I sacerdoti omosessuali sovvertono le norme della morale sessuale cattolica

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di Leonardo Motta

I sacerdoti omosessuali potrebbero diventare, nel corso degli anni, suscettibili di sovvertire le norme della morale sessuale cattolica, vale a dire diventare strumenti della gnosi omosessualista nella Chiesa.

Così la pensa lo psicoterapeuta Gerard van den Aardweg.

Ascoltando quanto hanno dichiarato alcuni chierici che praticano l’omosessualità in giro per il mondo, abbiamo notato che possiamo suddividerli, generalmente, in due categorie:

– i chierici omo-attivi apertamente “progressisti”;

– i chierici omo-attivi che si manifestano “tradizionalisti”.

I chierici omo-attivi apertamente “progressisti” sono coloro che, oltre a trasgredire il fondamentale impegno di vivere in castità (peraltro praticando, come abbiamo visto sopra, una forma di sessualità da tutti i punti di vista – psicologico, fisico, sociale, teologico ecc. – dannosa) cercano e sfruttano tutte le occasioni propizie per diffondere la gnosi omosessualista nella Chiesa, di cui si dichiarano servitori (esercitando peraltro un servizio, nel migliore dei casi, da assistenti sociali o funzionari di una Ong, e non certo un ministero sacerdotale cattolico).

A volte, disgraziatamente, usano anche il confessionale per diffondere la loro omo-eresia gnosticheggiante, specialmente quanto si presentano, per ricevere il perdono dei peccati o per chiedere consigli spirituali, giovanissimi e giovani che esprimono la loro attrazione verso persone dello stesso sesso.

Questi sacerdoti “progressisti” omosessuali tentano in ogni modo di anestetizzare le coscienze. Rendono realtà, purtroppo, quanto profetizzato da un grande principe della Chiesa Cattolica, un cardinale italiano del secolo scorso, Giuseppe Siri.

L’alto prelato, sulla Rivista Diocesana Genovese, nel mese di gennaio del 1975 scriveva che “per vincere battaglie civili (e non solo queste) si coniano parole e detti icastici, riassuntivi (slogans). […] Per anestetizzare cittadini e fedeli si coniano parole. Ciò che stupisce è il fatto per il quale gli uomini, invece di lasciarsi abbattere da autentiche spade, si lascino abbattere da sole parole. Perciò i termini, gli slogans, le classifiche di moda vanno vagliati, capiti, eventualmente smascherati”.

Per evitare una sorte ingloriosa, il cadere nel progressismo, aggravato dalla pratica omosessuale aggiungiamo oggi noi, il cardinale elencava argutamente i casi più frequenti nei quali già allora, e a maggior ragione oggi, si usava il termine “progressista”:

– “essere indipendenti dalla logica teologica”;

– “fare l’occhiolino al sociologismo”;

– proporre una “nuova storiografia”;

– interpretare la Sacra Scrittura “solo e liberamente dai biblisti” (mettendo in dubbio o un testo qualunque o il significato che la Chiesa, attraverso il Magistero, gli ha sempre attribuito, o mettendo in dubbio la storicità dei Vangeli, della Resurrezione di Cristo, dei miracoli, degli esorcismi ecc.);

– costruire una teologia per ogni cosa (del lavoro, dell’uomo, della tecnica, delle comunicazioni sociali, della comunità, della morte di Dio, della speranza, della liberazione sessuale, della rivoluzione ecc.);

– accogliere ed imparentarsi quanto è possibile con tutte le varie filosofie (accogliendo tutto il pensiero via via fluente, cercando di adeguare a quello il messaggio cristiano e, se occorre, fare secondo quello, via via, una reinterpretazione della rivelazione divina);

– rifiutare le premesse della Fede (apologetica) e accettare il relativismo (“Citare, sì; ragionare, no! Perché la ragione e il suo valore non può venire accolta dal modernista”);

– riabilitare gli eretici (“i colpiti dagli anatemi del passato riscuotono una notevole simpatia ed hanno molti avvocati difensori”);

– fare a gara, tra i teologi, a chi le spara sempre più grosse, in opposizione al testo Sacro, alla tradizione bi-millenaria della Chiesa, al Magistero;

– citare abitualmente gli scritti di autori protestanti in luogo di quelli di sant’Agostino e di san Tommaso d’Aquino.

– innalzare le presunte vittime del magistero ecclesiastico, per colpire il magistero.

– magnificare i distruttori della disciplina ecclesiastica “per umiliare quella Gerarchia, che tutela la stessa disciplina”;

– affermare, difendere, divulgare molti errori, “non tanto per se stessi, ma solo per far dispetto a qualcuno”;

– indicare i Santi come il “passato” e gli eretici come il “futuro”;

– rifiutare le leggi. “Non tutti hanno il coraggio di dire che ogni legge dovrebbe essere abolita, ma moltissimi lo pensano e non vogliono rendersi conto che la legge è l’unico strumento per tenere in ordine e col minimo loro danno degli uomini liberi. L’affermazione sta proprio all’estremo confine della ragionevolezza”. Non si vuole la legge? Si sceglie la violenza?

– arrivare a svuotare la Teologia, dileggiare il vecchio catechismo dalle idee chiare e precise, esaltare la “divina” libertà dell’uomo, o meglio della “persona umana”;

– lanciare la crociata “antitrionfalistica”, cioè far scomparire i segni esterni dell’autorità, “perché muoia essa stessa di esaurimento”. Se l’autorità ha bisogno di segni visibili, “dato che il valore morale per il quale ordina e comanda non lo si vede e non lo si tocca”, si cerca invece di farla passare per “trionfalismo”. Secondo questi progressisti far emergere “la grandezza delle cose divine, la maestà di Dio, la infinita importanza del santo sacrificio ed in genere del culto divino”è “trionfalismo”. Tuttavia “se si rivela la voglia di ballare a suon di ritmo durante le azioni liturgiche, non si ha trionfalismo e tutto si può fare”;

– umiliare, avvilire, possibilmente deturpare e lordare. Tutto questo è la vera Fede vissuta secondo i progressisti;

– seguire non le leggi liturgiche emesse dalla legittima Autorità ma le mode introdotte col criterio del “pugno in faccia”;

– superare o occultare la verità sulla Santissima Eucarestia;

– declassare o denigrare la Santissima Vergine Maria e i santi;

– invitare nelle loro parrocchie persone discusse, che esprimono ed hanno dubbi su Fede e orrore per la disciplina, è diventato un metodo consolidato per “acquisire il sorriso compiacente di quanti amano classificarsi progressisti”.

– operare per attuare la “indisciplina endemica”. C’è una logica nella successione degli atti o manifestazioni di questa indisciplina che bisogna pensare ad un disegno preciso ed intelligente, diabolicamente congegnato. Il cardinale Siri spiegava che “dopo aver gettato la confusione nella Fede, fondamento di tutto, si è aggredita la morale, per rendere nulla la norma e lasciare libertà di espressione ad ogni atto umano. A questo punto si sono attaccati gli elementi esterni che ‘tenevano insieme la compagine ecclesiastica del clero’: abito, seminari, studi, con una confusione estrosissima di iniziative culturali innumerevoli. Poi si è immessa la idea sociologistica del paradiso in terra al posto del Cielo, della rivoluzione permanente invece della pace e si è dato un valore simbolico agli atti di culto verso un Signore ormai confinato nelle nebbie. Si è discusso del celibato sacerdotale, anche da maestri, ignorando che la Chiesa non era stata più in grado — almeno questo! — di migliorare e fare avanzare i popoli dove il celibato era abolito. Ultimo e permanente ritrovato: discutere su cose certe, come se non lo fossero, e non lo fossero da Gesù Cristo. Non tutti sono arrivati in fondo, molti sono arroccati senza aver una idea delle conseguenze sugli stati intermedi, altri hanno di pari passo saltato tutto e tutti. Al di sotto resta ancora il popolo, che è buono e al quale pensa Dio evidentemente. Si moltiplicano gli slogans, non si insegna il catechismo; si parla di pastorale e si disertano gradatamente tutti i ministeri; si parla della Parola di Dio e si insegna tranquillamente che è quasi tutta una fiaba, si disserta della vicinanza con Dio e si irride o la si tratta come se fosse risibile la santissima Eucarestia. Almeno in pratica. Tutto questo è progresso!”.

– usare un “modo di agire” più “pop”. “In tale codazzo stanno tutti coloro che leggono a vanvera o credono di capire o non hanno senso critico per giudicare. Va da sé che la maggior parte delle cose pubblicate in campo cattolico cercano di tingersi secondo quello che piace al ‘progressismo’”.

– omettere qualsiasi riflessione sulla purezza e sulla modestia.

Tutte queste azioni, messe in atto anche dai preti omo-attivi di “fede progressista”, rispetto agli anni del cardinale si sono certamente aggravate.

Se, “il popolo ha ancora la Fede nel fondo del suo cuore e la rinverdisce ad ogni spinta”, un grande “livore anticlericale e massonico” si è impadronito “di quasi tutti i mezzi di espressione” e agisce in odio alla Chiesa, favorendo il vizio e colpendo i peccatori.

Ecco perché, come già spiegava il cardinale Siri, “amare la promiscuità, tinteggiarsi di mondanità, discutere la legittima Autorità e Cristo che l’ha costituita, costituisce benemerenza progressista”.

“Animare gruppi detti magari ‘di spiritualità’”, aveva acutamente osservato il cardinale Siri,”nei quali ci si infischia soprattutto del parroco e del Vescovo e del Papa, costituisce una delle più soddisfacenti esercitazioni del progressismo”.

Come è facile comprendere, questo progressismo cammina a grandi passi verso la eresia, lo scisma, l’apostasia, la scollatura di tutto ed offre “una accolta di perversioni, di errori e di viltà”.

Questi sacerdoti “progressisti omosessuali” tentano, come detto, in ogni modo di anestetizzare le coscienze.

I chierici omo-attivi che si manifestano “tradizionalisti”, continuano a parlare di santità, di ascetica, di mortificazione, di dedizioni, di devozioni, di grandi principi cristiani.

Spesso si sentono dei “bravi preti”, credono di aver dedicato la vita a fare cose “costruttive” per il cattolicesimo, si sentono “ammirati” dai parrocchiani.

Non attaccano i dogmi, non sminuiscono la Santissima Eucarestia, non dileggiano la Santissima Madre del Signore e nostra, tengono ancora in considerazione gli esempi dei santi.

Tuttavia, durante le confessioni, gli omo-attivi “tradizionali” o solidarizzano con chi confessa di sentirsi omosessuale o, per assicurarsi di non essere smascherati, cercano di ricordare l’insegnamento della Chiesa in materia ma, ad un orecchio attento, non dicendo tutto o estendendo la misericordia di Dio impropriamente, presentandolo come uno che ci ama immensamente e che sa accogliere tutti e tutte le condizioni.

Questi omo-attivi, solitamente, non cercano applausi e, soprattutto, non ostentano la loro tendenza omosessuale. Anzi fanno di tutto affinché i parrocchiani non sappiano. Questi omo-attivi hanno paura di essere scoperti, hanno sensi di colpa e, in molti casi, provano vergogna per avere rotto il loro patto di celibato.

Questi omo-attivi, vivendo in grandissima contrapposizione alla fede che almeno esteriormente professano, cercano di favorire generalmente la loro omosessualità praticandola con uomini consenzienti, con altri chierici o persone esterne al clero, talvolta favorendo questi incontri attraverso il web o partecipando a dei veri e propri festini o ad incontri omosessuali nei locali gay di tutto il mondo.

Oltre ai locali, altri luoghi principali scelti per consumare i loro rapporti omosessuali sono principalmente gli hotel e i motel, le case private e, raramente, la canonica.

A tal proposito Sodoma di Martel ricorda il caso del napoletano Francesco Mangiacapra, autore del libro Numero Uno. Confessioni di un Marchettaro, dove racconta dettagliatamente la sua vita da escort. Mangiacapra ha scritto un dossier su tutti i preti gay che conosceva, specificando le loro preferenze e passioni sessuali, conservando anche gli screenshot di tutte le conversazioni che ha avuto con i preti omo-attivi su Grindr, Facebook, Whatsapp ecc.

In alcuni casi, invece, le attenzioni di questi omo-attivi “tradizionalisti”, sono rivolte ai ragazzi che frequentano le parrocchie e sovente si tratta di ephebofilia, cioè di un’attrazione malsana verso i giovani che hanno raggiunto la pubertà o l’hanno superata. Tuttavia ci sono stati anche dei casi che hanno coinvolto bambini in età pre-puberale. Bambini o giovanissimi adescati durante attività in parrocchia, come per esempio il servizio liturgico o la partecipazione alle classi di Catechismo, alle prove dei cori, alle attività organizzate dai gruppi parrocchiali.

Per i omo-attivi “tradizionalisti” essere omosessuali è “contro natura”, ma si cede alla tendenza, facendola diventare pratica perché è “facile”, “ordinario” farlo, tuttavia “è proibito parlarne, darne visibilità”.

Alcuni di loro confermano, come peraltro ha scritto Martel, che il sacerdozio è stato considerato, dopo il Concilio Vaticano II e fino ad un decennio fa, la via di fuga ideale per certi giovani omosessuali:

– per gli omo-attivi progressisti per “coltivare” la loro condizione senza sostanziali limiti ed ottenendo anche un sostentamento economico stabile;

– per gli omo-attivi “tradizionalisti” diventare sacerdoti è stato considerato una eccellente forma di protezione della loro omosessualità e, allo stesso tempo, “una delle chiavi della loro vocazione”.

Alcuni, indecisi sulle proprie inclinazioni, hanno visto positivamente, almeno all’inizio, la vita sacerdotale. Ma in seguito non hanno più rispettato lo stato celibatario e hanno ceduto alle loro inclinazione, favorita dalla frequentazione di luoghi che vedevano la partecipazione di tanti ragazzi. Alcuni giovani seminaristi, poi sacerdoti, che hanno studiato in certi seminari collocati lontani dalle loro zone e famiglie d’origine, in ambienti sostanzialmente frequentati solo da maschi, hanno via via assecondato la loro inclinazione omosessuale, quella stessa inclinazione che, se fosse stata dichiarata ai formatori prima di entrare in seminario, secondo le norme vigenti (come abbiamo visto) non avrebbe sicuramente permesso un loro ingresso nei luoghi deputati a formare dei buoni sacerdoti di Cristo.

L’omosessuale Martel ha spiegato che presso la stazione Termini, un luogo di Roma che, a quanto pare, sarebbe legato alla prostituzione omosessuale, i rapporti omosessuali a pagamento dei preti italiani con escort in prevalenza stranieri, sarebbe un fenomeno noto, con costi che andrebbero dai 50 ai 200 euro.

I prostituti sarebbe specialmente immigrati di fede islamica perché, a quanto pare, la forte contrarietà all’omosessuale che l’Islam sostiene renderebbe un giovane musulmano gay arrivato in Italia più propenso ad esprimere la sua inclinazione, specialmente con alcuni preti frustrati sessualmente che, a detta di Martel, a volte arrivano a mettere in pratica anche casi di revenge porn omosessuale.

Leonardo Motta

Indifesi, in balia del virus e della miseria

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Fateci capire. Quando la pandemia era ai minimi livelli avevate voluto prolungare l’emergenza e dunque dotarvi di poteri speciali per fronteggiare il covid. A noi sembrava assurdo, in estate, nessun altro paese lo faceva, bastano i poteri ordinari per fronteggiare le eventuali necessità insorgenti; ma voi lasciavate capire che disponevate di rilevazioni, di dati, di proiezioni preoccupanti che vi inducevano all’emergenza. Poi avete ripetuto per tutta l’estate di non abbassare la guardia e che il covid ci aspettava di ritorno dalle ferie, in autunno.

Ma i primi ad abbassare la guardia, i primi a non crederci al ritorno del virus, eravate voi. Perché non si può spiegare altrimenti l’impreparazione totale davanti al ritorno del virus, sul piano strutturale, sul piano sanitario, sul piano della prevenzione. Stiamo ancora a parlare di mascherine e chiusure e a raccomandare di comportarci bene. È qui che la colpa di non aver fatto nulla si aggrava e diventa qualcosa di più di un semplice errore: la malafede di aver usato l’emergenza e il virus per inchiodarvi al potere e disporre di decretazioni rapide che allargavano smisuratamente i vostri poteri, ma senza avere un piano per fronteggiare il virus. Avete usato la paura per restare al potere ma non avete usato la paura per allestire, nei trasporti, nelle scuole, negli ospedali, nel territorio, nei protocolli da consigliare ai cittadini, un programma di prevenzione. Solo prediche, moniti, retorica travestita da etica.

La percezione del cittadino è quello di essere indifeso, totalmente indifeso, rispetto alla sorte, alla malattia e alle misure adottate per arginarla. Indifeso. In balia del Caso o del Destino, affidato alla Provvidenza o alla Fortuna, confidando solo nella salute personale e dei congiunti. Non si fida più, e a ragion veduta, nemmeno dei virologi o dei video-scienziati, li vede discordi, balbettanti, catastrofisti o rincuoristi ma privi d’indicazioni utili, di consigli pratici da adottare, oltre quelli primordiali di nascondersi, in casa e nelle maschere. Ma nascondetevi voi, coi vostri inconcludenti sermoni.

Ci sentiamo indifesi perché abbiamo la netta sensazione che ogni decreto non serva a nulla, non argini l’escalation ma sia solo un percorso, un gioco dell’oca per arrivare al punto finale: lockdown generale. Quando non sai che fare, chiudi tutto e barrichi tutti. Nascondetevi. Mi sembra di essere tornati a Ben Hur, al tempo in cui i lebbrosi finivano semplicemente segregati. Stavolta in quanto potenziale lebbroso, viene segregato un intero popolo di sani.

Il vostro alibi ora è la Francia, che è nei guai come e peggio di noi, ha perso il controllo; e dico la Francia per indicare mezza Europa alle prese con la recrudescenza del virus. L’alibi francese con le sue misure restrittive. I soldi non arrivano dall’Europa, e nemmeno utili modelli per fronteggiare efficacemente il virus; ma la clausura universale sì.

A rendere insopportabile tutto questo è il protagonismo tornante di Giuseppe Conte, il suo straparlare, strapredicare, strapromettere, parlare sempre e solo con le perifrastiche – stiamo per fare, stiamo lavorando – riceverete, avrete. Le tragedie tornanti non rendono più sobrio il suo vanesio egocentrismo. Almeno gli altri, i Roberti, cioè i Gualtieri e soprattutto gli Speranza, che pure ha le sue responsabilità per questa denuncia del pericolo costante senza aver adottato però alcun programma in chiave sanitaria. Ma loro almeno non fanno gli show, hanno la cresta basta, mantengono un profilo di sobrietà, capiscono che non possono farsi belli sul disastro. Conte no, insiste, e fingendo di rassicurarci ci fa sentire ancora più indifesi, in balia della chiacchiera, dei birignao istituzionali, delle favolette per pupi, della vanità di governo, in tutti i sensi.

La protesta sociale è comprensibile, sacrosanta, e non si può adottare una specie di sineddoche ideologica per delegittimarla: prendere la parte per il tutto e ridurre un vero, diffuso malessere di lavoratori e datori di lavoro alle frange estremiste di ogni colore e di ogni curva. Chi soffia sul fuoco non è responsabile dell’incendio: perché le fiamme divampano dalla disperazione sociale, dai sacrifici di questi mesi, dalle misure osservate, dai materiali acquistati per fronteggiare il virus e poi ritrovarsi chiusi o semichiusi, al punto di prima, il più basso, quello che precede la chiusura finale. A tutto questo non si risponde solo coi bonus, le mance, le stecche di cioccolata dei soldati americani. Ci vogliono piani, strategie.

Ma il rimedio qual è? Mi accorgo che anche tra gli europeisti a oltranza non c’è nessuno che implori adesso un commissariamento europeo dell’Italia, una bella troika per fronteggiare l’emergenza: sanno che l’Europa sa dare ordini, sa chiedere soldi, interviene quando sei sul lastrico finanziario per ridurti in servitù, come fu in Grecia, o magari promette soldi in forma di debiti, a fronte di forti condizionamenti ma in caso di difficoltà ti abbandona: lo fece con i flussi migratori, lo fece con le crisi mediorientali, lo fece con l’invasione commerciale cinese, e lo fa col virus. L’Europa non esiste, è divisa in nazioni inguaiate ciascuna per conto suo.

E allora la domanda resta: cosa si può fare? Dovrei dire un governo di emergenza nazionale con personalità di prestigio al di sopra delle parti (a trovarle). O un autorevole commissariamento del governo in carica, con una ristretta regia di persone, una troika, un triumvirato – uno dedicato a fronteggiare l’emergenza sanitaria, l’altro l’emergenza socio-economica che ne deriva e il terzo a trovare la sintesi politica e la strategia di uscita. Una cabina di regia che risponda al Capo dello Stato e al Parlamento, ma agisca in autonomia. Insomma un nucleo ristretto che sappia prendere in mano la situazione e azzardare una linea di programmazione. A trovarli, per giunta col treno del virus in corsa.

MV, La Verità 29 ottobre 2020

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Indifesi, in balia del virus e della miseria

Quale strada intraprendere?

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dell’Avv. Alberto Agus

I teologi della liberazione, figli del 68′, hanno le ore contate perché ciò che è avvenuto in questi giorni è straordinario e sta consentendo, anche ai più scettici o ingenui, di comprendere l’inganno satanico.
La praxis di origine marxista in campo teologico è chiara, ed oggi ancor di più.
Prima è necessario comprendere come si muove il nemico e poi cercare di individuare una via.
La strategia di potere, manipolatoria e gramsciana di cui sono vittima i cattolici da decenni è la seguente ed è naturalmente basata sulla dissonanza cognitiva finalizzata al trasferimento di contenuti contrari alla fede mediante la praxis.
Essa richiede in primis di evitare assolutamente lo scontro teologico diretto in termini di principi e punti dottrinali, ingannando i custodi della sana dottrina in merito alle loro buone intenzioni.
Il campo dello scontro e della modifica della dottrina avviene attraverso la politica, il sociale e la cultura con il kalashnikov della comunicazione spuria, laterale e di sistema.
Insomma il costume non verrà modificato attraverso una singola comunicazione, ma attraverso più comunicazioni culturalmente orientate, opinabili, figlie del mondo e di difficile e netta contestazione in quanto appunto spurie.
Attenzione quando parlo di comunicazione laterale non intendo la singola comunicazione verbale ma l’insieme di fatti-atti che “comunicano un sentire” come ad esempio l’accoglienza da parte di prelati di personaggi lontani mille miglia dal sentire cattolico, l’avvallo di manifestazioni che in nuce sono contrarie al catechismo della Chiesa Cattolica.
Così, i teologi della liberazione assumono l’analisi marxista e ne applicano i postulati alle realtà sociali facendole passare per “Teologia”.
Vale poco allora andare ad analizzare concretamente quello che ha detto e non ha detto quel tal prelato o Vescovo o finanche Papa, perché la falsificazione avviene per il tramite della perfetta conoscenza ed utilizzo dell’intero sistema comunicativo, dove il coro delle voci è confuso e finisce per accodarsi alla parola più compiacente, all’errore e al peccato compiendo  un ulteriore passo verso la dissoluzione.
Cosa deve fare il cattolico che vuole rimanere tale? E che obiettivi si deve porre per contrastare la crisi profondissima della fede che stiamo vivendo?
Prima di tutto pregare la Santà Trinità e Maria Santissima.
Poi ci si deve porre il problema della salvezza della propria anima e della necessità di aiutarsi o meglio farsi aiutare nel confermare la propria fede da presbiteri che prediligono la trasmissione del contenuto delle fede alle cosiddette opere sociali. Ciò, evidentemente, non perché le stesse non siano utili e doverose per il cattolico ma in quanto le opere sociali e di bene, di per se stesse, non consentono di comprendere l’errore teologico o la falsificazione della dottrina in quanto  neutre ed uguali anche ai non credenti.
Ciò invece avviene solamente attraverso la formazione cattolica.
Vi è poi la grande preoccupazione di confermare i piccoli nella fede di sempre, consapevoli che la battaglia è di ragione e di potere dove lo strumento della comunicazione main stream così come sopra intesa, forgia le menti e quindi il costume di vita.
Per aiutare i piccoli nella fede, che poi lo siamo un pò tutti, va adottata una strategia di comunicazione della fede chiara, netta e incontestabile, ugualmente dicasi della relativa dottrina sociale della Chiesa di sempre.
Poche parole chiare e nette ed altrettanti atteggiamenti chiari e netti che tagliando alla radice gli artigli alla comunicazione spuria, culturale e religiosa, alleata consapevole del nemico che ama il caos, il disordine e la falsificazione essendo lui il falsario per eccellenza.

Speranza ha vinto: già ci sono i delatori

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Ma che brutte persone quelli che a Pontinia, vicino Latina, hanno mandato i carabinieri a una festa di matrimonio dove gli invitati erano in sovrannumero rispetto a quanto stabilito dal sacro Dppcm. E i militari, naturalmente, hanno multato tutti e adesso sequestrano pure la villa. Perché era una villa, con gli 82 commensali a debita distanza: niente da fare, duro decreto sed decreto, la legge è uguale per tutti e non guarda in faccia a nessuno. Quasi. Inflessibili i tutori dell’ordine, nel giubilo dell’assessore regionale alla Sanità: “Irresponsabili, giustizia è fatta”.

Stessa musica a Zafferana Etnea, dove a festeggiare gli sposi erano in 54 e sono stati tutti stangati al momento del brindisi. Questo matrimonio non s’ha da fare!, han deciso gl’innominati da quei vigliacchi senza faccia che sono. E se lo ricorderanno fin che campano, le due coppie, questo giorno in cui sono stati trattati da terroristi, questo giorno sognato, sudato, rovinato per sempre.

Chissà, fosse stata una festa nuziale di rom, per dire, se le solerti sentinelle sarebbero state altrettanto tempestive. E chissà quanto ha contato negli spioni la preoccupazione per il Covid e quanto invece una sorta di invidia, di meschinità sociale da figli di puttana. Gente così: di sinistra, geneticamente modificata, incarognita con la scusa della giustizia sociale (e pure sanitaria). Han subito messo in pratica le raccomandazioni del ministro Speranza, e per questo restano delle brutte persone; quelle per bene, che non si sarebbero mai sognate, si convincono sempre più che questo è un paese di merda, solo a dargliene la possibilità. In democrazia la delazione è spregevole, nei regimi comunisti è meritoria. Avanti popolo, che è solo un debutto.

Max Del Papa, 20 ottobre 2020

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Speranza ha vinto: già ci sono i delatori

LO SCONTRO ORMAI PROSSIMO TRA FANCAZZISTI E PRODUTTORI DI RICCHEZZA

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Mentre il paese si rincoglionisce appresso a Juventus-Napoli, mi è bastato recarmi da San Giovanni a Teduccio (dove vivo) a casa dei miei – che oggi è il mio studio – per vedere se tutto è a posto, per notare un clima quasi spettrale fatto di agenti bardati che pattugliano in mezzo alle strade.
Nel vedere questa scena pietosa, indegna di un paese civile, ripenso a quando nel seggio ho avuto la fortuna di conoscere un bel po’ di poliziotti che si sono rotti le palle di questa situazione.
La democrazia, l’ho detto più volte ma giova ripeterlo, non è roba per tutti ma richiede una serie di cose di cui da un bel po’ di tempo non si parla più. Virtù, onore, dignità e libertà.
Sui primi tre princìpi sorvoliamo per carità di patria e rimaniamo piantati sulla libertà.
Quando un presidente della Repubblica, ignaro di tutte le violazioni costituzionali che il presidente del Consiglio sta compiendo, dice che “Gli italiani hanno a cuore la libertà ma anche la serietà”, quando il Papa, cioè un capo di stato straniero (una monarchia assoluta, per essere ancor più precisi) dice testualmente che “la proprietà non è intoccabile” e quando De Luca vorrebbe aprire Covid resort per asintomatici, ossia persone sane, per svuotare gli ospedali dagli stessi asintomatici, ossia da persone sane – si scrive Covid Resort e si legge “campi di internamento” – a me sembra chiarissimo il punto di non ritorno nel quale siamo planati.

E pur tuttavia mantengo un sostanziale ottimismo perchè si stanno sempre più delineando due fronti antropologicamente opposti.
Esiste una classe di pazzi irresponsabili che tifa per il lockdown. Sono per la maggior parte dipendenti statali, VIP che hanno accumulato talmente tanti soldi da poter stare anche qualche anno senza lavorare, funzionari di servizi pubblici che hanno colto nel covid-19 una facile cuccagna per lavorare molto di meno al medesimo stipendio – se il governo annunciasse riduzioni di stipendi, li vedreste più negazionisti di Montanari e Panzironi – e che quindi si sentono in dovere di dire “Non avete bisogno di andare al mare, in discoteca, al cinema, allo stadio”.
Dall’altra parte ci sono quelli che la ricchezza la producono e che sono in crisi. Non sottovalutano nulla ma sono coscienti che non si può andare avanti così. C’è tutto un mondo dietro ciò che voi reputate futile (dalle discoteche agli stabilimenti balneari) che campa e dà lavoro a centinaia di migliaia di persone.
E la cosa che mi induce all’ottimismo è che se questo “mondo” che è l’economia privata, che in questi anni è stata munta per nutrire l’idiozia delle marie antoniette, si raduna, ebbene per i parassiti moralisti, per le marie antoniette che vogliono che la cuccagna prosegua, si aprono tempi cupissimi.
Direbbe Carlo Lucarelli, i boiardi di stato “non lo sanno ma sono già morti”.
Si aspetta solo che qualcuno raduni quelli che si sono rotti i coglioni di questa situazione e li vadano a prendere.
Se non l’avete ancora capito, non se ne andranno con le buone.

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LO SCONTRO ORMAI PROSSIMO TRA FANCAZZISTI E PRODUTTORI DI RICCHEZZA (di Franco Marino)

Le due vere sfide della coalizione

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Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale

di Marco Gervasoni

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale: ha mantenuto tre Regioni (di cui una storicamente «sua», la Toscana), ne ha persa una storica, le Marche, e ne conserva solo una quarta, rossissima, l’Emilia-Romagna.

Chiarito questo, il pareggio del centrodestra, sulla base delle aspettative di elettori e di militanti, lo possiamo comunque definire una battuta d’arresto o almeno un segnale d’allarme? Nulla di preoccupante, anzi, come scriveva il teologo seicentesco Fénelon, «spesso è una grande vittoria saper perdere al momento giusto». Cioè, fuor di metafora, il centrodestra può profittare di questa frenata per rivedere due elementi che, secondo l’antico pensiero strategico cinese, sono fondamentali: il proprio nemico e se stessi, perché solo conoscendo entrambi la vittoria futura sarà assicurata. Il proprio nemico: i rossogialli, Pd e 5 stelle. Fino a lunedì il centrodestra ha vissuto del mito della spallata. All’indomani della nascita del governo Conte II, l’opposizione ha creduto (e pure noi, a dire il vero) che l’esperimento raccogliticcio e anche un po’ meschino sarebbe presto stato spazzato via dalle proprie divisioni e dal suo essere minoranza del Paese. E che quindi tutte le tornate elettorali si sarebbero tramutate in una grandiosa cavalcata sull’onda del sentimento popolare della gran maggioranza degli italiani. Ebbene, non è così: complice certamente l’emergenza della pandemia, ma non solo. Il centrodestra è probabilmente ancora maggioranza nel Paese, ma non è un’invincibile armada e l’Italia è spaccata, divisa, disillusa, impaurita e anche un po’ annoiata. Se l’alleanza Pd 5 stelle si fosse tramutata in un accordo elettorale, ad esempio, al Sud i risultati sarebbero stati ancora migliori per i candidati governativi e la vittoria dell’opposizione meno scontata nelle Marche. Riconoscere la forza del nemico non è segno di debolezza, anzi. È semplicemente cambiato il Paese da quando, dopo il 2016, è partita l’avventura di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni. L’Italia uscita dalle urne del 2018 (in cui pure a vincere veramente furono i 5 stelle) e del 2019 in qualche misura non esiste più. Se il centrodestra, e soprattutto Lega e Fratelli d’Italia, erano stati eccellenti nel cogliere la fase precedente, è venuto il momento ora di capire meglio quale sia il profilo del Paese. Al Sud, ad esempio, non è vero che gli italiani sono contro il governo: come dimostra anche il voto per i sindaci di città capoluogo, lo seguono perché questi promette loro risorse (da non sottovalutare la forza «convincitiva» del reddito di cittadinanza) e ancor più ne elargirà con il Recovery fund. Conoscere il proprio nemico ma conoscere anche se stessi. Capire che la sfida richiede un’identità parzialmente nuova, aggiornata, più radicale su alcuni tratti ma più da «forza tranquilla» su altri. In modo da preparare le due grandi sfide che attendono il centrodestra, il voto amministrativo di Roma e di Milano il prossimo anno e la madre di tutte le battaglie: l’elezione del presidente della Repubblica.

Fonte: https://m.ilgiornale.it/news/politica/due-vere-sfide-coalizione-1891932.html

Alice nel paese delle mascherine

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di Livio Cadè 

Fonte: Ereticamente

«Chi vuole ingannare gli uomini, deve prima di ogni altra cosa rendere plausibile l’assurdo».
(Johann Wolfgang Goethe)

Alice si presentò alla festa della sua amica Titti con una bellissima maschera da gatto. Il suo amico Tommy indossava una maschera da topo e Alice si mise a inseguirlo fingendo di volerlo afferrare. Titti, mascherata da cane mastino, li rincorse abbaiando. Corsero a perdifiato finché Alice, esausta, si levò la maschera che le toglieva il respiro e si lasciò cadere sulla grande poltrona del salotto. “Alice, sei una bambina sciocca!” si rimproverò da sola “non dovevi mangiare tre fette di torta!”. Così, mentre si riposava vide passare un buffo ometto. Portava una maschera da coniglio e ripeteva “È terribile, è terribile!”.

“Scusate signore” chiese educatamente Alice “che cosa è terribile?”

“Non ho alcun sintomo. Neanche uno! È terribile! Il Re mi chiuderà in gabbia. O mi farà mozzare la testa!”

“Neppure io ho sintomi, signore, e non mi pare così terribile” disse Alice cercando di rassicurare il coniglio, visibilmente angosciato.

“Dovevi dire ‘nemmeno io’ e ‘non mi sembra’! Non ti hanno insegnato il risfetto degli altri?” “Cosa vuol dire risfetto?” chiese Alice, ma quello corse via ripetendo “è terribile, terribile!”.

Alice, incuriosita, decise di seguirlo. “Aspetti!” gridò. I muri risposero “asfetti… asfetti”. “Che strana eco! Ha un difetto di pronuncia”. Come Titti, che diceva ‘cavamella’ e ‘fiovellino’. Rincorrendo il coniglio, che si infilava ora in una porta ora in un’altra, Alice si perse in un dedalo di corridoi sconosciuti. “E ora come farò a tornare a casa?” pensò. “Dovrei chiedere consiglio a qualcuno ma non c’è anima viva!” Vide una porta su cui stava scritto ‘residenza del consiglio’. “È proprio quello che cercavo!” si disse. Bussò, ma nessuno le aprì. Così si fece coraggio ed entrò. “Forse ho sbagliato a leggere” pensò “forse c’era scritto residenza del coniglio”. Si ritrovò in un salone pieno di persone mascherate sedute a un lungo tavolo che discutevano animatamente. Nessuno sembrò accorgersi di lei. Alice diede due piccoli colpi di tosse. Nessuno la sentì. Provò allora a tossire un po’ più forte. Tutti si girarono verso di lei. Continua a leggere

L’ideologia mascherata e il burka della salute

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di Marcello Veneziani

Da sei mesi siamo entrati nell’era globale della mascherina e non sappiamo quando ne usciremo. Siamo in pieno conflitto etico, epico ed estetico sul suo uso e il suo rifiuto. La contesa va al di là delle ragioni sanitarie e riguarda un modo di intendere la vita e i rapporti umani; è diventata infatti una questione politica, simbolica e ideologica.

La battaglia per il suo uso o il suo rifiuto, nel nome della sicurezza o della libertà, lo scontro tra chi dice di non voler rischiare la salute e chi invece non vuol perdere la faccia, ha assunto ormai toni ideologici che vanno al di là della profilassi, dell’effettiva efficacia della mascherina e dei rischi di contagio. Per dirla con Giorgio Gaber la mascherina è di sinistra, il viso scoperto è di destra. Abbiamo sentito in questi mesi accusare di negazionismo irresponsabile e di fasciosovranismo smascherato coloro che ostentavano il rifiuto della mascherina. TrumpBolsonaroJohnson e da noi Salvini, BriatoreSgarbi. In effetti nell’atteggiamento ribelle verso le mascherine c’è qualcosa d’intrepido e temerario che ricorda gli arditi e i fascisti, dal me ne frego al “vivi pericolosamente”; e c’è pure qualcosa di libertario e liberista che rifiuta lacci e lacciuoli, regole e bavagli. Un atteggiamento che in sintesi potremmo definire fascio-libertario. Il superuomo nietzscheano può accettare il distanziamento sociale, e perfino auspicarlo, anche se detesta l’imposizione; ma la mascherina no, è una schiavitù umiliante, una coercizione all’uniformità.

Ma perché non cogliere pure sull’altro versante l’ideologia serpeggiante che unisce gli apologeti della mascherina, e il suo forte significato simbolico e metaforico, al di là del suo uso sanitario e della sua effettiva utilità? Per molti fautori della mascherina si tratta di qualcosa di più che una semplice profilassi; quasi un bisogno inconscio, una coperta di Linus, un istinto di gregge, il retaggio di un’ideologia. La mascherina è una livella ugualitaria e uniformatrice, la protesi della paura che accomuna la popolazione in semilibertà vigilata; la mascherina sfigura i volti e cancella le differenze in una specie di comunismo facciale, anche se esalta gli occhi e nasconde le brutture; genera isolamento pur restando in una prospettiva ospedaliero-collettivista, rende più difficile la comunicazione, evoca il bavaglio e la museruola, ha qualcosa di inevitabilmente angoscioso e orwelliano. Lo spettacolo di folle in mascherina sarà confortante per il senso civico-sanitario ma è deprimente, ha qualcosa di umanità addomesticata e impaurita, ridotta a silenzio e servitù dal terrore della malattia e dal relativo terrorismo sanitario. Continua a leggere

Un Tg1 grillizzato in salsa Pd

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Paghereste per essere ogni giorno vilipesi, insultati, sputacchiati ridicolizzati? Oppure immaginate se foste obbligati, pena sanzioni pesanti, a comprare ogni giorno il Fatto quotidiano e magari pure a leggerlo? Se le due ipotesi vi fanno orrore e vi sembrano lontane, siete degli illusi: è quello che tocca agli italiani che non hanno ammassato il cervello negli slum giallorossi, visto che la Rai la paghiamo tutti con il canone. E il confronto con il Fatto Quotidiano è calzante se guardiamo, turandoci potentemente il naso, il Tg1, cioè l’organo di informazione pubblica più seguito dagli italiani, trasformato in un cinegiornale di regime, a metà tra il venezuelano e il rumeno, con vaghi tocchi bielorussi.

Il Tg1 è sempre stato governativo da quando i partiti negli anni Settanta si spartirono la Rai – il gioco di parole è voluto. E tuttavia ebbe direttori di grande rilievo che lo mantenere in una sua dignità, pur nella missione di rispettare l’editore di riferimento, per dirla con Bruno Vespa che lo diresse: la Dc nella prima Repubblica, a fasi alterne Forza Italia e Pds nella Seconda. Anche nei momenti della direzione Gad Lerner e Gianni Riotta, per dire, il Tg1 non si trasformò in un organo del regimetto di sinistra come invece è ora.

Non bisogna pensare che i giornalisti che vi lavorano siano dei convinti militanti di sinistra; il Tg1 non è il Tg3 o Rai news 24. Il corpaccione di quel Tg è costituito da gente che, nella seconda repubblica, si è barcamenata con l’alternanza, saltando sul carro del probabile vincitore giusto in tempo: per cui la massa si muoveva verso il Pds o comunque la sinistra verso la fine dei governi Berlusconi e viceversa verso Forza Italia negli ultimi mesi del governo della sinistra.

Con la Terza Repubblica tutto si è confuso e il giornalista del Tg1 Rai ha dovuto cercare una  scialuppa a cui aggrapparsi venute meno le certezze sia pure alternanti dell’alternanza; e questa scialuppa sono i 5 stelle, il partito del Nulla, a cui puoi aderire pur non avendo alcuna idea politica definita, anzi se è cosi è meglio. E soprattutto partito trasformista per eccellenza, capace di governare prima con la destra, la Lega, poi con la sinistra, senza colpo ferire. E chi dice che un domani non torni con la destra? Una specie di Mastellismo ma con maggiori consensi e più cool perché spacciato come “anti sistema” e “rivoluzionario”, mentre il povero Mastella solo la pagnotta voleva portare a casa.

Così ecco che il Tg1 si è completamento grillizzato, Ma essendo il grillismo appunto il nulla, esso è stato riempito dalla ideologia di sinistra e del Pd; quindi immigrazinismo, gretinismo, socialismo straccione, dirittismo, lgbitismo, cattolicesimo bersagliano,  il tutto fatto trangugiare allo spettatore con massiccia dosi di notizie distorte, manipolate, presentate a metà. Sulla politica estera peggio mi sento: eurismo da pezzenti, sogno europeo ovunque, e dalli all’America e a Trump, con Beppe Severgnini sempre presente: quello che in Italia si spaccia per esperto degli Usa e negli Usa per esperto dell’Italia non essendolo né degli uni né dell’altra.

Il peggio però il Tg1 l’ha toccato con la pandemia. Dagli ascolti incerti e dalla linea fluttuante fino a febbraio, con il Covid si è trasformato nella vera Agenzia Stefani del governo Conte: prima con un’isterica campagna dello stiamo a casa, del divieto di uscire, con Conte salvatore in tutte le salse, oggi invece terroristico propalatore di scenari di morte, quando il numero di persone ricoverate è molto basso, con notizie risibili sulla diffusione del virus  (un giorno ho sentito un servizio che ipotizzava la trasmissione a tre metri di distanza) con le intervista a tutto campo ai Ricciardi e ai Crisanti, i Robespierre della rivoluzione covidista, con il dagli ai critici o semplicemente agli scettici definiti negazionismi

In tanti anni di propaganda ehm… pardon giornalismo televisivo, non credo di aver mai visto niente di più ributtante o di qualcosa che assomigli di più alle tv comuniste, dell’Europa dell’est fino al 1989, e oggi di Cuba e del Venezuela. Che fare? Il mio programma ideale prevede la privatizzazione della Rai. Magari se la comprerà un Tycoon che fa programmi di sinistra; ma almeno non saremmo noi a pagarli. Più facile che, di fronte a una vittoria del centro- destra, il corpaccione del Tg1 si sposti just in time verso Lega e Fratelli d’Italia. Ma avere un domani un tg in cui Salvini e Meloni, che pur amiamo tanto, spadroneggiano, e in cui all’ora di cena viene propinato il Gervasoni, o il Maglie o il Capezzone pensiero, alla fine a me non è che piacerebbe poi tanto.

Marco Gervasoni, 4 settembre 2020

DA

Un Tg1 grillizzato in salsa Pd

PERCHE’ CERTA INFORMAZIONE STA DALLA PARTE DELL’IMMIGRAZIONISMO?

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di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica di ieri)

Molte persone in buona fede credono che l’informazione sia libera e che i telegiornali raccontino la realtà. E’ piuttosto comune sentir rispondere alla domanda dove l’hai sentito con un netto: “l’ha detto il TG”. Una sorta di involontario ipse dixit che non prende in considerazione il pensiero critico. Del resto, è più facile non fare la fatica di ragionare e bersi ogni cosa provenga dal digitale, dalla comodità di un divano. Vi è, inoltre, ancora piuttosto diffusa la percezione che chi è ospite dei salotti televisivi sia persona competente ed allo stesso tempo autorevole, solo per il fatto di sedere in trasmissione. Ciò diviene, spesso, motivo di vanagloria anche per chi sta dall’altra parte della telecamera a poter dire ciò che vuole. Dà un certo senso si potere sapere di poter raggiungere le masse e condizionarle con le proprie opinioni, consapevoli dell’assoluto approccio acritico o apatico ma recettivo di troppi.

Prendiamo, ad esempio, il tema molto discusso dell’immigrazione. Quasi tutti i media mainstream sono schierati a favore di politiche buoniste, di accoglienza indiscriminata, in nome di un umanitarismo filantropico che vuole far sentire in colpa tutti coloro che, invece, non vorrebbero una società multietnica, osservando, tra l’altro, il suo inesorabile sgretolamento nella società statunitense. Ogni etichetta negativa viene affibbiata a chi non è mondialista e globalista. Viene sistematicamente riesumata una retorica del passato remoto, come se nel terzo millennio esistesse il Fascismo e, quindi, una resistenza. Questa dialettica farebbe ridere in altri Paesi sviluppati, invece nel nostro è d’utilizzo quotidiano. La domanda che sorge spontanea è: cui prodest? Perché certi editori pretendono certa faziosità, come libertà di pensarla solo come dicono loro, soprattutto sull’accettazione tout-court delle dinamiche immigrazioniste?

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