Blitz sugli 007. L’ultimo colpetto di Stato del monarca Conte

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Quando a luglio si polemizzò sulla intenzione del governo di prorogare lo stato di emergenza come poi è stato fatto fino al 15 ottobre, il premier Giuseppe Conte spiegò di non volere restringere gli spazi di democrazia e il ruolo del Parlamento che la rappresenta. Anzi, disse: «La proroga dello stato di emergenza  non incide sul potere di emanare decreti da parte del presidente del Consiglio. È, di fatto, un presupposto necessario, ma non sufficiente. Serve una fonte di rango primario, ovvero un decreto legge, che prevede un coinvolgimento del Consiglio dei Ministri e poi del Parlamento. Il decreto legge c’è stato ed è stato approvato dai ministri di Conte.

Poi il testo è arrivato in Parlamento. Hanno iniziato a discuterlo in dodici deputati lunedì, e ieri – martedì – il governo attraverso il ministro dei rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, ha posto la questione di fiducia sull’intero testo, che quindi è da prendere o lasciare senza un solo barlume di autonomia del Parlamento. Sì, in teoria quella fiducia può anche essere negata. Ma siamo uomini di mondo: con quel voto Conte chiedere a centinaia di deputati di maggioranza e non solo se preferiscono andare avanti a prendersi la loro indennità e i rimborsi spese che valgono poco meno di 15 mila euro al mese o se invece preferiscono tornare al lavoro che quasi tutti non avevano prima di essere eletti. Perché è chiaro a tutti che se cadesse così un governo non se ne potrebbe fare un altro e anche Sergio Mattarella sarebbe costretto a sciogliere anticipatamente la legislatura.

Dunque si è trattato di una recita di altri tempi, di pure scenette di propaganda cui ci ha abituato questo presidente del Consiglio che è un attore nato anche se purtroppo nei copioni che diligentemente impara non c’è mai un pizzico di verità nemmeno per errore. Il Parlamento non conta nulla, Conte ormai si è abituato in questi mesi a regnare più che a governare, e la scenetta di ieri né è amara testimonianza.
In realtà qualche atto in più alla commedia avrebbe potuto aggiungerlo il premier, anche per rendere un pizzico più credibile la sua vocazione democratica (che è pura fiction). Solo che nell’esercizio dei suoi superpoteri aveva lasciato andare un po’ troppo la mano, e in quel decreto legge sullo stato di emergenza sul Covid aveva inserito una norma adattissima ai suoi superpoteri ma assai estranea da quella materia. Un codicillo che gli permetteva di prolungare di altri quattro annetti per l’emergenza le nomine dei capi dei servizi segreti con cui si trovava in sintonia (è lui a guidarli). Intendiamoci, degnissime persone che farebbero bene il loro mestiere per anni. Ma quella «prorogatio» in beffa perfino a qualsiasi successore che non avrebbe avuto la libertà di scegliersi gli uomini più di fiducia per compiti tanto delicati, era un po’ troppo. Perfino dentro il gruppo di maggioranza che sostiene il governo, quei M5s che tanto hanno dimenticato delle loro origini, del loro credo e delle loro bandiere cedendo alla realpolitik, ma ogni tanto hanno un sussulto di dignità e se le ricordano.

Così una assai tenace come la giovane calabrese Federica Dieni, che siede nel Copasir e maneggia la materia, non ha voluto adeguarsi ai comodi di Conte. Ha presentato un bell’emendamento soppressivo di quel passaggio del decreto Covid, e trovato altri 50 che la pensavano come lei pronti ad aggiungere la loro firma. La questione è divenuta grossa, secondo il tam tam dei parlamentari dietro a quella scelta ci sarebbe stato addirittura il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che ha negato sdegnato in un comunicato. Ora sono convinto che se fosse libero Di Maio farebbe non uno sgambetto, ma assai di più a quel Conte da cui è stato tradito fino a dovere cedere la guida del movimento politico in cui è nato. Ma non è così sprovveduto da compiere un passo falso così clamoroso, di cui subirebbe conseguenze assai peggiori. Semplicemente quella prepotenza legislativa di Conte non andava giù nemmeno a gran parte della sua maggioranza. Ed essendo lui un vero democratico, ha risolto la questione in modo assai semplice: ha tolto loro la voce. Amen. Già che c’era ha pensato di farlo anche su un altro testo che doveva essere esaminato dal Parlamento: il decreto semplificazioni. Anche lì fiducia: o fanno come vuole lui perfino sulle virgole, o tutti a casa senza i 15 mila euro al mese. Non si può dire che Conte non sappia difendere il suo potere con le unghie e con i denti, ma è anche colpa della debolezza altrui.

Ecco, queste scenette bisognerebbe ricordarsele quando si discute del prossimo referendum sul taglio dei parlamentari come fosse una questione decisiva per il nostro sistema politico. No, non lo è. Gli eletti non contano un fico secco e al massimo rappresentano il leader che gli ha regalato quella poltrona. Il loro ruolo è nullo. Dieci, cento, mille non fa alcuna differenza, né la loro presenza aumenta o diminuisce il tasso di democrazia. Quella non c’è, e nel regno che siamo diventati vale solo chi porta la corona sul capo.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/09/02/news/dl-covid-colpetto-stato-premier-giuseppe-conte-fiducia-nomine-servizi-segreti-m5s-pd-governo-24385266/

L’avv. Amato: “L’Unione Europea delle consorterie massoniche è nemica dei popoli”

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“L’Unione Europea si è ormai ridotta a finanza e burocrazia. I vescovi dovrebbero sapere bene che l’Europa dei poteri forti e delle consorterie massoniche, l’Europa della lobby multinazionali, l’Europa della perniciosa ideologia del politically correct, l’Europa delle lobby omosessualiste, l’Europa del laicismo anticristiano, l’Europa del multiculturalismo scriteriato, l’Europa del ‘neutralismo valoriale’, è un’Europa nemica dei popoli”.

Lo dice in questa intervista Gianfranco Amato. Nativo di Varese, laureato in giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Amato esercita la professione di avvocato dal 1988, ed opera attivamente nel campo della bioetica. Editorialista di Avvenire, collabora con Studia Moralia (rivista scientifica dell’Istituto Superiore di Teologia morale “Accademia Alfonsiana” incorporato nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense), e con la rivista “Orientamenti Pastorali” del COP Centro Orientamenti Pastorali. Collabora, altresì, con il quotidiano “La Croce”, con CulturaCattolica.it, con “La Nuova Bussola Quotidiana”, con la rivista “Il Timone”, ed altre testate giornalistiche cattoliche.

L’avvocato Gianfranco Amato è il presidente nazionale dell’organizzazione Giuristi per la Vita ed è stato uno degli organizzatori del Family Day. Componente del Comitato d’Indirizzo della Fondazione Novae Terrae, l’avvocato Amato è Cavaliere dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e Delegato della Delegazione di Grosseto dello stesso Ordine.

In ambito internazionale l’avv. Amato, rappresentante per l’Italia dell’organizzazione internazionale Advocates International, è membro e consulente legale dell’organizzazione britannica CORE Comment on Reproductive Ethics, con sede a Londra, per conto della quale coopera in diverse azioni legali intentante su tematiche bioetiche. Sempre a livello internazionale, collabora, come allied attorney, con l’organizzazione statunitense A.D.F. Alliance Defending Freedom, composta da avvocati che si occupano di temi inerenti alla libertà religiosa ed alla bioetica.

Avvocato Amato, parliamo di pandemia del coronavirus. Che idea si è fatto dal punto di vista sociale-sanitario?

“Non dovevamo certo aspettare il coronavirus e l’emergenza pandemica Covid-19 per capire quanto fosse precaria la vita su questa terra. Non occorreva, infatti, questo flagello planetario per farci comprendere che l’esistenza dell’uomo non è altro che un battito di ciglia rispetto all’eternità. Questo lo sapevamo già. Ciò che, semmai, il coronavirus ha messo in evidenza è la precarietà di tutta la struttura sociale, politica, economica che l’uomo moderno ha costruito. Pochi immaginavano che potesse davvero rivelarsi così caduca, fragile e transitoria la società liberale, la società cosiddetta del futuro, la società della tecnica e della scienza, la società dell’istinto dominatore dell’uomo. È stata sufficiente un’entità microscopica come questo virus per mostrare che la dimensione della precarietà non appartiene solo all’esistenza individuale di ciascun uomo ma che è una caratteristica ineludibile dell’intera umanità, con tutte le sue istituzioni politiche, economiche, sociali, militari. L’uomo moderno si è trovato all’improvviso difronte ad una verità che ha sempre voluto censurare a se stesso e agli altri. Il potere, la politica, l’economia, il business, la finanza, le facili distrazioni mediatiche, sono maschere che non riescono più a nascondere un’evidenza oggettiva: la condizione di tutta l’umanità è dettata da una precarietà assoluta. Troppi ancora oggi, difronte al senso collettivo di precarietà e di morte che il coronavirus sta disseminando a livello planetario, tentano di rifugiarsi nel proprio particolare, nei propri interessi, nei propri affari, nei propri affetti cercando in essi una stabilità che non gli potranno mai dare. Tutto è precario. Tutto passa. Mai come nelle circostanze imposte dall’attuale pandemia ci appare vero che l’unica e autentica stabilità è quella fondata su Gesù Cristo e la sua Croce. Mai come in questo tempo appare vero l’antico motto dei Certosini: «Stat Crux, dum voltitur orbis». Solo la croce resta stabile nel vorticoso turbinio della precarietà del mondo”.

Le ripercussioni del coronavirus dal punto di vista spirituale? È veramente una punizione di Dio come sostiene qualcuno?

“Io non so se il coronavirus sia o meno un castigo di Dio. Da cristiano so che potrebbe esserlo, ma so anche che questo rientrerebbe nei disegni imperscrutabili di Dio, in quella zona oscura del mistero dove la ragione può solo apporre l’antica dicitura geografica “hic sunt leones”. E difronte a quel mistero si gioca la libertà dell’uomo. Se non è un castigo – e questo solo Dio può saperlo –, è comunque un severo monito. È come se il Padreterno avesse voluto richiamare l’uomo dicendogli: «Fermati. Smetti di fare quello che stai facendo. Smetti di distrarti. Esci dal gorgo della frenesia. Chiuditi in casa. Guarda dalla finestra le strade deserte. Ascolta il silenzio surreale che avvolge la città. E rifletti, pensa, medita sul senso della vita e della morte». Di fronte a questo avvertimento divino c’è chi stramaledice tutto e tutti, e c’è, invece, chi comincia seriamente a farsi domande che non si è mai posto. È il mistero della libertà dell’uomo”.

Dal punto di vista legale come giudica l’azione di Conte in materia di Coronavirus?

“Come è stato denunciato da più giuristi, la nostra Carta costituzionale non prevede l’emergenza quale presupposto per derogare allo Stato di diritto e per restringere diritti soggettivi perfetti come quelli di circolazione, di riunione, di associazione, di culto. Nel nostro ordinamento giuridico la libertà individuale gode di una protezione totale stante la riserva assoluta di legge, ossia il fatto che solo una legge statale può limitare tale fondamentale libertà, e non certo una fonte secondaria governativa, e addirittura monocratica, quale il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Gli italiani, infatti, hanno imparato a conoscere anche questo provvedimento, il D.P.C.M., non molto noto prima della pandemia. I due decreti legge adottati dal Governo, infatti, hanno solo genericamente descritto i casi di possibile restrizione delle libertà civili, delegando ad un componente del Potere esecutivo, il Presidente del Consiglio dei Ministri, la titolarità di scelta sia del tipo di misura da adottare (i “casi”) sia del grado di intensità (i “modi”). E questo non mi pare possa considerarsi costituzionale. Tra l’altro, l’estrema genericità dei decreti legge contrasta poi con la Legge n. 400/1988, che richiede, per il rispetto dell’art. 77 Cost., l’emanazione di misure di immediata applicazione, con contenuto specifico ed omogeneo. Chiunque comprende che un decreto legge che ha bisogno di un ulteriore provvedimento (nel caso un D.P.C.M.) per la sua attuazione, difficilmente può dirsi fondato su presupposti di straordinaria necessità e urgenza. Lo stesso tempo necessario all’elaborazione della fonte secondaria smentisce all’origine l’indifferibilità della misura. Quello che non si può ritenere ammissibile è che il governo Conte abbia adottato pesantissime restrizioni a libertà costituzionali di fondamentale importanza come la libertà di circolazione, di riunione, di associazione, e di culto, attraverso atti amministrativi (decreti ed ordinanze), in assenza di una puntuale disciplina legislativa e violando il principio di diversificazione delle competenze amministrative. Non dobbiamo neppure dimenticare, tra l’altro, che solo le leggi (ed atti equiparati ad esse) e non gli atti amministrativi (quali sono i decreti e le ordinanze) sono sottoponibili a giudizio di costituzionalità di fronte alla Corte Costituzionale, unico organo competente a controllare la conformità alle norme e ai principi costituzionali degli atti legislativi, anche sotto il profilo della loro proporzionalità ed adeguatezza. Quindi non si ha neppure la possibilità di sottoporre a controllo e verifica di costituzionalità i provvedimenti amministrativi con cui sono state limitate alcune fondamentali libertà degli italiani. Tutte le restrizioni che ciascuno di noi sta pesantemente subendo sono state assunte sulla base di atti amministrativi, sottratti ad ogni forma di controllo preventivo e successivo, ed adottati dal Potere esecutivo (Presidente del Consiglio, Presidenti delle Regioni, Sindaci) in piena autonomia e senza una verifica da parte del Parlamento né un controllo del Presidente della Repubblica. Mi pare che tutto questo generi, dal punto di vista legale e non solo, più di una perplessità”.

Lei ha scritto che i vescovi idolatrano l’UE e dimenticato Cristo. Perché?

“Mi ha colpito la dichiarazione congiunta emanata dal cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione Europea (Comece), insieme al presidente della Conferenza delle Chiese europee (Cec), Christian Krieger, proprio a proposito della pandemia Covid-19. La dichiarazione ha un titolo singolare: Restiamo uniti – Questo è il momento per dimostrare il nostro impegno verso i valori Europei. Sarebbe interessante chiedere agli eminenti prelati firmatari del comunicato quali siano questi valori Europei con la “E” maiuscola. Certo non si tratta delle famose radici cristiane il cui riferimento nella bozza della costituzione europea fu sdegnosamente rifiutato dall’allora presidente della Convenzione incaricata di redigere quell’atto, il laicissimo francese Valerie Giscard d’Estaing. Nel citato documento, poi, si legge che i vescovi esortano i Paesi membri ad agire «in maniera determinata, trasparente, empatica e democratica». Davvero singolare è anche il fatto che in tutto il lungo testo della dichiarazione dei vescovi della Comece non si trovi citata neppure una volta la parola ‘Cristo’ o ‘Dio’. In compenso si parla di «determinazione», «trasparenza», «empatia», «democrazia», «solidarietà», «progetto Europeo» (sempre con la “E” maiuscola). Un simile documento l’avrebbe potuto tranquillamente redigere uno qualunque dei partiti politici appartenenti al gruppo del PPE. Pare che la Chiesa non abbia nulla di diverso da dire rispetto ad essi. Quello che dimenticano i vescovi della COMECE è che il «progetto Europeo» da loro tanto decantato è, in realtà, nato dall’idea di sostituire Dio con Mammona, con il Vitello d’Oro, con quell’idolo chiamato Euro. L’Unione Europea si è ormai ridotta a finanza e burocrazia. I vescovi dovrebbero sapere bene che l’Europa dei poteri forti e delle consorterie massoniche, l’Europa della lobby multinazionali, l’Europa della perniciosa ideologia del politically correct, l’Europa delle lobby omosessualiste, l’Europa del laicismo anticristiano, l’Europa del multiculturalismo scriteriato, l’Europa del “neutralismo valoriale”, è un’Europa nemica dei popoli. E i popoli quando ne hanno la possibilità escono da una simile istituzione artificiale dominata solo dall’avidità plutocratica. Brexit docet!”.

Come giudica tutte le restrizioni per le funzioni religiose?

“Resteranno nella memoria di tutti le immagini delle forze dell’ordine che fanno irruzione in chiese per interrompere le celebrazioni eucaristiche tenute da qualche coraggioso sacerdote alla presenza di uno sparuto numero di fedeli con tanto di mascherina e a debita distanza l’uno dall’altro. Quelle immagini resteranno come indelebile marchio d’infamia a perenne ricordo della pandemia Covid-19. Sono scene che oggi si possono vedere solo nei regimi comunisti come quello cinese o nordcoreano. Semplicemente una vergogna. Semmai è impressionante come le gerarchie ecclesiastiche non abbiano preteso che le messe potessero essere celebrate alle stesse condizioni di sicurezza adottate nei supermercati o nelle tabaccherie”.

Lei è stato uno dei principali protagonisti del Family Day. Come continua la sua battaglia pro Life in queste settimane?

“Io non ho mai smesso, ovviamente, di combattere. Ho semplicemente dovuto adattare l’azione alle contingenze cui ci ha costretto l’epidemia, ovvero quelle di combattere “intra moenia”, chiusi dentro le mura di casa. Mi spiace, peraltro, che il periodo di questa dannata epidemia ha coinciso con appuntamenti cui tenevo particolarmente. Mi riferisco, ad esempio, alla conferenza che avrei dovuto tenere a Malta il 15 marzo, o al Congresso Internazionale sul “Virus delle ideologie” organizzato dall’Università Cattolica Lumen Gentium di Città del Messico previsto dal 24 al 26 marzo, o al mio intervento al prestigioso 102° Congresso Nazionale dell’Unión de Padres de Familia, la più antica associazione pro-family messicana, fondata nel 1917. In realtà mi sarei dovuto trattenere in Messico dal 18 marzo al 1° aprile per una serie di attività che avrei dovuto svolgere sempre in ambito pro-life e pro-family. Spero solo che la pandemia non pregiudichi anche l’appuntamento del Global 2033: Asian Leaders Forum che si dovrebbe svolgere in Malesia dal 28 al 31 maggio prossimi, e in cui dovrei tenere tre conferenze. Comunque sia, ho trascorso le settimane di lockdown studiando, leggendo, scrivendo, partecipando a trasmissioni radiofoniche e televisive, e rilasciando interviste, come questa. Ma soprattutto ho pregato molto”.

MATTEO ORLANDO

Da

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Berizzi tocca il fondo con gli insulti ai veronesi

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Se un cronista di Libero o della Verità di fronte a un cataclisma contro Bologna, Firenze, Modena, Reggio Emilia, insomma le classiche città comuniste, avesse scritto che se lo sono meritate, sarebbe scoppiato il finimondo e il giornalista sarebbe stato radiato dall’Ordine, non prima di essere stato crocifisso in sala mensa da Beppe Giulietti.

A Paolo Berizzi, che ha gioito del karma su Verona ferita per colpa dei “fascisti” che a suo dire la popolerebbero, nulla. Anzi, grandi consensi e pure qualche chiagne e fotti per gli insulti attiratisi, scambiati per aggressioni squadriste – speriamo che almeno non gli rafforzino la scorta, ché si sa che i cani da tastiera, di estrema sinistra ma anche di estrema destra, raramente mordono.

Il caso Berizzi rappresenta l’ennesimo esempio del grave declino intellettuale, etico, politico ma soprattutto giornalistico in cui è irrimediabilmente caduto il giornalismo italiano mainstream, destinato a una lenta morìa (e alla sparizione dalle edicole). Da cronista che in passato si era occupato di vari temi, anche con reportage interessanti, da quando ci sono Giorgia Meloni ma soprattuto Matteo Salvini,  si è trasformato nel più autorevole fascist bustier italiano, quello che dà la caccia ai fascisti: e pure ha creato una rubrica sul suo giornale La Repubblica, che ricorda un po’ quelle del quotidiano Lottacontinua, senza per fortuna  gli indirizzi di casa dei “fascisti”, come invece nel giornale maestro fondato da Sofri.

Ora mentre i cacciatori di fantasmi possiedono una loro dignità e tradizione, e poi nulla ci assicura che gli spettri non siano tra noi, i cacciatori di fascisti come Berizzi sono destinati ad un più tristo e ripetitivo lavoro, soprattutto perché se i fantasmi forse non esistono, di certo i fascisti non più. Cosi il nostro povero cronista si deve costruire un proprio mondo immaginario in cui quattro lunatici, al limite tra il folclore e il nerdismo di provincia, sono sempre descritti come novelli Mussolini, Bottai, Balbo, e i loro ideologi meglio di un Gentile. Cosi il divertissement triste e sfigato di certa provincia italiana, anche con contorni inquietanti ma nulla di che, si trasforma nella prosa ansiogena del Berizzi in una specie di perenne assedio alla Costituzione, alla Repubblica e naturalmente al totem più alto, l’Antifascismo, che non si sa bene cosa sia. E che è tenuto in vita solo dal suo contrario, il Fascismo, cioè poche decine di sprovveduti che giocano nulla sapendo e nulla avendo letto.

Come nulla o poco sembra sapere il Berizzi. I suoi libri si presentano come inchiesta sull’estrema destra ma l’autore mostra di non aver letto quasi nulla dei classici della storiografia del fascismo ma anche della copiosa produzione scientifica sulla “destra radicale” contemporanea. Che il giornalista non debba leggere di storia e di scienze sociali ma solo descrivere in maniera impressionista, slegata tra loro, scenette della vita dissociata, lo si può tollerare solo in un giornalismo asfittico e provinciale: niente di questo finirebbe suLe Monde , sul Guardian, sul New York times e cito testate progressiste a giusto titolo.

Ovviamente tutto questo povero genere che nulla aggiunge alla conoscenza della Italia concreta, della sua storia e men che meno della sua attualità, non avrebbe avuto il ruolo abnorme che gli è stato affidato se il giornalismo italiano mainstream non si fosse trasformato in un’arma di pura e sola propaganda politica contro l’avversario. Salvini e Meloni, che sempre starebbero dietro a tutto, grandi vecchi loro malgrado che sono pure giovani. E qui le responsabilità non sono del Berizzi in sé ma di  chi gli ha concesso tanto spazio.

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Berizzi tocca il fondo con gli insulti ai veronesi

Perché la mafia nigeriana prospera in Italia

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di Lorenza Formicola

Le due maxi operazioni di queste settimane della Polizia di Stato tra Marche, Abruzzo e Sicilia sono l’ennesima prova che questo Paese ha un problema serissimo con la mafia nigeriana. I 47 fermati per associazione mafiosa, riciclaggio, tratta di esseri umani, droga, reati violenti o punitivi, sfruttamento alla prostituzione ed illecita intermediazione finanziaria, hanno scoperchiato l’ennesimo vaso di Pandora sulla criminalità organizzata nigeriana in Italia. Le confraternite Eiye e Mephite radicate in Nigeria, ma diffuse in molti Stati europei ed extraeuropei, non hanno niente da invidiare per struttura e forza intimidatoria alle mafie tradizionali. Anzi. L’Italia è il principale porto per la mafia africana. Addirittura un rapporto Iom-Onu del 2017 indicava un incremento del 600% del numero di potenziali vittime di traffico sessuale arrivate in Italia via mare e la maggior parte provenienti dalla Nigeria.

La mafia nigeriana è strettamente legata all’immigrazione clandestina e le accuse legate alla contraffazione e alterazioni di documenti per la permanenza clandestina sul territorio italiano lasciano ancora una volta poco spazio alle teorie di chi prova a sostenere il contrario.
Le due operazioni hanno reso possibile ricostruire l’anima profonda di queste cellule criminali. I nigeriani venivano identificati come membri della cellula “Family Light House of Sicily”, a sua volta collegata alla confraternita criminale “Mephite”, attiva nel catanese, ma anche a Palermo, Messina e Caltanissetta, da dove operava Ede Osagiede. A Catania invece il boss era Godwin Evbobuin. I soggetti arrestati tra Ancona, Ascoli Piceno e Teramo erano tutti membri di un “Nest” (nido), una delle tante cellule attive nel cosiddetto “Aviary” italiano della “Supreme Eiye Confraternity” che si contende il territorio con altre confraternite come la “Black Axe”, i “Viking” e, appunto, i “Maphite”. Continua a leggere

Da Spadaro ai gesuiti: perché Bergoglio tifa Draghi

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di Gianfranco Amato

Che cosa lega il peronista Bergoglio al mondialista Mario Draghi, tanto da nominarlo alla Pontifica Accademia delle Scienze Sociali? Le simpatie di Spadaro e della rivista dei gesuiti che gli ha riservato elogi sperticati. Fino ad auspicare per lui un impegno in politica

Cosa può legare il peronista (di simpatie giovanili) Jorge Mario Bergoglio con il mondialista Mario Draghi? Cosa possono avere in comune il campione argentino degli ultimi, degli oppressi, dei poveri con il rappresentante italiano dei poteri forti, dell’oligarchia finaziaria, della plutocrazia globalista? Cosa ha da spartire il Pontefice dei poveri con uno che si è reso responsabile della macelleria socio-economica europea, cosa c’entra il Vicario di Cristo con un esponente di rilievo del Pensiero Unico, dell’ideologia del politicamente corretto, del nuovo umanesimo europeo?

La domanda è più che lecita visto che il Papa in persona ha voluto nominare Draghi membro della Pontifica Accademia delle Scienze Sociali, e visto che lo ha incontrato solo un paio di volte in vita sua.

La prima occasione è stata il 19 ottobre 2013, durante un’udienza personale concessa a Mario Draghi e famiglia, mentre la seconda si è presentata il 6 maggio 2016, quando il Papa ricevette il prestigioso internazionale Premio Carlo Magno – il massimo riconoscimento europeo – nella Sala Regia del Palazzo Apostolico. In quel caso Mario Draghi era seduto tra i massivi livelli politici ed economici dell’Unione, insieme ad Angela Merkel, Jean Claude Junker, Martin Schultz e Donald Tusk. Fu proprio in quell’occasione che Bergoglio, nel discorso di ringraziamento per il premio ricevuto, disse espressamente di «sognare un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare». Chi scrisse il discorso al Papa si dimenticò di citare Gesù Cristo, ma sono molti, ormai, nei Sacri Palazzi a ritenere che il nuovo concetto di “umanesimo” possa anche prescindere dalla figura del Figlio di Dio. Continua a leggere

Che la magistratura in Italia rappresenti una metastasi lo capisce anche un sordomuto

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di Paolo Sensini

Fonte: Paolo Sensini

Che la magistratura in Italia rappresenti una metastasi lo capisce anche un sordomuto, tant’è che da decenni fanno il bello e il cattivo tempo senza mai essere stati legittimati da nessun consesso popolare. Lo fanno e basta, sicuri della più totale impunità di casta. L’ultima uscita in linea con le loro attività pregresse giungono da Gherardo Colombo, ex magistrato del pool Mani pulite e ora presidente onorario “ResQ – People Saving People”, una nuova nave a caccia di clandestini da traghettare in Italia finanziata dallo speculatore Soros. Sul loro sito figura in bella vista il logo e l’appoggio della Open Society e tra i soci spiccano, tra gli altri, i nomi di Gad Lerner, Armando Spataro, nota toga rossa con l’hobby di assumere clandestini in tribunale e indagare patrioti e co-fondatore di ResQ, Giovanni Palombarini, anch’egli ai vertici di Magistratura Democratica e nel 2013 trombato alle politiche con la lista dell’ex pm Antonio Ingroia. Ma vi compaiono pure altri nomi altisonanti del mondo ONG che si battono contro la “fortezza Europa” come Cecilia Strada, figlia del noto Gino ed ex presidente di Emergency, nonché Sabina Siniscalchi di Oxfam. È evidente che questi privilegiati a libro paga dei contribuenti non hanno la minima idea della devastazione economia e sociale in corso. Sono un branco di parassiti statali d’alto bordo che vogliono “insegnare al popolo come comportarsi”. E finché i cittadini non gli daranno ciò che si meritano continueranno a trattarli come un branco di pecore da tosare finché non vi sarà la sostituzione con il “nuovo popolo migrante” che stanno freneticamente ammassando in tutta la penisola… Continua a leggere

Il Conte Tacchia è tornato

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del Prof. Augusto Sinagra

Il Conte Tacchia è tornato trionfante da Bruxelles con squilli di tromba come il “Toreador”.
Vediamo come stanno le cose. Il successo di Conte consiste nell’aver ottenuto 175 miliardi a titolo di prestito, ovviamente da restituire con gli interessi; 82 miliardi a “fondo perduto” ma spendibili anch’essi, mano a mano, previa autorizzazione della UE. Questi fondi che verranno elargiti sull’arco di quattro anni e a cominciare non prima del secondo trimestre 2021, sono soggetti a revoca se non si eseguono gli ordini di Bruxelles su come spenderli.
L’Italia dunque è stata commissariata e il Conte Tacchia ha stretto ancor più al collo degli italiani il cappio dell’euro, consegnando lo Stato legato mani e piedi alla UE, alle banche, agli speculatori monetari e alla finanza senza volto. I poveri e i lavoratori possono tranquillamente morire come oggi la “sinistra” auspica. Le indicazioni obbligatorie di spesa di questi soldi da Bruxelles riguarderanno la riduzione dei salari e il taglio delle pensioni, possibilmente ulteriori tagli alla sanità pubblica e l’accantonamento delle necessarie riforme in Italia.
Il Conte Tacchia è stato bravissimo: ha contratto 175 miliardi di debito con aumento esponenziale del debito pubblico è in più va aggiunto che l’Italia, in quanto contributrice netta al bilancio della UE, dovrà continuare a versare la sua quota. La prossima rata è di 19 miliardi.
Il Conte Tacchia spieghi la ragione per la quale ha preferito la definitiva devastazione economica della Nazione alla possibilità di emissione di BTP pluriennali riservati agli investitori privati italiani. Sarebbe aumentato il debito privato non il debito pubblico e lo Stato si sarebbe indebitato con sé stesso. Oppure perché non ha preferito lui e quegli altri geni del suo governo, l’introduzione della moneta fiscale. In sintesi: ha preferito la definitiva devastazione sociale ed economica quando potevamo e possiamo farcela benissimo da soli. E di questo è ben consapevole.
Praticamente il Conte Tacchia si è presentato a Bruxelles con il deretano di fuori e qualcuno ne ha approfittato. Bastava che avesse annunciato queste diverse misure monetarie e avrebbe fatto impallidire tutti. Continua a leggere

Prima disordini sociali, poi il governo Draghi: in autunno il mondialismo darà l’assalto finale all’Italia?

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Un’analisi che riteniamo interessante, dal blog dell’amico fiorentino Pucci Cipriani (n.d.r.):

Tratto da: La cruna dell’ago

di Cesare Sacchetti

Se si dà uno sguardo all’ultima indagine della banca d’Italia sulle condizioni economiche del Paese dopo il Covid, si avvertirà probabilmente un brivido freddo che percorre la schiena.

Il 55% degli italiani si trova ad un passo dalla soglia di povertà. Un terzo delle famiglie italiane tra tre mesi non avrà più sufficienti riserve. L’ossigeno finirà in autunno e molti non avranno più nemmeno le risorse necessarie per comprare il pane.

Quella che sta per arrivare è una ondata tale che trascinerà il Paese in un vortice di caos e violenza mai visti dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Cacciari, uomo da sempre vicino agli ambienti globalisti, non ha avuto pudori nel descrivere ciò che sta per arrivare in Italia.

Le sue parole infatti non lasciano spazio a dubbi.

In autunno la situazione sociale ed economica sarà drammatica con pericoli per l’ordine sociale. Per stare a galla, il governo dovrà coprirsi dietro il pericolo della pandemia e tenere le redini in qualche modo. Una dittatura democratica sarà inevitabile.” Continua a leggere

A Santa Sofia è stato sconfitto l’Occidente, Costantinopoli è di nuovo caduta

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di Alessio Benassi

Costantinopoli è caduta nuovamente, sembra strano a dirsi, ma la riconversione del museo di Santa Sofia in moschea, su spinta del dittatore islamista Erdogan, equivale ad una nuova caduta della città, come se i cannoni ottomani avessero aperto nuovamente il fuoco contro il tempio della “Divina sapienza” di Dio.

La flebile protesta del mondo moderno, laico e secolarizzato, non può niente contro la volontà turca, non può far nulla contro le mire del “Sultano” Erdogan che dalla Siria alla Libia sta riesumando il vecchio impero ottomano, con successo e senza che molti si frappongano.

La perdita di Santa Sofia non è una sconfitta solo per l’identità storica del monumento in sé, simbolo della gloria della “seconda Roma” che rimane uno dei monumenti simbolo della grandezza bizantina, memoria tangibile del Regno di Giustiniano II.

La riconversione di Santa Sofia è in primo luogo la sconfitta di un occidente, che dopo decenni di laicismo, non ha saputo difendere un monumento che considerava “laico”. Continua a leggere

Benvenuti al circo Conte

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Magari fosse di sinistra. Magari fosse figlio della Troika. Magari fosse filo-tedesco o filo-cinese/venezuelano. Avrebbe in ogni caso una linea, una consistenza, un obbiettivo, sapremmo da cosa difenderci e come reagire. Ma il governo Conte Orfei, che ha piantato le sue tende a villa Doria Pamphili per lo spettacolo del Circo, dieci giorni come ogni circo, non è nulla di tutto questo. O meglio, è a turno tutto questo, un po’ l’uno un po’ l’altro, un po’ l’altro ancora. Quando c’è il numero degli acrobati, è figlio della Troika. Quando c’è il numero delle foche ammaestrate è di sinistra. Quando c’è il numero dei leoni è tedesco, quando si esibiscono le scimmie è cinese-venezuelano. Quando c’è il numero dei clown è se stesso, anche perché i clown fanno la caricatura di tutti gli altri numeri del circo; fanno un po’ i leoni e i domatori, un po’ le scimmie, un po’ gli acrobati, un po’ le foche ammaestrate. E hanno tutti il fazzoletto nel taschino da cui escono sorprese.

Da tempo ero convinto che Giuseppi Conte fosse un nuovo personaggio interpretato da Alberto Sordi, che in occasione del suo centenario ha voluto donarci una parodia postuma: dopo il Marchese del Grillo, il professor Tersilli, Nando Moriconi, Mario Pio, il pizzardone, il tassista, lo sceicco, il magliaro e cento altri, è arrivato il Premier Conte che un po’ li sintetizza, un po’ li scavalca. I personaggi di Sordi sono sbruffoni, esibizionisti, spacconi, a volte hanno la pochette nel taschino, vendono fuffa, raggirano il prossimo, coglionano la gente e i lavoratori (famoso il gesto sordiano dell’ombrello); sono un po’ vigliacchi, fregnoni e pataccari, truffatori e prepotenti, traditori e opportunisti, servili, gagà e cicisbei, voltagabbana e fintoamericani, spacciatori di merce farlocca e hanno una sola ideologia, una sola fede, una sola priorità: il paraculismo. Sono paraculi. Tutto ruota intorno al loro deretano, in ogni senso. Ovvero tengono a una cosa sola: la loro pellaccia, pensano solo a galleggiare, a piantare i glutei, a farsi ‘na magnata, a papparsi ‘na stecca, la loro unica bandiera è la propria panza. Sono l’esagerazione dei difetti degli italiani: personaggi godibili al cinema, amabili nella ricreazione, ma insopportabili nella vita seria, disastrosi nelle tragedie vere e addirittura al vertice delle istituzioni.

L’altro giorno mi è capitato di vedere un suo film e di averne conferma: ho visto Un italiano in America, del 1967, diretto e interpretato da Alberto Sordi: lui va in America, lì lo chiamano tutti Giuseppi, una signora di colore a un certo punto gli prende il naso e gli dice: Ah, Giuseppi Giuseppi. Ho visto in quella scena Conte col suo naso a pipa, che di profilo si allunga a vista d’occhio…

Giuseppi è nato lì, su quel set, in quella scena. Perché lui non è nato altrove, non viene dalla politica, non viene dalla gavetta, non viene dalle urne, non è nemmeno un tecnico, non viene da opere, studi e imprese memorabili; il suo curriculum, ricorderete, risultava taroccato. È nato lì, ciak, si gira, da una costola di Sordi, è un personaggio sordiano. E come Sordi assume le sembianze che occorrono per girare la scena, si fa filoamericano, filotedesco, filocinese, populista e tecnocratico, filosinistra come fu filosalviniano, grillino e della casta. Sono qui, per servirla. Già ai primi passi lo definimmo il Conte Zelig, assume le fattezze dell’interlocutore e ne fa il verso. Ma col tempo si è riempito di se stesso, si crede uno statista, si sente già nella storia. Passa da Sordi a Gassman, versione gradasso. Ha una sola priorità: Io. Un Io gonfio d’aria che manco Berlusconi, Renzi e Lady Gaga messi insieme. Chiedetemi tutto ma non fatemi dimettere. Sono disposto a tutto pur di restare Presidente for ever.

Per restare in ambito cinematografico Conte ci manda ogni giorno – soprattutto tramite il suo Giornale Luce, il Tg1 che è il megafono del regime – una valanga di trailer, ma il film intero non si vede. Ecco il promo di un film “Potenza di Fuoco”, ecco un altro “Vi riempiamo di Soldi”, un altro ancora “Gli Stati generali” sulla vita gloriosa del Re Sola e la sua Corte dei Conte. Protagonista unico lui: fa il Re, il Cancelliere, Sissi imperatrice… Una marea di trailer ma il film ancora non si vede. Si sa solo chi è il regista di questa ridicola menata: non è Fellini, De Sica o Monicelli, come ai tempi di Sordi, ma Rocco Casalino, figlio del reality da prendere sul serial. Le comiche di repertorio di Conte, mandate in onda dai tg, sono del genere lecchino-visionario, inaugurano il filone fantagovernativo.

Conte spara miliardi e cazzate, spesso le due cose coincidono, gigioneggia nel suo linguaggio attorcigliato e cavernoso, finto-istituzionale; concede, promette, annuncia e si piace, come si piace: un continuo congratularsi con se stesso, fa il Fenomeno, dice che tutto il mondo ci invidia e ci imita (il premier). Joseph Conte’s superstar. Uno così si trova a governare l’Italia, da solo, giocando ai due forni in maggioranza, con due partner scimuniti e un paio di pupari ricattati, con una sovranità e una visibilità che manco un re o un dittatore, nel momento più delicato, più difficile della nostra storia. Capite perché sarebbe stato meglio avere di fronte un governo di sinistra o della troika piuttosto che niente? Il Niente di Governo fa paura, spalanca l’abisso.

Uscendo dalla sala e dal circo, vorrei gridare: rimpiango la Politica. Quella vera, anche avversaria. La Politica, quella cosa modesta e potente, pratica e ideale, giudicata sui fatti e sulle idee: per anni hanno pensato che per avere più fatti dovessimo avere meno idee. Oggi vediamo che dove mancano le idee alla fine mancano pure i fatti.  Perché se non hai alte motivazioni non fai niente, punti solo a pararti le chiappe, a non schiodarle dalla poltrona, a prendere per i fondelli il mondo, farti attivo, passivo o deponente pur di restare lì. Ma prima o poi arriva Il Rinculo. Dove finiscono le idee e non cominciano i fatti, là governano i Giuseppi.

MV, La Verità 17 giugno 2020

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