ARLINGTON, VA – DECEMBER 15: (L-R) US Secretary of Defense Donald Rumsfeld, US President George W. Bush and US Vice President Dick Cheney attend the Armed Forces Farewell Tribute to Rumsfeld at the Pentagon December 15, 2006 in Arlington, Virginia. Praise was heaped on the outgoing secretary by Bush and Cheney and Rumsfeld used his farewell speech to call for an increase in military spending. (Photo by Chip Somodevilla/Getty Images)
Il progetto politico globale imposto in occasione del COVID-19
di Thierry Meyssan
Le inette reazioni dei governi europei al COVID-19 sono state dettate da ex consiglieri di Donald Rumsfeld e George W. Bush. Contrariamente a quanto afferma la retorica istituzionale, le misure adottate non hanno fondamento sanitario. Lungi dall’essere una risposta all’epidemia, esse mirano a trasformare le società europee, per integrarle nel progetto politico-finanziario del gruppo.
Sia che abbia origine naturale o artificiale, l’epidemia di COVID-19 offre l’occasione a un gruppo transnazionale d’imporre, all’improvviso, il proprio progetto politico, senza necessità di esporne, tantomeno di discuterne, il contenuto.
In poche settimane abbiamo visto Stati che si proclamano democratici sospendere le libertà fondamentali: vietare, sotto pena di ammenda o di reclusione, di uscire di casa, di partecipare a riunioni, di manifestare. L’obbligo scolastico per i minori di 16 anni è stato provvisoriamente abolito. A milioni di lavoratori è stato tolto l’impiego e imposta d’ufficio la disoccupazione. Centinaia di migliaia d’imprese sono state autoritariamente costrette a chiudere e non saranno più in grado di riaprire.
I governi hanno incoraggiato le aziende al telelavoro senza esservi preparate: il sistema Echelon ne ha immediatamente registrato le comunicazioni via internet. Il che significa che i “Cinque Occhi” (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti) hanno in archivio i mezzi per violare i segreti di pressoché tutte le imprese europee. È già troppo tardi per porvi rimedio.
Nessuna delle trasformazioni imposte alle società ha giustificazione sanitaria. Nessuno studio epidemiologico al mondo ha mai discusso, men che meno raccomandato, l’isolamento generalizzato obbligatorio per combattere un’epidemia.
I dirigenti politici degli Stati dell’Unione Europea, dapprima paralizzati da proiezioni matematiche deliranti di ecatombi nei loro Paesi [1], sono stati poi rassicurati da soluzioni già confezionate da un potente gruppo di pressione, i cui membri avevano incontrato al Forum economico di Davos e alle Conferenze di Monaco sulla Sicurezza [2].
L’isolamento generalizzato obbligatorio è stato concepito 15 anni fa all’interno dell’amministrazione Bush, non come strumento di tutela della salute pubblica, bensì di militarizzazione della società statunitense in caso di attacco terroristico. È il progetto che viene messo in atto oggi in Europa.
Il piano iniziale, concepito oltre vent’anni fa attorno al proprietario del laboratorio farmaceutico Gilead Science, Donald Rumsfeld, prevedeva di adattare gli Stati Uniti alla finanziarizzazione globale dell’economia: il pianeta andava riorganizzato dividendo geograficamente i compiti di ciascuno. Le zone non ancora integrate nell’economia globale avrebbero dovuto essere private delle strutture statali per diventare semplici riserve di materie prime; le zone sviluppate (fra cui Unione Europea, Russia e Cina) avrebbero avuto la responsabilità della produzione; gli Stati Uniti, e soltanto loro, avrebbero dovuto assicurare l’industria degli armamenti e della polizia mondiale.
A questo scopo fu creato, in seno a un think-tank, l’American Enterprise Institute, il “Progetto per un nuovo secolo americano”. Soltanto una parte del programma fu crudamente annunciata: quella necessaria per convincere grandi donatori a sostenere la campagna elettorale di George W. Bush. L’11 settembre 2001, dopo che alle 10 del mattino due aerei di linea colpirono il World Trade Center di New York, venne dichiarato il programma di Continuità del Governo (CoG), nonostante la situazione non fosse affatto prevista nei testi. Il presidente Bush fu portato in una base militare; i membri del Congresso e i loro collaboratori furono immediatamente trasferiti in un immenso bunker, a 40 chilometri da Washington. E il segretissimo Governo di Continuità, di cui Rumsfeld era membro, assunse il potere fino alla fine della giornata.
Approfittando dello shock emozionale di quel giorno, il gruppo fece adottare un poderoso Codice Antiterrorismo – redatto molto tempo prima – l’USA Patriot Act; creò un vasto sistema di sorveglianza interna, il Dipartimento per la Sicurezza della Patria (Homeland Security); reindirizzò la missione delle forze armate in funzione della divisione globale del lavoro (dottrina Cebrowski); ebbe così inizio la “Guerra senza fine”. Da due decenni viviamo, come in un incubo, nel mondo da loro forgiato.
Se non stiamo attenti, il gruppo attuale – di cui il dottor Richard Hatchett è l’elemento visibile – trasporrà il programma per gli Stati Uniti all’Unione Europea. Imporrà alla telefonia mobile un’applicazione di tracciamento, ossia di sorveglianza dei nostri contatti; rovinerà alcune economie per trasferirne la forza produttiva all’industria degli armamenti; infine ci convincerà che la Cina è responsabile dell’epidemia e deve perciò essere arginata (Containment).
Se non stiamo attenti, la NATO, che abbiamo creduto in stato di morte cerebrale, si riorganizzerà e si estenderà, con l’adesione iniziale dell’Australia, al Pacifico [3].
Se non stiamo attenti la scuola sarà sostituita dall’insegnamento a domicilio. I nostri figli diventeranno pappagalli privi di spirito critico, che tutto sanno ma che nulla conoscono.
Nel nuovo mondo che si sta preparando per gli europei della UE, i grandi media non saranno più finanziati dall’industria petrolifera, ma da Big Pharma. Ci convinceranno che le misure prese erano le uniche efficaci. I motori di ricerca valuteranno la credibilità dei media non allineati basandosi sulla nomea dei firmatari degli articoli, non sulla qualità dei ragionamenti.
Da più di due mesi siamo tutti coinvolti in una crisi che da sanitaria si è fatta vieppiù sistemica e capace di dissolvere molte decennali illusioni e rivelare la malattia spirituale che corrode sin nel midollo realtà dall’apparenza solida: l’UE, la statualità e la democrazia italiana, la nostra civiltà (che fu cristiana) nella sua cultura di massa e nella sua ideologia di fondo, la stessa Chiesa Cattolica.
In questa Italia in quarantena nuove illusioni sono sorte a riempire lo spazio lasciato dalle vecchie dissolte … illusioni però effimere destinate probabilmente a dissolversi appena la crisi economica che seguirà quella sanitaria farà sentire la sua morsa.
Si tratta allora di capire la crisi, culturale-spirituale di una civiltà prima che sanitaria e socio-economica, per poter ragionevolmente pensare al dopo-crisi, a come uscirne e a come e cosa ricostruire.
È l’interesse del nostro Osservatorio che ha avviato, a partire dal documento dell’arcivescovo Crepaldi, un Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus per pensare cattolicamente una risposta alla crisi partendo dal patrimonio filosofico/teologico della Dottrina sociale della Chiesa.
Ne abbiamo parlato con il professor Marcello Pera, illustre filosofo, già ordinario di Filosofia della scienza all’Università di Pisa, uno dei pensatori più autorevoli del conservatorismo liberale italiano, senatore della Repubblica per quattro legislature, Presidente del Senato dal 2001 al 2006, intellettuale laico dei più sensibili alla Tradizione Cattolica, capace di intessere con papa Benedetto XVI un dialogo filosofico approdato a pubblicazioni e che dura tuttora.
Presidente, l’arcivescovo Crepaldi ha parlato di una UE “morta per coronavirus”, Ella ha invece retrodatato il decesso considerando il virus solo come ciò che tale (già avvenuta) morte ha manifestato. Chi ha ucciso l’UE? Di cosa e quando è morta?
Credo che nella sostanza siamo d’accordo. Senza il coronavirus non ci sarebbe stato il certificato di decesso dell’Unione Europea. Lì si è visto che l’Unione non è uno Stato federale né confederale, come è noto, ma neppure una comunità, perché non si fa carico delle difficoltà che colpiscono i suoi membri e alcuni in modo particolare. Piuttosto, è emersa la volontà egemonica di alcuni Stati di dettare le regole agli altri. Esattamente come accadde con la Grecia, solo che stavolta l’evento è stato meno cruento. Osservo poi che sono stati proprio gli europeisti, quelli che si portano sempre al petto la medaglia d’onore e si danno pacche sulle spalle di autocompiacimento, a rompere il giocattolo. Nel migliore dei casi, hanno trasformato l’Unione in una banca, un’impresa di assicurazione, un istituto che presta soldi e che ciascuno poi si strozzi quando deve restituirli. Non avendo mai messo in gioco la sua identità e il suo destino, l’Europa alla prima prova seria e drammatica si è sciolta. Un’accozzaglia di Stati che stanno insieme se fa comodo, che si osteggiano per lo più, sul coronavirus oggi, come ieri sull’islam e l’immigrazione.
Il problema è dunque l’identità stessa dell’Europa (prima ancora che dell’UE), il suo riconoscersi o meno nella Civiltà Cristiana e dunque la sua capacità di alterità rispetto alla Umma islamica e alle civiltà orientali. Ma l’Europa (prima ancora che l’UE) è ancora Civiltà Cristiana? L’Europa odierna, almeno nell’autocoscienza che ne ha la cultura prevalente, non si pensa proprio come emancipazione dal Cristianesimo, come liberazione dall’identità storica cristiana verso un universalismo tendenzialmente astorico, apolide e areligioso?
No, l’Europa non è più cristiana, o lo è sempre meno, non pensa di essere stata battezzata anche dal cristianesimo, e considera la religione cristiana un ostacolo al progresso. Dice di credere nei “diritti”, ma, primo, non sa spiegarsi da dove sono scesi, secondo, quando scopre che alcuni diritti non sono comodi o urtano altri diritti, semplicemente li ignora. Il diritto alla vita? Non vale per l’aborto. Il diritto alla famiglia e a far nascere figli? Non vale per le coppie omosessuali. Il diritto alla dignità? Non vale per l’eutanasia. Eccetera. Siamo al supermercato, dove ognuno sceglie ciò che gli piace, e guarda all’etichetta di provenienza. Se per caso trova che un prodotto è “made in Christendom”, lo scarta: non ha il marchio di garanzia.
Ritiene corretto affermare che l’UE, più che un tradimento artificiale dell’Europa, sia piuttosto la coerente ed estrema espressione istituzionale dell’Europa così come pensata dalla cultura post-cristiana? Allora la crisi dell’UE è in verità crisi dell’Europa come post-Cristianità?
Sì, è così. Non c’è un disegno deliberato, piuttosto uno sviluppo quasi automatico, inerziale. A partire dal Seicento e ancor più dal Settecento, l’epoca dei Lumi, l’Europa si è confrontata con la grande scissione, fra il sapere e la fede, la scienza, la morale, la politica e la religione. Questo evento, a mio avviso anche più traumatico della riforma protestante, non è mai stato assorbito. Nel migliore dei casi, sapere e fede sono andate su due binari paralleli, ignorandosi, nel peggiore si sono osteggiate. “Post-cristiana” vuol dire che la nostra cultura prescinde dal cristianesimo; anche quando non lo nega, ne nega la funzione morale, politica, culturale, oltre che salvifica. Questo dice il secolarismo di oggi. E poiché il secolarismo è la cultura ufficiale dell’Unione Europea, l’Unione Europea secolarizzata disconosce le sue radici.
Se la crisi è spirituale la risposta non potrà che collocarsi a quell’altezza. Dunque la morte dell’UE e la patologia dell’Europa che risposta debbono trovare? Dobbiamo arrenderci ad un inevitabile lutto oppure è ancora ragionevole lavorare per la Civiltà Cristiana d’Europa?
Se la crisi è spirituale, e lo è, allora le istituzioni non bastano a risolverla. Occorre una nuova cultura. E qui vorrei ridire ciò che ho detto tante volte. Il cristianesimo non è solo la fede nel Dio incarnato, crocifisso e risorto, è anche la cultura della centralità della persona, in cui si rivela la sua natura creaturale. È vero che l’una cosa è congiunta all’altra, ma sono distinte. Perciò, se si fa questa distinzione, è possibile che anche il laico, colui che, sul piano della fede, non ritiene di appartenere alla ecclesia di Dio, diventi un alleato per l’affermazione del cristianesimo, sul piano della cultura.
Questa pandemia ha visto anche l’eclissarsi della presenza pubblica della Chiesa. Per la prima volta in duemila anni si è celebrata la Pasqua senza il popolo, le Sante Messe da due mesi sono interdette ai fedeli, non si celebrano matrimoni, prime Comunioni, battesimi e cresime. Persino i defunti sono sepolti senza esequie. E tutto nel silenzio … abbiamo rinunciato a tutto, persino ai funerali per i nostri morti, senza alzare la voce, senza lamento. Come legge questa afonia della Chiesa?
Amaramente. La leggo come l’effetto della secolarizzazione della Chiesa. Se questa guarda solo alla propria dimensione storica, temporale, allora chiudere una chiesa è come chiudere un teatro, riunirsi in una chiesa è come assembrarsi in un cinema, andare ad una Messa è come partecipare ad un comizio. Si perde la dimensione spirituale, il Corpo di Cristo. I fedeli a Messa o al battesimo o ad un funerale sanno che esiste un rischio di contagio, ma sanno anche come calcolarlo, ridurlo, evitarlo. Se, per il loro “bene”, affidano allo Stato le decisioni nella sfera ecclesiale, allora lo Stato riduce la Chiesa solo alla sua dimensione istituzionale pubblica, e la Chiesa si adatta a questa rappresentazione. Sono rimasto colpito da tanto silenzio e amareggiato da tanto zelo di assecondare le misure di sicurezza e precauzione fissate dal governo. Purtroppo, l’esempio è venuto dall’alto. Il presidente Conte deve essersi molto stupito: credeva di essere autorizzato a trattare la Chiesa come un qualunque altro organismo secolare, e poi s’è trovato ad essere contraddetto e fortemente criticato. “Ma come?! — immagino che abbia detto ai suoi alti referenti vaticani — non eravamo d’accordo?”. Effettivamente, lo erano, ma poi i referenti, spinti dai credenti, hanno corretto l’errore. O così almeno spero.
La teologia della storia è inscritta nella stessa Divina Rivelazione, antico e neo testamentaria. Si pensi solamente al poderoso affresco universale che costituisce, nell’Apocalisse giovannea, lo sguardo di Dio sulla storia del mondo ricompresa nell’esito escatologico. Allo sfaldarsi dell’impero romano la Chiesa rispose con il De civitate Dei di Agostino. E poi lungo i secoli sempre storia e metastoria, tempo ed escaton costituirono felice dialettica per una lettura degli eventi alla luce della Rivelazione. Oggi la Chiesa, i suoi Pastori rivelano quasi un imbarazzo a leggere ciò che ci accade trascendendo l’ordine intramondano, illuminando gli eventi con la luce della Divina Rivelazione, portando l’ermeneutica dei fatti sul terreno teologico. Così facendo, cioè autocensurandosi nella funzione teofora di rendere presente nel mondo Dio e il Suo sguardo sulle cose, la Sua voce, la Chiesa non si condanna forse all’inutilità? Non sarebbe proprio questo lo specifico contributo della Chiesa al bene comune: manifestare Dio nel mondo?
Temo che sia accaduto qualcosa di irreparabile nel breve tempo. La Chiesa è andata incontro alla modernità, ha civettato con lo spirito dei tempi e si è auto-rappresentata come moderna. L’evento è traumatico, perché significa passare dalla dimensione della salvezza, l’escatologia, a quella della libertà, l’ideologia. Una Chiesa ideologizzata, che si occupa della giustizia sociale, dei diritti dell’uomo, del progresso civile, che cosa ha più da dire? Diventa una voce secolare fra altre voci secolari. E va a rimorchio del secolarismo. L’esempio più emblematico è l’ecologia: salvare il pianeta, o magari l’Amazzonia, non è come salvare l’anima. E per di più cercare di salvare il pianeta insistendo sulla intrinseca bontà della natura o sull’equilibrio turbato dall’uomo, equivale a professare un’ideologia. Per di più falsa dal punto di vista cristiano: nella teologia cristiana, non solo l’uomo, anche la terra è caduta, non è più l’eden, non dà più solo buoni frutti, somministra anche veleni, come il coronavirus. La terra caduta è tanto amica quanto nemica dell’uomo. Mitizzarla come madre buona che nutre i suoi figli è una forma di paganesimo.
La crisi più dura, lo abbiamo detto, sarà quella socio-economica con le inevitabili ricadute politico-istituzionali. Ma anche su questo terreno la vera questione è prima di tutto culturale-spirituale-ideologica: l’idea di uomo e di società, di res publica e di diritto, di lavoro e di relazioni sociali. Abbiamo visto, ad esempio, farsi strada ammirazione (e anche una certa emulazione, almeno in intenzione) per il modello cinese. Un totalitarismo che si avvale delle nuove tecnologie (intelligenza artificiale in primis) per un controllo capillare della popolazione e per una gestione centralizzata e statale della vita sociale ed economica. Tutto ciò non è inquietante? Come leggere questa convergenza tra un certo radical-progressismo occidentale (anche cattolico purtroppo) e il socialismo cinese?
Sì, il fenomeno è inquietante. La Cina, grazie ad una combinazione di potere tecnologico e dittatura politica, è proiettata alla conquista del mondo, sicuramente all’egemonia anche sull’America. Finirà male, io temo, questa storia, perché finirà con una guerra, che coinvolgerà anche l’Europa, anche se all’inizio preferirà giocare la parte del solo spettatore neutrale. Ma, timori di guerra a parte, a me pare che ci sia un errore politico grave del nostro, soprattutto italiano, atteggiamento verso la Cina. Si scambia un rapporto amichevole con un’alleanza. Non puoi dire che, siccome Trump non mi piace o non mi aiuta come vorrei, allora io cambio la mia posizione geopolitica. Il mondo occidentale è una civiltà, la Cina è un’altra. A meno che non si faccia una scelta ideologica di parte, il comunismo contro la democrazia, non si può trattare l’America come un soggetto fungibile. Anche noi siamo l’America.
Abbiamo anche visto, in Italia specialmente, una tendenza della politica ad abdicare le responsabilità delle scelte ai così detti esperti, in questo caso i virologi. Uno strabordare mediatico ma, anche direttivo e decisionale, di tecnici in nome “della scienza” sulla autorità politica (Parlamento in primis). Siamo poi arrivati anche alla creazione di organismi tecnico-governativi per il controllo dell’informazione (con il pretesto delle fake news) sempre in nome “della scienza”. Come è possibile un simile regresso nella cultura politica italiana? Come è possibile una simile rozzezza nell’idea di scienza?
Sugli esperti, sarei meno severo. Quando lo sono davvero e c’è bisogno del loro parere sono utili, purché si sappia come interrogarli, cioè non alla maniera “E voi che ne pensate?”, e purché l’ultima parola, quella della decisione, spetti a chi ha responsabilità politica. Non sono sicuro che questo sia sempre stato il modo dell’impiego degli esperti da parte del presidente Conte. Il suo ultimo decreto sa di gioco a nascondino. Peggio è l’organismo contro le fake news. Un istituto di controllo contro le fake news gestito dal governo è esso stesso un generatore di fake news. Ed ha una filosofia tra assolutista e paternalista: il governo, non la pubblica opinione, decide la verità e la somministra al popolo che non saprebbe scoprirla da sé. Spesso mi domando quale sia la cultura di Conte. Di un po’ liberale vedo ben poco.
Per ricostruire l’Italia e l’Europa dopo questa crisi epocale si dovrà prima pensare a cosa e come si vuole ricostruire. Il rischio è quello di ritrovarci tutti in una Europa modello cinese? Non con il partito unico al potere magari, ma con una presenza ipertrofica dello Stato nella vita socio-economica, con un controllo tecnologico esercitato sui cittadini (spostamenti, operazioni bancarie, acquisti, opinioni espresse sul web tutto tracciato), con libertà limitate e la realizzazione di quello Stato-Provvidenza tanto caro alla vecchia socialdemocrazia ma sempre condannato dal Magistero sociale?
Quello è lo Stato di Orwell. Dobbiamo scongiurarlo. Però, che, senza neppure saper bene che cosa sia, la maggioranza degli italiani sia favorevole alla app che li rintraccia e li avverte, non mi pare che prometta bene. Sembra che siano disposti a sacrificare tanto alla paura dei rischi della salute e della sicurezza. Il clima adatto per scivolare nello Stato assolutista o totalitario.
Il contributo della Dottrina sociale della Chiesa è tutto, invece, nella direzione opposta: natura spirituale della persona umana (dunque libera e razionale), carattere organico della vita associata dell’uomo (famiglia, corpi intermedi, comunità politica), attività economica rimessa alla libera iniziativa d’impresa, welfare rimesso alla socialità libera dei corpi intermedi, educazione come dovere/diritto dei genitori, concezione sussidiaria dello Stato, riconoscimento di un ordine giuridico naturale vincolante anche per lo Stato, valore spirituale del lavoro umano, proprietà privata come diritto naturale, ruolo pubblico della religione, etc… Cosa si oppone ad una ricostruzione d’Italia e d’Europa secondo i principi della DSC? Quali invece le forze che potrebbero giovarsi della DSC per la loro azione politico-culturale?
Guardi, alla fin fine sono e resto un laico, non mi faccia fondare lo Stato su una dottrina specifica, specie se è così dettagliata come la DSC. Il cristianesimo è importante nella mia vita per alcuni princìpi di salvezza e credo che lo impoverirei se lo riducessi ad alcune formule politiche che pure in gran parte apprezzo. È per questo che dissento dalla Chiesa sulla questione dei diritti fondamentali dell’uomo: tutta quella massa di diritti che oggi abbiamo non può essere fondata solo sul Vangelo, spesso è politica contingente. Pensi solo al diritto alla democrazia! Ho letto di teologi che sostengono che può esistere una dottrina morale della Chiesa, ma sono in dubbio che ne esista una politica. Sul tema sono debitore del mio vecchio e caro Agostino, così diffidente e anche ostile all’idea che la politica abbia funzione pedagogica e ancor meno salvifica. Uno stesso principio cristiano in tempi diversi può fondare istituti diversi. Meglio non fare della casistica.
Ma, vista la confusione che c’è in giro, mi rendo conto che il punto merita un ulteriore approfondimento da parte mia:
La tipizzazione dei casi in cui limitare la libertà personale è coperta da “riserva di legge assoluta” prevista dall’art. 13 della Costituzione. Ciò vuol dire che per limitare la libertà personale, al di fuori delle ipotesi già previste dall’art. 13 della Costituzione (e dalle leggi vigenti), occorre una legge ordinaria ovvero un atto avente forza di legge (decreto-legge o decreto legislativo) previsto dall’art. 77 della Costituzione.
In entrambi i casi, cioè sia la legge ordinaria che gli atti aventi forza di legge, sono fonti primarie del diritto che – nella scala gerarchica delle fonti – si collocano due gradini al di sotto della Costituzione, un gradino al di sotto delle leggi costituzionali (e di revisione costituzionale) e un gradino al di sopra degli atti amministrativi del governo (regolamenti, Dpcm etc).
Cosa vuol dire, praticamente? Vuol dire che i casi in cui limitare la libertà personale possono essere indicati – TASSATIVAMENTE – solo dalla legge o dagli atti aventi forza di legge. Mai, e dico mai, da un atto del governo di fonte secondaria (regolamenti, Dpcm etc).
Fatta eccezione per la legge delega di cui al primo comma dell’art. 77 della Costituzione (alla quale segue l’adozione del decreto legislativo), né la legge ordinaria né il decreto-legge possono “delegare” al governo la tipizzazione dei casi in cui limitare la libertà personale.In nessun caso.
Il motivo è semplice: la tipizzazione dei nuovi casi in cui poter limitare la libertà personale da parte del governo avverrebbe – come di fatto è avvenuto – con atti amministrativi dell’esecutivo (fonte secondaria del diritto), come possono essere ad esempio i Dpcm o i regolamenti, in PALESE VIOLAZIONE della “RISERVA DI LEGGE ASSOLUTA” prevista dalla Costituzione.
Siamo nelle mani di gente al governo che, tra gli altri limiti, è anche priva di qualsiasi cultura giuridica e costituzionale.
Non vi è nulla di più monarchico del denaro. Permette di comprare sudditi, gratifica i più fedeli di privilegi e titoli nobiliari, permette di guardare tutti dall’alto e può essere trasmesso agli eredi. Ci sono molti principi dell’oro: alcune dinastie sono al potere – riservatamente, discretamente, eppure in maniera ferrea – da alcuni secoli. Parliamo dei Rothschild, dei Warburg, dei Rockefeller e di pochi altri. Alcuni siedono direttamente sul trono, non soltanto in Arabia e nei sultanati del petrolio. Le famiglie reali d’Olanda e d’Inghilterra sono tra i super ricchi del pianeta. Alcuni nuovi ricchi – Zuckerberg, Jeff Bezos – hanno presto imparato la lezione e usano spregiudicatamente il potere monarchico conferito dal denaro.
Qualcun altro, come GeogeSoros, ritaglia per sé il ruolo di Grande Vecchio, burattinaio globale della Società Aperta, attraverso le sue ONG volte al mondialismo, all’immigrazione, alla legalizzazione della droga. Ma il re del mondo, lo abbiamo imparato in questi mesi, è William Henry Gates III, il fondatore di Microsoft, inventore del sistema Windows attraverso cui operano un miliardo e mezzo di computer sull’intero pianeta, meglio conosciuto come Bill Gates, nato a Seattle il 28 ottobre 1955, “imprenditore, programmatore, informatico e filantropo statunitense”, secondo Wikipedia, l’enciclopedia globale, digitale e politicamente corretta.
Premesso che chi scrive ribolle di collera alla parola “filantropo”, Gates è davvero re del mondo e imperatore della sanità. È Bill I, il Fondatore, poco importa se è l’uomo più ricco del mondo o se fa soltanto parte della crème dei super ricchi, dall’alto di un patrimonio di almeno 50 miliardi di dollari, spicciolo più, spicciolo meno. A proposito: lorsignori, in questi mesi di crisi sanitaria, economica e finanziaria, sono diventati ancora più ricchi. Nelle ultime settimane, secondo il prestigioso Institute for Policy Studies, tre sole persone, Jeff Bezos di Amazon, Warren Buffett lo speculatore e Bill Gates hanno raggiunto il ragguardevole primato di possedere la stessa ricchezza della metà più povera delle famiglie americane.
Leggeremo poco di questi fatti sulla stampa ed ancor meno ascolteremo notizie sulle grandi catene televisive. Bezos, tra le altre cose, è proprietario del Washington Post, mentre Bill I è un generoso “donatore” – philantropie, come noblesse, oblige – di organi mainstream come l’inglese Guardian, a cui, secondo il sito MintPress, ha graziosamente offerto più di 9 milioni di dollari. Altri 3 sono andati alla catena televisiva NBCUniversal, 4,5 a NPR, National Public Radio, una rete di novecento emittenti radiofoniche americane qualificate “indipendenti”. Un milioncino è toccato agli arabi di Al Jazeera; astronomica la somma dispensata al programma finanziario della BBC Media Action: 49 milioni. Il re del mondo ci tiene a che si parli bene di lui: perciò non bada a spese, approfittando del fatto che i titoli informatici e quelli legati al mondo dei vaccini sono in impetuoso rialzo.
Sono le attività riunte nella sua augusta persona. Il caso più eclatante è quello di Novavax, un piccolo laboratorio del Michigan specializzato in vaccini che ha annunciato il tentativo di sviluppare un vaccino contro il Covid19. In due giorni, la sua capitalizzazione ha raggiunto 600 milioni di dollari. L’azienda americana è uno dei vassalli dell’Impero di Bill I, che vi ha generosamente investito denaro della fondazione intitolata a se stesso e alla regina moglie, Melinda Gates. Pare davvero che il Re sia ossessionato dalla salute dei suoi sudditi, che vuole proteggere attraverso vasti programmi di vaccinazione collettiva ed obbligatoria, accompagnati dalla “tracciatura” delle masse umane sulle quali regna.
Per farcela, si è innanzitutto assicurato il controllo di una delle più influenti istituzioni mondialiste, l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Pochi sanno che l’OMS, diretta da un politico africano marxista di lungo corso, implicato in massacri e guerre civili, Tedros Adhanom Gebreyesus, scelto soprattutto per il colore della pelle, è sostanzialmente una proprietà privata di Bill Gates. Egli, attraverso la Fondazione e la sua ONG Gavi, è il primo contribuente al bilancio totale. Le donazioni volontarie, informa il British Medical Journal, tra le quali prevalgono quelle del Re del Mondo, costituiscono l’87 per cento del bilancio dell’Oms, e sono in larga misura vincolate a programmi di vaccinazione. Inutile ricordare che chi paga i suonatori decide la musica; superfluo altresì rammentare che non pochi vaccini imposti dall’OMS per volontà di Bill I hanno prodotto gravi problemi, tanto che le sue fondazioni sono sotto inchiesta in India. Gli esperimenti avvengono in corpore vili, nei paesi più poveri del mondo.
Di recente, Bill Gates ha annunciato di volersi impegnare ancor più nella ricerca su ben sette vaccini. Il Coronavirus è un gran bell’affare. Il principio è la strategia dello choc enunciata da Naomi Klein: paura generalizzata, crollo delle piccole e medie imprese, confinamento. Risultato: una immensa recessione mondiale unita alla paura fisica. Fertile terreno per gli interessi dell’uomo che controlla i nostri computer. Quello che interessa i mondialisti è l’omogeneizzazione dei comportamenti, ovvero la loro militarizzazione, “la capacità di far agire una folla come un sol uomo, il vertice dell’arte politica, attraverso metodi di condizionamento, cioè di addestramento comportamentale, tipo cane di Pavlov “. (<strategika.fr>)
Bill Gates è diventato uno dei massimi leader d’opinione mondiali. Il suo pensiero è stato diffuso il 19 marzo scorso sul suo blog. Quattro erano le affermazioni esposte: la soluzione al virus passa necessariamente per un vaccino; quel vaccino dovrà essere accoppiato a un certificato digitale attestante chi è vaccinato e chi non lo è; in attesa di trovare il Santo Graal, bisogna restare a casa e mantenere il distanziamento sociale; tale attitudine non può e non deve essere estesa ai comportamenti politici degli Stati. Secondo l’imperatore, la risposta deve essere infatti più globalismo, più governo mondiale, più “società aperta”. A vantaggio di chi, ce lo raccontano ogni giorno i bollettini di Borsa. Dall’alto del suo potere, ottenuto dispensando denaro, Bill I finge di commettere un errore logico, per instillare nell’opinione pubblica – manipolata e terrorizzata – il convincimento che la pandemia è la conseguenza di un deficit di mondializzazione. Sconcertante.
Detto e fatto: Ursula Von der Leyen, la sturmtruppen tedesca della Commissione Ue, si è affrettata a dichiarare che “il ritorno alle frontiere nazionali costituisce una minaccia per la vita e la salute dei cittadini dell’Unione, poiché verrebbe perturbata la catena di approvvigionamento. Il mercato deve rimanere fluido”. Tutti a casa, insomma, fuorché le loro maestà, le merci e i capitali. Lo sbocco della crisi è quello che interessa il Re: vaccinazione di massa e sorveglianza elettronica. Nulla importa che in varie parti del mondo stiano emergendo terapie di varia natura a costi più bassi e, ovviamente, senza l’invasività vaccinale. Bill I, il pompiere piromane, ha deciso diversamente. Chi ha in mano il sistema, crea un problema o permette che si aggravi, per imporre la sua soluzione. Nel mondo dell’informatica, non è un segreto che virus e antivirus siano concepiti dagli stessi gruppi di ricerca.
Il biopotere, di cui Bill Gates è maestro, ha bisogno di uno stato di alterazione temporanea del giudizio, di una suggestione indotta e moltiplicata dalla paura e dalla stessa cattività imposta. È l’istinto del gregge. Il biopotere vuole il Grande Confinamento. Per questo ha predisposto, attraverso la tecnologia informatica e di sorveglianza, una grande prigione a cielo aperto. Miliardi di individui isolati, tutti sotto l’occhio del potere e della sua tecnologia di controllo. Verifichiamo, da parte del biopotere, la destabilizzazione dei ritmi biologici e delle costanti antropologiche, con l’obiettivo di cambiare profondamente il destino della nostra specie. Giocano con i nostri nervi e la nostra salute.
Nel caso di Bill Gates poco importa indagare se nelle sue azioni abbia un ruolo il delirio di onnipotenza o il desiderio patologico di passare alla storia; non si deve neppure immaginare una soluzione al Covid-19 diversa dalla vaccinazione universale. Sbaglieremmo se pensassimo che il movente sia il denaro. È già sin troppo ricco, e l’alleanza con i vertici della finanza creatori del denaro fa sì che il denaro sia non un dettaglio, ma solo uno strumento. Importa il dominio, il potere. Un mezzo privilegiato è la vaccinazione obbligatoria di massa, magari unita alla soppressione del denaro “fisico”, accusato di essere un veicolo di trasmissione di virus. Infine, il colpo da maestro, il delitto perfetto: l’introduzione nel corpo umano di componenti chimici ed elettronici che permettono la tracciabilità e l’identificazione numerica degli individui, come e meglio dell’allevamento animale.
Probabilmente, non si tratterà, a lungo termine, della “pulce” a radiofrequenza RFID, ma di oggetti ancora più minuscoli e di “tatuaggi” a punti quantici. Per questo parliamo di una monarchia tirannica il cui simbolo è Bill Gates, geniale tecnologo che conosce meglio di ogni altro le possibilità dell’informatica, unita alla cibernetica e alla chimica. Bill I è ai vertici di un programma di identificazione numerica generalizzata, il cui nome è ID2020. La crisi presente si sviluppa nell’ambito di un confronto sempre più aspro tra Cina e Usa per la supremazia elettronica. Il governo cinese sta cercando di sostituire Windows, la creatura di Microsoft, con un sistema proprio. Se l’operazione riuscisse, vista la potenza crescente del Dragone, Microsoft sarebbe morta, i sistemi occidentali non potrebbero più spiare il mondo. In Asia non sono certo migliori: la sorveglianza elettronica di massa è già una realtà, ad esempio con il sistema di credito sociale a riconoscimento facciale.
Nessuna “diceria dell’untore”: il Rubicone digitale è stato oltrepassato e il programma vaccinale di Bill Gates è una delle tappe fondamentali. Bill I ha parlato chiaro: non ci saranno più raduni di massa senza un vaccino mondiale. Parole di Re o di tiranno. ID2020 annuncia il progetto di “esplorazione di molteplici tecnologie biometriche d’identificazione dei neonati”, basata sulla vaccinazione e sull’“esclusivo utilizzo dei mezzi più efficaci”. Il mezzo essenziale è un tatuaggio di alta tecnologia, realizzato con il MIT di Boston, in grado di immagazzinare dati in un colorante invisibile sottocutaneo. È la realizzazione del marchio della Bestia di cui parla l’Apocalisse, amministrato da Gavi, la ONG “sanitaria” di Bill Gates. La rivista scientifica del MIT (Massachusetts Institute of Technology) ne ha così spiegato il funzionamento: “I ricercatori hanno dimostrato che il nuovo colorante, composto da nanocristalli chiamati punti quantici, emette una luce simile agli infrarossi che può essere rilevata da uno smartphone specificamente equipaggiato”.
Una delle prime utilizzazioni su grande scala potrebbe portare essere l’abolizione del denaro contante. Per paura del coronavirus, stiamo imparando a usare e gettare una serie di prodotti monouso: perché non abbandonare l’abitudine a banconote e monete? Per alcuni analisti geopolitici, la crisi del Coronavirus e la conseguente depressione economica è utilizzata come copertura per l’avvento di un nuovo sistema finanziario digitale, con la messa in opera di una “nanopulce” obbligatoria unita a un vaccino che crea un’identità numerica completa e individualizzata. Deliri? Temiamo di no. Non crediamo ai filantropi, tanto meno quando sono animati, come Bill Gates, da un inquietante messianismo. L’esito, al di là della terapia antivirus, potrebbe essere il collegamento all’intelligenza artificiale, con un’umanità sorvegliata a tempo pieno. Una distopia destinata ad avverarsi.
Nell’intervista dianzi citata, Bill I ha francamente ammesso (o disposto?) che le attività indispensabili, come la scuola, possono essere organizzate “da remoto”, mentre quelle che richiedono riunioni di massa “possono essere, in un certo senso, opzionali. Dunque, sinché non sarete vaccinati, potrebbero non ritornare affatto.” Padrone, oltreché del sistema operativo che usiamo e dell’OMS, anche del nostro corpo, sino a decidere gli spostamenti e le attività consentite e proibite. Carota e bastone, come molti tiranni: il re del mondo dice chiaramente che certi “raduni di massa” saranno considerati atti di disobbedienza civile, beninteso, se non accettassimo la vaccinazione.
La “riunione di massa” è una costante della vita degli uomini, tanto più nelle società contemporanee, un bisogno della nostra specie. Nessuno vorrà privarsi dell’intrattenimento, dello sport e dello spettacolo, dunque faremo la coda – disciplinati e mansueti come pecore matte – per ottenere da Microsoft il “tatuaggio quantico”, un nome gradevole, tecnologico e progressista. Ci marchieranno con un identificante invisibile mentre ci vaccineranno contro qualcosa, qualunque cosa faccia abbastanza paura.
Intanto, nonostante i significativi successi di diverse terapie alternative, Bill Gates, Big Pharma e il potentissimo apparato tecnoindustriale indicano come unica rotta planetaria, la corsa verso un vaccino anti Covid 19 realizzato e prodotto in gran fretta, di cui non si conoscono gli effetti collaterali, la vera composizione e che farà da battistrada alle nanotecnologie di identificazione. Non aspettiamoci che i ricchi si mettano in coda per essere i primi a beneficiarne. La statistica di una rivista medica statunitense, l’American Journal of Public Health, in California, epicentro della ricerca biometrica e sede dei giganti di Silicon Valley, ha constatato che le richieste di esenzione dalle vaccinazioni è doppia nelle scuole private delle classi superiori. Pare che valvassori e valvassini del re del mondo preferiscano lasciare a noi, popolo e plebe, il vaccino “identitario” che unirà tutte le razze e le istituzioni sotto lo stesso tetto mondialista. Loro continueranno a vivere in quartieri esclusivi, chiusi in un confinamento di filo spinato, guardie armate e distanziamento sociale dalla massa.
Bill Gates – questa è un’altra pessima notizia – ha avuto un lungo colloquio con Giuseppe Conte, dunque l’Italia fa parte dei suoi progetti e del suo impero. Chiunque può informarsi e rendersi conto che il catalogo è questo, il menu unico e obbligatorio preparato dal potere e diretto – niente affatto segretamente – da Bill I Re del mondo e da una formidabile struttura tecnoscientifica e finanziaria dotata di mezzi immensi. Se ci piace, accomodiamoci pure. Altrimenti, almeno non voltiamoci dall’altra parte, non ci balocchiamo in dispute anacronistiche tra guelfi e ghibellini, non fingiamo di non sapere.
Oggi più che mai la retorica della festa dei lavoratori del 1° maggio ha raggiunto il punto più basso dal giorno della sua calendarizzazione. Di fatto, inesorabilmente, un’abrogazione di diritti sul lavoro dopo l’altro, da festa dei lavoratori si è trasformata alla “festa ai lavoratori” (vedasi la situazione venutasi a creare dopo i provvedimenti anti coronavirus, trasformatisi in provvedimenti affossa lavoro e lavoratori).
Dall’unità d’Italia, fino all’avvento del governo monarchico fascista, le condizioni dei lavoratori erano disumane, i pochi provvedimenti in termini di diritti migliorativi si dimostravano gravemente inadeguati e non per tutti.
È storicamente e documentalmente dimostrato, che la dignità che spettava ai lavoratori, viene ad essi consegnata dai provvedimenti introdotti dal governo monarchico fascista, così come onestamente aveva asserito la comunista Margherita Hack.
“Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo”.
“Le dirò –prosegue la Hack– il fascismo modernizzò il paese. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo” (Marzo 2013 Barricate).
Anche da oltre Oceano giunsero segni di apprezzamento per l’opera messa in atto dall’Italia del Ventennio. John Patrick Diggins, autore del libro “L’America, Mussolini e il Fascismo”, a pag. 45, ha scritto: “Negli anni Trenta lo Stato corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia nella navigazione, nell’aviazione, nelle costruzioni idroelettriche e nei lavori pubblici, offriva un allettante esempio di azione diretta di pianificazione nazionale. In confronto all’inettitudine con cui il Presidente Hoover affronto la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività (…)”.
Il comunista Renzo De Felice: “La liberale e antifascista ‘Nation’ arrivava ad auspicare un Mussolini anche per gli Stati Uniti”.
L’inglese Michael Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché Presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro “What’s wrong with the modern world?” lo Stato Corporativo di Mussolini come l’unico metodo per uscire dalli crisi.
Il Regime fascista nel suo “programma politico e sociale per l’ammodernamento e l’industrializzazione del Paese”, come osservato anche dal politologo e storico statunitense James Gregor, non poteva eludere una globale politica previdenziale. La competenza dell’INPS andava dall’invalidità e vecchiaia alla disoccupazione, dalla maternità alle malattie.
Altre assicurazioni coprivano, praticamente, la totalità dei prestatori d’opera, garantendo così all’Italia un altro primato mondiale. Sulla scia dell’INPS sorsero, sempre negli anni ’30, l’INAM, l’EMPAS, l’INADEL, l’ENPDEP, tutti enti che permetteranno poi, anche se fra scandali, ruberie e arroccamenti di potere politico, all’Italia post-fascista di tutelare i lavoratori.
Frank Delano Roosevelt aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, ossia proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.
Nel 1933 Roosevelt firmò il First New Deal, e il Second New Deal venne firmato nel 1934-1936. Quindi Franklin D. Roosevelt ad istituire il Social Security Act, una legge che introduceva, nell’ambito del New Deal, indennità di disoccupazione, di malattia e di vecchiaia.
Contemporaneamente nacque anche il programma Aid to Family with Dependent Children (aiuto alle famiglie con figli a carico), tutti provvedimenti che avevano già visto la luce in Italia nel Ventennio fascista. Incredibilmente, gli Stati Uniti d’America, la casa della democrazia accettò, mutuò ed applicò i concetti degli Stati totalitari per uscire dalla grande crisi. Purtroppo, per gli USA, la Corte Costituzionale americana, decretò l’incostituzionalità di alcuni provvedimenti.
Quel che segue è un elenco frammentario ed incompleto, ma significativo, di alcune leggi, riforme a favore del lavoratore realizzate dal Fascismo, che cambiarono il volto della società italiana.
Assicurazione Invalidità e Vecchiaia (R.D. 3184 – 30/12/1923); Riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere (R.D. 1955 – 10/9/1923); Tutela lavoro donne e fanciulli (R.D. 653 – 26/4/1923); Assistenza ospedaliera per i poveri (R.D. 2841 30/12/1923); Assicurazione contro la disoccupazione (R. D. 3158 – 30/12/1923); Maternità e infanzia (R.D. 2277 – 10/12/1925); Assicurazione contro la TBC (R.D.2055 -27/10/1927); Esenzioni tributarie famiglie numerose (R.D.1312 – 14/6/1928); Opera nazionale orfani di guerra (R.D. 1397 – 26/7/1929); Istituzione libretto di lavoro (R.D. 112 – 10/1/1935); INPS (R.D.1827 – 4/10/1935); Riduzione settimana lavorativa a 40 ore (R.D. 1768 – 29/5/1937); ECA (R.D. 847 – 3/6/1937); Assegni familiari (R.D. 1048 – 17/6/1937); Casse rurali e artigiane (R.D.1706 – 26/8/1937); INAM (R.D. 318 – 11/1/1943); Legge sull’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali e legge istitutiva dell’INAIL (R.D. 928 – 13/5/1929 e R.D. 264 – 23/3/1933)
Il capolavoro per eccellenza fu la socializzazione delle imprese.
<< Chi dice lavoro dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si armonizzano con quelli della produzione e della Nazione>>. (BENITO MUSSOLINI, Il primo discorso presidenziale alla Camera dei deputati, in Opera Omnia, XIX, pp. 21-22)
Storicamente nel periodo compreso tra il 1919 (Conferenza di Pace di Parigi) e il 1939 si consuma la chiusura dei conti del Capitalismo Finanziario con i due “indisciplinati” Paesi europei, Germania e Italia. Il progressivo deterioramento dei rapporti tra il Fascismo e le democrazie occidentali, è dovuto principalmente alle decisioni adottate da Mussolini nell’interesse del popolo italiano, che determinarono sostanziali cambiamenti nella vita economica e sociale del nostro Paese.
Vedi la progressiva costituzione dello Stato Corporativo. Il 18 agosto 1926, nel discorso che tenne a Pesaro, Mussolini manifestò la propria intenzione di rivalutare la lira, stabilendo la cosiddetta “Quota Novanta”, cioè il limite massimo del cambio della nostra moneta (lire 92,46) per una sterlina inglese (e di 19 lire per un dollaro degli Stati Uniti).
La rivalutazione della lira era dunque il primo passo del percorso, tracciato da Mussolini, verso la prevista socializzazione delle imprese, enunciata poi, in ben altre, difficili, circostanze nel 1944, come parte fondamentale dei 18 punti del Manifesto di Verona.
Queste le parole di Mussolini “La socializzazione altro non è se non la realizzazione italiana, umana, nostra, effettuabile del socialismo. Dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge le meccaniche livellazioni inesistenti nella natura impossibili nella storia”.
Tappa decisiva di questo processo furono i principi dell’ordinamento corporativo, espressi nella Carta del Lavoro che vide la luce nell’aprile del 1927. La “Carta del Lavoro” attribuiva ai lavoratori quei diritti che per la prima volta permettevano loro di stabilire nuovi e ordinati rapporti con i detentori del capitale.
Nell’assegno in bianco – conosciuto come Armistizio Lungo – accettato firmato il 29 settembre del 1943 dal maresciallo Badoglio per il Regno d’Italia, Art. 33 è il più significativo, perché di fatto pretende l’abrogazione della legge sulla socializzazione delle imprese. ”Il Governo italiano adempirà le istruzioni che le Nazioni Unite potranno impartire riguardo alla restituzione, consegna, servizi o pagamenti quale indennizzo (payments by reparation of war) e pagamento delle spese di occupazione”.
Finita la guerra, i comunisti che controllavano il C.L.N.A.I., come primo atto ufficiale, firmato da Mario Berlinguer (padre di Enrico), addirittura il 25 aprile, abolirono la legge sulla socializzazione. Era il dovuto riconoscimento da parte dei comunisti verso il grande capitale, per l’aiuto economico elargito da quest’ultimo al movimento partigiano dominato al novanta per cento dai comunisti.
Con l’introduzione della Repubblica – dopo un referendum Monarchia / Repubblica discutibilissimo – le tutele dei lavoratori sono in settantacinque anni stuprati, violentati, abortiti. La legge Biagi, che ha reso il lavoro precario, abrogata e sostituita con una legge ancor più disarmante, il Jobs act, l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, il recepimento della direttiva Bolkestein, la legge Fornero….
In un Paese, l’Italia, che il 25 aprile festeggia un’OCCUPAZIONE militare (sul territorio italiano 59 basi ed installazioni militari con personale statunitensi con circa 13.000 militari) spacciata per liberazione (stratificata sindrome di Stoccolma), non stupisce che si festeggino i lavoratori quanto in realtà, come già anticipato sopra, è da tempo che hanno fatto la FESTA ai lavoratori con la complicità dei sindacati.
Ps. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non è una barzelletta che non fa ridere, è il primo articolo della Costituzione della Repubblica Italiana.
Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, Progetto Nazionale.
Io credo che la verità dei fatti, anche ammesso che si accerti in quanto tale, non sia la verità. (…) La verità di quegli anni è una verità che può essere taciuta in pubblico”. (Adriano Sofri)
Sergio Ramelli, anni diciotto, morto all’Ospedale Maggiore di Milano il 29 aprile del 1975. Il 13 marzo era stato aggredito da un commando di Avanguardia Operaia che gli aveva spaccato la testa a colpi di chiave inglese, la funesta Hazet 36. Negli Anni Settanta, tutti i militanti di destra hanno rischiato di finire così. Anch’io. Anch’io ero un fascista del Fronte della Gioventù. Anch’io entravo a scuola quando c’erano i picchetti dei katanga. Anch’io, quando sentivo urlare ”Hazet 36, fascista dove sei?” pensavo che cercassero me. Anch’io, come Ramelli, mi ero ingenuamente autodenunciato con un tema anticomunista nel compito in classe di italiano.
A me andò bene perché la professoressa mi chiamò alla cattedra e mi disse che l’avrebbe nascosto dove sapeva solo lei. Non in sala professori. Voto sette e mezzo, ma fu tutto merito di Giorgio Pisanò, di cui copiai quasi alla lettera un articolo uscito su “Candido”. Era la primavera del 1976.
L’anno prima, per un tema simile finito in mano agli studenti dell’Istituto Molinari di Milano, uno dei covi del peggior estremismo di sinistra della città, Ramelli era stato processato pubblicamente, più volte picchiato, insolentito, vessato, tanto da dover cambiare scuola. Venne aggredito assieme a suo padre persino quando andò a ritirare i documenti necessari al passaggio in un nuovo istituto. Se la videro brutta anche i pochi professori e il preside che tentarono una minima difesa di quel fastidioso alieno che finalmente toglieva il disturbo. Se uccidere un fascista non era un reato, e per molti probabilmente non lo è ancora, figuriamoci picchiarlo.
Non ho mai smesso di pensare alla coincidenza del tema scritto in classe, della necessità di cambiare strada per andare a scuola, per tornare casa o per andare al “Fronte” in via Locatelli a Bergamo. Ricordo il timore dei miei genitori, in particolare di mio padre, che però non poteva lamentarsi più di tanto perché era stato lui il primo a farmi leggere il “Candido” e il “Borghese”.
Il 29 aprile 1976, primo anniversario della morte di Sergio, entrai a scuola durante l’ennesimo sciopero e l’ennesimo picchetto per farmi interrogare in fisica. Uscii prima del tempo perché le lezioni furono sospese e, alla stazione delle corriere, trovai mio padre che mi caricò in auto e partì subito per tornare a casa: “A Milano hanno ucciso un consigliere provinciale del Movimento Sociale”. Questa volta non si trattava di un ragazzo, il morto era l’avvocato Enrico Pedenovi, che nel pomeriggio avrebbe dovuto partecipare alla commemorazione di Ramelli. Appena avuta la notizia, mio padre aveva lasciato l’officina per venire a cercarmi e portarmi via. Questi erano gli Anni Settanta, anni di piombo in cui morirono anche tanti giovani di sinistra. Ma uccidere uno di noi non era un reato.
Ho parlato di me, ma questa era la vita di tutti i militanti di destra, per i quali non era previsto il rispetto perché non erano uomini: erano solo topi di fogna. Era la vita di Sergio Ramelli ed è stata anche la sua morte, come quella di tanti altri camerati. Uso la parola “camerati” senza prenderne le distanze neanche tanti anni dopo. Per lui, dopo la persecuzione quotidiana, si è compiuto tutto fra il 13 marzo, quando lo assalirono sotto casa in via Paladini, e il 29 aprile 1975, quando morì nell’ospedale milanese. La banda assassina era formata da studenti della facoltà milanese di medicina: otto a presidiare la zona e due a picchiare fino a quando la vittima rimase a terra senza più muoversi.
Naturalmente non fu concesso il corteo funebre, naturalmente non ci fu il minimo segno di cordoglio da parte del cosiddetto “arco costituzionale”, naturalmente fu tutto considerato come una legittima azione antifascista negli ambienti della sinistra estrema e non. Naturalmente, uccidere un fascista non era un reato: “Hazet 36, fascista dove sei?”
Ma la persecuzione non terminò con la morte del topo che aveva osato uscire dalla fogna. I muri di Milano e di tutta Italia si riempirono di scritte che dicevano, “1, 10, 100 Ramelli” a cui molti aggiungevano “Con la riga rossa tra i capelli” facendo sobrio riferimento al cranio che gli avevano rotto. Per anni la famiglia ricevette telefonate e lettere anonime nelle più delicate delle quali si diceva alla signora Anita, la madre di Sergio, che una scrofa poteva solo partorire un maiale. Il fratello, Luigi, che non si occupava di politica, fu terrorizzato da aggressioni e minacce e costretto ad allontanarsi da Milano. La sorella di nove anni poteva andare a scuola solo con la scorta. Il padre morì per infarto.
Tutto senza che la cosiddetta società civile avesse da eccepire, perché uccidere un fascista non era un reato. Tutto nel silenzio omertoso di una sinistra in cui tutti sapevano, ma nessuno parlava, come per decenni è avvenuto nel triangolo della morte in Emilia. Però qui si era nella civilissima Milano, capitale morale di un’Italia marcia, dove la sinistra che conta coincideva con la buona, buonissima borghesia, fatta di medici e giornalisti in carriera, avvocati e architetti di grido, ingegneri e magistrati in voga. Ovviamente democratici, antifascisti e intoccabili.
Solo dieci anni dopo, in seguito alle rivelazioni di Sergio Martinelli, Michele Viscardi e Maurizio Lombino, tre pentiti della colonna bergamasca di Prima Linea che in città conoscevamo fin troppo bene, vennero a galla i nomi dei partecipanti all’agguato. I primi arresti furono disposti dai giudici istruttori Guido Salvini e Maurizio Grigo nel 1985. Il processo, che si occupava anche del sanguinoso assalto al bar milanese di Largo di Porto di Classe, iniziò nel 1987 e vedeva imputati persone divenute importanti in città, quasi tutte passate da Avanguardia Operaia e Democrazia Proletaria: i medici Marco Costa, Giuseppe Ferrari Bravo, Claudio Colosio, Franco Castelli, Luigi Montinari, Walter Cavallari, Claudio Scazza, la ricercatrice Brunella Colombelli, Giovanni Di Domenico e Antonio Belpiede, divenuto capogruppo del Pci a Cerignola. Di Domenico fu assolto per insufficienza di prove e Cavallari dichiarato estraneo ai fatti. Costa e Ferrari Bravo, riconosciuti come coloro che materialmente colpirono a morte Ramelli, vennero condannati a 15 anni di reclusione e gli altri a pene minori, tutti per omicidio preterintenzionale. In appello fu accolta la richiesta di mutare l’accusa in omicidio volontario, ma le pene furono sensibilmente ridotte, sentenza confermata dalla Cassazione.
Dopo l’arresto dei colpevoli e per tutta la durata del processo, la famiglia Ramelli tornò in un nuovo girone infernale di persecuzioni e minacce. Ma per comprendere quale fosse il clima di quegli anni e quale fosse l’ambiente che lo manipolava, è bene lasciare la parola al giudice Salvini, uomo di sinistra, intervenuto nel 2015 a un ricordo di quei fatti organizzato dal circolo “Ordine Futuro” di Milano.
“Quando il collega Maurizo Grigo ed io riprendemmo in mano quell’indagine semi-abbandonata l’unica pista presente negli atti svolti, assai pochi, portava a quello che si poteva definire un episodio pre-terroristico. (…) Non fu un’indagine facile e non fu facile rompere il muro di omertà che si era creato intorno a quell’omicidio. Quegli studenti, divenuti ormai col tempo medici affermati, appartenevano quasi tutti alla buona borghesia milanese. Uno di essi era addirittura il fratello del segretario milanese di Magistratura Democratica che si trovava accanto a lui, in casa, al momento dell’arresto. (…)
Capimmo solo dopo aver scoperto i colpevoli il significato di qualche ‘vocina’ che ci aveva suggerito di ‘lasciar perdere’ quel vecchio caso irrisolto. E, dopo gli arresti, io e il collega fummo accusati dal mondo di cui avevano fatto parte quei giovani di aver condotto un’azione ‘repressiva’ come se gli omicidi dovessero distinguersi per il colore politico della vittima. Eravamo dei giudici ‘reazionari’ che pretendevano di processare il ’68.
Nessuno dei suoi coetanei che avevano ucciso Sergio Ramelli aveva avuto, dopo quello scempio, una crisi di coscienza che lo portasse a costituirsi. Nessuno di essi si consegnò e tutti fecero prevalere una scelta ideologica di protezione del proprio mondo di riferimento, un mondo che avrebbe riportato un danno politico dalla scoperta degli autori dell’agguato. Se si fossero invece consegnati la confessione in quel momento storico e l’attenzione che ne sarebbe seguita sulle conseguenze della scelta della violenza come metodo di lotta politica avrebbero contribuito a far riflettere e forse a limitare nuove violenze che invece per anni proseguirono. (…)
Del resto l’omicidio di Sergio Ramelli non fu un ‘errore’ enemmeno fu giudicato tale dall’area politica che ne era stata l’istigatricee la responsabile. Sui muri di Milano anzi comparvero per anni a vernice rossascritte con espressioni, che non voglio qui ripetere, che inneggiavano alla fine di Ramelli e nei cortei, ritmato da centinaia di voci, si udiva lo slogan ‘1-10-100 Ramelli’. Non vi fu quindi alcuna riflessione ma piuttosto una lugubre rivendicazione collettiva da parte dell’estrema sinistra.
Qualche mese dopo gli arresti per l’omicidio di Sergio Ramelli, nel dicembre 1985, fu scoperto, del tutto casualmente, in un abbaino di viale Bligny l’archivio della struttura di ‘informazione’ di Avanguardia Operaia, aggiornato costantemente a partire dall’inizio degli anni ‘70 e abbandonato all’inizio degli anni ‘80. Accanto a documenti contenenti informazioni anche di prima mano sull’eversione di sinistra e quella di destra vi erano, in cartelle e contenitori, migliaia di schede su giovani e militanti di destra, le loro fotografie e i loro indirizzi, tra cui quelli del fratello di Ramelli (che non faceva politica) le loro abitudini e i luoghi frequentati, documenti d’identità e agendine sottratte durante aggressioni e addirittura i verbali di alcuni ‘interrogatori’ condotti all’interno di alcune scuole da militanti del servizio d’ordine dell’organizzazione su giovani ritenuti di destra. L’archivio, allegato agli atti del processo faceva capire, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che azioni simili a quella consumata nei confronti di Ramelli non erano frutto di una decisione occasionale o istintiva ma di un capillare controllo sul territorio attuato, in forma sempre violenta, da quella già ho già chiamato una ‘polizia parallela’ che agiva in nome dell”antifascismo’: ovunque fosse possibile l’obiettivo era quello di una ‘pulizia ideologica’ condotta nei confronti del ‘nemico’, molto spesso rappresentato non da estremisti pericolosi ma da semplice ragazzi con idee ‘non consentite’”.
Per completare il quadro, non ci si può esimere dal riascoltare questo brano dell’arringa dell’avvocato Gaetano Pecorella, che in seguito diventerà presidente della Commissione Giustizia alla Camera per conto di Forza Italia. Pecorella difendeva gli imputati dell’assalto al bar i Largo Porto di Classe nello stesso processo per l’omicidio Ramelli e giustificò così l’azione del commando rosso: “Quando i diritti di una comunità non vengono realizzati, la comunità ha il diritto di riappropriarsi di quei diritti: in quel caso togliere spazio e agibilità ai fascisti non è un reato, ma la legittima applicazione di un principio costituzionale. Come si vede, dunque, in questo contesto anche assaltare un bar poteva avere un fine di alto valore sociale”.
In un’intervista rilasciata a Gad Lerner per “L’Espresso” del 6 ottobre 1985, il segretario di Democrazia Proletaria Mario Capanna diceva: “L’assassinio del giovane fascista fu un tragico errore. Di fronte a tutte le stragi e agli assassini rimasti impuniti, un magistrato vuol far luce dieci anni dopo. Mi chiedo se l’inchiesta non sia destinata a produrre più ingiustizia che giustizia. Penso anzitutto agli arrestati e alle loro famiglie, e penso all’attacco portato a Dp, l’ultima rimasta a disturbare il manovratore. Ma la storia non si scrive con il codice Rocco e le leggi speciali”.
Per rispondere al processo agli assassini di Ramelli, Democrazia Proletaria, organizzò un convegno a Milano intitolato Le vere ragioni, i cui atti furono pubblicati dall’editore Mazzotta. Tranne Miriam Mafai, Claudio Petruccioli e il deputato radicale Gianluigi Melega, tutti furono completamente solidali con gli accusati. Adriano Sofri, come sempre il più sulfureamente lucido, disse tra l’altro: “Io credo che la verità dei fatti, anche ammesso che si accerti in quanto tale, non sia la verità. Vorrei fare un piccolo elogio del linguaggio allusivo e dell’ambiguità: io credo che senza l’ambiguità si elimina la possibilità della comunicazione reale tra le persone e resti solo la comunicazione giudiziaria. La comunicazione giudiziaria è in grado di accertare la cosiddetta verità dei fatti, però la verità di quegli anni è una verità che non può essere afferrata univocamente e in alcun modo. La verità di quegli anni è una verità che può essere taciuta in pubblico – infatti fatico molto a parlare di questi argomenti, è un vero problema – oppure espressa in altre forme; può essere espressa da un romanzo, se arriverà”.
Ancora una volta, l’ex leader di Lotta Continua stava un passo avanti a tutti e aveva dato forma compiuta al modo in cui Milano, che ormai era divenuta quella da bere mantenendo sempre la sua anima di sinistra, maneggiava l’omicidio di Sergio Ramelli: la verità non può esistere e, se anche esistesse, non direbbe veramente il vero e dunque va pubblicamente taciuta. Alla radice di questo pensiero ci sono una inequivocabile pulsione gnostica, un tratto esoterico e iniziatico così potenti da governare il silenzio collettivo di una città e poi di un intero Paese che è difficile chiamare Nazione.
Questo pensiero e la prassi che ne segue non sono stati sconfitti dalle confessioni degli assassini e dalle sentenze. Ancora oggi, a 45 anni di distanza, ci si sente in dovere di non ascrivere alla storia l’omicidio di un ragazzo inerme, che mai aveva commesso un gesto di violenza. La sua morte deve essere ancora interpretata e i suoi carnefici non debbono più essere legati alla memoria di quei fatti.
È notizia di nemmeno due settimane che il dottor Claudio Colosio, responsabile dell’unità operativa ospedaliera di medicina del lavoro all’ospedale San Paolo di Milano, è stato escluso dal comitato tecnico scientifico per il rilancio della Lombardia dopo il Coronavirus in quanto condannato per l’omicidio di Ramelli. Commentando il fatto su “Libero” del 18 aprile, Renato Farina riesce obliquamente a dire che, sì, una volta appurata la questione era opportuno rimuovere il dottor Colosio dal comitato. Ma solo per per evitare inutili gazzarre, perché in realtà si tratta di un’ingiustizia: “un uomo non può essere marchiato per sempre, fin nel fondo della sua anima, da un atto efferato ma per cui ha pagato il conto con la società. Come molti altri più di me (ricordo Italio Pilenga che ebbe i suoi cari sterminati gratuitamente dai partigiani) ritengo debba prevalere il desiderio di riconciliazione”.
Renato Farina dimentica che, per quanto abbia pagato il suo debito con la società, un uomo che ha ucciso un suo simile rimarrà per tutta la vita un assassino proprio “fin nel fondo della sua anima”, perché lì non c’è nessun giudice terreno che lo possa assolvere. E, in ogni caso, chiunque è titolato a chiedergliene conto: qui sulla terra e persino il Buon Dio nel giorno del Giudizio, anche se il dottor Colosio, non so Renato Farina, magari non ci crede. La pacificazione non passa attraverso l’oblìo, ma attraverso il ricordo, che può essere abbandonato al tempo soltanto dalle vittime. Mai dai carnefici.
Proprio a questo proposito, nel suo articolo, Renato Farina riesce a dare il peggio. Con fare ancora più obliquo e melmoso, lascia intendere che la signora Anita Ramelli non ha fatto cosa buona negando il perdono agli assassini del figlio. Colosio, ci informa Farina “chiese perdono senza ottenerlo dalla signora Anita, mamma di Sergio, che dopo l’agonia di 48 giorni del figlio non smise mai di battersi per ottenere giustizia, ed è deceduta il 23 dicembre del 2013. È un diritto individuale non perdonare”.
Nel 1997, Anita Ramelli disse in un’intervista: “Io non ho mai chiesto vendetta, ma giustizia. Ho avuto fiducia, nonostante tutto, nella magistratura. Ho sofferto in silenzio aspettando che un giorno mi portassero la notizia ‘Anita, li hanno presi’. Sergio ormai è morto, nessuno può ridarmelo, ma sono andata in aula, al processo, anche per lui, perché fosse fatta giustizia fino in fondo. Un delitto così non poteva restare impunito anche dopo tanti anni. Insomma, non fu una baruffa tra ragazzi, ma un agguato premeditato. Lo ammazzarono in pieno giorno, qui davanti a casa”. E poi, la signora Anita doveva difendere il figlio dalla macchina del fango messa in moto per sporcarne la memoria e attenuare di conseguenza la colpa dei suoi assassini. Salvo rare eccezioni Sergio venne dipinto da tutta la stampa, “Avvenire compreso” si stupì il giudice Salvini, come un picchiatore nero, una sorta di terrorista senza pietà che raccoglieva quanto aveva seminato. Pochi ebbero il coraggio di dire che la sua militanza consisteva nel distribuire volantini e attaccare manifesti e che la domenica faceva servizio all’oratorio.
La richiesta di perdono a cui si riferisce Farina è una lettera del 1986 firmata da Franco Castelli, Luigi Montinari, Claudio Colosio, Claudio Scazza e Walter Cavallari in cui si dice, tra l’altro: “Lo scopo di questa lettera è quello di aprirci con Lei e con i Suoi familiari, con quanti sono stati vittime del nostro gesto. Molti di noi oggi hanno figli e quindi possono ancora meglio capire la Sua sofferenza di allora e di adesso nel ricordo di quei tragici momenti. Può capire il bene che ci lega ai nostri familiari e ai nostri figli; la loro lontananza, che pure abbiamo accettato, e che alcuni di noi tuttora accettano, la separazione dai nostri figli, che pure sappiamo sani e speriamo ingenuamente sereni, ci fanno ancora più comprendere, pur con le dovute differenze, l’abisso di disperazione che l’ha accompagnata in questi anni”.
Chi sono io per giudicare? Non certo Renato Farina e non giudico la sincerità di quella lettera. Prendo atto che venne scritta dopo undici anni di silenzio corrotto dalla collusione soltanto quando la verità, nonostante Adriano Sofri, aveva almeno fatto capolino. “Colosio non si nascose più”, dice Renato Farina con tratto quasi comico se non fosse tragico. Ma prima cosa aveva fatto? Prima cosa avevano fatto gli altri della banda e tutto l’ambiente che li proteggeva?
“Avessi ricevuto prima quella lettera,” ha detto la signora Ramelli “una lettera anche anonima, anche solo due righe in dieci anni, anni di ferite, mi avrebbe aiutato molto… mi avrebbe aiutato a tirare avanti… Ma l’hanno scritta dieci anni dopo che erano stati arrestati e che la verità era venuta alla luce. (…) Poi arrivò la raccomandata con l’offerta di risarcimento danni. Quando l’ho ricevuta ho sofferto tanto, sono tornata indietro nel tempo. Ho pianto per tre giorni quando l’ho letta. Non so, forse è una prassi offrire soldi ai familiari di qualcuno che è stato ammazzato, ma io quei soldi non li ho voluti”.
Queste non sono le parole di una una donna che rifiuta il perdono, sono le parole di una madre che accetta la sofferenza con dignità. E poi non si trattava semplicemente di perdonare le persone che le avevano ucciso il figlio. Alla signora Ramelli veniva chiesto di perdonare l’aggressione collettiva a cui Sergio e la sua famiglia sono stati sottoposti per anni. Veniva chiesto di perdonare l’idea di occultare la verità teorizzata da Sofri. E questo nessuno lo può e lo deve fare. Ma tutto questo Milano non lo sa.
ESCLUSIVO: il Lombardo-Veneto sconfiggerà il virus?
Annunciata in Veneto la correlazione tra l’enzima che provoca il tumore alla prostata (e la calvizie) e il coronavirus, ma il merito potrebbe essere di un giovane ricercatore monzese che abbiamo intervistato in esclusiva
L’Ultimo di una lunga serie di annunci che danno speranza arriva dal Veneto; il nuovo potenziale rimedio contro il Covid-19 sarebbe un farmaco per disfunzioni alla prostata. Quella che, ad oggi, senza una sperimentazione, è una semplice ipotesi scientifica, gira in Italia inascoltata da ormai un mese. Noi di Orwell.live l’avevamo ricevuta da un collaboratore, poi avevamo deciso di non pubblicarla, dopo esserci confrontati con degli esperti in ambito medico.
La bella notizia diramata l’altro ieri – che sarà approfondita sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine – nasce dall’osservazione che il coronavirus utilizza un vettore-enzima per entrare nelle cellule da infettare, che è lo stesso enzima che viene inibito dai farmaci contro il tumore alla prostata. Infatti, si è constatata una seria correlazione nei pazienti trattati per il cancro alla prostata: chi è stato trattato con questo farmaco non ha avuto problemi di coronavirus – come ha spiegato anche il presidente Zaia – elogiando il lavoro della Fondazione per la Ricerca Biomedica Avanzata guidata dal professor Mario Pagano e dell’Istituto Veneto di Medicina Molecolare in collaborazione con l’Università di Padova e la Regione Veneto.
Insomma, un’ipotesi innovativa che, se confermata, potrebbe davvero dare una svolta nella cura del virus.
Come detto, già a metà marzo 2020, avevamo ricevuto lo studio del dottor Simone Mosca, di Monza, intitolato “Potential Beneficial Role Of 5α-Reductase Inhibitors (5-ARIs) In Patients With Coronavirus Disease 2019 (Covid-19)”.
Il dottor Simone Mosca.
Simone Mosca è un giovane studioso e ricercatore, non ancora quarantenne, plurilaureato in Biotecnologie, Farmacia e Chimica presso le Università di Milano e di Pavia e che ha maturato un prestigioso curriculum di ricerca tra Berlino (presso il Max-Planck Institute for Colloids and Interfaces), San Diego (presso lo Scripps Research Institute) e Basilea, come postdoc scientistpresso la Novartis.
Dopo anni di ricerca, è tornato in Italia, a Monza, dove siamo riusciti a contattarlo per approfondire l’argomento.
Ci può spiegare in sintesi la questione?
«I punti chiave alla base della teoria da me suggerita sono i seguenti. Il primo è una presunta correlazione, sotto diversi aspetti, del Covid-19 con ormoni androgeni e condizioni o patologie derivate (prostatiche e calvizie, in primis). Il secondo è l’ampio utilizzo di farmaci consolidati per queste condizioni, con conseguente vantaggio rispetto allo sviluppo di nuovi farmaci specifici per il nuovo coronavirus in termini di tempistiche di sviluppo, conoscenza del profilo farmacologico ed effetti collaterali, nonché di dati già disponibili relativi all’ampio numero di pazienti che li assumono regolarmente o, comunque, con essi trattati: su base statistica, numerosi di questi dovrebbero figurare fra i positivi o quantomeno hanno avuto contatti con soggetti affetti da Covid-19».
Come è nata inizialmente l’idea?
«Confrontando dati raccolti da diversi studi, ovviamente anche in altri Paesi, ho basato la mia ipotesi sui seguenti punti:
dati epidemiologici diffusi già a febbraio/inizio marzo relativi al Covid-19;
2. dati clinici su terapie e farmaci antinfiammatori che sono stati riportati essere efficaci in pazienti affetti da Covid-19;
3. implicazione medesimi mediatori dell’infiammazione (per esempio interleuchina 6) in condizioni infiammatorie androgene (prostatiche e calvizie) e non (per esempio malattie cardiovascolari, CVD) che i dati epidemiologici hanno evidenziato predisporre a sintomatologia grave ed elevata letalità in pazienti con Covid-19;
4. correlazioni fra ormoni androgeni (diidrotestosterone), relative concentrazioni, e i suddetti mediatori dell’infiammazione e condizioni infiammatorie androgene e non;
5. conoscenza dei meccanismi di invasione cellulare del virus SARS-CoV-2, pubblicati a inizio marzo sulla rivista scientifica Cell, e implicazione del medesimo enzima (TMPRSS2) in patologie e condizioni androgeno dipendenti (prostatiche e calvizie), nonché correlazione fra meccanismi regolatori dell’espressione cellulare di questi e i livelli di ormoni androgeni, diidrotestosterone in particolare, anche se – ovviamente – trattasi di un equilibrio ormonale piuttosto complesso, come peraltro noto da anni. In aggiunta non è da escludere una ulteriore correlazione regolatoria dei medesimi ormoni ed il recettore ACE2, punto di ingresso cellulare del virus del Covid-19 e predisponente all’infiammazione che determina la sintomatologia e letalità del Covid-19;
6. ampia disponibilità ed utilizzo di farmaci anti-androgeni (per esempio bloccanti del diidrotestosterone – per esempio i cosiddetti 5ARI) per condizioni e patologie androgeno-dipendenti (calvizie e prostatiche);
7. contatti con pazienti che assumono farmaci anti-androgeni ed analisi relative alle percentuali di contrazione dell’infezione e sviluppo delle forme sintomatiche più gravi di Covid-19 da parte loro».
Che accoglienza ha avuto la sua tesi nella comunità scientifica?
« È chiaro che al momento si tratta solo di un’ipotesi di lavoro come altre ma gli indizi a favore sono molteplici. La mia ipotesi è girata nel mondo accademico e ospedaliero, ma finora purtroppo non si è effettuato alcun test. Ci si è limitati a osservare dati clinici su pazienti che assumevano solo un farmaco e di un solo tipo dei vari in uso per la prostate e considerate quanti si questi avessero contratto il Covid-19. È necessaria una sperimentazione per valutare non solo l’efficacia del farmaco indicato dall’Università di Padova, ma ampliare le osservazioni e la valutazione dei dati relativi a diverse classi di farmaci impiegati per le condizioni e le patologie androgeno dipendenti».
Ha provato a parlarne ad altri media?
«So che alcuni amici hanno parlato con diversi giornalisti, che però non hanno colto bene la questione. Abbiamo provato a contattare anche alcuni politici ma non hanno dimostrato interesse».
In che modo calvizie e tumore alla prostata sono collegati?
Si tratta di condizioni e patologie correlate ai medesimi ormoni, in particolare il diidrotestosterone. Semplificando, per curare la calvizie si usano farmaci più blandi, sull’ipertrofia prostatica altri e sul tumore alla prostata altri ancora. Per condizioni di gravità crescente, farmaci di efficacia ed effetti collaterali crescenti. Purtroppo, esistono anche ulteriori complicazioni e variabili, anche associate ai farmaci stessi, quali per esempio le differenti tempistiche di azione che rendono necessaria la sperimentazione per appurarne non solo l’efficacia ma anche la compatibilità con le tempistiche di sviluppo dei sintomi e complicanze associate al Covid-19. Non sono sufficienti ipotesi e osservazioni di dati disponibili, che comunque potrebbero fare anche emergere un potenziale “profilattico” verso Covid-19 dei farmaci in questione.
Chiave è il principio da me fatto emergere di utilizzare farmaci per ipertrofia prostatica e condizioni analoghe; la terapia arriverà poi dalla sperimentazione, prima sulla base di osservazioni di efficacia di ciascuna delle opzioni terapeutiche e, poi, con relativi test Covid-19».
Una persona con problemi di calvizie è quindi più facilmente aggredibile dal virus?
«In teoria sì, ovviamente semplificando perché esistono diverse forme di calvizie. Al pari di chi è affetto di patologie a livello prostatico, non opportunamente trattate».
Per questo i bambini sembrano immuni al virus?
«Sempre sulla base della mia ipotesi che, ripeto, necessita di conferme nonostante quanto uscito ieri dall’Università di Padova, è logico immaginare che ciò derivi dalla carenza fisiologica degli ormoni androgeni suddetti, e in particolare il diidrostestosterone».
Anche se Zaia non l’ha citato, sembra si riferissero alla bromexina come farmaco. Cosa ne pensa?
«Ho letto l’intervista del professor Andrea Alimonti – docente all’università di Padova e ritenuto e l’anima della tesi di cui parliamo – che cita due inibitori del menzionato enzima TMPRSS2, la bromexina (farmaco da banco, in Italia ampiamente venduto in farmacia come mucolitico per la tosse grassa) e il camostat (farmaco disponibile in Giappone). Mi limito a rilevare che entrambi questi sono già stati abbondantemente considerati, tant’è che i trial sulla bromexina avrebbero dovuto essere avviati a metà febbraio, seppure sulla base non dell’ipotesi da me suggerita ma sulle proprietà mucolitiche del farmaco. Il camostat è indicato dall’articolo già menzionato pubblicato a inizio marzo sulla rivista Cell nonché citato anche dal professor Pagano.
Tengo a precisare che entrambi questi farmaci sono stati presi in considerazione già a marzo, ma non in Italia e sulla base delle proprietà mucolitiche ed inibitorie del meccanismo di infezione cellulare da parte del virus, ovvero dell’enzima TMPRSS2.
Quindi, per chiarezza, l’utilizzo di farmaci inibitori del TMPRSS2, compresi quelli citati ieri dai docenti dell’Università di Padova, era già stato ampiamente suggerito per il trattamento di Covid-19. Invece la mia ipotesi, pur avvalendosi del supporto di considerazioni relative anche all’enzima TMPRSS2, non si limita a indicare questi o altri farmaci specifici ma a rilevare delle correlazioni e quindi in prima istanza l’analisi di dati relativi a pazienti che hanno assunto o assumono, in maniera più o meno continuativa, diverse classi di farmaci impiegati per il trattamento di condizioni e patologie androgeno dipendenti.
L’analisi di tali dati, già disponibili, ora anche in Italia ma già prima in Cina, avrebbe dovuto evidenziare i farmaci più indicati per la sperimentazione clinica su pazienti affetti da Covid-19».
Sembra che ci siano degli sviluppi sul fronte vaccino e si è già aperto il dibattito se renderlo o meno obbligatorio. Cosa ne pensa?
«La problematica è complessa. Ad oggi non solo le tempistiche ma la stessa possibilità di sviluppare un vaccino sono aleatorie, per diversi motivi correlati sia al virus sia alla eventuale immunità sviluppata. Un vaccino ha comunque bisogno di adeguate sperimentazioni, quindi tempistiche di sviluppo, nonché produttive per coprire la richiesta a livello mondiale. Quindi, considerando anche i dati epidemiologici, sarebbe opportuno valutare di somministrarlo alle classe maggiormente a rischio di contrarre forme gravi e letali di Covid-19, e quindi escludere, almeno inizialmente, i bambini».
Vittorio Colao e la sua “task force” di tecnici sopraffini che farà rifiorire l’Italia, per prima cosa ha preteso l’immunitàpenale e civile per sé e i suoi tecnocrati. Vuole insomma l’esenzione anticipata da ogni responsabilità criminale per gli atti e le decisioni che prenderà lui e la “task force”.
Il solo a lanciare l’allarme è stato Claudio Borghi. Silenzio, naturalmente, del Quirinale.
Se si avesse voglia di filosofeggiare, si potrebbero fare profonde considerazioni sul nome di cui si fregia una democrazia che, mentre ha sostanzialmente privato dell’immunità parlamentare agli eletti dal popolo, ha trasferito la più totale immunità da ogni legge ai tecnocrati non eletti. Perché l’immunità che reclame per sé e i suoi il Colao, è un privilegio che ha il governatore della BCE e membri del suo consiglio, nei fatti l’hanno i commissari europei, tutti i capi delle organizzazioni sovrannazionali e globali, e come abbiamo scoperto recentemente, anche il direttore del Meccanismo Europeo di Stabilità, il molto discusso MES: “E’ assolutamente, totalmente completamente IMMUNE alle leggi dei 19 stati dell’Area Euro. Non può essere toccato, per nessun motivo, per nessun reato, né lui né i 6 membri del suo board”.
Un privilegio dei monarchi per diritto divino, è dunque oggi passato a i vertici tecnocratici: un interessante progresso della laicità. Le azioni del monarca o dell’autocrate legibus solutus un tempo tendevano ad essere bollate come “arbitrii”, governo arbitrario , dai miscredenti progressisti; quegli stessi miscredenti progressisti che oggi ci spingono ad entrare nel MES, assoggettando con tranquillità l’intera nazione al potere legibus solutus del dottor Klaus Regling, capo pro-tempore per diritto divino del filantropico Meccanismo a cui il governo da noi non eletto vuol farci entrare, insieme a tutat l’Europa che conta, ossia immune da ogni conseguenza giudiziaria.
Solo pochi giorni fa l’onnipotente ed immune il dottor Regling ha smentito di aver mai detto “Italia e Spagna devono venire in ginocchio”. E ci si può credere, avendo il sistema degli immuni altri mezzi di convinzione. L’aumento dello spread, ormai a 240: i mercati ci puniscono “per la lagna no-Mes”, ci informa il professor Giampaolo Galli, PD, economista: l’unico economista a fingere di ignorare che lo spread lo fanno aumentare non i mercati, la BCE, attraverso Bankitalia, bastando che smetta per qualche ora di comprare i BTP.
“Si tratta di una pressione per mostrare al popolo italiano che deve entrare nel MES. Gli spread miracolosamente scenderanno appena l’Italia porrà la sua firma sul MES, decretando il suicidio economico del Paese”: così il diplomatico ed economista francese Sébastien Cochard. “Come nel maggio 2018, quando la BCE cessò di rimpiazzare i titoli italiani in scadenza nel suo portafoglio; lo spread salì: questo al momento del braccetto di ferro di Mattarella e Salvini sulla nomina di Savona. Anche adesso è una pressione per indurre l’Italia ad entrare nel MES. Isabel Scnhabel è in questo momento quella che agisce sui mercati per la BCE”.
Isabel Schnabel, se ricordate, è la membra tedesca della BCE, quella che ha suggerito alla Lagarde la frase anti-italiana: «Non siamo qui per chiudere gli spread» fra Btp e Bund. Ovviamente immune da conseguenze civili e penali.
Più in generale, dice lo stesso Cochard in una intervista a Sputnik France,“Si servono della crisi attuale per spingere una agenda di integrazione europea”, ovviamente secondo le regole tedesche : austerità, pareggio di bilancio, e per l’Italia “ avanzo primario del 4% per 50 anni, ossia il dissanguamento della classe media”.
Il che ci riporta a Colao e alla sua task force per la splendida rinascita. Come mai vuole preliminarmente l’immunità penale e civile? Quale crimine intende commettere impunemente? E’ l’uomo che ha giudicato un successo il trattamento che la UE ha fatto subire alla Grecia: dunque si servirà della crisi attuale per spingere un programma di integrazione europea, con l’Italia al posto della Grecia. Questo è ormai un progetto palese e plateale della tecnocrazia eurocratica, e del PD di servizio (i grillini, nemmeno il caso di nominarli). Ma questo non è ancora tutto. Oltre che membro del Bilderberg della Trilaterale, Vittorio Colao ha, da gran tempo, caldi rapporti professionali e personali con Bill Gates.
E in questi giorni Gates sta moltiplicando le interviste su tutti i media internazionali, e contattando tutti i leader del mondo , per promuovere quello che lui stesso chiama “il suo vaccino digitale universale” per tutti i 7,6 miliardi di esseri umani del pianeta.
“Vaccino digitale universale”: ai nostri lettori, la terminologia sarà chiara: è il piccolo tatuaggio invisibile,ma elettronicamente leggibile, con le informazioni su ciascuno di noi, che Gates ha pagato per far mettere a punto. Non gli importa nemmeno più di fingere di volerci inoculare un vaccino contro il corona; qualunque vaccino va bene, l’importante è che le autorità degli Stati obblighino per legge ad avere il vaccino – in realtà il certificato digitale tatuato – per poter uscire a lavorare ed essere liberato dalla reclusione sanitaria. Anche questo viene a fare Colao? Il Gauleiter di Bill Gates per la colonia Italia.
Quello che è venuto a mancare in Occidente (la cui cultura ha ormai infettato anche civiltà millenarie ad esso lontanissime e con una visione dell’essere e della sua ragione di esistere quasi diametralmente opposta alla nostra, come la cinese) è il coraggio.
Durante la Seconda guerra mondiale i combattenti delle opposte sponde lasciarono sul terreno 68 milioni di morti, 10 milioni e mezzo appartenenti alle forze dell’Asse (Germania, Giappone, Italia, quest’ultima ne ebbe solo 472 mila) gli altri agli Alleati (russi, col maggior numero di perdite, 25 milioni, americani proporzionalmente col minor numero, 413 mila, inglesi 365 mila più il variegato mondo dei Paesi appartenenti al Commonwealth). Il tutto per cinque anni di guerra. Attualmente (10/4) i morti nel mondo per il Corona sono 86 mila in cinque mesi circa. Dovendo però scomputare in questa macabra ma necessaria comparazione tutti o quasi i Paesi africani che alla Seconda guerra mondiale non presero parte e che attualmente pagano un tributo di 8 mila morti circa. In una comparazione molto approssimativa, perché per esempio la Spagna non partecipò all’ultima guerra mondiale ma oggi è uno dei Paesi più infettati, 68 milioni di morti in cinque anni contro 78 mila in cinque mesi. Quindi anche se nei prossimi quattro anni e mezzo il Corona dovesse procedere progressivamente resterebbe comunque lontanissimo dai 68 milioni di morti della Seconda guerra mondiale. Eppure questa epidemia “tremar il mondo fa”.
Il coraggio è una componente essenziale dell’essere umano, anche se non va confuso con la temerarietà e l’irresponsabilità, perché anche la paura è un’altra importante componente purché sia tenuta sotto controllo. Credo che a tutti noi sia capitato, almeno una volta nella vita, di trovarsi in una situazione di grave pericolo, le reazioni sono di due tipi: c’è chi, sotto adrenalina, reagisce e la scampa e chi ne rimane paralizzato e soccombe.
In tutte le civiltà lato sensu europee che hanno preceduto la nostra (greca, ellenistica, latina, medioevale) il coraggio non era solo una dote indispensabile al comando, ma il suo valore era ampiamente introiettato anche da tutti gli altri. Sto leggendo Erodoto (Storie) e Tucidide (La guerra del Peloponneso) e negli scontri all’arma bianca quasi nessuno si tira indietro e quei pochi che lo fanno, che Erodoto e Tucidide condannano senza riserve, sono coperti da perpetuo disonore. Se nel Medioevo europeo i nobili avevano la loro tanta contestata supremazia è perché a loro spettava combattere, mentre i contadini restavano sui campi. Estremamente significativa in proposito è la spiegazione che due scudieri di Varennes-en-Argonne danno, verso la fine del Trecento, del fatto che i nobili non devono pagare la taglia, cioè la tassa reale: “Perché, dicono gli scudieri ,in virtù della nobiltà sono tenuti ad esporre i loro corpi e cavalcature alla guerra” (C.Aimond, Histoire de la ville de Varennes-en-Argonne). Ma per tornare un attimo alla società latina, dove per onore ci si suicidava come noi accendiamo una sigaretta, l’unico esempio, a mia memoria, di viltà conclamata è quello di Marco Tullio Cicerone che a 64 anni cerca di sfuggire in modo scomposto e miserevole agli uomini di Antonio che lo ha condannato a morte e una volta raggiunto “presenta ai sicari un volto disfatto” (Plutarco). E infatti i suoi concittadini gli conficcarono uno spillone nella lingua, a significare che era stato bravo solo con quella.
Dopo la Seconda guerra mondiale il coraggio perde il suo primato come valore. Gli americani ne dettero collettivamente un’ultima prova nella guerra del Vietnam dove persero 63 mila soldati. In quanto agli europei di guerre non ne hanno fatte più, tranne gli inglesi per le Falkland o Malvinas dove si comportarono da inglesi mandando in prima linea il Principe Andrea. Poi è nebbia. Anzi peggio. Noi occidentali conduciamo guerre senza epica, senza coraggio, senza gloria, utilizzando i droni, con i loro missili, teleguidati da 10 mila chilometri di distanza. Il coraggio è passato agli islamici. Non solo ai guerriglieri e ai kamikaze dell’Isis o di al Qaida (anche se l’azione di Atta e dei suoi che, armati solo di temperini, sequestrarono un aereo e lo proiettarono contro le Torri Gemelle ha, ammettiamolo, qualcosa di grandioso) ma nel musulmano comune che, come possiamo vedere in questi giorni, se ne fotte del Coronavirus per inciviltà certo, ma anche perché ha meno paura della morte.
Oggi noi occidentali tremiamo ad ogni stormir di foglia. Abbiamo costruito una società che sarebbe ingiusto definire femminea, perché le donne, attrezzate per il parto, hanno più coraggio degli uomini. Una società eunuca.