Il potere e l’emergenza

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La situazione che stiamo vivendo è nuova per le ultime tre generazioni ed è senza dubbio la più grave, a livello sociale, tra quelle che noi occidentali abbiamo provato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Posso affermarlo con buona certezza non solo come cultore di storia, ma anche come testimone oculare: nato nel 1940 e avendo conosciuto in Italia e in Europa, almeno prima dei fatti avvenuti tra Anni Sessanta e Anni Settanta – dal boom economico alla crisi delle certezze, dall’accelerazione dei processi di secolarizzazione e di crisi della coscienza alla perdita del primato della politica – ho visto e ricordo un altro mondo europeo, una differente società civile: e il discrimine non è stata la seconda guerra mondiale bensì l’avanzata in apparenza irresistibile, nell’ultimo mezzo secolo circa, di un individualismo egoistico e amorale da una parte e di una “rivoluzione” che ha stabilito il primato della finanza, dell’economia e della tecnologia a spese della politica (intesa come scienza volta alla ricerca del bene comune) e della cultura (intesa come capacità di rimettere continuamente in discussione i valori ispirativi di una società) dall’altra.
La fase del processo di globalizzazione che abbiamo vissuto negli ultimi decenni avrebbe dovuto farci riflettere sull’intrinseca contraddizione tra i valori nei quali la società occidentale nel suo complesso sosteneva di credere e gli esiti effettivi del suo modo di comportarsi. Abbiamo sostenuto quasi tutti, sia pure con diversità di accenti e di articolazioni, di voler proceder verso un futuro segnato da sempre maggiori condivisioni, a cominciare da quelle socioeconomiche: ma quel che è accaduto nel mondo almeno dalla guerra nel Vietnam e dalla crisi vicino-orientale in poi ci ha ormai tragicamente posti dinanzi a un’umanità (che ha ormai raggiunto e superato i sette miliardi di persone) in cui le ricchezze e le risorse sono spaventosamente concentrate nelle mani di poche migliaia di soggetti tra dinastie iperoligarchiche e lobbies che decidono incontrastate mentre le istituzioni politiche sono ridotte, rispetto ad esse, a meri comitati d’affari. Mai come oggi le sperequazioni economiche sono state tanto diffuse e tanto gigantesche; mai come oggi la distanza tra la privilegiata sparuta pattuglia di super-ricchi e la massa dei miserabili è stata più abissale, aggravata dall’assottigliarsi dei ceti e dei corpi intermedi. E la cultura, vale a dire la capacità d’informarsi correttamente, di comprendere e di elaborare le informazioni, di poter compiere scelte coerenti con tali forme di comprensione e di elaborazione, si è andata vanificando in quella che Antonio Negri ha chiamato “la moltitudine” mentre si concentrava a sua volta nelle mani di pochi. Il sonno della ragione crea mostri, è stato detto: ebbene, è ora di cominciar esplicitamente ad ammettere che a sua volta il sogno della libertà e dell’uguaglianza ha creato il suo opposto, una realtà d’ignoranza e di sperequazione a livello planetario.
Uno dei segni più allarmanti di tutto ciò è stato e resta il vanificarsi del primato della politica, vale a dire della capacità di discutere razionalmente sulle misure da adottare per tutelare il bene comune e di fornirsi liberamente d’istituzioni in grado di metterle in atto. Marx aveva già precocemente segnalato, in pieno Ottocento, la tendenza dei governi del suo tempo a divenir “comitato d’affari” dei gestori effettivi del capitale (che oggi viene definito, pudicamente e impropriamente, “mercato”). Il convergere dell’abbandono al gioco vuoto della democrazia formale da una parte e i concreti meccanismi di persuasione, di organizzazione del consenso e di falsificazione nell’informazione hanno consentito l’affermarsi di oligarchie di gestori del potere legale che mediamente e immediatamente rispondono alla volontà di gruppi ristretti, chiusi rispetto all’esterno e in grado d’imporre la propria volontà di potenza. Tali gruppi, non li vediamo agire nei consessi internazionali e nei governi, non stanno né nelle Nazioni Unite né nei corpi politici: essi gestiscono semmai organismi come la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale e i loro protagonisti ormai da qualche anno si sentono abbastanza sicuri da potersi riunire sia pure in spazi e momenti limitati, addirittura parcamente concedendosi ai media. Li vediamo una volta all’anno, ad esempio, nell’assise di Davos.
Ma le loro tecniche di potere stanno rapidamente mutando. Esse si sono per lunghi decenni, tra Ottocento, Novecento e inizio del secolo XXI, fondate sulla diffusione di tesi iperliberistiche ch’erano in realtà già entrate in crisi all’inizio del XX secolo – tanto che i totalitarismi sono nati, in realtà, in quanto reazione al loro fallimento – e hanno potuto reggere solo imponendo volta per volta immagini di “Nemici metafisici” che avevano intralciato la loro marcia verso la ricerca della felicità. Gli stati moderni e contemporanei, in una qualche misura, rappresentavano intralci ai loro scopi: quei gruppi sono riusciti a demonizzare qualunque forma di gestione comunitaria del potere e di esercizio del potere stesso volto a scopi diversi da quelli della concentrazione del potere decisionale e dei mezzi economico-finanziari nelle mani di pochi centri sottratti a qualunque forma di controllo. E sono riusciti a vincere la battaglia della persuasione manipolando le coscienze al punto da creare orwellianamente una loro “nuova storia” nella quale la favola bella della democrazia, della libertà, della fratellanza universale riusciva a coprire e a nascondere la realtà delle rapine e delle tirannie ch’essi hanno imposto ad esempio per secoli ai popoli colonizzati d’Asia, d’Africa, d’America latina, d’Oceania. Libertarismo se non addirittura libertinismo, permissività se non addirittura permissivismo a uso interno, per le civiltà dei Padroni del Mondo o che tali si ritenevano; e, al contrario, subordinazione e oppressione esercitata sugli altri popoli.
Ebbene: la pandemia ha avuto sulla società civile del mondo l’effetto che, nella fiaba di Andersen, è ottenuto dal grido del bambino che si è fatto incantare dalle affabulazioni “ideologiche” e, dinanzi allo spettacolo del re che si pavoneggia nella sua nudità effettiva ma inosservata perché registrata da occhi annebbiati dalla menzogna, ha potuto rompere l’incantesimo gridando semplicemente: “Il re è nudo!”. Questo “rompere l’incantesimo”, appunto, è quel che Max Weber ha chiamato “disincanto”. E il disincanto, presentando il quadro dell’eccezione, richiama quel che Carl Schmitt ci ha insegnato parlando del rapporto tra “eccezione” ed “emergenza”. Il potere correttamente esercitato è quello che sa affrontare l’eccezione rappresentata dall’emergenza.
La società del profitto e dei consumi ha invece avuto, negli ultimi decenni, molti cantori che l’hanno descritta in termini idilliaci: un po’ come i teorici politici statunitensi convinti che il benessere del mondo e quindi l’affermarsi d’una società giusta vadano di pari passo con la puntuale ricerca di ciò che sta nell’interesse degli Stati Uniti d‘America. Pensiamo all’iperliberista von Hayek nella finanza, all’iperprogressista Rodney Stark nella sociologia. Cantori che hanno composto poemi interi come variazione d’una musica già composta nel Cinquecento da Giovanni Calvino: il successo e la prosperità in questo mondo sono segno di elezione divina. I frutti di questa Weltanschauung sono stati descritti con esattezza impeccabile nelle pagine dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. E sono stati opposti a quelle rosee speranze.
Ma il rude linguaggio parlato dal Coronavirus ha risposto adeguatamente a tutte queste menzogne. Fornendo tre ordini di risposte di adamantina semplicità. Primo: lo stato sociale, il welfare state tanto odiato, disprezzato e svillaneggiato da legioni di liberal-liberisti delle ultime generazioni si è rivelato viceversa provvido e opportuno, pur essendo stato quasi del tutto smantellato nel mondo; se confrontiamo come ha retto l’Europa, dove brandelli di esso erano rimasti in piedi, rispetto agli Stati Uniti d’America che spendono miliardi e miliardi in armamenti nucleari ma dove poi si è costretti a far dormire i contagiati in aree di parcheggio a cielo libero, la risposta non può non essere ovvia. Secondo: lo stato sociale implica il ritorno al primato della politica – e quindi il ritorno alla politica dei cittadini più preparati, quelli che negli ultimi tempi hanno lasciato il posto agli aspiranti Chief Executive Officiers (CEO) disponibili a infoltire i ranghi degli pseudopolitici compito dei quali è occupare ruoli istituzionali dai quali eseguire gli ordini imposti loro da chi li gestisce – e quindi alla sua forza decisionale. Terzo: tale forza dovrà sapersi esprimere in termini di scelte di priorità, quindi di programmazione (è ad esempio ragionevole e opportuno che gli ospedali italiani restino a corto di respiratori, quando il costo di un migliaio di essi è inferiore alla cifra che noi dovremmo spendere per un solo reattore militare F-35 che ci servirà per andar a fare la guerra “in conto terzi” contro quelli che i governi USA c’indicheranno attraverso la catena di comando della NATO?).
E questo ritorno della politica e alla politica è tanto più necessario e urgente quanto più il Coronavirus ci ha insegnato un’altra realtà: che cioè la nostra società, come sempre accade nelle società complesse, non sta andando affatto in quella direzione beatamente ludica che molti di noi (non solo giovanissimi) ritenevano fino ad ieri, una società nella quale tutto era permesso, una società di diritti totali e generalizzati nei quali fosse soltanto, come si diceva nel Sessantotto, “vietato vietare”. Nossignori. Abbiamo finto o creduto o sognato di vivere in una società del genere in quanto eravamo vittime della stessa forma di illusione magica di Pinocchio e Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Il paese dei Balocchi dove tutti fanno quello che vogliono perché hanno il diritto di farlo – quale paese nel quale credono di vivere ancora troppi italiani, non solo bambini o ragazzi o giovanissimi –, semplicemente non esiste: perché non c’è diritto personale che non si rifletta su tutti gli altri e perché non c’è diritto che non comporti come controfaccia un dovere. Molti di noi, non solo ragazzi, se ne sono accorti ora per la prima volta da quando sono stati obbligati a restar chiusi in casa loro: e qualcuno, istericamente, ha paragonato questa situazione a una “guerra”.
No: non c’è nessuna guerra in atto. Siamo solo dinanzi a un’esplicazione più chiara di una realtà della quale avremmo dovuto renderci conto da molto tempo. Perché chiunque di noi ha una carta di credito, un cellulare e un computer – tre semplici accessori-base del modo di vivere odierno – ha imparato negli ultimi tempi di poter essere seguito, monitorato, pedinato e sorvegliato in qualunque momento della sua vita. Il mondo non sta andando verso forme sempre più ampie e perfette di libertà individuale, anche se e quando tale può essere l’apparenza: esso va sempre più verso forme di concentrazione e di gerarchizzazione della ricchezza, del sapere, della capacità di muoversi di decidere e di pensare. Siamo ben oltre Orwell. E a chi, spaventato da questa prospettiva, si chiederà che cosa avrebbe mai potuto realizzare Hitler se avesse vinto la guerra, bisogna rispondere con una domanda: quante volte è accaduto nella storia del genere umano che Hitler (lo Hitler del momento) abbia vinto una guerra? Probabilmente quasi sempre.

DA

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-potere-e-l-emergenza

Il Deep State Italiano e la lotta di fazione

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di Politica pragmatica

Il Deep State italiano è rappresentato da un coacervo di interessi politico-finanziari neo-azionisti (1) ex-comunisti e neo-cattolici. La sponsorizzazione ricevuta in tal senso dalle Sardine è indicativa. Il vecchio Azionismo Britannico, padrone dell’Italia resistenziale post-45, si è accoppiato con il vecchio PCI, con l’attacco frontale al Craxismo e al Socialismo tricolore. Il polo franco-tedesco ha apparentemente scalzato il vecchio azionismo, ma la logica finanziaria bancaria gravitante verso Parigi (si pensi a Mustier) non riconduce in ultima istanza a altri che a quella indistruttibile City londinese, che fa capo a una branchia – forse tuttora la più influente – dei Rotschild. Il Deep State “romano”, disprezzando il popolo italiano, non ritenendo il popolo italiano portatore di una sua specifica missione rinnegando e ridicolizzando su tutta la linea, con una propaganda pseudo-pedagogica ben congegnata, figure storiche internazionali come Garibaldi, Mussolini, Craxi, ci ha affidato alla cosiddetta Europa, ovvero al blocco franco-tedesco la cui capitale è, vediamo sempre di più, la Borsa di Amsterdam (2). Il blocco europeo è quindi subcoloniale, non ha una sua autonomia. Oscilla tra Pechino e Washington, ma non lo potrà più fare. Da qui il tentativo di mettere strutturalmente le briglia ai popoli “mediterranei”, italiani in primis, la cui ricchezza privata e di stato è effettivamente un prelibato bocconcino per gli speculatori politici europeisti. Il trumpismo è dato come forza irreversibile nel nuovo progetto americano, ben oltre Trump. Di conseguenza, i franco-tedeschi oscilleranno verso Pechino: assai probabile che il Deep State italiano seguirà sulla medesima linea, almeno nella sua volontà, non si frappongano ostacoli insormontabili nel frattempo. Sarà perciò una lotta di elite molto serrata e non breve, a nostro parere. L’uomo forte del Partito Cinese (Prodi) è già pronto per sedersi al Quirinale, con il semaforo verde di Berlino e Parigi. L’uomo forte del Partito Trumpiano (Draghi) non sembra invece più disposto a mediazioni dopo aver conosciuto meglio, nel suo mandato alla BCE, olandesi, francesi e tedeschi di quanto già non li conoscesse. Gli uomini forti del Partito Britannico-statunitense di Sua Maestà (Savona, Sapelli) attendono con la proverbiale saggezza e prudenza che si rompano i cocci da questa guerra inter-elitista, per poi raccogliere ciò che si potrà riaggiustare.

Il Partito Russo raccoglie poche forze, purtroppo, in Italia; la tradizionale Destra sociale ex missina è filorussa, ma qualche esponente di Fratelli d’Italia (dubito la Meloni, ma non sappiamo con precisione…) e poche penne sparse, per quanto di valore, non fanno peso negli equilibri generali. Il filorussismo di Salvini e leghisti è del tutto inventato dal Partito Britannico e Cinese italiani, se c’è, ammesso e non concesso, resta solo sul piano della simpatia umana e delle varie sezioni lombardo-venete o emiliane; Giorgetti è il numero due del Partito italiano di Trump. Lo stesso dicasi del Partito Israeliano, ha poca consistenza in Italia: si veda l’operazione Segre, la classica operazione degli ex comunisti sistemici del Deep State (Repubblica, Espresso, De Benedetti, Elkann, quindi…. Rotschild) che ha immediatamente raccolto il plauso del Partito Cinese (Prodi), ma non particolare entusiasmo da parte dei tradizionali esponenti del filoisraelismo italiano. E’ la solita astrusa logica antifascista a ispirare l’operazione Segre (con l’ex marito missino, tra l’altro..) piu che tutto il resto…

Con questo non voglio dire cosa sia bene o cosa sia male, non parteggio per nessuno, non faccio il tifo ma solo pensare anzitutto al bene Patriottico, al presente e al futuro della nostra Nazione tenendo presente ciò ma non dimenticando che il quadro è in quotidiano e, anzi.., istantaneo movimento. Come si vede una posizione che può essere giusta sul piano generale geopolitica, ad esempio la lotta della Cina per l’egemonia globale contro l’occidente, diventa sconveniente sul piano italiano, se i guardiani ne sono qui i soliti fanatici catto-comunisti. E’ probabile che anche forze tradizionalmente deboli in Italia si inizino ora a affacciare con più costanza; i fatti di questi tempi mostrano che più che Asia al centro, o Occidente al centro, come ci hanno voluto far credere per anni, la partita globale si gioca ancora una volta sul Mediterraneo al centro. Medio Oriente da una parte di questo (Yemen, Damasco, Irak), ma dall’altra? Chi se non Roma..?

 

 

 

 

1)     Il Partito d’Azione venne fondato nel 1942 in piena temperie filoanglosassone antifascista. Per quanto si richiamasse ai valori del Risorgimento, la sua linea fu di totale sudditanza a Londra e alla monarchia britannica. Italia colonia dell’Impero britannico la strategia. Diventa dopo la guerra partito elitario, che condiziona culturalmente e politicamente tutta la vita politica italiana. Cuccia, ad esempio, è azionista convinto. Il disegno del PCI al Governo, infine attuato, è un disegno azionista che parte dagli anni ’50. La logica dell’ uccidere un fascista non è reato (fratelli Mattei, Ramelli eccecc e tantissimi altri…) è azionista e l’ultrasinistra e PCI la faranno propria. Il disegno incostituzionale di scioglimento del MSI (1972-3) è azionista tramite Luigi Bianchi D’Espinosa; saranno costretti a opporsi americani e sovietici (sic!) perché due anni dopo i moti di Reggio una simile azione significava guerra civile….

2)     Ad esempio, la Borsa di Milano è controllata da London Stock Exchange, mentre Euroxnet Amsterdam dalla statunitense Intercontinental Exchange, a cui appartiene la stessa Borsa di New York. Il fatto non è di per sé determinante, poiché occorre vedere quale sia l’andamento oscillatorio di quotazioni e capitale dominante, ma è di per sé significativo della presunta autonomia “franco-germanica”, presa sul serio solo da sovranisti da una parte, Deep state nostrano dall’altra. L’Olanda, tra l’altro, arraffa ogni anno all’Italia venti miliardi di gettito fiscale.

Il tentativo di bloccare la Terza Guerra Mondiale

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La Terza ondata geopolitica: GIISRUSSIA

Traduzione dal russo a cura della Redazione

di Igor Gromov 5.04.2020 (Izb. Club-Obraz)

La questione Covid-19, che il vostro Mario Draghi, avvicinatosi negli ultimi tempi al partito americano rappresentato da Donald Trump, ha giustamente definito una “tragedia di proporzioni bibliche”, si è velocemente trasformata in una infuocata partita di risiko geopolitico mondiale tra Cina e Usa. In un modo più preciso, potrei dire in una partita tra il partito espansionista e neo-imperiale di Xi Jinping, che ha rinnegato l’occidentalismo di Deng e ha restaurato il profilo forte nazionalista di Mao revanscista contro lo spirito di Yalta, e il partito isolazionista e non imperialista di Donald Trump. Siamo alla resa dei conti di quanto nel 1945, dopo Hiroshima e Nagasaki, si dovette per forza lasciare in sospeso, nonostante la brevissima scaramuccia coreana o quella del marzo ’69 sull’ Ussuri tra russi e maoisti? Non dimentichiamo che la NATO, considerata erroneamente antisovietica e anticomunista, nasce nel 1949 quando Mao proclama la vittoria della Rivoluzione cinese contro i sovietici e gli occidentali, che sostennero in verità Chiang Kai-shek. E non dimentichiamo che la guerra calda dal 1945 a oggi si è avuta costantemente in Asia e Medio Oriente, non in zona cuscinetto NATO. Mao disse allora, nel 1949, ben più nazionalista han che comunista: “la Cina è santa perché è povera e sola”, un chiaro monito al Cremlino di Stalin. Dunque la NATO è stata propriamente antimaoista e antiorientale. Da quando Putin ha ripreso la tradizionale via panrussa della civilizzazione ortodossa, pur con gravissime carenze sul piano della distribuzione sociale, la britannica NATO si deve confrontare con due nemici strategici: Mosca e Pechino. L’attuale strategia del presidente russo sul prezzo del petrolio ha un chiaro risvolto geopolitico; è il più grande attacco della storia al petrodollaro e avrà certamente seri effetti sulla politica internazionale.

Un uomo politico russo, E.Primakov, disse che la seconda guerra mondiale fu necessaria conseguenza della prima, effetto delle ingiustizie estreme del Trattato di Versailles (1919) e che il divampare di una guerra mondiale è di solito frutto di un errato calcolo di geopolitica. Trump, e l’elite populista e sociale-conservatrice che egli rappresenta con il suo partito, non vuole assolutamente la guerra mondiale, rivendicando proprio una ideologia sostanzialmente neutralistica contro l’imperialismo del Deep State britannico, storicamente più rappresentato dai liberal e dai dem statunitensi. Anche le analisi del blog finanziario Zerohedge.com ridimensionano di molto il sionismo di Trump, che ha infatti emarginato la linea israeliana di Kushner ed Ivanka, portando volutamente all’instabilità interna la società civile israeliana. Il partito neo-nazionalista e neo-maoista che sostiene Xi Jinping non vuole allo stesso modo un conflitto globale; i nazionalisti imperiali di Pechino son certi che siamo già entrati, proprio con il 2020 Anno del Topo, nella “nuova era mondiale confuciana han”. Il fatto è però che la Cina fu o è solo formalmente marxista o comunista, il linguaggio occidentale protosocialista che usa è solo formale, la linea politica è dettata dal tradizionalismo confuciano o taoista che rimane incomprensibile ai pragmatici angloamericani. La sostanza degli eventi è quindi caratterizzata dal fatto con l’onda lunga COVID-19 siamo giunti in una nuova dimensione geopolitica, che io considero la tattica e la strategia della Terza Ondata: questa nuova dimensione ha spazzato via gli ultimi rimasugli di liberalismo global, ma anche imposto una tragica dirimente conflittualità a media intensità, Guerra Ibrida a ondate sparse e multiple, tra il nazionalismo imperialista han di Xi Jinping e il populismo democratico antimperialista del MAGA Trumpiano. A lato di tale conflitto potrebbe di nuovo prendere corpo il confronto non ortodosso tra Gran Bretagna e Russia che si combatte, più o meno sotto traccia, da secoli e secoli. Di recente Putin, Sojgu e Gerasimov con il viaggio a Damasco dal presidente Assad in occasione del Santo Natale Ortodosso sono stati in grado di fermare la guerra mondiale calda che il Deep State del Global Britain aveva scientemente iniziato con l’omicidio del generale iraniano Qassem Soleimani.

L’ascesa di Trump, per quanto rivoluzionaria nella storia generale statunitense, ha oggettivamente inciso fino ad oggi molto parzialmente. Se proprio di recente con una mossa geniale, il presidente statunitense ha tolto ogni autonomia alla FED con una azione sociale di estremo rilievo, non è stato sino a oggi in grado di abbattere costi e spese delle varie missioni NATO, da impiegare nella diffusione di misure più sociali interne. E’ un Jefferson a metà, almeno per ora. Il Deep State britannico, che in buona parte continua a dominare gli Stati Uniti tramite l’MI6, i liberal, taluni rami del Pentagono, RAND Corporation (California), Pilgrim’s Society, è chiaramente ancora forte, essendo il primo livello dell’Impero come teorizzato da Allen Dulles negli anni ’50 del secolo passato. Trump è però consapevole del fatto che può avere nella Russia un solido alleato solamente qualora si tratti di costruire un duraturo processo di pace e sicurezza globale. Lo stesso non può dire né della Cina, per più motivi, non ultimo il fatto che la Cina deve peraltro fare i conti con zone rurali interne di ancora diffusa povertà sociale, né tanto meno dell’UE franco-tedesca, che gravitante verso Amsterdam, è inevitabilmente una mezza, o anche più…, roccaforte londinese parte del Nuovo Impero Britannico. Il fallimento di geopolitica francese e tedesca è ormai secolare e si deve dubitare che vi sia un risveglio nel giro di poco tempo….

Perciò la nostra proposta è finalizzata all’unione geopolitica GIISRUSSIA, modello politico, sociale e economico basato su una estesa Democrazia Sociale sovrana non liberale e non finanziarizzata, comprendente Giappone, Italia, Iran, Siria, Russia, Algeria, Argentina. La moneta sarà comune, lo yen giapponese sarà il valore di riferimento internazionale. Le isole Curili saranno territorio russo-nipponico autonomo da ogni influenza occidentale. Bandiera comune sarà oggetto di discussione e proposte. Hirsohima e Nagasaki saranno le capitali legali come lo è oggi la triste e grigia Bruxelles per voi europeisti. Altri stati, soprattutto se di area mediterranea, saranno inizialmente ben accettati come osservatori. Yemen, Corno d’Africa con Gibuti dovrebbero essere zone neutralizzate e del tutto pacificate da qualsivoglia blocco. Tale fronte geopolitico ha il fine di bloccare la Terza Guerra Mondiale che i due fronti, il Britannico- Statunitense dem da una parte, che avrà chiaramente con sé la nuova Franconia germanica e olandese, l’Orientale dall’altro, stanno in realtà già combattendo per quanto tutti osservavano che non volevano precipitare nella nota “Trappola di Tucidide”. Trump, essendo nel fronte occidentale un outsider e un isolato, oltre che un vero neutralista, dovrebbe recepire immediatamente una tale proposta.

Roma 2020 dovrebbe predisporsi a accogliere un incontro storico tra il presidente Putin, Abe Shinzo (1) e Donald Trump avente la finalità di ridisegnare le varie sfere geopolitiche e geoeconomiche mondiali evitando questa tragedia di dimensioni bibliche in corso, come è stata definita dal neo-trumpiano keynesiano, antibritannico, M. Draghi.

 

 

 

1) Abe Shinzo, insigne e valoroso statista, appartenente al club neofascista e antioccidentale Nippon Kaiji, che ha particolarmente a cuore il Corporativismo sociale del famoso modello nipponico, è stato negli anni recenti, assieme a Putin, l’unico uomo politico che ha disperatamente percorso la linea di una Terza posizione oltre il Global Britain e la Grande Asia mondiale a trazione han. Egli sta continuando la geopolitica della Fazione Kuhara in seno al Seiyukai, concepita come un panasiatismo moderno, che allora si sapesse opporre con forza pacifica e difensiva a Usrr e Usa, oggi a Cina e angloamericani. Le continue e spesso parziali segnalazioni dei quotidiani della City contro il revisionismo storico e il filocorporativismo, oltre che il fastidio per il culto di Yasukuni Jinja del partito nipponico antibritannico di Abe Shinzo, sembrerebbero testimoniarlo (Ndr)

Se una Chiesa vale meno di un tabacchino

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Di Manuel Berardinucci

Matteo Salvini viene da più parti attaccato per aver svolto il lavoro che spetterebbe alla Chiesa: chiedere la libertà di officiare la Santa Messa, almeno nel giorno di Pasqua. Per un fedele il Sacramento dell’Eucarestia è di primaria importanza, tanto quanto il cibo e l’acqua lo sono per l’intero genere umano? Sì, lo è. Si può ragionevolmente credere che sia ignominioso negare il Nutrimento allo Spirito, proprio nel momento storico contemporaneo in cui esso si rende maggiormente necessario? Sì, si può. Ed è accettabile che qualcuno esprima preoccupazioni su avventate irruzioni nelle Parrocchie, durante la celebrazione della Santa Messa, da parte delle Forze dell’Ordine? E si può dire che simili episodi ci portano alla mente regimi di inquietante natura, come quello ateo e comunista della Cina? Io ritengo di sì. Sono accessibili tabaccai, supermercati e negozi alimentari, uffici pubblici e altre attività primarie. È sufficiente che si rispettino le distanze di sicurezza e le precauzioni sanitarie. Basterebbe moltiplicare il numero di Messe da officiare, per consentire una maggior diluizione dei partecipanti e disporre gli stessi ad un metro o due di distanza gli uni dagli altri. Se non lo si farà, le motivazioni potranno essere esclusivamente di ordine ideologico: si sancirà definitivamente che l’Occidente contemporaneo non ritiene lo Spirito componente primaria dell’Uomo, ma semplice orpello da curare a tempo perso. Si negherà inoltre per la prima volta la libertà di culto: quel precetto, tanto malinteso quanto strumentalizzato per consentire la costruzione di luoghi di culto maomettani, sarà negato e ancora una volta nei confronti dei Cristiani.

“Ancora una volta” poiché nonostante la Storia del Narratore Unico Globale ci abbia riportato l’immagine di una Cristianità sopraffattrice e violenta, imperiosa e prepotente, i Cristiani sono stati i più perseguitati dell’umanità. La conta dei morti non mi ha mai appassionato, ma è un fatto che nella storia siano stati, all’incirca, 70 milioni i devoti in Cristo, uccisi per via della loro fede religiosa. Le persecuzioni si ebbero già agli albori, ad opera delle autorità di Gerusalemme, di cui la prima vittima fu il protomartire Santo Stefano, la cui lapidazione è descritta negli Atti degli Apostoli. Migliaia i martiri vittime degli Imperatori Romani. Ricordiamo per particolare truculenza Nerone (il quale accusò i Cristiani nel 64 d.C. di essere responsabili del Grande incendio di Roma per punirli ingiustamente), Decio, Valeriano e Diocleziano. Le persecuzioni perdureranno fino al perdono di Galerio e all’Editto di Costantino. L’odio verso i cristiani si verificò anche nel Giappone del XVII° secolo, quando essi vennero crocifissi in pubblico poiché considerati pericolosi agenti esterni che avrebbero potuto ledere alla tradizionale struttura della società. Sarà poi la bieca classe dirigente post-Rivoluzione Francese, a tentare di sradicare per la prima volta dalla caduta dell’Impero Romano, il cattolicesimo cristiano dal cuore della Francia e dell’Europa, poiché simbolo della Tradizione e dell’Ancien Régime che essi avevano violentemente abbattuto. Si impose ai sacerdoti di giurare fedeltà allo Stato e rinnegare la Santa Romana Chiesa e si sparse il sangue dei cosiddetti preti “refrattari”, ghigliottinandoli. Si dispose la chiusura di conventi, abbazie e chiese. Il simbolo portante della Civiltà Cristiana in Europa, la cattedrale di Notre Dame, fu vittima del dispotismo illuminista che la sconsacrò, trasformandola nel Tempio della Ragione. Tanta truculenza contribuì a scatenare l’insurrezione di contadini, ecclesiastici e nobili della Vandea, in difesa del Trono e dell’Altare, contro cui la Repubblica attuò una repressione talmente violenta da essere considerata uno dei primi genocidi della Storia moderna. Spostandoci di qualche secolo, atterriamo in Messico, in cui la Costituzione del 1917, la quale è tutt’ora vigente, prevedeva alcuni forti divieti al culto cristiano. Contro tali limitazioni della libertà, i cattolici riuscirono ad organizzarsi nell’Esercito dei Cristeros e a dar vita alla Cristiada (sollevazione di popolo contro le politiche laiciste) che durò dal 1926 al 1929, in seguito alla quale venne messa in atto una forte repressione nei confronti dei sacerdoti fedeli alla Chiesa, molti dei quali catturati e fucilati. Ma fu l’Unione Sovietica, degna erede dell’odio giacobino, a scagliarsi con più ferocia di chiunque altro contro le comunità cristiane. Per quel che concerne l’aspetto propagandistico, i governi comunisti fecero in modo di conferire particolare attenzione, nei programmi scolastici, a tutti quegli avvenimenti della Storia che, sapientemente manipolati e strumentalizzati, avrebbero consentito loro di mettere la Chiesa in cattiva luce innanzi ai giovani che dovevano essere educati all’ateismo: Inquisizione, le vicende di Galileo, di Giordano Bruno ecc. Inoltre sovvenzionarono iniziative, convegni e comitati che avevano il compito di mostrare l’assurdità delle credenze religiose, di dipingere l’Occidente come annichilito dallo strapotere del Cristianesimo e dunque lontano dalle verità della Scienza. E fin qui, duole constatarlo, nessuna grande differenza con uno Stato in cui la Regione Toscana patrocina una mostra nella quale viene rappresentato il Crocifisso immerso nell’urina.

Ma i Sovietici non si limitarono a ciò. Numerose chiese nei territori dell’URSS furono chiuse e adibite a musei anti-religiosi. Il destino più atroce, però, spettò alla Cattedrale di Cristo Salvatore, il più importante luogo di culto moscovita, fatta saltare in aria attraverso ordigni esplosivi, per ordine del ministro Lazar Kaganovich, uno dei più fedeli seguaci di Stalin, nel 1931. Al suo posto sarebbe dovuto sorgere un imponente monumento al socialismo, chiamato Palazzo dei Soviet, mai completato per mancanza di fondi. In seguito al crollo del Comunismo, la chiesa venne ricostruita. Soprattutto nei primi decenni la repressione fu totale: vennero vietate le celebrazioni per il Santo Natale e il Capodanno (quest’ultimo poi riabilitato come festività secolare), furono confiscati tutti i beni ecclesiastici approfittando della necessità scaturita dalla carestia generale, circa 50.000 fedeli, vescovi e sacerdoti morirono assassinati o confinati nei gulag durante i governi di Lenin e Stalin e il patriarca di Mosca venne arrestato.

Tutto questo orrore portò Pio XI, Pontefice di una Chiesa ancora in grado di riconoscere i propri nemici, a dichiarare il Comunismo, nell’enciclica Divini Redemptoris del 1937, “flagello satanico” che mira “a capovolgere l’ordinamento sociale e a scalzare gli stessi fondamenti della civiltà cristiana, facendo precipitare le nazioni in una barbarie peggiore di quella in cui ancora giaceva la maggior parte del mondo all’apparire del Redentore”. Mai definizione fu più giusta. Tutto ciò non è finito. Negli ultimi anni è stato rilevato che in media il 75% degli attacchi annui a sfondo religioso sono nei confronti dei cristiani, in particolare nei Paesi in cui è in piedi un regime comunista (tra i quali spicca la Corea del Nord). Vi sono poi Nazioni del NordAfrica e del Vicino e Medio Oriente in cui la conversione dall’islamismo al cristianesimo è considerata reato (apostasia) e punibile con la pena di morte.

Difendiamo la Croce oggi perché troppe volte nella Storia è stata negata e rinnegata.

 

Da

http://giovaniadestra.it/2020/04/05/se-una-chiesa-vale-meno-di-un-tabacchino/

L’autore di ‘Ragazzi di Buda’: “Il mio inno contro il conformismo”

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“Noi abbiamo passato quasi 50 anni sotto i comunisti mentre voi avevate la libertà. Però voi italiani avete scritto la canzone più bella sulla rivoluzione del 1956”. Così parlò Viktor Orbán e a Pier Francesco Pingitore, papà di “Ragazzi di Buda”, saranno fischiate le orecchie. Oggi che la libertà di tutti è minacciata da un nemico subdolo e invisibile, e Orbán per i comunisti è diventato il nuovo “uomo nero”, ne parliamo proprio con il noto regista, drammaturgo e autore televisivo, consacrato al grande pubblico dall’invenzione del “Bagaglino” ma in realtà creatore poliedrico e intellettuale fra i pochi non sottomessi alla vera dittatura del nostro tempo. Quella del politicamente corretto.

“Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest, studenti braccianti operai, il sole non sorge più ad Est…”. Maestro Pingitore, come è nata questa bella canzone?

“Scrissi questo testo nell’ottobre del 1966. Era il decimo anniversario della rivolta d’Ungheria e in Italia la ricorrenza era celebrata assai poco perché in fondo non faceva comodo a nessuno. Il mondo era diviso in due blocchi contrapposti ma da noi evitavano di pungersi troppo, e quel tragico decennale rischiava di passare quasi sotto silenzio. Da qui nacque l’ispirazione. Composi il brano rapidamente, il nostro musicista di allora Dimitri Grivanovski la musicò, Pino Caruso la cantò”.

Erano i primi anni del Bagaglino…

“Esatto. Avevamo fondato il Bagaglino nel 1965 con alcuni amici giornalisti, iniziando da piccoli spettacoli e dalla scoperta di personaggi che si sarebbero rivelati poi figure importanti: da Oreste Lionello, a Caruso, a Gabriella Ferri… Al nostro secondo anno di attività cadde questo importante anniversario. Caruso cantò ‘Ragazzi di Buda’ praticamente per tutta la stagione, incontrando grande favore da parte del pubblico che all’epoca consisteva in 100-150 persone a sera, stipate in uno scantinato. Da lì poi il brano si diffuse all’esterno, nelle università e man mano in altri luoghi ma io ne persi un po’ le tracce. Finché due o tre anni fa fui contattato dall’Ungheria, intendevano stabilire un rapporto con me e avevano in mente anche di invitarmi a Budapest. Ma finora, purtroppo, non ho potuto accettare l’invito”.

Il fatto che il brano negli anni sia diventato un inno identitario per tante generazioni di ragazzi, soprattutto di destra, autonomizzandosi in qualche modo dalla stessa figura del suo autore, le dispiace o è un motivo di orgoglio?

“E’ sempre un motivo di orgoglio fino a quando le parole vengono rispettate. E’ stato così fino a un certo punto, poi sono intervenuti alcuni cambiamenti. Io però gradirei che ‘Ragazzi di Buda’ venisse cantata esattamente come è stata scritta all’inizio. In ogni caso, è chiaro che mi fa piacere che qualcuno ancora la esegua. So che qualche anno fa la canzone è stata intonata in ungherese e in italiano in tutte le scuole elementari e medie di Budapest. Ho visto il video e mi ha molto emozionato”.

Maestro, nel 1966 lei dedicò il testo alla resistenza dei giovani di Budapest contro il totalitarismo sovietico. Pensa che oggi ci sia bisogno di una nuova “Ragazzi di Buda” per difendere gli ungheresi dal pericoloso dittatore Orbán?

“No, non lo credo per niente. Oggi si tende a politicizzare sempre tutto e a perdere di obiettività. In realtà ciò che questo terribile dittatore ha fatto è applicare quello che la Costituzione ungherese prevede per adottare determinate misure nelle situazioni di emergenza. Misure che finora non si discostano granché da quelle adottate da Conte, a Camere in semi-quarantena, mentre Orbán ha avuto comunque una maggioranza di oltre i due terzi da parte del Parlamento ungherese. Non voglio dire con ciò che Conte stia facendo un golpe, per carità. Ma ci sono momenti difficili nei quali ogni Paese ha necessità di assumere provvedimenti eccezionali e straordinari. Non si capisce perché le stesse misure applicate da noi, o in America, o in Francia vanno bene, mentre se adottate in Ungheria diventano il prodotto di una terribile dittatura. Il problema è che ci si confronta sempre su visioni parziali che ciascuno matura in base al filtro dei propri pregiudizi e anche dei propri interessi. E invece non è il momento di bandire crociate. L’unica crociata vera dev’essere quella contro il coronavirus. Il resto sono tutte chiacchiere”.

Tempo fa lei disse di essersi schierato a destra “perché a sinistra non c’erano più posti”, espressione che ben rappresenta il conformismo di tanto mondo della cultura e dello spettacolo. La considera ancora attuale? E ritiene che il conformismo sia oggi un pericolo anche a destra?

“Il conformismo è sempre un pericolo, che abbia connotazioni di destra o di sinistra. Solo che il conformismo di sinistra ha governato culturalmente l’Italia per settant’anni, mentre un analogo pericolo a destra non mi sembra di intravederlo. Il conformismo di sinistra è invece un guaio persistente. E’ il politicamente corretto che uccide qualunque libertà, è il pregiudizio per cui in una discussione la cosa più importante è essere il primo a dare del fascista all’altro. Si dà a certe parole il valore di una pistolettata, chi la spara per primo ha vinto”.

Da uomo di cultura e di spettacolo che negli anni ha saputo far ridere e riflettere milioni di italiani, come sta vivendo questo periodo di quarantena? Ne usciremo cambiati? E se sì, in meglio o in peggio?

“Sento tanti dire che cambierà tutto, che saremo diversi… Io sinceramente non lo so. Credo che dovremo rimboccarci molto le maniche e darci da fare, come forse non abbiamo fatto negli ultimi anni. Sempre a patto di sopravvivere, potremmo anche ricavare qualche beneficio da questa lunga penitenza. Ma previsioni su come saremo non ne azzardo. Nel dopoguerra, che è l’esperienza più prossima alla quale possiamo rifarci, ci si trovò in un mondo totalmente cambiato: era mutato il regime, il modo di vedere le cose, c’erano le città bombardate e una grande voglia di ricominciare. Oggi invece c’è un bombardamento ideale al quale dovremmo cercare di porre riparo, ma è difficile dire come, perché non sappiamo ancora l’entità delle rovine che ci troveremo di fronte. C’è una struttura economica, industriale e produttiva che potrebbe uscirne a pezzi se la situazione di stallo durerà ancora a lungo, ma può anche darsi che tutto finirà prima di quanto immaginiamo. La verità è che brancoliamo nel buio, il buio ci fa paura e quando si ha paura non si possono mai fare previsioni attendibili”.

Questa prova è dura per tutta l’Italia, ma per alcuni territori già colpiti lo è ancora di più. Pensiamo ad esempio alle zone terremotate. Lei in qualche modo è legato all’Aquila, dove è ambientato il suo spettacolo teatrale dedicato alla liberazione di Benito Mussolini dalla prigionia di Campo Imperatore, e dove è tornato di recente per partecipare alla Festa della Montagna, una bella iniziativa promossa dall’amministrazione comunale. Cosa vorrebbe dire in questo momento agli aquilani?

“Che hanno tutta la mia solidarietà. L’Aquila è una città splendida, tutto l’Abruzzo è splendido e vi sono persone generose e accoglienti. Non dimenticherò mai il sostegno e il calore degli abruzzesi durante i miei spettacoli su Mussolini a Campo Imperatore, dove sono venute anche persone di tutt’altre idee che hanno apprezzato l’obiettività con la quale ho trattato quei temi. Ho incontrato un popolo che mi piacerebbe in qualche modo aiutare, non so come ma mi piacerebbe. Intanto auguro loro che questo incubo abbia fine per non dover vivere nuove sciagure dopo quelle che hanno già dovuto sopportare e che hanno affrontato con tanto orgoglio e con grande dignità”.

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L’autore di ‘Ragazzi di Buda’: “Il mio inno contro il conformismo”

I professionisti del Caos

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I professionisti del Caos

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Non è una questione politica, è una questione tecnica. Nei momenti delle difficoltà e di emergenza servono persone decise che comprendono la situazione e agiscono di conseguenza rapidamente. Non servono persone titubanti, burocrati ottusi, esperti in cavilli, perditempo e “furbastri”.
Purtroppo per noi, invece, l’emergenza coronavirus è stata affrontata proprio da una banda di figuri di questa risma che, con il loro comportamento, non solo non l’hanno prevenuta, ma non l’anno neppure affrontata e sono solo riusciti ad aggravarla.

Per chiarire che non è una questione partitica possiamo dire che magari avessimo avuto al governo un De Luca, un Ceriscioli o anche un Emiliano, tutti governatori di sinistra ma tutti infuriati nei confronti del governo.

Purtroppo, invece abbiamo il vanesio Conte, l’inutile Speranza, il pericoloso Gualtieri, il perditempo Borrelli, il ridicolo Di Maio, il burocrate Arcuri.

Ricordiamo a tutti che è del 30 gennaio la dichiarazione di emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del giorno dopo il documento che inchioda il governo e la Protezione Civile (come da noi pubblicato). Una volta dichiarato lo stato di emergenza sanitaria nessuno ha fatto nulla… non si sono cercati i dispositivi di protezione, né i respiratori per gli ospedali. Né sono state date disposizioni (e mezzi) alle Regioni per aumentare i posti letto e il personale.

Giuseppe Conte, oltre che narcisista è un pericoloso “sor Tentenna”. Quello che non vorrebbe scontentare nessuno e alla fine scontenta tutti. È lui il maggior responsabile della drammatica situazione attuale. Prima tarda ad assumere i provvedimenti, poi scarica vilmente le colpe dei primi contagi sui medici di Codogno. Quindi, il 26 febbraio, assicura che va tutto bene e consente le pantomime di Sala, Gori e Zingaretti tra brindisi, cene, aperitivi sui Navigli e hastag #milanononsiferma. Follia che è costata il boom di contagi. Poi chiude, anzi no. Poi chiude ancora un po’… con quei decreti di mezzanotte che lo fanno assomigliare al Conte Dracula e che generano le fughe verso il Sud. Infine, si permette anche di dire che lui “non ha sottovalutato nulla”…

Di Roberto Speranza c’è poco da dire: è “il funzionario” inutile e inetto, messo in ombra dal capo autoritario e presuntuoso. Poverino. Era convinto di aver “vinto” un ministero importante pur rappresentando una forza politica inesistente e si è trovato la “patata bollente” senza neppure capire cosa stesse succedendo. Ha fatto la classica figura del funzionario di partito, abituato a prendere ordini e incapace di decidere. Ormai è scomparso dalla scena… ma nessuno se n’è accorto.

Un altro “missing” e Gigino Di Maio, altresì detto il “fantasma della Farnesina”. Il ministro degli Esteri più inutile e inetto (dopo Gianfranco Fini).

Amico della Cina, impegnatissimo a non danneggiare le buone relazioni (chiudiamo i voli ma facciamo rientrare senza controlli tutti i cinesi). In pieno contagio sparisce, mentre si moltiplicano i problemi per reperire dall’estero i materiali sanitari. Mentre tutti i Paesi: Kazakistan, Polonia, Germania, Turchia si rifiutano di mandarci materiali o li bloccano alle frontiere (dopo che sono stati pagati) lui piagnucola. Poi si ridesta e annuncia trionfante l’arrivo di milioni di mascherine – sempre dalla “amica” Cina – ma ancora ieri, in tv, il governatore Emiliano ne lamenta la mancanza mentre De Luca pubblicava la lista dei materiali richiesti e mai ricevuti.

Colpa anche di Borrelli, il “burocrate furbetto”. Come capo del dipartimento della Protezione Civile è sembrato più un passacarte che non un generale. Le sue interviste hanno provocato polemiche e sconcerto, soprattutto quando gli è scappato detto: «L’Italia su certi beni così importanti, ora capiamo vitali, deve cambiare traiettoria, fare scorte, reinsediare filiere sul territorio». L’intervista è subito stata tolta dal sito di Repubblica e, alla conferenza stampa di martedì, gli è stato imposto di stare zitto, chiudendo anzitempo il microfono e facendo indignare persino Luca Telese.

Quanto a Domenico Arcuri rimarrà per tutti il signor “Unione Sovietica”. Un tipico boiardo di Stato, ex dalemiano di ferro e ora zingarettiano d’amianto, noto più che altro come “tombeur de fammes” per i suoi legami gossip.

È stato promosso commissario per l’emergenza solo per non oscurare il Bel Conte, restare dietro le quinte e magari mettere qualche pezza ai ritardi e alle lacune… senza clamore. Se tutto va bene è merito del premier, se tutto va male è colpa sua. Poi se ne esce sui giornali con i ringraziamenti per gli aiuti giunti “dall’Unione Sovietica” (invece che dalla Russia di Putin) e tutti scoppiano a ridere. Fine della carriera.

Di Roberto Gualtieri “l’uomo di Bruxelles”, l’amico della Lagrange, quello che pensa solo a come sfruttare la situazione per inchiodare l’Italia al MES e ai potentati economici stranieri; abbiamo già scritto molto. A lui si deve il “Cura Italia” un provvedimento monstre con un testo che è un trionfo di incomprensibile stile burocratico che nasconde furbate come l’aumento di due anni per le verifiche fiscali. Ma il capolavoro è stato quello delle scadenze. Rinviate di qualche giorno, non sospese o annullate. Come se il coronavirus fosse un raffreddore che passa in tre giorni.

L’elenco dei comprimari del Caos sarebbe ancora lungo: l’infido Franceschini, Zingaretti il fuggitivo, la “libertaria” Lamorgese che apre tutto: i porti agli immigrati, i transiti a chi dovrebbe stare a casa… Solo a sentir parlare di “porti chiusi” le viene la febbre, anche se si tratta di quello di Messina per non far rientrare chi può portare il contagio.

A tutti questi signori, ai loro complici e a chi nel mainstream li copre e li difende, possiamo solo promettere che, quando tutto sarà finito: #celapagherete.

Da

https://www.orwell.live/2020/03/26/i-professionisti-del-caos/

Mes e Coronavirus, Italia svenduta alla Troika?

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La richiesta di Conte di attivare il Mes è un atto di servitù volontaria. Mettendo il collo dell’Italia sotto lo stivale della Troika, Conte asservirebbe la seconda potenza manifatturiera d’Europa alla Germania.

Approfittando dell’emergenza Coronavirus, nei giorni scorsi il governo M5S-Pd ha dato inizio a una campagna strisciante per attivare il Meccanismo Europeo di Stabilità.

Per fare fronte alla crisi economica provocata dalla pandemia, sulla tribuna del Financial Times il premier Conte ha chiesto che il Mes impieghi i circa 400 miliardi di euro di cui dispone per concedere prestiti a tutti i paesi Ue per “evitare di stigmatizzare un governo in particolare“.

Il Governo italiano invoca l’intervento del Mes

Il passo appare concertato in sede Ue, tenuto conto del tempismo con cui il commissario europeo Gentiloni si è affrettato a plaudire all’iniziativa. Nei giorni precedenti, in un’intervista per l’Institut Delors, l’ex premier Letta aveva lanciato un appello analogo.

Sarebbe stato preferibile che l’appello all’impiego del Mes fosse stato concertato con il Parlamento, piuttosto. In linea con il dettato costituzionale, scelte di questa portata vanno sottoposte al vaglio parlamentare, in ragione delle loro pesanti conseguenze economiche e politiche.

Il Mes non è uno strumento per la crescita, né per fare fronte alla crisi economica

Infatti, il Mes non è uno strumento di politica economica e non serve a sostenere la crescita. Esso è un “fondo salvastati”, finanziato dai paesi dell’eurozona. L’Italia, con circa 125 miliardi di euro, è il terzo contributore dopo Germania e Francia.

La funzione del Mes è quella di prestatore di ultima istanza per quegli Stati dell’eurozona che non dovessero più riuscire a finanziarsi sui mercati. In altri termini, presta denari ai paesi che i mercati giudicano prossimi al default finanziario. Visto in quest’ottica, il ricorso al Mes è un preavviso di fallimento.

I prestiti del Mes sono subordinati a condizioni draconiane mirate a garantirne il rimborso. Per accedere al credito, uno Stato deve sottoscrivere un memorandum d’intesa con Commissione europea, Bce e Fmi – la Troika – con cui accetta di sottoporsi a un “programma di aggiustamento macroeconomico”. In altri termini: austeritàtaglio della spesa pubblica e aumenti delle imposte. Di fatto, il paese viene commissariato dalla Troika, che veglia sul rimborso del debito.

Il vero problema, la garanzia del debito: una garanzia europea per un’integrazione più solidale

Invece che il Mes, la magnitudo della crisi suggerirebbe di porre al cuore del dibattito uno dei temi centrali del nostro tempo, la garanzia del debito. La maggiore flessibilità sul patto di stabilità annunciata da Ursula von der Leyen sembra indicare che la Commissione europea intende contrastare la recessione aumentando il livello di indebitamento degli Stati membri. Ossia, con politiche anticicliche finanziate con i debiti nazionali.

La straordinarietà della crisi imporrebbe invece misure altrettanto straordinarie, quali politiche economiche espansive dei paesi dell’eurozona, finanziate con eurobond di scopo: un debito europeo garantito dall’Ue, non nazionale. Primo, l’espansione del bilancio è lo strumento tecnicamente più appropriato per contrastare la recessione. Secondo, il ricorso a eurobond, o coronabond che dir si voglia, invece che a titoli di Stato darebbe sollievo ai bilanci dei paesi dell’eurozona, ancora sofferenti per gli effetti della crisi del 2008. Terzo, si creerebbe l’embrione di una politica di bilancio europea: ciò favorirebbe il rilancio del processo di integrazione in chiave di maggiore solidarietà, che nell’attuale congiuntura di crisi sarebbe un eccezionale risultato politico. Tuttavia, al momento la cornice politica non appare favorevole, in ragione dell’opposizione della Germania e dei suoi satelliti.

Ad ogni modo, il Mes non ha alcuna utilità ai fini dei delle gigantesche sfide economiche che si preannunciano. Anzi, gli effetti deflativi delle politiche di austerity che la Troika imporrebbe ai paesi debitori rischierebbero di alimentare una spirale recessiva.

Troika in azione: colpire la Grecia per educare l’Italia

Quest’ultimo non è un caso teorico. Basta volgere lo sguardo alla Grecia, che porterà nelle carni per generazioni i mortiferi effetti delle cure della Troika: crollo dell’economia del 25%; disoccupazione al 16,7% (giovanile al 36,2%); tagli a salari e pensioni; inasprimento della pressione fiscale; smantellamento dei servizi sociali.

Non soddisfatta dello sfacelo, la Troika arrivava a chiedere misure più dure persino sulla messa all’asta delle case dei cittadini greci in difficoltà economiche. L’impennata della mortalità infantile in Grecia, coperta dall’omertoso silenzio dei media, è una vergogna indegna della civiltà che stingerà per sempre sul processo di integrazione del continente.

Secondo le proiezioni, nel 2060 il debito pubblico greco ammonterà al 180% del Pil. Nel 2010, prima delle cure della Troika, era al 120%. Se ne deve concludere che il commissariamento della Grecia non aveva per obiettivo il risanamento dei conti pubblici ellenici. Era un ammonimento destinato a paesi più grandi, come l’Italia, che in quegli stessi anni subiva la “cura Monti”: o Monti o la Troika.

Perché Berlino e i suoi satelliti premono per il Mes

In linea con questa tradizione rigorista, oggi la Germania e i suoi satelliti si oppongono a qualsiasi progetto di espansione di bilancio che non sia agganciato al Mes e, quindi, al controllo della Troika. L’Olanda, specializzatasi nella parte del poliziotto cattivo anche per far passare Angela Merkel per buona, ha almeno il pregio di una lapidaria chiarezza: ogni misura di sostegno all’economia va subordinata a una “forma appropriata di condizionalità“.

Anche per ragioni politico-elettorali interne, Berlino nutre diffidenza per le soluzioni che prevedono formule di condivisione dei rischi con le “cicale” dell’Europa meridionale. A questa cautela si aggiunge un altrettanto comprensibile interesse della finanza germanica per il consistente stock di risparmio privato e per il patrimonio immobiliare degli italiani, che negli auspici tedeschi andrebbero posti a garanzia del debito.

Il Mes, strumento di dominio politico

Tuttavia, è sotto il profilo politico che l’attivazione del Mes più risponde all’interesse della Germania. Il dato politico essenziale è che il Mes e la Troika, suo braccio armato, sono strumenti di dominio nelle mani dei principali contributori.

Se si tiene conto che proprio la Germania è il primo azionista del Mes, si comprende bene che attivare una linea di credito sarebbe per l’Italia un atto di servitù volontaria. Sottoponendosi a un programma di aggiustamento macroeconomico sotto lo stivale della Troika, l’Italia, seconda potenza manifatturiera d’Europa, si assoggetterebbe alla Germania, che finirebbe per controllarne la politica economica e lo sviluppo futuro e, di conseguenza, il destino.

Anche chi non ha conseguito Mba presso prestigiose università americane può comprendere che questo scenario non risponde all’interesse nazionale italiano.

Il governo Conte bis scarica le sue contraddizioni sull’Italia

Resta da capire perché l’esecutivo si ostini a voler percorrere una via così pregiudizievole per l’Italia come il ricorso al Mes. Occorre partire da un assunto politico. Per le stesse ragioni che ne hanno causato la nascita, così come per le sue insopprimibili contraddizioni interne, il Conte bis è un governo nato debole, come i bambini tarati che – secondo la leggenda – gli spartani abbandonavano sui monti del Taigeto.

In questi mesi, le crescenti tensioni fra le forze che sostengono il Conte bis sono state evacuate scaricandole sull’Italia e sui suoi cittadini, che stanno sperimentando su scala nazionale l’esperienza già vissuta nelle città amministrate dal M5S: inerzia, irresponsabilità, degrado, ricerca di consenso con misure demagogiche. Nelle ultime settimane, la crisi Coronavirus ha definitivamente messo a nudo i limiti del governo Conte, che ha trasformato l’emergenza in una catastrofe.

Ricorrendo al Mes, il Conte bis paga le cambiali e avvelena i pozzi

L’eventualità che la legislatura – e con essa l’esecutivo – possa arrivare a scadenza naturale non cambia il quadro: il Conte bis è politicamente al tramonto. Non è in grado di indicare una visione di ampio respiro, un progetto per l’Italia. Ancor meno appare in grado di realizzarlo. Al di là dell’ovvia considerazione che il governo sta cercando presso capitali straniere quella legittimazione che non ha in patria, appare dunque lecito ipotizzare che ponendo l’Italia sotto il giogo del Mes qualcuno sia stato chiamato a pagare la cambiale a chi – guarda caso la Germania – nel 2019 ha avuto un ruolo decisivo nella nascita del Conte bis.

Inoltre, la prospettiva di dover nel prossimo futuro guidare un paese in grave recessione preoccupa gli occupanti della stanza dei bottoni: secondo indiscrezioni, un numero crescente di esponenti governativi nutrirebbe riserve sulla prosecuzione dell’esperienza di governo una volta finita l’emergenza sanitaria. Meglio, piuttosto, capitalizzare la crisi Coronavirus in chiave elettorale. In quest’ottica, accedere al Mes equivarrebbe ad avvelenare i pozzi nel caso il voto premiasse il centrodestra, che con un’Italia indebitata con il Mes e commissariata dalla Troika si ritroverebbe con margini d’azione pressoché nulli.

Per inciso, secondo le stesse fonti, al dossier Mes starebbe alacremente lavorando anche un certo “partito tedesco“, anima dell’ufficio diplomatico di Palazzo Chigi, che nel 2019 ha anch’esso fornito i suoi buoni uffici – per così dire – alla nascita del Conte bis.

L’Italia del futuro, secondo M5S e Pd: Grecia o Urss?

Quello attuale è un momento buio. L’inadeguatezza del governo M5S-Pd sta generando in Italia fenomeni sinistramente simili a quelli caratteristici dei paesi comunisti. Oggi, violazioni delle garanzie costituzionali; limitazioni massicce delle libertà; medici mandati a combattere l’epidemia a mani nude, come i pompieri di Chernobyl; interminabili file davanti agli esercizi commerciali. Domani, con la recessione, povertà di massa. Mancano solo, con Mes e Troika, l’esproprio della proprietà privata, con la messa all’asta delle case degli italiani, e l’asservimento della nazione a una burocrazia politicamente irresponsabile e il cerchio sarà pressoché chiuso.

Dopo la catastrofe sanitaria, l’Italia vede profilarsi all’orizzonte una pesante recessioneprovocata dal blocco delle attività economiche disposto dall’esecutivo. Uno scenario di elevata disoccupazione, impoverimento diffuso e disintegrazione sociale, che il governo Conte non appare in grado di contrastare. La gravità del quadro impone misure eccezionali e solidali su scala europea, non certo l’assoggettamento dell’Italia e dei suoi cittadini. La politica si faccia promotrice, in Italia e in Europa, di soluzioni innovative e coraggiose. E dalle reazioni dei nostri partner europei sappia trarre le conseguenze.

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Guerra batteriologica

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L’accusa del Pasdaran

Di fronte a un vero e proprio attacco di guerra che ha ammalato e poi condotto alla morte, due notti fa, anche uno dei pezzi grossi dei servizi segreti di Tehran, Ahmadinejad è stato l’unico statista al mondo che ha apertamente mostrato irritazione con lettere che tutti possono visionare, inviate a Oms e Onu. Lo statista islamico e nazionalpopolare, che in suo viaggio italiano del 2008 non ebbe timore alcuno nel definire Mussolini “un eroe del Mediterraneo, filoislamico” poco prima di essere attaccato dal servizio britannico residente in Italia con onde radioattive elettromagnetiche (almeno se stiamo a quanto sostenne l’ex ambasciatore iraniano e vari quotidiani come Ettel’at), ha accusato Londra e Usa di voler continuare a dominare il mondo con tutti i mezzi, anche con mezzi più atroci e pericolosi delle armi atomiche, che già senza scrupoli hanno nel passato utilizzato. Ma quanto si tentò allora di sopprimere ed annichilire, con Hiroshima, Nagasaki, Yalta, inesorabilmente sarebbe tornato alla luce più forte di prima: dal peronismo tercerista latinoamericano, al maoismo antiYalta, dal nasserismo mediterraneo alla Rivoluzione iraniana guidata dall’Imam Khomeini. Il Global Britain, per conservare il quale furono bruciati vivi migliaia e migliaia di innocenti bambini e civili a Dresda, Gorla, e furiosamente in tutto l’eroico Giappone che mai avrebbe altrimenti ceduto, perdeva pezzi fondamentali e casematte strategiche. Londra avrebbe continuato, però, a dominare il mondo tramite il “deep state” Usa (fazione Rothschild), la Fed ed il petrodollaro. La propaganda di Information Warfare (IW) che fa dell’11 settembre una azione del Mossad, o di Al Qaeda un ramo della Cia e del traditore Skripal’ avvelenato una vittima dell’onnipresente guastafeste Putin può proprio essere una conseguenza del potere propagandistico globale del britannico MI6. Operazioni chirurgiche, come quella del COVID-19 o, nel passato italiano, gli omicidi diretti di Giovanni Gentile e Benito Mussolini (compiuto dal reparto Z)  come quello politico di Craxi e sociale dell’IRI, non possono che rimandare all’azione brillante di reparti operativi o propagandistici culturale del servizio di Londra.

La tradizione imperialista di cui dispone la Gran Bretagna, come una sorta di immateriale capitale geopolitico e “spirituale”,  non solo rimanda a Disraeli (il più notevole e geniale statista dell’intero ‘800) ma possiede un “deep state” che si identifica con “una cerchia segreta”, così la chiama lo stesso Ahmadinejad. Tale fazione elitaria unifica la Regina con i Rothschild e non è di certo a disposizione degli Usa, al limite tenta di utilizzare al proprio fine i vari pupazzi di sorta, siano essi gli Obama o i Trump di turno. La Brexit, vista in tale luce, può ben essere un semplice depistaggio tattico. Mark Carney, Governatore della Banca Centrale d’Inghilterra, appartiene appunto alla fazione Rothschild; il ritorno di forza dei Rothschild ha un evidente significato politico e geopolitico. L’ipotesi che formulo è quello di un avvicinamento a passi da gigante a una nuova Yalta. Secondo l’intento dell’elite anglosassone, Londra e Pechino, come ieri Washington e Mosca, debbono raggiungere il deal e spartirsi il pianeta. Chiaramente la Russia e l’Europa da un lato, l’Iran dall’altro sarebbero le vittime designate di tale affare del secolo. La Russia, in particolare, come voleva Brzezisnki, sarebbe ridotta a pezzetti e stritolata. La fazione patriottica e anti-britannica di Xi Jinping, puntando alla supremazia globale, non è fino ad ora scesa a compromessi con i Rothschild, preferendo la compagnia di Vladimir Putin, e il COVID-19 potrebbe essere letto proprio in una tale ottica di Azione di Guerra ibrida.

Una consapevolezza europea, o meglio ancora quella di un “socialismo euromediterraneo” come lo definivano prima il Mussolini di Salò, stanco del pangermanesimo reazionario, poi Craxi stesso, è nella suddetta ipotesi la assoluta necessità tattica. Ogni fiducia verso la Germania e i tedeschi andrebbe superata definitivamente; dallo Stato maggiore prussiano a quello nazionalsocialista, lo storico infantile complesso filo-londinese dei vertici berlinesi ha già in due casi, decisivi, distrutto ogni ipotesi di collaborazione euromediterranea. Auspicabile, viceversa, la strategica gravitazione di macroregioni tedesche verso Mosca Terza Roma, una grande unità europea con centralità della Tradizione mediterranea e il recupero dell’Islam non occidentalizzato e fanatico come nostro tradizionale alleato (da Hezbollah ai rivoluzionari yemeniti passando per il martire Soleimani non mancano fraterni esempi…). La consapevolezza tattica, come fu compreso da chi ci ha preceduto, da Garibaldi a Berto Ricci, da Gentile a Mussolini, rimane la maggiore arma di fronte al Nemico di sempre: Londra, la Terza Cartagine, il Nemico dell’uomo.

Da

http://www.noreporter.org/index.php/conflitti/26468-guerra-batteriologica

VIGLIACCHI E INCAPACI

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Sulle questioni importanti, nella storia, i governi italiani hanno preso sempre decisioni idiote, sbagliate e dimostratamente rovinose per il Paese,
 ma quasi sempre a vantaggio di interessi stranieri.

Mi vengono a mente, risalendo nel tempo, l’adesione al MES, il Trattato di Dublino, il Six Compact, l’entrata nell’Euro, le privatizzazioni dell’Iri, l’entrata nello SME, la separazione della Banca d’Italia dal Tesoro, le Politiche Agricole Europee. Prima ancora: la gestione della resa nel 1943 (fuga del re, sbando dell’esercito, occupazione tedesca), la scelta di entrare nella II Guerra Mondiale, la Guerra di Etiopia, la scelta di lasciare che Mussolini prendesse il potere, la scelta di entrare nella I Guerra Mondiale e di condurla nel modo in cui fu condotta fino a Caporetto. Forse l’unica importante scelta intelligente che un governo italiano abbia mai fatto è stata la sostituzione di Cadorna con Diaz dopo Caporetto.

Il corona virus -un virus brevettato e derivato in laboratorio da quello della sars- colpisce dapprima in Francia, il 24 gennaio, poi in Germania, il 28, ma i governi di quei paesi tengono nascosta la cosa. Poi colpisce in Italia, e il governo italiano la sbandiera al mondo con isterica enfasi, creando l’apparenza che l’Italia sia il focolaio d’Europa. Blocca gli arrivi aerei diretti dalla Cina, ma non quelli indiretti – quindi è consapevole che vanno bloccati, ma fa in modo che continuino.

In Italia ogni anno coi virus invernali muoiono almeno 9.000 persone (quasi tutte già malate o vecchie, dove il virus è solo una concausa della morte). Ad ora sono morte col corona virus soltanto 250 persone circa, tutte già compromesse da altre cause. Con una scelta, quindi, quantitativamente pretestuosa e verosimilmente inefficace, oggi il governo ‘chiude’ le zone più produttive del Paese, mentre l’economia nazionale, già debole, sta sull’orlo di una recessione, e mentre niente fa per ridurre le infezioni ospedaliere, che uccidono 7.000 persone l’anno, né il consumo di tabacco, che ne uccide 90.000 e predispone ad ammalarsi proprio l’apparato respiratorio, bersaglio del corona virus. Perché lo fa? Cui prodest? Se si ferma l’economia, si fermano anche le risorse per la sanità, e avanza solo l’indebitamento e la dipendenza dall’estero.

Oggettivamente, le scelte del governo, anche se di buona fede, preparano il Paese per la sua consegna al MES e per una svendita totale ai capitali predatori della grande finanza, che premono per queste politiche sia dall’interno che dall”Europa’.

Conte, intanto, fa i fervorini agli italiani invitandoli al senso di “autoresponsabilità”.

L’unico modo per scongiurare strutturalmente il processo di recessione, indebitamento e svendita allo straniero è il recupero allo Stato della capacità di emettere moneta per finanziare gli investimenti produttivi e infrastrutturali e l’occupazione e sostenere la domanda e i redditi in modo che possano pagare i debiti. Solo la disponibilità di una moneta nazionale, pubblica ed emessa senza indebitamento netto del Paese potrebbe sostenere l’economia in questa situazione. Ma dove sono gli statisti capaci di fare questo e non asserviti agli altri interessi?

La balordaggine del governo è confermata dal fatto che ieri sera ha lasciato trapelare il decreto di confinamento, scatenando così la fuga dalla zona da chiudere verso il resto del Paese. Ora vedremo come bloccherà gli spostamenti in uscita e in entrata dall’area più produttiva del Paese, abitata da circa 17 milioni di persone.

08.03.2020 Marco Della Luna per il suo blog

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Il mercato globale delle autovetture crollerà a 76,9 milioni di veicoli quest’anno (un calo di quasi il 3,4% rispetto al 2019). Questa previsione è ancora  ottimista e presuppone che la diffusione del virus Corona possa essere fermata nei prossimi mesi e che i vaccini possano essere usati prima dell’autunno. Finora il crollo si è concentrato principalmente in Cina. In totale, le vendite di autovetture diminuiranno di 7,5 milioni di veicoli rispetto all’anno record 2017. Ciò corrisponde a circa la metà delle vendite annuali di auto dell’UE per dare un’immagine vivida “.

La Cina è il mercato più importante del mondo per le case automobilistiche tedesche con un fatturato annuo di circa 150 miliardi di euro – rappresenta circa un terzo delle loro vendite totali. Per quanto riguarda i loro profitti: dal momento che sono al di sopra della media nel Regno di mezzo, vi è persino il 40 percento del mercato lì.

Fatti e cifre

Numero di auto vendute in tutto il mondo (in milioni di unità):

  • 2000: 48.9
  • 2009 (crisi finanziaria): 55,9
  • 2015: 77.9
  • 2017 (record precedente): 84.4
  • 2019: 79.6
  • 2020 (stimato): 76.9

Numero di auto vendute in Cina (in milioni di unità)

  • 2010: 11.3
  • 2015: 20.0
  • 2017 (record precedente): 24.2
  • 2020 (stimato): 19.3

I più grandi mercati automobilistici del mondo nel 2020 (in milioni di unità / previsioni):

  • Cina 19.3
  • 2. USA 16.5
  • 3. Giappone 4.2
  • 4. Germania 3.3
  • 5. India 3.0
  • 6. Brasile 2.7
  • 7. Francia 2.2
  • 8. Gran Bretagna 2.1
  • 9. Canada 1.9
  • 10. Italia 1.9
  • 11. Russia 1.9
  • Corea del Sud 1.5

https://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/502543/Einbruch-am-Weltmarkt-Deutsche-Autobauer-stehen-vor-riesigen-Verlusten

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