Ricordo di Fra Ginepro da Pompeiana

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di Raimondo Gatto

Appresi di Fra Ginepro da giovanissimo, praticando l’ambiente  degli “infrequentabili” missini, un mondo ai “margini”, fatto  da umili persone che, avendo aderito alla RSI, aveva perso l’occupazione in seguito all’epurazione; rammento un dirigente dell’ATM (l’azienda tranviaria) che per sopravvivere, lavorava come “maschera” in un cinema di Torino, ed un anziano gerarca ricoverato all’ospizio , dov’era finito per lo stesso motivo.

Tra gli altri interessi, in quanto cattolico praticante, m’incuriosì il fatto, che Fra Ginepro, avesse confessato Benito Mussolini, come narra nel suo libro: “Ho confessato il Duce” che ho utilizzato per questa memoria. (ed. Grafiche Riviera- Ceriale SV-1973).

L’episodio è singolare perché tra molti fascisti della RSI e la Chiesa, non correva buon sangue; inutile tentare analogie con altri movimenti politici ed altri statisti cattolici; questa era l’opinione dei più[1] manifestata  dai reduci; essi consideravano i preti “traditori”[2], assieme ai badogliani, i monarchici, e alla borghesia in generale; tale opinione si trasmise ai simpatizzanti della Fiamma Tricolore fondata nel 1946.1 Compresi anche i motivi che avevano provocato l’adesione alla RSI, che non  era affatto motivato dal “risvolto sociale”  del  programma, quanto per riscattare l’idea di un’Italia infedele, procurata dal disgraziato armistizio dell’8 settembre 1943; ciò che indignava i fascisti del tempo, era nei fatti l’accordo di molti ecclesiastici  con i comunisti, avvenuto sulla pelle di Colui aveva firmato il Concordato del ‘29[3]. Continua a leggere

Matteo Castagna: “Un bilancio di fine 2015 molto positivo per “Christus Rex” “

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Risultati immagini per Christus RexIntervista di fine anno al Responsabile Nazionale del Circolo Cattolico “Christus Rex”, Matteo Castagna 
Oggi termina il 2015. Quale bilancio per “Christus Rex”?
Il Circolo “Christus Rex” entra nel suo decimo anno di vita, se consideriamo che fu presentato pubblicamente nel Gennaio del 2007. Già questo, considerando tutte le difficoltà, è un traguardo interessante. Sono stati anni intensi, fatti di tanta militanza ma anche di cambiamenti ed evoluzioni. I primi due anni furono quelli dell’ espansione e dell’assestamento, ossia del radicamento nella realtà veneta, dopo aver chiuso l’esperienza esclusivamente veronese del Coordinamento San Pietro Martire. Nel 2009 vi furono due ulteriori evoluzioni: sul fronte dottrinale l’abbandono della Fraternità San Pio X, aderendo al sedevacantismo simpliciter, che si fonda sul Magistero della Chiesa, dalla Bolla di Paolo IV “Cum ex Apostolatus Officio” al can. 188 del Codice di Diritto Canonico (1917). Sul fronte politico, l’abbandono della collaborazione con la Lega Nord, che iniziava a cambiare rotta e orizzonti, mantenendo noi le nostre storiche peculiarità: “Regalità Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo in uno Stato organico e corporativo”. Abbiamo sempre cercato di realizzare con la vita associativa il motto che fu di San Filippo Neri: “Studio, Preghiera e Azione”, pur coi nostri limiti e le nostre manchevolezze da peccatori. La Provvidenza non ha mai mancato di farsi sentire, soprattutto nei momenti cruciali.
Quali sono le finalità del Circolo “Christus Rex”?
 
Fin dalla sua fondazione, nel 2007, scrissi che si tratta di un movimento di cattolici fedeli alla Tradizione che fa militanza cattolica. Questo, attraverso la testimonianza pubblica della Fede, che oggi i liberali hanno relegato alla sfera privata. Sappiamo di avere il mondo contro, ma siamo anche consapevoli che chi cerca con sincerità e costanza il Regno di Dio non ha motivo per restare deluso, ci pensa Lui a dare tutto il sovrappiù. La peculiarità del nostro Circolo, cui non interessano i numeri ma la Verità, perché non è il consenso che fa la Verità ma il contrario, è quella di essere, tra le poche realtà cattoliche militanti composte esclusivamente da laici, che agisce concretamente nella società.

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Articolo di Roberto De Mattei sul Papa eretico e sul caso di Onoro I. Ambiguità e ricaschi presenti

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Onorio-IA cura di Maurizio-G. Ruggiero

A questo link l’articolo di Roberto De Mattei su Onorio I, il caso controverso di un “papa eretico”:

http://www.corrispondenzaromana.it/onorio-i-il-caso-controverso-di-un-papa-eretico/

NOTA CRITICA:

Questo articolo di De Mattei è, come al solito, molto ambiguo: ammette che possa esistere un Papa eretico, come da dottrina tradizionale, nonostante le giuste proclamazioni infallibiliste del Concilio Vaticano I. Ma evita di richiamare la dottrina circa la non assunzione nella carica da parte dell’eretico o la sua decadenza da essa, come sarebbe cosa logica (Bolla Cum ex apostolatus officio di Papa Paolo IV, del 15 marzo 1559) rispettivamente per l’eretico che stia per accedere all’ufficio o per quello che incorra nell’eresia, una volta eletto.

No. Secondo de Mattei Onorio cadde nell’eresia: perché propugnò dottrine eretiche, certo; ma anche perché non esercitò pienamente il mandato petrino, poiché il suo atto magisteriale (eretico) non era munito della volontà di definire. Dunque non era un atto infallibile.

Così Bergoglio (questo il ricasco pratico del ragionamento) potrebbe essere eretico a cagione dei suoi atti; ma siccome si troverà magari che essi non sono sempre obbliganti, come pure ciò che dice (o stradice), ecco ch’egli resterebbe Papa, né perderebbe la carica.

In realtà tutte o quasi le pseudoriforme conciliari e le nuove dottrine della nuova “chiesa” sono state imposte coattivamente. Per tutti, si pensi ai nuovi Sacramenti, ai nuovi “santi”, al nuovo Codice di diritto canonico (ch’è legge universale), al neo magistero del vaticano II e post-conciliare. Continua a leggere

la Germania dichiara guerra all’Italia!

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Risultati immagini per germania dichiara guerra all'italiadi Maurizio Blondet

Probabilmente ben pochi se ne sono accorti in questi giorni, ben pochi hanno fatto caso a questo articolo…

L’offensiva di Schäuble sulle banche, troppa esposizione sul debito pubblico

Ad eccezione di Finlandia e Slovacchia, non esiste in Europa un sistema bancario esposto sul debito nazionale come quello italiano. Gli istituti guadagnano sui titoli di Stato, e lo Stato conta su un finanziatore costante. Ma, visto da Berlino, si tratta di un equilibrio instabile da smantellare.È per questo che il mese scorso a Bruxelles, riservatamente, è stato formato un «gruppo di lavoro». È una costola del Comitato economico e finanziario, gli sherpa dei ministri delle finanze europei (anche la Banca centrale europea è inclusa). Il compito del gruppo è indicare come le banche possano ridurre per gradi, negli anni, l’esposizione in titoli di Stato. La Bce segnala che sarebbe meglio avviare questa trasformazione quando la accetteranno anche le banche del resto del mondo, attraverso il Comitato di Basilea. Wolfgang Schäuble invece preferisce che l’area euro proceda da sola. Forse quello del ministro delle Finanze tedesco è solo un bluff per proteggere i contribuenti tedeschi da possibili esborsi, bloccando l’assicurazione europea sui depositi. Certo per ora gli è riuscito bene.

In un  altro articolo Schauble addirittura suggerisce alle banche tedesche di tornare a disfarsi dei titoli di Stato italiani, si per riempirsi di bund a tassi negativi immagino! Continua a leggere

Natale a Betlemme, 1943

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

Matt-Lybia

Mentre i nemici di Nostro Signore Gesù Cristo rinnovano la folle aggressione di Erode contro tutto ciò che nel mondo è innocente e simile a Cristo, scagliandosi persino contro il Natale, il Santo Bambino di Betlemme rinasce, come ogni anno, vincitore sulla terra. Il racconto che segue è tratto dal Diario di guerra del giornalista Walter L. Matt, fondatore della rivista cattolica americana The Remnant, che nel 1943, aveva 28 anni e serviva nell’esercito americano in Europa e in Medio Oriente.

Il figlio Michael, che ora dirige la rivista, l’ha ripubblicato per ricordarci che per quanto gravi e numerose siano le guerre che lacerano il mondo, gli adoratori del Bambino di Betlemme vinceranno, purché non perdano la speranza. Proponiamo questo racconto di Natale ai nostri lettori, augurando loro un Santo Natale ed un felice Anno Nuovo.

Mi ricordo il sentimento di estasi che provai una volta, nel coro del mio college, ascoltando il prorompere di un centinaio di voci nelle note trionfali del Messia di Haendel. Un simile sentimento di settimo cielo mi ha preso di nuovo l’altro giorno quando sono arrivato con i miei compagni a Betlemme!

È una cittadina da fiaba, un piccolo posto tranquillo annidato sul fianco d’una collina coperta di fiori. Tutte le campane di Natale che avete mai sentito sembrano concentrate all’ombra di queste colline verdeggianti e il cuore vi batte in petto mentre vi avvicinate al luogo dove «i pastori hanno vegliato» e la buona novella ha risuonato dal cielo sulla terra: «Oggi è nato a voi un Salvatore che è il Cristo Signore!» Continua a leggere

Una riflessione su Giampaolo Pansa

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GIAMPAOLO PANSA

di Raimondo Gatto 

Mi sembra corretto mettere a fuoco la figura del giornalista Giampaolo Pansa; essendo anche un famoso scrittore, che ha contribuito a gettar luce sulle tragiche vicende della guerra civile.

Per onesta’ debbo ricordare che, fino all’avvento di Pansa, gran parte della storiografia del “post-8 Settembre 1943” venne trattata dal giornalista Giorgio Pisanò.

Non vorrei errare ritenendo che, il libro più diffuso negli anni ‘50 sulla fine di BENITO MUSSOLINI, fu “CONTROMEMORIALE”, di BRUNO SPAMPANATO uscito nel 1952.; nel 1953, SPAMPANATO fu eletto deputato del MSI in una circoscrizione del sud Italia.

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La conversione religiosa di Mussolini

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Se ne parla con democratica cautela…

Quando in tempi recenti, prendendo a motivo una guerra sfortunata o colpe politiche, si scatenarono ondate di rappresaglie, sconosciute finora nella storia almeno per il numero delle vittime, il Nostro cuore fu invaso da acerbo dolore, non solo per la sventura che moltiplicava le sventure e gettava nel lutto migliaia di famiglie spesso innocenti, ma perché con sommo rammarico vi vedevamo la tragica testimonianza dell’apostasia dallo spirito cristiano. Chi vuol essere sinceramente cristiano deve saper perdonare. (Pio XII. Radiomessaggio per il Santo Natale 1949)

di Piero Vassallo

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Cop Conversione religiosa di Benito Mussolini.inddUn ruvido e sfacciato scrittore, parafrasando e volgarizzando una sentenza positiva dell’illustre fisiologo e sessuologo Paolo Mantegazza (1831 – 1910), ha sostenuto che la democrazia di stampo atlantico/liberista è una corazza contro la dottrina corporativa e un velo contro l’usura e la sodomia.

Va da sé che l’autore della suddetta parafrasi – scorretta/sospetta – marcia su una pista tracciata dall’incapacità strutturale di conoscere, stimare e amare il democratico ben di banca (proprio in questi giorni elargitore di vasti godimenti).

La sfiducia nel libero mercato (dai refrattari associato alla plutocrazia strozzina) è generata dalla rustica ma sana tendenza a screditare l’alta delizia procurata dalla mano magica del mercato e a ridicolizzare lo storico beneficio a stelle e strisce, donato agli italiani dai velivoli detti liberators e – ultimamente – a vilipendere la felicità e il benessere elargiti dal duo americanista/antifascista, costituito da Monti Mario & Fornero Elsa.

Senza recare offesa alla legge democratica, che vieta la qualunque rettifica o attenuazione della leggenda nera, si può finalmente consultare la nuova edizione del robusto e magistrale saggio di don Ennio Innocenti – La conversione religiosa di Benito Mussolini libro che unisce estremi quali l’erudizione e la piacevolezza.

Il testo, pubblicato in questi giorni da Fede e cultura in Verona, 330 pagine, 18 euro, è suggerito quale dono natalizio, destinato a far felici i renitenti e i refrattari al liberalismo di banca, di cucchiaio malthusiano e di squillante vespasiano.

L’autore non condivide le acrobatiche giustificazioni dei neofascisti naufragati nel neopaganesimo e perciò non risparmia severe critiche alle leggi razziali, emanate (sotto schiaffo germanico) dallo stato fascista nel 1938.

A differenza degli storici di scuola azionista e/o progressista, Innocenti riconosce che il razzismo italiano, in allontanamento dalla scolastica germanica, “metteva l’accento più sulla cultura che sulla razza biologicamente intesa, in quanto discriminava, ossia metteva al sicuro dalle conseguenze negative della legislazione razziale, gli ebrei meritevoli, (combattenti, fascisti della prima ora)”.

Innocenti riconosce tuttavia che la legge ispirata dal razzismo italiano, quantunque refrattaria all’ideologia tedesca “fu una tragedia per gli interessati”.

La strutturale differenza che corre tra il pensiero di Mussolini e l’ideologia di Hitler e, sopra tutto, le testimonianza di persone di santa vita, quali San Pio da Pietrelcina, la Beata Elena Aiello, fra’ Ginepro da Pompeiana e padre Eusebio inducono, nondimeno, a credere che la conversione religiosa di Mussolini sia realmente avvenuta.

In special modo, è doveroso rammentare che la testimonianza di padre Eusebio Zappaterra è confermato da una dichiarazione di Mussolini sul Concordato: “Lo desiderai e lo volli io. … nel 1923 proposti al cardinale Gasparri la soluzione della Questione Romana. Il porporato accettò la mia idea, osservando però che un nome della portata di Giolitti non era riuscito ad attuarla per le grandi difficoltà incontrate in seno alla Camera e per l’opposizione della massoneria. Assicurai il cardinale che avrei sciolto l’una e l’altra, eliminando così la vertenza”.

I segni della conversione sono numerosi e inconfutabili specie se si rammenta che Mussolini fu indenne dalla frenesia omicida, che possedette alcuni fra i funesti protagonisti del XX secolo, quali Hitler, Stalin, l’atomico Truman, Mao Tse Tung, Amin e Gheddafi.

Infine occorre rammentare che dopo aver sottoscritto il Concordato, Mussolini compì un gesto significativo della volontà di eliminare le muffe liberali, ossia separare l’Italia fascista dalla sgradita eredità della cultura laica e massonica, fomite dell’intossicazione del Risorgimento: “il 29 gennaio 1929 fece ricollocare sugli spalti di Porta Pia le statue dei santi già mutilate ed abbattute dai cannoni degli invasori e il giorno della firma [dei Patti lateranensi] vide il popolo in ginocchio: il popolo italiano ringraziava la Provvidenza. La Civiltà Cattolica commentava: l’uomo che doveva finalmente apprezzare la parola del Papa era venuto da strade assai lontane, forse perché meglio si scorgesse che veramente quest’ora auspicata veniva addotta da Dio”.

La lettura del magnifico libro di Innocenti si raccomanda agli italiani. che desiderano uscire dalle strettoie di un laicismo potenziato dall’alibi antifascista e dalla confusione strisciante nel mondo cattolico.

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Washington ci manda il castigatore: “Mosca resta il nemico principale”

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Adam Szubin, dallo "Stato Profondo" americano di Maurizio Blondet

La vittoria del Front National? Lasciamo che ne parlino fino allo sfinimento i media, nel panico, per metà finto (lo spiego poi). Per ora una notizia è più urgente:

Adam Szubin, sottosegretario al Tesoro Usa per il Terrorismo e l’Intelligence Finanziaria viene in Italia, Germania e Regno Unito per discutere le sanzioni contro la Russia”. Nella visita, dal 7 al 10 dicembre, l’americano si concentrerà con i governanti di quei paesi – dice il comunicato ufficiale del Tesoro Usa – “sulle correnti sanzioni contro la Russia per le sue attività di destabilizzazione in Ucraina”.

Mai sentito parlare, immagino, di Szubin. Segno che è uno di quelli che davvero comandano, incistati nello “stato profondo americano”. La sua strana funzione di Segretario al Tesoro per il Terrorismo gli dà la carica di poliziotto con poteri finanziari punitivi sugli stati satelliti insubordinati. La funzione di gestore della Intelligence Finanziaria significa che è quello che ha le leve su tutte le centrali europee come SWIFT, la camere di compensazione dove si registrano tutte le transazioni bancarie, transazioni magari segrete ma che invece le eurocrazie hanno aperto agli organi spionistici Usa, dalla Cia all’Fbi alla NSA – perché perbacco, occorre “combattere il Terrorismo”, e noi siamo alleati delle Superpotenza. Se ficca il naso nei pagamenti delle nostre imprese, se apprende segreti economici ed industriali, che importa? Gli Stati Uniti sono la potenza del Bene, lo fa’ per proteggerci – dal terrorismo globale che ha creato lei stessa. Continua a leggere

Esecuzioni, torture, stupri Le crudeltà dei partigiani

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La Resistenza mirava alla dittatura comunista. Le atrocità in nome di Stalin non sono diverse dalle efferatezze fasciste. Anche se qualcuno ancora lo nega

C’è da scommettere che il nuovo libro di Giampaolo Pansa, La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti (Rizzoli, pagg. 446, euro 19,50; in libreria dal 10 ottobre), farà infuriare le vestali della Resistenza. Mai in maniera così netta come nell’introduzione al volume (di cui per gentile concessione pubblichiamo un estratto) i crimini partigiani sono equiparati a quelli dei fascisti. Giampaolo Pansa imbastisce un romanzo che, sull’esempio delle sue opere più note,racconta la guerra civile in chiave revisionista, sottolineando le storie dei vinti e i soprusi dei presunti liberatori, i partigiani comunisti in realtà desiderosi di sostituire una dittatura con un’altra, la loro.

Tanto i partigiani comunisti che i miliziani fascisti combattevano per la bandiera di due dittature, una rossa e l’altra nera. Le loro ideologie erano entrambe autoritarie. E li spingevano a fanatismi opposti, uguali pur essendo contrari. Ma prima ancora delle loro fedeltà politiche venivano i comportamenti tenuti giorno per giorno nel grande incendio della guerra civile. Era un tipo di conflitto che escludeva la pietà e rendeva fatale qualunque violenza, anche la più atroce. Pure i partigiani avevano ucciso persone innocenti e inermi sulla base di semplici sospetti, spesso infondati, o sotto la spinta di un cieco odio ideologico. Avevano provocato le rappresaglie dei tedeschi, sparando e poi fuggendo. Avevano torturato i fascisti catturati prima di sopprimerli. E quando si trattava di donne, si erano concessi il lusso di tutte le soldataglie: lo stupro, spesso di gruppo.

A conti fatti, anche la Resistenza si era macchiata di orrori. Quelli che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricorderà nel suo primo messaggio al Parlamento, il 16 maggio 2006, con tre parole senza scampo: «Zone d’ombra, eccessi, aberrazioni». Un’eredità pesante, tenuta nascosta per decenni da un insieme di complicità. L’opportunismo politico che imponeva di esaltare sempre e comunque la lotta partigiana. Il predominio culturale e organizzativo del Pci, regista di un’operazione al tempo stesso retorica e bugiarda. La passività degli altri partiti antifascisti, timorosi di scontrarsi con la poderosa macchina comunista, la sua propaganda, la sua energia nel replicare colpo su colpo.

Soltanto una piccola frazione della classe dirigente italiana si è posta il problema di capire che cosa si nascondeva dietro il sipario di una storia contraffatta della nostra guerra civile. E ha iniziato a farsi delle domande a proposito del protagonista assoluto della Resistenza: i comunisti. Ancora oggi, nel 2012, qualcuno si affanna a dimostrare che a scendere in campo contro tedeschi e fascisti e stato un complesso di forze che comprendeva pure soggetti moderati: militari, cattolici, liberali, persino figure anticomuniste come Edgardo Sogno. È vero: c’erano anche loro nel blocco del Corpo volontari della liberta. Ma si e trattato sempre di minoranze, a volte di piccole schegge. Impotenti a contrastare la voglia di egemonia del Pci e i comportamenti che ne derivavano. Del resto, i comunisti perseguivano un disegno preciso e potente che si è manifestato subito, quando ancora la Resistenza muoveva i primi passi. Volevano essere la forza numero uno della guerra di liberazione. Un conflitto che per loro rappresentava soltanto il primo tempo di un passaggio storico: fare dell’Italia uscita dalla guerra una democrazia popolare schierata con l’Unione Sovietica.

Dopo il 25 aprile 1945 le domande sulle vere intenzioni dei comunisti italiani si sono moltiplicate, diventando sempre più allarmate. Mi riferisco ad aree ristrette dell’opinione pubblica antifascista. La grande maggioranza della popolazione si preoccupava soltanto di sopravvivere. Con l’obiettivo di ritornare a un’esistenza normale, trovare un lavoro e conquistare un minimo di benessere. Piccoli tesori perduti nei cinque anni di guerra. Ma le élite si chiedevano anche dell’altro. Sospinte dal timore che il dopoguerra italiano avesse un regista e un attore senza concorrenti, si interrogavano sul futuro dell’Italia appena liberata. Sarebbe divenuta una democrazia parlamentare oppure il suo destino era di subire una seconda guerra civile scatenata dai comunisti, per poi cadere nelle grinfie di un regime staliniano?

Era una paura fondata su quel che si sapeva della guerra civile spagnola. Nel 1945 non era molto, ma quanto si conosceva bastava a far emergere prospettive inquietanti. Anche in Spagna era esistita una coalizione di forze politiche a sostegno della repubblica aggredita dal nazionalismo fascista del generale Francisco Franco. Ma i comunisti iberici, affiancati, sostenuti e incoraggiati dai consiglieri sovietici inviati da Stalin in quell’area di guerra, avevano subito cercato di prevalere sull’insieme dei partiti repubblicani, raccolti nel Fronte popolare. A poco a poco era emerso un inferno di illegalità spaventose. Arresti arbitrari. Tribunali segreti. Delitti politici brutali. Carceri clandestine dove i detenuti venivano torturati e poi fatti sparire. Assassinii destinati ad annientare alleati considerati nemici. Il più clamoroso fu il sequestro e la scomparsa di Andreu Nin, il leader del Poum, il Partito operaio di unificazione marxista. Il Poum era un piccolo partito nel quale militava anche George Orwell, lo scrittore inglese poi diventato famoso per Omaggio alla Catalogna, La fattoria degli animali e 1984. Orwell aveva 34 anni, era molto alto, magrissimo, sgraziato, con una faccia da cavallo. Era arrivato a Barcellona da Londra alla fine del 1936. Una fotografia lo ritrae al fondo di una piccola colonna di miliziani del Poum. Una cinquantina di uomini, preceduti da un bandierone rosso con la falce e martello, la sigla del partito e la scritta «Caserma Lenin», la base dell’addestramento.

Orwell stava sul fronte di Huesca quando i comunisti e i servizi segreti sovietici decisero la fine del Poum. Lo consideravano legato a Lev Davidovic Trotsky, il capo bolscevico diventato nemico di Stalin. In realta era soltanto un gruppuscolo antistaliniano con 10 mila iscritti. L’operazione per distruggerlo venne ordita e condotta da Aleksandr Orlov, il nuovo console generale dell’Urss a Barcellona, ma di fatto il capo della filiale spagnola del Nkvd, la polizia segreta sovietica. Nel giugno 1937, un decreto del governo repubblicano guidato dal socialista di destra Juan Negrin, succube dei comunisti, dichiaro fuori legge il Poum, sospettato a torto di cospirare con i nazionalisti di Franco. Tutti i dirigenti furono imprigionati. Se qualcuno non veniva rintracciato, toccava alla moglie finire in carcere. Gli arrestati si trovarono nelle mani del Nkvd che li rinchiuse in una prigione segreta, una chiesa sconsacrata di Madrid. Interrogato e torturato per quattro giorni, Nin rifiuto di firmare l’accusa assurda che gli veniva rivolta: l’aver comunicato via radio al nemico nazionalista gli obiettivi da colpire con l’artiglieria. Gli sgherri di Orlov lo trasportarono in una villa fuori città. Qui misero in scena una finzione grottesca: la liberazione di Nin per opera di un commando di agenti della Gestapo nazista, incaricati da Hitler di salvare il leader del Poum. Ma si trattava soltanto di miliziani tedeschi di una Brigata internazionale, al servizio di Orlov. Nin scomparve, ucciso di nascosto e sepolto in un luogo rimasto segreto per sempre. E come lui, tutti i suoi seguaci svanirono nel nulla. Quanto accadeva in Spagna fu determinante per la svolta ideologica di uno scrittore americano di sinistra, John Dos Passos. Scrisse: «Ciò che vidi mi provoco una totale disillusione rispetto al comunismo e all’Unione Sovietica. Il governo di Mosca dirigeva in Spagna delle bande di assassini che ammazzavano senza pietà chiunque ostacolasse il cammino dei comunisti. Poi infangavano la reputazione delle loro vittime con una serie di calunnie». Le stesse infamie, sia pure su scala ridotta, vennero commesse in Italia da bande armate del Pci, durante e dopo la guerra civile.

C’è da scommettere che il nuovo libro di Giampaolo Pansa, La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti (Rizzoli, pagg. 446, euro 19,50; in libreria dal 10 ottobre), farà infuriare le vestali della Resistenza. Mai in maniera così netta come nell’introduzione al volume (di cui per gentile concessione pubblichiamo un estratto) i crimini partigiani sono equiparati a quelli dei fascisti. Giampaolo Pansa imbastisce un romanzo che, sull’esempio delle sue opere più note, racconta la guerra civile in chiave revisionista, sottolineando le storie dei vinti e i soprusi dei presunti liberatori, i partigiani comunisti in realtà desiderosi di sostituire una dittatura con un’altra, la loro.

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L’inedito Guareschi

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Risultati immagini per Giovannino GuareschiNei locali appena inaugurati dell’Associazione Culturale “TRADITIO” in Via Galvani 31 a Verona vi è una sezione guareschiana in allestimento, che presto ospiterà una giornata all’insegna del grande scrittore…

Segnalazione di Federico Prati

La Mandata
Un borghese grande grande
Il disastro dei partiti, il (già poco) comune senso del pudore, il Concilio e i suoi imminenti disastri. Ecco l’inedito Guareschi polemista. In attesa che lo pubblichino.

di Alessandro Gnocchi

A ridosso delle elezioni del 1963, in una lettera al figlio, Giovannino Guareschi diceva “Coi disegni del ‘Borghese’ hanno fatto volantini e manifesti. Mi fa piacere. Significa che non sono proprio finito”. Se c’è uno stato d’animo al fondo della raccolta degli articoli scritti per il “Borghese” di Mario Tedeschi tra il 1963 e il 1968 preparata dai figli Alberto e Carlotta, lo si percepisce in quella stupita constatazione di non essere “proprio finito”. Continua a leggere

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