AVETE NOTATO? IL VATICANO DA’ SEMPRE RAGIONE AL “MONDO”

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di Maurizio Blondet

Fiumi di inchiostro sono stati versati, dai siti cattolici,  sulla durissima reprimenda del Vaticano contro Radio Maria, dalle cui antenne sarebbe stato detto che il terremoto dell’Italia  centrale sarebbe stata  una punizione divina per il varo della legge sulle unioni civili.  Non  si parli di “Punizioni divine”!  Il numero 2 della segreteria di stato, monsignor Becciu, ha invitato Radio Maria a “correggere i toni del linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia e della solidarietà propugnato con passione da papa Francesco” .  Quelle pronunciate alla radio  “sono affermazioni offensive per i credenti  e scandalose per chi non crede”. Subito il fondatore di Radio Maria, padre Livio, ha espulso dalla radio per  sempre il colpevole, teologo Cavalcoli.

Al fiume d’inchiostro aggiungo il mio rigagnolo, senza alcuna pretesa di originalità, giusto con una nota terra-terra. Come è stato già appurato, quella frase non è stata detta  affatto. Cavalcoli  ha fatto un discorso molto più complesso, come  ovvio. La frase “il terremoto è la punizione divina per la legge sulle unioni civili” è stata attribuita a padre Cavalcoli da L’Espresso  – una semplificazione e falsificazione – poi subito ripresa e amplificata da tutti i media “che contano”,  Corriere, Repubblica, TG,  giù giù fino all’immondo Cruciani; all’estero, se ne è occupata persino la BBC: “Vatican condemns radio station” etc. etc.

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Non in linea con papa Francesco

Queste emittenti rappresentano e incarnano  quel che in termini spirituali si chiama “il mondo”,  e gli interessi “mondani”.

Il ben noto “mondo” di cui Gesù ci ha avvertito:  «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.

La cosa terra-terra che volevo far notare è questa: il numero due della Segreteria di Stato non ha  avuto il minimo dubbio sul fatto che un teologo  alquanto noto nella Chiesa, forse, non aveva detto una simile scemenza;  nemmeno   ha provato a chiamare  padre Cavalcoli per chiedergli: ma cosa hai detto davvero, figliolo? No: ha subito preso per verità assoluta quello che sulla faccenda ha detto “il mondo”.  E ovviamente, Becciu ha   preso le parti  del “mondo”: senza la minima esitazione, senza alcuna riflessione e senza il minimo controllo preventivo.   Se c’è una disputa, una polemica,  possiamo esser sicuri che il nuovo Vaticano darà sempre ragione, per immediata reazione, al “mondo”, e torto al fedele cristiano. Ormai è un riflesso condizionato:  è sempre il fedele che viene messo sotto accusa dal Vaticano, di cui si sospettano pregiudizi, rigidità, e persino di dire menzogne  e malvagità. “Il mondo” invece, non mente mai, non ha bisogno mai di rimproveri.   Becciu non ha dubitato un attimo che l’Espresso  è un giornale ideologico, e dice falsità ; immediatamente ha creduto che un teologo domenicano  molto rispettato  potesse aver detto una cretinata, ed aver  offeso “il mondo”.

Non ci poteva essere  più plastica dimostrazione della “mondanità”  della Chiesa di  Bergoglio e della sua Junta. Del resto, è  proprio questo il compimento del modernismo arruffone di questa junta al potere: avendo rigettato la dottrina cattolica, ogni contenuto della fede  come “fariseismo”, per forza aderisce alle dottrine del “mondo”, alle voci più potenti e intimidatorie del “mondo”. Essa  assume le idee di “bontà” e “misericordia” che sono proprie del mondo e gradite al mondo: amnistia ai carcerati, accoglienza agli immigrati, globalizzazione, riscaldamento climatico, raccolta differenziata.  Istintivamente, il Vaticano  sta sempre dalla parte del “Mondo” contro i fedeli.

Non è difficile trovare conferme  a questa adesione al mondo e ostilità ai cattolici.  Pochi giorni prima, un viceministro israeliano in visita al Vaticano, Ayub Kara, ha effettivamente detto – e diramato alle agenzie ebraiche – la frase:  il  sisma è  la punizione divina all’Italia per essersi astenuta alla votazione  all’Unesco.  Ora, a reagire  è stato il parlamentare ebraico Emanuele Fianco del PD: “Parole vergognose e inaccettabili”; ma  nulla ha detto il Vaticano.  Nessuna protesta  pubblica. Zero.  Che differenza con la ringhiosa ostilità con cui Becciu  ha messo sotto accusa Radio Maria e Cavalcoli, diramando la sua condanna alle (mondanissime) agenzie di stampa.   Questo perché  il viceministro sionista è “il mondo”; e per il mondo c’è, in Vaticano, infinita indulgenza, comprensione, simpatia.  Ci si identifica con i suoi “valori” e si è pronti a sorvolare sulle loro offensive scemenze. Continua a leggere

Un NO al referendum per rifondare la Repubblica

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di Luigi Tedeschi 

Un NO al referendum per rifondare la Repubblica

Fonte: Italicum

Ripristinare la costituzione italiana: una rivoluzione possibile

L’Italia ha veramente necessità di riforme costituzionali?

Il referendum del 4 dicembre renderà la costituzione più moderna ed adeguata al mondo globalizzato? In realtà tale riforma, rafforzando i poteri dell’esecutivo ed istituendo un senato non elettivo, è coerente con la struttura oligarchica assunta dalle istituzioni tecnocratico – finanziarie europee e conforme alla progressiva estraneazione della partecipazione popolare al governo delle istituzioni politiche. Nell’attuale referendum il SI e il NO non sono rappresentativi di contrapposizioni ormai obsolete, quali rinnovamento/conservazione, progresso/tradizione, sinistra/destra ecc.. e non si configurano come un plebiscito pro o contro Renzi. La propaganda mediatica induce gli elettori ad aderire alla innovazione rappresentata dal SI dinanzi all’immobilismo istituzionale protrattosi per oltre mezzo secolo. Ma votare NO significa comunque opporre un rifiuto alla deriva antidemocratica ed oligarchica assunta dalla politica con l’avvento della UE e dell’euro.

Una eventuale vittoria del NO non comporterebbe il ripristino delle forme di partecipazione politica popolare già venute meno negli ultimi decenni. Il NO infatti non è sinonimo di patriottismo costituzionale, ma di conservazione dello status quo esistente, della sussistenza cioè di una costituzione formalmente vigente, ma violata ed abrogata materialmente nei suoi principi fondamentali. Nessuna forza politica, anche di opposizione, si è posta il problema della riconquista della sovranità nazionale espropriata dalla UE e del misconoscimento del valore etico – politico del lavoro quale fondamento della vita sociale e comunitaria dello stato italiano enunciato nell’art. 1 della costituzione stessa. Continua a leggere

Per una nuova aurora…

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di Mario Michele Merlino

Nelle prime pagine di Niente di nuovo sul fronte occidentale, il celebre romanzo di Erich Maria Remarque – oltre tre milioni e mezzo di copie vendute alla sua pubblicazione (1929) e un film made in USA di un regista ebreo di origine russa –, libro divenuto simbolo di ogni opposizione agli orrori della guerra, si assiste all’infiammata esortazione del professor K. ai suoi allievi di arruolarsi volontari nell’esercito del Kaiser allo scoppio della Prima Guerra mondiale. Indossare la divisa, abbandonare i banchi il calamaio l’inchiostro i libri. Il suo appello sarà accolto. La gran parte di quei suoi studenti si faranno ammazzare nelle trincee all’assalto con la baionetta maciullati dal cannone e falciati dalle mitragliatrici asfissiati dai gas venefici i corpi straziati privati della vista di braccia gambe ridotti a miseri storpi. Lo stesso protagonista verrà ucciso da un proiettile di qualche anonimo cecchino mentre tenta di prendere una farfalla che si attarda ai bordi della trincea. Un simbolo certo di libertà di variegati colori di pace contro il grigiore infame la ferocia la stupidità degli uomini contro.

Berlino, 16 ottobre 1916, dalla Dichiarazione degli insegnanti delle scuole superiori del Reich: ‘Prestare servizio nell’Esercito istruisce la nostra gioventù anche in tutte le opere di pace, e pure nella scienza. Infatti la educa a mantenere fede al proprio dovere e alla rinuncia di sé, le dona la consapevolezza e il senso dell’onore degli uomini autenticamente liberi che, con impulso spontaneo, si mettono al servizio della collettività’. (Qui emerge l’eco dei Discorsi alla Nazione tedesca del filosofo Fichte, l’eredità dei poeti Teodoro Koerner, caduto nella battaglia di Lipsia, di Max von Scheckendorf, l’autore del Canto delle Fedeltà – quest’ultimo diverrà per espressa volontà di Himmler l’inno delle SS). ‘E’ nostra convinzione che per l’intera cultura dell’Europa la salvezza dipenda dalla vittoria che il militarismo tedesco saprà conquistare, insieme con la vigorosa disciplina, la fedeltà, l’abnegazione del popolo tedesco concorde e libero’. Continua a leggere

Mondializzazione inarrestabile

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di Massimo Fini

Mondializzazione inarrestabile

Fonte: ItaliaOggi

Il nostro è un treno che va a mille km/h senza guidatore

 di Goffredo Pistelli

 

Dal salotto di Massimo Fini si vedono i grattacieli di Portanuova, a Milano. Quasi un contrappasso al pensiero antiglobalista, anche se mai no-global, che ha messo a fuoco negli ultimi decenni, fino a farne un quasi un movimento, che nel 2002, chiamò Movimento zero, il cui manifesto fu firmato anche da Alain De Benoist, e che pare tanto il progenitore del Cinque stelle.

Nel salotto di casa Fini – libri, giornali, accendini e sigarette ovunque – siamo tornati per parlare del suo libro appena uscito per Marsilio, La modernità di un antimoderno, e che raccoglie proprio i suoi saggi filosofici usciti dal 1985 in poi.

 

 

Una sorta di Meridiano. Non succede spesso, soprattutto quando lo scrittore è vivente. D’altronde Fini, classe 1943, nato a Cremeno (Lc), da padre pisano e mamma russa, milanese da sempre, d’altronde Fini, dicevamo, è un caso a sé: giornalista di razza, moolto conteso, in una certa fase, dalle tv per la sua capacità di bucare il video, ma anche autore e interprete teatrale, quando nemmeno si sapeva cosa fosse l’orazione civile. E scrittore infaticabile.

Domanda. Un libro importante. Che effetto fa?

Risposta. Beh è gratificante, non è una cosa che si faccia per tutti gli autori e, in genere, solo per quelli defunti. E io, allo stato, sono ancora vivo.

D. In questi libri ci sono molte riflessioni che sono andate a costruire il Manifesto dell’antimodernità, fatto di antiglobalizzazione, di piccole patrie e di decrescita.

Un documento che forse oggi avrebbe avuto più fortuna.

R. Fummo poco abili noi, totalmente disorganizzati.

D. Con basi meno solide, quello di Beppe Grillo ha fatto faville.

R. Guardi, Grillo quando faceva i primi spettacoli impegnati, mi chiese una consulenza amichevole, su come introdurre certe tematiche negli show, avendo letto il mio La ragione ha torto. Ricordo che ci incontrammo a margine di una sua serata in cui distruggeva un computer a colpi di mazza. Non aveva ancora incontrato Gianroberto Casaleggio.

D. Che consigli gli dette?

R. Non me ne ricordo nemmeno. E saranno stati sbagliati del tutto.

D. Il suo Movimento zero non era decollato.

R. Massì, feci qualche giro in alcune regioni, ma non sembrava interessare.

D. Volava troppo alto, forse.

R. Forse. E poi era un pensiero davvero radicale. L’obiezione, giusta, che mi si fa ancora è che non ha sbocco. La mia è una critica alla società uscita dalla Rivoluzione industriale, razionalizzata nell’Illuminismo, sia nella versione liberale che in quella marxista, che però non produce alternative.

D. Lei dice che questo sistema non può durare.

R. Collasserà, anche se non si può dirlo.

D. E ce l’ha anche con la democrazia rappresentativa.

R. Certo. Se vuole, la si può risolvere in una battura cruda: è il sistema più sofisticato per metterlo nel culo alla povera gente.

D. Detta in altro modo?

R. È l’uomo che peggiora il sistema, perché la democrazia esisteva anche quando non sapeva d’esserlo: nei villaggi pre-industriali, quando i capi famiglia decidevano tutto, riunendosi in assemblea. Ma quella democrazia diretta non è trasportabile oggi. Non puoi chiamare la gente a decidere, al livello globale su cose sulle quali non sa nulla, come si illudevano Grillo e Casaleggio.

D. Con Grillo vi sentite?

R. Ogni tanto, ma con lui è difficile parlare: in genere ti travolge di discorsi (ride).

D. Quando è stata l’ultima volta?

R. Pochi giorni fa, quando gli ho chiesto di parlare del mio libro sul suo blog.

D. A proposito di democrazia diretta, fra un po’ ci sarà il referendum costituzionale e lei…

R. La fermo subito. È il classico esempio: vorrei sapere che cacchio ha capito la gente. Nemmeno io ho capito nulla.

D. E come vota, mi scusi?

R. Ah faccio come sempre: non voto. La mia religione non lo consente.

D. Quando è che ha votato l’ultima volta, Fini?

R. Sarà stato il 1992 e votai per la Lega Nord.

D. Beh, ne era praticamente il teorico, coi suoi articoli sull’Indipendente, a quell’epoca.

R. Ah, l’Indy.

D. Ma prima votò socialista, lavorava pure all’Avanti.

R. Certo. Anche se c’arrivai da reazionario. Ma era un bell’ambiente, libertario, mi corrispondeva. Comunque non sono mai stato legato a un partito. Non puoi esserlo, in questo lavoro. Anche se…

D. Anche se?

R. Anche se il Psi di Bettino Craxi aveva suscitato speranze: i socialisti si erano tolti l’inferiority complex verso il Pci, proponevano un socialismo moderno, una socialdemocrazia europea.

D. Già si ricorda i dibattiti su Proudhon contrapposto a Marx, su L’Espresso?

R. Come no? Ed erano una classe dirigente mica male, i socialisti: Craxi era ignorante come una scarpa, ma aveva un intuito politico eccezionale, Claudio Martelli era, ed è, un ragazzo intelligente e geniale…

D. Lo definisce «ragazzo» perché siete stati compagni di liceo a Milano…

R. Al Carducci. Un ragazzo intelligente, dicevo, anche se con la moralità di una biscia. E poi, per tornare a quei socialisti, c’era Gianni De Michelis, che si studiava i dossier. Non era davvero male come classe di dirigente.

D. Però finì male.

R. Si perse, non dico per un piatto di lenticchie, ché il piatto molto grosso, ma insomma… Aveva ragione Giorgio Bocca, quando li definiva un comitato d’affari.

D. Ma nel Fini-pensiero c’è una via politica a gestire la complessità che viviamo?

R. Gestire la complessità, dopo due secoli e mezzo dalla rivoluzione industriale, non è più possibile. Pur da reazionario, trovo però che, per il «qui e ora», l’idea socialista, di unire libertà civili a giustizia sociale, sia ancora valida. Solo che non c’è più il Partito socialista, ridotto a percentuali da albumina.

D. Uno dei punti del manifesto del suo Movimento zero, era di fatto l’attuale decrescita felice. Lei, infatti, scriveva, molto prima di Grillo, che era il caso di tornare, in maniera ragionata, all’autoconsumo e all’autoproduzione.

R. Sono correnti di pensiero americane, essendo quel Paese la punta di lancia dell’attuale modello, hanno prodotto gli anticorpi per primi: parlo del bioregionalismo e del neocomunitarismo, con la riduzione dei consumi e il ritorno alla terra.

D. Da quel manifesto, che è il condensato del libro oggi pubblicato da Marsilio, sono passati quasi tre lustri. E nel frattempo le hanno costruito qui, a due passi da casa sua, i più bei grattacieli di Milano. Quelle ragioni sono sempre attuali? Si può tornare alla decrescita felice?

R. La decrescita può essere solo dolorosa e infelice, il punto è però un altro.

D. E quale?

R. Che non siamo più in tempo. Le racconto una cosa.

D. Prego.

R. Nell’88 o giù di lì, andai al Cern di Ginevra a parlare con Carlo Rubbia. E gli posi questo tema, appunto. Lui era un po’ infastidito, da bravo positivista, mi disse che ero un apocalittico ecc, ecc. Cambiò atteggiamento quando gli chiesi: «Scusi, ma non è che, andando a questa velocità, stiamo accorciando il nostro tempo?».

D. Che cosa le rispose?

R. Mi disse che il nostro mondo è su un treno lanciato a mille chilometri all’ora e che, per sua coerenza interna, non può che aumentare quella velocità. Un treno senza manovratore o che, se c’è, si illude di poterlo governare. Un convoglio che forse ha superato anche la linea di non ritorno, per cui, anche se freniamo di colpo, comunque andremmo comunque a sbattere contro la montagna. E Rubbia è un illuminista, non è certo il Mullah Omar, mio idolo, e unico vero no global (ride).

D. Gli ha dedicato un libro, infatti. E la globalizzazione è sempre stata oggetto della sua critica spietata, quando ancora c’era chi non ne afferrava il significato. Sempre convinto?

R. Assolutamente. E oggi, anche personaggi come Carlo De Benedetti sono diventati dubbiosi. È sotto gli occhi di tutti che la globalizzazione abbia esasperato tutti i nodi negativi dell’industrial-capitalismo e, oltre a questo, ha incentivato la sperequazione fra ricchi e poveri.

D. Anche se certe statistiche direbbero di no, e cioè che i poveri siano diminuiti complessivamente.

R. Sono palle, mi permetta. Basterebbe vedere le migrazioni. Togliendo i rifugiati per motivi di guerra, la maggioranza sono migranti economici, che fuggono dalla fame. Nell’Africa subsahariana c’è la fame. Qui ci siamo introdotti con l’attraenza del modello del Nord, e abbiamo distrutto quella economia di autoproduzione e autoconsumo su cui erano vissuti. A Lagos ci sono milioni di nigeriani che prima vivevano in campagna e non morivano di fame. A nessuno piace fare questi viaggi per arrivare ad avere il cellulare, che peraltro già hanno.

D. Qualcuno dice che questi migranti non sono proprio i poverissimi del Continente nero ma, piuttosto, membri di una classe media che aspira a una vita migliore. E citano, a riprova, il fatto che mettere assieme il danaro necessario a questi viaggi, dell’ordine di migliaia di dollari, non sia semplicissimo in quei Paesi.

R. Questa obiezione è ragionevole, in effetti. Ma nell’Africa subsahariana ci sono oltre 700 milioni di persone, se si eccettua il Sudafrica. Se solo una parte di loro decidesse di spingersi quassù, non ci sarebbe Matteo Salvini capace di fermarli.

(L’intervista si interrompe perché dalla segreteria telefonica, nell’altra stanza, si sente arrivare la voce di Renzo Arbore e Fini si sposta, per sentire meglio).

D. Con Arbore siete amici, Fini?

R. Lui, incredibilmente, era un lettore dell’Europeo e l’aveva incuriosito questo «strano» Fini. Ma ci siamo conosciuti e apprezzati molti anni dopo. Quando, nel novembre scorso, ho ricevuto il premio Montanelli, lui ha detto una cosa molto bella: «Siamo gente che guarda da un’altra parte».

D. Torno sul libro. In questo suo approccio politico-filosofico, lei salva dell’Illuminismo, per la capacità di usare il dubbio come categoria. Ma come si concilia con la sua critica a un certo antislamismo di maniera? I musulmani, in genere, non hanno troppi dubbi.

R. C’è un po’ un equivoco: quando faccio la biografia del Mullah Omar, non ne difendo il pensiero, ma il diritto di un popolo a resistere l’occupazione dello straniero, comunque motivata. Il mondo islamico mi è totalmente estraneo: quella è una visione cupa, anche se la nostra è certo migliore. Detto questo…

D. Detto questo?

R. Detto questo, parlando di Islam e non di Isis, bisogna riconoscere che i musulmani hanno valori forti e molte delle cose che abbiamo perduto.

D. Per esempio?

R. Non ho il mito della famiglia ma, visto che ne lamentiamo quotidianamente la crisi, bisogna riconoscere che, presso i musulmani, è ancora viva. È un mondo altro, che non mi riguarda, ma che osservo con interesse. C’è poi questo fenomeno dell’Isis, che ci siamo creati.

D. Anche lei ritiene che sia colpa nostra?

R. Beh, sì da 15 anni siamo in guerra col mondo musulmano. Prima l’Afghanistan, poi l’Iraq, alla Somalia, alla Libia. È chiaro che si sia creato una reazione di questo tipo. Quando Amedie Koulibali…

D. Uno dei terroristi degli attacchi di Parigi…

R. Sì, quello del supermercato kosher. Quando dice: «Voi ci attaccate e pretendete che non vi rispondiamo. Chi siete? I padroni della Terra?», ecco io sono assolutamente d’accordo e l’ho detto anche a Piazza Pulita, tempo fa quando mi hanno invitato. Riconosco il loro diritto di reagire.

D. Scusi ma dopo l’11 settembre, dove avremmo sbagliato? Portare la guerra nel cuore dell’Asia, a costi umani ed economici enormi? Però Osama Bin Laden stava lì. Si ricorda che qualcuno, nelle prime ore dopo l’attacco alle Twin Towers, teorizzava addirittura l’uso della bomba atomica nelle valli dove stava il capo di Al Qaeda?

R. È stato davvero un pretesto. Washington Post e New York Times hanno scritto che i piani di invasione dell’Afghanistan erano già pronti. E comunque Bin Laden gli afgani se lo sono ritrovati: glielo aveva portato il nobile signore della guerra, Ahmad Massoud. Quando Bill Clinton propose al Mullah Omar di far fuori Bin Laden, questi si dichiarò d’accordo, perché gli americani continuavano a colpire alla cieca…

D. E perché non si agì?

R. Perché il mullah aveva posto una pre-condizione: che gli Stati Uniti si assumessero la paternità dell’assassinio. Clinton non volle farlo. Eravamo nel 1998, dopo gli attentati in Kenya e Tanzania contro gli statunitensi. E lo dicono documenti del Dipartimento di Stato.

D. Insomma, se Clinton avesse avuto più coraggio, si sarebbe risparmiato l’11 settembre. Lo avrebbe fatto Barak Obama, anni dopo.

R. Quella è la vicenda è la madre di tutto. L’Afghanistan e tutto il resto hanno incendiato l’immaginario musulmano. Quando gli uomini del Califfo tagliano la gola agli ostaggi, li vestono di arancione.

D. Come i prigionieri di Guantanamo, post 11 settembre.

R. Infatti. E poi è arrivato tutto il resto. In Iraq sono morte 650mila persone. Noi europei non pensavamo d’essere in guerra, perché a noi non toccava mai. Col Bataclan ce ne siamo resi conto.

D. A prescindere di torti e dalle regioni, non crede che ci sia, in certi islamisti, l’idea di conquistare l’Europa dall’interno, per via demografica e democratica? Lo diceva, per esempio, Ida Magli.

R. Non credo che ci sia questo rischio. Credo però che ci sia l’esigenza che ognuno resti a casa sua. Noi non dobbiamo rompere i coglioni ai loro mondi, mi scusi l’espressione – e quindi evoluiscano o involuiscano come vogliono -, così noi non dobbiamo pretendere di interferire. Mi pare così elementare.

D. Non mi stupisco che la prima Lega la sentisse vicina.

R. Quel Carroccio aveva avuto un’intuizione brillante: le macroregioni. Umberto Bossi pensava a un’Europa unita, senza stati nazionali e con macroregioni coese da un punto di vista economico, sociale, climatico e via dicendo.

D. Poi l’Europa non s’è unita…

R. E la Lega osteggiata, come nemmeno le Brigate Rosse. Come sta accadendo col M5s, del resto. Ma parlo dei primi Lumbard, poi si unirono a Silvio Berlusconi, in un matrimonio disgraziato: loro localisti e lui globalizzatore, loro antiamericani e lui più americano di un generale del Pentagono.

D. Oggi chi le ricorda la prima Lega? Chi le pare possa realizzare il «Fini pensiero». I Cinque stelle»

R. In effetti, hanno qualcosa di quello che ho sempre detto e scritto, come il superamento delle categorie di destra e sinistra, vecchie di secoli, che non sono per niente in grado di rispondere alle esigenze dell’uomo moderno e occidentale. Esigenze che, nonostante le apparenze, non sono economiche ma esistenziale. È il tema del tempo che, nelle affermazioni di Grillo, talvolta affiora, per cui è il vero valore della vita, molto più che il lavoro. Qualcosa c’è in questo movimento. Per cui faccio il tifo senza implicarmi.

D. Qualche problema l’hanno avuto. Penso a Roma.

R. Beh, usiamo le vecchia parole. Ogni volta che la partitocrazia…

D. …come diceva Marco Panella…

R. Giusto. Ogni volta che la partitocrazia si trova di fronte a qualcosa che esce dai suoi schemi, si ricompatta, sinistra e destra assieme combattono a sangue i fenomeni nuovi. È successo con la Lega, accade oggi col M5s. La storia di Virginia Raggi, a Roma, è veramente grottesca.

D. In che senso?

R. Nel senso che si era appena insediata la giunta, che i giornali hanno cominciato a martellare sui topi di Roma e sulla monnezza di Roma, come se non fossero venti anni che la Capitale affronti queste emergenze. Un’aggressione continua.

D. La Raggi c’ha messo anche del suo.

R. Qualche errore lo ha fatto, sicuramene. Non erano preparata a mettere quadri, dirigenti e via dicendo. In ogni caso, lo dicevo proprio a Grillo l’altro giorno, questa situazione avvantaggia il M5s.

D. Perché?

R. Perché la gente capisce che, forse, qualche ragione costoro ce l’hanno, visto che tutti gli stanno addosso. Si dimostra che sono oltre destra e sinistra, come le dicevo prima.

D. Beh, anche il primo Matteo Renzi, sembrava proiettato oltre il Novecento, ossia oltre queste categorie.

R. Se lei entra in un bar, e a un amico dice «stai sereno» per poi sfilargli il posto un attimo dopo, in quel locale lei non c’entra più.

D. Questo simpatico apologo per dire che cosa?

R. Che non credo a una sola parola di quello che dice Renzi, il quale è poi incardinato in un partito, il Pd, che ha, coi suoi antecedenti, la responsabilità delle pessime condizioni in cui ci troviamo, insieme ai defunti Dc e Psi.

D. Ma i populismi europei non la affascinano, invece?

R. Sa che non ho mai capito il termine «populismo»? Dal punto di vista della democrazia, del governo del popolo cioè, col populismo si dovrebbe andare a nozze. Non mi è chiaro tutto questo disprezzo.

D. E del populismo grillino che pensa?

R. Che un movimento che si pone come rivoluzionario, sia pure in forma pacifica, almeno all’inizio dovrebbe essere leninista.

D. Invece?

R. Invece c’è tutta questa preoccupazione di consultare la base, che Lenin o Trotskij non avevano affatto. Credo che qui risiedano tutti i problemi, tutti gli avvitamenti del M5s attuale. Hanno preso otto milioni di voti, come pensano di far decidere 100mila iscritti a meet up?

D. Lei poi, con la democrazia rappresentativa, ce l’ha un po’ su. Comunque, mi pare che col meccanismo del direttorio le stiano dando ragione.

R. La verità è che Grillo ha ripreso in mano il movimento. Dopo la morte di Casaleggio, si poteva pensare che si aprisse una fase nuova, anche con il coincidente passo indietro di Grillo. Una fase che facesse bene ai giovani leader.

D. Così non è stato?

R. No, perché l’uomo pensa sempre… umano (ride). Per cui le differenze non sono di tipo di ideologico, ma semplici invidie. Quando cominciano a esserci le «tipe» – sa, le tipe dovrebbero essere escluse da tutto – che invidiano la Raggi e quindi… ecc. ecc.

D. Torno al libro e al suo pensiero. Di cosa è figlio, culturalmente?

R. Senz’altro Nietzsche, che per me è stato fondante. La mia lettura della storia non è politica ma esistenziale. «Si stava meglio quando si stava peggio», per dirlo con le parole di Leo Longanesi, riguarda proprio la qualità della vita. Sembra assurdo dirlo, per i balzi in avanti che abbiamo fatto con la Rivoluzione industriale e scientifica, ma ha abbiamo perduto, col mondo che se n’è andato, anche armonia ed equilibrio.

D. Che derivavano da una posizione religiosa.

R. Anche. Quella Chiesa ha dato speranza a generazioni intere e si è opposta, inizialmente con successo, per molto tempo al mercato, sia nel senso del profitto, non solo contro l’usura ma anche contro l’interesse. Nella concezione cattolica il tempo è di Dio e quindi non può essere oggetto di profitto e di mercato. Una battaglia a lungo vittoriosa, poi sconfitta dall’ideologia del mercante. Il grande cambiamento…

D. Il grande cambiamento?

R. Il grande cambiamento hai investito il tempo che, dal ciclico presente, diventa dinamico futuro. Ed è questo che ci fa star male. In un mondo come il nostro, non puoi avere un momento di equilibrio e pace: raggiunto un obiettivo nei hai subito un altro e un altro ancora. Questo pushing, questo spingere sulle persone, è funzionale a tutto il sistema, se non ci fosse, salterebbe. Ludwig von Mises, uno dei più lucidi e coerenti teorici dell’industriali-capitalismo, ricorda che il sistema è basato sull’invidia.

D. Dunque lei riconosce il valore della Chiesa, ma oggi, con papa Francesco, sul soglio di Pietro ci sono idee lontane, direi opposte dalle sue.

R. Massì, questo pontefice è addirittura peggiore di Giovanni Paolo II, che è andato a un passo di liquidare tutto. Questo è anche un piacione, figurarsi. Era molto più interessante il predecessore, Benedetto XVI.

D. Il Papa emerito.

R. Il quale, da cardinale, diceva: «Il progresso non ha migliorato l’uomo e la società e si prospetta come minaccia del genere umano». Finché lo dice Fini, passi, ma un cardinale e un teologo come lui l’avrebbero dovuto ascoltare. Oggi noto che, peraltro, si parla di recupero di valori cristiani, senza precisare però quali.

D. Ossia?

R. Ossia si dimentica che Cristo è entrato nel Tempio dicendo: «Voi avete fatto la casa di Dio, una spelonca di bari e di ladri». E che ha concluso l’happening, frustandoli tutti. Si scorda che lo stesso Gesù ha detto che “non si vive di solo pane», in un’epoca in cui non ce n’era moltissimo, e che «è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio», anche se la traduzione era un po’ imprecisa. Queste cose non si citano perché disturberebbe al manovratore del mondo di oggi.

D. Ma non è questo lo specifico di Francesco?

R. Non lo so. Riconosciuto l’importanza della Chiesa nella storia e, aggiungerei, delle religioni in genere, inclusa quella islamica, bisogna ricordare come tutti i credi siano nati per lenire l’angoscia di morte dell’uomo. D’altra parte siamo gli unici, su questa terra, coscienti lucidamente della nostra fine, inaccettabile per i più. Diceva Mircea Eliade…

D. Lo storico delle religioni…

R. Diceva Eliade che c’è stata una sola società che non ha avuto né dei, né dii unici, né culto e si tratta gli indigeni delle Isole Andemane, nell’arcipelago indiano. Vivono felicemente senza dio e culti e hanno una certa passione per gli scherzi osceni, perché le loro donne hanno un bel culo.

D. Sì ma lei, Fini, come lenisce l’angoscia della morte?

R. Non la lenisco affatto. Il pensiero, oltre che della morte anche della vecchia, mi ha sempre angosciato fin da ragazzino. Credo che sia valida la frase di Menandro e cioè «caro agli dei è chi muore giovane». E infatti, da piccolo, mi sarebbe piaciuto morire in battaglia. Fossi vissuto all’epoca della Grande Guerra, sarei stato così pirla da uscire per prima dalla trincea, pigliandomi subito una pallottola in fronte.

D. Infanzia felice o no?

R. Sì, ma inquinata appunto dalla consapevolezza che sarebbe finita presto. Da piccolo non volevo crescere.

D. Un piccolo Peter Pan.

R. Ho portato i calzoni corti finché ho potuto, tanto cercavo di non farlo. Quando avevo otto anni, sul lungo mare di Savona, mi fermai a guardare alcune piastrelle rosse, pensando: “Voglio fissarmi nella mente questo momento, per potermi ricordare, un giorno, di avere avuto otto anni».

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Buonismo demagogico da Oscar

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di Marcello Veneziani

Buonismo demagogico da Oscar

Fonte: Marcello Veneziani

Confesso di non essere riuscito a vedere fino alla fine, l’altra sera in prima assoluta su Rai3, il docufilm che rappresenterà l’Italia agli Oscar,Fuocoammare sugli sbarchi a Lampedusa. La stessa cosa dev’essere capitata a molti italiani, a giudicare dagli ascolti piuttosto scarsi, se consideriamo la mobilitazione propagandistica sul tema e sul film. È peccato, è reato ammettere che l’ho trovato scontato, manierista e un po’ noioso? Si è xenofobi, razzisti o poco cristiani se si dice che trovo ormai ossessivo, demagogico e autolesionista il panegirico quotidiano in lode dei migranti e dell’accoglienza?

Proprio mentre la tv di Stato mandava in onda il film, altre onde portavano in Italia nella stessa giornata, oltre seimila migranti. Non c’è giorno senza che Mattarella, il governo, i tg, le “anime belle”, ci esortino ad accogliere migranti e clandestini, non solo profughi, a braccia aperte. Con la sua chioma di zucchero filato, il Capo dello Stato, nel suo ruolo di Dolcificante Istituzionale, ha scelto come suo compito principale esprimere ogni giorno soddisfazione e commozione per gli sbarchi. Aspettiamo magari che ne adotti un migliaio tra il Quirinale e le tenute presidenziali: ci costa più della Casa Bianca e della Corona britannica, può permetterselo.

Anziché scoraggiare esodi che assumono via via l’aspetto di migrazioni bibliche, incontrollabili e ingestibili, in Italia è una gara forsennata a chi si dimostra più accogliente ed invitante. Considerando che sono milioni, forse miliardi, le persone che vorrebbero venire da noi, penso che sia un suicidio favorire questi flussi anziché frenarli. In particolare per un Paese come l’Italia, dove i morti superano i nati, la popolazione è vecchia ed esortare alla natalità è quasi un reato. Proletari di tutto il mondo unitevi e venite in Italia. Siete i benvenuti. Continua a leggere

Ma sapete chi vi ha comprato lo smartphone, ragazzi?

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di Maurizio Blondet

Ma sapete chi vi ha comprato lo smartphone, ragazzi?

Fonte: Maurizio Blondet

Ormai è raro aver bisogno di fiammiferi da cucina. Ieri ne ho comprato una scatola. Dietro, c’è la scritta: “Prodotto da Swedish Match Tidaholm, Svezia”.  Dunque non produciamo più nemmeno i fiammiferi. E importiamo – e nemmeno dal Terzo Mondo; dal primissimo mondo degli alti salari, la Svezia.

Non siamo più competitivi nemmeno in questo. Scusate, ma per uno della mia età,  dietro una scatola di fiammiferi c’è sempre stato scritto SAFFA, che stava per Società Anonima Fabbriche Fiammiferi e Affini. La storica SAFFA di Magenta, fra Milano e Novara, che esisteva dall’800,  che impiegava centinaia di operai.

Io me la ricordo  perché in anni lontani, quando il Papa  dichiarò venerabile Gianna Beretta Molla, la  mamma  pediatra  che morì pur di non abortire il suo terzo bambino, io ci andai per intervistare il marito: l’ingegner Pietro Molla,  da tempo immemorabile direttore generale della SAFFA.   Sapevo di trovare un sant’uomo, scoprii un uomo santo. Un ingegnere e imprenditore la cui santità consisteva nell’escogitare tutti i modi trovare da lavorare per i suoi lavoratori e non licenziare.

Era una lunga tradizione, alla SAFFA.  Già negli anni ’30 alla fabbrica dei fiammiferi aveva affiancato la produzione di compensati di pioppo – il pioppo padano che viene sù veloce e tenero  –  prima per imballaggi, poi per farne mobili.  Incredibile, dalla SAFFA uscì una linea di mobili firmati da Gio Ponti: il Made in Italy ante litteram.  Nel ’35  la ditta acquisì una impresa torinese  da cui apprese  il know how (ma allora non si diceva) per la fabbricazione di”acciarini a rotella”,  ossia quelli degli accendini. Giunse ad aggiudicarsi un contratto con la Cartier, quella degli accendini d’oro e argento.  Nel ’54 la SAFFA vinse il Compasso d’Oro,  il gran premio  italiano per il Design (allora non si chiamava così) per  la prima cucina componibile, prodotta dalla SAFFA dall’architetto Augusto Magnaghi Delfino,  allora non meno famoso di Gio Ponti (aveva inventato il primo divano-letto per la Busnelli, curato arredi per le navi da crociera Raffaello e Michelangelo). Continua a leggere

Da Saddam alla Siria: le missioni del Bene poi finiscono male

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us-flag-bombsdi Massimo Fini

In una conferenza all’Umanitaria di qualche giorno fa l’ex ambasciatore Sergio Romano ha dichiarato: “Forse ciò che l’Occidente dovrebbe fare rispetto al Medio Oriente è semplicemente voltarsi dall’altra parte. Lasciare che risolvano i loro problemi da soli. Ma non possiamo. Perché abbiamo educato le nostre opinioni pubbliche a pensare che noi siamo i buoni e che le democrazie hanno il diritto-dovere di esportare se stesse. Non è così”. Siamo lieti che un commentatore così autorevole come Sergio Romano sia giunto, sia pur un po’ faticosamente, alle conclusioni che io avevo tratto già nel 2002 con la pubblicazione de Il vizio oscuro dell’Occidente. Il ‘vizio’ dell’Occidente, quando in buonafede, è quello di credersi il Bene assoluto, di essere una ‘cultura superiore’, e di avere quindi come dice Romano, il “diritto-dovere” di intromettersi in culture diverse dalle nostre portandovi le buone maniere, i nostri valori, le nostre istituzioni. E ciò non vale solo per il Medio Oriente ma per l’intero orbe terracqueo dove siamo presenti, a volte solo con la nostra economia assassina, altre in armi.

Tutti gli interventi occidentali, ma soprattutto americani (e in parte francesi) dell’ultimo quarto di secolo si sono risolti in un massacro delle popolazioni che dicevamo di voler aiutare, senza con ciò risolvere i loro problemi ma anzi aggravandoli. Inoltre si sono rivelati un boomerang.

1. Prima guerra del Golfo del 1990. Il pretesto era l’aggressione di Saddam Hussein al Kuwait, Stato peraltro farlocco inventato nel 1960 ad uso degli interessi petroliferi americani. Risultato: circa 158.000 civili iracheni morti sotto le ‘bombe intelligenti’ e i ‘missili chirurgici’ degli Usa senza con questo togliere di mezzo il dittatore lasciato in sella in funzione antiraniana e anticurda.

2. Aggressione alla Serbia paracomunista ma ortodossa di Slobodan Milosevic per il Kosovo (5.500 morti di cui una parte kosovari). Risultato: aver favorito la componente islamica dei Balcani dove ora sono incistate cellule dell’Isis a due passi da noi. Continua a leggere

Ricordo di Michel de Saint-Pierre, scrittore e polemista

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Anonyme-Michel-De-Saint-Pierre-Temoin-De-Son-Temps-Livre-892955482_ML[1]di Raimondo Gatto

Michel de Saint-Pierre è figlio di Louis de Grosourdy e marchese di Saint-Pierre. Per il passato il nome di questa famiglia, fu « De Dreux de Grosourdy du Castel de Saint-Pierre »..Dopo gli  studi  a Parigi, si laureò in filosofia dove acquisì una licenza in letteratura  classica, ma non  manifestò  interesse per tali studi.

Àll’età di diciotto anni decise di partire per Saint-Nazaire, il noto cantiere navale, dove lavorò come operaio metallurgico. S’impegna per quattro anni nella marina come marinaio di ponte e combatte durante la Seconda  Guerra
mondiale nelle forze navali. Sarà decorato con la croce di guerra ed è nominato Cavaliere d’onore dell’ordine di Malta; la resistenza, scriverà, sarà uno dei mezzi per l’infiltrazione nel clero della propaganda comunista.
Nel secondo dopoguerra è collaboratore del Courrier français (1948-1950); durante gli anni ‘50 è redattore su « La Nation française » di Pierre Boutang e Michel Vivier. Ferocemente anti-gollista, causa la politica vendicativa del Generale, manifesta il suo interesse per l’azione politica accordando il suo appoggio a Tixier-Vignancourt (1)e  al suo  « Parti des force nouvelle ».. E’ responsabile della casa editrice  « la Table ronde » assumendo la funzione di agente letterario e amm inistratore; nelle ” edition France-Empire” dirige una collana denominata « Catholique ».. E’ tra i
fondatori  del giornale Présent nel 1981. Monarchico e cattolico, Michel de Saint Pierre è accanito difensore della messa tradizionale soppressa da Paolo VI. Egli si lancia con vigore nei grandi dibattiti che si aprono in Francia e nel mondo cattolico dopo l’annunciata apertura del Concilio Vaticano II. Continua a leggere

La “mediocrazia” ci ha travolti, così i mediocri hanno preso il potere

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Il-rumore-bianco1-585x300di Angelo Mincuzzi

Una «rivoluzione anestetizzante» si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi ma noi non ce ne siamo quasi accorti: la “mediocrazia” ci ha travolti. I mediocri sono entrati nella stanza dei bottoni e ci spingono a essere come loro, un po’ come gli alieni del film di Don Siegel “L’invasione degli ultracorpi”. Ricordate?
“Mediocrazia” è il titolo dell’ultimo libro del filosofo canadese Alain Deneault, docente di scienze politiche all’università di Montreal. Il lavoro (“La Mediocratie”, Lux Editeur) non è stato ancora tradotto in italiano ma meriterebbe di esserlo se non altro per il dibattito che ha saputo suscitare in Canada e in Francia.
Deneault ha il pregio di dire le cose chiaramente: «Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia – scrive all’inizio del libro -, niente di comparabile all’incendio del Reichstag e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato nessun colpo di cannone. Tuttavia, l’assalto è stato già lanciato ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Già, a ben vedere di esempi sotto i nostri occhi ne abbiamo ogni giorno. Ma perché i mediocri hanno preso il potere? Come ci sono riusciti? Insomma, come siamo arrivati a questo punto? Continua a leggere

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