“Perchè siete andati via? Si stava bene quando c’eravate voi. C’era lavoro e non c’era la guerra”
Una testimonianza dall’aeroporto di Mogadiscio.
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Una testimonianza dall’aeroporto di Mogadiscio.
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DI LUIGI BISIGNANI
Riuscirà questa volta Giuseppe Conte a blandire le ultime sacrosante irruzioni di Matteo Renzi? Da mesi, ormai, con Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio gioca al gatto e al topo e finora gli è andata bene. Ma in questo caos istituzionale sul Recovery Fund la lotta di Giuseppi per la sua sopravvivenza si sta facendo ancora più dura. Cinque milioni di poveri alla porta e un impatto drammatico sulla qualità dell’occupazione. Con un settore statale e parastatale come sempre intoccabile a cui si contrappone un settore privato al tracollo, dalle grandi alle piccole e medie imprese. Un divario sociale che provocherà ulteriori disuguaglianze, proteste e disordini, con uno smartworking non normato e fumoso, in cui alcuni lavorano in modo forsennato mentre per altri, invece, è una sorta di Smart holiday, una buona scusa, insomma, per non evadere le richieste delle aziende e dei privati cittadini per un’autorizzazione, un indennizzo o un finanziamento vitale.
Se questa drammatica gestione andrà avanti, i fondi dell’Europa arriveranno in grave ritardo, i finanziamenti saranno vanificati in mille rivoli, in totale assenza di una visione sul rilancio economico del Paese e con un Mezzogiorno sempre più distante dal resto dell’Italia e dall’Europa. Con la sconfortante assenza di risultati per il 2021, salvo forse coprire qualche buco di bilancio del 2020. Tutto questo è stato anche rimarcato in modo drammatico durante un pre-Consiglio dei ministri in cui la maggioranza dei direttori generali dei ministeri si è scagliata contro l’élite di Consiglieri, di Stato e non, del Principe-Premier che, a dispetto di ogni minima regola democratica istituzionale e costituzionale, intendeva esautorare tutta l’Amministrazione per favorire dei “nominati”, scelti da un televoto ristretto composto solo da lui stesso e da Rocco Casalino, ai quali veniva addirittura garantita una forma di impunità per i prossimi sei anni, indipendentemente da chi governerà il Paese. Praticamente la vincita di una lotteria senza aver comprato neppure il biglietto e, per di più, senza alcun controllo neppure della Corte dei Conti.
Davanti a questa edonistica deriva ‘libertaria’, perfino il Ragioniere generale dello Stato, Biagio Mazzotta, si è opposto con tutta la sua riconosciuta autorevolezza. E in questo caos, in cui Conte sguazza sgusciando, i nostri leader politici non riescono nemmeno a chiudersi in una stanza per trovare una via d’uscita indicando un nuovo Premier e con loro stessi al governo. Ormai non si parlano più, se non attraverso i giornali o piattaforme tipo Zoom. Un dibattito politico anestetizzato da finestrelle su uno schermo in cui ognuno parla con tempi stabiliti, senza pathos e con discorsetti preconfezionati. E questa politica guidata da una tecnologia a distanza non fa che rafforzare l’arroccamento di ciascun leader nel seguire la propria agenda personale: Zingaretti sta attento a non perdersi il partito, Di Maio a riprenderselo, Franceschini sogna il Quirinale, Mattarella è indeciso se seguire il consiglio interessato del Segretario Generale Ugo Zampetti a ritentare il bis, nessuno cavalca i temi ambientalisti e digitali fatti propri da Elly Schlein, mentre Renzi è ancora confuso dal dilemma tra Nato o Farnesina, tra sparigliare o accucciarsi, o tentare di fare il kingmaker di una nuova alleanza frittomisto, allargandola magari anche a Matteo Salvini.
Comunque almeno Renzi si è ripreso la scena e, sorprendentemente, di nuovo anche l’Amministrazione dello Stato, che ha visto nel suo ultimo sussulto d’orgoglio una rivincita, dopo l’orgia di inutili consulenti a Palazzo Chigi. Con un Capo del governo che assomiglia sempre più all’ ’Uomo di fumo’ del romanzo di Palazzeschi e che, però, a furia di circondarsi di super advisor senza esperienza, continua a pensare solo al suo ego personale: con un suo partito? O con un nuovo studio legale con decine di partner? Oppure pretendendo magari la nomina a giudice costituzionale, ambendo di diventare una riserva della Repubblica?
Se prima o poi si voterà, ci penseranno gli italiani a rimandarli tutti a lavorare e a non fare più danni all’Italia. Mattarella permettendo e sempre salvo intese con il favore delle tenebre.
Luigi Bisignani, Il Tempo 13 dicembre 2020
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Considerazioni controcorrente sull’emergenza di Paolo Becchi e Giulio Tarro.
Oggi abbiamo un Cts, che consiglia il Governo, composto in larga prevalenza da medici, a cui se ne vorrebbe contrapporre un altro, istituito dal Parlamento, formato da altri medici. Il rischio è che la cosiddetta “guerra al virus” si trasformi in una guerra tra virologi. Diciamola tutta, non ci pare una grande figata. Meglio sarebbe, a nostro modesto avviso, un “Consiglio interdisciplinare” di saggi, composto da medici, filosofi, giuristi, economisti, psicologi, sociologi, antropologi, teologi, letterati, uomini di cultura, che affronti l’emergenza da punti di vista diversi e non unicamente da quello sanitario.
Una pandemia non è solo una questione medica ma è un fenomeno sociale e come tale andrebbe affrontata. La malattia è di solito nelle società moderne un fatto privato, intimo, anche se oggi qualche volta viene spettacolarizzata. Il cancro è tuo e te lo gestisci come vuoi, ma un virus è contagioso e qualche volta fa male, molto male anche a chi ti è vicino. Insomma, una malattia virale è una malattia sociale e ci riguarda tutti, sani e malati. Potrebbe essere l’inizio di un percorso, se altri fossero d’accordo nel seguire questa idea: si tratta di mettere insieme un gruppo di persone libere che con diverse competenze si interroghi su quello che sta avvenendo oggi in Italia e nel mondo a causa di un “ospite indesiderato”, che sta cambiando le nostre vite e con cui probabilmente dovremmo imparare a convivere. Contrapporre Palù a Crisanti, Bassetti a Burioni, non ci porta lontano. Anzi è destinato a creare nell’ opinione pubblica maggiore confusione, e quindi maggiore disorientamento e panico. Ecco le domande da cui prendere le mosse a cui fanno seguito alcune domande più specifiche.
La Covid19 non è sparita dopo sei mesi come la prima Sars, poteva ricomparire come la Mers, ma in maniera localizzata e invece è diventata stagionale, come l’Aviaria che è ricomparsa in Giappone proprio in questi giorni. Siamo pertanto destinati a convivere con questo virus. Per questo serve una cura farmacologica e non solo un vaccino. Il virus è mutevole, anche questa è la conclusione a cui è giunta la comunità scientifica. Ma sappiamo come affrontarlo. Vi è una terapia per la forma iniziale di presentazione della malattia basata sull’ossiclorochina e sull’azitromicina, vi sono poi degli antivirali come il remdesivir, usato già per l’ebola, il fapilavir (avigan), dal 2014 prodotto in Giappone, e l’ivermectin, usato già in Australia per la dengue e la zika. Inoltre, conosciamo l’importanza dell’eparina e dei suoi derivati insieme al cortisone, in particolare il desametazone, per il problema della tromboembolia dei piccoli vasi degli organi vitali ed infine la sieroterapia con gli anticorpi specifici dei guariti, che viene adesso utilizzata anche come profilassi per 35 mila operatori sanitari in USA.
La malattia è dunque sin da ora guaribile, anche se non abbiamo ancora il vaccino. La domanda è: vengono i malati in Italia sottoposti a queste cure? Infine, la terapia dei soggetti diagnosticati con la virosi all’inizio della stessa, si tratta all’incirca dell’80% dei pazienti, può essere curata da casa con l’assistenza del medico di famiglia. Le cure domiciliari sono fondamentali per alleggerire gli ospedali, ma i medici di base sono purtroppo lasciati al loro destino e a questo punto diventa per loro difficile garantire visite domiciliari a pazienti. Per le vere emergenze ovviamente sono necessari, su tutto il territorio nazionale, posti di terapia intensiva, e qui è del tutto evidente che il governo non è stato all’altezza del compito. Come del resto non è all’altezza nella gestione delle RSA che stanno di nuovo presentando le stesse problematiche riscontrate in primavera.
Un ulteriore importante aspetto è il seguente: invece di tenerli riservati i documenti del Cts andrebbero divulgati, con tutti i dati epidemiologici che possono essere utili a contrastare la diffusione del virus. Andrebbe pertanto istituito a livello nazionale un database pubblico con tutti i dati utili. Da questi semplici dati ci sembra di poter concludere che la gestione dell’emergenza sia stata fallimentare.
Un discorso a parte, ma ovviamente collegato all’aumento del numero dei morti in questi giorni, riguarda le degenze delle terapie intensive e la percentuale dei malati di Covid sui ricoverati totali. I pronti soccorsi pieni non rappresentano un “disastro”, visto che il 60% dei pazienti è in codice verde. I ricoveri nelle terapie intensive, che ad oggi non hanno alcun problema in termini di numeri e di posti occupati, sono principalmente dovuti ad altre malattie. Un soggetto potrebbe essere stato intubato anche a seguito di un incidente stradale o sul lavoro e solo dopo il tampone risultare anche positivo alla Covid-19.
Questo determina numeri complessi in quanto in caso di ipotetico decesso futuro la causa della morte non sarà stata certamente la malattia virale, anche se è al virus che verrà imputata. È la nota questione del decesso con Covid e decesso per Covid. I numeri dunque non sono – a nostro avviso – corretti, ma con i numeri vengono giustificate le iniziative ed i provvedimenti presi dal governo e dalle giunte regionali. Ovviamente siamo pronti ad ammettere che proprio nelle ultime settimane la mortalità sia aumentata in Italia in modo significativo, ma bisogna chiedersi perché questo sia avvenuto. Si tratta della conseguenza di un sistema sanitario che da tempo non funziona, a causa dei risparmi di spesa, o del mancato uso della mascherina? In Svezia, dove l’uso obbligatorio delle mascherine non c’è mai stato, non c’è stato neppure questo aumento del picco di mortalità. Tutto questo significa che i morti comunque non dipendono, per dirla in modo semplice, dalla movida ma dai limiti del nostro servizio sanitario e forse anche dalle cure inadeguate che vengono somministrate ai pazienti.
Le mascherine inizialmente andavano usate da pazienti già contagiati per evitare lo spargimento del virus ed ovviamente dagli operatori sanitari per la loro protezione dai pazienti contagiati oppure potenzialmente infetti. Prima esisteva una carenza delle stesse, mentre ora l’Italia è diventata produttrice di mascherine e pertanto c’è la possibilità di utilizzarle con grande frequenza, anche se in realtà il loro uso generalizzato ed esteso a tutta la popolazione non ha molto senso.
In certi casi deve anzi essere evitato. Nei bambini sino ai dodici anni la mascherina induce un autismo funzionale. Il bambino diventa incapace di distinguere un volto da un altro volto, di distinguere il sesso, crescendo senza identità e senza la capacità di comprendere con chi ha a che fare. Per sconfiggere una malattia finiremo col creare una nuova generazione di malati, che soffriranno di disturbi della personalità e vivranno il più possibile isolati gli uni dagli altri, pronti a scambiarsi anche migliaia di messaggi al giorno, ma con la paura di incontrare per strada un essere umano in carne ed ossa.
Considerando che geograficamente, ad esempio questa estate, in Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Argentina, Cile, c’è stato il Coronavirus, ma non la normale influenza stagionale, si potrebbe giungere alla conclusione che vaccinarsi con il vaccino antinfluenzale 2020-21 – contrariamente a quello che si dice – è inutile. Anzi considerato quello che è avvenuto a Bergamo (estesa vaccinazione e esplosione del Coronavirus) forse sarebbe il caso di evitare interferenze tra vaccino antinfluenzale e Covid.
Sulla base di quello che abbiamo sinora scritto dovrebbe essere chiaro che il lockdown è un grosso errore, anzi la ripetizione di un errore che ci costerà salatissimo in termini economici. Il colpo di grazia per piccole e medie imprese commerciali e un grosso regalo alle multinazionali dell‘e-commerce come Amazon. Altri erano e sono – secondo noi – i modelli da seguire. La Svezia, alcuni Paesi asiatici, tipo la Corea del Sud e soprattutto Israele.
La malattia – lo ripetiamo – è curabile, non è la peste bubbonica e non viviamo più nel Medioevo, anche se in pratica stiamo adottando lo stesso criterio, vale a dire “non la cura degli appestati, ma la difesa da essi”. Con la differenza che nel Trecento non c’erano le cure e oggi invece ci sono. Non ha poi alcun senso il “coprifuoco”, una normativa di guerra, che ha solo lo scopo di alimentare la paura e modificare i nostri stili di vita, ma del tutto inefficace al contrasto del virus.
Le malattie infettive si affrontano anzitutto con l’isolamento dei soggetti infetti. Soggetti che vanno identificati e curati tempestivamente, il più delle volte a casa, evitando paure immotivate e lasciando lavorare gli ospedali che si debbono occupare di tutte le malattie. Nell’affrontare la Covid19 si sono invece “isolati” milioni di persone non isolando de facto i soggetti infetti. Durante questa nuova fase, stagionale più che altro, in alcune regioni si sta già facendo come nel mese di marzo. Stiamo nuovamente sbagliando. Non ha alcun senso fermare quasi tutte le attività commerciali, con grave danno all’economia, quando abbiamo altri strumenti efficaci per contrastare la malattia. Dobbiamo evitare che all’epidemia segui la carestia. Non ha alcun senso limitare nuovamente le libertà dei cittadini chiudendoli di nuovo in casa e costringendoli ad uscire col lasciapassare. Dobbiamo evitare che a lungo andare la vera vittima del virus siano le nostre libertà.
Andrebbe messa in atto la ricetta israeliana di fare circolare il virus tra i giovani e proteggere gli anziani ed i malati. Anche la Svezia ha messo in opera questa ricetta proteggendo anziani e pazienti affetti da altre patologie e il risultato è stato buono. Insomma, l’immunità di gregge è la soluzione. Da noi questo sembra impossibile. Non perché gli svedesi o gli israeliani siano dei marziani, ma perché noi per decenni – a causa soprattutto dei vincoli di bilancio posti dalla UE – abbiamo effettuato forti tagli alla sanità.
È un errore chiudere entrambe. La sicurezza nelle scuole e nell’università si ottiene con il distanziamento in classe e nelle aule, riducendo il numero degli studenti per classe, facendo eventualmente funzionare le scuole al mattino e al pomeriggio con il “doppio turno”. Peraltro quasi tutte le università ormai sono chiuse da tempo e funzionano “da remoto”. A questo punto è difficile persino pensare che anche in futuro riapriranno e funzioneranno come prima. Le conseguenze si faranno sentire nel lungo periodo.
Garantire il distanziamento adeguato sui mezzi pubblici, incrementando quindi il servizio. Questo sì, andrebbe fatto e al più presto, perché proprio i mezzi pubblici affollati diventano un luogo ideale per la diffusione del contagio.
Sono stati quei locali che hanno mantenuto meglio di tutti la distanza di sicurezza. È semplicemente sbagliato chiuderli. Dato che ormai la frittata è stata fatta, per i teatri e i concerti si faccia da subito almeno come per le partite di calcio, trasmesse in tv, anche se senza pubblico in presenza. I musei invece andrebbero aperti al più presto, controllando in maniera adeguata gli accessi.
Per sviluppare un vaccino efficace e sicuro ci vogliono tempi lunghi di sperimentazione. Nel nostro caso se il virus presenta più varianti c’è il rischio che funzioni come gli esistenti vaccini antinfluenzali che non coprono tutto. Ecco perché le cure farmacologiche potrebbero risultare più efficaci del vaccino. In più i vaccini di ultima generazione, i cosiddetti “genetici”, intervengono sul DNA, si tratta dunque di una terapia genica che potrebbe presentare problemi anche di natura bioetica da non sottovalutare.
Insomma, attenzione a non correre troppo e a valutare attentamente il rapporto tra rischi e benefici, ma bisogna pur riconoscere che con un vaccino che trae origine da un acido nucleico estraneo, il quale dovrebbe indurre la produzione di anticorpi direttamente contro il virus da parte del nostro sistema immunitario, si apre una nuova era per l’applicazione degli RNA “messaggeri” verso le malattie infettive, in particolare come piattaforma di risposta rapida indirizzata per le emergenze degli scoppi epidemici.
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Il mensile di sinistra Usa The New Republic ha pubblicato una lunga, scarnificante autocritica che può risultare preziosa anche per la sinistra italiana. L’autore, Christopher Caldwell, scrive che c’è poco da festeggiare per i democratici americani, visto il loro anemico risultato nel voto per il Congresso, derivante da mali strutturali.
Per cominciare, i risultati della presidenza Trump: invisibili dalle città globalizzate, tutte democratiche, dove vive il 90% dei giornalisti Usa. Trump ha realizzato qualcosa di straordinario: il primo boom egualitario degli ultimi decenni. Nel 2019 è riuscito ad abbassare la disoccupazione al 3,7% (praticamente pieno impiego, tranne la quota frizionale di chi sta cambiando lavoro), e soprattutto un aumento del 4,7% dei salari del quarto più basso della popolazione. Anche durante gli ultimi tre anni di Obama i redditi da lavoro erano aumentati, ma soprattutto quelli del decile più alto (del 20%), mentre gli altri strati avevano registrato miglioramenti solo lievi.
Quindi, se non ci fosse stato il virus, Trump probabilmente avrebbe vinto. Ma, anche qui: il crollo del 31% del pil nel secondo trimestre è stato annullato dal rimbalzo del 33% del terzo trimestre. Solo che il dato favorevole al presidente in carica è stato pubblicato appena cinque giorni prima del voto: troppo tardi perché mutasse la percezione di declino economico. Inoltre, buona parte degli elettori aveva già votato: è stata questa la vera distorsione provocata dal voto postale, non gli inesistenti brogli.
Per i democratici è imbarazzante ammetterlo: Trump ha avuto sfortuna. È stato il caso a provocare, più che la sua vittoria quattro anni fa, la sua sconfitta un mese fa. Perché ormai il partito democratico è visto come il difensore del privilegio economico: nove dei dieci stati più ricchi hanno votato Biden, 14 dei 15 più poveri per Trump. Se il distretto di Columbia (la capitale Washington) diventasse uno stato, come vogliono molti democratici, sarebbe il più ricco d’America, con un reddito pro capite superiore del 17% rispetto al secondo, il Connecticut. E a Washington Biden ha battuto Trump 92 a 5. I democratici sono il partito dell’economia globale, quindi delle sue due conseguenze aborrite dai ceti popolari: ineguaglianza e diversità etnica.
“Per questo il fronte popolare di Biden è destinato a sfaldarsi”, sentenzia Caldwell. Come fanno i socialisti Sanders ed Elizabeth Warren a rimanere assieme ai ricconi ‘big money’ che hanno regalato al partito democratico la sua prima campagna da un miliardo di dollari (il 60% più di quanto ha speso Trump)? Dove sono finiti i piccoli ‘donors’ da dieci dollari l’uno di Obama? Questa volta hanno coperto solo il 39% dei fondi di Biden, contro il 45% di Trump. Che quindi anche qui è stato più democratico dei democratici.
Nell’analisi di Caldwell c’è posto anche per l’Italia. “Negli anni ’60 del diciannovesimo secolo”, scrive, “tre grandi Paesi occidentali, Germania, Italia e Stati Uniti, combatterono guerre simili di unificazione, in cui la parte più dinamica di ciascuna nazione soggiogò la parte più bucolica”. Oggi negli Usa i democratici sono il partito del progresso tecnologico e demografico (la California della Silicon Valley, New York, Boston), i repubblicani dell’arretratezza. Fino a mezzo secolo fa i repubblicani erano invece il partito del capitale e i democratici quello dei lavoratori. Ma capitale e lavoro hanno bisogno l’uno dell’altro, dinamismo e tradizione no. Quindi l’attuale divaricazione rischia di essere insanabile.
Conclude Caldwell: non abbiamo mai visto mai nulla di simile prima. Ci sarà più instabilità in futuro: “Il conflitto non è più fra due visioni dell’America, ma fra due popoli differenti”. Ciascuna delle fazioni è convinta di rappresentare l’incarnazione dell’America, contro l’antiamericanismo degli altri. La vicepresidente Kamala Harris ha detto ai suoi 79 milioni di elettori: “Avete scelto speranza e onestà, scienza e verità”. E Michelle Obama: “Abbiamo votato contro bugie, odio, caos e divisione”. Cose brutte, che però hanno ottenuto 73 milioni di voti, più di quelli mai presi da suo marito. Cose xenofobe, maschiliste, egoiste: “deplorabili”, secondo la famosa definizione suicida di Hillary Clinton. Le quali tuttavia, seppur politicamente scorrettissime, hanno attratto dieci milioni di statunitensi in più rispetto al bottino di Trump nel 2016.
Cosicché, anche se per ora ha prevalso il fascino ecumenico di Joe Biden, gli Stati Uniti del nuovo presidente sono diventati indecifrabili per tanti dei litigiosi capi della sua corte. Un po’ come in Lombardia soltanto due anni fa, quando il democratico Giorgio Gori perse 29 a 49 con il leghista Attilio Fontana alle regionali. Un distacco astronomico. A qualche democratico italiano fischiano le orecchie?
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Articolo a firma di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero di ieri, 21 novembre 2020:
Ad oggi Joe Biden ha 306 grandi elettori, Donald Trump 232. Ma la vittoria del candidato Dem deve ancora essere dichiarata ufficialmente da alcuni Stati. Gli avvocati del Presidente in carica stanno raccogliendo le prove di frodi elettorali e irregolarità, dopo di che chiederanno alla Corte Suprema di pronunciarsi.
Gli Stati dove sarebbero avvenuti i presunti brogli sono quelli in cui è stato utilizzato per il conteggio delle schede il sistema operativo “Dominion” (di cui, guarda caso, è un importante dirigente il capo dello staff di Nancy Pelosi). “Dominion voting system democracy suite” è un software ritenuto da alcuni inaffidabile perché non è al sicuro da attività fraudolente e da manipolazioni. Questa è la ragione per cui il Texas per ben tre volte si è rifiutato di utilizzarlo. Ora, Wisconsin, Michigan, Arizona, Nevada, Georgia e Pennsylvania hanno tutti utilizzato proprio “Dominion”. E tutti questi Stati sono andati a Biden, nonostante fino al primo pomeriggio del 4 novembre Trump fosse avanti in almeno 4 su 6.
Nel caso in cui le prove dei brogli fossero confermate, la Corte suprema ha due strade: la prima è quella di consentire un riconteggio manuale delle schede (pronunciandosi anche sul voto postale giunto oltre una certa data), la seconda quella di invalidare il responso elettorale negli Stati interessati o in alcuni di essi. La strada per un eventuale riconteggio delle schede, seppur non sia da escludere, è stretta, infatti dopo l’8 dicembre le assemblee legislative di ciascuno Stato devono confermare ufficialmente la nomina dei grandi elettori, chiamati il 14 dicembre ad eleggere il 46° Presidente degli Stati Uniti. La Corte Suprema potrebbe in alternativa invalidare il voto per frode elettorale, in tutti o in alcuni dei sei Stati citati e in tal caso Biden potrebbe scendere sotto i 270 grandi elettori.
In questo caso troverebbe applicazione il Dodicesimo Emendamento della Costituzione americana, che prevede l’elezione del Presidente da parte della Camera dei rappresentanti. Beninteso, non da parte dei deputati ma dei delegati statali nella misura di un delegato per ciascuno Stato. E se si arrivasse a questo punto, Trump potrebbe farcela. Un’ipotesi plausibile? Vi sono due precedenti, l’uno diverso dall’altro ma che potrebbero offrire una chiave di lettura interessante.
Nel 1824 nessuno dei quattro candidati alla presidenza ottenne il “magic number” dei grandi elettori, quindi la Camera dei rappresentanti elesse il candidato democratico-repubblicano John Quincy Adams, nonostante fosse arrivato secondo sia nel voto popolare che in quello dei grandi elettori. Tutto legale. Un secondo precedente è ancora più interessante. Nel 1876 il candidato democratico Samuel Tilden ottenne 184 grandi elettori, uno in meno del “magic number” di allora, conquistando anche più voti popolari dello sfidante repubblicano Rutherford Hayes, che si fermò a 165 grandi elettori. Ben 4 Stati federati del Sud, che contavano complessivamente 20 grandi elettori, non ufficializzarono però l’assegnazione dei risultati elettorali e dei grandi elettori. Ed è proprio quello che potrebbe accadere adesso dopo la produzione delle prove dei brogli e un intervento invalidante della Corte suprema.
All’epoca la querelle fu risolta con un accordo tra i due partiti: una transazione informale che prese il nome di “Compromesso del 1877” (il ritiro definitivo delle truppe federali dagli Stati meridionali), per cui la commissione elettorale assegnò tutti e 20 i grandi elettori rimasti al candidato repubblicano Hayes, che divenne Presidente per il rotto della cuffia.
La soluzione di un accordo tra democratici e repubblicani è oggi impercorribile, ma resta possibile una pronuncia della Corte che invalidi il voto negli Stati contesi in cui si è utilizzato per conteggiare i voti il sistema informatico “Dominion”. Così Biden scenderebbe sotto il “magic number” e la palla passerebbe alla Camera, cioè ai delegati statali. Probabilmente è questo che Trump ha in mente, soprattutto se fosse impedito un riconteggio manuale delle schede ovvero ciò si rivelasse non sufficiente a fare chiarezza. Del resto il Presidente in carica può contare sulla maggioranza dei giudici nella Corte suprema.
Per una volta diamo ragione a Stalin, che di queste cose se ne intendeva: «non conta chi vota, ma chi conta i voti e come vengono contati». Certo, si tratterebbe della più grande frode elettorale di tutti i tempi, ma Trump sa il fatto suo e non ha alcuna intenzione di mollare.
di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero del 21 novembre 2020.
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Consigli letterari:
di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, “DEMOCRAZIA IN QUARANTENA. Come un virus ha travolto il Paese“, Historica edizioni, aprile 2020.
Qui i link per l’acquisto:
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https://scenarieconomici.it/%F0%9F%87%BA%F0%9F%87%B2usa-2020-ci-tocca-dare-ragione-a-stalin-non-conta-chi-vota-ma-chi-conta-i-voti-di-becchi-e-palma-su-libero/
Roma, 14 nov – Se avete letto 1984 di Orwell: i “due minuti d’odio” che, trasmessi quotidianamente, servono ad ammorbidire e al contempo inferocire il popolo di Oceania, imprimendogli nella mente la Verità oltre la quale vi è solo l’illecito. Ripensate a quel passaggio del romanzo, a come le immagini trasmesse dal Grande Fratello fossero idonee a stravolgere l’animo e il buon senso di chiunque le guardasse, legando a doppio filo il cittadino-suddito alla narrazione imposta dal Partito. Molti trovano analogie tra il romanzo di George Orwell e la realtà odierna e tali analogie riguardano la sensazione di non aver più margine di libertà entro cui contrapporsi alla narrazione in corso: dall’ecologismo talebano al terrorismo islamico innominabile, dalla questione sanitaria in essere ai tentativi più o meno riusciti di imporre per legge un controllo sociale delle idee difformi, varie commissioni, vari disegni di legge varati da maggioranze parlamentari non corrispondenti all’elettorato maggioritario. Vedi la legge Zan, vedi la commissione contro le fake news, vedi la commissione Segre, vedi la vecchia legge Fiano, il tutto condito dalle ottime intenzioni di chi pervicacemente tenta di ridurre al minimo la libertà altrui.
Accostamenti forzati con 1984, ma forse neanche troppo, poiché del romanzo v’è da prendere solo il succo. I due minuti d’odio e l’incarognimento che ne segue somigliano al bombardamento mediatico che ha seguito il naufragio della barca a causa del quale è annegato Joseph, il bambino di sei mesi che dalla Libia tentava di venire in Italia assieme alla madre. Sono seguiti a questo evento drammatico, come sempre accade dal 2012 a questa parte, una serie infinita di insulsaggini e prediche prive di senso che richiamerebbero popolo italiano e istituzioni ad una non ben identificata solidarietà verso qualsiasi tipo di immigrato. Naturalmente, la storia del neonato rende queste esortazioni inattaccabili: chi si sognerebbe mai di affermare (o di ammettere?) di non provar dolore per l’accaduto? I due minuti di regime che ci vengono sparati addosso servono proprio a distorcere la realtà per evitare che ognuno di noi usi il buon senso nell’affrontare anche la vicenda più triste. Nel caso di specie, le frontiere aperte e l’accoglienza indiscriminata funzionano da calamita per milioni di persone, e più ne partono e più ne muoiono. Qualsiasi idiota è in grado di capire che se domani arrivassero, anziché mille, magari diecimila immigrati, le possibilità che si verificasse un altro drammatico naufragio aumenterebbero sensibilmente. Eppure siamo ingabbiati nella narrazione strappalacrime.
A proposito di Orwell e propaganda. Sembra che la percentuale di asintomatici o lievemente sintomatici si attesti attorno al 93% di coloro che giornalmente risultano positivi al Covid-19. Il 7% dei malati ha sintomi più gravi e la mortalità non sfiora l’1%. In Italia vige il caos e il divieto assoluto di negare la portata devastante della pandemia che viene ormai paragonata alla pandemia da Spagnola. Non a caso è stata istituita una task force contro le fake news, sebbene nessuno sia in grado di tracciare il limite tra ciò che è oggettivamente falso e ciò che è libero pensiero. Personaggi imbarazzati come Vincenzo De Luca hanno mostrato le lastre fatte ai polmoni di un malato grave, spacciandole per referto comune al quale chiunque potrebbe andare incontro.
Eppure non è così, sappiamo tutti che non è così, ma il risultato finale si riassume in un terrore generalizzato che comporta la reclusione dentro casa mentre il governo ha deciso di governare senza organizzare per tempo una risposta razionale all’attuale seconda ondata. La medicina territoriale sarebbe servita ad evitare l’intasamento degli ospedali di tutta Italia, con persone che al primo colpo di tosse temono di morire entro l’alba. E chi si chiude in casa deve star bene attento perché la psicopolizia può intervenire se attendi la tua pizza a domicilio davanti al portone o se, all’aperto e lontano da tutti, baci la tua fidanzata. Meglio l’onanismo. A breve il ministro Speranza pubblicherà il suo nuovo libro: il Coronasutra. D’altronde, tra i tecnici che oggi governano, ossia i virologi, vi è chi ha sconsigliato persino alle coppie stabili di far sesso, come se di questi tempi abbondassero i momenti di svago e di godimento. Scivolare dalle buone intenzioni al Grande Fratello non è poi così arduo. E a condurre non è Signorini.
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https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/grande-fratello-covid-orwell-complottismo-173906/
Usurai, vil razza dannata! Libro di Gingko edizioni (Verona) è una antologia dei precursori alla lotta agli speculatori in doppio petto.
La Gingko edizioni ha da poco pubblicato un libro dal un titolo che non permette equivoci d’interpretazione: “Usurai, vil razza dannata! L’opposizione ai prestatori di denaro.
La lotta per abolire la schiavitù degli interessi” si tratta di una antologia degli scritti di autori che hanno combattuto per raddrizzare le storture di un sistema finanziario criminogeno, Arthur Nelson Field, John A. Lee, John Hargrave, Ezra Pound, Padre Charles Coughlin, Gottfried Feder.
Il curatore di questa antologia di pensatori anti usurai è il neozelandese Kerry Bolton.
A parte Ezra Pound alcuni di questi autori non sono ben noti in Italia.
Parliamo di Arthur Nelson Field, John A. Lee appartenenti all’emisfero australe e di John Hargrave, il geniale creatore del movimento delle Camicie Verdi in Gran Bretagna.
L’ingegnere prestato alla politica, Gottfried Feder, con le sue idee permise alla Germania di rinascere industrialmente e finanziariamente, senza ricorrere ai capitali internazionali, offerti in cambio di interessi a livello di usura.
Feder dopo la Prima guerra mondiale offrì i propri piani ai comunisti tedeschi, che neppure lo degnarono di una risposta e poi ad Adolf Hitler.
Il futuro dittatore tedesco intuì immediatamente che quelle idee avrebbero funzionato e, come poi tutti videro, funzionarono alla perfezione.
Alcuni dicono che fece rinascere l’economia tedesca investendo in armamenti, ma le statistiche dicono che sino al 1938 spendevano quanto le altre nazioni europee, ad eccezione dell’Unione Sovietica che investiva enormi somme in armamenti.
In particolare, meriterebbe di essere meglio noto un prete straordinario che godette di un seguito enorme negli Stati Uniti durante gli anni Trenta. Parliamo di Charles Coughlin, un prete cattolico noto come “il prete radiofonico”.
Se fosse vissuto ai giorni nostri, con internet godrebbe di un seguito planetario.
Egli contribuì all’elezione del presidente Roosevelt, tanto grande era il suo seguito, ma poi lo sconfessò prima di essere ridotto da lui al silenzio.
Roosevelt offrì l’invio di proprio ambasciatore in Vaticano in cambio del silenziamento delle trasmissioni di padre Coughlin.
Charles Edward Coughlin nacque a Hamilton, Ontario, il 25 ottobre 1891.
Fin dall’adolescenza volle essere un sacerdote. Fu ordinato prete nel 1916.
Insegnò per sette anni all’Assumption College in Ontario e nel 1923 si trasferì a Detroit. Vi fondò una chiesa a Royal Oak, nel Michigan, con una congregazione di 28 famiglie.
Essendo appassionato di baseball, incontrò Dick Richards, proprietario dei Detroit Tigers, che si offrì di sponsorizzare un discorso di mezz’ora sulla sua stazione radio.
Padre Coughlin iniziò le sue trasmissioni radiofoniche domenicali su WJR nel 1926. I temi erano la famiglia, con particolare attenzione ai bambini.
Un critico anti-Coughlin, Wallace Stegner, ricorderà che in mezzo alla disperazione della Grande Depressione la voce di padre Coughlin era “di una ricchezza così dolce, così virile, così calorosa, così intima, così confidenziale, così emotiva e aggraziata, che chiunque si sintonizzasse su di essa quasi automaticamente tornava a sentirlo di nuovo.
Egli fu senza dubbio una delle grandi voci del ventesimo secolo”.
La sua popolarità crebbe rapidamente e le donazioni fioccarono, permettendogli di acquistare spazio su altre stazioni. La trasmissione venne ripresa dalla CBS.
La sua congregazione salì a 2.600 famiglie, e fu aggiunta alla Chiesa una torre di 60 metri che venne usata per le trasmissioni. Il 30 gennaio 1930 padre Coughlin trasmise il suo primo discorso politico, riferendosi ai “bolscevichi e ai banchieri che li sostengono”.
Attaccò il presidente Herbert Hoover. Il senatore Hamilton Fish Jr. chiese a Coughlin di testimoniare a Washington contro al Comunismo. Ma le sue trasmissioni furono improvvisamente cancellate dalla CBS nel 1931. Tuttavia, Coughlin fece appello ai propri ascoltatori per ottenere fondi e, tramite il servizio postale, riceveva 80.000 lettere alla settimana, e presto sviluppò una propria rete radiofonica che raggiunse circa dieci milioni di ascoltatori. A Royal Oak fu costruito un nuovo ufficio postale proprio per gestire l’enorme quantità di posta che Coughlin riceveva.
Durante le elezioni presidenziali del 1932 Coughlin promosse fortemente la candidatura di Franklin D. Roosevelt, con lo slogan ‘O Roosevelt, o la rovina’, descrivendo il piano di Roosevelt di un ‘New Deal’ per far ripartire l’economia americana come ‘Il patto di Cristo’.
A questo punto l’audience radiofonica era stimata tra i 30.000.000 e i 45.000.000 di ascoltatori. Roosevelt incontrò Coughlin varie volte per sollecitare il suo sostegno, e Coughlin scrisse vari discorsi per Roosevelt.
La gerarchia cattolica approvò, e Papa Pio XI scrisse a Coughlin, congratulandosi con lui per la sua adesione alla dottrina sociale della chiesa cattolica. Una volta che Roosevelt assunse la presidenza, Coughlin lo vide presto come un burattino dei banchieri internazionali. La rottura con Roosevelt divenne pubblica nel marzo del 1933 e durante una trasmissione disse di considerare Roosevelt un “peso”.
Pubblicò dei libri che vendettero milioni di copie e che potrebbero essere letti con profitto anche ai giorni nostri, dato che il sistema bancario non ha sentito alcun bisogno di auto-riformarsi. Ecco i sedici principi enunciati da padre Coughlin nel fondare il suo movimento:
DA
Pietrangelo Buttafuoco (Catania, 2 settembre 1963) è un giornalista e scrittore italiano, opinionista e conduttore di programmi di successo.
Dal febbraio 2015 scrive per il Fatto Quotidiano e a partire dal 2019 inizia anche a collaborare con Il Quotidiano del Sud . Nello stesso anno è nominato presidente del Teatro Stabile d’Abruzzo.
Dopo la dabbenaggine di quello sciagurato agosto, quando Salvini ha fatto saltare tutto riconsegnando le chiavi della città al sistema, i cosiddetti antisistema, cioè il M5S, si sono ritrovati nella condizione di essere gratificati e accolti in società.
Improvvisamente sono stati dimenticati i congiuntivi sbagliati.
E lo stesso Giuseppe Conte, che veniva additato dalla stampa nazionale e internazionale come il rappresentante dell’anonimo “pescato dal caso”, diventava uno statista. Tutti dimenticavano come venisse spernacchiato per essere l’omino nella mani di Rocco Casalino. Hanno vissuto l’ebrezza di essere finalmente accettati in società.
Quell’esperienza del Governo Giallo Verde dove si univano i due antagonismi, in contrapposizione allo status quo e al sistema, si è ribaltata nell’esatto contrario.
Dobbiamo inoltre ricordare che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, il SUD aveva votato per l’antisistema. Quel territorio che era sempre stato considerato un bagaglio elettorale a disposizione dei vecchi partiti (DC, PSI e PCI), aveva scelto l’esatto contrario.
Salvini aveva calcolato male. Si era fatto forte di un 40 % che oggi è completamente inutilizzato e il vantaggio che gli altri si sono presi, è inaudito. Quelli non fanno prigionieri!
Abbiamo, in questo momento, la peggiore delle condizioni.
Si ritrovano a comandare senza l’incomodo di vincere le elezioni. Hanno probabilmente anche lasciato in difficoltà quanti, all’interno del movimento, avrebbero preferito sicuramente stare al governo con la Lega piuttosto che con il PD.
Conte è espressione della palude del sistema di potere romano e lì l’errore fondamentale è stato nominarlo Premier per ben due volte. Sarebbe stato molto meglio scegliere Di Maio. Sarebbe stata una scelta politica.
I rapporti di forza all’ interno della maggioranza ovviamente sono tutti del PD. Il Movimento cinque stelle ringrazia per il miracolo ricevuto.
Non credo.
Il centro destra era legato alla figura di Berlusconi. Anche lui oggi ha attraversato una mutazione. Di sé stesso, del suo mondo e di quella che era l’alchimia del centro destra.
Averlo visto da Fabio Fazio accolto e acclamato, ha completato un circuito di trasformazione perché lui ha veramente diviso l’Italia in due. C’era quella parte che lo amava e un’altra che lo odiava. Ora quell’Italia che lo odiava ne ha quasi tenerezza, lo rimpiange. Lo accoglie. Mi ha fatto riflettere vederlo omaggiato e santificato da Fazio.
Perché, ancora una volta, la vecchia talpa della storia simpaticamente scava nel terreno del paradosso. E non c’era manco bisogno di litigare con Indro Montanelli perché si è ritrovato nella stessa condizione. Applaudito alla Festà dell’Unità televisiva.
Non ci sono le condizioni di immaginare dunque un centro destra.
Allo stato attuale siamo nella condizione di immaginare una risposta alternativa all’attuale sistema di potere e ad una minoranza egemone, che comanda in Italia da molto e troppo tempo. Noi dobbiamo fare i conti con il PD che somma due soggetti apparentemente contrapposti il PCI e DC. Il PD è questo. La sintesi di un qualcosa che arriva da lontano. Dalla prima repubblica. E’ caduto il muro di Berlino ma con questo il comunismo non è stato cancellato. Tanto è vero che oggi, nello scacchiere internazionale, la prima potenza globale al mondo è guidata dal Partito Comunista e sto parlando della Cina, che ha un potere molto più forte di quanto possano avere persino gli Stati Uniti d’America.
Il PD è espressione di un potere che oramai ha esaurito la sua capacità di progettare e costruire il futuro. Quindi non è una questione di fare destra o sinistra è di capire se questa struttura di sistema è in grado di reggere la crisi o transizione che sia che stiamo vivendo.
Noi dell’attuale pandemia abbiamo studiato, verificato, analizzato tutta una serie di conseguenze che sono quelle delle ricerca medica, organizzazione sanitaria e del minimo di struttura che si deve dare alla società. Ma non abbiamo considerato un altro aspetto che è totalmente politico e geopolitico. Non abbiamo considerato il POLEMOS di guerra in atto. Quando dobbiamo immaginare una guerra, vediamo stazioni e aeroporti bombardati affinché non arrivino e decollino mezzi. Immaginiamo ospedali bombardati affinché non siano fruibili da chi ne ha bisogno. Stessa cosa quando ci troviamo davanti a scuole.
Non c’è bisogno di bombardare Gorla, come avvenne in passato. Adesso è sufficiente immaginarla nel caos attuale per evitare che ci vadano i bambini. Allo stesso modo non abbiamo modo di rivedere una guerra con i proiettili e con il rumore e la distruzione quando tutte queste strutture sono già state rese immobili.
Ieri era l’anniversario del crollo del Muro di Berlino. Con quel simbolo, crollava il comunismo e perché invece la muraglia Cinese è rimasta integra e potente nel gioco del mondo? Dobbiamo fare i conti con questo.
Vede, DC e PCI una volta erano cane e gatto, mentre oggi sono un unico riferimento per un sistema che secondo me sta dando solamente colpi di coda. Basta vedere come hanno reagito con l’elezione di Biden. Ovviamente Trump è quanto di peggio si possa immaginare. Mike Pompeo, Dio ce ne scampi!
Ma sono degli elementi di sovversione e di aggregazione di una società. Ma con Biden torna invece prepotente un sistema di potere che, da quello che posso vedere, è nei suoi colpi di coda più pericolosi. Basti ricordare il caos che hanno generato in Medio Oriente. Basta vedere che cosa è stata quella dottrina dell’esportazione della democrazia con la distruzione di realtà statuarie e di sovranità.
La politica deve superare questa fase provinciale e restituirsi alla sua vocazione universale e immaginare uno scenario ulteriore. Il centro sinistra è il riferimento per un sistema di potere che abbiamo sotto gli occhi. Da quell’agosto in poi, non c’è angolo di Italia che non sia lottizzato da questo sistema di potere.
Mi sottraggo al rituale italiano di dire “ho fiducia nella magistratura”. So perfettamente che nel vuoto di potere l’unico soggetto decisore politico forte in Italia sono le procure.
Perché immagino che il ministro sia ipocondriaco.
Secondo me è semplice il meccanismo mentale per il quale hanno preso questa decisione. Intanto vivono la gestione di tutta l’attività culturale e artistica come una dimensione di nicchia. E quindi pensano che solo una nicchia possa protestare perché si basano solo sui sondaggi e non tanto le relazione tecniche. Fanno dunque una valutazione approssimativa. “Ne accontentiamo 100 ne scontentiamo 3”.
A loro basta la complicità oscena di molti vip, che fanno collegamenti Skype su Rai Uno, fanno la loro comparsata, il loro sermoncino e su quello accontentano il governo.
Noi in Italia siamo un’eccezione rispetto a quello che da sempre è stato l’andazzo creativo spirituale potentissimo dell’arte, che ha fabbricato sempre negli artisti un elemento di sovversione, eversione di delinquente allegria. Mentre noi abbiamo artisti che sono tutti più o meno gendarmi del pensiero unico , sceriffi a disposizione dello status quo, moralisti insopportabili.
Caravaggio? Oggi sarebbe censurato. Fazio non lo inviterebbe mai nelle sue trasmissioni.
Se dobbiamo credere a quello che ci raccontano stiamo vivendo adesso la stagione migliore in assoluto. Andrà tutto bene, diventeremo migliori. Quello è.
DA
Cibo e messaggi sulle rotte italo-slovene ed esaltazione dei massacri istriani
A Trieste un manipolo di pro migranti, pro foibe e nemici della polizia è venuto a dare man forte ai talebani dell’accoglienza locale.
La missione della «campagna solidale per la libertà di movimento» ha lasciato acqua, scatolette e biscotti lungo i sentieri dei clandestini in arrivo dalla Slovenia, lungo la rotta balcanica. Il pacchetto di viveri è accompagnato da un cartello in inglese «Benvenuti in Italia» con la faccina sorridente e scritto in rosso «fuck police». Il tutto immortalato sulla pagina facebook della campagna Lesvos calling assieme ad un’altra foto di uno slogan incredibile su un rudere del Carso triestino, dove passano i migranti illegali. Le parole in inglese color rosso fuoco «fascisti tornate a casa (o in foiba) – rifugiati benvenuti!» suonano come un oltraggio. Sull’altopiano carsico la foiba di Basovizza, monumento nazionale, è uno dei buchi neri dove i partigiani di Tito hanno scaraventato migliaia di italiani a guerra finita.
Altre immagini mostrano in primo piano gli indumenti abbandonati dai migranti giunti dalla Slovenia, nonostante il lockdown, con sullo sfondo Trieste. Le foto, dei viveri e dell’invito ad infoibare, sono state postate il 31 ottobre e accompagnate da un testo che non lascia dubbi. «Questa mattina, insieme alle compagne e ai compagni di Trieste, abbiamo simbolicamente varcato il confine Italo sloveno, chiuso da una settimana (per il virus nda), dimostrando la porosità di muri e barriere della Fortezza Europa» scrivono i militanti pro migranti e pro foibe. «È stata anche l’occasione per lasciare, in alcuni punti nevralgici, acqua e generi alimentari per chi attraversa il Carso» aggiungono come se fosse normale.
I militanti della campagna pro migranti fanno spallucce e sotto la foto dello slogan pro foibe, Maurizio Martinelli scrive: «State facendo la necessaria rivoluzione morale. () Siete (non siate) benedetti». I «santi» dei clandestini sono i gruppi come Bozen solidale, «associazione no profit attiva in accoglienza e integrazione nella provincia di Bolzano. Antifascista, antirazzista, antisessista». Oppure il Centro sociale Rivolta di Marghera composto da estremisti di sinistra e ambientalisti violenti. Alla campagna, che ha organizzato la missione «solidale» a Trieste, aderiscono anche altri gruppi simili di Padova, Trento, Treviso, Venezia e Vicenza.
I militanti sono venuti a dare a man forte alle associazioni locali Linea d’Ombra ODV e Strada Si.Cura, al fianco dei migranti della rotta balcanica appena arrivati a Trieste. Durante i tre giorni nel capoluogo giuliano il manipolo pro foibe si è recato il primo novembre, davanti alla stazione ferroviaria, punto d’incontro dei clandestini. «Da qui la Rotta balcanica () diventa Rotta europea – si legge nel post che commenta le foto – Vogliamo (.) contribuire () organizzando dai nostri territori delle staffette che sappiano sostenere in modo concreto questo fondamentale presidio sociale e politico di cura e denuncia». Magari lasciando stare le foibe.
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Certo, popolo contro élite. Questo è il senso del risultato americano ma alla fine, grazie al voto postale, la sfangherà Joe Biden. I democratici trovano sempre il modo di governare senza l’incomodo di vincerle le elezioni e se un paragone può essere utile, eccolo: sarà come in Italia nel 2006 quando Silvio Berlusconi arriva primo ma, oplà, il conteggio dei voti degli italiani all’estero – trasparentissimo, manco a dirlo – consegna il governo a Romano Prodi. Come sempre: popolo sotto élite.
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