L’atomica israeliana, questa sconosciuta

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di Raffaele Amato

Da anni la propaganda occidentale prende di mira l’Iran, sia per la sua natura teocratica, con le limitazioni ai diritti delle donne e degli omosessuali, sia perché avrebbe in cantiere la costruzione della bomba nucleare.

Come se non ci fossero altri Stati che hanno l’atomica da decenni e che non sono esattamente dei promotori di pace.

Ma l’Iran deve essere considerato l’incarnazione del male e viene accusato di sviluppare un programma nucleare per scopi bellici, oltre che civili. La ricerca nucleare persiana iniziò nel 1957, ai tempi dello scià Reza Pahlavi, con il supporto degli Stati Uniti e l’adesione al Trattato di Non proliferazione nel 1970. Il contributo statunitense cessò con la rivoluzione Komheinista, ma il programma proseguì.

Nel 2002 alcuni oppositori del regime rivelarono l’esistenza in Iran di due impianti nucleari segreti, mai denunciati alla Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e questo procurò pesantissime sanzioni internazionali al paese degli ayatollah, con gravi ripercussioni sulla sua economia.

Nel frattempo, molto più astutamente, un’altra potenza della regione, Israele, portava avanti il suo programma nucleare, ma segretamente. Il progetto ebraico nacque nel 1948, quasi contestualmente alla fondazione di Israele, con scopi principalmente militari, su ispirazione del padre della nazione Ben Gurion. A metà degli anni ’50 Tel Aviv riuscì ad ottenere il supporto tecnico della Francia e sembra che la prima bomba atomica israeliana sia stata ultimata già nel 1967.

Le guerre arabo-israeliane furono vinte rapidamente dallo Stato ebraico, con il semplice ricorso alle armi convenzionali. Il programma degli armamenti atomici proseguì, quindi, in gran segreto finché, nel 1986, Mordechai Vanunu, israeliano, ex tecnico del programma nucleare, ne rivelò al Sunday Times lo stato dell’arte, pubblicando una ricca documentazione fotografica delle 200 testate atomiche già realizzate.

Immediatamente il Mossad, a cui tutto è sempre concesso, lo rapì a Roma, dove si trovava – d’altra parte perché perdere tempo prezioso con le inutili procedure che discendono dal diritto internazionale? – e, dopo averlo drogato, lo portò, all’interno di una grossa valigia, a Tel Aviv, dove fu processato e condannato a 18 anni di carcere. Attualmente vive in Israele, con pesantissime limitazioni alle libertà personali, tra cui quella dell’uso del telefono cellulare, di contatti con cittadini non israeliani, del rilascio di interviste, dell’accesso a Internet, etc.

Dai tempi dell’arresto di Vanunu il programma nucleare di Israele, che si è sempre ben guardata dal sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione e che quindi non è sottoposta ad alcun genere di controllo, è andato avanti spedito e attualmente si stima che siano circa 400 gli ordigni ultimati.

Ad oggi, non ne è stato accertato nemmeno uno per il terribile Iran, e tanto accanimento nei suoi confronti non può non richiamare alla memoria il pretesto delle “armi di distruzione di massa” che sarebbero state nelle mani di Saddam, la famosa “pistola fumante” di Colin Powell, una menzogna che consentì agli Stati Uniti di giustificare la guerra all’Iraq.

Il metodo è sempre lo stesso, consolidato e ancora in grado di abbindolare gran parte dell’opinione pubblica occidentale e della comunità internazionale.

Si crea il mostro, gli si attribuiscono i progetti più apocalittici verso l’Umanità, si mettono insieme prove che, quasi sempre, tali si riveleranno non essere, lo si colpisce fino a ridurre il suo paese ad un cumulo di macerie con a capo un governo fantoccio.

Insomma, contrariamente a quanto ci ripete la propaganda mainstream, non è che gli israeliani siano più “buoni”, più civili, più evoluti degli iraniani.

Sono, semplicemente, più furbi.

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/latomica-israeliana-questa-sconosciuta/

La guerriglia urbana è un pianificato metodo di lotta politica in USA e in Europa?

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di Matteo Castagna

Dietro le proteste radicali negli USA si nasconderebbero strategie organizzate della sinistra estrema e il supporto di potenti gruppi progressisti, con lo scopo di destabilizzare il paese e sfruttare il caos a fini politici

Proteste o strategia sovversiva? Il caos come strumento politico negli USA e in Europa

Il Deep State sta dietro alle rivolte di Los Angeles. I Democratici hanno mutilato la nazione americana, promuovendo peccati, perversioni e abusi fisici su bambini innocenti e ancora immaturi. Hanno scatenato guerre e colpi di Stato ovunque. I Democratici hanno inondato gli Stati Uniti di immigrati clandestini e ora stanno iniziando una ribellione. I Democratici sono una banda criminale”. Così scrive Alexandr Dugin, il filosofo russo considerato molto vicino a Vladimir Putin.

Fox News, in un editoriale di Jason Rantz del 13 giugno, appare sulla stessa lunghezza d’onda. Preparatevi per l’estate dell’amore 2.0. I raduni “No Kings” del 14 giugno potrebbero diventare l’ultimo caso di studio su come la sinistra radicale arma le proteste, manipola le narrazioni dei media e consente il caos organizzato con il pretesto della resistenza pacifica.

Se avete vissuto la “Summer of Love” come l’ho vissuta io a Seattle, guardando la mia città crollare nell’illegalità nel 2020, dovreste già conoscere il progetto. Inizia sempre con una manifestazione di base apparentemente non violenta, ma finisce con Antifà e anarchici mascherati, che brandiscono martelli, lanciano assalti e incendiano proprietà. E i media? Faranno finta che siano solo “per lo più pacifici”.

Le proteste del fine settimana “No Kings” sono state organizzate da “Indivisible” e dalle sue organizzazioni partner, tra cui l’American Federation of TeachersACLUGreenpeace e la Human Rights Campaign.

Indivisible” è un finto gruppo spontaneo, che dal 2016 si presenta come un’organizzazione no-profit amante della democrazia, creato esplicitamente per resistere alla presidenza di Donald Trump. Come molti di questi gruppi di estrema sinistra, è sostenuto da grandi somme di denaro da mega donatori progressisti, tra cui George Soros e la sua Open Society Foundations” – scrive Rantz su Fox.

Indivisible” vuole farvi pensare che i suoi raduni siano solo un gruppo di americani appassionati che si presentano per la giustizia. In realtà, stanno gestendo una rete tentacolare di gruppi di attivisti interconnessi, molti dei quali sono solo bracci rinominati della stessa macchina. Noterete gli stessi messaggi, le stesse insegne, le stesse facce – e sì, le stesse tattiche – che si presentino alle proteste, che la causa sia l’aborto senza restrizioni, il taglio dei finanziamenti da parte della polizia, gli interventi chirurgici di genere per i bambini o l’apertura delle frontiere.

È un tappeto erboso travestito da drag. Ma i gruppi “Indivisible” e che la pensano allo stesso modo non si sporcano le mani. Ecco a cosa servono i loro alleati militanti.

Anche se la maggior parte dei manifestanti questo fine settimana potrebbe non presentarsi con l’intenzione di appiccare incendi o lanciare proiettili contro i poliziotti, forniranno assolutamente copertura a coloro che lo faranno, se scoppierà la violenza. Questa è la strategia. Attivisti professionisti – e intendo letteralmente professionisti, alcuni sul libro paga di attivisti no-profit o comitati di azione politica – organizzano questi eventi sapendo benissimo che gli agitatori radicali sfrutteranno la folla.

“È lo stesso copione che abbiamo visto nel 2020 durante le rivolte di Black Lives Matter e Antifà, qualcosa che ho trattato in dettaglio nel mio libro “What’s Killing America: Inside the Radical Left’s Tragic Destruction of Our Cities“. Sono andato sotto copertura, infiltrandomi tra gli Antifa per esporre ciò che stavano realmente facendo, e ho visto le stesse tattiche dispiegate a Los Angeles e in tutto il paese.

A quel tempo, gli attivisti organizzavano una protesta apparentemente pacifica e riempivano le strade di persone emotive, per lo più ben intenzionate, che credevano alla falsa narrativa dei media sulla brutalità della polizia e l’ingiustizia razziale. Poi gli Antifà e le cellule anarchiche piombavano in picchiata, mascherati, armati e pronti al combattimento. Usavano la folla come scudo umano, aggredivano gli agenti, distruggevano le proprietà e scomparivano di nuovo nella massa. Non si tratta di speculazioni. Questo è quello che fanno” – dice Fox News.

Infatti, proprio lo scorso fine settimana a Los Angeles, la polizia ha arrestato diverse persone che portavano armi in un centro di “protesta”: martelli, torce elettriche e soffiatori di foglie, questi ultimi utilizzati per disperdere gas lacrimogeni durante gli scontri con la polizia. Chi porta questo alle proteste? Rivoltosi. Questi sono gli strumenti dei rivoltosi.

E i media? Non hanno del tutto torto quando riferiscono che la maggior parte delle persone a queste manifestazioni non sono violente. Ma non stanno nemmeno riportando in buona fede. Sanno benissimo cosa sta succedendo e si rifiutano di dirlo. Perché? Perché simpatizzano con gli obiettivi, anche se possono disapprovare le tattiche.

È una relazione simbiotica. La sinistra radicale dà ai media le immagini che desiderano: filmati emotivi di “resistenza”. I media danno alla sinistra radicale la copertura di cui ha bisogno: “la protesta pacifica diventa violenta dopo che Trump ha inviato inutilmente la Guardia Nazionale“. È sempre lo stesso copione.

Il conduttore di KABC-TV Los Angeles Jory Rand ha minimizzato la rivolta, dicendo che la scena “potrebbe diventare molto esplosiva se si spostano le forze dell’ordine nel modo sbagliato e si trasforma quello che è solo un gruppo di persone che si divertono a guardare le auto bruciare in un enorme scontro e alterco tra agenti e manifestanti”.

Nel frattempo, KREM-TV Spokane, Washington ha affermato che la polizia “ha distribuito gas su un gruppo di manifestanti pacifici fuori dall’ufficio ICE di Spokane“, senza notare che quei “manifestanti pacifici” stavano disobbedendo agli ordini di dispersione e bloccando illegalmente il traffico.

I media sembrano incapaci di denunciare direttamente la violenza e l’illegalità. E non fatevi ingannare, la violenza non riguarda nemmeno direttamente Trump. Non si tratta nemmeno dell’ICE o dell’applicazione dell’immigrazione. A questi anarchici e teppisti Antifa non interessa il vero problema. Si preoccupano del caos e hanno obiettivi molto più grandi.

Anche se la maggior parte dei manifestanti questo fine settimana potrebbe non presentarsi con l’intenzione di appiccare incendi o lanciare proiettili contro i poliziotti, forniranno assolutamente copertura a coloro che lo faranno, se scoppierà la violenza. Questa è la strategia, che, peraltro, somiglia molto a quanto avviene in Italia.

Sono rivoluzionari anticapitalisti, anti frontalieri, anti polizieschi e antiamericani che cercano di destabilizzare il paese. Odiano questa nazione, la sua fondazione e i suoi principi. Desiderano ardentemente la distruzione e il collasso – e si nascondono dietro i corpi di ingenui liberali bianchi istruiti all’università e di mamme annoiate di periferia che portano cartelli con la scritta “equità“.

Fa tutto parte del gasdotto dell’azione diretta”: organizzare, radicalizzare e agitare. Ma a breve termine, i legislatori democratici vedono questo come politicamente vantaggioso.

Hanno detto il minimo indispensabile per condannare la violenza, prima passando giorni a fingere che non stesse accadendo prima di cambiare marcia e incolpare l’amministrazione Trump per aver ispirato la violenza. E il loro messaggio? Il modo migliore per fermare la violenza è che l’amministrazione Trump fermi le incursioni della Immigration and Customs Enforcement.

“Questo deve finire. Il presidente deve richiamare questi agenti dell’ICE. Devono ritirarsi in modo che la gente del posto abbia l’opportunità di ristabilire l’ordine, perché questo è ciò che stiamo chiedendo in questo momento”, ha spiegato la rappresentante democratica della California Norma Torres su MSNBC, rivelando la strategia dei democratici di usare la violenza per realizzare la propria agenda politica anti-ICE.

Abbiamo visto cosa succede quando ignoriamo questi segnali di avvertimento. Le aziende sono bruciate. Agenti feriti. Città dirottate da criminali mascherati che svaniscono nella notte, mentre MSNBC la definisce una “protesta per lo più pacifica”. Preparatevi. Perché “No Kings” è solo l’ultima scusa. L’obiettivo è sempre lo stesso: distruggere, distruggere e smantellare tutto ciò che questo paese rappresenta.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/esteri/la-guerriglia-urbana-e-un-pianificato-metodo-di-lotta-politica-in-usa-e-in-europa-973921.html

Il Fardello dell’Uomo Bianco, e la Cancellazione della Cultura Occidentale

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di Matteo Castagna

di Matteo Castagna 
Il Prof. Paul Craig Roberts, noto economista statunitense, pluripremiato docente universitario, insignito anche della Legione d’onore francese, è stato stretto collaboratore dell’amministrazione di Ronald Reagan.
Ha scritto, sul suo sito, un emblematico editoriale, di cui sembrerebbe molto importante leggere i contenuti principali.

“La cancellazione della cultura occidentale sta avvenendo davanti ai nostri occhi. Rimaniamo sbalorditi a guardare le etnie bianche sradicate che si cancellano da sé”.

Roberts continua: “La cultura occidentale ci ha procurato le vittorie dello stato di diritto, il che significa che il governo è ritenuto responsabile nei confronti del popolo. Questa vittoria storica, frutto di secoli di lotte, è andata perduta.

Il 2 settembre 2021 ho pubblicato i collegamenti a due articoli che discutevano della sostituzione dei bianchi nei Paesi in cui sono ancora la maggioranza. L’indifferenza dei bianchi a diventare una minoranza razziale quando, pur essendo ancora maggioranza, subiscono già discriminazioni razziali e culturali, solleva la questione della loro volontà di sopravvivere. Cosa si aspettano i bianchi dal loro futuro quando saranno una minoranza demonizzata, la razza razzista, sfruttatrice e privilegiata contro la quale la politica dell’identità sta unendo la maggioranza?”

Effettivamente, oggi, il mainstream appare particolarmente attivo nel colpevolizzare di ogni turpitudine il bianco, etero e cristiano.

“I bianchi sono stati sottoposti a lavaggio del cervello per decenni sul loro razzismo – continua il Prof. Roberts – sul bisogno di diversità e multiculturalismo, cioè la necessità che il loro Paese diventi una Torre di Babele e molti di loro sono stati convinti dalla propaganda progettata per indebolirli e accecarli, a loro rischio e pericolo, come razza demonizzata e in declino. I bianchi in America, oggi, sono in una posizione molto più vulnerabile di quanto lo fossero gli ebrei nella Germania nazista. Nessuno erigerà musei dell’Olocausto per le etnie bianche cancellate”.

Il sistema educativo svolgerebbe una funzione di sradicamento. Ecco perché Donald Trump sta cercando di fermare questa deriva tagliando i fondi a Harvard e ad altre università, accusate di fungere da indottrinatrici liberal, woke, LGBTQI+ e BLM.

“Ad esempio – prosegue l’insigne economista americano – la Teoria Critica della Razza e il Progetto 1619 del New York Time, insegnano ai neri a odiare i bianchi e ai bianchi a odiare se stessi e a vergognarsi della loro storia.

La Storia viene riscritta e falsificata per sostenere l’accusa di razzismo bianco. Un’operazione simile è stata fatta da Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger nella colpevolizzazione del cattolico, bianco ed europeo del passato, accusato di razzismo, antisemitismo, integralismo e violenza.

Tornando all’attualità il prof. Craig Roberts scrive: “Robert E. Lee è stato trasformato in un simbolo di ingiustizia razziale. Anche il suo stesso stato, che difese con successo per diversi anni contro gli eserciti invasori dell’Unione, ha accettato di rimuovere la sua statua dalla capitale che difese”.

È un esempio eclatante della “cancel culture” che appartiene alla narrazione Dem.

Per aver difeso il suo stato dall’aggressione, Lee è stato trasformato in un razzista. Lo stesso tipo di trattamento è stato riservato nel Vecchio Continente a Dante Alighieri, a Cristoforo Colombo e a Michelangelo.

Mentre coloro che si dichiarano patrioti o sovranisti o, semplicemente chi, con buon senso, ritiene che di fronte all’ ingiustizia si possa e si debba reagire, è un bianco, etero, di cultura cristiana che dovrebbe vergognarsi di se stesso.

Lee è stato sovrintendente di West Point, un virginiano che non possedeva schiavi.

Disse che non poteva portare la guerra alla sua stessa gente. Eppure la calunnia, che si trova ovunque, è che Lee si sia dimesso dalla sua commissione nell’esercito degli Stati Uniti al fine di “combattere per la schiavitù”. I Confederati hanno combattuto perché il Sud è stato invaso.

“Oggi, un secolo e mezzo dopo, un governatore bianco della Virginia e una Corte Suprema della Virginia bianca hanno dato il via libera alla rimozione della statua di Lee perché ai residenti neri è stato insegnato a vedere la statua come “un monumento che glorifica la schiavitù” – racconta Roberts.

E poi chiede: “perché glorifica la schiavitù invece dell’eroismo e dell’indipendenza? Perché i neri arrivano a dettare il significato di un monumento?

Perché le opinioni di una minoranza nera contano più delle opinioni dei bianchi della maggioranza, in una presunta democrazia? Perché i neri possono essere “offesi” da una statua, ma non i bianchi dalla cancellazione della loro Storia?

Perché le opinioni nere disinformate prevalgono sui fatti? Perché i bianchi si sottomettono alla regola della finzione?

Perché i sentimenti basati su una menzogna storica, indottrinata nella testa della minoranza nera hanno la precedenza sui sentimenti dell’anima maggioranza bianca, la cui storia viene prima falsificata e poi cancellata?

Perché l’establishment bianco della Virginia sostiene questa calunnia contro uno dei migliori uomini prodotti dalla Virginia?

“Se questa non è l’autodistruzione di una razza, che cos’è?”

“George Washington, Thomas Jefferson, Robert E. Lee sono demonizzati e vilipesi, ma un criminale tossicodipendente, George Floyd, che si è suicidato con una massiccia overdose di Fentanyl, è un soggetto di culto” – osserva il Prof. Roberts.

Questa trasformazione – da eroe a cattivo, da cattivo a eroe – è stata fatta dai bianchi stessi. Ai neri manca il potere.

“Quando anche i bianchi del sud non possono sollevarsi in difesa di Robert E. Lee, ciò a cui stiamo assistendo è che i bianchi vengono svergognati da altri bianchi in una totale perdita di fiducia”.

Lo scorso dicembre, l’Accademia militare della Virginia, la base del generale Sudista Stonewall Jackson, ha rimosso la sua statua perché era razzista, per Jackson, resistere a un’invasione del Nord.

Il VMI [Virginia Military Institute], una delle istituzioni più Sudiste del sud, ha gettato via il suo membro più famoso.

“L’eroismo di Stonewall Jackson è stato gettato nel buco della memoria dalla sua stessa istituzione e dal suo stesso Stato per il quale ha gloriosamente combattuto.

Il Prof. Roberts prosegue indignato: “non c’è niente di razzista in un professore che difende il suo Paese dall’aggressione militare. Perché i fiduciari hanno disonorato il membro più famoso di VMI? Perché una persona dotata di integrità dovrebbe frequentare il VMI dopo il disconoscimento da parte del college del suo membro più illustre?

Non contenti di rimuovere solo le statue, i bianchi sradicati della Virginia stanno rimuovendo i nomi associati al Sud da scuole, contee e strade. I bianchi svalutati ad Arlington, in Virginia, hanno ribattezzato la Lee Highway.

Ora è Langston Boulevard. A Richmond vengono cambiati i nomi delle strade. Sono stati cancellati i nomi delle scuole superiori associati ai Sudisti che hanno resistito all’invasione di Lincoln. Mi chiedo quando Washington e la Lee University verranno cancellate…”

“Il Southern Poverty Law Center, anti-bianco e anti-americano, ha un elenco di 2.300 strade, scuole e monumenti in 23 Stati che si presume abbiano connotazioni sudiste e quindi razziste. Suppongo che dovremo trovare una nuova parola per la direzione cardinale o il punto cardinale noto come “Sud”.

Poiché un criminale nero è morto per overdose di Fentanyl, il Congresso degli Stati Uniti, in gran parte un gruppo di uomini bianchi, ha votato il per rimuovere tutti i nomi associati ai confederati sconfitti dalla proprietà federale.

Ecco Lee Barracks che prende il nome dal sovrintendente più famoso di West Point. Questa è l’azione di persone che hanno perso ogni fiducia nella loro razza e sono diventate servi di un’ideologia anti-bianca che le demonizza”.

Non è solo il Sud che viene cancellato, ma i bianchi in generale. Ciò che sorprende è che il Sud se ne sta lì e se la prende. I cinema del Sud hanno persino smesso di mostrare “Via col vento” perché “insensibile”:

Che il Sud accetti la sua cancellazione dopo aver subito i crimini di guerra di Lincoln, Grant, Sherman e Sheridan è equivalente ai palestinesi che accettino la loro espropriazione per essere “terroristi”.

Se il film “Via col vento” è insensibile a qualcuno è ai bianchi del Sud che, insieme alla loro cultura, sono stati distrutti dalla guerra di Lincoln e trasformati in yankee che hanno sempre messo i soldi al primo posto. “Non avrò mai più fame”, dichiara Scarlet O’Hara. Ecco una Southern Lady trasformata in un banale Yankee per il quale il denaro è l’unico valore.

“La guerra di Lincoln, come ha affermato più volte, era per preservare l’impero. Non aveva nulla a che fare con la schiavitù. La secessione del Sud non aveva nulla a che fare con la schiavitù. Era per una questione economica. Il Nord intendeva costruire la propria industria sfruttando economicamente il Sud. La reinvenzione di quella che viene erroneamente chiamata “guerra civile” come una questione sulla schiavitù è stata diretta non solo ai bianchi del sud, ma anche contro tutti i bianchi americani. Se ne dubitate, guardatevi attorno. Sono solo i bianchi Sudisti ad essere chiamati “razzisti sistemici” e “suprematisti bianchi”? Se siete troppo stupidi per conoscere la risposta, chiedete a Megan Kelly che ha tirato fuori i suoi figli dalle prestigiose scuole private di New York dove venivano indottrinati che erano razzisti bianchi. Guardate l’insegnamento obbligatorio degli Stati Democratici e dei distretti scolastici sulla Teoria Critica della Razza anche in tutte le scuole pubbliche bianche. Se sei un americano bianco, il governo Democratico ha ufficialmente posto un bersaglio sulla tua schiena e quella dei tuoi figli e nipoti.

L’intero sistema educativo e politico americano è troppo stupido per comprendere che se una civiltà viene decostruita e c’è un collasso della società, non crollerà solo per i bianchi del Sud.

“Tutti i bianchi, i neri, gli ispanici, gli asiatici andranno giù nel crollo. L’unico modo in cui un Paese multirazziale può esistere è se tutti sono inculturati. Altrimenti non c’è unità. Una torre di Babele, la diversità, non è un Paese”.

“Per decenni l’opera di intellettuali liberali ed ebrei, “marxisti culturali”, è stata la decostruzione dell’America” – afferma Roberts.

La decostruzione dell’America è davvero tutto ciò che è un’educazione liberale. Il prodotto dell’educazione americana sono generazioni di americani bianchi senza radici. Se pensate che avere radici non sia importante, ditelo ad Alex Haley. La serie TV basata sul suo “Radici” ha dato radici ai neri mentre intellettuali ebrei marxisti culturali e gentili liberali bianchi hanno cospirato per rendere gli americani bianchi senza radici e sradicati.

Gli americani di oggi sono stati ridotti a un popolo colpevole che non merita nulla ma ha l’obbligo della restituzione.

Restituzione significa farsi da parte e consegnare il potere alle “minoranze oppresse”. Non è altro che l’ideologia di Schlein, Frantoianni, Soumahoro, don Biancalani, Karola Rakete, Casarini, Mimmo Lucano e dell’ eterna “vittima” del “patriarcato” bianco, etero e “razzista”, Ilaria Salis.

In altre parole, le etnie bianche sono così sottoposte a lavaggio del cervello contro sé stesse che le “minoranze preferite” non devono nemmeno fare lo sforzo di rovesciarle. I bianchi indottrinati si stanno rovesciando da soli.

Ecco perché Donald Trump cerca di limitare la diffusione di tutto questo con misure drastiche e viene attaccato da altri bianchi d’essere un suprematista.

Lo stesso vale in tutto il mondo occidentale. Ovunque i bianchi sono sulla difensiva, principalmente a causa di altri “bianchi anti-bianchi”. Sono stati i bianchi ad aprire le frontiere al superamento dei Paesi bianchi con etnie non bianche.

È l’ex presidente degli Stati Uniti, Biden, che si rifiutò di far rispettare le leggi statunitensi sull’immigrazione e consentì di entrare nel Paese a piacimento ad immigrati invasori.

In Europa – Macron, Merz, la UE – è lo stesso.

“La cittadinanza italiana è uno scherzo. Non ha senso. L’Inghilterra non è più l’Inghilterra. È una Torre di Babele. Il sindaco della sua capitale è musulmano. Solo il 40% della popolazione di Londra è britannica” – afferma Roberts.

“Da nessuna parte in Europa si stanno costruendo chiese cristiane, ma ovunque stanno sorgendo moschee”, incalza il grande economista.

Il famoso Gonville and Caius College dell’Università di Cambridge ha rimosso una finestra in memoria di Sir Ronald Fisher, un ex membro del college e fondatore della statistica moderna”.

Sir Ronald era anche interessato alla genetica, all’epoca un legittimo campo di indagine ma oggi demonizzata come razzista. Studenti di minoranze razziali non qualificati per essere a Cambridge, ma lì a causa del “valore della diversità”, hanno protestato che l’interesse di Fisher per la genetica significava che era un razzista e che il college stava sostenendo il razzismo avendo un memoriale per un famoso fondatore della Statistica.

Anche gli assistenti si sono svegliati, persone senza capacità e di conseguenza assunta per mostrare “l’inclusione” dell’Università hanno protestato e la facoltà, emotivamente, intellettualmente, moralmente e fisicamente debole, ha ceduto e ha rimosso la memoria del fondatore della statistica moderna.

Mentre l’Università di Cambridge rimuove una finestra commemorativa per il fondatore della Statistica, la Cattedrale di Washington, a D.C. installa un criminale condannato e tossicodipendente, George Floyd, che si è suicidato con un’overdose di droga.

L’Università di Oxford è ancora in tumulto sul fatto che l’Oriel College rimuoverà la statua di Cecil Rhodes che ha dotato le prestigiose borse di studio Rhode di Oxford, una delle quali è stata assegnata all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Rhodes era un colono in Africa e quindi un razzista e la sua “statua e tutto ciò che rappresenta” deve cadere, così dicono i destinatari della quota razziale assegnata alle borse di studio Rhode.

Queste persone sono così insensate che non riescono a capire che se Rhodes è razzista e la sua statua viene rovesciata, anche il prestigio delle loro borse di studio viene rovesciato.

“Sono screditate anche tutte le persone che hanno accettato le borse di studio razziste di Rhodes, incluso Bill Clinton. Sono per sempre etichettati come razzisti a causa della loro associazione con Cecil Rhodes”.

In Gran Bretagna sembra che tutto ciò che fa un bianco sia razzista, persino indossare abiti di seconda mano.

“James Watson, co-scopritore con Francis Crick della struttura a doppia elica del DNA e premio Nobel per la scienza è stato dichiarato razzista ed escluso dal laboratorio di ricerca da lui fondato.

Uno degli scienziati più illustri e importanti del nostro tempo è stato spinto nel buco nero orwelliano da punk da quattro soldi assunti in quote universitarie” – asserisce il prof. Roberts.

“Questo è il mondo occidentale di oggi. È folle. La scienza, i fatti, la verità, non hanno autorità alcuna. La civiltà occidentale è stata svuotata. Non ne rimane nemmeno un sacchetto di carta bagnato. Il mondo occidentale è militarmente impotente, non ha leadership, ed è stato sconfitto in Afghanistan da poche migliaia di talebani armati alla leggera ed è scappato dall’Afghanistan in totale disordine, per mano di una semplice milizia. Come il presidente Eisenhower avvertì il disinvolto popolo americano 60 anni fa, il complesso militare/di sicurezza è alla ricerca della vostra democrazia. Vogliono i vostri soldi che otterranno a tutti i costi e voi, essendo stupidi e disinvolti, glieli darete.

Una previsione corretta.

“Gli Stati Uniti ora hanno un esercito femminizzato, omosessualizzato e transgender che costringe i soldati e gli ufficiali bianchi a seguire un “addestramento sulla sensibilità razziale” e ad imparare che sono razzisti e non sono autorizzati a commettere razzismo, disciplinando le truppe nere. Né possono essere misogini se disciplinano le truppe femminili. Né possono essere transgenderfobici disciplinando uomini che affermano di essere donne o donne che affermano di essere uomini.

Questo è l’esercito americano oggi. Come si può essere orgogliosi di servire in un’organizzazione così incasinata?”

Continua Roberts: “È un esercito inutile, ma costa agli americani 1.000 miliardi di dollari all’anno, una somma enorme che drena risorse disperatamente necessarie a molti usi molto più importanti dei profitti del complesso militare/di sicurezza.

L’inevitabile conclusione è che gli americani siano ostaggio della demonizzazione dell’etnia bianca. Tutti i leader e gli eroi americani, come George Washington e Thomas Jefferson, sono razzisti e uomini malvagi che hanno oppresso i neri e le donne e hanno creato una Nazione basata sulla schiavitù. Se non ci credete, consultate il progetto 1619 del New York Times”.

Roberts incalza: “il mondo occidentale è così impotente nella sua totale mancanza di fiducia in se stesso che si lascia invadere da immigrati-invasori”.

Jean Raspail ha descritto la fine dell’Occidente nel suo libro del 1973 “Il campo dei santi”. Stiamo vivendo la sua descrizione.

“Se ne dubitate, pensate al vostro diritto all’autotutela. A St. Louis, nel Missouri, una coppia che ha difeso la propria casa dall’essere invasa da Antifa e Black Lives Matter brandendo armi da fuoco è stata arrestata e accusata di aver difeso la loro proprietà”.

Il decreto sicurezza, tanto contestato dai sostenitori degli Antifa, colpisce direttamente un dogma della post-modernità quale la lotta contro la difesa di ciò che è nostro, che andremmo puniti perché bianchi, etero, cristiani e non schierati a sinistra.

“Per quanto posso discernere, da nessuna parte in Europa o nel Regno Unito è permesso a una persona di difendersi con un’arma da fuoco. Le pistole sono vietate. Se vieni attaccato da una “minoranza preferita” devi subirne le conseguenze o andare in prigione per un crimine d’odio. Oggi difendersi da un non bianco, se si è bianchi, in Europa è un probabile crimine d’odio” – afferma Roberts.

La rimozione dalle etnie bianche del diritto all’autotutela completa lo sradicamento delle etnie bianche. Privi di fiducia e di fiducia in se stessi, le etnie bianche si sono gettate nel cestino della storia.

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/06/09/il-fardello-delluomo-bianco-e-la-cancellazione-della-cultura-occidentale-matteo-castagna/

Ma il tesoro dei Savoia a chi appartiene?

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di Marcello Veneziani

Tre giorni dopo il referendum controverso che sancì la vittoria della repubblica sulla monarchia, il 2 giugno del 1946, Umberto II di Savoia, re uscente e mai più rientrato, fece depositare dal ministro della Real Casa Falcone Lucifero i gioielli della Famiglia Reale a Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia. Era un cofanetto in pelle nere, a tre strati, foderato di velluto blu, come il sangue dei nobili, che tuttora custodisce oltre sei mila brillanti e duemila perle, varie gemme, diademi, bracciali, collane, spille, orecchini. Alcuni risalgono all’epoca del Regno d’Italia, altri sono precedenti, cimeli di Casa Savoia nei secoli.
Sono passati quasi ottant’anni ma i gioielli dei Savoia restano ancora nel limbo, inaccessibili agli eredi ma nemmeno confiscati dallo Stato italiano. L’ultimo tentativo di riaverli risale a tre anni fa, non c’era ancora la Meloni al governo e c’era ancora in vita Vittorio Emanuele IV, affiancato dalle tre sorelle, le Tre Marie- le principesse Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice: intentarono una causa alla Banca d’Italia, alla presidenza del consiglio e al ministero dell’Economia per riavere i gioielli di Casa ma senza riuscirvi.
Nella famosa tredicesima disposizione in appendice alla Costituzione, fu indicato che i beni della Casa Savoia fossero avocati allo Stato repubblicano. Ma i gioielli si possono considerare alla stessa stregua dei Palazzi, delle tenute, delle collezioni confiscate alla casa regnante o rientrano in beni che hanno più una valenza personale, familiare, comunque più attinente alla sfera di pertinenza della dinastia? Un’attenta ricostruzione della vicenda l’ha fatta Fabio Andriola sulla sua rivista Storia in rete, appena rilanciata in edicola. Quando Umberto II consegnò, pare su sollecitazione di Alcide De Gasperi, i tesori della Corona li accompagnò con una lettera volutamente sibillina: “In conseguenza degli ultimi avvenimenti desidero che le Gioie della Corona non vadano immediatamente in mano ad un commissario che potrebbe prendere dei provvedimenti affrettati e magari fare una distribuzione e un’assegnazione non conforme al valore storico. Sono gioie portate dalle regine e dalle principesse di Casa Savoia. Desidero siano depositate presso la Banca d’Italia per essere consegnate poi a chi di diritto» . Già, chi ha veramente diritto? Il paradosso, nota Andriola, è che a difendere la causa dei Savoia e il loro diritto a riavere i gioielli di casa, fu il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, monarchico come il suo predecessore, Enrico de Nicola (uno dei paradossi della nostra repubblica: ebbe i primi due presidenti monarchici…). Einaudi usò una formula prudenziale “potrebbe ritenersi che le gioie spettano non al demanio dello Stato, ma alla famiglia reale”. Ai Savoia risposero invece con un secco no due governatori della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, divenuto poi anch’egli Capo dello Stato, e Mario Draghi. Fu perfino negata la richiesta di fotografare i gioielli di Casa Savoia, da parte di Maria Gabriella per farne un libro. Peraltro, il tesoro fu fatto valutare da due gioiellieri famosi, Gianni Bulgari e Roberto Vespasiani, e il loro responso tecnico svalutò i gioielli per la loro foggia antiquata; ma il valore storico, antiquario e simbolico resta intatto. L’arco su cui sembrano attestarsi le valutazioni è molto largo: dai 30 ai 300milioni di euro.
Il tempo è galantuomo, e dopo 56 anni di esilio, fu ammesso il rientro dei Savoia maschi in Italia, interdetto in quelle norme non a caso definite transitorie. L’amara sorpresa per chi aveva per decenni perorato la causa del rientro dei Savoia in Italia, fu che quando fu concessa la possibilità, Vittorio Emanuele IV e la sua famiglia restarono residenti in Svizzera, a Ginevra, e d’estate in Corsica, a Cavallo; ebbero il diritto di rientrare ma vi rientrarono solo da turisti occasionali, per eventi o in barca. Ora l’erede Emanuele Filiberto ricorrerà alla Corte europea dei diritti dell’Uomo ed estenderà la richiesta di riavere anche alcuni immobili. Non abbiamo competenza giuridica per entrare nel merito della controversia; ma è evidente che si tratta ormai di un contenzioso che investe una mera questione privata e patrimoniale, se non venale: l’erede vorrebbe usufruire dei beni della sua Casata sostenendo che appunto appartengano alla Famiglia e non al Regno poi tramutato in Repubblica. Forse, l’unica soluzione di buon senso, prima ancora che giuridica, sarebbe salomonica: distinguere tra beni che restano allo Stato e beni che tornano alla famiglia Savoia. O con un’ulteriore mediazione, disponendo che siano esposti e custoditi in qualche luogo a perenne memoria di una storia e di una dinastia che in fondo regnò sull’Italia in un arco di tempo piuttosto breve, pari alla vita di un uomo: ottantasei anni. Una volta notai che mio nonno, classe 1859, era nato sotto i Borbone, prima che nascesse lo Stato Unitario sotto la Corona dei Savoia. Se fosse morto a ottantasette anni, dopo il fatidico 2 giugno del 1946, avremmo potuto dire che non era nato né morto sotto i Savoia. E questo rende bene l’idea che transitorie non furono solo le norme applicate ai Savoia (e al regime fascista) ma transitorio fu quel regno, soprattutto se paragonato a quello più longevo degli Asburgo a Nord, dei Borboni al Sud, e di altre dinastie in altre città d’Italia. Una Monarchia passeggera anche se in quell’arco così breve, avemmo il Risorgimento e l’Unità d’Italia, le guerre coloniali, il regime fascista, l’Impero, due guerre mondiali. Regno breve ma intenso.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/ma-il-tesoro-dei-savoia-a-chi-appartiene/

Silvia Sardone, sotto scorta, sconcertata perché “la sinistra è sempre dalla parte sbagliata della storia”

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di Matteo Castagna

Silvia Sardone, milanese doc, ha sempre dimostrato di avere parecchia determinazione in tutte le sue battaglie politiche. Laureata con pieni voti in Giurisprudenza all’università commerciale Luigi Bocconi, successivamente, mentre svolge il praticantato presso uno studio di diritto del lavoro, vince una borsa di studio per un dottorato di ricerca in Relazioni del lavoro presso l’ Università di Modena e Reggio Emilia, che consegue nel marzo 2011. Ottiene in seguito, a pieni voti, anche un master in Business Administration presso il Politecnico di Milano.
Nel giugno 2023 si è sposata con Davide Caparini, leghista della prima ora e amico personale di Umberto Bossi è stato deputato dal 1996 al 2018, mentre dal 2018 al 10 marzo di quest’anno assessore al Bilancio della Regione Lombardia. E’ mamma di due bambini.
 

1. Silvia Sardone, lei è al secondo mandato all’Europarlamento, peraltro con 75.357 preferenze. È la donna italiana più votata e da pochi giorni Vicesegretaria della Lega. Ci parli un po’ di lei e della sua passione per la politica. Come si fa a prendere così tanti voti?

Da eletta, ho iniziato la mia attività politica a 21 anni, in consiglio di zona, ero all’università e già lavoravoNon credo ci sia una ricetta per prendere i voti, se non quella di fare politica per passione in maniera instancabile con grinta e dedizione. Sicuramente la presenza sul territorio è fondamentaleunita anche al lavoro nelle istituzioni e alla comunicazione di quello che si fa. Direi che se dovessi dire una ricetta, questi sarebbero i pilastri per costruire il consenso.

2. Una delle sue battaglie politiche principali è l’immigrazione. Perché è un problema e perché l’Europa è così miope? Cosa può fare in concreto il Parlamento europeo per fermare gli sbarchi e per la sicurezza?

Dobbiamo fare una distinzione tra l’immigrazione regolare e quella irregolare. Le persone che sono sul territorio in maniera regolare, pagano le tasse, rispettano le regole, lavorano e danno il loro contributo non rappresentano un problema, anzi… Il problema è costituito dall’immigrazione irregolare che ha portato solo insicurezza e a dirlo sono anche i tanti stranieri perbene che vivono sul territorio. L’Europa, che anche in occasione delle ultime elezioni ha fatto di tutto per mettere alla porta i cosiddetti partiti sovranisti anti-immigrazione, sembra odiare  stessa: mossa da un desiderio di iper altruismo e buonismo preferisce accogliere indiscriminatamente, anziché rafforzare i propri confini e quindi la propria identità. Innanzitutto l’Ue non dovrebbe mettere i bastoni tra le ruote, con ogni mezzo, ai Paesi che avanzano politiche decise contro l’immigrazione clandestina; dopodiché servirebbe uno snellimento generale delle procedure per l’accoglimento o meno delle domande d’asilo, la creazione di hotspot in Nord Africa, norme più semplici per le espulsioni.

Questo appare un passaggio fondamentale: l’attuale Unione Europea impedisce la re-migrazione in favore di un mondialismo che ha dimostrato di essere un modello socialmente ed economicamente fallimentare. Non è il governo che non vuole espellere, sono le sinistre che sostengono, in Italia e in Europa un terzomondismo business sulla pelle dei popoli.

3. Lei è vittima, spesso, di intimidazioni da parte di odiatori seriali della sinistra. Come reagisce? Avrebbe bisogno della scorta? E il mondo femminile, mi pare stenti a farsi sentire quando la vittima è una donna non di sinistra. Perché? Riceve almeno in privato un po’ di solidarietà da qualche paladina dei diritti violati? Se sì ci fa uno o più nomi?

Sono sotto scorta ormai da oltre un anno per le minacce che ricevo quotidianamente da persone di fede islamica e non solo che non digeriscono il mio essere libera. Di femminista non ne ho vista né sentita mezza darmi supporto, anzi spesso si dice che vado a cercarmele… Il silenzio delle donne del Pd è sconcertante. Battersi per i diritti delle donne velate e sottomesse da genitori, mariti e fratelli significa andare a cercarsele? Stiano tutti tranquilli: continuerò le mie battaglie a testa alta, senza paura di attacchi e minacce. In questo si dimostra la tenace battagliera di sempre.

4. Quanto conta la fede cattolica nel suo vivere la politica? Come vedono a Bruxelles una donna, della Lega, e pure di profonda formazione cattolica?

Io ho fatto la catechista e sono cristiana. A prescindere da questo credo che sia necessario tutelare le nostre tradizioni, i nostri valori. L’Europa o è cristiana, o non è, e non si possono negare le origini spirituali millenarie del nostro continente. Sono anche convinta che tutte le volte che indietreggiamo su ciò che siamo, una cultura più forte ed identitaria come quella musulmana si diffonda e ci sottometta e io non voglio finire sottomessa all’Islam. A Bruxelles c’è un quartiere come Molenbeek, dove non si vedono donne se non con il velo islamico, accompagnate da un uomo per uscire di casa. È questo il futuro che vogliamo per l’Europa?

5. Lei ha scritto un post ricordando che il compare di Ramy è stato arrestato per spaccio. Lo stesso galantuomo che veniva difeso dalla sinistra…non è un po’ politicamente da Tafazzi l’atteggiamento di certa sinistra?

Assolutamente sì. La sinistra sta sempre dalla parte sbagliata e il caso Ramy è stato emblematico di tutto ciò. Carabinieri messi alla gogna senza passare nemmeno dal via e strenua difesa di chi non si era fermato al loro alt mettendo in pericolo la vita di chiunque li incontrasse lungo la loro fuga. Ma alla fine il tempo è sempre galantuomo e ristabilisce verità e giustizia.

6. Temi etici. C’è una confusione voluta tra diritti e desideri? La famiglia cos’ è? Aborto, eutanasia, utero in affitto. Decide l’Europa? Lei come la pensa e cosa farete per contrastare il pensiero unico?

La famiglia è il primo pilastro della civiltà ed è dove c’è amore. Incondizionato. La pratica dell’utero in affitto è ignobile già nel suo stesso nome e il governo di centrodestra l’ha resa giustamente reato universale. Sui temi etici non deve decidere l’Europa, ma i singoli Stati. Il pensiero unico è il pensiero comunista. Lo contrasteremo facendo politica. Fuori dalla mia classe alle elementari c’era scritto “ognuno è unico ed irripetibile”. In alcune scuole c’è scritto “siamo tutti uguali”. Preferisco la mia

7. Geopolitica. Come vede il contesto internazionale? I “volenterosi” sono un aiuto o un ostacolo alla pace? E su Gaza la può spendere una parola? 

I volenterosi con alcune dichiarazioni sembrano di più rappresentare un ostacolo alla pace, anzi con qualche tono sembrano alimentare la prosecuzione della guerra invece di spingere sulla pace. Pensare di inviare truppe dei vari eserciti in Ucraina è pura follia, a meno che non si voglia cominciare il terzo conflitto mondiale. Quanto a Gaza, finché esisterà Hamas la parola pace sarà un’utopia. Israele resta l’unica democrazia del Medio Oriente e ha reagito a un attacco terroristico. Bisogna essere chiari: un conto è la Palestina, un conto è l’organizzazione terroristica di Hamas. Dopo di che è ovvio che bisogna lavorare per la pace perché è inaccettabile anche solo un morto per le guerre. Questo concetto andrebbe indirizzato ai guerrafondai che abbiamo anche in Europa. 

8. È sugli stessi scranni con il gen. Vannacci. Com’ è nel gruppo Lega? Si è ben integrato? Lei ha un buon rapporto, nel senso che ha punti di contatto con il suo pensiero? 

Con Roberto stiamo lavorando bene in Europa e in generale sui territori: è una persona molto intelligente e preparata, non avevo dubbi si sarebbe integrato nella famiglia della Lega. Con lui condivido la lotta all’immigrazione clandestina, la difesa delle nostre tradizioni e l’opposizione all’ideologia woke. Abbiamo storie diverse ma tanti punti in comune: ognuno fa il suo percorso, per il bene degli italiani e della Lega.

9. Pronostici. Cosa si aspetta di portare a casa per i suoi tanti elettori e cosa vorrebbe fare ma la burocrazia di Bruxelles e la UE la fermano?

In Europa sono capogruppo dei Patrioti nella commissione ambiente. Combatto quotidianamente contro l’ideologia green che per esempio su automobili e case da adeguare è letteralmente una bomba a mano che minaccia centinaia di migliaia di famiglie e posti di lavoro. Procedere per rinvii, come si sta facendo, serve solo a posticipare il problema senza risolverlo. Il Green Deal va abbattuto. L’Ue vuole governare il mercato senza capire la portata delle conseguenze per i cittadini: tutto ciò non solo è assurdo ma è anche profondamente antidemocratico. Il rispetto per l’ambiente non si discute ma deve altresì conciliarsi col tessuto economico dei singoli Paesi: se in Europa tutti girano in auto elettrica ma in Cina e in India non riducono le emissioni, a cosa serve essere green se non a essere più poveri?

Fonte: https://www.affaritaliani.it/

Il rigurgito dell’odio

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di Marcello Veneziani

Nell’aprile di cinquant’anni fa un ragazzo moriva dopo una lunga agonia. Si chiamava Sergio, Sergio Ramelli. Era un militante del Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile della destra nazionale, milanese, aveva scritto un tema in classe sul terrorismo delle Brigate rosse. Un gruppetto di studenti di Avanguardia Operaia pubblicò sulla bacheca all’entrata della scuola il suo tema, accompagnandolo con una scritta: “Ecco il tema di un fascista”. Poi fu aggredito, preso a pugni e sputi, deriso e dileggiato, fino a quando apparve la scritta “Ramelli fascista sei il primo della lista”. E una sera, mentre tornava a casa, fu aggredito da quattro militanti del gruppo di estrema sinistra che lo colpirono con la chiave inglese fino a sfondargli il cranio e lo lasciarono in una pozza di sangue sul selciato. Poi dopo alcune settimane di agonia, Sergio morì. Avevo allora la sua stessa età, ed ero stato anch’io da ragazzo militante del Fronte della gioventù, al mio paese. Sentì che con lui ero stata uccisa anche una parte di me, avrei potuto scrivere lo stesso tema e mi esponevo anch’io con la bandiera tricolore nelle piazze e le mie idee a scuola; ma ebbi la fortuna di vivere in un luogo meno rovente, dove non si usava la chiave inglese, e dove le parole raramente si facevano armi letali, al più scoppiavano tafferugli. Oggi quel ragazzo lo ricordano in tanti, non solo a destra; anche Walter Veltroni lo ha ricordato, e gli fa onore.

Di recente Giuseppe Culicchia gli ha dedicato un bel libro in cui ha ricostruito la vicenda e il clima terribile di quei giorni. S’intitola Uccidere un fascista, ed.Mondadori.

Sempre in aprile, “il più crudele dei mesi” secondo T.S.Eliot, a Roma, due anni prima erano stati trucidati due ragazzi, anzi un ragazzo e suo fratello, un bambino di dieci anni, colpevoli di essere figli del segretario locale della sezione del Movimento sociale. Furono bruciati in casa loro, mentre dormivano, in quello che sarà ricordato come il rogo di Primavalle. Gli assassini furono dei militanti di Potere Operaio. Era una casa popolare, era una famiglia umile, con sei figli, poteva essere una strage con più vittime. Si chiamavano Virgilio e Stefano Mattei.

Altri nomi di vittime della violenza mi sovvengono ma evito di elencarli. Su molti di loro, a parte i rituali dei militanti e i loro nomi citati nei comizi e nei manifesti missini, calò il silenzio e l’omertà, come se fossero figli di un dio minore, o peggio di un dio malvagio, vittime maledette, incluso quel bambino di dieci anni.

Lascio stare le accuse e le recriminazioni, in una stagione che ebbe tante vittime tra i ragazzi di destra ma anche di sinistra, oltre che tra i giovani in divisa, le forze dell’ordine. Ma vorrei constatare che furono vittime di una guerra mai nata, di una rivoluzione abortita; vittime di uno scontro in cui ci furono sì criminali e vittime, ma non ci furono vincitori né vinti, perché alla fine non trionfò né la rivoluzione comunista dei loro carnefici né la rivolta ideale di quei giovani neofascisti. È terribile morire in una guerra civile ma più terribile è morire in tempo di pace; quando partecipi a una guerra civile sai a cosa puoi andare incontro perché sai che stai combattendo per una causa e in una sfida in cui uno alla fine trionferà sull’altro. Ma nel caso degli anni di piombo e delle violenze che imperversarono negli anni settanta, c’è pure la beffa di una storia inconcludente, che non ebbe esiti, se non la vittoria dello status quo e di un mondo che non piaceva né alle vittime né ai carnefici. Il loro sacrificio non servi a nulla, nemmeno ai fini cinici e impietosi della storia. Non ebbe effetti, fu solo male su male. Il potere restò inalterato, i governi continuarono a succedersi nella stessa formula, con gli stessi protagonisti; il potere politico non ne ebbe a soffrire. Per usare il gergo del tempo, vinse il Sistema, che entrambi avversavano seppure con motivazioni diverse.

La loro unica motivazione fu paradossalmente retroattiva: era un conto residuo della guerra civile, che ora compie 80 anni; quei ragazzi morivano nel nome del passato, di un passato che non avevano conosciuto, il regime fascista e la guerra partigiana, e la speranza abortita di una rivoluzione dopo la resistenza, l’avvento di un regime comunista, proletario, che non vide mai la luce né mai avrebbe potuta vederla, perché il mondo in quel tempo si atteneva a una rigida spartizione, decisa a Yalta, in cui alcuni paesi sarebbero rimasti sotto l’ombrello americano e altri sotto il tallone sovietico.

Dunque la ragione della loro guerra era puramente retroattiva e simbolica, riguardava trent’anni prima e un’altra generazione, e comunque non avrebbe potuto cambiare gli assetti nazionali e mondiali prestabiliti. Puro rancore rimasto nell’aria del tempo. Pura contabilità dell’odio, permanenza del livore elevato a categoria antropologica, senza più ragion d’essere, senza nessun futuro e nessun presente.

E quanto quell’odio sia ancora circolante lo dimostra un ennesimo strascico dei nostri giorni. Che risale ancora a un aprile di sangue, non di trent’anni fa ma addirittura di ottantun’anni fa. È stata negata l’intitolazione di una rotonda di Firenze al più grande filosofo italiano del Novecento, Giovanni Gentile, su cui spesso abbiamo scritto e di cui in questi giorni è uscito un densisssimo e umano ritratto della sua vita in famiglia: s’intitola proprio La famiglia Gentile. Lettere e fotografie dal 1900 al 1945, un corposo volume pubblicato dalle edizioni Le Lettere, dei nipoti del filosofo ucciso.

A negare l’intitolazione toponomastica al filosofo è stata tra gli altri il sindaco di Firenze, o la sindaca, fate voi – non bado a queste minchiate – Sara Funaro del partito democratico. Dimenticando l’umanità di suo nonno, il sindaco di Firenze ai tempi dell’Alluvione, lo scrittore cattolico e politico democristiano Piero Bargellini, il sindac* (o/a) in carica della città in cui visse e morì Gentile, ha rigettato la proposta prendendosela con la destra al governo che “ha ancora lo sguardo rivolto agli anni peggiori del nostro passato”. Non vorrei ricordare, ancora una volta, la coerenza e l’umanità di Gentile, il suo ruolo di pacificatore che si assunse in piena guerra mondiale e civile, la sua difesa di antifascisti ed ebrei, la sua siderale distanza dal nazismo; mi limito a dire che fu un grande filosofo, come pochi ce ne sono nell’arco di secoli, e che fu riconosciuto tale da grandi studiosi di ogni versante; fu grande ministro della pubblica istruzione, fondatore di importanti istituzioni culturali, come l’Enciclopedia Italiana Treccani. E aggiungo che col miserabile criterio di cancellare la memoria di chi ha avuto legami con poteri nefasti, noi dovremmo cancellare la memoria di Seneca perché fu consigliere di Nerone; e perfino quella dei due più grandi filosofi dell’antichità, Platone, che fu consigliere del tiranno di Siracusa, e Aristotele, il “maestro di color che sanno”, che fu precettore di un Imperatore spietato come Alessandro Magno. E potremmo continuare la caccia nei secoli. Questo ennesimo esempio meschino di cancel culture mostra quanta barbarie sia ancora operante nel nostro tempo; quanto odio sia ancora attivo e rigurgitante, come un vomito permanente, sulla nostra storia, sul nostro pensiero, sulla nostra civiltà e umanità.

Il mondo cambia, anche troppo, il tempo corre in fretta, ma loro sono ancora lì, fermi, a sputare sui morti e a negare onorata sepoltura anche ai più grandi. Vomito ergo sum, è ormai il loro codice di vita e il loro motto araldico.

https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-rigurgito-dellodio/

Fonte:

I violenti non hanno posto a Lonate Pozzolo in Provincia di Varese. La presidente dell’Anpi esclusa dalle celebrazioni per il 25 aprile

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di Angelo Paratico

“La De Tomasi non è gradita a Lonate Pozzolo” ha comunicato la giunta di Lonate Pozzolo presieduta dal sindaco Elena Carraro. Questa pare essere la prima ripercussione dopo i fatti di Luino: la presidente provinciale dell’Anpi, Ester De Tomasi non sarà gradita a Lonate Pozzolo (provincia di Varese) in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile.

Il sindaco Elena Carraro con l’appoggio di Lega e Fratelli d’Italia dice che si tratta di una scelta obbligata in seguito a quanto accaduto lo scorso lunedì a Palazzo Verbania a Luino, dove la De Tomasi si è rivolta verso lo studente di 19 anni Samuel Balatri, reo di aver espresso la sua opinione, affermando di volerlo prendere a schiaffi. La De Tomasi avrebbe dovuto partecipare a due eventi in occasione dell’ottantesimo anniversario della Liberazione: il primo a Sant’Antonino Ticino, in occasione dell’apposizione della targa al partigiano Annunciato Crivelli, il secondo a Lonate al Parco delle Rimembranze. Per quanto riguarda l’appuntamento di Sant’Antonino Ticino, la targa non è ancora pronta e dunque la commemorazione è stata rimandata. Mentre a Lonate la De Tomasi “non è gradita”, ma nonostante ciò i partigiani avranno una propria rappresentanza alle celebrazioni.

Il bel sindaco leghista Elena Carraro mostra ancora una volta il suo coraggio; in passato aveva ricevuto decine di lettere minatorie e i carabinieri hanno dovuto arrestare uno stalker che la perseguitava, eppure non arretra dalle sue posizioni e mantiene ancora una volta il punto.

Fonte: https://giornalecangrande.it/i-violenti-non-hanno-posto-a-lonate-pozzolo-in-provincia-di-varese-la-presidente-dellanpi-esclusa-dalle-celebrazioni-per-il-25-aprile/

Il “delitto comprovatissimo” di Marine Le Pen

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di Maurizio Blondet

Bonifacio Castellane su X:

“Sapete su cosa è stata condannata Marine Le Pen? Sul fatto che un ex parlamentare del FN avrebbe scritto una mail in cui diceva che “Marine è d’accordo” sul fatto che non fossero i parlamentari a nominarsi i portaborse ma dovevano aspettare le indicazioni del partito. Prassi” / X

 

 

Sto scoprendo cose sul caso Le Pen che nemmeno nella serie “ai confini della realtà”.

Sapete quando è partita l’indagine che ha portato alla recente sentenza di primo grado contro la Le Pen per uso indebito dei fondi messi a sua disposizione dalla UE per svolgere la propria attività di europarlamentare? L’Ufficio europeo antifrode (OLAF) dichiarò di aver rilevato irregolarità e aprì un’indagine amministrativa nei suoi confronti, udite udite, nel… 2014! Guarda caso proprio l’anno in cui Le Pen iniziò il mandato da europarlamentare francese a seguito delle elezioni europee che videro il partito di destra Front National ottenere una vittoria storica in Francia con il 24,89% delle preferenze ottenendo ben 24 seggi.

Quindi, secondo i fatti che dovremmo berci, alla neoeletta europarlamentare, forte di un’onda di consensi senza precedenti, venne praticamente concesso dalla UE di continuare ad accedere ai fondi e di utilizzarli indebitamente, fino al 2016, e la stessa Le Pen lo fece pur sapendo di essere sotto indagine dell’antifrode

Nemmeno una banda di minus habens certificati avrebbe potuto mettere in piedi una situazione più incoerente di questa in tutti i sensi. Non solo. Per decidere se alla fine i fondi erano stati utilizzati indebitamente, sono serviti alla magistratura 10 anni e guarda caso si è arrivati a una conclusione proprio quando la Le Pen ha ipotecato la vittoria delle prossime elezioni francesi. Ora iniziate a capire un po’ meglio quello che è successo? Eh?

 

 

Éric Ciotti annuncia la presentazione di un disegno di legge per ABOLIRE l’esecuzione provvisoria di una pena di ineleggibilità, che sarà esaminato il 26 giugno.

 

Fonte: https://www.maurizioblondet.it/il-delitto-comprovatissimo-di-marine-le-pen/

Un riarmo sciagurato, una piazza fuori strada

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di Marcello Veneziani

Il pacifismo è una brutta malattia, il bellicismo è un pessimo vizio. Ma quest’Europa pacifista e bellicista, oltre a sommare il vizio alla malattia, sta inscenando una ridicola e costosissima tragedia.

È comprensibile il realismo duttile di Giorgia Meloni che si allinea al riarmo ed è commovente l’irrealismo puerile di Elly Schlein, contraria al riarmo europeo mentre il suo partito è diviso tra favorevoli e astenuti. Ma il riarmo europeo proposto da Ursula von der Leyen puzza di ripicca, velleità e ipocrisia. Riarmarsi per ripicca contro Donald Trump non è una scelta lungimirante; rischia di partorire mostricciattoli ed errori macroscopici che pagheremo caro. Riarmarsi nel nome dell’Ucraina, poi, ancor più, significa perseverare in un errore che è già costato caro a noi europei, senza arrecare vantaggi all’Ucraina né progressi per la soluzione del conflitto o per l’equilibrio mondiale. Farlo con una pioggia di miliardi, un’altra pioggia, la terza dopo quella generata dal covid e poi quella per la green economy, significa smentire decenni di rigore punitivo verso gli stati indebitati (do you remember Grecia?) Vi ricordate la mannaia dello spread, su cui cadevano i governi; avevano solo scherzato, era un caso di euro-goliardia? Era vietato sforare, ora è d’obbligo tracimare. Quel giro vorticoso di miliardi tirati fuori in fretta e furia sarà una campagna che servirà a finanziare la boccheggiante industria di alcuni paesi in difficoltà o gli arsenali di alcuni signori della guerra ma dubito che servirà davvero a far nascere un’efficace difesa dell’Europa.

Non sono un esperto di cose militari e non oso esprimere giudizi specifici nel merito. Da tempo auspico un esercito europeo, e abbiamo avuto mille motivi per istituirlo in passato, dalla guerra del Golfo all’attacco alle Torri gemelle, dal terrorismo alle tensioni ad est e nel mondo, dalla necessità di non appiattirsi sulla Nato e sul dominio Usa ai rischi di un’area sguarnita che ha recitato per anni il ruolo pacifista di mammola imbelle; tanto c’era la Nato a fare il lavoro sporco delle guerre, a cui ci accodavamo ma un po’ defilati.

Oggi inveiscono contro Trump che perlomeno non ha pretese di ergersi a dominatore del mondo e non vuole trascinarci in guerre “umanitarie” come Clinton (alle porte dell’Europa), e i Bush, Obama e Biden. Anzi ci dà la possibilità, visto che vuol pensare alla “sua” America e non caricarsi dell’intero pianeta, di poter avere finalmente un’Europa adulta e indipendente che fa da sé e non al rimorchio degli Usa.

La prima considerazione da fare in tema di riarmo è che i 27 stati europei spendono già complessivamente un’imponente cifra per la difesa delle singole nazioni; ma non riescono a coordinare gli sforzi, a massimizzare le risorse, evitando sovrapposizioni inutili e attivando il mutuo soccorso e la cooperazione. Da profano e non addetto ai lavori vorrei quantomeno chiedere: ma è proprio impossibile convogliare le difese nazionali in un piano comune europeo? Ossia configurare che gli apparati di difesa rispondano normalmente ai singoli stati sovrani e agli interessi della loro nazione; ma vi sia poi un’area condivisa di armi a livello europeo e un protocollo di difesa comune in modo che vi sia la possibilità, all’occorrenza, di dare priorità alla sicurezza europea e di riconvertire la difesa di ciascuno in difesa di tutti. Quel che manca è un disegno strategico e sinergico, un accordo generale e una volontà politica: poter riconvertire in tempo di pericolo e in caso di necessità quegli apparati di difesa nazionale sotto una guida sovranazionale che ne assume il comando supremo quando si pone l’emergenza. Questo non ridurrebbe largamente il grande investimento militare annunciato, che si annuncia pure insufficiente per colmare il gap con le altre potenze in campo? Fatemi capire, è proprio impossibile sintonizzare gli apparati di difesa nazionali in un comune programma di difesa europea? La linea maestra dell’Europa resti il negoziato, la diplomazia, il buon uso della geopolitica e delle relazioni internazionali; anche se ci è ben chiaro che non basta il diritto internazionale, occorre anche la forza dissuasiva e dunque la deterrenza. Oggi l’Europa non dispone né del bastone della decisione né della carota del dialogo. Non ha né l’arma della ragione né la ragione delle armi. Non sa fare né la pace né la guerra.

Nel nome del realismo e non del pacifismo mi pare avventata e tutt’altro che rassicurante questa corsa europea al riarmo, questo dispendio di energie e risorse che vorremmo usate in ambiti di maggiore interesse sociale per i popoli, sulle priorità economiche, sanitarie e civili, oltre che in ambiti come l’istruzione e la salvaguardia della cultura e della natura. Quando le strategie di riarmo non nascono da un lungimirante progetto di difesa comune europea ma dall’urgenza di replicare a una trattativa di pace che esclude l’Europa, come quella che si profila in Arabia; e dalla follia di continuare la guerra in Ucraina, rischiamo di subire un rovinoso contraccolpo. Oltretutto riarmarsi con questo spirito di ostilità può far precipitare gli eventi anziché esercitare dissuasione. Con queste premesse vendicative può infatti accadere che sia proprio il riarmo a far precipitare i contrasti in conflitti. E l’idea di doversi armare per far dispetto a Trump e contro Putin, quando finora l’Europa non ha ricevuto minacce dalla Russia, semmai dall’Islamismo e sul piano commerciale, strategico e tecnologico dalla Cina, segna una pericolosa miopia.

Per passare dai Palazzi alla Piazza, e dalla storia alla satira, ci siamo goduti la solita sfilata del valoroso popolo di sinistra, che come è noto non ha bisogno di eroi – come disse Bertolt Brecht – ma ha bisogno di comici, attori, cantanti, sacrestani, scrittori psicopatici, sciampisti intellettuali e carri allegorici per testimoniare tutta la sua indignazione contro Trump, contro l’Europa stessa, contro l’Italia meloniana nel nome di un’Europa virtuosa e virtuale, cioè immaginaria. E ora che hanno manifestato la loro indignazione e la loro preoccupazione, ora che hanno detto “mai in mio nome”, ritengono di aver messo a posto l’universo e la propria coscienza, e possono ritirarsi a casa soddisfatti per seguire Gruber, Fazio e compagnia bella che li celebreranno come intrepidi e inascoltati profeti della pace contro il Demonio in agguato. Che anime belle in questo brutto mondo.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/un-riarmo-sciagurato-una-piazza-fuori-strada/

Migranti, si cambia: arriva il divieto di ingresso in Ue, rimpatri comuni e hub extra Ue: la linea Meloni

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di Federica Argento

Il nuovo regolamento Ue: avanza l’idea che per contrastare l’immigrazione clandestina occorre basarsi su provvedimenti concreti come sta facendo l’Italia. La bozza della Commissione Europea recepisce il principio secondo cui creare hub per i rimpatri nei Paesi terzi con cui esistano accordi specifici è la strada da seguire.

Un «Ordine di rimpatri europeo» che farà da terreno comune per le decisioni dei 27 Paesi membri, fornendo «chiarezza» per l’intera Unione. Si apre un nuovo capitolo. È questa una delle maggiori novità che, a quanto si legge nella bozza visionata dall’Ansa, è contenuta nel nuovo regolamento sui rimpatri Ue, atteso per martedì. Il regolamento si compone di 52 articoli ed è direttamente, e obbligatoriamente, applicabile dai singoli Stati membri. «L’attuale mosaico di 27 diversi sistemi nazionali di rimpatrio, ciascuno con il proprio approccio e le proprie procedure, compromette l’efficacia dei rimpatri a livello Ue», si legge nell’introduzione del testo.

La bozza del regolamento

L’articolo 10 del regolamento rimpatri prevede l’istituzione del «divieto d’ingresso» nel territorio dell’Ue alla persona che «non collabora con il processo volontario» di rimpatrio – che scatta per tutti coloro i quali non hanno diritto all’asilo – o non lascia lo Stato membro «entro la data indicata» oppure si sposta in un altro Stato membro «senza autorizzazione». Il divieto – che arriva ad un massimo di 10 anni – scatta poi anche in base all’articolo 16, ovvero per chi pone «un rischio alla sicurezza» dei Paesi Ue.

L’Ue punta a regole uniche su rimpatri

«L’istituzione di un sistema europeo efficace e comune per i rimpatri è un pilastro centrale del Patto su migrazione e asilo. Per funzionare, qualsiasi sistema di gestione della migrazione deve avere una politica credibile ed efficace in materia di rimpatrio. Quando persone che non hanno il diritto di rimanere nell’Ue rimangono, l’intero sistema di migrazione e asilo viene minato. È ingiusto nei confronti di coloro che hanno rispettato le regole, compromette la capacità dell’Europa di attrarre e trattenere i talenti e, in ultima analisi, erode il sostegno dell’opinione pubblica a favore di società aperte e tolleranti. Incentiva gli arrivi illegali ed espone i clandestini a condizioni precarie e allo sfruttamento da parte delle reti criminali», si legge nel testo. Che ricorda come «attualmente, solo il 20% circa dei cittadini di Paesi terzi a cui viene ordinato di lasciare l’Unione lo fa effettivamente. Le persone a cui viene intimato di lasciare l’Unione spesso sfuggono alle autorità e si trasferiscono in altri Stati membri».

“L’attuale direttiva rimpatri lascia un ampio margine di manovra alle legislazioni nazionali per l’attuazione delle norme Ue e ai tribunali nazionali per la loro interpretazione. Gli Stati membri segnalano problemi legati alla mancanza di chiarezza delle norme e al protrarsi dei procedimenti amministrativi, che compromettono il giusto processo. Ciò crea ambiguità e incertezza per i cittadini di Paesi terzi interessati e per le autorità che gestiscono i rimpatri”, spiega il Regolamento Ue; secondo il quale inoltre “la mancanza di cooperazione dei cittadini di Paesi terzi, che possono opporre resistenza, fuggire o vanificare in altro modo gli sforzi di rimpatrio, rende difficile l’esecuzione delle decisioni di rimpatrio. Gli Stati membri hanno difficoltà a tenere traccia dei cittadini di Paesi terzi durante le diverse fasi delle procedure di rimpatrio, il che rallenta o impedisce i progressi”.

Ulteriori strette

Un’ulteriore stretta è prevista dall’articolo 16, che introduce il divieto di ingresso per chi rappresenta “un rischio alla sicurezza” dell’UE. Queste misure mirano a rafforzare il controllo sulle persone irregolarmente presenti nel territorio europeo e a ridurre i movimenti non autorizzati all’interno dello spazio Schengen.

Rimpatri negli “hub” extra-Ue: cosa dice il regolamento

Il regolamento interviene anche su uno dei temi più scottanti della politica italiana: come lo spostamento di migranti irregolari e richiedenti asilo nei nuovi hub albanesi. La proposta di regolamento della Commissione Europea sui rimpatri introduce di fatto la possibilità di spostare le persone “nei confronti delle quali è stata emessa una decisione di rimpatrio verso un Paese terzo con il quale esiste un accordo o un’intesa di rimpatrio (hub di rimpatrio)”. Un vero e proprio  endorsement all’iniziativa del governo Meloni.  In questo caso “un accordo o un’intesa può essere concluso solo con un Paese terzo dove sono rispettati gli standard e i principi internazionali in materia di diritti umani; in conformità con il diritto internazionale, compreso il principio di non respingimento” sottolinea il testo del regolamento. Non solo: “Tale accordo o intesa deve stabilire le modalità di trasferimento, nonché le condizioni per il periodo durante il quale il cittadino del paese terzo soggiorna nel Paese, che può essere a breve o più lungo termine” viene specificato nella bozza. Quindi un sostanziale via libera al ricollocamento di migranti irregolari, in attesa di espulsione, presso paesi terzi, sia pure a determinate condizioni.

Lisei: L’Ue fa sul serio, grazie a Meloni

“La Ue comincia a comprendere che per contrastare l’immigrazione clandestina occorre basarsi su provvedimenti concreti come sta facendo l’Italia. La bozza di regolamento della Commissione Europea finalmente recepisce il principio secondo cui creare hub per i rimpatri nei Paesi terzi con cui esistano accordi specifici è la strada da seguire, come ha sempre sostenuto il governo Meloni e soprattutto che bisogna favorire i rimpatri veloci”. Sono le parole del senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei. “E’ passato il tempo in cui le sinistre invocavano la redistribuzione dei migranti per gli Accordi di Dublino; facendosi prendere in giro dalle altre nazioni. Possono sbraitare, boicottare, aggrapparsi a qualche magistrato, ma se ne facciano una ragione: se oggi l’Europa cambia regole migratorie è per merito di Giorgia Meloni. La difesa dei confini è una priorità anche per l’Europa e non sarà fermata da sentenze che sanno più di politica che di giustizia”.

Rampelli: “Si apre un nuovo capitolo grazie al governo Meloni”

“La revisione del regolamento sui rimpatri consente la razionalizzazione di un sistema che fino a oggi ha causato difformità nei processi di allontanamento dell’immigrato clandestino. Finalmente gli Stati membri dell’Ue parleranno una sola lingua: quella della difesa dei confini europei e del riconoscimento dei diritti a chi ne ha davvero bisogno”. Plaude al nuovo regolamento il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli, di Fratelli d’Italia. “Si apre dunque un nuovo capitolo grazie alla capacità persuasiva del presidente Meloni. Una conquista che fino a pochi anni fa sembrava impossibile. Tale era l’ostinazione della sinistra che governava a tutti i livelli creando un sistema che, ben lontano dalla vera solidarietà, foraggiava il traffico degli esseri umani e il business dell’accoglienza, consegnando gli immigrati a un destino di indigenza, lavoro nero e sfruttamento dalla criminalità”, conclude l’esponente di Fdi.

Delmastro: L’Europa inizia a capire…

Interviene il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro: “Da un lato, una parte della magistratura italiana che, con sentenze assurde, prova a smontare il lavoro del Governo per difendere i confini; dall’altro un’Europa che finalmente inizia a capire che l’immigrazione clandestina va fermata con strumenti concreti”. È quanto dichiara in una nota Andrea Delmastro delle Vedove, deputato di Fratelli d’Italia e Sottosegretario alla Giustizia. ”La bozza di regolamento della Commissione Europea apre alla possibilità di istituire hub per i rimpatri nei Paesi terzi con cui esistano accordi specifici. Un principio di buon senso, che rafforza la nostra strategia e dimostra che la strada tracciata dall’Italia è quella giusta. Con il Governo Meloni, l’Italia non subisce più, ma guida il cambiamento.”

Fonte: https://www.secoloditalia.it/2025/03/migranti-arriva-il-divieto-di-ingresso-in-europa-rimpatri-comuni-e-hub-extra-ue-e-la-linea-meloni/

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