Il Jerusalem Post lancia l’avvertimento: “Ci sarà una guerra, una grande guerra”

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by Umberto Pascali

“Il mondo arabo ha visualizzato  l’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara come la scintilla per un 3° guerra mondiale?”

L’avvenimento del 20 dicembre viene visto con entusiasmo dal Jerusalem Post che cita il corrispondente di Al Jazeera Faisal al-Qaseem: “Se si pensa che l’assassinio dell’ambasciatore russo sia stato un evento pericoloso, basta poi aspettare che qualcosa di dieci volte più pericoloso sta per accadere nel prossimo anno. Il mondo sta per girare a testa in giù “.
Per il Jerusalem Post, il killer dell’ Ambasciatore Karlov sarà considerato un eroe come Gavrilo Princip, l’assassino del Granduca Francesco Ferdinando, e così egli sarà seguito da molti nel mondo musulmano.
Questo è, naturalmente, un fatto anche penalmente auto incriminante, di più che una ammissione (una confessione?) Tanto che il New York Times evoca uno scenario simile alla prima guerra mondiale …
Ma, mentre l’intenzione dei mandanti si dimostra palese, non siamo sicuri che avranno la capacità di farlo. Gli autori del pezzo criminale, Yasser Okbi, e Maariv Hashavua, non hanno alcun problema a mostrare la loro soddisfazione personale per l’assassinio; e sembrano avere sostenuto il compito di spingere per una conclusione positiva dell’operazione, vale a dire, l’escalation verso una guerra. Possibilmente utilizzando ciò che resta dei loro terroristi, per farli scatenare al di fuori della loro area. Loro si vantano circa quello che sembrano già sapere, ovvero che ci sarà una nuova ondata di atti terroristici, dieci volte più grande di quelli che abbiamo visto fino ad ora …
Chiaramente la cricca che ha organizzato la rivoluzione colorata, le primavere arabe, le guerre locali – sembra più determinata che mai a scatenare una guerra più grande. Continua a leggere

“Giudeo-Massoneria”: il Nemico dei Popoli Europei

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Risultati immagini per giudeo-massoneriaSegnalazione di Federico Prati

Tratto dal libro intitolato “La Massoneria Smascherata”, di Giacinto Butindaro, Roma dicembre 2012

Il Giudaismo ha indubbiamente esercitato una fondamentale influenza sulla Massoneria.
Esistono perciò delle importanti affinità o stretti rapporti tra la Massoneria e il Giudaismo, che peraltro in ambito ebraico vengono da taluni riconosciute apertamente, e io dico, non potrebbe essere altrimenti. Ecco alcune testimonianze in tal senso.
Il rabbino Elia Benamozegh su La vérité israélite ha affermato: «Lo spirito della Massoneria è lo spirito del giudaismo nelle sue credenze più fondamentali; sono le sue idee, è il suo linguaggio, è quasi la sua organizzazione […]. La speranza che sostiene e fortifica la Massoneria è la stessa che illumina e irrobustisce Israele nella sua via dolorosa mostrandogli nell’avvenire il trionfo certo. L’avvento dei tempi messianici, che altro non è se non la constatazione solenne e la proclamazione definitiva degli eterni principî di fratellanza e di amore, l’associazione di tutti i cuori e di tutti gli sforzi nell’interesse di ciascuno e di tutti, e il coronamento di questa meravigliosa casa di preghiera di tutti i popoli, di cui Gerusalemme sarà il centro e il simbolo trionfante» (cfr. E. Benamozegh in La vérité israélite [La verità israelita], 1865, pag. 74; cit. in L. de Poncins, La Franc-Maçonnerie d’après ses documents secrets [La Massoneria secondo i suoi documenti segreti], Beauchesne et Fils éditeurs, 1941, pag. 265), e nel suo scritto pubblicato postumo Israele e umanità, affermò che ‘la teologia massonica corrisponde abbastanza bene a quella della Qabbalah’ e che ‘uno studio approfondito dei monumenti rabbinici dei primi secoli dell’era cristiana fornisce numerose prove che l’hagaddah era la forma popolare di una scienza segreta, che offriva, con i metodi d’iniziazione, impressionanti analogie con l’istituzione massonica’. Continua a leggere

Questa società non punta ad accogliere chi arriva da noi, ma a rendere migrante chi c’è già

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di Diego Fusaro

Questa società non punta ad accogliere chi arriva da noi, ma a rendere migrante chi c'è già

Fonte: Lettera 43

L’elogio ipocrita dell’immigrazione da parte dell’èlite neofeudale e dei suoi oratores della sinistra del costume non si spiega unicamente in ragione dell’«esercito industriale di riserva» (Marx) che i migranti vanno a costituire, abbassando i costi della forza lavoro e accrescendone la debolezza.
I migranti sono per il capitale gli schiavi ideali: ricattabili, senza coscienza di classe, disposti a tutto pur di sopravvivere.
Accanto a questo motivo, e a esso connesso, ve ne è un altro.
Il nuovo profilo antropologico coessenziale al tempo della precarietà a tempo indeterminato corrisponde a quello dell’uomo senza identità e senza radici; il quale è, al tempo stesso, homo migransdeterritorializzato, apolide e sradicato, sempre pronto, valigia alla mano, a spostarsi seguendo i processi della delocalizzazione e della volatilizzazione dei capitali.
TRIONFO DELL’INSTABILITÀ. In virtù del fatto che, nel regime della precarietà assoluta del finanz-capitalismo, ogni progetto e ogni legame risultano a tempo determinato, il soggetto deve sapersi distaccare disinvoltamente da tutto, abbandonando non solo l’ideale della stabilità lavorativa e affettiva e, più in generale, la sfera dell’«eticità» (Sittlichkeit) di hegeliana memoria.
Deve anche, in pari tempo, affrancarsi da ogni radicamento territoriale, mantenendosi pronto a improvvise migrazioni e all’inseguimento, al di là dei mari e dei confini, delle cosiddette “sfide della globalizzazione”. Continua a leggere

Il Gattopardo

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di Umberto Bianchi

Il gattopardo

Fonte: Umberto Bianchi

Forse mai film e romanzo furono tanto veritieri in quanto a simbolica rappresentazione di un paese come il nostro…Tomasi di Lampedusa aveva, già nell’oramai lontano 19° secolo preconizzato e rappresentato al meglio lo spirito di quell’Italia che, ancorchè giovane nazione sul proscenio mondiale, mostrava già di possedere caratteristiche piuttosto “inedite”, quanto a coerenza e a tutte le virtù ad essa correlate. Oggi, a quasi due secoli di distanza, l’Italia sembra ricalcare pedissequamente certi copioni, senza soluzione di continuità…Il tanto osannato Referendum sulle Riforme istituzionali che, per taluni sembrava rappresentare un metafisico spartiacque, dopo il quale o il Diluvio o una nuova Palingenesi ci avrebbero atteso, bene, a nulla ha portato, nonostante il NO chiaro e forte espresso dagli italiani ad un Governo abusivo, non eletto, impopolare, asservito in modo sfacciato alle lobbies della finanza internazionale. Come se nulla fosse, dopo una farsesca consultazione tra le forze di Governo e la Mummia Presidenziale, gli stessi nomi, le stesse facce, le stesse poltrone, sono state ancora una volta riconfermate, stavolta sotto la sagace guida dell’ex ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, una figura di fronte alla quale Renzi pare Flash Gordon, quanto a sveltezza, energia e spirito di intraprendenza (in negativo, sia ben chiaro…). Tutto il chiasso, il clamore, le speranze, le paure, sono scivolate via come se nulla fosse, trascinate nel “cupio dissolvi” della costituzione di un governo-fotocopia, frutto della solitaria partenogenesi di una qualche abominevole creatura, lontana anni luce dal popolo e dal suo sentire. Sì, è vero, Loro hanno detto che questo sarà un governo di “scopo”, cioè messo lì per portare a termine solo certe incombenze istituzionali, dopodiché si autoscioglierebbe per lasciare che siano i cittadini a dire la loro. Ed è proprio su questo ultimo punto, che riteniamo sia lecito nutrire i più forti e ragionevoli dubbi. Non che non si voterà mai più, ma è ragionevole dubitare che non sarà in tempi così brevi; qualcuno preconizza il 2017 o il 2018 ed oltre. Nel prevedere tempi così lunghetti si dovrebbe, però tener presente che, mummie ed affini, hanno sicuramente un concetto del tempo più elastico ed “allungato” di quello di noi umani, così attaccati all’idea di un consenso politico che dovrebbe trovare base e fondamento nella coscienza della gente, di quel popolo, oggidì messo in disparte, dalla sfacciata arroganza delle oligarchie buoniste e progressiste. Costoro credono che democrazia, libertà di espressione e scelta vadano bene solo quando utilizzate per conferir loro consensi, altrimenti, senza troppe storie, si ricorre a quella modalità di golpe “soft”, leziosamente chiamata “governo tecnico” o “di scopo”, dietro le quali si nasconde una vera e propria arbitraria sospensione dei diritti dei cittadini. Ma, come recita un antico adagio, “non tutto il male vien per nuocere”. Siamo ancora in una situazione troppo fluida, perché da un confronto elettorale non possa ripetersi un altro nauseabondo, pateracchio all’italiana. La legge elettorale, anzitutto. Sarebbe veramente ridicolo tornare al voto con due leggi elettorali differenti, una per la Camera e l’altra per il Senato. Sarebbe certamente auspicabile un ritorno al Proporzionale. Ma, seppure importante, non è questa la ragione-principe che dovrebbe indurci ad una più approfondita riflessione, basata su quanto abbiamo poc’anzi accennato. Ad ora, le forze di opposizione, sono ancora troppo confuse e frastagliate. Incertezza e poca chiarezza regnano sovrane, accompagnate a rivalità di varia natura. Il quadro che va via via prospettandosi, non consente, a parere di chi scrive, indecisioni o sbavature di sorta, anche perché stavolta, più che mai, in giuoco non c’è solamente il fragile equilibrio politico italiano, ma la nostra stessa sopravvivenza come popolo, ethnos, inteso come comunanza di lingua, cultura e visione del mondo. Una sopravvivenza oggi seriamente messa in giuoco dall’accelerazione impressa a quel processo di omologazione ed asservimento globale ai “desiderata” dei potentati finanziari internazionali, la cui più grave manifestazione, tra le tante, è rappresentata proprio dalla sconsiderata immissione di masse umane provenienti da aree esterne all’Europa, al fine di sostituire con queste ultime, la forza lavoro nostrana e, con essa, qualunque forma di rivendicazione e freno al liberal capitalismo. Ed il fatto che, in giro di idee chiare ve ne siano poche, lo dimostra anche la vicenda di movimenti come il 5 Stelle che, al di là di belle parole e di splendide intenzioni, alla prova dei fatti, ha dimostrato immobilismo ed incapacità nelle scelte strategiche, come accaduto con la giunta Raggi a Roma, la cui squadra di lavoro non è stata ancora completata o, come nei casi di altre realtà locali, con coinvolgimenti ed avvisi di garanzia di vario tipo e genere. Una vecchia storia all’italiana, questa, che troppo spesso, ha visto forze politiche fresche di anni di dura opposizione, finire con l’impantanarsi in quella stessa palude, in cui giacevano le tanto vituperate forze dei vari governi, fatti oggetto delle peggiori accuse. Ed allora forse, sarà proprio vero che “non tutto il male vien per nuocere”. Quel lasso di tempo, più o meno breve, lungo o medio, che intercorrerà tra l’insediamento del governo-travicello e l’indizione di nuove elezioni, dovrebbe essere adoperato per mettere a punto idee, programmi, strategie, chiari e non per rincorrere obiettivi a brevissimo termine, che potrebbero rivelarsi delle trappole senza scampo, per chi vi si voglia impunemente avventurare. La fretta di dare battaglia in campo aperto, ha troppo spesso portato alla sconfitta anche le menti e le personalità più importanti della storia, come nel caso di Napoleone, mentre il lungo e logorante assedio, lo sfinimento per inedia delle forze nemiche, accompagnato da un rapido e secco colpo di grazia, ha finito, molto spesso, per rivelarsi una strategia vincente. Un’opposizione dura, logorante, continua, accompagnata da idee chiare, sino allo sfinimento ed al completo sfaldamento delle forze di establishment, si potrebbe rivelare molto più efficace e duratura nei risultati, che non una frettolosa e scombinata ascesa alla sala dei bottoni, accompagnata da altrettante rapide e disastrose uscite di scena. Ed allora, cari amici, lettori e militanti, meglio una “Lunga Marcia” di maoista memoria, meglio una “Lotta di lunga durata” alla Ho Chi Minh, che non il pregustare il dolciastro sapore di quanto mai improbabili posticini al sole, immaginando alleanze, assi, coalizioni, leggi elettorali che, di per sé, non hanno e non avranno mai nessun senso compiuto, se non accompagnati da un epocale cambio di approccio verso l’azione politica.

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DUTERTE: Il NUOVO “DON RODRIGO” DELLA SINISTRA

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di Raimondo Gatto

RODRIGO DUTERTE BALZA AL PRIMO POSTO NELLA CLASSIFICA DELL'”UOMO NERO” DI TURNO, SUPERANDO TRUMP, la LE PEN e FARAGE. Ecco ciò che scrive di lui “La Repubblica”.

Duterte: “I trafficanti? Datemi il tempo di ucciderli tutti”(reuters)
Sono due le cose alle quali il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte non vuole rinunciare. La prima è la lotta ai narcotrafficanti. La seconda sono le sue parole inappropriate. Dopo aver definito il presidente Obama un “figlio di …”, Duterte era finito al centro delle attenzioni internazionali per le dichiarazioni di un suo sicario che aveva rivelato i metodi sanguinari di Duterte nei confronti dei suoi oppositori. Ma nulla può fermare le affermazioni di Duterte che oggi dichiara di aver ancora bosogno di altri sei mesi per portare a termine la sua lotta alla droga. Continua a leggere

La giudeo-massoneria contro la Tradizione

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masebSegnalazione di Federico Prati

di Cinzia Palmacci

La teoria della congiura contro la Chiesa di Cristo, sostenuta dal libro di Maurice Pinay “Complotto contro la Chiesa” (I ed., Roma, 1962), è divinamente rivelata nel Vangelo di Giovanni (IX,22): “I giudei cospiravano di espellere dalla Sinagoga chiunque riconoscesse che Gesù era il Cristo”. Questo testo è particolarmente interessante anche per quello che rivela a proposito del Comunismo. Nel primo capitolo intitolato “Il Comunismo come distruttore”, definisce il Comunismo, “…tra tutti i sistemi rivoluzionari, quello più perfetto, più efficiente e spietato, atto a distruggere qualunque istituzione politica, sociale, economica e morale. Tra le istituzioni morali odia la Santa Chiesa Cattolica, e tutte le manifestazioni culturali e cristiane che rappresentano la nostra civiltà umana”. Inoltre, il testo di Pinay, individua negli Ebrei, senza ombra di dubbio, gli inventori del Comunismo. E come tutte le correnti rivoluzionarie di origine ebraica che hanno attaccato duramente il Cristianesimo, il Comunismo non fa eccezione. Lo scopo principale del Comunismo, aggiunge Pinay, è il tenace perseguimento del dominio sul mondo e del potere assoluto su tutti i popoli della terra. Appare evidente che il Comunismo, come prodotto della massoneria giudaica,  persegue l’obiettivo di distruzione della Chiesa Cattolica percepita come ostacolo ai piani di dominio dell’élite giudaica, conosciuta anche con il nome di Sionismo.

Ma chi è Maurice Pinay? Poco prima che iniziasse il Concilio un gruppo di alti prelati e laici diedero alle stampe, sotto lo pseudonimo di Maurice Pinay, un libro veramente profetico, che allora fece molto scalpore. Maurice Pinay scriveva nel 1962: “si sta compiendo (con il Concilio Vaticano II) la più perversa cospirazione contro la santa Chiesa. …Sembrerà …incredibile a coloro che ignorano questa cospirazione che tali forze anticristiane contino di avere, dentro le gerarchie della Chiesa, una vera “quinta colonna” di agenti controllati dalla Massoneria, dal Comunismo e dal potere occulto che li governa. Continua a leggere

La prima insurrezione antigiacobina nella penisola italiana

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viva_mariaE’ uscito il secondo libro nell’arco di un anno circa (l’altro è quello su Fatima di Arai Daniele) scritto da nostri collaboratori.  Stavolta l’autore è Raimondo Gatto, con “Zingari”, che sarà presentato prossimamente, ovviamente a Verona. Presto i dettagli.

di Raimondo Gatto

Vi è una data che segnala l’inizio dell’espansione rivoluzionaria in Italia, ed è il 5 aprile 1794, quando l’esercito francese entrò nel territorio della Repubblica di Genova per aggredire il Regno di Sardegna passando il confine di Ventimiglia, territorio della Serenissima.
Gli eserciti dell’Assemblea nazionale avevano già occupato la Savoia e la Contea di Nizza, in omaggio al risibile pretesto dei “sacri confini stabiliti dalla natura”, e della “lingua comune”.  Ci volle
molto tempo perché il “principio di nazionalità” entrasse nel bagaglio della rivoluzione; fu Napoleone III nel 1856, a consacrarlo alla vigilia dell’intervento a fianco del Piemonte, per giustificare la guerra contro l’Austria, distruggendo quello di legittimità.
Utilizzando questi motivi i rivoluzionari entrarono nella penisola italiana allo scopo di sconfiggere l’esercito piemontese che unitosi agli austriaci dopo la dichiarazione di Pilnitz tentò di erigere una diga per fermare gli aggressori; al Regno di Sardegna e all’Austria si uni la Prussia, che però si tirò fuori dalla mischia poco tempo dopo.
Il fratello di Robespierre, Agostino aveva tentato di fermare il Piemonte, chiedendo in cambio di Nizza Savoia e della Sardegna, mano libera sulla Lombardia e sugli ottantasette feudi imperiali del tortonese che dipendevano da Vienna. Vittorio Amedeo III rifiutò lo scambio e si accinse a consolidare la sua alleanza con l’Austria.
Per entrare in Piemonte bisognava passare per il territorio della Repubblica di Genova, poiché il piano prevedeva di transitare attraverso la valle del Tanaro e della Bormida, attaccando l’esercito austriaco che vigilava sulla Lombardia; chiave di volta era la fortezza sabauda di Saorgio, che una volta occupata non avrebbe trovato altra resistenza a guardia della pianura padana; nel giugno del 1793, i piemontesi riuscirono a bloccare i francesi sul colle dell’Authion e del Raus; un altro obiettivo dei francesi era di occupare il porto sabaudo di Oneglia, dove le navi del regno contrastavano
quelle dei rivoluzionari. Continua a leggere

Sono un antimoderno. Più dell’Isis temo la scienza, la tecnologia e l’economia

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Sagace e mai banale. Non serve essere d’accordo su tutto con lui. Noi non lo siamo, infatti, perché parte da presupposti atei, ma alcune sue riflessioni sono molto più interessanti e fanno pensare più di certi intellettuali cattolici, o presunti tali. (N.d.R.)

di Massimo Fini

Sono un antimoderno. Più dell'Isis temo la scienza, la tecnologia e l'economia

Fonte: Massimo Fini

Intervista di Maurizio Caverzan

Dalle finestre della casa di Massimo Fini si ammirano le torri della zona ex Varesine di Milano. «Una bella vista», butto lì accorgendomi subito di aver fatto una gaffe: «Una vista che non mi fa stare tanto tranquillo», è la replica, «con questo grattacielo a banana che ha tutta l’aria di venirmi addosso…». L’antimodernismo di Fini è anche architettonico e urbanistico. E in effetti, vista da qui, l’eccentrica curva della Torre Diamante che si allarga dall’asse delle fondamenta può risultare un tantino incombente. Per recuperare esterno il mio compiacimento di trovarmi lì a intervistare lo scrittore che molti dei direttori per i quali ho lavorato avrebbero voluto tra le firme dei loro giornali. «È vero, Maurizio Belpietro, Vittorio Feltri e anche Mario Giordano mi hanno chiesto più volte di scrivere, ma ho sempre declinato (per la presunta incombenza dell’editore Silvio Berlusconi ndr). Forse a causa del fatto che sono più individualisti e liberi, i giornali di destra sono più attenti al mio lavoro. Fosse stato per L’Espresso e La Repubblica non sarei esistito. Non tanto per un fatto strettamente ideologico, quanto perché sono delle confraternite, enclavi impenetrabili».

A differenza del Fatto quotidiano per il quale scrivi?

«Al Fatto ho un rapporto più che ottimo con Marco Travaglio, il quale mantiene un atteggiamento di grande riguardo verso di me. Chissà quanti pezzi non condivide tra quelli che gli mando, ma li pubblica ugualmente da vero liberale montanelliano».

E tu condividi tutto del Fatto?

«Travaglio ha gettato tutto il giornale a corpo morto sulla linea del No, mentre io non vado a votare. Ho anche perso la scheda elettorale».

Ma sull’argomento hai scritto. Continua a leggere

Moderatismo: “i cani da guardia del Sistema”

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di Davide Parascandolo

Moderatismo

Fonte: Appelloalpopolo

Cambiamento. Una delle tante vuote espressioni così in voga di una vuota politica che fa dell’uso delle parole un’arma efficacissima per nascondere, celare, mascherare finalità antitetiche rispetto al significato di cui esse sono portatrici per il senso comune. Ci sono alcuni termini che istintivamente associamo ad un concetto di positività, senza soppesarne la potenziale carica negativa. Uno di essi, oltre al già citato cambiamento, di per sé sempre interpretato invariabilmente come foriero di progresso, è moderatismo. La moderazione, come noto, è sempre stata considerata un’importante virtù, una qualità dell’uomo saggio e misurato. Insomma, un sinonimo di affidabilità. Se ciò può essere senz’altro vero in generale, un tale atteggiamento, applicato in contesti diversi, può però implicare risultati diversi. Consideriamo la politica. Cosa vuol dire oggi essere moderati? Stando a quanto possiamo concretamente constatare dal comportamento e dal pensiero di chi si inscrive in questa categoria, non possiamo che giudicare il moderatismo come sinonimo di completa inanità. I legionari del moderatismo, nell’odierno panorama politico, non sono altro che i cani da guardia del sistema. Come accennato in apertura, infatti, essi si fanno scudo con un termine che li fa automaticamente apparire sotto una veste rassicurante. Errore di valutazione esiziale, soprattutto in un contesto, come quello attuale, di sostanziale subalternità a poteri stranieri dei quali i cosiddetti moderati non sono altro che i fedeli esecutori. Rigettare il moderatismo appare allora un imprescindibile imperativo. Preveniamo anzitempo ogni reazione atterrita del sostenitore del politicamente corretto di turno. Qui nessuno anela alla restaurazione di un qualche tipo di dittatura – per chi non se ne fosse accorto, proprio quella eurounionista, pur non essendolo nei modi formali, lo è tuttavia negli effetti sostanziali. Il moderatismo va rigettato in primo luogo come condizione dell’animo; esso apre infatti la strada all’arrendevolezza, all’accettazione dello status quo, all’incapacità di immaginare una profonda ristrutturazione dei rapporti sociali ed economici attualmente vigenti. In questo senso, il moderatismo è oggi la precondizione dell’immobilismo, della rinuncia, in ultima analisi, della sconfitta. Alle condizioni date, oggi esso è un approccio perdente. Continua a leggere

Marx e Gramsci votano Le Pen, la sinistra progressista si è venduta al denaro

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di Jean-Claude Michéa

Marx e Gramsci votano Le Pen, la sinistra progressista si è venduta al denaro

Fonte: Il Talebano

La progressione del voto per il Fronte Nazionale tra le classi popolari si spiega innanzitutto con l’incapacità della sinistra di parlare a quella parte della popolazione “. Per Jean-Claude Michéa, infatti, la sinistra contemporanea non ha più nulla a che vedere con la nobile tradizione socialista. Incapace di proporre un’alternativa economica al capitalismo trionfante, ha ripiegato sulle battaglie civili care all’intellighenzia progressista e in sintonia con l’individualismo dominante. Il filosofo francese lo spiega in un breve e interessantissimo saggio intitolato I misteri della sinistra (Neri Pozza, traduzione di Roberto Boi), il cui analizza la deriva progressista dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto.

“La sinistra non solo difende ardentemente l’economia di mercato, ma, come già sottolineava Pasolini, non smette di celebrarne tutte le implicazioni morali e culturali. Per la più grande gioia di Marine Le Pen, la quale, dopo aver ricusato il reaganismo del padre, cita ormai senza scrupoli Marx, Jaures o Gramsci! Ben inteso, una critica semplicemente nazionalistica dal capitalismo globale è necessariamente incoerente. Ma purtroppo oggi è la sola  –  nel deserto intellettuale francese  –  che sia in sintonia con quello che vivono le classi popolari”.

Come spiega questa evoluzione della sinistra? Continua a leggere

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