Gli americani che spiano tutti sono i nostri peggiori nemici

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di Massimo Fini Gli americani che spiano tutti sono i nostri peggiori nemici

Fonte: Massimo Fini

Quando gli europei capiranno che il loro principale nemico sono gli americani? Che cosa dovrebbe ancora avvenire perché se ne rendano conto? Pensiamo, per un attimo, a una situazione invertita: che una centrale di spionaggio e di hackeraggio tedesca fosse piazzata se non proprio a Washington a Boston o in qualche altra grande città degli Stati Uniti. Si scatenerebbe immediatamente una bufera e verrebbero riesumati i fantasmi, sempre utili, di Hitler e dei nazisti. Gli americani non sono nazisti, anche se in alcune loro operazioni all’estero vi assomigliano parecchio, ma, come ammette anche Sergio Romano sul Corriere della Sera, sono militaristi e ovviamente imperialisti. Sono insieme all’ex Unione Sovietica i veri vincitori dell’ultima guerra mondiale. L’Europa è stata la sconfitta, colpevolmente sconfitta perché in un secolo è riuscita a farsi due guerre fratricide. Fra i vincitori c’è anche la Gran Bretagna, ma la Gran Bretagna avendo perso il suo impero coloniale ha avuto nel dopoguerra un’importanza decisamente minore e inoltre è europea solo a metà e una sorta di sentinella degli interessi politici e militari degli Usa nel Vecchio Continente (che sia europea a metà l’ha dimostrato la Brexit che invece che come una maledizione dovrebbe essere presa come una benedizione perché ci toglie di torno questo ambiguo coinquilino). In quanto alla Francia, che era stata fascista non meno dell’Italia, la si è fatta sedere al tavolo dei vincitori per salvare le apparenze ma, ad onta dei goffi esercizi muscolari del gollismo, ha contato poco più di nulla. Continua a leggere

Nasce in Italia la rivolta organizzata contro le fake-news del mainstream (Giulietto Chiesa)

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Giulietto Chiesa

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Il battesimo della WAC si è celebrato il 2 marzo in una delle aule del Senato italiano, con il patrocinio di un gruppo di senatori indipendenti. Cos’è la WAC?

L’acronimo significa Web Activists Community, cioè “Comunità degli attivisti della Rete”. L’occasione  è stata creata, si può dire, dall’apparizione di un disegno di legge, a firma Adele Gambaro che si propone, in sintesi, di colpire la libera espressione delle opinioni sul web.

Giulietto Chiesa e Paolo Maddalena, ex giudice costituzionale, alla fondazione di WAC

Una legge che, come ha illustrato autorevolmente, durante l’incontro,  il vice-presidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena, è  prima di tutto palesemente anti-costituzionale. In più sensi e in violazione di diversi articoli, a cominciare dall’articolo 21 della Costituzione, che suona inequivocabilmente in questi termini: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Ma la senatrice Gambaro (seguita da uno stuolo di senatori della Repubblica che hanno il suo stesso, sovrano disprezzo per la Costituzione cui hanno giurato fedeltà) ritiene che sul Web questa libertà di manifestazione non ha ragione di essere. E, stabilendo una serie di eccezioni cervellotiche, inventa e propone sanzioni gravi, anzi gravissime — fino alla reclusione —contro i cittadini che intendono esercitarla in Rete. Continua a leggere

PSICOPATICI AL POTERE PLASMANO LA “SOCIETA’ DELLA MALEVOLENZA”

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di Maurizio Blondet

A proposito di Steve Jobs:  il fondatore di Apple, idolo  del successo  e indicato a modello ai giovani intraprendenti.  Molti dei suoi sottoposti hanno ammesso che “lavorare con lui era un inferno”; Jobs  si faceva cogliere da rabbie incoercibili, insultava, “de-motivava”. Quando si era convocati  nel suo ufficio, “era come salire alla ghigliottina”.   Chi lo ha conosciuto   ha parlato  di lui come di “uno stronzo” (asshole), un  maleducato insopportabile (jerk). Uno dei suoi migliori amici, Jony Ive  che ha lavorato al suo fianco, ha raccontato a Business Insider: “Quando era frustrato, il suo modo di  arrivare alla catarsi era  di ferire qualcuno. Pensando di averne diritto.  Come se le norme sociali non si applicassero  a lui”.

http://www.businessinsider.com/steve-jobs-jerk-2011-10?IR=T

Quelli qui evocati sono tratti di  vera e propria psicopatia,  un “disturbo antisociale di personalità”,  o un “disturbo narcisista di personalità”.  Ferire, svalutare, spregiare i sottoposti, fa  parte  del tratti principale di questo tipo di disturbati:   la totale mancanza di empatia e  di compassione, ossia di mettersi nei panni degli altri e  l’incapacità avere rimorso  per il male che fanno al prossimo.

Volete davvero essere come lui?

Nelle forme più gravi e conclamate, questi tipi umani finiscono in manicomio o in prigione. Esiste infatti  “una naturale  affinità tra il narcisista patologico e il criminale “ (così il dottor Sam Vaknin, un esperto delle psicologie aziendali), uniti dalla stessa “mancanza di empatia e compassione, capacità sociali deficienti, sprezzo per le norme morali e legali”.  Ma nelle forme  attenuate, certe psicopatie rendono chi ne è affetto altamente “funzionante”, e lo portano – paradossalmente, al successo  in aziende multinazionali e a capo di Stati (o di chiese).

La maggior  parte degli studi psichiatrici riguardano infatti dei carcerati.  “I  detenuti sono facili, amano incontrare i ricercatori, ciò interrompe la monotonia delle loro giornate”,  racconta lo psichiatra  Robert Hare: “Sappiamo molto meno sulle psicopatie aziendali e le loro conseguenze: gli amministratori delegati, i politici, i ministri – questi squali –   mica si fanno esaminare”.  Robert Hare, con il collega Paul Babiak,  ha condotto uno dei rarissimi studi sul  tema: P. Babiak, C.S. Neumann, R.D. Hare, “Corporate psychopathy: Talking the walk,” Behavioural Sciences and the Law, at et al 2010.pdf.

Entrambi sono d’accordo: alla testa delle grandi aziende e delle finanziarie, gli psicopatici sono uno su venti, ossia 4 su cento: se vi sembra poco, pensate che è un’incidenza quattro volte superiore ai disturbati nella popolazione generale. Secondo loro, “Wall Street potrebbe contarne uno su 10, attirati dai vuoti normativi che consentono grossi profitti”. Continua a leggere

Una festa idiota

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di Marcello Veneziani

La festa della donna, quest’anno, è cominciata già da una settimana. Se ne parla da giorni, sembra quasi una celebrazione più importante di Natale e Pasqua. Quest’anno si carica di un significato polemico particolare perché in America e nei paesi come il nostro che ripetono da pappagalli, è diventata una festa contro Trump, il sessista con la cresta arancione.

Ma si tratta, lasciatemi dire, di una festa farlocca, tardo-femminista e velleitaria. A parte l’assurdo intrinseco di una festa di genere, astratta e generica, proviamo a vedere cosa ha prodotto quest’onda tardiva del femminismo.

La prima è l’abominio delle quote rosa. Se si dovesse applicare la stessa logica a tutte le categorie deboli o svantaggiate, avremmo una società divise in quote rosa, celesti, fucsia, arancione e così via, considerando i disabili, i rifugiati, gli immigrati per necessità, i giovani da proteggere e i vecchi da tutelare, i gay e i trans, i neri e i rom, e si potrebbe continuare. Sparirebbe anche l’ultima traccia di meritocrazia in un’assegnazione di posti solo per generi e minoranze.

La seconda idiozia è il reato di femminicidio. In una società giusta il diritto è universale, non si modella sui generi: uccidere un maschio, un vecchio o un bambino non è meno crimine che uccidere una donna.

È assurdo adottare queste disparità e creare reati appositi; se la legge funziona vale per tutti. Si possono nei singoli casi ravvisare aggravanti e attenuanti, generiche e specifiche, come prevede il codice penale, ma è assurdo che ci siano omicidi che per legge valgono un omicidio e mezzo e altri mezzo omicidio… Continua a leggere

Cosa c’è che non va nel globalismo?

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Risultati immagini per no al globalismodi Tyler Durden

Fonte: oltrelalinea

In base a quello che sino ad ora ho capito, il globalismo è uno schema elaborato dalle elites per distruggere la classe operaia e quella media attraverso la finanza globale imperialista. Ho anche il sospetto che il globalismo sia una trama ordita per eliminare le culture nazionali e le vere differenze umane sotto le ingannevoli spoglie del «multiculturalismo» e della «diversità».E’ per questa ragione che mi confondo ogni volta mi capiti di sentire una persona dire di odiare «i ricchi», di essere opposta «all’imperialismo» e di supportare «la classe operaia», pur sostenendo incondizionatamente allo stesso tempo le frontiere aperte ed un governo globale.

Come il sogno irrealizzabile del Marxismo (un’inevitabile ed irreversibile dittatura del proletariato), la seduzione più pericolosa del globalismo consiste nell’idea della sua assoluta necessità storica. La tecnologia ci ha resi un pianeta sempre più interconnesso, per cui (così dicono) l’unica vera soluzione realmente logica e morale dovrebbe essere l’istituzione su scala globale di un’autorità governativa benevola, dotata dell’autorità di tassare, imprigionare, torturare ed abusare. Continua a leggere

Il populismo logora chi non è popolare

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Il populismo logora chi non è popolaredi Gennaro Sangiuliano

Fonte: Tempi

Nel delineare le ragioni del nichilismo europeo Martin Heidegger fa ricorso a due giganti russi, in particolare riprende il discorso di Dostoevskij su Pusˇkin del 1880, laddove lo scrittore cita il poeta nell’analisi del rapporto fra élite oligarchica e popolo. Pusˇkin identifica quello che chiama ceto dell’intelligencija, che «crede di stare di gran lunga al di sopra del popolo», responsabile di aver alimentato una «società sradicata, senza terreno», e ne censura il comportamento «svincolato dalla terra del nostro popolo». Leggendo quel testo Dostoevskij appare come un simpatizzante del populismo, che infatti è un movimento che si palesa per la prima volta in Russia nella seconda metà del XIX secolo (narodnicˇestvo).

Oggi populismo è una parola “malfamata” che sui giornali e nel lessico politico sta diventando un’etichetta dietro la quale vengono connotati fenomeni politici molto diversi fra loro. La crisi economica dell’Occidente, la perdita di quelle certezze che hanno accompagnato oltre mezzo secolo di benessere economico e sociale, hanno fatto di nuovo del populismo un protagonista, un attore in campo della politica europea, e non solo se pensiamo al fenomeno Trump. Un fantasma che riappare come la risposta, piaccia o no, alle angosce della globalizzazione. Continua a leggere

Il mito della produttività

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Risultati immagini per il mito della produttivitàdi Andrea Cavalleri

Con il termine “produttività” si intendono due concetti distinti, anche se interconnessi.

Il primo significato è quello fisico, cioè la maggiore o minore capacità di produrre merci in senso assoluto: l’impianto a pieno regime produce tot pezzi all’ora, al giorno, all’anno.

Il secondo è quello monetario: il costo orario di un dipendente diviso la produzione oraria di quello stesso lavoratore determina  il costo unitario del singolo prodotto, ovvero il risultato della produttività.

I fattori che accrescono la produttività fisica sono il supporto tecnologico e l’organizzazione del lavoro. Quelli che accrescono la produttività monetaria sono la produttività fisica positiva (più s’innalza e più cresce quella monetaria) e il costi di produzione, tra cui il costo del lavoro, negativi (più diminuiscono e più cresce la produttività monetaria).

Ora, per una qualunque impresa, la produttività fisica è normalmente calibrata sul proprio mercato: se l’azienda vende 1 milione di pezzi l’anno, non ha senso che si doti di un impianto capace di produrre 1 milione di pezzi al giorno. Di solito l’impresa accresce la potenza degli impianti dopo che la domanda di merci è aumentata, e solo raramente investe in tecnologia prevedendo di soddisfare una domanda accresciuta in virtù di un prezzo di vendita ribassato dalla maggior produttività dei nuovi macchinari. Continua a leggere

I Neocon e lo ‘Stato Profondo’ castrano la presidenza Trump

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http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=127339&typeb=0&i-neocon-e-lo-stato-profondo-castrano-la-presidenza-trump-e-finita-gente-

Flynn cercava di strappare il potere assoluto alla CIA e al Pentagono, per riportarlo sotto il controllo della Casa Bianca. The Donald ora si inchina al Vero Potere

di The Saker

Meno di un mese fa avevo messo in guardia sul fatto che negli Stati Uniti era in corso una rivoluzione colorata [in italiano]. Il mio primo elemento probatorio era stata la cosiddetta “indagine” che CIA, FBI, NSA ed altri stavano conducendo sul candidato che avrebbe dovuto diventare il Consigliere alla Sicurezza Nazionale del Presidente Trump, il generale Flynn. Questa notte, il complotto per liberarsi di Flynn ha finalmente avuto successo e il generale Flynn ha offerto le sue dimissioni [in inglese]. Trump le ha accettate.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: Flynn non era certo un santo o un uomo di tale saggezza da salvare il mondo con una mano sola. Non lo era. Però la figura di Flynn era la pietra angolare della politica di Trump sulla sicurezza nazionale. Per prima cosa, Flynn aveva osato l’impensabile: aveva osato dichiarare che l’ipertrofica comunità dell’intelligence americana doveva essere riformata. Aveva tentato anche di subordinare la CIA e gli Stati Maggiori Riuniti al Presidente attraverso il Consiglio per la Sicurezza Nazionale. In altre parole, Flynn aveva cercato di strappare l’autorità e il potere assoluto alla CIA e al Pentagono, per riportarlo sotto il controllo della Casa Bianca. Flynn voleva anche collaborare con la Russia. Non perché fosse un amante della Russia, il solo pensiero che il direttore della DIA sia un fan di Putin è ridicolo, ma Flynn era razionale e aveva capito che la Russia non costituisce nessuna minaccia per gli Stati Uniti o per l’Europa e che la Russia e l’Occidente hanno interessi in comune. Questo è un altro psicoreato assolutamente imperdonabile a Washington DC.

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Le due settimane che iniziarono a cambiare tutto

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cambiamentoSegnalazione di Raimondo Gatto

di Nicolò Meier

1) TRUMP BASTONA LA GERMANIA: il presidente USA ufficializza la politica economica USA, che NON prevede più la “centralità” dell’euro per l’Europa in un’ottica americana dove per riequilibrare la bilancia dei pagamenti è necessario che la Germania la finisca di approfittare dei vantaggi che le da l’euro.

2) L’EURO NON E’ PIU’ IRREVERSIBILE NEMMENO PER DRAGHI: rispondendo a Marco Zanni, il capo della BCE dice invece che dall’euro si può uscire eccome, e che basta pagare.
Sul “basta pagare”, ovviamente e come già spiegato, Draghi sogna, ma un po’ lo si capisce anche, non può dire null’altro che questo fino all’ultimo.

3) LO STUDIO DI MEDIOBANCA: esce un report di Mediobanca che fa scalpore. Se l’Italia esce dall’euro, ci guadagna. A differenza degli anni scorsi, dove anche la stessa Mediobanca fece lavori inediti e con un finale simile, stavolta la notizia fa il giro d’Italia e d’Europa.
Tutto il mainstream lo accoglie con stupore, non se lo aspettavano, ma l’alto valore scientifico, con cifre e numeri, non lascia spazio ad interpretazioni.
Insomma, si può prendere per il culo Salvini che dice di uscire dall’euro, ma Mediobanca no…Ora però non più nemmeno Salvini. Continua a leggere

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