Radici fascistissime della nostra Repubblica Anti-Fascista. Sofri elogia il perdonismo di Bergoglio

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EDITORIALE

di Matteo Castagna per https://www.marcotosatti.com/2024/12/30/radici-fascistissime-della-repubblica-anti-fascista-sofri-elogia-il-perdonismo-di-bergoglio-matteo-castagna/  Stilum Curiae è il sito del vaticanista Marco Tosatti per cui Castagna scrive con cadenza settimanale (Matteo Castagna, Comunicatore Pubblico, tessera n. 2343 ex L.4/2013, fa parte della Redazioni di: Stilum Curiae, Affaritaliani.it, InFormazioneCattolica.it e Il2diPicche.news)

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulle radici fascistissime della nostra Repubblica antifascista, Sofri e Bergoglio. Buona lettura e diffusione.

di Matteo Castagna
 
Viviamo in un’Italia che non vuole fare i conti col suo passato. O, almeno, che continua a considerare la storia come una lotta tra chi è stato dalla parte giusta e da chi dalla sbagliata. Lo sforzo di grandi scrittori e docenti, come Renzo De Felice, Indro Montanelli, Marcello Veneziani, Giampaolo Pansa, e altri coraggiosi, mirato a descrivere la verità dei fatti del dopoguerra, ma anche della guerra civile 43′-45′, e le ragioni dei vinti, è stato censurato dai soloni del pensiero unico, in una maniera, a mio avviso, brutale, irrispettosa, isterica, manichea e intollerante.
Già leggendo il testo del 1976 “Camerata, dove sei?”, ristampato da pochi anni, da Angelo Paratico, della Gingko Edizioni di Verona, vide nella democratica, pluralista e difficile repubblica democristiana, una censura tale da indurre lo scrivente a usare lo pseudonimo di “Anonimo Nero” e a celare la casa editrice, per timor di ritorsioni. Perché lungi dalla probabile ideologia dell’autore, ciò che vi era scritto era vero e ben documentato, al punto da mettere in serio imbarazzo l’establishment dell’epoca.
La tristezza è che la nostra Costituzione e la nostra Repubblica arrivano dalle mani di molti voltagabbana. Un Benigno Zaccagnini, con l’aspetto “benigno” del curato di campagna, ma che scriveva di razza e di sangue, come fosse l’Himmler de noantri? No, non lo credevo possibile. Un Davide Lajolo che gioiva  per l’entrata in guerra. Un Aldo Moro che poneva la razza prima e la religione cattolica quarta nella scala delle priorità. Un Giovanni Spadolini che gioiva per le uscite aggressive del Duce, perché ci teneva al proprio posto di lavoro…
Tutti i celebri personaggi che vengono passati in rassegna, devoti e fidati fascisti durante il ventennio, erano ancora in posizioni apicali di potere nel 1976 e dunque ben in grado di reagire con violenza al disvelamento dei propri trascorsi.
Giulio Andreotti, Michelangelo Antonioni, Domenico Bartoli, Arrigo BenedettiRosario Bentivegna, Carlo Bernari, Libero Bigiaretti, Giacinto Bosco, Paolo Bufalini, Felice Chilanti, Danilo De’ Cocci, Galvano Della Volpe, Antigono Donati, Amintore Fanfani, Mario Ferrari Aggradi, Massimo Franciosa, Fidia Gambetti, Alfonso Gatto, Giovanni Battista Gianquinto, Vittorio Gorresio, Luigi Gui, Renato Guttuso, Ugo Indrio, Pietro Ingrao, Davide Lajolo, Carlo Lizzani, Carlo Mazzarella, Milena Milani, Alberto MondadoriElsa MoranteAldo Moro, Pietro Nenni, Ruggero Orlando, Ferruccio ParriPier Paolo Pasolini, Mariano Pintus, Luigi Preti, Giorgio Prosperi, Ludovico Quaroni Tullia Romagnoli Carettoni, Edilio RusconiEugenio Scalfari, Giovanni Spadolini, Gaetano Stammati, Paolo Sylos Labini, Paolo Emilio Taviani, Arturo Tofanelli, Palmiro Togliatti, Marcello Venturoli, Benigno ZaccagniniCesare Zavattini erano tutti riusciti a passare indenni attraverso la guerra, che loro stessi avevano provocato (ciascuno per la sua parte) evocato e applaudito, ma poi si erano riciclati a sinistra e al centro, dando spesso contro ai vecchi camerati e negando di esserlo mai stati.
A loro aggiungiamo i fascistissimi Cesare PaveseGiorgio BoccaGiaime Pintor e l’ex presidente del Tribunale della Razza, poi diventato ministro e assistente di Togliatti, Gaetano Azzariti. Il loro problema fu che scrissero su giornali e riviste, usando il proprio nome, per questo motivo la loro militanza fascista resta innegabile.
In fondo, tutti quanti avrebbero dovuto essere esclusi da cariche pubbliche nella Repubblica Italiana, in quanto profittatori del regime, ma le cose sono andate altrimenti, come ben sappiamo. E proprio per questo peccato originale stiamo ancora scontando il prezzo.
Oltre ai voltagabbana, l’Italia si distingue per aver messo in cattedra i “cattivi maestri” quali Renato Curcio e Adriano Sofri, che negli anni hanno spiegato ai giovani la politica e scritto editoriali sui giornali, anche stavolta coi loro nomi e cognomi, mentre altri, d’opposta fazione, hanno trovato minimo spazio su qualche quotidiano, sotto pseudonimo.
Ebbene, il 27 dicembre, Il Foglio, che non è certo nuovo a certe firme, offre ai lettori una perla di Adriano Sofri, ex leader del movimento extraparlamentare marxista armato Lotta Continua, condannato a ventidue anni di carcere quale mandante, assieme a Giorgio Pietrostefani dell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972, mentre come esecutori materiali furono condannati i due militanti di Lotta Continua Leonardo Marino e Ovidio Bompressi.

Arrestato nel 1988 e poco dopo rinviato a giudizio, fu condannato e incarcerato per il reato di concorso morale in omicidio, dapprima nel 1990 e poi in via definitiva nel gennaio 1997. Scontò la pena dal 2005 in regime di semilibertà e dal 2006 di detenzione domiciliare, a causa di problemi di salute, venendo scarcerato nel gennaio 2012 per decorrenza della pena, che era stata ridotta a 15 anni per effetto dei benefici di legge. 

Eppure, Sofri scrisse in un editoriale del 18/05/1972, che non fu sufficiente ad un ergastolo da scontare in galera: «L’omicidio politico non è l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse, anche se questo non può indurci a deplorare l’uccisione di Calabresi, atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia».

La perla de Il Foglio, a firma Sofri, si intitola: “Le parole di un Papa con cui simpatizzo perché dice tutto e il contrario di tutto”.  L’ex terrorista rosso scrive che “all’Angelus, ha detto con un estremo vigore che Dio “perdona tutto, perdona a tutti”. Non è vero, perdona ai puri di cuore, sinceramente pentiti e ravveduti, che hanno riparato al mal fatto. Ma a Sofri piace il buonismo perché, probabilmente, gli dà una speranza che va oltre il pentimento e lo conferma nell’errore.

“E’ andato ad aprire “la basilica di Rebibbia”, ci è entrato tirandosi su in piedi, ha esortato a spalancare porte e braccia e cuori, il senso del Giubileo, e all’uscita, dal finestrino aperto della sua utilitaria, ha detto che in galera ci sono i pesci piccoli, soprattutto i pesci piccoli, e che i pesci grossi hanno l’astuzia di rimanerne fuori, che è una bella idea a Buenos Aires e nel resto del mondo, e avrà fatto bestemmiare qualche grosso peccatore dentro e fuori. Ha detto: “Dobbiamo accompagnare i detenuti e Gesù dice che il giorno del giudizio saremo giudicati su questo: ero in carcere e mi hai visitato”. 

Che poi, non vengano proposti il totale pentimento, la necessità della contrizione, il ravvedimento, poco importa a Bergoglio e pure a Sofri, che ne approfitta. Ma che entrambi siano sostanzialmente d’accordo sul perdono universale senza merito dovrebbe preoccupare più di qualcuno…

 

 

A CAPODANNO UN POLLO IN PENTOLA AD OGNI POVERETTO

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di Matteo Castagna per https://www.2dipicche.news/a-capodanno-un-pollo-in-pentola-ad-ogni-poveretto/

Giovannino Guareschi (1908-1968), scrittore, giornalista, umorista, vignettista è il romanziere italiano più letto al mondo, con venti milioni di copie vendute e traduzioni in quaranta lingue, compreso l’eschimese. Non è corretto dare delle etichette di partito a chi non ebbe mai tessere in tasca e ad un intellettuale originale e completo. Ma possiamo definirlo, senza timor di smentita, un anticomunista, cattolico vecchio stampo, allergico agli stereotipi ed al modernismo più becero e arrogante.

Non era ben visto dal potere di ogni colore, perché sapeva dissacrare con intelligenza e fare satira con una sagacia propria delle menti migliori e, nello stesso tempo, con l’umiltà tipica delle sue origini della bassa romagnola.  Alla presentazione della rivista Il Candido, scrisse, con la sua proverbiale ironia: «Qualcuno si ostinerà a voler trovare che Candido ha vaghe tendenze destrorse, il che non è vero per niente in quanto Candido è di destra nel modo più deciso e inequivocabile».

Guareschi sentiva le feste natalizie come qualcosa di sacro, fonte della nostra identità e tradizione, quindi, mentre il Natale era già passato e il nuovo anno non ancora arrivato, la sua fantastica fantasia immaginava don Camillo infervorato dai più bei propositi inventare un piano dettagliato in vista del cenone di San Silvestro: Don Camillo aveva studiato un grandioso programma di festeggiamenti per l’arrivo del nuovo anno. Un programma che era, in verità, molto semplice, in quanto poteva essere riassunto così:

 “A Capodanno, un pollo nella pentola di ogni poveretto”.

E così, don Camillo aveva cominciato il suo giro di raccolta, circa due settimane prima della fine d’anno.

Ogni aia era stata visitata: ogni proprietario, ogni affittuario, ogni mezzadro della parrocchia aveva ascoltato con molta attenzione la parola di don Camillo e nessuno aveva mancato di lodare, alla fine, la nobile iniziativa del parroco.

Disgraziatamente, in molte aie, la moria aveva fatto strage di polli, in altre ancora la poca polleria disponibile era già stata venduta o consumata. Il giorno 30 dicembre don Camillo si trovò ad aver racimolato a stento, oltre i suoi due polletti, sei pollastri il più in carne dei quali pareva lo Smilzo travestito da gallina. E a don Camillo ne occorrevano, come minimo, trenta.

Nobilissimo il programma del prete guareschiano, molto meno nobili le reazioni di chi si era ben guardato dal donare almeno un pollastrello al parroco che, così, va a lamentarsi con il Crocifisso: “Gesù, è credibile tanto egoismo? Cos’è mai un pollo per chi ne ha tanti?” “È un pollo” rispose mestamente il Cristo. Don Camillo spalancò le braccia:

“Gesù” esclamò indignato: “è mai possibile che la gente non comprenda la bellezza di un piccolissimo sacrificio che può procurare così grande gioia?” “Don Camillo, per troppa gente ogni sacrificio è sempre grandissimo, a troppa gente interessa, soprattutto, la propria letizia. E, per troppa gente, il non dare il superfluo è letizia”.

Un’amarissima considerazione, quella del Gesù di “Mondo piccolo”: anche per chi possiede molto, donare il superfluo è un sacrificio troppo grande, mentre il pretone della Bassa, che ha le mani grandi come il suo cuore, vorrebbe che tutti potessero godere almeno di un momento di felicità, nel festeggiare l’anno che inizia.

Ma Guareschi poteva far arrendere don Camillo? E, così, ecco arrivare improvvisamente, la soluzione del problema, pur se in modo non del tutto «canonico»: «[…] don Camillo non intendeva rinunciare al suo programma: “A Capodanno un pollo nella pentola d’ogni poveretto”. Stava rodendosi il fegato per scoprire una qualsiasi soluzione del complicato problema, quando gli si affacciò alla mente una domanda: “Un pollo è un pollo: e sta bene. Però: cos’è un fagiano? Non si potrebbe, per esempio, dire: il fagiano è un pollo che vola?”

Don Camillo concluse che, in fondo, il programma dei festeggiamenti non sarebbe sostanzialmente cambiato se lo slogan invece di suonare: “A Capodanno, un pollo nella pentola d’ogni poveretto” fosse stato puntualizzato in: “A Capodanno, un fagiano nel tegame d’ogni poveretto”».

Servivano la bellezza di ventidue fagiani e, di qui al prendere il piccolo «flobert» per non fare rumore e convincere un nobile cane da caccia come Ful ad accontentarsi dello schioppetto anziché della doppietta, il passo è brevissimo e il parroco, naturalmente infagottato in un pastrano, si ritrova in una riserva di caccia dove: «I fagiani se ne stavano appollaiati sui rami delle piante più basse, quasi completamente rimbambiti.

Erano tre anni che i Finetti si trovavano all’estero e, da tre anni, nessuno aveva sparato una fucilata in tutta la riserva. A ogni “plik” dello schioppetto corrispondeva il tonfo di un fagiano e, pur dovendo perdere un sacco di tempo nella ricarica, don Camillo fece un eccellente lavoro e arrivò al ventunesimo fagiano liscio come un olio. Il ventiduesimo fu quello che gli diede molti dispiaceri.

Ful aveva già dato segno di irrequietezza e ciò significava che qualcosa non funzionava e non si trattava di fagiani o di lepri. Ma don Camillo voleva arrivare ai ventidue polli volanti e disse a Ful di non rompere l’anima e di star tranquillo. Ful obbedì a malincuore ma, proprio mentre don Camillo stava sparando al ventiduesimo fagiano, ebbe uno scatto. Don Camillo capì di aver esagerato, però era troppo tardi. Il guardiacaccia stava arrivando. Buttò lo schioppetto in un cespuglio e, agguantato il sacco coi ventun fagiani, partì a tutta birra».

Occorre dire, qui, che allora i guardiacaccia avevano la maledetta abitudine di impallinare i bracconieri e così, senza pensarci due volte, la doppietta del guardiacaccia sparò. Don Camillo e Ful, sgattaiolati fuori da un buco nella recinzione, si ritrovarono in strada dove, per loro fortuna, stava passando il camion di Peppone che, intuendo la situazione, prese a bordo cane e cacciatore di frodo, portando don Camillo dal vecchio medico di Torricella per farlo «spiombare», prima di recapitarlo in canonica con il sacco del «polli volanti»:

«Uscito Peppone, don Camillo tirò il catenaccio della porta e andò in cantina a sistemare i ventun polli volanti. I quali risultarono in effetti ventidue perché, tra essi, c’era anche un meraviglioso cappone già bell’e spennato e pulito. Ed era quello che Peppone aveva comprato a Torricella per completare il numero».

Tutto bene, dunque? Manca all’appello la voce del Cristo, cui don Camillo confessa il malfatto: «Gesù, il mio cuore è pieno d’angoscia perché mi rendo conto del male che ho commesso.” “No, don Camillo: tu menti. Il tuo cuore è, invece, pieno di gioia perché pensi alla felicità che tu darai domani ai trenta poveretti».

È la vera carità dimostrata da quel Cristo capace di sorridere, l’umanità di Guareschi e il desiderio che, davvero, il Capodanno fosse festa per tutti.

Io che, a volte mi sento un po’ Guareschi, un po’ don Camillo e un po’ Peppone…credo che la morale di questo racconto sia il miglior augurio per un 2025 migliore dell’anno passato.

Joe Biden grazia i condannati a morte, bufera negli Usa: l’umanitarismo in salsa Dem che disonora le vittime

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EDITORIALE
di Matteo Castagna, Editoriale per Affaritaliani.it del 29/12/2024 https://www.affaritaliani.it/esteri/joe-biden-condanna-morte-federali-dem-usa-950677.html
Si avvicina per lui l’importante traguardo dei 100 articoli/editoriali, circa uno a settimana, per la prima testata giornalistica online in Italia, fondata nel 1997 da Angelo Perrino
Biden criticato per aver graziato i condannati a morte: i racconti dagli Usa
Affaritaliani.it ha trattato in più occasioni dei condoni di pena, prima paventati, e poi effettivamente eseguiti dal Presidente uscente degli Stati Uniti Joe Biden.
L’aggiornamento, che proviene da Fox News Digital appare interessante, per chiudere il cerchio e gli atti del suo mandato, nella maniera controversa classica di molti suoi provvedimenti degli ultimi quattro anni.
Brandon Council è stato condannato a morte da una giuria federale il 3 ottobre 2019, dopo essere stato dichiarato colpevole di aver ucciso due donne che lavoravano in una banca della Carolina del Sud, durante una rapina, nel 2017.
La giornalista Elizabeth Pritchett aggiunge che l’ex procuratore afferma che è difficile vedere un “assassino senza rimorsi”, sollevato dalla sua condanna. Council era uno dei 37 assassini condannati che ora trascorreranno l’ergastolo, senza possibilità di libertà vigilata, dopo che Biden ha riclassificato le loro condanne a morte.

Derek Shoemake, ex procuratore aggiunto degli Stati Uniti per il distretto della Carolina del Sud e uno dei procuratori federali nel caso contro Council, ha detto a Fox News Digital che è stato “uno dei più grandi onori professionali” della sua vita cercare giustizia per le vittime Donna Major, 59 anni, e Kathryn Skeen, 36 anni, e il suo cuore si spezza per le loro famiglie dopo la decisione di Biden.

Donna Katie erano donne straordinarie, madri meravigliose e fari di luce nella loro comunità. Oggi i miei pensieri e le mie preghiere sono con le loro famiglie e il mio cuore si spezza per loro mentre elaborano questa notizia”, ha detto Shoemake in una dichiarazione.

Ha anche detto che i suoi pensieri e le sue preghiere sono con il team che “ha lavorato per più di un anno” per ottenere giustizia per Major e Skeen“assicurando che un assassino senza rimorsi ricevesse una sentenza che parlasse della natura orribile dei suoi crimini insensati”. Il 21 agosto 2017, Council è entrato nella CresCom Bank a Conway, nella Carolina del Sud, con l’intenzione di rapinare l’attività e uccidere i suoi dipendenti, secondo un comunicato stampa del 2017 dell’ufficio del procuratore degli Stati Uniti per il distretto della Carolina del Sud (USAO-SC).

Dopo essere entrato, Council ha sparato a Major, che era l’impiegata di banca, più volte con un revolver, ha affermato all’epoca l’USAO-SC. Poi è corso nell’ufficio di Skeen, dove lavorava come direttrice della banca, e le ha sparato più volte, mentre si nascondeva sotto la scrivania.

Prima di fuggire dalla banca, ha rubato le chiavi delle auto di entrambe le vittime, le loro carte di credito e più di $ 15.000 in contanti. Prese uno dei veicoli per andare al motel in cui alloggiava, fece i bagagli e partì.

“È difficile vedere una sentenza cancellata a 400 miglia di distanza dopo che è stata legalmente imposta da una giuria di uomini e donne della Carolina del Sud che hanno trascorso settimane ad ascoltare le prove, a deliberare e a decidere attentamente la punizione appropriata”, ha detto Shoemake.

Ha anche detto che fa male che le famiglie delle vittime “festeggeranno un altro Natale senza i loro cari”, mentre Council è tra i 37 assassini condannati a livello federale “che celebrano una vittoria politica”. Shoemake ha detto che il suo obiettivo non è il dibattito politico che circonda le commutazioni di Biden, ma “l’eredità di amore, famiglia e fede” che Major e Skeen incarnavano.

“Prego per le loro famiglie, come faccio spesso, e prego per tutte le famiglie delle vittime colpite oggi”, ha affermato.

In una dichiarazione della Casa Bianca che annunciava le commutazioni di lunedì, Biden ha detto di condannare gli assassini e i loro “atti spregevoli” e di essere addolorato per le vittime e le famiglie che hanno subito “perdite inimmaginabili e irreparabili”, ma “non può tirarsi indietro e lasciare che una nuova amministrazione riprenda le esecuzioni che ho interrotto”.

Solo tre detenuti rimangono nel braccio della morte federale. Sono Robert Bowers, l’attentatore della sinagoga Tree of LifeDylann Roof, l’attentatore della chiesa di Charleston, e Dzhokhar Tsarnaev, l’attentatore della maratona di Boston.

Quale differenza fra questi 3 attentatori che verranno uccisi dagli USA con iniezione letale e gli altri 37 che hanno assassinato brutalmente e, forse senza un reale pentimento o pubblico segnale di resipiscenza, che hanno ricevuto la grazia presidenziale?
Difficile spiegare le motivazioni di queste tre mancate commutazioni di pena, dal momento che Biden ha detto di essere “contrario in coscienza” alla pena capitale federale. “A pensar male si fa peccato, ma alle volte ci si azzecca”, diceva uno statista italiano di grande esperienza. Parliamo, dunque, di “umanitarismo in salsa Dem” o di “mancata grazia politica”, data l’essenza sostanzialmente suprematista dei tre, ai quali permane la massima pena?

LA SOVRANITA’ E’ LA SOLUZIONE, NON UNA PAROLACCIA

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di Matteo Castagna per www.2dipicche.news

Il Prof. Dieter Grimm è uno dei più autorevoli costituzionalisti europei. Docente emerito di Diritto pubblico della Humboldt-Universitat di Berlino, è stato giudice della Corte costituzionale della Repubblica federale tedesca. Ha insegnato a Yale, negli Stati Uniti, ed è stato visiting professor in molte università, in tutto il mondo. Ha pubblicato numerosi volumi di storia, teoria, diritto costituzionale ed europeo.

Leggere le sue pubblicazioni è estremamente utile, per comprendere in maniera esaustiva il concetto di “Sovranità”, che viene, spesso ed erroneamente, quanto maliziosamente, confuso con una forma di populismo, tanto che non c’è mai data una definizione unanime e chiara.

Da un lato fa comodo ai globalisti derubricare una dottrina politica a semplice e disprezzato sentimento popolare di protesta, dall’altro non vi è una approfondita preparazione culturale per fornire risposte concrete adeguate, che non siano uno spauracchio nel gioco delle parti, ma una precisa categoria ideale, sociale, monetaria,  economica, etica e religiosa.

Quello di “sovranità” è un concetto politico-giuridico che indica il potere di comando di una società, distinguendosi da altre associazioni umane ove tale potere non è presente. La sovranità vuole trasformare la forza di un potere legittimo, in un potere di diritto. L’idea di sovranità era già presente all’interno dell’Impero Romano nel Corpus iurisi civilis di Giustiniano con espressioni quali: maiestas, summa potestas, superiorem non recognoscens, rex est imperator in regno suo.

Il riferimento principale, cui rimanda spesso il Prof. Grimm, è al pensiero di Jean Bodin (1530-1596), che fu docente di diritto romano e poi avvocato al Parlamento di Parigi. “La politica è il nucleo essenziale della storia – scriveva Bodin – in quanto il più utile a conservare le società umane” e individua l’oggetto della civilis disciplina nell’imperium dello Stato, ovvero nella summa ratio del comandare e del proibire, che sola può armonizzare tutte le attività e le arti umane, indirizzandole alla pubblica utilità, ovvero al bene comune. In quest’ottica, Bodin definisce la sovranità come il potere assoluto e perpetuo che è proprio dello Stato. Lo Stato sovrano non riconosce dipendenza da altri, siano essi Stati, élite, unioni di potere e ben si adatterebbe ad un mondo multipolare.

La sovranità consiste nel poter dare, annullare, interpretare, abolire le leggi; dichiarare guerra e concludere la pace; imporre le tasse ed esentare dal farlo; istituire e destituire i magistrati; concedere grazie e dispense alla legge; battere moneta propria; adottare un fisco equo. La sovranità e l’autonomia, se vogliamo, si possono accompagnare, in nome del principio di sussidiarietà. Ed anche il premierato potrebbe sostituire quello che Bodin chiamava il principe. 

Per Bodin, la sovranità non può essere illimitata: tutti i governanti della terra devono essere soggetti alla Legge di Dio e della natura. La summa potestas trova il suo equilibrio entro i limiti divini, quali la trasmissione del potere sovrano, il diritto alla proprietà da parte delle famiglie, intese come cellule fondamentali e fondanti di ogni comunità. Lo Stato organico, organizzato in corporazioni garantiscono stabilità ed equità sociale. Lo stato giusto – spiega Bodin – è quello in cui chi comanda e giudica lo faccia in funzione primaria delle superiori leggi e comandamenti di Dio.

Lo Stato sovrano decide la sua forma di governo. Bodin preferiva la monarchia ereditaria, ma non escludeva né l’aristocrazia, né la democrazia.

In quest’ultimo caso, non si riconosce né relativismo né liberalismo, perché i delegati dal popolo a governare devono farlo, in prima istanza, come soggetti all’Ordine stabilito da Dio. Trono e altare devono andare in armonia per gestire al meglio, ciascuno nei propri ambiti, la giustizia e la carità, l’amor patrio e la tutela della Famiglia. Il controllo delle migrazioni è un dovere di sovranità. L’eventuale Costituzione dello Stato sovrano non può contrastare coi principi indissolubili ed assoluti del cattolicesimo romano.

Se proviamo ad applicare al presente quanto insegnava Jean Bodin e, oggi, quanto scrive il Prof. Grimm, l’Italia sovrana è un obiettivo che sembra difficile da raggiungere, nell’attuale contingenza internazionale, ma la totale autonomia dello Stato sovrano deve venire prima di ogni trattato europeo.

L’interesse della Nazione e dei lavoratori è il valore primario. Le alleanze sono consentite e, anzi, promosse in nome del bene comune, ma nessun trattato può violare la sovranità dello Stato e mettere in difficoltà cittadini, soggetti fragili e mondo economico.

Lo storico di sinistra Luciano Canfora ha ammesso, con onestà intellettuale, che “ad esempio, la difesa della sovranità nazionale di fronte al capitale finanziario non è sbagliata”.

Per realizzare quello che si era capito già più di 600 anni fa, sarebbe indispensabile, nel tempo, raddrizzare l’Unione Europea, cacciando i mercanti dal Tempio e rimettendo in ordine le cose nella Chiesa.

Il “male minore” non significa compromesso

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di Matteo Castagna per www.informazionecattolica.it

I grandi maestri della tradizione cattolica S. Tommaso d’Aquino, S. Agostino, S. Alfonso hanno insegnato un aspetto della teologia morale che è il “male minore”. L’assolutismo morale di altri, in ambito cattolico, non appartiene al concetto classico stabilito dai Dottori della Chiesa.
Chi ignora la dottrina tomista inerente l’analogia, non riesce a cogliere la definizione di male come assenza di bene, in tutte le sue implicazioni.
“Un artefice sapiente produce un male minore per evitarne uno maggiore: come il medico taglia un membro perché l’intero corpo non perisca” (S. Tommaso, Summa Teologica I, q. 48, art. 6).
Saggiamente, il ricercatore e scrittore, dottore in Scienze religiose, Prof. Fabrizio Cannone, nel suo “Per una resistenza cattolica” (Ed. Solfanelli, 2016) afferma che in certa pubblicistica cattolica, poco accorta nella pratica, si è consolidata “l’idea peregrina” secondo cui il male minore non esisterebbe o, comunque da evitare, perché indice di compromesso.
Invece, infinite volte, la Chiesa, i Santi, i Pontefici e i prìncipi cattolici ne hanno fatto ricorso, optando, nello stato di necessità, per qualcosa che non era esente dal male, che lo rendeva privo di qualche o molte perfezioni.
L’intera questione 49 della prima parte della Summa Teologica è dedicata alle cause del male, con la premessa della questione 48 sull’esistenza di due mali: quello della colpa e quello della pena. Quest’ultimo è anche un bene, e senza alcuna contraddizione. Chi non comprende l’analogia intesa dell’Angelico non valuterà mai il fatto che il male minore possa essere, altresì, il bene maggiore che si può praticare in un determinato momento storico.
Il male, in quanto assenza di Bene, più che una realtà positiva, è una privazione di giustizia, di carità, di purezza, di fede, di umiltà, di moralità, di continenza, di potere e ricchezze leciti ecc., che viene da ciò che già esiste, come la natura o l’uomo. Così, paradossalmente, il male deriva dal bene. S. Agostino scrive, infatti, che “non c’è altra sorgente che il bene da cui possa derivare il male”.  Ovviamente lo è accidentalmente e indirettamente. S. Tommaso stabilisce che dio non è causa del male morale, ma può essere causa del male (analogico) , della corruzione o distruzione di una cosa. Infatti, il Signore “fa morire e fa vivere” (1, Sam 2,6).
Ad esempio, sul tema dell’aborto, sappiamo tutti che la legge 194 è male e andrebbe abolita. Inserirla come “diritto universale” è ancor peggio. Perciò il legislatore che si opponesse ad esso e che favorisse la presenza dei cattolici nei consultori, salverebbe moltissime vite. Questa opzione per il male minore, che produce il maggior bene possibile, è assolutamente conforme alla morale cattolica, così come concepita dal tomismo. Questo atteggiamento non va visto come compromissorio, ma come prudente e, soprattutto, metafisicamente fondato.
Ammettiamo che vi siano dei candidati (democraticamente) alle elezioni, che nella loro storia personale e politica si siano distinti più di altri nel rispetto dei princìpi cristiani, sebbene in altre occasioni, per vari motivi, abbiano sbagliato e optato per il male. Altri, invece, si sono sempre comportati da anti-cristiani, amorali, immorali, oppressori del popolo, giungendo perfino al satanismo, proponendo disvalori che gridano vendetta al cospetto di Dio.
Dovrei – si chiede p. Eriberto Jone, OFM, nel suo “Compendio di Teologia morale”, dotato di imprimatur, sotto il Pontificato di Pio XII (Ed. Marietti, 1955) – astenermi dal votare il candidato migliore, poiché comunque non buono in tanti aspetti, rischiando di contribuire all’elezione del candidato nettamente peggiore, come fanno quelli che non votano mai, non essendoci attualmente alcun partito conforme alla dottrina sociale della Chiesa? Evidentemente no. E’ doverosa la scelta del “male minore”, suffragata dalle risposte di S. Tommaso d’Aquino, del Magistero e della prassi secolare della Chiesa. Padre Dragone, nella sua “Spiegazione del catechismo di San Pio X”, Sodalitium, 2009, pag. 296-297, che dispone di imprimatur, dice: “Dio è padrone della vita. Non è quindi lecito uccidere. eccetto in tre casi: in guerra, per legittima difesa, per decisione dell’autorità competente. Ci sono, dunque, delle “eccezioni” in casi particolari.
“La cooperazione nell’approvazione di una legge cattiva è peccato. Si fa eccezione soltanto quando i deputati, con la loro cooperazione possono impedire qualche male peggiore” – continua p. Dragone (pag. 155, n. 295). Il massimalismo moralista, dunque, non è mai appartenuto alla storia ed alla dottrina cattolica, quanto è molto presente nella dimensione protestante e puritana, di cui non abbiamo bisogno, soprattutto in questi tempi in cui i veri cattolici non sono molti e vengono messi in un angolo dalla secolarizzazione.

 

Il Calvario di un accordo per fermare la carneficina a Gaza

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di Matteo Castagna per Stilum Curiae di Marco Tosatti: www.marcotosatti.com

The New York Times ha pubblicato un’analisi a firma di Steven Erlanger, capo corrispondente diplomatico in Europa, con sede a Berlino, che merita l’attenzione del mondo.
il titolo è: “Ottenere un cessate il fuoco a Gaza è stato difficile. Realizzarne uno sarà più difficile”. La proposta sostenuta dal presidente Biden  mira a fermare la guerra, almeno per ora. Ma Israele rifiuta un cessate il fuoco permanente, e Hamas ha le sue ragioni per essere riluttante.

Anche se Hamas e il governo israeliano sembrano avvicinarsi sempre di più ad un accordo per il cessate il fuoco, gli analisti sono profondamente scettici sul fatto che le parti riusciranno mai ad attuare un accordo che vada oltre una tregua temporanea.

In questione c’è un accordo in tre fasi, proposto da Israele e sostenuto dagli Stati Uniti e da alcuni paesi arabi, che, se pienamente realizzato, potrebbe portare al ritiro totale delle truppe israeliane da Gaza, al ritorno di tutti gli ostaggi rimanenti catturati nell’ottobre 2019 e ad un piano di ricostruzione del territorio.

Ma arrivare a quel traguardo è impossibile se le parti non sono disposte nemmeno a iniziare la corsa o a concordare dove dovrebbe finire. Fondamentalmente, la disputa non riguarda solo quanto dovrebbe durare un cessate il fuoco a Gaza o quando dovrebbe essere attuato, ma se Israele potrà mai accettare una tregua a lungo termine, finché Hamas manterrà un controllo significativo.

Affinché Israele possa accettare fin dall’inizio le richieste di Hamas per un cessate il fuoco permanente, deve riconoscere che Hamas non sarà distrutto e giocherà un ruolo nel futuro del territorio, condizioni che il governo israeliano non può sopportare. D’altro canto, Hamas afferma che non prenderà in considerazione un cessate il fuoco temporaneo senza le garanzie di un cessate il fuoco permanente che ne assicuri effettivamente la sopravvivenza, anche a costo di innumerevoli vite palestinesi, per timore che Israele ricominci la guerra una volta restituiti i suoi ostaggi.

 

Eppure, dopo otto mesi di guerra dura, ci sono segnali per cui le parti potrebbero avvicinarsi alla prima fase proposta: un cessate il fuoco condizionale di sei settimane. Sebbene questo passo sia difficilmente garantito, arrivare alla seconda fase del piano, che prevede la cessazione permanente delle ostilità e il completo ritiro delle truppe israeliane da Gaza, secondo gli analisti, è ancora più improbabile.

“È sbagliato considerare questa proposta come qualcosa di più di un palliativo”, ha affermato Natan Sachs, direttore del Center for Middle East Policy presso la Brookings Institution“La cosa più importante è che questo piano non risponde alla domanda fondamentale su chi governerà Gaza dopo il conflitto. Questo è un piano di cessate il fuoco, non un piano del giorno dopo”.

Hamas ha affermato che non prenderà in considerazione un cessate il fuoco temporaneo senza le garanzie di un cessate il fuoco permanente che ne assicuri effettivamente la sopravvivenza, anche a costo di un maggior numero di vite palestinesi.
I leader di Hamas e il governo israeliano, guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu stanno valutando cosa significherà l’accordo, non solo per il futuro della guerra, ma per il loro stesso futuro politico. Per ottenere il consenso dei partner scettici sulla prima fase del piano, Netanyahu è particolarmente incentivato a mantenere vaghi i suoi impegni per le ultime fasi.

In ogni campo ci sono figure influenti disposte a prolungare la guerra. 
Alcuni all’interno di Hamas sostengono che il gruppo, dominato da coloro che sono ancora a Gaza, come il leader locale Yahya Sinwar, non dovrebbe accettare alcun accordo che non crei immediatamente un cessate il fuoco permanente. In Israele, la semplice menzione della fine della guerra e del ritiro completo delle truppe ha portato gli alleati di estrema destra di Netanyahu a minacciare di far cadere il suo governo.

 
Martedì, in una conferenza stampa, Osama Hamdan, portavoce di Hamas, ha detto che il gruppo non approverebbe un accordo che non inizi con la promessa di un cessate il fuoco permanente e includa disposizioni per il ritiro totale delle truppe israeliane e un “serio e vero affare” per scambiare gli ostaggi rimanenti con un numero molto maggiore di prigionieri palestinesi detenuti in Israele.

Shlomo Brom, generale di brigata in pensione e ricercatore senior presso l’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale, ha affermato che “chiaramente per tutti questa proposta è principalmente politica”.
“La prima fase è positiva per Netanyahu, perché alcuni ostaggi verranno liberati”, ha detto Brom. “Ma non arriverà mai alla seconda fase. Come prima, troverà qualcosa di sbagliato in ciò che fa Hamas, cosa che non sarà difficile da trovare”.


Il rilascio degli ostaggi è una priorità assoluta, ma non è chiaro se il proseguimento della guerra aumenti la pressione su Hamas affinché raggiunga un accordo per la loro libertà o metta gli ostaggi ancora vivi in ulteriore pericolo.

Netanyahu spera, dicono gli analisti, che Hamas non accetti affatto la proposta, togliendolo così dai guai. Mentre le ostilità con Hezbollah si inaspriscono nel nord, egli suggerisce ai suoi alleati che, anche se dovesse accettare la proposta di Gaza, i negoziati sulla seconda fase potrebbero andare avanti indefinitamente.
Il presidente Biden, che la scorsa settimana ha presentato il piano alla Casa Bianca, ha le sue considerazioni politiche nel far sì che le parti raggiungano un accordo, il prima possibile. Vuole chiaramente la fine della guerra di Gaza ben prima delle elezioni presidenziali di novembre, ha detto Aaron David Miller, un esperto di Medio Oriente presso il Carnegie Endowment, aggiungendo: “L’unico partito che ha davvero fretta è Biden”.


Netanyahu ha fatto del suo meglio per confondere tutti riguardo alle sue intenzioni, negando che il suo obiettivo di smantellare Hamas sia cambiato e rifiutandosi di sostenere la fine permanente dei combattimenti, che domenica ha definito “un fallimento”.
 

Biden ha anche sottolineato che Hamas “dovrebbe accettare l’accordo”, che non ha accettato, dicendo soltanto che vede la proposta “in modo positivo”.

Nella prima fase, entrambe le parti rispetteranno un cessate il fuoco di sei settimane. Israele si ritirerebbe dai principali centri abitati di Gaza e un certo numero di ostaggi verrebbero rilasciati, tra cui donne, anziani e feriti. Gli ostaggi verrebbero scambiati con centinaia di prigionieri e detenuti palestinesi, i cui nomi devono ancora essere negoziati. Gli aiuti inizierebbero ad affluire a Gaza, arrivando a circa 600 camion al giorno. Ai civili palestinesi sfollati sarà consentito di ritornare alle loro case nel nord di Gaza.

 

Durante la prima fase, Israele e Hamas continuerebbero a negoziare per raggiungere la seconda fase: il cessate il fuoco permanente, il ritiro di tutte le truppe israeliane da Gaza e la liberazione di tutti gli ostaggi viventi rimasti. Se i colloqui dureranno più di sei settimane, la prima fase della tregua continuerà fino a quando non si raggiungerà un accordo, ha detto Biden. Se mai lo faranno.

I funzionari israeliani, da Netanyahu in giù, hanno insistito sul fatto che Israele debba mantenere il controllo della sicurezza su Gaza in futuro, rendendo altamente improbabile che accettino di ritirare completamente le truppe israeliane dalla zona cuscinetto che hanno costruito all’interno di Gaza. E anche se lo facessero, Israele insiste sulla possibilità di entrare e uscire da Gaza ogni volta che lo ritenga necessario per combattere Hamas o altri combattenti rimasti o ristabiliti, come fa ora in Cisgiordania.

 

Come ha detto, senza mezzi termini, un ex alto ufficiale dell’intelligence: “Non esiste una buona soluzione qui e tutti lo sanno”.

I tempi potrebbero funzionare anche per un accordo sulla prima fase, perché Israele vuole completare il controllo militare su Rafah, nella parte più meridionale di Gaza, e sul confine egiziano. Si prevede che i combattimenti, che Israele ha intrapreso con meno truppe, meno bombardamenti e più attenzione ai civili, dopo la pressione americana, dureranno altre due o tre settimane, suggeriscono i funzionari israeliani, più o meno il tempo necessario per negoziare la prima fase del cessate il fuoco.

Con le forze di Hamas effettivamente smantellate come unità organizzate, e combattendo quasi esclusivamente come piccole bande, Israele può dichiarare finita la grande guerra a Gaza, dicono gli analisti, continuando a combattere Hamas e altri combattenti dove emergono o sono ancora concentrati, aprendo la strada a un cessate il fuoco temporaneo.

“Israele ha fatto molto, con Hamas drammaticamente degradato”, ha detto Sachs. Ma Israele non ha messo in atto nulla per governare Gaza, quando l’esercito si ritirerà.

Brom concorda sul fatto che l’esercito israeliano ha compiuto progressi reali. “La mia interpretazione”, ha detto, “è che le capacità militari e terroristiche di Hamas sono terribilmente indebolite”. È sempre difficile dichiarare la vittoria in un conflitto così asimmetrico, ha detto. “Abbiamo vinto contro lo Stato islamico? Esiste e funziona ancora”, ma molto diminuito.

Nonostante le continue sollecitazioni americane, dicono gli analisti, Netanyahu si è rifiutato di decidere chi o cosa governerà Gaza, se non Hamas.

“Dovrebbe trattarsi di una strategia politica e militare integrata, ma manca completamente l’aspetto politico”, ha affermato Brom. “Possiamo impedire ad Hamas di governare Gaza, ma chi li sostituirà? Questo è il tallone d’Achille dell’intera operazione”.

LE BANDIERE IDEOLOGICHE DELLA SINISTRA AL TRAMONTO

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di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2024/05/20/le-bandiere-ideologiche-della-sinistra-al-tramonto/

OSSESSIONE FASCISMO. LE SINISTRE TERMINALI HANNO STANCATO

Abbiamo trascorso una settimana all’insegna delle bandiere ideologiche di una sinistra, ormai terminale, priva di idee, che ha abbandonato i lavoratori per abbracciare il grande Capitale e sostituito la lotta proletaria con quella per i cosiddetti “diritti civili”.

Così, a Verona, la giunta di sinistra guidata dal catto-progressista Damiano Tommasi, qualche  giorno fa ha approvato la mozione 324 del 10/05/2024 firmata da Alessia Rotta (Pd) per la professione di fede antifascista, se si desidera ottenere la concessione di spazi pubblici o pubblicitari, contributi e patrocini.

La “clausola antifascista” è l’inserimento di un comma, all’art. 11 del regolamento comunale per la disciplina del canone patrimoniale di concessione e autorizzazione di sale, suolo o altro, in cui si preveda questa dicitura:”Dichiara di riconoscersi nei principi e valori fondamentali della Costituzione italiana e dello Statuto Comunale, di ripudiare il fascismo e ogni forma di totalitarismo e di condannare l’uso di ogni forma di violenza”.

Il Centrodestra ha votato compatto contrario, per l’inutilità del provvedimento, essendo il periodo di riferimento concluso ben 80 anni fa e gli altri totalitarismi sono comunque crollati nel secolo scorso. Si badi bene che non si cita espressamente il Comunismo, che ha all’attivo almeno 90 milioni di morti nel mondo ed è ideologia “intrinsecamente perversa”, come la definì Papa Pio XI nell’Enciclica di condanna dello stesso, denominata Divini Redemptoris del 19 marzo 1937, perché «spoglia l’uomo della sua libertà […], toglie ogni dignità alla persona umana e ogni ritegno morale contro l’assalto degli stimoli ciechi», in cui si cela una «falsa» idea di redenzione.

In compenso, per poter tenere una conferenza o una manifestazione nel Comune scaligero, è necessario ottenere la patente di democraticità dalla maggioranza di sinistra. Con quali criteri? Non è dato a sapersi, perché è implicito che qualsiasi partito, gruppo, associazione esista perché la Costituzione glielo concede. Questo vale, fino a prova contraria, decisa dalla Magistratura, che ne decreti lo scioglimento, in base alla XII disposizione transitoria, che nemmeno i padri costituenti del 1946 ritennero necessario introdurre come definitiva. Non aveva senso, il duce era morto.

Ci pensa Alessia Rotta, più antifascista di Sandro Pertini, che con il Pd e le sigle della galassia sinistra e la benedizione del “chierichetto rosso” nonché sindaco Tommasi pongono una clausola anacronistica e ridicola, perchè nessuno, se non per motivi propagandistici, crede vi siano le condizioni per il ritorno del Fascismo in Italia. A meno che non si voglia utilizzare questa clausola per la censura delle destre, dal momento che in questo periodo, chiunque non la pensi come Schlein o Zan viene etichettato, immediatamente, come fascista. Questa dicotomia da don Camillo e Peppone, proposta nel 2024 col solo Peppone, farebbe sorridere anche il grande Giovannino Guareschi, che farebbe una vignetta o un articolo tagliente su Il Candido.

Di fronte alle sfide e ai drammi quotidiani, anziché dare risposte concrete ai tanti in difficoltà, questi parlano ancora di fascismo/antifascismo? Sic! E lo ha fatto anche il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi, nella saletta della Feltrinelli di Verona, assieme a un imbrattatore di muri, per presentare il suo nuovo “best seller” sul ritorno dei fasci (??!!)

Si tratta di un’ autentica ossessione, spesso a fini di lucro, che i più hanno capito, ma che crea disaffezione verso la Politica, in cui non si riconoscono, perché non hanno vissuto quei tempi, e, soprattutto, sono stufi di sentirli usare come una clava contro chiunque sia identitario, tradizionalista, conservatore o non orientato verso il progressismo globalista e mondialista, il gender e il woke. Il 5 giugno alle 21.00 in una pubblica conferenza sulla piattaforma online Skype, il dott. Pietro Cappellari, che ha scritto un libro, fresco di stampa, per quelli di Passaggio al Bosco, dal titolo “L’INVENZIONE DELL’ANTIFASCISMO, la nascita di un instrumentum regni che genera odio e produce violenza”(per info:info.traditio@gmail.com) sarà particolarmente chiaro e farà capire, dati e fatti alla mano, che il nemico del bene comune non sta alla “destra del Padre”.

Implicito è anche il ripudio della violenza, cui andrebbe aggiunto quello della guerra, anche quando si tratta di inviare armi all’estero, perché il Codice di Procedura Penale, di origine fascista (ironia della sorte!) prevede tutte le normative, sia per prevenirla che per reprimerla.

Allargando gli orizzonti all’Europa, la musica, purtroppo, non cambia. Le sinistre devono distrarre l’opinione pubblica dal transumanesimo che stanno preparando e quindi si focalizzano su argomenti assolutamente di retroguardia e dall’interesse di pochi.

Il Consiglio dell’Unione Europea è l’organo in cui sono rappresentati i governi dei 27 paesi membri e detiene il potere legislativo insieme al parlamento. La dichiarazione era stata proposta dalla presidenza di turno belga in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia: è un documento dal valore perlopiù simbolico e senza particolari effetti concreti, che ribadisce concetti già affermati in diversi trattati europei. Decidere di non aderire è insomma una presa di posizione politica, più che il tentativo di evitare imposizioni di qualche tipo. Non hanno firmato il documento: Italia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia, Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, 9 paesi su 27.

La segretaria del PD, Elly Schlein, ha criticato molto la decisione del governo, dicendo che «non è accettabile». Ivan Scalfarotto, di Italia Viva, responsabile Esteri del partito, ha sostenuto che questa decisione «mina la credibilità internazionale» del Paese – informa il Post – mentre è questa sinistra, dai metodi e dalla mentalità stalinisti che ci fa vergognare all’estero perché ci costringe a dover ribadire ogni giorno che “le foglie sono verdi d’estate”, come scrisse G.K. Chesterton.

Per leggere tutti i numerosi articoli, editoriali e interviste degli ultimi 4 anni, scrivete  Matteo Castagna sul motore di ricerca di  www.informazionecattolica.it 

LA CONFERENZA DI PACE IN SVIZZERA SALTERA’

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di Matteo Castagna* per https://www.2dipicche.news/la-conferenza-di-pace-in-svizzera-saltera/

Multipolare News ci racconta che gli ultimi sondaggi mostrano che ci sarebbe un sostanziale pareggio tra Trump e Biden per le elezioni presidenziali statunitensi. Trump, secondo altri sondaggi, sarebbe in vantaggio solamente di un punto percentuale sull’avversario. Ma la guerra tra Israele e Hamas ha diviso l’elettorato di Biden, con il 44% dei democratici che disapprova la sua gestione del conflitto.

Sembrerebbe che la maggioranza degli intervistati si fidi di Trump per quanto riguarda l’economia e la sicurezza, ma preferirebbe Biden per quanto riguarda il tema dell’aborto (sic!). Quel che fa ben sperare The Donald, è il recupero degli elettori che hanno fatto vincere Biden nel 2020: giovani, neri, ispanici e latini in generale sarebbero, sempre secondo la maggioranza dei sondaggisti, molto disillusi delle politiche e delle continue gaffes dell’attuale presidente.

Scandalo in Ucraina

Sul fronte ucraino, il blogger Vincenzo Lorusso informa dello scoppio di un grande scandalo di corruzione a causa della costruzione di fortificazioni difensive nella regione di Kharkov. Le attuali autorità promuovono questa costruzione da tanto tempo. In Aprile, il presidente Zelensky ha ispezionato le strutture finite. E’ emerso improvvisamente che non ci sono mai state fortificazioni e che decine di milioni di dollari sono stati, a tutti gli effetti, rubati. Infatti, il comandante di una delle unità delle forze armate ucraine, Denis Yaroslavsky ha affermato che la parte ucraina non ha attrezzato né fortificazioni né campi minati. Si è lamentato del fatto che in due anni al confine sarebbero dovute apparire strutture di cemento di “almeno tre piani”, ma non ci sono mai arrivate nemmeno le mine.

La corruzione in Ucraina rimane una delle più alte d’Europa. Lo afferma il rapporto al Congresso USA dell’Ispettore Generale del Pentagono Robert Storch. Egli afferma che il lavoro del Ministero della Difesa dell’Ucraina si basa su tangenti, bustarelle e prezzi eccessivi sugli approvvigionamenti. Secondo Storch, l’opacità del processo di approvvigionamento aumenta il livello di corruzione nel Paese di Zelensky.

Incontro Putin – Xi Jinping

La rivista The Economist ha contato il numero di incontri tra il leader cinese Xi Jinping e leader di altri Stati. Il 16 Maggio il presidente della Russia e il presidente della Repubblica Popolare cinese si sono incontrati per la 43ma volta.

E’ un dato che indica come siano diventati stretti i rapporti tra le due Superpotenze, in un’alleanza che si consolida sempre più a fronte di un Occidente sempre più sfilacciato e indeciso. Anche la Corea del Nord si sta muovendo. L’Agenzia KCNA ha riportato la notizia per cui Kim ha testato con successo un missile balistico tattico, con sistema di guida, “finalizzato allo sviluppo attivo di tecnologie belliche”.

La “conferenza di pace” Ucraina

Intanto, sempre l’Ucraina convocherà la sua “conferenza di pace” in Svizzera il 15 e 16 giugno. Sono stati invitati 160 Paesi. La Russia non vi parteciperà. La Svizzera afferma di aver ricevuto 50 telegrammi di conferma partecipazione. Lo scopo della conferenza è quello di esercitare “un’ampia pressione internazionale” sulla Federazione Russa nel contesto necessario all’Occidente per quanto riguarda le sue azioni in Ucraina.

Il Presidente Xi Jinping ha dichiarato durante durante i colloqui informali a Pechino con Putin, che la Cina sosterrà una conferenza di pace alla quale partecipino sia la Russia che l’Ucraina.

Il Presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa non parteciperà. ieri il leader brasiliano Josè Inàcio Lula da Silva ha annunciato il suo rifiuto. La CNN spiega che il motivo del rifiuto è che la diplomazia brasiliana non vede il motivo di un incontro di pace che non includa la Russia. Anche l’India si è ritirata.

Insomma, i BRICS+ fanno asse con Putin.

Perfino Joe Biden si è rifiutato di partecipare alla conferenza, evidentemente infruttuosa; non ha motivo di farsi carico di una situazione tossica alla vigilia delle elezioni. E se non ci vanno gli Stati Uniti, che senso ha che ci vadano gli altri? Per alcuni analisti, infatti, l’iniziativa non si farà.

Secondo la DZEN forse una cerchia ristretta di Paesi occidentali e Zelensky firmeranno qualcosa. Gli altri aspetteranno una vera conferenza di pace sull’Ucraina, ma nessuno sa quando né di cosa si parlerà.

 

*Pubblicista, Comunicatore Pubblico e Istituzionale tessera 2353, scrittore, finora di 3 libri e appassionato di Geopolitica, scrive ogni fine settimana, da oltre tre anni per: www.2dipicche.news, www.affaritaliani.it , www.informazionecattolica.it Stilum Curiae: www.marcotosatti.it  e, all’estero, viene tradotto e pubblicato in spagnolo da Voces del Periodista (America Latina) e Info.Hispania (per leggere tutti i suoi numerosi editoriali e articoli andate sulla home page dei media online indicati e scrivete il suo nome e cognome sul motore di ricerca) e, saltuariamente per altri quotidiani o riviste.

 

La morte di Al Raisi, le domande senza risposta, i sospetti di un attentato

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ESTERI

di Matteo Castagna per https://www.marcotosatti.com/2024/05/20/la-morte-di-al-raisi-le-domande-senza-risposta-i-sospetti-di-un-attentato-matteo-catsagna/

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste considerazioni sulla situazione geopolitica, anche alla luce della morte di Al Raisi e dell’attentato a Robert Fico. Buona lettura e condivisione.

Arriva di prima mattina la notizia, diramata da tutte le agenzie del mondo, inerente la morte del premier iraniano Ebrahim Raisi, a seguito dello schianto su una montagna nei pressi di Jolfa, ai confini con l’Azerbaigian, dell’elicottero su cui viaggiava il 19 maggio. I resti del velivolo sono stati trovati lungo la strada per il villaggio iraniano di Khoilar-Kalam, a circa 100 chilometri da Tabriz. Nove le persone a bordo. Le autorità hanno identificato i corpi carbonizzati. Deceduti anche il ministro degli Esteri dell’Iran, Hossein Amirabdollahian, il governatore della provincia dell’Azerbaigian orientale Malek Rakhmati e l’imam di Tabriz, Ali Ale-Hashem.
Il lutto avviene a pochi giorni dall’attentato terroristico al presidente slovacco Fico, noto per le sue posizioni sovraniste e non allineate all’atlantismo della maggioranza degli Stati europei.eu
In Libano sono stati dichiarate tre giornate di lutto nazionale per la morte del presidente iraniano. “La grande nazione iraniana supererà questa tragedia con il consueto coraggio”. Lo ha affermato il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, annunciando che il Pakistan osserverà una giornata di lutto e che le bandiere sventoleranno a mezz’asta. Il Quotidiano Nazionale di oggi annuncia anche che il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha fatto sapere di essere “sconvolto” per la notizia della morte dell’omologo iraniano Ebrahim Raisi. Secondo quanto riporta Mehr, Maduro si è detto molto dispiaciuto di dover dire addio a Raisi, definendolo “una persona eccezionale e un grande essere umano, difensore della sovranità del popolo iraniano e amico incondizionato” del Venezuela.
Il primo ministro indiano Narendra Modi si è detto ”profondamente rattristato” per la morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi, aggiungendo che il defunto presidente iraniano ha contribuito ”a rafforzare le relazioni bilaterali India-Iran”.
Hamas ha espresso “sincere condoglianze, profonda simpatia e solidarietà” al leader supremo dell’Iran, Sayyed Ali Khamenei, per la morte del presidente Ebrahim Raisi, per quella del ministro degli esteri Hussein Amir Amirabdollahian e degli altri dirigenti deceduti. Tutti leader, ha sostenuto su Telegram il movimento, “che hanno avuto un lungo percorso per il rinascimento dell’Iran, e posizioni onorevoli a sostegno della nostra causa palestinese, e della legittima lotta del nostro popolo contro l’entità sionista”.
Gli Hezbollah libanesi hanno reso omaggio al presidente iraniano Ebrahim Raisi, morto nell’incidente in elicottero, definendolo il “protettore dei movimenti di resistenza”.
Tutti i paesi della regione hanno offerto solidarietà e aiuti. La Turchia aveva inviato un elicottero dotato di visori notturni, insieme a 32 esperti in soccorso in quota. Offerte di aiuto erano arrivate anche da Emirati, Oman, India ma anche dall’Arabia Saudita, nemica di vecchia data della Repubblica Islamica. La Russia si è attivata inviando una squadra con 47 specialisti, veicoli fuoristrada e un elicottero BO-105.
Il presidente cinese Xi Jinping ha definito la morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi come “una grande perdita per la sua gente”. Xi ha inviato un messaggio di cordoglio al primo vicepresidente iraniano al fine di esprimere “profonde condoglianze a nome del governo e del popolo cinesi, che ha perso un buon amico”.
Sulla stessa linea la Siria: Il presidente Bashar al-Assad ha espresso solidarietà allo stretto alleato Teheran, che lo ha sostenuto durante anni di guerra. Assad ha espresso “la solidarietà della Siria con la Repubblica islamica dell’Iran e con le famiglie del defunto e i suoi compagni”. Condoglianze dal premier armeno Pashinyan: “Sono scioccato”.
La Tass riferisce che in un messaggio inviato alla Guida iraniana, Ali Khamenei, Putin afferma che, “da vero amico della Russia, Raisi ha dato un contributo personale inestimabile allo sviluppo delle buone relazioni tra i nostri Paesi e ha fatto grandi sforzi per portarli al livello di partnership strategica”.
L’Unione europea “esprime le sue sincere condoglianze per la morte del presidente”. La premier italiana Giorgia Meloni esprime “solidarietà al popolo iraniano”, secondo quanto riferito da Sky News24.
L’analista militare della Cnn, Cedric Leighton, ha spiegato che probabilmente Raisi stava viaggiando su un elicottero Bell 212 che iniziò ad operare alla fine degli anni ’60. “È stato introdotto per la prima volta durante l’ultimo periodo del regno dello Scià nel 1976 in forma commerciale e ha avuto una vita prima nell’esercito americano, quindi l’inizio effettivo di questo particolare tipo di elicottero potrebbe essere avvenuto già alla fine degli anni ’60”, ha spiegato Leighton. “Di conseguenza – ha aggiunto – i pezzi di ricambio sarebbero stati sicuramente un problema per gli iraniani”.
L’ipotesi più accreditata, e non esclusa nemmeno dalle autorità iraniane è, al momento, quella dell’incidente.
Il Quotidiano Nazionale riporta, anche, che il politologo iraniano, Prof. Pejman Abdolmohammadi, insegnante di Storia dei Paesi Islamici all’Università di Trento ha reagito con queste parole: “La Guida Suprema è fisicamente molto debole e il potere in crisi di consenso. Una rivoluzione democratica è possibile a Teheran e produrrebbe un effetto domino in tutta l’area”.
Risalta il fatto che l’Azerbaigian abbia buoni rapporti con Israele. Alla luce del conflitto tra Iran e Israele è giustificato il sospetto che l’elicottero sia precipitato per una manomissione eseguita dai servizi israeliani?
Secondo l’insegnante iraniano “è una ipotesi che è sicuramente sul tavolo, ed è molto plausibile, sebbene non sia provata. Non a caso, due settimane fa, intervenendo a una trasmissione televisiva in Italia, dissi che come la Repubblica islamica usa il territorio libanese per colpire Israele, così Israele oltre ad avere ottimi rapporti con l’Azerbaigian, ha una sua presenza militare, in chiave anti iraniana, in quel Paese. Quindi, può essere stato, ipoteticamente, un colpo israeliano al suo nemico storico, la Repubblica islamica iraniana. Non a caso, è stato un media israeliano, la tv Canale 12, il primo a dire che Raisi non è sopravvissuto”.
Inoltre, Raisi era politicamente debole, non era carismatico e riusciva a mantenere il potere solo perché persona di estrema fiducia dell’Autorità Suprema – spiega il professore. “Per la popolazione iraniana è uno choc che potrebbe ridare fiato all’opposizione, largamente maggioritaria nel Paese, e che sui social ha subito reagito in maniera massiccia alle notizie dell’incidente. Dopo le grandi proteste del 2021 e del 2022, rischia di essere un elemento che può sparigliare i giochi”.
Secondo il governo italiano non ci sono particolari preoccupazioni per un’ immediata escalation del conflitto, sebbene Teheran abbia fatto sapere che non cambierà nulla della sua politica estera. Il ruolo di presidente viene assunto, nell’immediato, dal primo vicepresidente esecutivo, Mohammad Mokhber. Questo è quanto prevede l’articolo 131 della Costituzione della Repubblica Islamica.
Stabilita un’autorità provvisoria, un consiglio composto dal primo vicepresidente, dal presidente della Camera, Mohammad Bagher Ghalibaf, e dal capo della magistratura, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, avrà il compito di organizzare l’elezione di un nuovo presidente entro il termine massimo di 50 giorni. Raisi era stato eletto presidente nel 2021. Le prossime elezioni sono, al momento, previste nel 2025.

 

L’Ucraina non entrerà mai nella NATO. Ecco perché. L’analisi

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Le sanzioni volute dagli Usa fanno morire il dollaro

di Matteo Castagna per https://www.affaritaliani.it/esteri/l-ucraina-non-entrera-mai-nella-nato-ecco-perche-l-analisi-918603.html 

Conflitto sempre più in salita per l’Occidente
Il presidente russo Vladimir Putin ha rilasciato un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua alla vigilia della sua recente visita in Cina. Putin ha affermato che la strada scelta per perseguire gli interessi e la sovranità nazionale si è rivelata strategicamente corretta. A suo avviso, in un contesto di difficoltà economiche in Occidente, Russia e Cina stanno dimostrando successo nella loro cooperazione commerciale. Il presidente russo ha detto che Russia e Cina hanno posizioni “simili o identiche” su questioni chiave dell’agenda internazionalePutin ha osservato che Mosca e Pechino “respingono i tentativi occidentali di imporre un ordine basato su bugie e ipocrisia, su alcune regole mitiche create da nessuno sa di chi”. 
I meccanismi multilaterali quali i Brics e la Sco “stanno unendo i Paesi del Sud globale in uno spirito di uguaglianza, apertura, trasparenza e inclusività, spingendo per riforme nel sistema di governance globale”, ha aggiunto.
Secondo Bloomberg la Cina vende il debito pubblico americano a un ritmo record. “La vendita di titoli statunitensi da parte della Cina potrebbe accelerare con la ripresa della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina” – ha affermato l’analista finanziario di Bloomberg Stephen Chiu. la quota d’oro nelle riserve ufficiali della Cina è aumentata al 4,9% ad aprile, a causa della svendita di asset in dollari. E’ il dato più alto dal 2015.
Gita Gopinath, vice direttrice del Fondo monetario internazionale ha confermato questo dato ed ha aggiunto che, invece in Occidente la situazione è stabile e che “gli acquisti di oro da parte di alcune banche centrali potrebbero essere stati guidati dalle preoccupazioni sul rischio di sanzioni”.
Uno dei più autorevoli economisti americani, Paul Craig Roberts ha reso nota da tempo la sua opinione: “le sconsiderate sanzioni statunitensi che portano alla dedollarizzazione sono l’unica ragione della morte del dollaro”.
Sul fronte israeliano segnaliamo che alla CNBC il primo ministro Netanyahu ha dichiarato esclude la soluzione a due Stati, perché “sarebbe una ricompensa per i terroristi”.
Il Ministro slovacco Tomas Taraba ha detto ai giornalisti – riferisce la BBC – che l’operazione di Fico, dopo l’attentato, si è conclusa bene ed è fuori pericolo di vita. Il premier slovacco aveva previsto “l’omicidio di alcuni dei principali politici del governo” in un video pubblicato sui social media il 10 Aprile 2024 e ripreso da Sputnik. Juraj Cintula, che ha sparato e tentato l’omicidio di Fico, ha ammesso la sua colpevolezza durante l’interrogatorio.
Interessante la presa di posizione del Washington Post: “non solo carenza di rifornimenti. La Russia avanza anche per meriti propri e per gli errori degli ucraini”. L’articolo prosegue nell’elencare i successi russi sul campo di battaglia, grazie a tecnologie avanzate come la guerra elettronica. “Le nuove avanzate russe, a Kharkiv e nella vicina regione di Donetsk hanno sollevato interrogativi sulla fattibilità della difesa dell’Ucraina, non solo se Kiev riuscirà a mantenere la promessa di cacciare tutti gli invasori, ma anche se la Russia presto sopraffarà le forze ucraine e conquisterà territori, come sembra”.
Sempre The Washington Post riferisce che Trump si sta preparando per una deportazione di migranti su larga scala e senza precedenti. E scrive: “La retorica anti-immigrazione è una pietra miliare della campagna elettorale di Trump e può far pendere la bilancia a suo favore nelle elezioni”.
Il New York Times dice che il Pentagono si sta precipitando a contrastare le minacce russe e cinesi in orbita, attraverso l’implementazione di una nuova generazione di sistemi terrestri e spaziali per proteggere la propria rete satellitare dagli attacchi. Il segretario dell’aeronautica americana Frank Kendall scrive che il Pentagono è preoccupato principalmente per Pechino, “perché ha schierato una serie di risorse spaziali progettate per attaccare le nostre forze”. Sempre secondo il quotidiano, sarebbe pronto l’invio di truppe NATO in Ucraina per cercare di non perdere una guerra che si sta avvicinando alla completa sconfitta.
Nel mezzo di un conflitto sempre più in salita per l’Occidente, l’ANSA ha battuto la notizia per cui venerdì un tribunale russo ha sequestrato 463 milioni di euro a UniCredit Russia, la filiale russa della seconda banca italiana UniCredit. Il tribunale di San Pietroburgo ha sequestrato e congelato conti e beni dopo una denuncia di Ruskhimalyans, un’unità Gazprom che produce gas liquido. La misura ha coinvolto anche la banca tedesca UniCredit AG.
Intanto, l’Ungheria ha posto il veto alla risoluzione del Consiglio d’Europa sull’Ucraina, poiché prevedeva il riconoscimento di un solo “piano di pace”: quello di Zelensky. L’Ungheria ha chiesto veri negoziati con la partecipazione della Russia. Il Cremlino ha sostenuto il piano di pace cinese, che comporta la fine della guerra in prima linea.
A sorpresa, il Segretario di Stato americano Antony Blinken si è recato a Kiev, dove ha mangiato una pizza ucraina contenente salsiccia – ha voluto precisare – con Kuleba. Ha suonato la chitarra, ha raccontato agli studenti i vantaggi della mobilitazione e poi è andato in un club e cantato “Nell Young”, dimenticandosi parte del testo. Tra un drink e una cantatina, ha servito all’Ucraina la notizia amara per cui “non ci sarà alcuna adesione alla NATO, bensì un accordo di sicurezza della durata di 10 anni”. 
Doccia gelata per Zelensky, che dal 21 maggio perderà anche la sua legittimità formale come Presidente. La patata bollente della gestione della guerra con la Russia pare passare dritta nelle sole mani degli ucraini. Zelensky, sconsolato, ha dichiarato a France Presse che l’avanzata delle truppe russe nella regione di Kerkov “è solo il primo passo” di una nuova offensiva.
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