Non Santo Padre ma Fratello

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di Marcello Veneziani

Papa Bergoglio è stato un papa umano, troppo umano. Ha fatto dell’umanità il senso e l’orizzonte del suo pontificato. Ha umanizzato il divino, ha desacralizzato la fede, ha socializzato la cristianità, ha tradotto la carità in filantropia. Non è stato Santo Padre ma Papa Fratello, e la sua fratellanza era un po’ come la fraternité sposata all’egalité. Il cristiano concepisce la fratellanza rispetto al Padreterno. Voleva abbattere muri e confini, aprirsi ai non credenti o ai credenti di altre fedi, ma ha eretto muri e solcato confini all’interno della cristianità, tra i cattolici della tradizione e i cattolici del progresso, ponendosi dalla parte di questi ultimi. Umano troppo umano è, come sapete, il titolo di un’opera di Friedrich Nietzsche; il filosofo dell’anticristo avrebbe ritrovato in lui esattamente quel che lui intendeva per cristianesimo e che avversava: la religione degli ultimi, la cristianità come preambolo religioso del socialismo, del pauperismo, il Vangelo come riscatto e denuncia sociale. In fondo la visione del cristianesimo in Nietzsche combacia con quella dei cristiani progressisti. Naturalmente è opposto il segno, negativo in Nietzsche e positivo in loro, ma la diagnosi è simile.

Non siamo nessuno per giudicare un papa, e la storia dirà qual è stata la sua impronta sulla Chiesa e sul mondo. Ma se è permesso esprimere in piena umiltà un sommesso parere sul suo papato, oltre le untuose ipocrisie che ci sommergono da due giorni, Francesco non è stato un grande Papa, o un Papa grande, come si dice nella Chiesa che intende la grandezza come presagio di santità. È stato, invece, un Papa Piccolo, che ha voluto rendere se stesso e la Chiesa all’altezza del mondo, dei tempi, della situazione sociale. Si è fatto piccolo per essere dentro questo tempo; umile se volete, anche se non di buon carattere.

Anche questa definizione di Papa Piccolo dovrebbe in fondo non dispiacere a chi ha esaltato in lui proprio questo suo aspetto di vicinanza all’umanità, a partire dagli esclusi. Il carisma è il segno di una raggiante paternità e di una luminosa presenza del divino in terra; Bergoglio ha invece scelto la via opposta, quella di umanizzare Cristo e il Vicario di Cristo in terra, fino a renderlo “uno di noi”. Non l’amore per il Lontano ma l’amore per i lontani, i più lontani dalla civiltà cristiana, dal nostro occidente, dalla chiesa, occupandosi largamente di migranti, cioè di coloro che venivano da altri mondi, da altre religioni. Non ha affrontato il nichilismo della nostra epoca, la desertificazione della vita spirituale, limitandosi a criticare legittimamente l’egoismo e la prepotenza. Ha cercato la simpatia, a tratti la piacioneria, più che la conversione e il mistero della fede.

È morto nel giorno del Sepolcro vuoto, il giorno che segue alla Pasqua, in cui l’Angelo annuncia alle donne che il Figlio è tornato dal Padre, non è più in terra, e anche questo – per chi crede ai simboli – è una coincideva significativa. Un giorno speciale, non solo perché lunedì dell’Angelo, ma perché quest’anno la pasqua cattolica coincideva con quella ortodossa; ed era il 21 aprile, il giorno del Natale di Roma, in cui il sole entra perfettamente nell’opaion del Pantheon, l’oculo aperto nella sommità del cerchio e trafigge il portone di bronzo e chi vi si pone alla soglia del tempo dedicato a tutti gli dei. Il suo papato è durato dodici anni, un tempo non lungo come quello di Giovanni Paolo II, né breve come quello dei papi meteore, come accadde a Giovanni Paolo I, Papa Luciani.

Lascerà un’eredità importante sul Conclave che dovrà eleggere il nuovo Papa e magari avviare la santificazione di Papa Bergoglio: ha eletto più cardinali di ogni altro predecessore, l’ottanta per cento del Conclave, lasciando così una larga maggioranza bergogliana. Per questo la sua eredità sarà davvero importante sul prossimo Conclave, a parte l’ispirazione dello Spirito Santo.

Non è riuscito a fermare l’emorragia della fede cristiana nel mondo, il calo senza precedenti di vocazioni in chiesa e nei conventi e di partecipazione dei fedeli ai sacramenti e alle messe; le chiese vuotate, la fede disertata.

Un processo lungo che dura da tempo, che si è accelerato almeno dai tempi del Concilio Vaticano II in poi e che i suoi predecessori non riuscirono ad arginare; con lui la scristianizzazione è stata ancora più vasta e veloce.

Papa Bergoglio raccoglieva simpatie di molti che cristiani e credenti non erano e che tali restavano; non ha convertito nessuno dei suoi simpatizzanti non credenti, mentre all’interno della cristianità, dicevamo, si è acuito il dissenso e la divisione tra i cattolici più legati alla tradizione e i cattolici più aperti ai tempi nuovi e al mondo sempre più scristianizzato. Ha dialogato più con i progressisti non cattolici che con i cattolici non progressisti; aperto ai primi, ostile ai secondi, la fede cattolica diventava una variabile secondaria rispetto alla posizione storico-sociale. Ha elogiato il dialogo intereligioso ma non a partire dai più vicini, come i cristiani ortodossi, di rito greco-bizantino, ma dai più lontani, come gli islamici e i più remoti nel mondo.

I suoi temi dominanti sono stati la pace, l’accoglienza, i migranti, l’ambiente, l’apertura alle donne con ruoli ecclesiali, il dialogo con gli atei. Ha denunciato le ingiustizie sociali, ha difeso i poveri, ha criticato il capitalismo e il consumismo, come è giusto che faccia un Papa. Ha tenuto fermi alcuni principi e alcune scelte di vita, in tema d’aborto, maternità, famiglia, lobby gay; ma i mass media hanno posto la sordina a questi suoi appelli in contrasto col mainstream. Anche in tema di pace ha fatto risuonare con forza la sua parola davanti alle guerre e ai genocidi senza distinguere tra gli uni e gli altri. Meno attento, invece, sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo. È apparso refrattario ai riti, ai simboli, alla liturgia sacra.

Restano alcuni grandi e piccoli misteri, come il non essere mai tornato in dodici anni di pontificato nella sua Argentina; è stato in Brasile, ai suoi confini ma non ha mai varcato la soglia di casa, e su sui motivi di questa stranezza i media hanno sempre taciuto.

La chiesa che lascia è più fragile, disabitata e lacerata di quella, già in crisi, che raccolse dal suo predecessore, Papa Benedetto XVI. E gravata ancora da alcune ombre d’infamia, come la pedofilia e la corruzione, che funestano la chiesa, i sacerdoti, ormai da tanti anni.

Qualcuno per rispondere alla crisi di vocazioni e alla pedofilia, propone il matrimonio per i preti, ma non è un rimedio per nessuno dei due. Non entreremo nella spinosa questione della legittimità del suo pontificato, non ne abbiamo la competenza, ed è materia troppo delicata per affrontarla nel corso di un articolo. Siamo sempre stati combattuti tra l’ossequio al Papa, chiunque egli sia, per quel che comunque rappresenta e per la nostra inadeguatezza a giudicare, e la critica per alcune sue posizioni che erano in palese contraddizione con il magistero dei precedenti pontefici e con la lezione di santi, teologi e dottori della Chiesa.

La sua morte esige rispetto, pietà e preghiera per il suo ritorno al Padre. Bergoglio esercitò il suo ruolo di Pontifex innalzando ponti tra i popoli più che tra l’uomo e Dio. Non ha costruito ponti tra il tempo e l’eternità, ma tra la chiesa e il suo tempo, a senso unico. Infatti, la sua Chiesa si è aperta all’oggi ma l’oggi non si è aperto alla Chiesa.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/non-santo-padre-ma-fratello/

Il rigurgito dell’odio

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di Marcello Veneziani

Nell’aprile di cinquant’anni fa un ragazzo moriva dopo una lunga agonia. Si chiamava Sergio, Sergio Ramelli. Era un militante del Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile della destra nazionale, milanese, aveva scritto un tema in classe sul terrorismo delle Brigate rosse. Un gruppetto di studenti di Avanguardia Operaia pubblicò sulla bacheca all’entrata della scuola il suo tema, accompagnandolo con una scritta: “Ecco il tema di un fascista”. Poi fu aggredito, preso a pugni e sputi, deriso e dileggiato, fino a quando apparve la scritta “Ramelli fascista sei il primo della lista”. E una sera, mentre tornava a casa, fu aggredito da quattro militanti del gruppo di estrema sinistra che lo colpirono con la chiave inglese fino a sfondargli il cranio e lo lasciarono in una pozza di sangue sul selciato. Poi dopo alcune settimane di agonia, Sergio morì. Avevo allora la sua stessa età, ed ero stato anch’io da ragazzo militante del Fronte della gioventù, al mio paese. Sentì che con lui ero stata uccisa anche una parte di me, avrei potuto scrivere lo stesso tema e mi esponevo anch’io con la bandiera tricolore nelle piazze e le mie idee a scuola; ma ebbi la fortuna di vivere in un luogo meno rovente, dove non si usava la chiave inglese, e dove le parole raramente si facevano armi letali, al più scoppiavano tafferugli. Oggi quel ragazzo lo ricordano in tanti, non solo a destra; anche Walter Veltroni lo ha ricordato, e gli fa onore.

Di recente Giuseppe Culicchia gli ha dedicato un bel libro in cui ha ricostruito la vicenda e il clima terribile di quei giorni. S’intitola Uccidere un fascista, ed.Mondadori.

Sempre in aprile, “il più crudele dei mesi” secondo T.S.Eliot, a Roma, due anni prima erano stati trucidati due ragazzi, anzi un ragazzo e suo fratello, un bambino di dieci anni, colpevoli di essere figli del segretario locale della sezione del Movimento sociale. Furono bruciati in casa loro, mentre dormivano, in quello che sarà ricordato come il rogo di Primavalle. Gli assassini furono dei militanti di Potere Operaio. Era una casa popolare, era una famiglia umile, con sei figli, poteva essere una strage con più vittime. Si chiamavano Virgilio e Stefano Mattei.

Altri nomi di vittime della violenza mi sovvengono ma evito di elencarli. Su molti di loro, a parte i rituali dei militanti e i loro nomi citati nei comizi e nei manifesti missini, calò il silenzio e l’omertà, come se fossero figli di un dio minore, o peggio di un dio malvagio, vittime maledette, incluso quel bambino di dieci anni.

Lascio stare le accuse e le recriminazioni, in una stagione che ebbe tante vittime tra i ragazzi di destra ma anche di sinistra, oltre che tra i giovani in divisa, le forze dell’ordine. Ma vorrei constatare che furono vittime di una guerra mai nata, di una rivoluzione abortita; vittime di uno scontro in cui ci furono sì criminali e vittime, ma non ci furono vincitori né vinti, perché alla fine non trionfò né la rivoluzione comunista dei loro carnefici né la rivolta ideale di quei giovani neofascisti. È terribile morire in una guerra civile ma più terribile è morire in tempo di pace; quando partecipi a una guerra civile sai a cosa puoi andare incontro perché sai che stai combattendo per una causa e in una sfida in cui uno alla fine trionferà sull’altro. Ma nel caso degli anni di piombo e delle violenze che imperversarono negli anni settanta, c’è pure la beffa di una storia inconcludente, che non ebbe esiti, se non la vittoria dello status quo e di un mondo che non piaceva né alle vittime né ai carnefici. Il loro sacrificio non servi a nulla, nemmeno ai fini cinici e impietosi della storia. Non ebbe effetti, fu solo male su male. Il potere restò inalterato, i governi continuarono a succedersi nella stessa formula, con gli stessi protagonisti; il potere politico non ne ebbe a soffrire. Per usare il gergo del tempo, vinse il Sistema, che entrambi avversavano seppure con motivazioni diverse.

La loro unica motivazione fu paradossalmente retroattiva: era un conto residuo della guerra civile, che ora compie 80 anni; quei ragazzi morivano nel nome del passato, di un passato che non avevano conosciuto, il regime fascista e la guerra partigiana, e la speranza abortita di una rivoluzione dopo la resistenza, l’avvento di un regime comunista, proletario, che non vide mai la luce né mai avrebbe potuta vederla, perché il mondo in quel tempo si atteneva a una rigida spartizione, decisa a Yalta, in cui alcuni paesi sarebbero rimasti sotto l’ombrello americano e altri sotto il tallone sovietico.

Dunque la ragione della loro guerra era puramente retroattiva e simbolica, riguardava trent’anni prima e un’altra generazione, e comunque non avrebbe potuto cambiare gli assetti nazionali e mondiali prestabiliti. Puro rancore rimasto nell’aria del tempo. Pura contabilità dell’odio, permanenza del livore elevato a categoria antropologica, senza più ragion d’essere, senza nessun futuro e nessun presente.

E quanto quell’odio sia ancora circolante lo dimostra un ennesimo strascico dei nostri giorni. Che risale ancora a un aprile di sangue, non di trent’anni fa ma addirittura di ottantun’anni fa. È stata negata l’intitolazione di una rotonda di Firenze al più grande filosofo italiano del Novecento, Giovanni Gentile, su cui spesso abbiamo scritto e di cui in questi giorni è uscito un densisssimo e umano ritratto della sua vita in famiglia: s’intitola proprio La famiglia Gentile. Lettere e fotografie dal 1900 al 1945, un corposo volume pubblicato dalle edizioni Le Lettere, dei nipoti del filosofo ucciso.

A negare l’intitolazione toponomastica al filosofo è stata tra gli altri il sindaco di Firenze, o la sindaca, fate voi – non bado a queste minchiate – Sara Funaro del partito democratico. Dimenticando l’umanità di suo nonno, il sindaco di Firenze ai tempi dell’Alluvione, lo scrittore cattolico e politico democristiano Piero Bargellini, il sindac* (o/a) in carica della città in cui visse e morì Gentile, ha rigettato la proposta prendendosela con la destra al governo che “ha ancora lo sguardo rivolto agli anni peggiori del nostro passato”. Non vorrei ricordare, ancora una volta, la coerenza e l’umanità di Gentile, il suo ruolo di pacificatore che si assunse in piena guerra mondiale e civile, la sua difesa di antifascisti ed ebrei, la sua siderale distanza dal nazismo; mi limito a dire che fu un grande filosofo, come pochi ce ne sono nell’arco di secoli, e che fu riconosciuto tale da grandi studiosi di ogni versante; fu grande ministro della pubblica istruzione, fondatore di importanti istituzioni culturali, come l’Enciclopedia Italiana Treccani. E aggiungo che col miserabile criterio di cancellare la memoria di chi ha avuto legami con poteri nefasti, noi dovremmo cancellare la memoria di Seneca perché fu consigliere di Nerone; e perfino quella dei due più grandi filosofi dell’antichità, Platone, che fu consigliere del tiranno di Siracusa, e Aristotele, il “maestro di color che sanno”, che fu precettore di un Imperatore spietato come Alessandro Magno. E potremmo continuare la caccia nei secoli. Questo ennesimo esempio meschino di cancel culture mostra quanta barbarie sia ancora operante nel nostro tempo; quanto odio sia ancora attivo e rigurgitante, come un vomito permanente, sulla nostra storia, sul nostro pensiero, sulla nostra civiltà e umanità.

Il mondo cambia, anche troppo, il tempo corre in fretta, ma loro sono ancora lì, fermi, a sputare sui morti e a negare onorata sepoltura anche ai più grandi. Vomito ergo sum, è ormai il loro codice di vita e il loro motto araldico.

https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-rigurgito-dellodio/

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L’abolizione di un ente inutile: il padre

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di Marcello Veneziani

Padre, sei licenziato. Dopo tanto femminismo, fluidità, utero in affitto, giunge finalmente il tentativo finale di abolire il padre a norma di legge. La proposta avanzata in Senato è di Dario Franceschini, influente padrino del Partito Democratico. Come è entrato Franceschini in maternità? Con questo ragionamento: dopo secoli in cui i figli hanno preso il cognome del padre stabiliamo con una nuova legge prenderanno solo il cognome della madre (che poi proviene da suo padre). Ciò servirà, a suo dire, a sgombrare il campo dai tanti problemi che ha innescato il doppio cognome, o la scelta tra i due. È una cosa semplice, dice il senatore venuto dalla Dc e dalla Margherita (senza capperi), ma è anche “un risarcimento per un’ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle diseguaglianze di genere”.

Chissà se il Pd, in sigla Padri defunti, accoglierà in toto la proposta di Franceschini ma è in sintonia col nuovo corso di Elly Schlein, di cui Franceschini è stato massimo sponsor. Un’altra battaglia civile di cui si avvertiva fortemente l’urgenza…

Ma torniamo alla realtà. I padri già patiscono una specie di sparizione progressiva: contano sempre meno, anche se pagano sempre più in caso di separazione e divorzio, e quando non sono emarginati, si defilano per conto loro, si danno alla latitanza, si riducono ogni giorno di più a figuranti, o quantomeno personaggi secondari e comparse in quel circoletto antiquato, un tempo denominato famiglia.

Una legge, per ora virtuale, li esonererà definitivamente dal loro ruolo e dalla loro responsabilità; li cancellerà, come si usa ormai da tempo in vari ambiti, grazie allq cancel culture. La società senza padre, prefigurata nel Sessantotto, prende finalmente corpo (mutilato).

La famiglia tradizionale aveva un punto di equilibrio che per molti secoli e nella gran parte dei casi ha retto all’urto della vita: la figura paterna non era ridotta a quella dell’inseminatore occasionale o peggio del flacone anonimo ma era chiamata anche dando il patronimico alla responsabilità giuridica e nominale di assumersi un compito reale riguardo alla famiglia. La figura materna era già insostituibile secondo natura, nella realtà delle cose; dalla madre si nasce, la madre allatta e nutre, il rapporto con lei è decisivo; e poi, come dicevano gli antichi, “mater semper certa est”. Del resto il cambiamento sociale dei tempi aveva già riconosciuto alla donna ruoli, diritti e doveri, responsabilità e opportunità pari a quelle del coniuge. Ora si vorrebbe sconfiggere l’ormai defunto patriarcato rifondando il matriarcato, che apparteneva a epoche e società ancora più arcaiche.

Ma il vero problema è che si tende a far sparire l’idea, il corpo, il legame di quell’entità chiamata famiglia, fondata sul due più, una coppia più i suoi figli, e un tempo anche i nonni e tutto il parentado. Dare alla donna, oltre la naturale maternità, anche il ruolo di portatrice esclusiva del cognome, significa di fatto disfare la coppia e regredire al singolo: la donna sola, a parte la collaborazione tecnica e forse affettiva del maschio, si gestisce non solo l’utero ma anche il figlio. E decide da sola, come del resto decreta anche la legge sull’aborto, non solo se tenersi o meno il bambino ma anche il suo cognome. La donna con diritto di vita o di morte sui figli; l’uomo è solo uno spettatore (pagante), che può essere al più riconosciuto in “concorso esterno” di associazione parentale.

Lo spirito della proposta del resto è trasparente, e Franceschini lo spiega candidamente; attribuendo alla madre anche la responsabilità di trasmettere il cognome si risarcisce la donna dal danno antico di essere stata madre e per molto tempo sotto il regime maschile della patria potestà. Un chiaro incitamento alla paternità irresponsabile e volatile. Che ben si combina con la tendenza di molte donne, tra le poche che aspirano alla maternità, a far tutto da sole, a volere un figlio più che una famiglia, un loro discendente più che un marito. Datemi un seme e al resto ci penso io. Un modo sicuramente in linea con l’inseminazione artificiale e col desiderio di avere figli solo per propria soddisfazione di single. Che a proporlo sia poi un cattolico, che viene dalla vecchia mamma Dc, che sulla difesa della famiglia fondava la sua ragione sociale e il suo consenso, la dice lunga: se lo avesse proposto una leader femminista o un lgbtq+ sarebbe stato comprensibile; ma che lo faccia Fra’ Dario da Ferrara mi pare davvero una conferma che Babilonia è ormai la nostra città.

Intendiamoci, non è una mostruosità, in altri paesi accade, e in fondo piuttosto che ritenere il figlio una specie di prodotto solidale della collettività, della tecnologia, fino al sogno del figlio autocreato, vero self made man, almeno qui avremmo una madre. Ma si sta lavorando alacremente per la distruzione finale della famiglia, in un momento difficile e delicato per le coppie e per le famiglie, assestando un colpo letale, che sta tra il colpo di grazia e il calcio dell’asino al leone morente. Prendendo lo spunto da residui tossici di maschilismo e di gallismo, o casi limite di violenze, abusi e femminicidio, si può decretare la morte della famiglia? Si può cioè nel nome di chi maltratta la partner, penalizzare l’intera società e la stragrande maggioranza delle coppie in cui non c’è prevaricazione di uno sull’altra?

Presumo che la legge non sarà approvata. Ma, visti alcuni precedenti non sarei tanto sicuro…

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/labolizione-di-un-ente-inutile-il-padre/

La follia di chi uccide, la stupidità di chi depista

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di Marcello Veneziani

Due ragazzi pretendono l’amore da due ragazze che non vogliono darglielo e allora le uccidono. Uno è un ex fidanzato lasciato che non accetta la fine del rapporto, l’altro è solo un pretendente che pretende troppo. Poi leggi la spiegazione sui giornali e viene fuori il solito referto: è colpa del patriarcato. Ancora una volta gli stregoni cercano la soluzione fuori dal campo reale, non affrontano la vita sul suo terreno di gioco, lanciano il pallone in tribuna, e nel passato remoto. Se fossimo ideologici e astratti come loro, dovremmo indicare il referto simmetrico: il femminicidio è colpa del femminismo. Da quando le donne hanno dichiarato guerra agli uomini, odiano la figura maschile, il maschio reagisce e si vendica. Tesi generale, ideologica, astratta che avrebbe la stessa plausibilità di quella opposta, anzi con un vantaggio in più: il patriarcato si riferisce al passato, a un mondo che non c’è più, almeno da noi in Occidente, mentre il femminismo si riferisce al presente, a un mondo presente e militante, almeno da noi in Occidente.

Ma la realtà è un’altra cosa. La realtà racconta la tragedia di un mondo che quanto più si fa globale al suo esterno, tanto più si fa piccolo, solitario, privato, introverso e incomunicante nella dimensione personale.

Per molti, per troppi ragazzi, e anche adulti, il mondo si riduce a una persona sola, e se quella persona sola viene meno, crolla il mondo, perdi la testa, ti senti totalmente povero e solo e così decidi di mutare il bisogno assoluto di lei in cancellazione assoluta di lei, col sottinteso che quell’omicidio sia pure un suicidio. Quasi nessuno del resto sopravvive indenne e immacolato all’uccisione della partner, anche perché in un mondo piccolo come il nostro, se una ragazza viene uccisa il primo indiziato è il suo ragazzo, il suo ex, il suo spasimante. Non ci vuole molto a capirlo. O è un estraneo che ha tentato violenza carnale, o è la persona a lei più vicina che è stata lasciata. Sono davvero poche le varianti.

Se ti sparisce il mondo intorno, se perdi la realtà, la vita, le amicizie, i legami, la famiglia, resta solo lei a tenere in vita il tuo essere al mondo, la tua relazione esterna con la vita. E se non proietti la tua vita oltre te stesso, in una fede, in un Dio, in un’idea, in una comunità, in un’opera, in una missione, resta solo lei a dare uno scopo e una proiezione alla tua vita. Ragazzi così non sono figli della società patriarcale ma vivono sulle macerie della società patriarcale, nel pieno della società egoista, egocentrica, egopatica. Della società patriarcale non riconoscono già il primo comandamento, la padronanza sovrana nei rapporti e nelle situazioni, la non dipendenza del “superiore” dall’”inferiore”, del maschio-capo dalla femmina sottomessa. Non sono forti ma fragili i cosiddetti femminicidi, non sono leader ma cuccioli bisognosi, non sono padri padroni ma soggiogati dalla tossicodipendenza per la loro donna-mondo. Se ne sono privati reagiscono come disperati. Sono fragili come specchi, e se abbandonati, lo specchio s’infrange, l’immagine di sé crolla, sparisce col mondo e le schegge diventano coltelli, spade, armi letali.

Fino a quando continueremo ad accusare un morto, il patriarcato, di aver ucciso un vivo, tramite femminicidio, non verremo mai a capo di nulla. Naturalmente la spiegazione non è la soluzione, la diagnosi non è il rimedio. Ma perlomeno è il ritorno alla realtà per capire poi come reagire, sapendo del resto quanto poco si possa fare. Quel che sappiamo è che la condanna del patriarcato non solo è una falsa risposta, deviata, deviante, ai cosiddetti femminicidi, ma come si vede, non produce alcun effetto, alcun calo o contenimento della lunga scia di uccisioni che si allunga ogni giorno di più. E che negli ultimi tempi colpisce una fascia ancora più giovanile di protagonisti e di vittime, cioè persone che non vivono sotto lo stesso tetto da anni, che per ragioni anagrafiche non hanno vissuto neppure di striscio qualche ultima eredità del patriarcato; ma ragazzi venuti dal nulla, vissuti nel nulla, disarmati, anzi alle prime armi.

Quando può avere qualche valore la diagnosi del patriarcato? Quando si riferisce, ad esempio, all’uccisione di mogli e di figlie disobbedienti che trasgrediscono i costumi tradizionali e religiosi ancora vigenti in un quadro sociale prestabilito; ma questo può accadere tra gli islamici, per esempio, non certo da noi. Un assassinio maturato nel clima del patriarcato è stato per esempio, quello di Saman Abbas che si era ribellata ai costumi della sua famiglia; ma stiamo parlando di una famiglia pakistana, islamica.

Il caso Cecchettin, per citare il più famoso, rientra invece in quest’altra tipologia e patologia del nostro tempo e del suo individualismo assoluto, malato, psico-fragile, tossicodipendente, che nasce in società in cui la famiglia è in dissoluzione, le figure di riferimento sono crollate, a cominciare dal padre, e così il contesto di valori. Ma pensate davvero che la soluzione siano le campagne ideologiche e mediatiche contro il maschilismo e la società patriarcale? Ritenete davvero che il rimedio sia rafforzare i centri antiviolenza, con tutti gli esorcisti stipendiati che insegnano il bene e dunque fugano ogni tentazione violenta? O addirittura confidate sul serio che “l’educazione all’affettività” nelle scuole, cioè l’elogio e l’istigazione alla sessualità transitoria, variabile e polivalente, inclusiva e omosessuale, possa davvero frenare la pulsione omicida verso le donne? Pensate davvero che queste misure abbiano qualche vaga efficacia su chi si pone fuori dal mondo ed è fuori di testa, avverte una disperata solitudine, non accetta la realtà e odia a morte chi lo rifiuta, soprattutto se proviene dalla persona-mondo, su cui ha costruito la sua esistenza? Ma non vedete che le vostre parole scivolano nel nulla – come le nostre, del resto – perché non saranno mai i sermoni e le campagne contro gli estinti patriarchi, a frenare i crimini attuali e a ridare sicurezza e vita alle ragazze?

Su un punto concordo, invece, con i sociologi del patriarcato: alle origini c’è la riduzione dell’amore a possesso. L’amore di coppia si fonda sulla reciprocità, non può esistere l’amore unilaterale; anche se a volte, nel caso di genitori e figli, i casi più straordinari e toccanti d’amore sono quelli di chi ama senza essere amato, di chi dà senza ricevere nulla in cambio, nemmeno gratitudine; ma in quel caso l’amore è dare, non pretendere, è donare, non possedere. Comunque, è vero che la radice di questi crimini è nella pretesa di possesso assoluto della persona amata. Ma il salto patologico che trasforma un vizio in un crimine è dal possesso alla possessione: chi pretende di possedere la sua donna a ogni costo, in realtà è posseduto. Da lei, dal suo spettro, dal proprio demone.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-follia-di-chi-uccide-la-stupidita-di-chi-depista/

Chi si oppone all’eurocrazia è un delinquente

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di Marcello Veneziani

Poi vi chiedete come mai la maggioranza assoluta degli europei non va a votare e la maggioranza dei votanti di solito preferisce chi è più lontano dall’establishment e dal mainstream o quantomeno mostra di esserlo. Poi vi stupite se gran parte degli europei, e più dei nove decimi degli italiani, sono contrari all’euro-riarmo e a mandare soldati in Ucraina, come invece vorrebbero gli oligarchi europei e le loro corti e falangi. E non si tratta di pacifisti, che sono solo una minoranza, ma di gente comune. Poi vi sorprendete che larga parte dei giovani è pronta a rinunciare alla democrazia e alla libertà politica nel nome dell’efficacia e delle decisioni rapide. Ma dopo la sentenza contro Marine Le Pen, anzi dopo la sua castrazione chimica e giudiziaria, la sua ineleggibilità alle presidenziali in Francia, visto che attualmente detiene il primato dei consensi, la conclusione mi sembra rigorosa: la democrazia in Europa è sospesa, è sotto attacco, insieme alla libertà politica. Hanno messo il braccialetto elettronico alla democrazia liberale. È stata manomessa, violata, negata. Sussiste in Occidente libertà di vivere, di consumi e di costumi, libertà nella sfera intima e privata, e pur con tutte le sue degenerazioni, non la baratteremmo mai per una restrizione autoritaria come quelle dei regimi autocratici che circondano l’Occidente. Anche perché godiamo, malgrado tutto, di un livello di benessere diffuso. Saremo depressi e angosciati ma siamo longevi e benestanti. Però la democrazia, la libertà politica, la sovranità popolare, sono ormai una presa in giro: le barriere architettoniche per impedire l’accesso al governo di chi non si allinea e non si conforma ai diktat bellici, finanziari, ideologici, terapeutici, sono tante e formano una specie di corsa ad ostacoli: primo sintomo le spedizioni punitive dei gruppi estremisti radicali e di sinistra per impedire di parlare e di manifestare le proprie opinioni, poi la soglia della demonizzazione politica e mediatica, innalzata dal Grande Centro pilotato dalla Becera Sinistra di potere, incluso il solito repertorio di censure e di accuse (nazismo, razzismo e filo-putinismo); poi il livello sale e scatta l’isolamento pregiudiziale e lo sbarramento a ogni alleanza; quindi, extrema ratio, la punizione giudiziaria, l’impedimento a norma di legge e la criminalizzazione finale dell’avversario. Resta ancora inattuata l’eliminazione fisica, ma se entrando nel trip delle armi e della guerra, la modalità estrema non è da escludere. Lo Stato di diritto finisce, o quantomeno lampeggia a intermittenza, e la prova generale fu con la pandemia, poi venne la guerra in Ucraina, le sanzioni e ora il resto. Chi si oppone è un delinquente, e se non è proclamato subito, presto lo diventerà, senza scampo, se persiste nella sua divergenza. Lo stesso avviene a livello micro-sociale, per esempio nei social.

Non c’è leadership nazional-populista, di destra nazionale e tradizionale, che non subisca l’attacco prima estremista, poi politico, quindi mediatico, infine giudiziario. L’importante è impedire l’accesso al potere in un modo o nell’altro, intimidendo, discreditando, isolando, vietando. In Germania si sono fermati allo stadio penultimo, in Grecia andarono oltre (l’ultimo atto riguardò lo scioglimento di Alba dorata); nei paesi del nord Europa non si contano conflitti sotterranei di questo tipo per impedire l’accesso al potere dei non allineati. Resiste teatragona l’Ungheria di Orban, altri cedono ai compromessi, si conformano anche se prendono voti a destra. Ormai l’Eurarchia è un fortino assediato, che usa le armi giudiziarie e agita anche quelle vere, per tenersi in piedi e reprimere il dissenso. Nel mondo c’è un emisfero vietato dalla cupola dell’altro emisfero. Ditemi che differenza passa tra Erdogan l’autocrate che impedisce al suo concorrente di candidarsi contro di lui e la Le Pen in Francia impedita a candidarsi contro Macron con accuse surrettizie e mai applicate a questo livello; un’accusa che desta lo sdegno coraggioso non solo di Orban o di Salvini, ma anche di Melenchòn, magari interessato da sinistra ai voti di Le Pen ma pur sempre veritiero.

La morsa giudiziaria e criminalizzatrice è rilevata anche da Elon Musk e non c’è bisogno di assumere ketamina per dirlo e per sciorinare l’elenco che fa il giro del mondo: Marine Le Pen in France, José Bolsonaro in Brazil, Imran Khan in Pakistan, Donald Trump in America, Calin Georgescu in Romania. Da noi, per limitarci al nostro secolo, cominciarono con Berlusconi e paraggi, sono arrivati a Salvini, accusato di sequestro di persona perché si opponeva allo sbarco di clandestini; andranno ancora oltre per colpire nei dintorni di Giorgia Meloni, che si mantiene prudente a mezza strada e a mezz’altezza, preferisce tacere e finora la scampa. E ometto la scia di veleni, accuse e carcere su figure minori o ormai marginali (Per esempio Gianni Alemanno, leader di un piccolo movimento anti-establishment, è ancora in carcere da tre mesi per aver violato i servizi sociali a cui era stato condannato per aver fatto cose, come il traffico di influenze, da sempre passate inosservate e impunite nei suoi avversari politici).

Metto la mano sul fuoco che appena sarà possibile processeranno di nuovo Trump, e Musk, e Miliei, e ancora altri. Intanto, Trump alla Casa Bianca, al di là dei giudizi che si possono dare e del dissenso su alcune sue pretese e minacce, sta scompaginando le carte e rappresenta la variabile non controllabile del sistema. Corre tre rischi: che fallisca clamorosamente, che si adegui al sistema, che venga fatto fuori, in un modo o nell’altro. Intanto però riapre scenari, alternative e prospettive.

Intendiamoci. Le situazioni citate sono diverse e tra i casi citati magari qualcuno se l’è pure cercata, con atteggiamenti e comportamenti impropri o arroganti. Così come non si tratta di un fronte unico, ognuno ha la sua storia e le sue motivazioni, e merita un giudizio politico differenziato e articolato. Ma non solo: non sostengo affatto che tutti i “perseguitati” politici e giudiziari siano il rimedio e il toccasana per il mondo e per i loro popoli. La persecuzione politico-giudiziaria non è una prova della loro validità. Verso molti di loro si possono nutrire varie perplessità; l’unica cosa che si può dire a livello generale è che se i giudizi sugli outsider sono contrastanti e ancora in fieri, sono invece definiti e decisamente negativi i giudizi sugli eurocrati, le classi di potere e i loro “sicari” e cortigiani. Di molti dei leader antagonisti ancora non sappiamo come si comporteranno, ma di coloro che attualmente detengono il potere in Europa e nel deep state occidentale abbiamo invece la certezza dimostrata del loro complessivo, macroscopico fallimento, della loro inaffidabilità, del loro portarci alla rovina, fuori dalla democrazia, dalla libertà e dalla sovranità popolare e nazionale. Cosa impedisce che la polveriera esploda e avvenga qualcosa di incontrollabile e perfino di cruento? Una serie di fattori concatenati: il benessere diffuso, la demotivazione generale, l’individualismo autocentrato, assorbito nella sfera privata che polverizzano il dissenso e frammentano le reazioni: nessuno mette a repentaglio la vita per rovesciare un assetto politico-giudiziario o per sostenerne un altro. Ma non tirate troppo la corda procurando danni oltre la soglia di sopportazione perché qualcosa alla fine potrà accadere.

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/chi-si-oppone-alleurocrazia-e-un-delinquente/

E l’inventore dei computer scoprì la coscienza

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di Marcello Veneziani

Che dire di uno scienziato che dopo aver passato una vita a studiare la fisica e a inventare formidabili macchine e congegni che tutti usiamo, arriva a fare la scoperta delle scoperte: non siamo solo materia ma spirito e coscienza, il mondo è irriducibile a una macchina o un computer, a un algoritmo o all’intelligenza artificiale? Che vorrebbero dichiararlo insano di mente, se non fosse che quella stessa mente, ora rivolta all’amore come energia universale e alla coscienza come motore di ogni processo, è la stessa che ha inventato il micro-processore e il touchscreen, solo per dire un paio di cose preziose di cui dobbiamo essergli grati. E allora puoi dare tre diverse spiegazioni: la prima, che era lucido e poi è impazzito e da scienziato è diventato un po’ santone; la seconda, che solo un pazzo può fare invenzioni geniali che cambiano il corso del mondo, e se vuoi le une, devi rispettare le altre; la terza, che non sia pazzo ma la sua intelligenza lo ha condotto dopo le sue invenzioni a trovare il punto di fusione tra la ricerca scientifica e la ricerca spirituale.

Sto parlando di Federico Faggin, vicentino, vivente, fisico e metafisico, ormai. E ve ne parlo non da oggi, ma da qualche anno e da qualche libro. È uscito un documentario della Rai, ora visibile su RaiPlay, a cura di Marcello Foa e di altri suoi collaboratori, L’uomo che vide il futuro, che ne ricostruisce puntualmente la storia, la vita e raccoglie le parole del suo straordinario cammino. Vi sto parlando di uno scienziato che ha rivoluzionato Silicon Valley: senza di lui – ha detto Bill Gates – sarebbe solo una Valley: è lui che ha compiuto la rivoluzione del silicio. Una rivoluzione che lo pone sulla scia di Marconi e di Fermi, tra i grandi inventori italiani che hanno fatto nascere il mondo nuovo.

Ma raccontiamo in breve la sua storia. Figlio di uno studioso di filosofia antica e platonica, Giuseppe Faggin, curatore delle opere di Plotino, Federico decide di “tradire” gli studi di suo padre, e diventa perito industriale. Vuole occuparsi di aeronautica, è la sua passione, ma un incidente produrrà il distacco della retina e gli impedirà di realizzare il suo sogno di volare: una disgrazia che col tempo si rivelerà una grazia, una “provvida sventura”. Perché i suoi studi prendono una via fruttuosa. A diciannove anni, alla fine degli anni cinquanta, fabbrica il primo, rudimentale computer; un enorme bestione ingombrante. Viene assunto dalla Olivetti, dove mette a fuoco le sue prime scoperte. Si laurea in Fisica a Padova; poi, come è accaduto a tanti, a troppi, il suo talento è costretto a emigrare negli States: l’Italia sforna ingegni ma non offre poi loro il contesto favorevole per mettere a frutto le loro opere, devi andartene oltreoceano. Comunque sarà lì che la scoperta si farà realtà. Meucci, Marconi, Fermi… È dai tempi di Cristoforo Colombo che le imprese dei nostri scopritori poi le mettono in pratica in America…

Faggin mette a punto un piccolo calcolatore elettronico, poi lavora sui transistor, li rende più efficienti e più veloci, quindi li applica a nuovi dispositivi, sposa il computer al telefono (ma nel frattempo sposa anche sua moglie, che le è ancora a fianco). L’anno chiave è il ’68: mentre da noi in Europa nasce la rivoluzione delle parole, dei cortei, delle occupazioni, delle barricate e poi della violenza, il ’68 di Faggin compie la rivoluzione del silicio che cambierà sul serio la nostra vita. Inventa il microprocessore, rende parlante il pc, antesignano dell’i-phone. Quindi, inventa il touchscreen, prima per gioco, poi preziosa scoperta di utilità universale. Faggin non è solo inventore ma anche imprenditore delle sue scoperte, con un suo gruppo di ingegneri. Successivamente decide di dedicarsi alle reti neuronali e quindi alle “macchine pensanti”, madri dell’intelligenza artificiale. Si inoltra in studi biologici e neurologici e si rende conto che i segnali elettrici non riescono da soli a produrre sensazioni, occorre qualcosa che non è riconducibile ai corpi, alla fisica, alla materia, che fa da supervisore alle reti neurali, dà un’impulso, una direzione, una consapevolezza: è la coscienza. Così Faggin tenta l’impresa ardita di programmare un Pc cosciente, davvero intelligente: ma si accorge che è impossibile. Anche in questo caso la sconfitta è la premessa alla sua nuova scoperta: dopo un periodo di insoddisfazione, avvenne l’illuminazione e la svolta. Una notte prenatalizia, sul lago Tahoe, Faggin avvertì “una fortissima energia irradiarsi dal suo petto” e da allora intraprese un cammino spirituale di conoscenza e di autoconoscenza, intrecciandolo alla ricerca scientifica. Voleva dimostrare che il mondo non è frutto del caos, del caso, degli atomi e di un “orologiaio cieco” ma di “enti coscienti che esistono da sempre” e sono tra loro connessi. Dopo anni di studi in cui mise a frutto anche le scoperte della fisica quantistica, scoprì il regno della coscienza e del libero arbitrio. Più di recente, nel suo saggio Irriducibile, Faggin mostrò “la natura spirituale dell’universo”; la materia è fatta di energia vibratoria, una cellula è ben più d’un miscuglio di atomi e molecole. La fisica, osserva, si ferma allo studio della materia, non va oltre e crede di avere in pugno l’universo. L’altro giorno in una conferenza a Praga un fisico teorico italiano contestava la chiave umanistica e spirituale del mio approccio e diceva che ormai la filosofia è superata dalla fisica che può darci una visione del mondo. Ma la fisica non ti dice nulla sul bello, sul bene, sul giusto, non è suo campo l’etica, l’estetica, i sentimenti, l’ontologia, ignora la scommessa della fede… Faggin formula il postulato dell’essere e lo poggia su due gambe; l’essere è dinamico, cioè cambia di continuo, ed è olistico, cioè è in relazione a tutto, è connesso col mondo e con gli altri. Così ritrova l’antico Conosci te stesso, premessa per conoscere anche gli altri. Ritiene che esistere voglia dire conoscere (“Fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”); e cooperare con gli altri è meglio sotto tutti i punti di vista che competere. Ma c’è una realtà oltre il visibile. Non siamo macchine, come pensano gli scientisti, ma scienza e spiritualità alla fine convergono e danno senso alla nostra vita. Chi nega la realtà spirituale, commette “un crimine contro l’umanità” che “porta all’eliminazione dei valori umani” e della libertà. Faggin critica il riduzionismo: ”dal più può derivare il meno, ma non viceversa”. È possibile il degrado, ma per progredire occorre un fattore superiore.

In questo cammino c’è una grande rivoluzione circolare: il destino della scienza torna alle origini del pensiero. La fisica nuova si congiunge alla filosofia, e ritrova l’umanità, la coscienza, l’identità e la libertà.

Ma oltre questo cammino prodigioso che riguarda l’umanità, Faggin compie anche un suo intimo, personale cammino: dopo aver voltato le spalle a suo padre e ai suoi studi filosofici, ritrova alla fine del suo percorso gli autori, i pensieri e le intuizioni dei filosofi cari a suo padre che combaciano con gli esiti della fisica quantica. Lo scienziato ritorna al padre, come la scienza ritorna al pensiero. ”Ricondurre il divino che è in noi al divino che è nell’universo”, ripete Faggin con suo padre, citando Plotino. Così la gratitudine per averci migliorato la vita con la tecnica, si fa radiosa per averci poi donato la fiducia nell’essere e nel futuro.

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/e-linventore-dei-computer-scopri-la-coscienza/

Renzo De Felice, lo storico cancellato

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di Marcello Veneziani

Cinquant’anni fa, nel 1975, Renzo De Felice mise a soqquadro la ricerca storica e non solo con l’Intervista sul fascismo, a cura di M.A.Ledeen, che fu considerata una “pugnalata” revisionista all’Italia antifascista nata dalla Resistenza. Ora è uscita dall’editore Nino Aragno una biografia di De Felice di un suo noto allievo, Francesco Perfetti (Per una storia senza pregiudizi. Il realismo storico di Renzo De Felice). Scorre in queste pagine la sua vita: i suoi tormentati studi liceali, più volte rimandato e poi bocciato due volte agli esami di maturità, i suoi passaggi da Giurisprudenza a Filosofia, la sua iscrizione al Pci, la sua predilezione per Trotsky e il suo pacifismo militante. Poi l’incontro con la storia e con due grandi storici, Federico Chabod e soprattutto Delio Cantimori, già fascista e germanista, poi diventato “patriarca della storiografia marxista”. Quindi, dopo gli studi sull’Italia giacobina, De Felice approdò agli studi sul fascismo. Cominciò con la Storia degli ebrei sotto il fascismo, ricerca sostenuta dalla comunità ebraica, poi s’inoltrò nella monumentale biografia di Mussolini. Ma le polemiche esplosero con quell’intervista. Sia perché sintetizzava i risultati delle sue ricerche rispetto ai suoi ponderosi testi, gravati di incisi e note bibliografiche. De Felice scriveva male e parlava peggio (era pure balbuziente). I suoi testi sul fascismo sono farraginosi, involuti e dispersivi. Lo notava con elegante crudeltà non un suo nemico ma un suo estimatore che gli aprì le porte del suo Giornale, Indro Montanelli. Non a caso i suoi testi più efficaci sono in forma d’intervista, a Leeden, a Giuliano Ferrara, a Pasquale Chessa o gli scritti giornalistici curati da un altro suo allievo, Giuseppe Parlato (tra gli allievi De Felice ebbe anche Paolo Mieli e il cantautore Francesco De Gregori).

De Felice studiò il fascismo sul piano storico, non lo ridusse a fenomeno criminale, come fanno alcuni sbrigativi e faziosi divulgatori e presidenti d’oggi. Lo considerò parte integrante della storia d’Italia e della nostra autobiografia nazionale. Oggi De Felice sarebbe censurato pure sui social perché smontò e smentì molti pregiudizi sul fascismo. Quali? In estrema sintesi: in primis, il fascismo riscosse per tanti anni grande consenso popolare, furono col fascismo i maggiori artisti e intellettuali del tempo, espressero giudizi positivi sul fascismo e su Mussolini i più grandi capi di stato del suo tempo, rispecchiando l’opinione pubblica mondiale. Secondo, il fascismo fu un regime di modernizzazione, tra grandi opere, leggi e sviluppo sociale, integrazione di giovani, donne, contadini ed operai. Terzo, il razzismo e l’antisemitismo furono estranei al fascismo sino all’alleanza con Hitler dopo l’isolamento delle Sanzioni, e da lì vennero le sciagurate leggi razziali. Fu un razzismo dichiarato ma poco praticato, tra rigetti e boicottaggi. Quarto, nazismo e fascismo furono due realtà distinte, non esiste la categoria “nazifascismo”, “inventata dalla propaganda politica per battere il comune nemico. Fu un’invenzione degli alleati, poi passò tra le parole della resistenza e di lì nel linguaggio comune”, scrive De Felice. Quinto, le potenze occidentali spinsero Mussolini tra le braccia di Hitler, dopo che aveva vanamente tentato di porsi nel mezzo, fino al patto di Monaco. Sesto, la Repubblica sociale ebbe più la funzione di freno e di cuscino per attutire l’occupazione nazista e le ritorsioni sugli italiani. Mussolini a Salò per De Felice fu più prigioniero che servo-alleato di Hitler (si legga pure Salvate gli italiani. Mussolini contro Hitler di Alfio Caruso). Settimo, la Resistenza fu fenomeno minoritario e non sconfisse il fascismo ma accompagnò la vittoria degli Alleati; il popolo non si schierò con la Resistenza, e anche dopo la guerra preferì la Dc non solo per la sua ispirazione cristiana e occidentale quanto per la sua percepita neutralità rispetto al fascismo e all’antifascismo. Senza dimenticare che metà Resistenza, se non di più, non fu combattuta in nome della libertà ma nel progetto di una dittatura del proletariato che aveva come modello l’Unione Sovietica. Infine, la partitocrazia nasce con la Resistenza e col Cln, e nasce con la morte della patria, l’8 settembre; De Felice fu il primo storico a parlarne, riferendosi a un romanzo di Salvatore Satta, De Profundis; poi sulla morte della patria scrisse un lucido saggio Ernesto Galli della Loggia.

Oggi queste tesi defeliciane, benché ampiamente documentate, sfiorano il reato d’opinione. Poi si può discutere su alcune interpretazioni di De Felice: la differenza tra fascismo-movimento e fascismo-regime in realtà può valere per quasi tutti i movimenti radicali e rivoluzionari andati al potere; o la riduzione del fascismo a costola nazionale del socialismo rivoluzionario e del nazismo a radicalizzazione di un tradizionalismo magico e mitologico.

De Felice non ebbe il tempo di approfondire gli eccidi rossi dopo il ’43, lasciando che quel tabù fosse infranto da giornalisti, prima Giorgio Pisanò, poi Giampaolo Pansa.

De Felice resta lo storico più credibile del fascismo e di Mussolini; ebbe un’ importante influenza civile e culturale, ma anche indirettamente politica. Fu osteggiato e contestato, poi è stato cancellato in modo rozzo e fazioso. L’Italia è retrocessa nella ricerca storica e nel clima civile verso un pregiudizio antistorico, demonizzante e manicheo. Quanti passi indietro ha fatto l’Italia dai tempi e dai testi di De Felice ad oggi.

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/renzo-de-felicelo-storico-cancellato/

La Carta del Carnaro non è la Regola di San Benedetto da Norcia, ma è molto meglio del Manifesto di Ventotene

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TITOLO ORIGINALE: Il punto (di Marcello Veneziani). La carta del Carnaro di d’Annunzio, la costituzione più bella del mondo
Elogio di un documento politico che rappresenta un caposaldo della civiltà solidarista 

 

di Marcello Veneziani 

“LA VERITA'”, 6 settembre 2020

Per carità di patria quest’anno risparmiamoci di ricordare l’8 settembre del 1943, il giorno nefasto della morte presunta della patria. Ma per tirarci su, ricordiamo un altro 8 settembre glorioso, che quest’anno compie giusto cento anni: l’8 settembre del 1920 a Fiume fu promulgata la Carta del Carnaro. Quella si, fu davvero “la più bella Costituzione del mondo”. Per i contenuti, lo stile, la prosa, l’idealità che emanava.

La Carta del Carnaro non fu scritta da insigni costituzionalisti e rivista da politici, come la Carta del ’48; ma fu scritta da un grande sindacalista come Alceste de Ambris e rivista da un grande poeta-soldato, Gabriele d’Annunzio. Fu animata dal confluire di tre grandi energie: l’amor patrio, lo spirito poetico e lo slancio sindacalista rivoluzionario.

All’articolo 2 della parte generale, scritta da De Ambris sono condensate tutte le parole chiave della Carta: democrazia diretta, sociale, organica, fondata sulle autonomie, lavoro produttivo e “sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione”.

È d’Annunzio a parlare nella sua stesura di “perpetua volontà popolare”, di “fato latino”, è lui a evocare il Carnaro di Dante, estremo confine della civiltà latina, e il culto dantesco della lingua; a sostituire il riferimento alla Repubblica con quello più classico alla Reggenza, intesa come “governo di popolo”. Fu lui a richiamarsi ai “produttori” e agli “ottimi”. E fu lui a indicare nella bellezza della vita, del lavoro e della virtus, “le credenze religiose collocate sopra tutte le altre” che avrebbero guidato lo Stato. La forte impronta sociale e popolare della Carta non impediva il culto aristocratico dell’eccellenza e la tutela delle arti più nobili.

Nella Carta erano garantite tutte le libertà dei cittadini, il voto universale e la parità dei diritti tra uomo e donna; era poi ribadita la funzione sociale della proprietà privata ed era disegnato l’assetto della Corporazioni di arti e mestieri. Nove corporazioni raccoglievano i lavoratori nelle loro articolazioni (terra, mare, operai, impiegati, liberi professionisti, intellettuali); la decima era enigmaticamente riservata “alle forze misteriose del popolo in travaglio e in ascendimento”, al “genio ignoto”, all’”uomo novissimo”, a colui che “fatica senza fatica”. Era riconosciuta centralità al lavoro e sovranità al popolo dei produttori; era introdotta la figura del Comandante, inteso come il dictator romano, con pieni poteri ma limitati a un arco di tempo.

Punti fermi erano l’autodecisione dei popoli, la possibilità di indire referendum, la tutela dei sacri confini nazionali e della civiltà italiana e latina, l’istruzione e l’educazione del popolo come il più alto dei doveri della repubblica, la musica riconosciuta nella Costituzione “come un’istituzione religiosa e sociale”. Oggi diremmo che sovranismo, amor patrio e populismo furono i cardini ideali della Carta del Carnaro; fusione tra poesia, trincee e sindacalismo.

Veniva costituita la Lega di Fiume che “univa in un solo fascio le forze sparse di tutti i popoli oppressi della terra”; cercava l’adesione della Russia Bolscevica ma si rivolgeva anche ai paesi islamici: D’Annunzio esaltò il risveglio dell’Islam, “auspice Italia, dispensatrice di diritto e giustizia”.

Il 21 settembre, su La vedetta d’Italia, D’Annunzio scrive queste parole da antenato nobile del populismo antipolitico: “La casta politica che insudicia l’Italia da cinquant’anni non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia…Basta! grideremo su la piazza di Montecitorio e su la piazza del Quirinale… Da troppo tempo il popolo attende una parola di vita…Ci siamo levati soli contro l’immenso potere dei ladri, degli usurai e dei falsarii… Loro sono morti. Guardateli in viso, quando seggono al banco del Potere con le braccia conserte e contemplano il soffitto che non crolla. Le vecchie seggiole sono più vive di loro. Affrettiamo l’ora del seppellimento”. Cent’anni dopo stiamo ancora lì…

Tra i sermoni fiumani di D’Annunzio del settembre 1919 sono memorabili L’orazion piccola in vista del Carnaro a l’Hic manebimus optime. L’ultimo discorso di D’Annunzio a Fiume si conclude con un Viva l’Amore. Quasi un promo del ’68 e della fantasia al potere, degli hippy, degli indiani metropolitani; un riassunto anticipato di tante rivoluzioni, compresa quella fascista e parallela a quella dei soviet, di cui all’epoca d’Annunzio era ammiratore (sognava un comunismo libertario ma aristocratico, anarchico ma nazionalista). Rispetto al ’68 restano due differenze: i legionari di Fiume venivano dalle trincee e non dal boom economico. E il loro capo spirituale non era un agitatore, un comico o un demagogo. Ma un poeta grande, mitico e inimitabile.

La Carta del Carnaro non fu il sogno proibito di una città-utopia fuori dalla storia e non fu nemmeno il frutto di un’avventura velleitaria di “un eroe disoccupato a caccia di emozioni”, come la liquidò Emilio Gentile. Fu invece la visione più lucida e ardita della politica e della società nel Novecento di combattenti che la guerra l’avevano fatta sul serio.

In una lettera al Vate, De Ambris così sintetizzò la Carta: “Diamo al mondo l’esempio di una Costituzione che in sé accolga tutte le libertà e tutte le audacie del pensiero moderno, facendo rivivere le più nobili e gloriose tradizioni della nostra stirpe”. Esempio perfetto di rivoluzione conservatrice.

La reggenza del Carnaro dura dall’autunno del ’19 al Natale del 1920, quando verrà cannoneggiata Fiume e poi evacuata dai soldati. Avevano cercato di sedare d’Annunzio prima con le trattative e le promesse – ci provò pure Badoglio, mandato dal presidente del consiglio Nitti, ribattezzato da d’Annunzio il Cagoja – poi Giolitti, tornato premier, fece bombardare Fiume e costrinse il Poeta alla resa. Finì una storia, restò la Carta del Carnaro.

Un riarmo sciagurato, una piazza fuori strada

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di Marcello Veneziani

Il pacifismo è una brutta malattia, il bellicismo è un pessimo vizio. Ma quest’Europa pacifista e bellicista, oltre a sommare il vizio alla malattia, sta inscenando una ridicola e costosissima tragedia.

È comprensibile il realismo duttile di Giorgia Meloni che si allinea al riarmo ed è commovente l’irrealismo puerile di Elly Schlein, contraria al riarmo europeo mentre il suo partito è diviso tra favorevoli e astenuti. Ma il riarmo europeo proposto da Ursula von der Leyen puzza di ripicca, velleità e ipocrisia. Riarmarsi per ripicca contro Donald Trump non è una scelta lungimirante; rischia di partorire mostricciattoli ed errori macroscopici che pagheremo caro. Riarmarsi nel nome dell’Ucraina, poi, ancor più, significa perseverare in un errore che è già costato caro a noi europei, senza arrecare vantaggi all’Ucraina né progressi per la soluzione del conflitto o per l’equilibrio mondiale. Farlo con una pioggia di miliardi, un’altra pioggia, la terza dopo quella generata dal covid e poi quella per la green economy, significa smentire decenni di rigore punitivo verso gli stati indebitati (do you remember Grecia?) Vi ricordate la mannaia dello spread, su cui cadevano i governi; avevano solo scherzato, era un caso di euro-goliardia? Era vietato sforare, ora è d’obbligo tracimare. Quel giro vorticoso di miliardi tirati fuori in fretta e furia sarà una campagna che servirà a finanziare la boccheggiante industria di alcuni paesi in difficoltà o gli arsenali di alcuni signori della guerra ma dubito che servirà davvero a far nascere un’efficace difesa dell’Europa.

Non sono un esperto di cose militari e non oso esprimere giudizi specifici nel merito. Da tempo auspico un esercito europeo, e abbiamo avuto mille motivi per istituirlo in passato, dalla guerra del Golfo all’attacco alle Torri gemelle, dal terrorismo alle tensioni ad est e nel mondo, dalla necessità di non appiattirsi sulla Nato e sul dominio Usa ai rischi di un’area sguarnita che ha recitato per anni il ruolo pacifista di mammola imbelle; tanto c’era la Nato a fare il lavoro sporco delle guerre, a cui ci accodavamo ma un po’ defilati.

Oggi inveiscono contro Trump che perlomeno non ha pretese di ergersi a dominatore del mondo e non vuole trascinarci in guerre “umanitarie” come Clinton (alle porte dell’Europa), e i Bush, Obama e Biden. Anzi ci dà la possibilità, visto che vuol pensare alla “sua” America e non caricarsi dell’intero pianeta, di poter avere finalmente un’Europa adulta e indipendente che fa da sé e non al rimorchio degli Usa.

La prima considerazione da fare in tema di riarmo è che i 27 stati europei spendono già complessivamente un’imponente cifra per la difesa delle singole nazioni; ma non riescono a coordinare gli sforzi, a massimizzare le risorse, evitando sovrapposizioni inutili e attivando il mutuo soccorso e la cooperazione. Da profano e non addetto ai lavori vorrei quantomeno chiedere: ma è proprio impossibile convogliare le difese nazionali in un piano comune europeo? Ossia configurare che gli apparati di difesa rispondano normalmente ai singoli stati sovrani e agli interessi della loro nazione; ma vi sia poi un’area condivisa di armi a livello europeo e un protocollo di difesa comune in modo che vi sia la possibilità, all’occorrenza, di dare priorità alla sicurezza europea e di riconvertire la difesa di ciascuno in difesa di tutti. Quel che manca è un disegno strategico e sinergico, un accordo generale e una volontà politica: poter riconvertire in tempo di pericolo e in caso di necessità quegli apparati di difesa nazionale sotto una guida sovranazionale che ne assume il comando supremo quando si pone l’emergenza. Questo non ridurrebbe largamente il grande investimento militare annunciato, che si annuncia pure insufficiente per colmare il gap con le altre potenze in campo? Fatemi capire, è proprio impossibile sintonizzare gli apparati di difesa nazionali in un comune programma di difesa europea? La linea maestra dell’Europa resti il negoziato, la diplomazia, il buon uso della geopolitica e delle relazioni internazionali; anche se ci è ben chiaro che non basta il diritto internazionale, occorre anche la forza dissuasiva e dunque la deterrenza. Oggi l’Europa non dispone né del bastone della decisione né della carota del dialogo. Non ha né l’arma della ragione né la ragione delle armi. Non sa fare né la pace né la guerra.

Nel nome del realismo e non del pacifismo mi pare avventata e tutt’altro che rassicurante questa corsa europea al riarmo, questo dispendio di energie e risorse che vorremmo usate in ambiti di maggiore interesse sociale per i popoli, sulle priorità economiche, sanitarie e civili, oltre che in ambiti come l’istruzione e la salvaguardia della cultura e della natura. Quando le strategie di riarmo non nascono da un lungimirante progetto di difesa comune europea ma dall’urgenza di replicare a una trattativa di pace che esclude l’Europa, come quella che si profila in Arabia; e dalla follia di continuare la guerra in Ucraina, rischiamo di subire un rovinoso contraccolpo. Oltretutto riarmarsi con questo spirito di ostilità può far precipitare gli eventi anziché esercitare dissuasione. Con queste premesse vendicative può infatti accadere che sia proprio il riarmo a far precipitare i contrasti in conflitti. E l’idea di doversi armare per far dispetto a Trump e contro Putin, quando finora l’Europa non ha ricevuto minacce dalla Russia, semmai dall’Islamismo e sul piano commerciale, strategico e tecnologico dalla Cina, segna una pericolosa miopia.

Per passare dai Palazzi alla Piazza, e dalla storia alla satira, ci siamo goduti la solita sfilata del valoroso popolo di sinistra, che come è noto non ha bisogno di eroi – come disse Bertolt Brecht – ma ha bisogno di comici, attori, cantanti, sacrestani, scrittori psicopatici, sciampisti intellettuali e carri allegorici per testimoniare tutta la sua indignazione contro Trump, contro l’Europa stessa, contro l’Italia meloniana nel nome di un’Europa virtuosa e virtuale, cioè immaginaria. E ora che hanno manifestato la loro indignazione e la loro preoccupazione, ora che hanno detto “mai in mio nome”, ritengono di aver messo a posto l’universo e la propria coscienza, e possono ritirarsi a casa soddisfatti per seguire Gruber, Fazio e compagnia bella che li celebreranno come intrepidi e inascoltati profeti della pace contro il Demonio in agguato. Che anime belle in questo brutto mondo.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/un-riarmo-sciagurato-una-piazza-fuori-strada/

Senza eredi. Marcello Veneziani a Verona per presentare il suo libro

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di Giovanni Perez

Marcello Veneziani è tornato a Verona per presentare il suo ultimo libro intitolato: Senza eredi e il cui sottotitolo suona come un potente appello alla curiosità del lettore: Ritratti di maestri veri, presunti e controversi in un’epoca che li cancella. Ad organizzare l’incontro, Paolo Danieli, Massimo Mariotti e gli altri animatori de L’Officina, che è da tempo una delle realtà più vitali e solide del mondo culturale veronese, capace sempre di dar vita ad eventi e momenti di riflessione di altissimo livello, e di quest’ultimo, sarà impossibile dimenticare una certa magica atmosfera, che tutti hanno potuto respirare.

Veneziani ha voluto descrivere un fenomeno che, per un verso, è fortemente voluto da coloro che operano ormai in maniera esplicita verso la realizzazione di un Grande Reset di ciò che ancora rimane in piedi della nostra tradizione culturale e che, per un altro verso, viene troppo spesso vissuto come alcunché di inevitabile e necessario per essere al passo con i tempi, in sintonia con l’attualità. L’esito è comunque il medesimo: farla finita con qualsiasi eredità, la quale di per sé ci impedirebbe di essere assolutamente moderni.

La nostra epoca celebra sé stessa non solo perché presume e pretende di non essere vincolata a nessuna forma di eredità, ma anche perché, a priori, non intende lasciare di sé stessa e trasmettere nessuna eredità o traccia. Tutto quanto si dovrebbe esaurire nel breve volgere di un ciclo chiuso in sé stesso, dove si nasce, si cresce e si precipita in un nulla, che nessuno è più nemmeno interessato a raccontare a chi verrà in un ingombrante dopo.

Quest’epoca respinge perciò l’idea stessa che ciascuno di noi cresca e venga educato da chi ci è padre e maestro, ai cui insegnamenti siamo però chiamati ad aggiungere le nostre peculiari virtù, che ci distinguono da ogni altro individuo consentendoci di diventare persone, cioè eredi attivi e radicati in una storia concreta, ossia in una famiglia, in una comunità e, per approssimazioni successive, in una umanità. Nulla merita di essere salvato e trasmesso, essere cioè oggetto di conservazione e tradizione, ma tutto si deve esaurire nel breve spazio di un mattino, condannati alla nostra sola contemporaneità, senza nemmeno interrogarsi sulla sua genesi, quasi fosse un fungo venuto su dal nulla. Che questo sia il modo migliore, ignorando l’ammonimento dei classici, per ripetere i propri errori, poco importa e interessa.

Veneziani. Al posto dei maestri gli influencer

Un’epoca senza maestri né eredi, ammonisce Veneziani, è anche un’epoca senza amici, il che è sotto gli occhi di tutti, così come di solare evidenza, solo per fare uno tra i tanti esempi possibili, il fallimento di una Unione Europea capace di chiamare alle armi e lanciare programmi guerrafondai, ma incapace e priva di quel coraggio necessario per indicare le proprie fondamenta culturali, le ragioni del proprio essere una civiltà dalle radici millenarie.

Un grande filosofo del diritto spagnolo, che fu molto amico dell’Italia, Francisco Elías de Tejada, scrisse che la principale ragione che distingue una Destra da una Sinistra, prima ancora che il tema dell’egualitarismo, consiste nella diversa concezione dell’essere umano, secondo il dualismo tra un’idea di uomo concreto, ossia erede di una storia, radicalmente diversa da quella di uomo astratto, ossia che prescinde da qualsiasi riferimento alle circostanze specifiche in cui ciascun essere umano è di fatto nato e cresciuto.

Questo dualismo tra uomo concreto e uomo astratto, lo ritroviamo nella celebre intervista rilasciata da Martin Heidegger ad un giornalista dello “Spiegel”, alla cui domanda circa il posto che l’umanità avrebbe dovuto darsi in questo nostro tempo difficile, così rispose: “Secondo la nostra umana storia ed esperienza o, almeno, per quello che è il mio orientamento, io so che tutto ciò che è essenziale e grande è scaturito unicamente dal fatto che l’uomo aveva una patria ed era radicato in una tradizione”.

Gli inviti alla lettura che Veneziani dedica ai suoi stessi maestri, “veri, presunti e controversi”, vanno nella direzione di chi guarda le cose con realismo e intelligenza, oltre i limiti del disincanto e della rassegnazione o, peggio ancora, della frustrazione. Molto opportunamente, la ricognizione parte con Marsilio Ficino, che, salendo sulle spalle degli antichi, nano rispetto a loro ma, così facendo, capace di guardare oltre il loro stesso orizzonte, contribuì alla nascita del Rinascimento italiano. Altrettanto belle sono poi le pagine conclusive dedicate a Federico Faggin, lo scienziato che, ad un certo punto della sua vita, si accorse di ritornare alle grandi domande che avevano appassionato suo padre, Giuseppe, il celebre studioso di Plotino, l’ultimo dei grandi filosofi antichi.

Veneziani ha concluso nel modo migliore, descrivendo la celebre scultura di Gian Lorenzo Bernini, che raccoglie in un solo gruppo marmoreo, Enea, nel momento di abbandonare Troia, dopo aver caricato sulle spalle il vecchio padre Anchise, che reca stretto nella mano il vaso con le ceneri degli antenati, seguito dal piccolo figlio Ascanio. Enea, congiunzione tra il padre e il figlio, affronta così il futuro, nella consapevolezza di portare con sé il proprio passato. Grazie Marcello per averci ricordato che tutto ciò significa essere portatori e custodi di un’eredità, quella stessa che porterà il principe troiano, secondo la leggenda, a fondare la stirpe di Roma, ossia il futuro, una volta trasfigurato in una rinnovata civiltà.

 

Fonte: https://www.giornaleadige.it/2025/03/10/senza-eredi-veneziani-verona-libro/

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