Il tradimento storico dei “cattolici”

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di Roberto de Mattei

L’approvazione dello pseudo-matrimonio omosessuale, avvenuta al Senato il 25 febbraio 2016, con 173 sì, 71 no e 76 assenze è l’ultima tappa di un processo di dissoluzione della società italiana che parte dall’introduzione del divorzio (1970), passa per la legalizzazione dell’aborto (1978) e ha il suo prossimo, imminente passo, nella legalizzazione dell’eutanasia.

Si comprende bene, in questa prospettiva, l’esultazione della stampa laicista. «Nella lunga e tortuosa storia della liberazione sessuale dell’Italia – scrive Francesco Merlo su La Repubblica del 26 febbraio – questa legge ha lo stesso valore epocale della legge sul divorzio e di quella che regola l’aborto». Ciò che hanno in comune questi tre eventi è il tradimento consumato dagli uomini di governo cattolici. Il divorzio passò sotto un governo di centro-sinistra presieduto dal democristiano Emilio Colombo. L’aborto fu varato da un governo democristiano, presieduto da Giulio Andreotti.

La Democrazia Cristiana è caduta, ma i principali responsabili della nuova legge, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ed il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, si definiscono, come Colombo e Andreotti, cattolici praticanti. Se il ministro Alfano avesse minacciato le dimissioni avrebbe reso impossibile, o almeno avrebbe procrastinato, il passaggio della legge, ma il politico siciliano ha preferito comportarsi come Andreotti, che il 21 gennaio 1977 annotava sul suo diario: «Seduta a Montecitorio per il voto sull’aborto. Passa con 310 a favore e 296 contro. Mi sono posto il problema della controfirma a questa legge (lo ha anche Leone per la firma) ma se mi rifiutassi non solo apriremmo una crisi appena (dopo aver? ) cominciato a turare le falle, ma oltre a subire la legge sull’aborto la Dc perderebbe anche la presidenza e sarebbe davvero più grave» (Diari 1976-1979. Gli anni della solidarietà, Rizzoli, Milano 1981, pp. 73). La perdita della presidenza di un governo veniva considerata più grave dell’omicidio, per legge, di milioni di innocenti. Continua a leggere

Coppie di fatto: analisi del pasticcio all’italiana

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Risultati immagini per coppie di fattodi Luciano Garofoli

Tanto casino per un pasticcio che per farlo così assurdo occorre solo un mente diabolica. Ma siamo in Italia e tutto è possibile.

Dunque dopo uno scontro durato settimane, dopo rinvii, presentazione di migliaia di emendamenti ed una battaglia politica che ha sconvolto maggioranza, opposizione causando forse delle fratture insanabili (ce lo auguriamo di cuore), alla fine il Senato ha approvato la legge sulle unioni delle coppie di fatto.

Renzi ha accolto il voto con un’enfasi ed una retorica uniche: “Ha vinto l’amore” ha esultato quasi che avesse messo le basi per un rivoluzione epocale, o avesse ottenuto un risultato strepitoso battendo le forze dell’oscurantismo e dei pregiudizi che solo il kattolicesimo è in grado di poter partorire.

Repubblica che è la voce del padrone, così si esprime: Chi è contento e chi no. In Europa eravamo ‘maglia nera’ adesso abbiamo fatto un passo nel riconoscimento dei diritti.”

Arrivati a questo punto è necessario almeno dare un’occhiata al testo licenziato dal Senato dopo questa battaglia epica. Continua a leggere

Un libro che parla del Trattato Transatlantico, senza farlo esplicitamente

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LIBRO De Benoist A., “Il Trattato Transatlantico”, Arianna Editrice.

Segnalazione Arianna Editrice

 

di Giorgio Romano

Fonte: domus-europa 

Il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) è un trattato, in corso di negoziazione dal 2013, fra Unione Europea e Stati Uniti d’America, volto a conseguire una liberalizzazione assoluta del commercio occidentale. Inizialmente secretato per intero, attualmente sono disponibili sul sito della Commissione solamente le linee guida e i punti salienti della trattativa.
Il lavoro di De Benoist (“Il Trattato Transatlantico. L’accordo commerciale Usa – Ue che condizionerà le nostre vite”, Arianna Editrice, 2015, 185 pp.) è molto interessante perché legge ciò che c’è dietro questo accordo. Si badi, non si tratta di nessuna teoria del complotto, perché sono, più che altro, le concezioni stesse dell’Uomo, della società, della comunità, e della politica a essere messe in gioco.


Analizzare dettagliatamente i punti e le previsioni del trattato è sicuramente uno studio estremamente necessario, ma occorre altresì una riflessione sugli aspetti culturali che stanno accompagnando questa negoziazione. Se ne conoscono, anche per esperienza, i tratti essenziali, perché la politica internazionale è abituata ad accordi del genere: gli Stati Uniti, ad esempio, conoscono il North American Free Trade Agreement (Accordo nordamericano per il libero scambio), stipulato assieme a Canada e Messico, e il Free Trade Agreement, stipulato solamente con il Canada. Anche l’Europa e i suoi Stati conoscono simili iniziative internazionali, si pensi al Multilateral Agreement on Investment e al General Agreement on Tariffs and Trade. La stessa Unione Europea ha, come pietra fondante, la libera circolazione dei mezzi, dei servizi, dei capitali e delle persone (art. 26 TFUE), nonché, di conseguenza, il principio della concorrenza (art. 101 ss.).
Il TTIP, però, costituisce una svolta epocale perché, per la prima volta, si persegue un assoluto (e questa volta non come intento, ma con effetto immediato) azzeramento di ogni tipo di barriera tariffaria che ostacoli la libera circolazione dei prodotti, su un territorio che potrebbe essere qualificato come corrispondente a un terzo del commercio globale.
Non solo, a essere in pericolo saranno anche le c.d. “barriere non tariffarie”, ovvero l’insieme di norme (generalmente pubblicistiche) che si pongono a tutela di determinati ambiti e settori. Si pensi ai “Rapporti economici” della Costituzione italiana, che prescrivono tutele molto serrate ai diritti dei lavoratori e delle fasce più deboli, per poi funzionalizzare in un’ottica socialmente ispirata ogni tipo di iniziativa economica, anche privata.
Proprio per questo è in gioco il futuro della nostra stessa concezione della politica, delle istituzioni, del vivere insieme come parte di una comunità. Non a caso, il TTIP è stato definito, in questa opera, come l’ultimo stadio del processo di erosione della sovranità statale, conseguente al sistema di vincoli fiscali ed economici stabiliti in sede europea (Patto di Stabilità e Crescita, Fiscal Compact, ecc…).
Quale è il substrato culturale che anima la negoziazione del TTIP e incoraggia la conclusione delle trattative? La mondializzazione. Questa tendenza è ben diversa dal capitalismo tradizionale che è terminato nel Novecento: a differenza di quell’epoca, in cui gli Stati erano attivi nel favorire e incoraggiare il libero scambio dei beni su scala internazionale, l’odierno “turbocapitalismo” annullerebbe gli Stati stessi. Saremmo di fronte, di conseguenza, a una vera e propria cancellazione dello spazio (“non c’è più l’Altrove”, p. 52). Ne discende di conseguenza, in capo al cittadino (che diventa “cittadino mondiale”), una perdita assoluta di ogni tipo di prerogativa, controllo, contributo decisionale, partecipazione politica: difatti, “Trasferire le decisioni su una scala in cui i cittadini si ritrovano necessariamente impotenti, dato che la democrazia non può esercitarsi, è il mezzo che la forma – capitale ha trovato per emanciparsi da qualsiasi controllo politico” (p. 67).
Deriva da quest’assunto il ruolo decisivo svolto dalla governance e dalla tecnica. La prima rivendica l’utilizzo dei principi dell’economia privata per gli affari pubblici (p. 87), a discapito del verticalismo del governo classico (p. 102); la seconda, conseguentemente, fissa degli obiettivi neutrali, “incontestabili”, spesso di natura contabile, a cui le istituzioni si devono conformare (p. 95), finendo per distogliere l’attenzione dagli obiettivi classici della politica.
Dal concetto aristotelico – tomista di “bene comune”, dunque, si passa a quello di “interesse generale”, molto più fluido, risultato di interessi privati contrapposti in cui lo Stato diventa mero regolatore (p. 105 ss.)
L’aspetto più interessante dell’opera di De Benoist è, però, il pragmatismo che contraddistingue la sua lettura. Si pensi al tema, attuale, dell’uscita dall’Eurozona: in quest’ambito è facile cadere nella demagogia, predicando la soluzione più radicale. La posizione dell’Autore è differente: ben venga, afferma, l’uscita dall’Euro in modo tale da riprendere parzialmente le redini dell’economia monetaria, ad esempio per agire sulla svalutazione, ma tornare a una moneta nazionale non avrebbe senso, se non si mantiene saldo un circuito comune più forte, riservato agli scambi internazionali (p. 43). Lucidissima, d’altra parte, è la critica agli “altermondialisti”, ovvero a coloro che, “cittadini del mondo”, pur criticando le derive della globalizzazione, non ne contestano le fondamenta neutralizzanti di ogni popolo, intendendo solamente “moralizzarala” o adeguarla secondo un paradigma “socialmente sostenibile”.
Di pari merito, è criticabile la posizione dei c.d. “sovranisti”, secondo cui la soluzione della crisi europea e internazionale sarebbe unicamente costituita dal ritorno allo Stato nazionale (p. 148 ss.). Lo Stato, da una parte, si troverebbe irrimediabilmente in una fase di declino, troppo piccolo per resistere alla politica internazionale e troppo grande per rispondere alle istanze della propria società, sempre più complessa. Soprattutto, però, rivendicare una mera Europa dei popoli significherebbe fare il medesimo gioco dei tecnocrati europei, ovvero mantenere un’Europa intergovernativa, in cui a uscire vincitore sarebbe sempre il libero mercato.
L’Europa, quindi, continua a essere vista come un’occasione assolutamente da non abbandonare. La sovranità europea, ancora da raggiungere, non dovrà essere una sovranità accentrata secondo i paradigmi ottocenteschi, bensì diffusa. Ed ecco che si schiude la vera, unica forma Europea, quella più corrispondente alla sua complessità, alla sua “multicromaticità”: l’Europa come Imperium. Confini sfumati ma certi, nazioni non cancellate ma integrate secondo un’applicazione vera, e non sbiadita, del principio di sussidiarietà; gli Imperi “riuniscono diverse etnie, diverse comunità, diverse culture, una volta separate, sempre distinte” (p. 153), non appiattiscono le identità ma le valorizzano in un sistema solidale più grande.
Solo così l’Europa potrebbe raggiungere la forma di un vero blocco territoriale – politico in grado di resistere alle pressioni d’Oltreoceano e del Capitale, magari in una collaborazione, sempre più intensa, con la Russia.
A questo punto, però, emerge una domanda sempre più pressante: esiste tale coscienza europea? Se è vero, come dice lo stesso Autore, che la coscienza di popolo può essere raggiunta anche successivamente a un’unificazione, come accadde per la Francia (p. 148; lettura, di questa dinamica, che meriterebbe un approfondimento a parte), occorrerebbe chiedersi se i leader europei abbiano in mente un cammino contraddistinto da tale nobiltà. La domanda, ovviamente, è puramente retorica, alla quale si aggiungerebbe il dubbio che molti cittadini europei, sovrastati dal nichilismo di questi tempi, non riescano neanche a immaginare o, meglio, a esser pronti per questa svolta.
Se un’unificazione vera e propria dell’Europa, dunque, sembra essere ancora remota nel manifestarsi, è comunque indubbio che la strada da percorrere sia solo questa.
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Recensione de “La vendetta del mercedario”

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lavendettadelmercedario

Segnalazione del Centro Studi Federici

San Giovanni Bosco consacrò buona parte del suo ministero a favore dell’editoria, con la pubblicazione di numerosi libri e riviste che rappresentarono la “buona stampa” da opporre all’azione devastatrice della “cattiva stampa” anticlericale e laicista. Nacquero così alcune collane di scrittori cristiani, pubblicate in particolare sulle colonne delle Letture Cattoliche, fondate nel 1853. Nel fascicolo n. 6 del 1934 apparì La vendetta del mercedario, “racconto medievale” del padre Anton Huonder. Gesuita del Canton dei Grigioni (1858-1926), “missionologo, ricercato predicatore di esercizi spirituali e forbito scrittore” (Enciclopedia Cattolica) compose numerose opere missionarie rivolte alla gioventù. Il romanzo, ristampato a cura di Amicizia Cristiana, è ambientato nel Medioevo, epoca da un lato demonizzata da un’ampia letteratura di stampo illuminista e, dall’altro, travisata da ambigui autori che si rifanno all’età di mezzo in chiave esoterica. Don Bosco voleva dare ai suoi ragazzi dei testi capaci di far amare e difendere la storia della Chiesa: anche nel caso della traduzione dell’operetta di Huonder questo scopo fu raggiunto. Il testo infatti permette alla fantasia del lettore, attraverso le vicende dei protagonisti, di rivivere lo spirito di fede che contraddistingueva la civiltà cristiana.

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L’inutile battaglia del Senatore Joseph McCarthy contro il progressismo negli Stati Uniti

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Risultati immagini per Senatore Joseph MccarthyLA RIFLESSIONE

di Raimondo Gatto

Premessa

Avete mai sentito parlare della “caccia alle streghe”  contro gli attori e gli sceneggiatori di Hollywood negli anni cinquanta?[1] Certamente  sì, ma l’esiguo numero di chi ricorda, ritiene che al tempo, essa fosse verità evangelica; nel corso degli anni ho sentito esponenti di destra ripetere questa leggenda, frutto della propaganda comunista, senza che nessuno, per pigrizia mentale o per colpevole ignoranza abbia mai osato metterla in dubbio. L’abilità del Partito Comunista Italiano,  cui dobbiamo il monopolio dell’attuale sotto-cultura, fu quella di insediarsi nelle cattedre universitarie, nelle redazioni giornalistiche e nelle Tv lasciando ai “non comunisti” il monopolio degli affari[2] del gigantesco apparato statale italiano.

Nel secondo dopoguerra, la propaganda americana invase le sale cinematografiche con  i film western[3] prodotti a Hollywood;[4] dopo il filone “cow boy”, i cineasti USA pretesero di designare la società americana quale “modello” per noi primitivi e arretrati “cattolici”; tra l’altro ricordo,  la pubblicità di “Scandalo al Sole”, uscito nel 1959, per introdurre l’ “angoscioso tema del divorzio”, costume tipicamente statunitense, che le leggi del regime  fascista a tutela della famiglia, aveva escluso dalla nostra legislazione [5]. Partendo da queste memorie, tenterò di ricostruire una vicenda degli anni ’50 falsificata nel corso  del tempo dai media progressisti perché  è ora di levare il  coperchio sulle bugie che hanno condizionato il pensiero ed il vivere del nostro popolo dagli negli ultimi sessant’anni.

Il corporativismo fascista  “alternativa” al bolscevismo Continua a leggere

Tutti sono Charlie: per la libertà di stampa e di pensiero…ma in Francia vogliono vietare i miei libri

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

”Sposati e sii sottomessa” e ”Sposala e muori per lei” sono consigli alle amiche sul matrimonio sulla differenza tra l’uomo e la donna… eppure in Francia c’è chi vuole vietarne la vendita
di Costanza Miriano

Alla Francia si perdona tutto, se non altro in nome di Houellebecq, di Givenchy (ma la mente, Tisci, è italiano), di Santa Teresina e Giovanna e di moltissimo altro. Le si perdonano anche le testate sul petto (soprattutto se poi vinciamo). In più c’è da dire che non riesco a offendermi, ma anzi mi commuovo per questa cosa: attualmente ventiduemila Galli hanno firmato, in pochi giorni, una petizione per chiedere il ritiro dal mercato di due miei libri, Sposati e sii sottomessa e Sposala e muori per lei, appena usciti in Francia per i tipi di Le Centurion (sono consigli alle amiche sul matrimonio, sulla differenza tra noi e quell’essere di un’altra specie che ci troviamo nel letto, e sulla fatica di tenere insieme tutto). Una signora, come racconta il Figaro, ha deciso di chiedere al Segretario di Stato incaricata per i diritti delle donne, Pascale Boistard di vietarne la vendita. Lo considero un enorme biglietto di auguri di Natale, non ne ho mai ricevuto uno con così tante firme – puntano alle venticinquemila – al massimo forse ce n’erano una ventina sul regalo di compleanno dei compagni di classe. Che tante persone si interessino a me mi sembra davvero sproporzionato, emozionante che non si limitino a non comprare i miei libri – come fanno circa sei miliardi di persone nel mondo con la massima tranquillità – ma che si disturbino a firmare una petizione per impedire agli altri di farlo. Continua a leggere

Putin ha ragione, la Nato non ha più senso

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Risultati immagini per fuori dalla natoSegnalazione di Arianna Editrice

di Sergio Romano 

Fonte: Linkiesta

L’ex ambasciatore, oggi editorialista: «L’industria delle armi americana controlla la politica estera dell’Occidente. Schäuble dice bene, serve un esercito europeo, ma non accadrà»

Botti d’inizio anno. A dare fuoco alle polveri per primo è stato il presidente russo Vladimir Putin, che poche ore dopo la mezzanotte del primo gennaio ha dichiarato, aggiornando la lista delle principali minacce alla Russia, che «la Nato è il nemico». Poche giorni prima era stato il turno del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che in un’intervista alla Bild am Sontag aveva detto che «Il nostro scopo finale dovrebbe essere un esercito dell’Unione Europea», poiché «le risorse che spendiamo per i nostri ventotto eserciti nazionali potrebbero essere usate molto meglio, se le spendessimo assieme».
Così, nel giro di meno di una settimana, la Nato, l’alleanza militare occidentale nata in funzione antisovietica nel 1949, è stata messa nel mirino. Direttamente, da uno dei suoi più strenui oppositori. Indirettamente, ma nemmeno troppo, da un ministro di uno dei più importanti stati membri. La domanda, in fondo, è una sola, ma si può declinare in modi diversi: a che cosa serve oggi la Nato? Che senso ha? Contro chi combatte?

«Putin ha ragione, sulla Nato. E anche Schäuble». A dirlo non è uno qualunque, ma Sergio Romano, oggi apprezzato editorialista e scrittore, ma, negli anni ottanta, rappresentante italiano alla Nato e ambasciatore italiano in Unione Sovietica.

In che senso hanno ragione?
Occorre fare un passio indietro. Una volta caduto il muro di Berlino, gli americani, per un certo periodo, non seppero che cosa fare della Nato. Per qualche anno hanno temporeggiato e si sono tenuti il dossier sul tavolo. A un certo punto, tuttavia, alcuni consiglieri del presidente Clinton gli hanno prospettato una soluzione: conservare la Nato e allargarla ai paesi ex satelliti dell’Unione Sovietica che avessero fatto domanda di adesione; quelli del Patto di Varsavia, per intenderci. Fu una scelta che la Russia considerò subito con molto sospetto.

Come mai?
La Nato è nata in funzione di un nemico. Ora che il nemico non c’era più, che senso aveva conservarla senza che ciò lasciasse trapelare diffidenza verso Russia? Credo che le reazioni russe avessero qualche giustificazione.

Gli Stati Uniti come si giustificarono?
In un prima fase sembrarono tenere conto delle preoccupazioni russe Vi fu un cordiale incontro fra George W. Bush e Putin nel Texas, seguito da un vertice, nel maggio del 2002, a Pratica di Mare, dove nacque una specie di comitato di collegamento fra Nato e Russia, senza specifiche funzioni. Eppure un senso avrebbe potuto averlo.

Quale?
Poteva essere l’embrione di una organizzazione per la sicurezza collettiva.

E non lo è diventato ?
No. Una organizzazione per la sicurezza collettiva difende la pace all’interno dei propri confini. La Nato è un alleanza concepita per combattere. Si prepara alla guerra contro chi ne è fuori.

La Nato nasceva in funzione di un nemico. Ora che non c’era più, che senso aveva conservarla senza che ciò assumesse un senso quantomeno di diffidenza nei confronti della Russia

Che cosa accade dopo?
Accade, com’era facilmente intuibile, che i paesi dell’est hanno cominciato a mettersi in fila per aderire a questa nuova Nato “allargata”.

Come mai?
Perché i paesi est europei ritenevano di avere bisogno di sicurezza e pensavano che l’avrebbero trovata in una organizzazione diretta dagli Stati Uniti. Così la Nato rimase in vita e si allargò, ma le sue caratteristiche rimasero immutate: un comandante supremo supremo americano, basi americane, piani strategici americani.

Se Nato e Russia sedevano insieme in uno stesso comitato di contatto, perché i rapporti sono tornati tesi?
Le frizioni iniziano quando Bush denuncia il Trattato Abm, quello sui missili anti-missili, con cui Usa e Urss si erano accordati negli anni Settanta per non costruire più di una base anti-missilistica nel loro territorio. Un trattato meraviglioso: accettando di avere una sola base antimissilistica, entrambe lasciavano il resto del loro territorio indifeso, esposto alle eventuali rappresaglie dell’altro, se uno dei due avesse sferrato un primo colpo. Niente poteva garantire la pace meglio di questa reciproca vulnerabilità.

Come mai Bush denuncia questo trattato?
Per creare una grande rete di difese anti-missilistiche, composta da sommergibili nucleari nel nord, un grande radar nella Repubblica Ceca e una base in Polonia. I russi, comprensibilmente, si chiesero in funzione di quale nemico una tale difesa venisse organizzata.

E gli americani?
Risposero che dovevano premunirsi contro paesi canaglia come l’Iran. Una cosa che, in effetti, aveva poco senso. Subito dopo , altri paesi dell’Europa orientale si dissero disposti a ospitare basi simili.

Perché tutta questa voglia di ospitare armi e basi Nato?
E’ permesso sospettare che le lobby militari , in questa vicenda abbiano avuto una parte. Se un Paese entra nella Nato deve adeguarsi agli standard dell’Alleanza. Chi gli fornirà armi e infrastrutture?

Domanda retorica?
L’industria militare americana ha un primato industriale, ma anche un forte potere politico. Il primo che se ne accorse fu Eisenhower, che nel suo discorso d’addio del 16 gennaio 1961, alla fine del secondo mandato presidenziale, denunciò l’esistenza di un complesso militare-industriale che cercava di orientare le politiche americane.

Aveva ragione?
Credo che la realtà gli abbia dato ragione Pensiamo a Dick Cheney, che per anni ha fatto la spola tra industria militare e uffici pubblici. Ma ci sono anche molti ufficiali delle forze armate che terminano la carriera quando sono ancora relativamente giovani e vanno a lavorare nell’industria.

Che se l’Unione Europea non ha un esercito, non ha una politica estera. E se non ha una politica estera, involontariamente, implicitamente, segue pedissequamente la politica estera degli Usa.

La Nato è una minaccia per la Russia, quindi?
Credo che Putin abbia qualche motivo per pensarlo. Certo si può avere ragione anche con qualche con qualche gesto eccessivo, come nella vicenda ucraina.
D’accordo, però nella Nato non ci sono solo gli Stati Uniti. Ora sono ventotto Paesi. Possibile che nessuno alzi un sopracciglio?
La Nato ha un funzionamento molto particolare Come tutti i grandi trattati del dopoguerra le grandi decisione si prendono alla unanimità. Alla Nato tuttavia i voti sono rari.
Com’è possibile?
La Nato funziona col consenso. Il Segretario Generale apre un dibattito sino a quando dichiara di constatare l’esistenza di un consenso. Qualcuno potrebbe alzarsi e dissentire, ma nessuno lo fa perché nessuno vuole assumere un atteggiamento visibilmente ostile a quello degli Stati Uniti. È successo quando il ministro degli Esteri francese Villepin disse che la Francia non avrebbe approvato la guerra contro l’Iraq. Ma lo disse all’Onu, non alla Nato La collera americana fu enorme.. Da allora comunque gli Stati Uniti hanno inventato le coalizione dei volonterosi che si possono formare anche se non tutti sono d’accordo.
Quindi pure con la Germania e con Schäuble, che parla di esercito europeo, non saranno teneri…
Schäuble ama fare il guastafeste, quello che dice le verità scomode. Non so se in quell’intervista stesse parlando a nome del governo, o se parlasse indirettamente alla Merkel. Probabilmente l’ha detto per ricordare quale è il vero problema dell’Europa.
Quale?
Che se l’Unione Europea non ha un esercito, non ha una politica estera. E se non ha una politica estera, involontariamente, implicitamente, fa quella degli Stati Uniti. La Merkel lo sa bene. Anche lei, qualche anno fa, in un diverso contesto, disse che se vi fossero nuove cessioni di sovranità a organi comuni molti progressi sarebbero possibile, fra cui anche anche la mutualizzazione del debito tra gli Stati europei, contro cui sinora la Germania si è sempre schierata.
Potrebbe accadere? Non ho molte speranze.
Perché? Perché i Paesi che spendono per le loro forze armate – Francia e Gran Bretagna – non hanno intenzione di rinunciare a ciò che le rende diverse dagli altri. Mentre quelli che non spendono abbastanza, come l’Italia, finiscono per pensare che la Nato presenta pur sempre qualche vantaggio. Siamo prigionieri della nostra inettitudine.
Proviamo a immaginare, però. Quando parla di una política estera europea, secondo lei in che modo dovrebbe differenziarsi da quella americana?
La sola scelta di sicurezza per l’Europa dovrebbe quella della neutralità. L’Europa non può essere una potenza militare interventista e aggressiva.

Fuori dalla Nato, quindi?
Credo che se l’Europa scegliesse la strada della neutralità metterebbe in discussione l’esistenza della Nato. Ripeto, però: oggi faccio fatica a immaginare che questo possa accadere.

a cura di

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Charlie Hedbo se la prende col Dio cristiano perché è più facile da sfottere

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Segnalazione Quelsi

by Pietro Torri

Copertina anniversario Charlie HebdoLa vignetta che campeggia sulla copertina del numero di Charlie Hebdo nell’anniversario della strage ha scatenato le solite polemiche perché raffigura Dio con la didascalia “un anno dopo è ancora in fuga”. Secondo Panorama si tratta di “un dio generico, di tutte le religioni”, ma siamo proprio sicuri che si tratti di un Dio indistinto, universale? Perché a vedere come è rappresentato così proprio non sembra. Capelli lunghi, barba, sandali ai piedi, un abito che sembra un saio e soprattutto il triangolo e l’occhio che nell’iconografia cristiana rappresentano la trinità e l’onnipresenza e l’onniscienza di Dio.

Anche il Fatto Quotidiano sposa questa tesi ed in un articolo descrive così il monoteismo “Da quanto (pur per sommi capi) argomentato emerge in tutta chiarezza l’istanza violenta, cioè essenzialmente militare, legata al monoteismo in quanto momento apicale del modello guerriero indoeuropeo fondato sull’obbedienza a divinità maschili celesti e sull’amministrazione teologica del potere da parte dell’autorità politica, sia essa immediatamente religiosa o secolarizzata, cioè anche presidenziale o parlamentare”.
Affermazione che ha un vago retrogusto stantio di “religione oppio dei popoli “.

D’altro canto vale la pena notare che la posizione di supremazia dei guerrieri, della casta sacerdotale e dell’uomo sulla donna è ben presente anche nelle società greca e romana che erano politeiste. E lo stesso schema è presente anche nell’antico Egitto, anche questo dominato da una religione politeista, se si esclude il breve periodo in cui il faraone Amenofi IV cercò  di imporre il culto dell’unico Dio Aton. Quanto alla condizione femminile e al grado di violenza di una società, senza andare ai tempi passati, si può considerare la situazione dell’odierna India, dove le donne vengono abortite selettivamente e la comunità indù si macchia spesso di crimini violenti nei confronti delle minoranze cristiana e musulmana.

Il Dio rappresentato dai vignettisti francesi è dunque facilmente riconoscibile ed è il Dio cristiano, che è  sicuramente il Dio meno pericoloso da sfottere, oltre a garantire l’approvazione della laicissima Gauche Caviar francese. È assolutamente improbabile che da Piazza San Pietro, Lourdes o Loreto parta un commando che vada a compiere una strage nella sede di Charlie Hebdo per vendicare l’onorabilità del Dio dei cristiani.

A questo punto si può sospettare che il Dio rappresentato nella vignetta sia un Dio così “cristiano” per un motivo molto semplice e molto umano, e cioè la sacrosanta paura dei vignettisti . Paura non solo di essere nuovamente attaccati da fanatici islamici ma anche di essere abbandonati da quella parte di sinistra che non tollera si parli male di Islam e di immigrati. Giusto per fare un esempio basta prendere in considerazione la reazione di tanta parte della sinistra dopo quanto è accaduto la notte di Capodanno a Colonia.

Ben poche voci “progressiste” si sono levate per condannare l’aggressione subita dalle donne tedesche da parte di un migliaio di immigrati nordafricani. In Italia, per fare un esempio, il PD non è pervenuto, la Boldrini è dispersa non si sa bene dove e tutte le femministe del “se non ora quando” erano evidentemente impegnate a riempire la calza di doni per figli e nipotini. In pratica gli autori di Charlie Hebdo rischierebbero di mettere in pericolo la propria vita passando pure per biechi razzisti. Dopo l’attacco subito lo scorso anno non si può certo pretendere che dei vignettisti debbano essere eroi votati al martirio, però avrebbero forse fatto meglio a soprassedere, piuttosto che a prendersela solo con chi sanno non reagirà.

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Il progressismo è nemico della civiltà

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di Maurizio Blondet

Egregio signor Blondet, la riconosco come mio maestro e sentendomi io un suo allievo, le chiedo se può fornirmi la sua autorevole opinione in merito a una mia considerazione: mi sembra che il concetto di “progresso”, sia estraneo alla cultura classica: mi pare d’ aver capito che i fondatori della civiltà occidentale, gli antichi Greci, non credessero che lo scorrere in avanti del tempo, porti sempre e comunque a qualcosa di migliore di quanto c’ era prima, convinzione che è un caposaldo della cultura anglosassone e rivoluzionaria francese: secondo lei, mi sbaglio se dico che tale idea è una “contaminazione” della cultura ebraica, dalla quale gli Anglosassoni paiono particolarmente soggiogati ? Cordiali saluti

Massimo

Caro”allievo”, il problema che mi poni mi appassiona poco oggi. Mi pare più urgente denunciare il progressismo come nemico della società, anzi della civiltà, e suo disgregatore. Lo dico alle scene selvagge avvenute a Colonia, dove mille e più “profughi siriani” hanno aggredito, palpato, derubato, violentato almeno novanta donne tedesche, islamicamente strapieni di alcool (comprato col sussidio dello Stato progressista); ad una polizia che, abituata a multare per divieto di sosta una popolazione obbediente e civile, s’è trovata completamente disarmata e sopraffatta; ai media progressisti che hanno taciuto per cinque giorni la verità orribile, perché smentiva il mito progressista che l’integrazione è semplice, che le “identità culturali”, le religioni, i costumi, siano differenze trascurabili, coloriti elementi di folklore.

Paradossalmente, i violentatori islamici non hanno fatto che obbedire a quel che la loro “cultura” suggerisce a giovani maschi robusti, senza mogli, in terra di conquista e di infedeli, dove le donne si scoprono e sono prede, in un paese che disprezzano e deridono proprio perché li paga, veste e nutre in base ad una ideologia dell’accoglienza che non possono se non deridere:   il che – sia detto per inciso – spiega a posteriori benissimo come mai i dittatori locali, gli Assad, gli Al Sisi, i Gheddafi trattano le loro popolazioni col pugno di ferro, le esecuzioni e il terrore. Lasciate “libere” a celebrare le loro primavere, quelle plebi fanno quel che hanno fatto a Colonia:   cominciando con il massacrare i loro avversari religiosi e politici, e finendo allo stupro di massa.

i love immigration

Tutto ciò era prevedibile. E’ il progressismo – ormai diventato senso comune dell’uomo-massa – che s’è reso cieco, insultando chi metteva in guardia da un’”accoglienza” a milioni come xenofobo, fascista, egoista, ottuso oscurantista – perché “il progresso esige la fine dello stato nazionale” , il “progresso” essendo la globalizzazione dettata dai poteri transnazionali – e le identità nazionali sono un residuo del passato,   da “superare” e bisogna avanzare a marce accelerate nella civiltà unica, dove tutti saranno facilmente omologati. E’ il progressismo che ha reso stupida la nostra Boldrini, che due mesi fa’ esaltava l’accoglienza di Colonia come “vittoria dell’accoglienza e della lungimiranza”, e che oggi fa’ dire alla sindachessa che le concittadine devono imparare a “tenere a distanza di un braccio gli estranei”: consiglio che vale per un ricevimento in giardino; un po’ meno utile in caso di invasione barbarica. Invasione, beninteso, essa stessa provocata dal progressismo. Dalla convinzione ideologicamente ottimista   che una società possa reggere con altri milioni di immigrati venuti da altre culture, e mantenere lo stesso livello di civismo, di ordine; per non parlare dello stato sociale che viene aggredito, delle previdenze sanitarie, provvidenze   per la vecchiaia e sicurezze economiche che sono demolite dall’assalto. In Italia sono milioni gli immigrati, e per metà sono disoccupati o inoccupati,   mogli e figli che gravano sul sistema senza pagarne i costi… Continua a leggere

Il prof. De Mattei, “teologo” della FSSPX e le infanganti accuse contro il Papato ed Onorio I

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Il prof. De Mattei, “teologo” della FSSPX e le infanganti accuse contro il Papato ed Onorio I

INTRODUZIONE

Lo storico De Mattei, talvolta “teologo” della FSSPX che lo rilancia al bisogno e senza indugio alcuno,  inaugura il 2016 con una breve dissertazione  (del 30.12.2015 – ore 16:37 – da me consultata il giorno 2.1.2016 dalle ore 00.00 circa) contro il Papato, partendo dalla rilettura “dematteiana” del caso di Onorio I.

L’articolo del professore viene pubblicato su Corrispondenza Romana:
http://www.corrispondenzaromana.it/onorio-i-il-caso-controverso-di-un-papa-eretico/

E prontamente rilanciato dal sito della FSSPX (Distretto Italiano), probabilmente a corto di argomenti:
http://www.sanpiox.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=1709:onorio-i-il-caso-controverso-di-un-papa-eretico&catid=64&Itemid=81

PRECISAZIONI Continua a leggere

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