Oggi il Cattolicesimo è in lutto nazionale: Pio IX e il 20 settembre 1870

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Ricordiamo l’infausto anniversario del 20 settembre pubblicando alcune pagine tratte dall’opera di di Mons. Giuseppe Sebastiano Pelczar, “Pio IX e il suo pontificato”.

Alcune ore dopo, alle 5,15 del 20 settembre, una prima palla dei Piemontesi colpiva le mura di Roma dando principio ad una vera grandine di proiettili lanciati da 60 cannoni, a cui rispondevano appena 18 pezzi dell’artiglieria pontificia. Il nerbo dell’attacco era rivolto contro Porta Pia, Porta Maggiore e contro le caserme del Macao, che porgevano più facile accesso; ma si sparava pure contro le porte Salaria, S. Pancrazio, S. Giovanni e S. Sebastiano.

Al rombo dei cannoni i cardinali Patrizi, Antonelli, Berardi, Bonaparte ed altri come pure tutti i membri del Corpo Diplomatico allora presenti in Roma s’affrettarono al Vaticano indossando le uniformi di gala.

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Un fiore per i soldati del Papa Re

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zuavo_veranoSegnalazione del Centro studi Federici
 
In occasione del prossimo 20 settembre invitiamo a portare un fiore sulla tombe dei soldati del Papa Re Pio IX, caduti per la Chiesa e il Papato.
I dati che seguono sono stati tratti da “L’Avant-Garde”, bollettino dei Discendenti degli Zuavi Pontifici francesi, nn. dal 1997 al 2002.
 
Le tombe dimenticate
 
Il gen. Hermann Kanzler (del Baden-Württemberg, 28/3/1822 – Roma 5/1/1888), Comandante in capo delle truppe pontificie e Pro-Ministro delle Armi, dopo il 20 settembre volle rimanere a Roma. E’ sepolto in una cappella al Cimitero del Verano (la prima della fila sotto la Rupe Caracciolo, dietro la chiesa del cimitero), insieme alla moglie Laura dei Conti Vannutelli e al figlio, Rodolfo. Accanto vi è una cappella con la tomba di Madame de Charette, moglie di Athanase de Charette, comandante degli Zuavi.

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Guerra e gloria: Prinz Eugen di Savoia

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di Federico Mosso

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Fonte: L’intellettuale dissidente

La terra trema: ventimila uomini dell’esercito imperiale asburgico marciano senza sosta verso Torino, capitale del Ducato di Savoia, guidati dal principe Eugenio, il Prinz Eugen. Corre l’anno 1706 e il Piemonte è occupato dalle truppe franco-spagnole, acerrime nemiche dei Savoia durante la guerra di successione per il trono di Madrid. Intorno alle mura della capitale sabauda, chilometri e chilometri di trincee sono scavati per permettere ai fanti del Re Sole di cingere d’assedio i difensori del ducato. Con un lungo canocchiale sbirciamo la notte dal fortino piemontese sul Monte dei Cappuccini: il palcoscenico della guerra è illuminato dai fuochi delle artiglierie e dagli incendi dentro le mura. Che magnifica e terribile bolgia insonne, un pandemonio! Laggiù, migliaia di soldati si muovono agitati sulle passerelle, lungo i sentieri scavati nella terra, tra i mortai dalle larghe bocche; escono ed entrano come tante formiche frenetiche e terrorizzate dal fuoco in buchi neri che portano alle gallerie sotterranee dove viene combattuta l’altra battaglia, quella in profondità, quella che non si vede, per le talpe con i pugnali fra i denti che giocano a lanciare granate con la miccia corta, o cortissima. E talvolta infatti, la terra esplode. Ecco, una batteria francese alzarsi dal suolo dalla spinta di un bagliore bianco-giallo-rosso, e vanno in pezzi uomini e cannoni: è il lavoro delle truppe speciali torinesi, i minatori del Duca, che strisciano di sotto, e piazzano grandi botti sotto il culo dei gallispani, con gli omaggi di Sua Maestà Vittorio Amedeo II.

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Per non dimenticare: IL CONCILIO E PAOLO VI, CONTRO I CATTOLICI DEL VIETNAM

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PAOLO VI

IL GRAFFIO

di Raimondo Gatto

PREMESSA

Il nefasto ’68, generatosi tra i figli dell’alta borghesia, prolificò in occidente al nome dei caporioni comunisti, Mao, Ho Chi Minh e Che Guevara. La guerra  del Vietnam fu il collante che unì i marxisti con molti cattolici. Perché gli americani andarono in Vietnam? Chi provocò la vittoria dei comunistì? Chi imbrogliò le carte all’opinione pubblica, falsificando deliberatamente i fatti? Perché, gran parte del mondo cattolico si schierò con gli aggressori comunisti del Nord Vietnam?

 Smascherare le menzogne di cui è ricoperta la storia recente, è un compito che non si può rimandare per comprendere gli eventi attuali.

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1683: la crociata di Innocenzo XI salva la Cristianità

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Radiomessaggio di Pio XII in onore del beato Innocenzo XI (7/10/1956)

(…) Se non che in un’altra lotta, più minacciosa e tremenda, fu dato a Innocenzo XI di cogliere la palma della vittoria, meritandosi nella storia il titolo di salvatore della Cristianità dalla invasione dei Turchi. Al qual proposito teniamo a rendere noto che nel ricordare tali memorabili eventi, essenziali nella vita del Nostro Beato, ma lontani di quasi tre secoli e svoltisi in circostanze così diverse dalle presenti e ormai pienamente sorpassate, non abbiamo inteso in alcun modo di mancar di riguardo verso la Nazione turca, con la quale abbiamo relazioni, se non ufficiali, certo del tutto cortesi.

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Il criminale Mao

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il 9 settembre 1976 moriva uno dei più grandi criminali della storia, Mao Tse-tung, responsabile della morte di decine di milioni di persone, tra cui moltissimi martiri della Chiesa Cattolica. Un criminale ammirato dai radical-chic italiani che sfoggiavano il Libretto Rosso nei loro salotti.

 

Fonte: http://federiciblog.altervista.org/2016/09/09/il-criminale-mao/

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Il libro sul Plebiscito truffa fa impazzire gli storici “di regime”

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La lapide nel pronao di Palazzo Barbieri che ricorda il plebiscito per l’annessione del Veneto all’ItaliaLa copertina del libroEttore BeggiatoCarlo Saletti
La lapide nel pronao di Palazzo Barbieri che ricorda il plebiscito per l’annessione del Veneto all’ItaliaLa copertina del libro Ettore Beggiato Carlo Saletti (BATCH)
Maria Vittoria Adami.  31.08.2016

Un libro sulla «truffa» dell’annessione del Veneto all’Italia. Lo regala la Regione alle biblioteche nell’anno del 150esimo del Veneto italiano e gli storici a Verona insorgono. «È un atto grave per le modalità e la tempistica compiuto dalla massima istituzione regionale», attacca Carlo Saletti, esperto dell’Ottocento risorgimentale. «È un uso politico della storia che fa danno quando tange la traiettoria della didattica, visto che è diffuso nelle biblioteche. Questa è la maniera di ricordare un importante anniversario?».

Per Federico Melotto, direttore dell’istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, «si vuole dare un messaggio politico partendo dal plebiscito per lanciare una critica all’Italia di oggi. E la diffusione del testo in questo modo dà carattere ufficiale a una interpretazione dei fatti opinabile».

Il pomo della discordia è il libro “1866: la grande truffa. Il plebiscito di annessione del Veneto all’Italia“ (Editrice veneta, 2016) di Ettore Beggiato, già assessore regionale e attivo per la difesa dell’identità veneta. Il volume è dedicato al popolo che lotta per San Marco e ha la prefazione di Alberto Montagner di Veneto Nostro – Raixe venete.

Il volume descrive i passaggi che al termine della Terza guerra d’indipendenza del 1866, dopo le due sconfitte italiane di Custoza e Lissa, portarono all’annessione del Veneto all’Italia. Beggiato si sofferma sui plebisciti del 21 e 22 ottobre 1866 che definisce una «clamorosa truffa» («la prima di una serie perpetrata dall’Italia ai danni dei veneti», scrive nel suo blog). Perché furono fatti a decisione già presa e in un clima di intimidazione, mantenendo nell’ignoranza i votanti. Beggiato guarda i numeri: circa il 99,99 per cento di sì, «neanche nei peggiori regimi».

A Verona, per esempio, degli 85.589 voti, due soli furono i no e sei le schede nulle. Mentre per Beggiato «le potenze europee intendevano riconoscere, attraverso il plebiscito, al popolo veneto il diritto di scegliere il proprio futuro e l’autodeterminazione».

L’autore sostiene che i veneti sono oggi tenuti all’oscuro di questa storia e auspica che si tenti un recupero della memoria «prima che il regime nazional tricolore cancelli tutto e ci facciano diventare tutti italiani», ipotesi definita nell’introduzione al libro «un’aberrante soluzione finale».

Accompagna il volume una lettera del presidente del consiglio regionale Roberto Ciambetti. Quest’ultimo plaude all’opera di Beggiato che affronta vicende «descritte dagli storici prezzolati dai Savoia come un evento addirittura voluto dalla Provvidenza». Accusa anche la scuola pubblica del Regno d’Italia il cui «principale compito fu cancellare anche il ricordo degli antichi Stati italiani» attraverso l’insegnamento. «Il libro», conclude, «è un contributo per stimolare una ricerca storica seria e onesta, che vede nelle regioni di tutti i paesi d’Europa una ricchezza e non una minaccia a uno sterile centralismo».

Per Saletti è inaccettabile: «La terza guerra d’indipendenza fu la prima grande azione del neonato Regno d’Italia e portò a un ingrandimento del Paese. E nel 150esimo anniversario del Veneto italiano si diffonde un libro, a spese pubbliche, che rivela un uso ideologico della storia. Il grave è che tocca la sfera delle biblioteche: fa un danno elevato al cubo perché c’è un’ampia diffusione. Non è un semplice intervento di una persona a una conferenza. Mi auguro che la politica reagisca».

Secondo Melotto, il volume fa un’analisi del plebiscito anacronistica trasferendolo sul piano di principi democratici e di autodeterminazione che nel 1866 non c’erano. «Si parte dal presupposto che valessero valori democratici che oggi sono imprescindibili ma che allora non lo erano: nessuno si sognava di far votare i contadini. Eppure per la prima volta nel 1866 tutti i cittadini dai 21 anni in su votarono. Non è poco».

Quanto al fatto che l’annessione al Veneto fosse già decisa prima dei plebisciti è cosa nota, anche ai libri scolastici. Ne scrisse anche L’Arena nel suo primo numero il 12 ottobre 1866 salutando «l’Italia redenta» e il Veneto «libero e unito». E ancora il 16 mentre i bersaglieri entravano a «Verona italiana».

Il passaggio del Veneto avvenne dall’Austria alla Francia come ricompensa per la mediazione diplomatica di Napoleone III durante la guerra austro-prussiana. Quest’ultimo lo consegnò all’Italia. Certo il modo in cui fu conseguito il traguardo lasciò profonda amarezza nel Paese.

«L’annessione», conclude Melotto, «fu già decisa dal punto di vista diplomatico, certo: il plebiscito serviva a sancire una situazione di fatto. Ma non può essere definito scandaloso questo modo di procedere perché nell’800 era la diplomazia a prendere le decisioni, non il popolo».

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Il plebiscito del Veneto fu una truffa ma la sinistra non vuole dirlo

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Segnalazione di Raimondo Gatto

Un saggio diffuso dalla Regione Veneto dice la verità sul plebiscito di annessione del 1866. Ed è subito polemica È polemica: ed è bene che sia così. La diffusione di un volume di Ettore Beggiato (1866: la grande truffa. Il  plebiscito di annessione del Veneto all’Italia, Editrice Veneta) sul modo in cui il Veneto 150 anni fa è stato «italianizzato» dopo la terza guerra d’indipendenza, a seguito di un referendum truffaldino, disturba gli  intellettuali progressisti.  Sul quotidiano veronese L’Arena ieri si riportavano alcune prese di posizione negative nei riguardi del libro. Secondo Carlo Saletti saremmo di fronte a «un uso distorto della storia», piegata a ragioni politiche. Una tesi condivisa da Federico Melotto, direttore dell’Istituto veronese della storia della Resistenza, per il quale con questo  volume «si vuole dare un messaggio politico partendo dal plebiscito per lanciare una critica all’Italia di oggi». Il tono è di contestazione, ma con ogni probabilità l’autore sarebbe in parte d’accordo.

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Corruzione? Magari. E’ peggio, è che siamo invincibilmente stupidi e arretrati

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Un caro amico mi gira, dal  Secolo d’Italia,   questa  rievocazione  del terremoto del Vulture,  che colpì 50 Comuni di  7 provincie tra Basilicata, la Campania e la Puglia.   Anno: 1930,  nel luglio. Magnitudo oltre 6.7.  Numero di morti, 1404. Titolo:

Nel 1930 il terremoto delle Vulture: il governo Mussolini in 3 mesi costruì 3.746 case e ne riparò 5.190.

 

Benito Mussolini, non appena ebbe notizia del disastro convocò il ministro dei Lavori Pubblici, Araldo di Crollalanza e gli affidò in toto l’opera di soccorso e ricostruzione. Araldo di Crollalanza, classe 1892, fu ministro dal 1930 al 1935. Successivamente divenne presidente dell’Opera nazionale combattenti, e legò il suo nome alla bonifica dell’Agro Pontino. Già squadrista nella Marcia su Roma,  Podestà di Bari, nella Repubblica Sociale Italiana fu commissario straordinario per il parlamento, nel quale aveva seduto per tre legislature. Dopo la guerra fu arrestato ma immediatamente prosciolto. Nel 1953 divenne parlamentare del Movimento Sociale Italiano e fu rieletto  fino alla sua morte, avvenuta nel 1986”.

 

Mi interessa sottolineare come il governo procedette. I  grassetti sono miei.

 

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