il discorso dei paradossi: cosa ha detto e cosa ha contraddetto

I diciannove minuti di Trump sono stati un esercizio di equilibrismo tra affermazioni incompatibili tra loro, servite con la disinvoltura di chi sa che il proprio elettorato non andrà a controllare le fonti.

Prima contraddizione: il regime change. Il 28 febbraio scorso, nel discorso che annunciava l’inizio delle operazioni, Trump aveva esortato il popolo iraniano a rovesciare il proprio governo, definendola “probabilmente la vostra unica occasione per generazioni”. Cinque settimane dopo, dalla stessa Casa Bianca, ha dichiarato con identica sicurezza: “Il cambio di regime non è mai stato il nostro obiettivo. Non l’abbiamo mai detto.” E nella stessa frase: “Ma il cambio di regime c’è stato, perché tutti i loro leader originali sono morti.” Una dichiarazione che sfida la logica e la sintassi simultaneamente.

Seconda contraddizione: il nucleare. Per settimane la giustificazione principale della guerra è stata la minaccia nucleare iraniana. Sempre il 1° aprile, in un’intervista a Reuters, Trump ha liquidato la questione dell’uranio arricchito con un gesto della mano: “È così in profondità sottoterra, non me ne importa.” Questo mentre l’intelligence americana aveva già valutato l’anno scorso che l’Iran non disponeva di un programma nucleare militare attivo ed era a diversi mesi dalla possibilità di costruire un’arma, qualora avesse deciso di farlo. La casus belli si è dissolta nelle stesse parole di chi l’aveva invocata.

Terza contraddizione, la più grave: l’exit strategy che non esiste. Trump ha promesso che la guerra finirà “molto presto”, “in due o tre settimane”, ripetendo una scadenza mobile che dal 28 febbraio viene spostata con la stessa regolarità con cui si posticipa una riunione di condominio. Nella stessa frase ha annunciato che gli Stati Uniti colpiranno “estremamente duramente” nel prossimo periodo, minacciando di distruggere tutte le centrali elettriche iraniane “probabilmente simultaneamente” e poi di passare ai siti petroliferi. Non ha menzionato il fatto che il Pentagono sta ammassando Marines e forze anfibie per un possibile impiego terrestre. Non ha delineato alcun meccanismo negoziale concreto. Non ha spiegato come si chiude una guerra quando si promette contemporaneamente di andarsene e di intensificare i bombardamenti.

La NATO come capro espiatorio: anatomia di una demolizione

Il discorso alla nazione non ha affrontato direttamente la NATO, ma Trump ha compensato nelle ore precedenti con un’intervista al Telegraph in cui ha definito l’Alleanza Atlantica “una tigre di carta” e ha dichiarato di considerare “seriamente” il ritiro degli Stati Uniti. La logica, nella sua brutalità, è lineare: gli alleati non hanno partecipato alla guerra in Iran, dunque la NATO è inutile.

Questa narrazione omette deliberatamente un fatto fondamentale: nessun alleato è stato consultato prima dell’attacco del 28 febbraio. L’Articolo 5 prevede la difesa collettiva in caso di aggressione, non l’obbligo di partecipare a guerre d’aggressione unilaterali. L’Italia ha rifiutato l’uso della base di Sigonella, la Spagna ha negato l’uso delle proprie basi e chiuso lo spazio aereo ai voli coinvolti nel conflitto, la Francia ha mantenuto una posizione di distanza critica. Non si tratta di defezione, ma di coerenza con il diritto internazionale e con lo statuto stesso dell’Alleanza.

Ma Trump non sta criticando la NATO per riformarla. La sta demolendo per costruire un ordine internazionale in cui gli Stati Uniti non hanno alleati, ma clienti. “Se volete il vostro petrolio, andate a prendervelo a Hormuz e arrangiatevi”, ha detto rivolto agli europei. “E se non potete procurarvi abbastanza carburante, compratelo da noi.” È la trasformazione della partnership atlantica in un rapporto commerciale coercitivo: vi togliamo la sicurezza energetica con una guerra che non avete scelto, e poi vi vendiamo il gas a prezzo maggiorato come soluzione. Il segretario di Stato Rubio ha rincarato la dose dichiarando che dopo la guerra Washington dovrà “riesaminare” il rapporto con la NATO, usando il linguaggio freddo della ristrutturazione aziendale per descrivere lo smantellamento dell’architettura di sicurezza europea.

Nel frattempo, il primo ministro britannico Starmer ha convocato un vertice di oltre trenta Paesi per affrontare la crisi dello Stretto di Hormuz, cercando di costruire dal basso quella risposta multilaterale che Washington ha deciso di non fornire. Un segnale importante, che però arriva con cinque settimane di ritardo e senza la capacità militare navale necessaria per tradurre le intenzioni in fatti.

L’economia globale come danno collaterale accettato

I mercati non hanno creduto a una sola parola del discorso. Il Brent è risalito oltre i 104 dollari al barile nei minuti successivi all’intervento, il WTI ha superato i 102 dollari, il Nikkei ha perso il 2,1%, il Kospi sudcoreano il 3,9%, l’Hang Seng di Hong Kong ha aperto in calo. La reazione dei mercati è stata il vero fact-checking del discorso: gli investitori hanno letto tra le righe una continuazione del conflitto, non una conclusione.

I numeri alla quinta settimana di guerra raccontano una storia che Trump ha deliberatamente ignorato. Il gas sul mercato europeo TTF è rincarato del 74% dall’inizio del conflitto, i future sul petrolio Brent del 48%, i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti hanno superato i 4 dollari al gallone per la prima volta dal 2022. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% dell’approvvigionamento petrolifero mondiale, è di fatto chiuso. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che resterà chiuso “ai nemici”, e ventimila marittimi sono bloccati nella zona di guerra a bordo delle loro navi, una crisi umanitaria di cui nessuno parla.

L’OCSE ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a +2,9%, cancellando la revisione al rialzo che a dicembre sembrava probabile. L’inflazione nei Paesi del G20 è attesa al 4%, con 1,2 punti percentuali in più rispetto alle stime pre-conflitto. La BCE, che fino a febbraio stava allentando la politica monetaria, potrebbe essere costretta a rialzare i tassi, annullando tutto il percorso di riduzione realizzato tra il 2024 e il 2025. Lo spettro che si aggira per l’economia mondiale ha un nome preciso: stagflazione, quel mix tossico di inflazione elevata e crescita stagnante che mette all’angolo governi e banche centrali perché ogni intervento in una direzione peggiora l’altra.

Trump nel discorso ha liquidato l’impatto economico con una formula che meriterebbe di essere incorniciata: “Questo aumento a breve termine è interamente il risultato del regime iraniano che lancia attacchi terroristici contro le petroliere”. Come se lo Stretto di Hormuz si fosse chiuso da solo, come se l’Iran avesse deciso spontaneamente di bloccare il passaggio di un quinto del petrolio mondiale senza che nessuno lo avesse prima attaccato con undicimila sortite aeree e sedicimila bombe.

L’Italia nel mirino della tempesta perfetta

Per l’Italia, i diciannove minuti di vuoto dalla Cross Hall si traducono in numeri molto concreti. Il rapporto di primavera del Centro Studi Confindustria delinea tre scenari per il PIL italiano, tutti condizionati dalla durata della guerra: +0,5% con un cessate il fuoco rapido, stagnazione se il conflitto dura fino a giugno, recessione piena a -0,7% se la guerra si protrae per tutto l’anno. L’OCSE ha tagliato le stime italiane a un anemico +0,4%, il dato peggiore dell’Eurozona. L’ISTAT ha registrato il crollo della fiducia dei consumatori a 92,6, il minimo da ottobre 2023.

L’Italia è il Paese europeo più esposto a questa crisi per ragioni strutturali che non si possono risolvere con un decreto sulle accise. Il 45% del gas naturale liquefatto importato proviene dal Qatar, via Stretto di Hormuz. ENI aveva firmato con Doha contratti a lungo termine per fino a 1,5 miliardi di metri cubi annui per 27 anni, a partire proprio dal 2026. Quando nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo le motovedette dei Pasdaran hanno dichiarato la chiusura dello Stretto, quelle forniture si sono fermate. Non per un atto di guerra contro l’Italia, ma perché l’Italia aveva costruito la propria sicurezza energetica su una rotta che un qualsiasi conflitto nel Golfo poteva interrompere in qualsiasi momento. Le riserve di gas europee sono scese sotto il 30% della capacità, ben al di sotto della media quinquennale.

Le famiglie italiane stanno già pagando il prezzo di questa guerra non voluta e non scelta. Le stime aggiornate indicano un aumento medio di 477 euro per il gas e 153 euro per l’energia elettrica, portando il totale annuo della spesa energetica a 2.952 euro per famiglia, un incremento del 21,5% rispetto ai 2.427 euro previsti prima del conflitto. Conflavoro ha calcolato che in caso di blocco prolungato di Hormuz l’Italia rischierebbe fino a 33 miliardi di euro di impatto complessivo in sei mesi, pari a circa l’1,5% del PIL. Il Decreto Bollette da 5 miliardi, varato prima del conflitto, è già insufficiente: non era sbagliato nella sua logica, era semplicemente calibrato su un mondo che è cambiato il 28 febbraio.

Il governo Meloni si trova nella morsa più stretta: il Consiglio dei Ministri del 3 aprile dovrà decidere se rinnovare il taglio delle accise in scadenza il 7 aprile e quali misure aggiuntive adottare, mentre il prossimo Documento di finanza pubblica dovrà inevitabilmente tagliare le previsioni di crescita. Tutto questo mentre il ministro dell’Economia Giorgetti cerca di quadrare conti che non tornano più, in un Paese con un debito pubblico che rende ogni punto base di aumento dei tassi un macigno in più sul bilancio dello Stato.

I danni del sovranismo: quando l’America First diventa Everyone Last

C’è un filo rosso che collega la minaccia di riportare l’Iran all’età della pietra, la demolizione della NATO, l’indifferenza verso l’impatto economico sugli alleati e il rifiuto di delineare un’exit strategy. Quel filo si chiama sovranismo, nella sua declinazione più pura e più distruttiva: l’idea che una nazione possa agire nel sistema internazionale come un’entità completamente autonoma, senza vincoli di alleanza, senza obblighi di consultazione, senza responsabilità verso le conseguenze delle proprie azioni su tutti gli altri.

Trump incarna questo principio con una coerenza che sarebbe quasi ammirevole se non fosse catastrofica. “L’America non ha bisogno dello Stretto di Hormuz”, ha detto nel discorso. È tecnicamente vero: gli Stati Uniti sono in larga parte autosufficienti dal punto di vista energetico. Ma è strategicamente suicida, perché l’economia americana dipende da un’economia globale che quello Stretto lo attraversa eccome. Quando il Kospi crolla del 3,9% e il Nikkei del 2,1%, quando il Brent supera i 104 dollari e le catene di approvvigionamento globali si spezzano, l’onda arriva anche a Wall Street. Il sovranismo energetico è un mito in un’economia interconnessa.

Ma il danno più profondo è quello inflitto all’architettura di sicurezza che ha garantito la stabilità dell’Occidente per settantacinque anni. La NATO non è perfetta, non lo è mai stata. Ma l’alternativa al multilateralismo imperfetto non è il sovranismo efficiente: è il caos. È un mondo in cui ogni Paese deve arrangiarsi da solo, in cui le alleanze valgono quanto l’ultimo tweet del presidente di turno, in cui la sicurezza energetica di trecento milioni di europei dipende dalla buona volontà di chi ha appena dimostrato di non averne alcuna.

L’Europa, e l’Italia in particolare, si trovano oggi a pagare il prezzo di una doppia dipendenza: energetica dal Golfo e strategica da Washington. La guerra in Iran ha reso evidente, con la brutalità dei fatti, che nessuna delle due è più sostenibile. La domanda non è se l’Europa debba costruire una propria autonomia strategica, ma se sia ancora in tempo per farlo prima che il prossimo “discorso alla nazione” di diciannove minuti le costi ancora di più.

Un discorso per nessuno

Il primo ministro australiano Albanese, che non ha ascoltato il discorso perché stava preparando il proprio, ha sintetizzato il giudizio meglio di qualsiasi analista: gli obiettivi dichiarati sono stati raggiunti, non è chiaro cosa si debba ancora ottenere, né quale sia il punto di arrivo. È la fotografia esatta di una guerra che ha perso la propria narrazione strategica e sopravvive ormai solo sulla forza d’inerzia della violenza.

I sondaggi americani dicono che la maggioranza dei cittadini disapprova la guerra e il 62% si oppone all’invio di truppe di terra. L’approvazione di Trump ha toccato i minimi del secondo mandato. Ma nei diciannove minuti dalla Cross Hall non c’è stato un solo momento di dubbio, di riflessione, di riconoscimento che ottantasei milioni di iraniani sono esseri umani con seimila anni di civiltà alle spalle, non obiettivi da riportare all’età della pietra.

E forse è questo il dato più inquietante di tutti. Non le contraddizioni, non le bugie, non le minacce. Ma il vuoto. Il vuoto di chi governa la più grande potenza militare del pianeta e in diciannove minuti non riesce a dire una sola cosa che non sia stata già smentita dai fatti, contraddetta dalle sue stesse parole precedenti, o destinata a essere rimangiata la settimana prossima. Diciannove minuti di nulla, che però costano al mondo intero.

Fonte: https://www.difesaonline.it/2026/04/02/diciannove-minuti-di-nulla-il-discorso-di-trump-sulliran-tra-violenza-verbale-ignoranza-storica-e-il-conto-che-paghera-leuropa/

“L’Architettura della Riscossa” – libro di riferimento del Circolo Christus Rex con “All’estrema destra del Padre”

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di Redazione

Alberto è un amico cattolico fedele alla Tradizione, sedeprivazionista da tanti anni, di Ferrara. Poiché si interessa anche di storia e di metapolitica collaboriamo in più ambiti. Questa recensione ad un testo importante ci sembra fondamentale per comprendere le nostre ragioni, perciò volentieri la pubblichiamo. Nel 2026 possiamo dire che i testi contemporanei di riferimento del Circolo Christus Rex sono: “All’estrema destra del Padre” di Matteo Castagna e “L’Architettura della Riscossa” di vari autori, tra cui Alberto Ferretti

di Alberto Ferretti

L’Architettura della Riscossa: un manuale operativo contro la dissoluzione simbolica Metapolitica oltre la filosofia: verso la ricostruzione dell’Europa dei popoli sulla roccia delle radici culturali.

Il dibattito culturale europeo non è più soltanto una questione di opinioni contrapposte, ma il terreno di una progressiva ristrutturazione simbolica. Fenomeni come la cosiddetta “cancel culture” e l’emergere di paradigmi antropologici sempre più sganciati da ogni riferimento ontologico segnalano il tentativo di ridefinire le categorie attraverso cui la nostra civiltà interpreta sé stessa.

È in questo contesto che si inserisce The Architecture of the Resurgence (L’Architettura della Riscossa), opera collettiva del Megasodalitium Group. Il volume non si limita a proporre una riflessione teorica, ma si presenta come un manuale di orientamento culturale, volto a fornire strumenti concettuali a quanti intendono confrontarsi con le trasformazioni in atto in un mondo sempre più segnato dall’astrazione normativa e dalla proliferazione dei cosiddetti “non-luoghi”.

La “cassetta degli attrezzi” contro la guerra delle parole. Elemento centrale e innovativo del libro è il metodo analitico messo a disposizione del
lettore: una vera e propria “cassetta degli attrezzi” per riconoscere e decostruire le dinamiche linguistiche del politicamente corretto. Si tratta di un’analisi dei meccanismi semantici che tendono a restringere il campo del dicibile, ridefinendo progressivamente il significato di concetti fondamentali per la convivenza sociale.

Il volume propone così un percorso di riappropriazione del linguaggio, restituendo al lettore la capacità di nominare la realtà senza ricorrere a categorie puramente funzionali o procedurali, scardinando i filtri ideologici che servono al sistema per censurare il libero pensiero critico.

Dalla teoria alla prassi: come posizionarsi nel caos moderno. L’opera indica una postura esistenziale precisa per il presente. Posizionarsi oggi significa, innanzitutto, esercitare una secessione mentale dai circuiti del consenso prefabbricato.

La “cassetta degli attrezzi” insegna a:
 Identificare le “parole-trappola” : smascherare i termini che il sistema usa per neutralizzare il dissenso (come l’uso ideologico di “inclusività” “tolleranza”).
 Abitare i luoghi, non i flussi: preferire la dimensione della comunità fisica e del territorio rispetto alla dispersione digitale e ai “non-luoghi” della globalizzazione.
 Costruire “Cittadelle del Senso”: edificare realtà (familiari, professionali, associative) che funzionino secondo le leggi del Vero, del Bello e del Giusto, dove la cancel culture non ha giurisdizione.

Riaffermare il Vero, il Bello e il Giusto
La crisi contemporanea — che vede il Vero subordinato al consenso, il Bello alla funzionalità e il Giusto alla procedura — richiede una risposta che si configuri come riallineamento alla realtà antropologica. Il volume articola questa tensione attraverso una contrapposizione simbolica ricorrente tra la “palude ideologica” — intesa come spazio dell’astrazione normativa — e la “roccia” delle radici culturali, quale fondamento di forme di appartenenza incarnate.

In tale prospettiva, il concetto di “Ontocrazia” viene proposto come ipotesi di riallineamento tra ordine dell’esperienza e sistemi di rappresentazione.
La vera Europa tra pluralismo organico e astrazione amministrativa. Il volume invita a distinguere tra differenti modelli storici di integrazione europea. Da un lato, forme di unità politica fondate su un pluralismo organico di popoli e comunità — il cui culmine storico può essere individuato nell’esperienza del Sacro Romano Impero — dall’altro, assetti contemporanei di governance caratterizzati da una crescente astrazione tecnocratica.

Il testo richiama inoltre la memoria delle grandi insorgenze popolari, dalla Vandea ai moti italiani, interpretandole come tentativi di difesa di un ordine incarnato di fronte a processi di omogeneizzazione. La “riscossa” evocata nel titolo non coincide con una reazione nostalgica, ma con la necessità di ricostruire un orizzonte entro il quale la Tradizione possa tornare a costituire il fondamento operativo di una libertà reale.

L’edizione italiana del volume è disponibile qui:
https://www.amazon.it/LARCHITETTURA-DELLA-RISCOSSA-Metapolitica-
Ontocratica/dp/B0GN2TVD6V

SCHEDA LIBRO
Editore: Independently published
Data di pubblicazione: 11 febbraio 2026
Lingua: Italiano
Pagine: 132
ISBN-13: 979-8248014811
ASIN: B0GN2TVD6V

Malaparte contro i giovani sporchi e arrabbiati

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di Marcello Veneziani

La seconda guerra mondiale era finita da poco e l’Europa era piena di macerie e di vitalità. Per tutti quello fu il tempo della Ricostruzione, dell’operosa voglia di rinascita. E invece, uno scrittore curioso e un po’ cialtrone, a volte inattendibile ma acuto nel penetrare col suo sguardo le profondità latenti di un’epoca, annuncia che nel dopoguerra sta succedendo qualcosa: sta nascendo una razza globale. Che prima chiama razza europea e la definisce “giovane, nervosa, più bella e più delicata”, poi la definisce “razza marxista” fino a denunciare la sporcizia della nuova razza marxista che non ha nulla a che vedere con la sporcizia dei poveri, per esempio nei bassi di Napoli. È generata dalla “decadenza del capitalismo, dalla corruzione della democrazia, dal sabotaggio sociale comunista, dalla contaminazione dei costumi”. Anche le ragazze sono “scarmigliate, mal lavate, mal vestite, imbronciate”. È una nuova razza che sorge in Europa, invade le nazioni, sommerge ogni cosa, fatta da giovani piccolo borghesi che hanno il disgusto della borghesia, spezzano ogni legame di classe e di provenienza, vivono “una nuova bohème artificiale”; una generazione di spostati e di finti proletari. E così li descrive: “la moda dei capelli lunghi, dei visi mal rasati, delle unghie sporche” e altro ancora… Curzio Malaparte nel 1947 ha visto in anteprima esclusiva a Parigi un trailer del Sessantotto. Prima che nascesse la gioventù bruciata americana. Lo annota sul suo Journal, che scrive in francese, ora ripubblicato da Adelphi col titolo “Giornale di uno straniero a Parigi”. Il loro maestro è Jean-Paul Sartre, ma ai suoi occhi appare già démodé, antiquato. Malaparte non descrive solo “la pelle” di quella razza, e di quella generazione, ma si inoltra nelle loro idee: non sanno che farsene, scrive, dell’ordine capitalista, comunista, cattolico, non vogliono servire nessuna chiesa, non credono più in niente. Sono nichilisti. Qui la diagnosi di Malaparte oltrepassa pure il Sessantotto e sembra riguardare i nostri giorni. Malaparte non è un pensatore ma annusa l’aria, coglie i movimenti tellurici, è sismografo del suo tempo, coglie gli umori nascosti dell’epoca.

Il nichilismo che aveva profetizzato Nietzsche è diventato fenomeno di massa, oltre che generazionale; e Malaparte lo coglie, lo nomina e ne dà perfino una data di nascita: “Dopo il 1945”. Lo dice da osservatore, non da nostalgico dell’epoca precedente e dei fascismi: Malaparte è stato arcifascista e antifascista, è finito in carcere durante il regime, è stato dissidente, finirà in odore di comunismo e innamorato della Cina comunista di Mao. Ma in queste note sostiene che l’unica salvezza per l’Europa sia l’individualismo, idea a suo dire occidentale e latina (ma anche dí derivazione cristiana). Insomma Malaparte è acuto come radar ma quando deve indicare una via dice tutto e il contrario di tutto, è dongiovanni e poligamo, come nella vita intima. In tema di resistenza, pur definendosi un resistente, mostra insofferenza verso la sorgente retorica della resistenza, i suoi tabù e i suoi mostri sacri e arriva a dire che la resistenza, perlomeno in Italia e nell’Europa occidentale, è stata “uno strumento di guerra forgiato dallo straniero”, con capi, armi, mezzi stranieri. E con la geniale cialtroneria che ama esibire per colpire l’uditorio e spiazzare tutti, si avventura in una spericolata ipotesi di fanta-storia: se Mussolini nel settembre del ’43 si fosse dato alla macchia, anziché farsi liberare dai tedeschi, avrebbe potuto assumere lui la guida della resistenza italiana contro i tedeschi. Immaginate cosa sarebbe successo con Mussolini a capo della resistenza! La gente lo ascolta perplesso, alcuni protestano, ma lui, Malaparte, si compiace, si diverte, ride perfino, e poi lamenta che “l’ironia è morta in Europa, nessuno sa più giudicare”.

È un piacere leggere Malaparte, i suoi racconti, la sua prosa; incuriosisce, sorprende, anche se spesso ti chiedi: ma sarà vero, dice sul serio o sta pazziando? Si susseguono incontri, giudizi, situazioni, storie e ritratti. E continui paragoni tra francesi e italiani.

A proposito di Mussolini, Malaparte racconta un gustoso episodio, che spunta misteriosamente, non facendo parte né del corpus del Journal né in generale dell’Archivio Malaparte. Lo scrittore, ancora un giovanotto, viene convocato dal Duce a Palazzo Chigi, dove si era insediato da poco tempo. Quando varcò la soglia della stanza di Mussolini, le gambe gli tremavano, ma l’ansia non gli impedì di osservare molti dettagli e di notare il cattivo gusto di una lampada, un abat jour, che illividiva la faccia del duce, il suo viso pallido, le sue profonde orbite e l’ombra del naso, grosso e carnoso. Dopo aver firmato varie carte, Mussolini gettò la penna, si buttò indietro sulla spalliera della poltrona, lo fissò con i suoi occhi tondi grandissimi, scuri e Malaparte si sentì ghiacciare il sangue nelle vene.

Mussolini si sorprese della sua giovane età, chiese che studi avesse fatto, e poi cominciò a rimproverarlo, accusandolo di essersi abbassato a dire su di lui malignità degne di una portiera pettegola. Malaparte arrossì. Poi scoprì il capo d’accusa: Malaparte al caffè Aragno a Roma aveva sparlato delle “brutte cravatte” di Mussolini. Malaparte ammise di averlo detto, ma aggiunse che era un’osservazione senza cattiveria e malignità, e gli chiese scusa. Mussolini accolse le scuse e lo ammonì per l’avvenire. Ma era terribile, scrive Malaparte, cadere in disgrazia del dittatore all’inizio della carriera (lui dice che aveva allora 20 anni, in realtà ne aveva 25). Poi, però, l’ambasciatore Paulucci de’ Calboli che era presente al colloquio, raccontò che Mussolini, quando lui uscì, si era messo a ridere; ma subito dopo, si fece portare uno specchio da Navarra, il suo capo usciere, per vedere la sua cravatta. Io la trovo bellissima, diceva lisciandosela, non trovate? L’ambasciatore non poté che dargli ragione. Malaparte si vendica nelle righe seguenti descrivendo lo strano odore di oca selvatica di Musoslini, anzi un odore di pelle di pollo bagnato; l’indole morbosamente femminile del duce, benché così maschio, la sua voce che “ha radici nelle mammelle”, le sue mani da “vecchia monaca morta”. Malaparte amava stupire con effetti speciali, la sua prosa è godibile anche quando racconta l’inverosimile.

E per restare in tema, in questo suo diario, Malaparte confessa un vizio: ama abbaiare di notte. “Chiamare i cani la notte e parlare con loro, è il mio unico piacere della vita. Ho imparato a parlare coi cani a Lipari, durante il confino, non avevo altri con cui parlare”. Saliva sulla terrazza nella casa di fronte al mare, nella Salita di Santa Teresa, vicino alla chiesetta, e abbaiava. Gli fu perfino proibito dai carabinieri di abbaiare di notte, i pescatori ne erano intimoriti, molti lo chiamavano “il pazzo”. Anche sugli scogli di Capri o sulla spiaggia di Forte dei Marmi, confessa Malaparte, continuò ad abbaiare di notte; ma non più per solitudine e disperazione; lo faceva quando si sentiva giovane, libero, felice. Per una vita Curzio Malaparte ballò coi lupi.

La Verità – 26 novembre 2025 –  https://www.marcelloveneziani.com/articoli/malaparte-contro-i-giovani-sporchi-e-arrabbiati/

Per un’Italia del “pensiero unico”

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Riceviamo e pubblichiamo questo contributo da parte di un lettore che non conosciamo e che ha esplicitato la veridicità del nome. A quanto correttamente scritto, potremmo raggiungere che, negli ultimi due decenni il Partito Radicale è diventato di massa nel centrosinistra, con l’unica sfumatura d’essere iper-sionista.

di Riccardo Sampaolo

Il Partito Radicale è indubbiamente stato il principale responsabile della modernizzazione dell’Italia e l’artefice indiscusso della grande stagione dei diritti civili, di cui la legge sul divorzio, e il fallimento del referendum del 1974, sono stati lo spartiacque per una nuova Italia, che iniziava a vantarsi di essersi messa finalmente alle spalle la visione cattolica, rurale, sacrale, comunitaria, socializzante, senza accorgersi che si sarebbe passati gradualmente ad abbracciare una continua, inesorabile e quasi infinita normazione ossessiva, che è oramai un aspetto saliente di questo Occidente, sempre meno fondato sulle sue radici classiche o cristiane, e sempre più in balia del pensiero progressista a senso unico, sotto la continua e interminabile egida di una normazione sempre più ossessiva e cavillosa.

Una società tanto più è atomizzata e tanto più ha bisogno di essere sottoposta a legislazione stringente. La legge assume quindi una dimensione che va ben oltre il perimetro all' interno del quale ci si può muovere e diventa sempre più il canale comportamentale esclusivo nei più disparati ambiti, fino a poco tempo prima non normati, riducendo continuamente i liberi margini di autonomia degli individui e desocializzando la comunità.

Il Partito Radicale ieri, e il suo diretto discendente oggi, +Europa, hanno sempre ottenuto consensi limitati, ma nonostante ciò la loro visione del mondo è di fatto oggi imperante; liberismo, atlantismo, femminismo, liberalizzazione dei costumi, americanismo, genderismo, financo immigrazionismo , sono aspetti odierni del nuovo conformismo, dai tratti pesantemente totalizzanti, e sono la quasi interezza del bagaglio culturale-ideologico di tale partito, il quale è messo in frequente, e spesso aprioristico, positivo risalto dalla maggioranza dei media, che rischiano di agire quindi, come pericoloso vettore pensierounicista.

L’impiego sapiente, oculato e insistente della finestra di Overton è stato il principale strumento che ha indotto nelle masse, sempre più atomizzate, l'accettazione di un
percorso, che a un’attenta analisi, ha liberato l'individuo dalla comunità, relegandolo a conflitti permanenti, di tipo orizzontale con le sue più prossime conoscenze, siano esse familiari o di
altra natura, riposizionando l'essenza dello Stato, da garante dei diritti sociali, a strumento per il perseguimento, progressivo e continuo di diritti individuali, la cui individuazione, non di rado
proveniva da settori circoscritti della società, in prevalenza urbana, e quindi non in grado di esprimere un sentire genuinamente popolare di ampio respiro.

Ci troviamo quindi, da tempo, trascinati verso una direzione “valoriale”, il cui motore propulsivo è rappresentato da un piccolo partito, che è stato in grado di infondere, in quasi tutti gli altri, il proprio bagaglio politico, fatto di liberismo, atlantismo, femminismo, liberalizzazione dei costumi, genderismo, che sono oramai l'asse portante dell' ideologia dominante, abbracciata da quasi tutti i partiti politici, di una certa rilevanza, in Italia.

Il quadro è ovviamente desolante, soprattutto per il fatto che il dissenso da tale visione ha sui media una visibilità infima. Un qualsiasi lettore potrebbe comunque chiedersi quale sia il problema di tale capillare
diffusione “valoriale”, e io mi sentirei di rispondergli che il mondo radicalpannelliano è tra i principali artefici di una visione che vede l'Italia come una periferia retrograda dell' Occidente da
modernizzare, attraverso il faro luminoso di un certo mondo anglosassone votato alla pericolosa concezione che esistono solo individui e leggi, e non esiste alcuna società, e tantomeno comunità; è questa la più pericolosa deriva attualmente in corso da tempo, che ha compiuto poderosi passi in avanti, nella direzione sbagliata.

LE BANDIERE IDEOLOGICHE DELLA SINISTRA AL TRAMONTO

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di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2024/05/20/le-bandiere-ideologiche-della-sinistra-al-tramonto/

OSSESSIONE FASCISMO. LE SINISTRE TERMINALI HANNO STANCATO

Abbiamo trascorso una settimana all’insegna delle bandiere ideologiche di una sinistra, ormai terminale, priva di idee, che ha abbandonato i lavoratori per abbracciare il grande Capitale e sostituito la lotta proletaria con quella per i cosiddetti “diritti civili”.

Così, a Verona, la giunta di sinistra guidata dal catto-progressista Damiano Tommasi, qualche  giorno fa ha approvato la mozione 324 del 10/05/2024 firmata da Alessia Rotta (Pd) per la professione di fede antifascista, se si desidera ottenere la concessione di spazi pubblici o pubblicitari, contributi e patrocini.

La “clausola antifascista” è l’inserimento di un comma, all’art. 11 del regolamento comunale per la disciplina del canone patrimoniale di concessione e autorizzazione di sale, suolo o altro, in cui si preveda questa dicitura:”Dichiara di riconoscersi nei principi e valori fondamentali della Costituzione italiana e dello Statuto Comunale, di ripudiare il fascismo e ogni forma di totalitarismo e di condannare l’uso di ogni forma di violenza”.

Il Centrodestra ha votato compatto contrario, per l’inutilità del provvedimento, essendo il periodo di riferimento concluso ben 80 anni fa e gli altri totalitarismi sono comunque crollati nel secolo scorso. Si badi bene che non si cita espressamente il Comunismo, che ha all’attivo almeno 90 milioni di morti nel mondo ed è ideologia “intrinsecamente perversa”, come la definì Papa Pio XI nell’Enciclica di condanna dello stesso, denominata Divini Redemptoris del 19 marzo 1937, perché «spoglia l’uomo della sua libertà […], toglie ogni dignità alla persona umana e ogni ritegno morale contro l’assalto degli stimoli ciechi», in cui si cela una «falsa» idea di redenzione.

In compenso, per poter tenere una conferenza o una manifestazione nel Comune scaligero, è necessario ottenere la patente di democraticità dalla maggioranza di sinistra. Con quali criteri? Non è dato a sapersi, perché è implicito che qualsiasi partito, gruppo, associazione esista perché la Costituzione glielo concede. Questo vale, fino a prova contraria, decisa dalla Magistratura, che ne decreti lo scioglimento, in base alla XII disposizione transitoria, che nemmeno i padri costituenti del 1946 ritennero necessario introdurre come definitiva. Non aveva senso, il duce era morto.

Ci pensa Alessia Rotta, più antifascista di Sandro Pertini, che con il Pd e le sigle della galassia sinistra e la benedizione del “chierichetto rosso” nonché sindaco Tommasi pongono una clausola anacronistica e ridicola, perchè nessuno, se non per motivi propagandistici, crede vi siano le condizioni per il ritorno del Fascismo in Italia. A meno che non si voglia utilizzare questa clausola per la censura delle destre, dal momento che in questo periodo, chiunque non la pensi come Schlein o Zan viene etichettato, immediatamente, come fascista. Questa dicotomia da don Camillo e Peppone, proposta nel 2024 col solo Peppone, farebbe sorridere anche il grande Giovannino Guareschi, che farebbe una vignetta o un articolo tagliente su Il Candido.

Di fronte alle sfide e ai drammi quotidiani, anziché dare risposte concrete ai tanti in difficoltà, questi parlano ancora di fascismo/antifascismo? Sic! E lo ha fatto anche il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi, nella saletta della Feltrinelli di Verona, assieme a un imbrattatore di muri, per presentare il suo nuovo “best seller” sul ritorno dei fasci (??!!)

Si tratta di un’ autentica ossessione, spesso a fini di lucro, che i più hanno capito, ma che crea disaffezione verso la Politica, in cui non si riconoscono, perché non hanno vissuto quei tempi, e, soprattutto, sono stufi di sentirli usare come una clava contro chiunque sia identitario, tradizionalista, conservatore o non orientato verso il progressismo globalista e mondialista, il gender e il woke. Il 5 giugno alle 21.00 in una pubblica conferenza sulla piattaforma online Skype, il dott. Pietro Cappellari, che ha scritto un libro, fresco di stampa, per quelli di Passaggio al Bosco, dal titolo “L’INVENZIONE DELL’ANTIFASCISMO, la nascita di un instrumentum regni che genera odio e produce violenza”(per info:info.traditio@gmail.com) sarà particolarmente chiaro e farà capire, dati e fatti alla mano, che il nemico del bene comune non sta alla “destra del Padre”.

Implicito è anche il ripudio della violenza, cui andrebbe aggiunto quello della guerra, anche quando si tratta di inviare armi all’estero, perché il Codice di Procedura Penale, di origine fascista (ironia della sorte!) prevede tutte le normative, sia per prevenirla che per reprimerla.

Allargando gli orizzonti all’Europa, la musica, purtroppo, non cambia. Le sinistre devono distrarre l’opinione pubblica dal transumanesimo che stanno preparando e quindi si focalizzano su argomenti assolutamente di retroguardia e dall’interesse di pochi.

Il Consiglio dell’Unione Europea è l’organo in cui sono rappresentati i governi dei 27 paesi membri e detiene il potere legislativo insieme al parlamento. La dichiarazione era stata proposta dalla presidenza di turno belga in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia: è un documento dal valore perlopiù simbolico e senza particolari effetti concreti, che ribadisce concetti già affermati in diversi trattati europei. Decidere di non aderire è insomma una presa di posizione politica, più che il tentativo di evitare imposizioni di qualche tipo. Non hanno firmato il documento: Italia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia, Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, 9 paesi su 27.

La segretaria del PD, Elly Schlein, ha criticato molto la decisione del governo, dicendo che «non è accettabile». Ivan Scalfarotto, di Italia Viva, responsabile Esteri del partito, ha sostenuto che questa decisione «mina la credibilità internazionale» del Paese – informa il Post – mentre è questa sinistra, dai metodi e dalla mentalità stalinisti che ci fa vergognare all’estero perché ci costringe a dover ribadire ogni giorno che “le foglie sono verdi d’estate”, come scrisse G.K. Chesterton.

Per leggere tutti i numerosi articoli, editoriali e interviste degli ultimi 4 anni, scrivete  Matteo Castagna sul motore di ricerca di  www.informazionecattolica.it 

L’Ucraina non entrerà mai nella NATO. Ecco perché. L’analisi

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Le sanzioni volute dagli Usa fanno morire il dollaro

di Matteo Castagna per https://www.affaritaliani.it/esteri/l-ucraina-non-entrera-mai-nella-nato-ecco-perche-l-analisi-918603.html 

Conflitto sempre più in salita per l’Occidente
Il presidente russo Vladimir Putin ha rilasciato un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua alla vigilia della sua recente visita in Cina. Putin ha affermato che la strada scelta per perseguire gli interessi e la sovranità nazionale si è rivelata strategicamente corretta. A suo avviso, in un contesto di difficoltà economiche in Occidente, Russia e Cina stanno dimostrando successo nella loro cooperazione commerciale. Il presidente russo ha detto che Russia e Cina hanno posizioni “simili o identiche” su questioni chiave dell’agenda internazionalePutin ha osservato che Mosca e Pechino “respingono i tentativi occidentali di imporre un ordine basato su bugie e ipocrisia, su alcune regole mitiche create da nessuno sa di chi”. 
I meccanismi multilaterali quali i Brics e la Sco “stanno unendo i Paesi del Sud globale in uno spirito di uguaglianza, apertura, trasparenza e inclusività, spingendo per riforme nel sistema di governance globale”, ha aggiunto.
Secondo Bloomberg la Cina vende il debito pubblico americano a un ritmo record. “La vendita di titoli statunitensi da parte della Cina potrebbe accelerare con la ripresa della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina” – ha affermato l’analista finanziario di Bloomberg Stephen Chiu. la quota d’oro nelle riserve ufficiali della Cina è aumentata al 4,9% ad aprile, a causa della svendita di asset in dollari. E’ il dato più alto dal 2015.
Gita Gopinath, vice direttrice del Fondo monetario internazionale ha confermato questo dato ed ha aggiunto che, invece in Occidente la situazione è stabile e che “gli acquisti di oro da parte di alcune banche centrali potrebbero essere stati guidati dalle preoccupazioni sul rischio di sanzioni”.
Uno dei più autorevoli economisti americani, Paul Craig Roberts ha reso nota da tempo la sua opinione: “le sconsiderate sanzioni statunitensi che portano alla dedollarizzazione sono l’unica ragione della morte del dollaro”.
Sul fronte israeliano segnaliamo che alla CNBC il primo ministro Netanyahu ha dichiarato esclude la soluzione a due Stati, perché “sarebbe una ricompensa per i terroristi”.
Il Ministro slovacco Tomas Taraba ha detto ai giornalisti – riferisce la BBC – che l’operazione di Fico, dopo l’attentato, si è conclusa bene ed è fuori pericolo di vita. Il premier slovacco aveva previsto “l’omicidio di alcuni dei principali politici del governo” in un video pubblicato sui social media il 10 Aprile 2024 e ripreso da Sputnik. Juraj Cintula, che ha sparato e tentato l’omicidio di Fico, ha ammesso la sua colpevolezza durante l’interrogatorio.
Interessante la presa di posizione del Washington Post: “non solo carenza di rifornimenti. La Russia avanza anche per meriti propri e per gli errori degli ucraini”. L’articolo prosegue nell’elencare i successi russi sul campo di battaglia, grazie a tecnologie avanzate come la guerra elettronica. “Le nuove avanzate russe, a Kharkiv e nella vicina regione di Donetsk hanno sollevato interrogativi sulla fattibilità della difesa dell’Ucraina, non solo se Kiev riuscirà a mantenere la promessa di cacciare tutti gli invasori, ma anche se la Russia presto sopraffarà le forze ucraine e conquisterà territori, come sembra”.
Sempre The Washington Post riferisce che Trump si sta preparando per una deportazione di migranti su larga scala e senza precedenti. E scrive: “La retorica anti-immigrazione è una pietra miliare della campagna elettorale di Trump e può far pendere la bilancia a suo favore nelle elezioni”.
Il New York Times dice che il Pentagono si sta precipitando a contrastare le minacce russe e cinesi in orbita, attraverso l’implementazione di una nuova generazione di sistemi terrestri e spaziali per proteggere la propria rete satellitare dagli attacchi. Il segretario dell’aeronautica americana Frank Kendall scrive che il Pentagono è preoccupato principalmente per Pechino, “perché ha schierato una serie di risorse spaziali progettate per attaccare le nostre forze”. Sempre secondo il quotidiano, sarebbe pronto l’invio di truppe NATO in Ucraina per cercare di non perdere una guerra che si sta avvicinando alla completa sconfitta.
Nel mezzo di un conflitto sempre più in salita per l’Occidente, l’ANSA ha battuto la notizia per cui venerdì un tribunale russo ha sequestrato 463 milioni di euro a UniCredit Russia, la filiale russa della seconda banca italiana UniCredit. Il tribunale di San Pietroburgo ha sequestrato e congelato conti e beni dopo una denuncia di Ruskhimalyans, un’unità Gazprom che produce gas liquido. La misura ha coinvolto anche la banca tedesca UniCredit AG.
Intanto, l’Ungheria ha posto il veto alla risoluzione del Consiglio d’Europa sull’Ucraina, poiché prevedeva il riconoscimento di un solo “piano di pace”: quello di Zelensky. L’Ungheria ha chiesto veri negoziati con la partecipazione della Russia. Il Cremlino ha sostenuto il piano di pace cinese, che comporta la fine della guerra in prima linea.
A sorpresa, il Segretario di Stato americano Antony Blinken si è recato a Kiev, dove ha mangiato una pizza ucraina contenente salsiccia – ha voluto precisare – con Kuleba. Ha suonato la chitarra, ha raccontato agli studenti i vantaggi della mobilitazione e poi è andato in un club e cantato “Nell Young”, dimenticandosi parte del testo. Tra un drink e una cantatina, ha servito all’Ucraina la notizia amara per cui “non ci sarà alcuna adesione alla NATO, bensì un accordo di sicurezza della durata di 10 anni”. 
Doccia gelata per Zelensky, che dal 21 maggio perderà anche la sua legittimità formale come Presidente. La patata bollente della gestione della guerra con la Russia pare passare dritta nelle sole mani degli ucraini. Zelensky, sconsolato, ha dichiarato a France Presse che l’avanzata delle truppe russe nella regione di Kerkov “è solo il primo passo” di una nuova offensiva.

Il WEF a Davos ha mascherato con l’arroganza le sue debolezze

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EDITORIALE

di Matteo Castagna per Stilum Curiae e Affaritaliani

Nel corso della settimana si è svolta la cinquantaquattresima edizione del World Economic Forum a Davos. Come da consolidata tradizione, è stato un inno al politicamente corretto e alla sua “religione” transumanista, guerrafondaia, gretina e zeppa di amene fantasie distopiche. L’approccio dovrebbe essere quello di non prendere quest’assemblea troppo sul serio, solo perché vi partecipano i grandi della Terra.

Spesso, le uscite più deliranti non si avverano, ma servono come metodo comunicativo del terrore, per assoggettare le masse. L’ANSA del 18/01/24 diceva che a Davos prevedono che “la crisi climatica potrebbe causare 14,5 milioni di morti entro il 2050”. Si tratta di una pianificazione artefatta da psicopatici, di un metodo terroristico per arricchirsi sulla balla del riscaldamento globale, o di uno studio argomentato che, però, non viene reso pubblico?

Il giornalista Massimo Balsamo, in un articolo del 16 gennaio sul blog di Nicola Porro, ci racconta qualche retroscena, a partire dalla chiusura, con una cena in sala LGBTQI+. “Secondo quanto reso noto, l’appuntamento era riservato ai leader arcobaleno e avrebbero partecipato, tra gli altri, Shamina Singh, responsabile del Centro per la crescita inclusiva di Mastercard e l’economista capo di Allianz, Ludovic Subran. Una trovata sicuramente al passo dei tempi, ma probabilmente il contributo ai temi principali del vertice non sarà significativo”.

Il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha avuto un colloquio con il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg per richiedere un po’ di tutto, oltre al armi e soldi, anche una particolare forma di difesa aerea, che sarà discussa al prossimo incontro di Washington dell’Alleanza Atlantica. La giornalista Olga Skabeeva riporta un virgolettato di Stoltenberg, che ammette: “la situazione sul campo di battaglia è estremamente difficile.

I russi stanno ora avanzando su molti fronti. E, naturalmente, le offensive su larga scala degli ucraini lo scorso anno non hanno prodotto risultati. Lo speravamo tutti. La Russia ora sta rafforzando le sue forze, acquistando droni dall’Iran, creando la propria fabbrica di droni e ricevendo missili dalla RPDC. Non dobbiamo sottovalutare la Russia. Non dovremmo mai sottovalutarla”.

In questo scenario, non appare propriamente opportuna la scelta condivisa dal ministro delle finanze belga Vincent van Peteghem, che ha dichiarato che l’Unione europea ha iniziato i lavori, a livello tecnico, per sequestrare i beni congelati della Banca di Russia. Parliamo di 300 miliardi di dollari. Quiradiolondra.tv comunica che il 6 gennaio 2024, il presidente dell’Ucraina ha invitato gli alleati ad accelerare il trasferimento dei beni a Kiev.

La discussione del disegno di legge, necessario a tal fine, è prevista per febbraio 2024. Ma potrebbe iniziare prima del secondo anniversario dell’inizio delle ostilità, sul territorio dell’Ucraina. Il trasferimento di beni potrebbe essere una misura presa come ulteriore assistenza finanziaria a Kiev. Il Cremlino, per parte sua, ha, evidentemente, promesso di rispondere allo stesso modo al sequestro dei suoi beni.

Zenit riassume l’intervento di Zelensky sul palco di Davos in questo modo: egli “vorrebbe un’escalation tra la NATO e la Russia e si rammarica del fatto che le occasioni che avrebbero potuto portare all’allargamento e all’aggravamento del conflitto non siano state sfruttate dall’Alleanza Atlantica, che invece – fortunatamente – ha finora preferito non colpire direttamente la Federazione Russa”.  Si è auto-convinto che «le possibili direzioni e persino la tempistica di una nuova aggressione russa oltre l’Ucraina diventino sempre più evidenti», nonostante, in quasi due anni di combattimenti, su larga scala, l’Armata Russa non abbia ancora neppure completato la conquista del Donbass.

Eppure il Presidente ucraino si dice convinto che Putin possa perdere la guerra, che possa essere sconfitto sul campo di battaglia e rifiuta l’idea di un nuovo congelamento diplomatico delle ostilità.

La redazione di Zenit conclude evidenziando che questa sia “un’assurdità, che, però, trova sponda nella Presidente della Commissione Europea – Ursula von der Leyen – la quale, intervenendo anche lei al Forum, sostiene che «l’Ucraina può prevalere in questa guerra», ignorando quanto le conseguenze economiche e politiche del conflitto stiano danneggiando l’Ucraina e le casse della UE.

Il Ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius – riferisce sempre la conduttrice televisiva russa, Olga Skabeeva –  ha detto che “la guerra tra la NATO e la Federazione Russa potrebbe iniziare tra 5-8 anni”, basandosi sulle recenti dichiarazioni bellicose dei russi verso i Paesi baltici, oramai considerati membri NATO di fatto. Stoltenberg si augura di riuscire a fiaccare la Russia con una “guerra di logoramento”: “ciò significa che ora non dobbiamo solo implementare nuovi sistemi, ma anche pensare di avere abbastanza munizioni e abbastanza pezzi di ricambio”.

Ma le parole del Segretario Generale NATO sono in netto contrasto con le recenti parole del Primo Ministro slovacco, Robert Fico, convinto che l’assistenza militare occidentale all’Ucraina porterà solo ad un aumento di vittime, e che il conflitto in sé, “non ha soluzione militare”, come riporta l’inviato di guerra Andrea Lucidi.

Parlando degli attuali legami tra Mosca e Pechino, Lavrov ha spiegato che “le relazioni Russia-Cina, come i nostri leader hanno ripetutamente sottolineato, stanno attraversando la migliore fase di sempre. Queste relazioni sono più durature, affidabili ed avanzate di qualsiasi alleanza militare all’interno del vecchio quadro dell’era della Guerra Fredda”, ha aggiunto. Questo “riflette il modo in cui stanno realmente le cose”, ha sottolineato il ministro degli Esteri russo, citando come esempio i dati del commercio bilaterale dello scorso anno, che hanno ampiamente superato la soglia dei 200 miliardi di dollari.

“E questa tendenza continuerà ad evolversi”, ha assicurato Lavrov, promettendo sforzi in direzione di meccanismi nella cooperazione commerciale e di investimenti con la Cina tali “da non essere soggetti ad alcuna influenza occidentale”, con l’uso del rublo e dello yuan negli accordi commerciali bilaterali, che si aggira già intorno al 90%.

Nonostante questo scenario, secondo quanto riferisce la Cina, l’ufficio stampa di Zelensky avrebbe evitato di avallare l’incontro con il premier cinese Li Qiang. Zelensky ha dichiarato: “il primo ministro cinese può essere incontrato dal nostro primo ministro. Io vorrei incontrare il leader della Cina. Per quel che ne so, Xi Jinping prende le decisioni in Cina, in Ucraina invece lo faccio io. Non mi serve un dialogo, mi servono decisioni importanti dai Leaders che possono prenderle”.

Pechino non ha commentato riguardo ad un possibile incontro con il presidente cinese. L’Agenzia IZ RU riferisce che la decisione della Cina di non incontrare gli ucraini sembra essere stata intenzionale e non il risultato di problemi di programmazione. Due alti funzionari statunitensi hanno detto a “Politico” che la delegazione cinese ha rifiutato l’offerta dell’Ucraina per un incontro.

Nel frattempo, il Parlamento europeo, con un impulso di chiara matrice democratica, ha approvato una risoluzione, raccogliendo 345 voti favorevoli, che condanna i tentativi sistematici del governo ungherese di minare i “valori fondamentali” dell’UE. I membri del Parlamento europeo (MEP) hanno esortato l’Euro consiglio a valutare se l’Ungheria abbia violato l’articolo 7, paragrafo 2, del trattato UE attraverso una procedura più diretta.

Lo scrittore conservatore russo Nikolay Starikov osserva la riunione del WEF a Davos e afferma: “Che bello. L’ideologo globalista Klaus Schwab, in una conversazione con Serghey Brin, il creatore di Google, afferma che le elezioni, in linea di principio, non sono più necessarie. C’è l’intelligenza artificiale, che già prevede correttamente chi vincerà.

Allora perché perdere tempo e spendere soldi in queste procedure inutili? Basta chiedere all’intelligenza artificiale chi vincerà e nominarlo. Brin è, comprensibilmente, d’accordo e afferma che Google dispone già di tali sviluppi.

I ragazzi non sono più timidi di fronte a nulla. È chiaro perfino allo sciocco, chi l’intelligenza artificiale consiglierà di scegliere. Per una felice coincidenza, questo sarà sempre un personaggio gradito a Schwab e Brin. Ad esempio, tra Trump e Biden, il saggio robot di Google consiglierà naturalmente Biden. Semplice matematica. Nessun imbroglio di sorta. Davvero”. Mentre in Italia si distrae il popolo trascorrendo le settimane a discutere sulla legittimità dei “saluti romani” alle cerimonie commemorative…

La reazione della Rappresentante Ufficiale del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa Maria Zakharova sull’esito del nuovo incontro svoltosi a Davos, non si è fatta attendere. “Una risoluzione pacifica che sia davvero completa, giusta e stabile è possibile solo attraverso il ritorno dell’Ucraina alle origini della sua integrità statale, ossia a una posizione di Paese neutrale, non allineato e denuclearizzato, che agisce nel totale rispetto dei diritti e delle libertà dei cittadini residenti sul suo territorio, qualunque sia la loro etnia di appartenenza. […] Ed ha concluso:

“Purtroppo, tali presupposti non rientrano né nella “Formula di pace” di Vladimir Zelensky, né nell’agenda degli incontri del “formato di Copenhagen”, come Davos e gli incontri che verranno, che sono insensati e dannosi ai fini di una risoluzione della crisi ucraina. I “principi di pace per l’Ucraina”, che i suoi organizzatori stanno tentando di elaborare sono impraticabili a priori”.

Chi sembra non accorgersi che equilibri, alleanze e rapporti di forza sono in totale cambiamento, continuando a comportarsi con l’arrogante presunzione di chi vive fuori dalla realtà, appaiono solamente gli USA e l’Occidente suo vassallo.

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2024/01/20/il-wef-a-davos-ha-mascherato-con-larroganza-le-sue-debolezze-matteo-castagna/

Fonte: https://www.affaritaliani.it/esteri/davos-2024-il-solito-inno-al-politicamente-corretto-le-debolezze-del-wef-896797.html

LA SINERGIA TRA LE FORZE DEL MULTIPOLARISMO

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Discorso alla 1° Conferenza europea sul multipolarismo del 4 settembre 2023

La transizione dall’amministrazione di Donald Trump a quella guidata da Joe Biden ha portato a un significativo cambiamento della politica estera statunitense.

Il miliardario newyorkese è stato formalmente issato alla Casa Bianca per soddisfare le richieste della classe media americana impoverita e delusa dall’eccessiva esposizione militare degli Stati Uniti nel mondo, sfruttando un sentimento di frustrazione che, non a caso, era già stato evidenziato da uno dei massimi analisti dei circoli di potere a stelle e strisce, Samuel Huntington.

In realtà, si è trattato dell’ennesimo “bait and switch” della geopolitica statunitense; Trump – il candidato ideale per raccogliere le proteste di questa componente risentita della società americana – è stato utilizzato per cercare di bloccare l’ascesa pacifica della Repubblica Popolare Cinese e soprattutto il suo progetto di Nuova Via della Seta terrestre e marittima che stava trasformando il processo di globalizzazione da unipolare a multipolare (facendo perdere agli Stati Uniti il loro dominio universale). Da qui la retorica della Casa Bianca sull’America First, sul protezionismo e sulle tariffe commerciali, metodi che si sono però rivelati inefficaci vista la stretta interconnessione tra le prime due economie del mondo.

Al protagonismo di Pechino, basato sui principi BRICS di non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani, di rispetto delle differenze culturali-religiose dei singoli Paesi (anche per quanto riguarda il modello di sviluppo) e di sostegno all’economia reale ma non speculativa, si è ovviamente unita anche Mosca, soprattutto dopo le sanzioni euro-atlantiche del 2014 per la questione della Crimea; il Cremlino ha reagito ad esse con un più intenso riavvicinamento economico alla Cina e con un intervento militare in Siria che ha sconvolto i piani statunitensi per il “Grande Medio Oriente”, secondo una logica che si potrebbe definire di “divisione internazionale del lavoro eurasiatico”. (La Russia usa lo strumento militare, la Cina quello economico). Fallito il tentativo trumpiano di staccare la Russia dalla Cina, con il pretesto della pandemia si è via via riproposto il vecchio schema della “guerra fredda”, della divisione del mondo in blocchi, dello scontro anche ideologico tra “autocrazie” e “democrazie”. A quel punto, il candidato naturale per l’establishment statunitense è diventato Joe Biden, il presidente che più probabilmente recupererà l’Europa all’interno del blocco guidato da Washington attraverso la NATO dopo le tribolazioni dell’era Trump.

Prima di insediare la Cina – considerata dagli Stati Uniti il vero rivale strategico per la governance mondiale – Washington cerca di sbarazzarsi del principale alleato di Xi Jinping, ovvero Vladimir Putin, per sostituirlo con un “fantoccio” disposto ad accettare il ruolo marginale di Mosca all’interno dell’ordine unipolare statunitense e la frammentazione della Federazione Russa.

A questo punto è necessario un ulteriore chiarimento. Molti parlano già di multipolarismo come di un processo pienamente avviato, in realtà siamo ancora in una fase di transizione che la diplomatica russa Marija Chodynskaja Goleniščeva ha brillantemente definito qualche anno fa come “dualismo policentrico”: “L’unipolarismo e l’unipolarismo pluralista (quello che gli americani chiamano multilateralismo), modelli tipici degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, cominciano a cedere il passo all’ordine mondiale policentrico. Questo processo, difficile e irregolare, incontra la resistenza di Stati abituati a dominare la scena mondiale e che hanno perso la capacità di negoziare per raggiungere compromessi che tengano conto degli interessi delle altre parti e presuppongano la disponibilità a fare concessioni. D’altra parte, la crescita del peso politico specifico degli “attori non convenzionali” (in primo luogo dei Paesi della regione) sulla scena internazionale, il loro desiderio di partecipare più attivamente al processo decisionale su questioni mondiali fondamentali porta a un profondo coinvolgimento di questi Stati nei conflitti che riguardano i loro interessi nazionali. Tutto ciò rende la situazione imprevedibile, porta alla “frammentazione” dei conflitti in aree di intersezione degli interessi degli attori politici globali e regionali e rende la risoluzione delle crisi mutevole in assenza di una metodologia adeguata alla realtà odierna.

Il filosofo geopolitico eurasiatico Aleksandr Dugin ha giustamente separato e distinto il concetto di multilateralismo – una comoda situazione di facciata che serve solo a distinguere la disuguaglianza tra l’egemone (gli USA) e i suoi vassalli (le nazioni dell’Alleanza Atlantica) – da quello di multipolarità, concetto caro a chi non accetta l’egemonia unipolare statunitense sul pianeta. Non ci possono essere compromessi tra i sostenitori dei due campi, tanto più che l’enunciazione di principi guida da parte di Putin e la sistematizzazione di strumenti militari ed economici alternativi (CSTO, Banca dei BRICS, OCS…) ha ulteriormente ampliato il divario tra le rispettive parti. Tornando a Dugin, egli sostiene che “un mondo multipolare non è un mondo bipolare perché nel mondo di oggi non c’è nessuna potenza che possa resistere con le proprie forze al potere strategico degli Stati Uniti e dei Paesi della NATO, e inoltre non c’è nessuna ideologia generale e coerente in grado di unire gran parte dell’umanità in chiara opposizione ideologica all’ideologia della democrazia liberale, del capitalismo e dei diritti umani, su cui gli Stati Uniti fondano ora una nuova, unica ideologia. Né la Russia moderna, la Cina, l’India o qualsiasi altro Stato possono pretendere di essere un secondo polo in queste condizioni. Il ripristino del bipolarismo è impossibile per ragioni ideologiche e tecnico-militari…”. In realtà, proprio il rispetto da parte dei BRICS e dei loro alleati dei principi condivisi di non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani, unito all’affermazione delle specificità culturali, dei modelli economici specifici (produttivi contro finanziari) e delle diverse visioni del mondo (basti pensare al concetto di “famiglia”), ha già diviso lo scacchiere geopolitico tra due poli in costante competizione tra loro in tutte le aree del pianeta. L’accelerazione della competizione tra i due campi negli ultimi anni ha infatti costretto in un modo o nell’altro tutti gli Stati nazionali a schierarsi da una parte o dall’altra. In conclusione, se è vero che attualmente non viviamo ancora in un sistema geopolitico multipolare, è altrettanto vero che la conditio sine qua non del suo completamento è il passaggio a una nuova fase bipolare che, pur non basandosi più sulla storica contrapposizione ideologica tra capitalismo e marxismo, conserva comunque differenze epocali di visione del mondo. Non si tratta quindi solo di proporre una riorganizzazione delle relazioni internazionali o di interpretare l’attuale fase storica come il passaggio dalla competizione geopolitica a quella geoeconomica, ma di approfondire ulteriormente la sinergia già esistente tra le forze che tendono a favorire il multipolarismo per far capire che l’attuale precario equilibrio bipolare può essere rotto solo con il ridimensionamento strategico degli Stati Uniti d’America. Solo quando Washington accetterà o sarà costretta a rinunciare al suo tentativo di egemonia mondiale, di fronte all’evidenza della sua incapacità di guidare il pianeta, si realizzerà l’agognato sistema multipolare; nel frattempo, la fase intermedia non potrà che essere sempre più bipolare, come gli ultimi avvenimenti stanno evidenziando: il trinceramento del mondo atlantico, Europa compresa, a difesa della supremazia del dollaro statunitense.

Allo stesso tempo, la fine dell’eurocentrismo richiede una nuova idea-forza da parte dei sostenitori del mondo multipolare che imponga la fine dell’assunto di occidentalizzazione-modernizzazione-liberismo-democrazia-diritti umani/individuali come unico progresso possibile dell’umanità. Un processo di cambiamento culturale che dovrebbe essere coordinato con i Paesi BRICS, ai quali potrebbero presto aggiungersi almeno altre 20 nazioni di varie parti del globo.

Dovrebbero poi riconoscere il ruolo della Russia come Piemonte d’Europa e cercare di coagulare tutte quelle forze genuinamente antiamericane presenti all’interno del Vecchio Continente (tenendo presente la subordinazione e la complicità dell’Unione Europea con l’imperialismo statunitense).

Una transizione pacifica dall’unipolarismo al multipolarismo potrebbe essere più conveniente per tutti. Il mondo sarebbe diviso in zone d’influenza in cui le potenze regionali e vicine si attivano per risolvere eventualmente le varie questioni in modo pacifico: è il modello che ho definito globalizzazione multipolare, perché si basa su diversi attori-civiltà e sulla composizione possibilmente win-win degli interessi. Ma la vittoria militare russa in Ucraina e il completamento del processo di dedollarizzazione già in atto costituiscono le premesse indispensabili.

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/la-sinergia-tra-le-forze-del-multipolarismo

La battaglia di Vienna, che ci salvò dall’invasione islamica

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Historia magistra vitae. Purtroppo l’attuale Europa dimentica la propria identità. Noi intendiamo ricordarla, perché non si compiano gli errori del passato (n.d.r.)

di Matteo Castagna

UNA GUERRA SCONOSCIUTA AI PIÙ, PROBABILMENTE PERCHÉ POCO STUDIATA IN QUANTO POLITICAMENTE SCORRETTISSIMA

Una guerra sconosciuta ai più, probabilmente perché poco studiata in quanto politicamente scorrettissima, ha fatto la storia dell’Europa: la battaglia di Vienna del 12 Settembre 1683. Di questa straordinaria e fondamentale vittoria, paladini della cristianità del XVII secolo: il cappuccino Carlo Domenico Cristofori, chiamato Marco D’Aviano e il Papa Innocenzo XI. la crociata fu preparata da un’ intensa opera di apostolato e predicazione in tutta l’Europa, effettuata instancabilmente dal frate, ed accompagnata da una serie di miracoli che accrescevano la credibilità e l’autorevolezza del religioso, in tutto il continente.

Innocenzo XI si fidò unicamente della Provvidenza divina: “In sola spe gratiae coelestis”. Si è occupato della riforma dei costumi, soprattutto in riguardo allo stato spirituale degli ecclesiastici. In particolare, si scagliò contro il lusso che regnava tra i vescovi e cardinali dell’epoca. Nella sua camera e nel suo studio si vide solo la figura di Cristo risorto. “Era tale la compassione che Innocenzo XI provava per i poveri, che si tenne la stessa veste per tutta la durata del pontificato: mai la volle cambiare, nemmeno quando divenne logora e quasi inutilizzabile […]”. Lo storico Ludwig von Pastor, nella sua “Storia dei Papi”, descrive così Benedetto Odescalchi: “Il significato storico-universale del suo pontificato, di gran lunga il più importante e glorioso nella seconda metà del secolo XVII…consiste nella sua politica, mantenuta ferma sino all’ultimo respiro, di unire le potenze cristiane contro l’attacco violento dell’islam”. Naturalmente l’impegno più importante per cui sarà ricordato per sempre è la liberazione di Vienna dall’assedio degli Ottomani nel 1683. Contemporaneamente, Padre Marco d’Aviano trascorreva un’esistenza austera e isolata, dormiva solo tre per notte su un letto di foglie secche, per il resto pregava e leggeva. Mangiava pochissimo, mai carne, uova e formaggio, la sua dieta era poco latte e poi frutta e verdura. Cercò sempre di rispettare scrupolosamente le regole dell’Ordine francescano. Sostanzialmente condusse una “vita intensa e spirito di preghiera; devozione e contemplazione; pratica radicale dell’altissima povertà interiore es esteriore […] grande ardore nella predicazione e apostolato ricondotto alla semplicità e umiltà evangeliche; carità concreta e prontezza nel servire ogni fratello bisognoso; spirito ecclesiale nella sottomissione e totale docilità al Pontefice romano e alla Chiesa gerarchica: queste erano le linee fondamentali della spiritualità ‘cappuccina’ che adottò il frate di Aviano”.

Il Seicento fu, per l’Europa cristiana, intriso di paura di essere invasi e conquistati dai turchi. Di fronte a questo vero e proprio incubo, c’era la divisione politica dell’Europa. In particolare, la Francia di Luigi XIV era in continuo dissidio sia con l’imperatore Leopoldo I, che con la Chiesa di Roma. Capita che alcuni governanti diventano protestanti per accaparrarsi i beni della Chiesa. Il re di Francia osteggiò apertamente gli Asburgo nella lotta contro gli ottomani.“Per tutto il Seicento, la discordia fra i principi all’interno degli stati cristiani fu grande e capillarmente diffusa. Essi si combatterono e si indebolirono a vicenda per egoistiche ragioni di predominio”. Invece padre Marco e Innocenzo XI, lavoravano per la liberazione della cristianità dal flagello turco, pertanto appoggiarono l’impero. Addirittura, il Papa affermò: “[…] saria andato volentieri alla testa dell’esercito e salito sulle navi da guerra per combattere contro il comune esercito”. Il pensiero dominante del Pontefice era quello di organizzare una Lega difensiva contro il pericolo turco. Oltre ai due beati, altre grandi personalità li affiancarono o con essi si scontrarono in quel frangente per il futuro dell’intero continente europeo.

Solo qualche nome, segnalo oltre a Luigi IV e Leopoldo I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero. Il compagno di viaggio di Marco D’Aviano, padre Cosma da Castelfranco. Giovanni III Sobieski re di Polonia e granduca di Lituania, grande ammiratore di padre Marco. Infine, Eugenio di Savoia-Garignano, comandante supremo dell’esercito imperiale. E poi Kara Mustafa Pasha di Merzifon, comandante in capo dell’armata turca.

Le truppe cristiane erano composte da settantamila uomini, un numero assai inferiore rispetto ai centocinquantamila dell’armata turca del gran visir Kara Mustafa Pasha che intendeva conquistare prima Vienna e successivamente Roma per fare di San Pietro la scuderia per i suoi cavalli. A questo proposito scrive lo storico Arrigo Petacco in “L’ultima crociata”: “con i se e con i ma la storia non si fa, va comunque sottolineato che se a Vienna, quel 12 settembre 1683, un qualsiasi accidente avesse fermato la carica degli ‘ussari alati’ che si scatenarono contro i turchi come arcangeli vendicatori, oggi probabilmente le nostre donne porterebbero il velo”.

Il 12 settembre prima della battaglia, sulle alture del Kahlemberg, padre Marco celebra la Messa, servita da due chierichetti d’eccezione: il re di Polonia e il Duca di Lorena, distribuisce la comunione ai comandanti, benedice l’esercito cristiano con la sua croce di legno. Attorno alle 12 ebbe inizio la battaglia. Lo scontro viene descritto da padre Cosma, testimone diretto dell’evento. La battaglia ben presto costringe miracolosamente i turchi alla resa. I trionfi dell’esercito cristiano – scrive il “cardinale” Schonborn – a Vienna, e poi a Buda, allontanarono il serio rischio di un’islamizzazione dell’Europa”. L’esultanza in tutta l’Europa fu immensa, l’unico a non esultare fu il re di Francia.

La preoccupazione dei due grandi della Civitas Christiana, Innocenzo XI e padre Marco, “fu la difesa della cristianità, e del cattolicesimo in modo particolare, e non la supremazia sull’islam. Si trattò, dunque, di un’azione di tutela e non di una crociata…”. Ne è convinto anche Petacco, le crociate, furono invece una legittima risposta al jihad. Tra l’altro padre Marco dopo queste liberazioni cercò di convincere i regnanti di completare l’opera di liberazione dei territori europei ancora in mano agli ottomani, la salvezza dell’Europa era sempre in cima ai suoi pensieri.

Il cattolico tiepido o chi si finge cattolico è restio a riconoscere la verità storica, determinata sia dall’eccezionale spiritualità dei due sopraccitati protagonisti, che dalle loro indiscutibili capacità politiche, nell’arte della mediazione, della diplomazia, dell’intuizione, della capacità oratoria, basate su quel connubio inscindibile tra Fede e Ragione così caro a San Tommaso d’Aquino. oggi, se si parla di loro, lo si attraverso un’oleografia molto parziale per non urtare la sensibilità degli islamici. Fortunatamente, il beato Innocenzo XI e padre Marco d’Aviano non furono buonisti, altrimenti da almeno 500 anni saremmo tutti in ginocchio verso la Mecca.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2023/09/12/quella-battaglia-che-ci-salvo-dallinvasione-islamica/

Soros lascia l’Europa. Ma non è necessariamente un buon segnale…

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

L’OSF-Open Society Foundations, fondata, voluta e guidata dal miliardario George Soros, saluta l’Europa. La sua ritirata dal Vecchio Continente è pressoché totale. Una vittoria, come molti hanno ritenuto forse un po’ troppo frettolosamente? Tutt’altro, in realtà rappresenta un’autentica sconfitta. Poiché la decisione sarebbe giunta dopo aver valutato come ormai la maggior parte dei governi e degli organismi istituzionali europei stia già seguendo politiche identiche a quelle sostenute dalla Fondazione e, oltre tutto, investendovi capitali più che adeguati. Inutile quindi insistere oltre, meglio spostare interessi e denaro dove ancora manchino. E questo a partire già dal prossimo anno.

A darne notizia sono state contemporaneamente diverse agenzie d’informazione, come la spagnola InfoCatólica, la francese Médias-Presse-Info e l’italiana LaPresse, nonché quotidiani come l’italiano Domani. I nuovi obiettivi geografici di Soros ancora non sarebbero noti, ma la strategia resterebbe la stessa: sostenere economicamente Ong, think-tank e lobby di vario tipo per promuovere ovunque aborto, gender, Lgbtq+, eutanasia ed, in generale, una visione ultraprogressista della società.

Del resto, l’interesse dei “padroni del mondo” verso le istituzioni più significative e rappresentative a livello planetario non deve sorprendere, non è né un mistero, né una novità: pochi mesi fa, per la precisione lo scorso 23 maggio, secondo quanto riferito sempre da Médias-Presse-Info, l’OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità ha firmato un rapporto di partnership con Fondazione Rockefeller, allo scopo di rafforzare, soprattutto – è stato detto – in termini di prevenzione, il Centro di informazione sulle Pandemie e sulle Epidemie. Valore dell’accordo, 5 milioni di dollari. Lo spunto verrebbe offerto insomma da un problema vero, ma per giungere dove? E soprattutto come?

Nel comunicato-stampa, con cui si è data notizia dell’intesa, è stato anche precisato come, in realtà, OMS Fondazione Rockefeller collaborino da ben 75 anni con sovvenzioni, solo negli ultimi vent’anni, pari a circa 27 milioni di dollari. Ancora: nel gennaio 2022 Fondazione Rockefeller, peraltro grande azionista dell’industria farmaceutica,è stata anche ammessa come attore non statale nelle relazioni ufficiali con l’Oms. Sostanzialmente lo stesso modus operandi è riscontrabile in un’altra, analoga realtà, la Bill & Melinda Gates Foundation.E questo pone seri punti interrogativi sulla direzione che enti in ogni caso privati possano imprimere alle politiche di organismi internazionali, di per sé istituzionali, privi di reali esigenze economiche perché sostenuti dai governi ed autorevoli solo nella misura in cui possano essere e dirsi realmente liberi e indipendenti da pressioni esterne di singoli o gruppi.

È evidente come diverso sia lo status di semplice benefattore e quello invece di partner, con la possibilità concreta di incidere in una politica attiva di definizione degli obiettivi e dei progetti su scala internazionale.Tale politica di trasparenza viene purtroppo offuscata da operazioni magari formalmente legittime, tali tuttavia da lasciare più di un dubbio circa la loro effettiva limpidezza. E, ad evidenziarlo, è stato, nemmeno a farlo apposta, un altro big dell’hi-tech, Elon Musk, che lo scorso 15 maggio si è dichiarato pronto ad avviare un’azione legale proprio contro le Ong finanziate da Soros, accusate di diffondere informazioni false, pur di ottenere i propri scopi: in un rapporto, ad esempio, avrebbe denunciato un dubbio aumento nel numero degli «incidenti d’odio», finalizzato in realtà a sostenere limitazioni e censure più severe alla libertà di espressione in Occidente, in particolar modo – nel caso specifico – in Irlanda e Scozia. Che sia vero o meno, saranno eventualmente i tribunali a stabilirlo, ammesso che Musk sia disposto a proseguire in un’accusa, che potrebbe tramutarsi in un boomerang a fronte di sue iniziative, alquanto discutibili e non meno inquietanti, assunte tramite le sue aziende. Del resto, fu Benedetto XVI a distinguere in modo chiaro nell’enciclica Deus Caritas est, ai numeri 30 b e 31a, la sostanziale differenza tra le «molteplici organizzazioni con scopi filantropici, che si impegnano per raggiungere, nei confronti dei problemi sociali e politici esistenti, soluzioni soddisfacenti sotto l’aspetto umanitario» ed, invece, la «carità cristiana», per la quale occorre, sì, «competenza professionale», ma anche e soprattutto «umanità» e «formazione del cuore», capace di condurre i propri operatori «a quell’incontro con Dio in Cristo, che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro, così che per loro l’amore del prossimo sia una conseguenza derivante dalla loro fede, che diventa operante nell’amore». E questa è una cifra, una specificità, un valore aggiunto che né Soros, né Gates, né Musk, né alcun altro magnate dell’alta finanza può vantare, al netto di critiche, sospetti ed accuse.

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