Mastella, leader morale dei 5Stelle
Narra una leggenda che quando venne fuori il motto “non moriremo democristiani” Andreotti lo sottoscrisse, aggiungendovi di soppiatto una virgola prima di democristiani: non moriremo, democristiani. La storia non sarà vera, ma le fandonie a volte dicono la verità più dei fatti. Con un democristiano come Mattarella al Quirinale, un para-dc a Palazzo Chigi, l’ombra di Casini, le trame di Tabacci e la corte spietata ai voti dell’Udc per galleggiare, quella virgola d’immortalità si è rivelata ancora in vigore. Il diavolo, si sa, si nasconde in un dettaglio. Per qualche giorno il sogno dei grillini e della sinistra è rimasto appeso alla virgola di Clemente Mastella. È stato salutato, con la di lui consorte, come la quarta zampa del governo Conte, questo quadrupede mostruoso, un po’ grillo, un po’ camaleonte, un po’ iena, un po’ sanguisuga. È rimasto il simbolo dei trasformisti in soccorso di Conte. “Siamo tutti Mastella”, ha commentato con orgoglio l’interessato.
Ho un antico debole per Mastella; una simpatia a pelle, selvatica e irragionevole. Un simpatico gaglioffo, dicevo, per temperare la mia simpatia o stemperarla in un giudizio controverso. La buttavo sulla comune origine terronica e sulla corrente d’empatia che sorge quando mi è capitato d’incontrarlo. Una volta avevo scritto che il sud è così malridotto che il suo unico leader nazionale è Mastella; lui incontrandomi per strada mi abbracciò ringraziandomi per averlo riconosciuto come unico leader del sud. Ah, l’astuzia democristiana della virgola… Un tempo la simpatia verso Mastella era solo istintiva, etnica, biologica e ludica, ma non politica, tantomeno culturale. Ebbi il primo turbamento quando appresi che Mastella era laureato in filosofia; pensai a uno scherzo, una perfida bufala campana; ma era vero. Ora considero Mastella un vero filosofo, che ha preso il mondo e la politica con vera filosofia; una filosofia che chiamerei paraculismo, una corrente di pensiero assai affollata. Una filosofia che lui ha adattato alla militanza democristiana ma che è precristiana, forse preumana. Mi piaceva persino la sigla cacofonica del suo partito, l’Udeur, che pure sembrava il grugnito di un cinghiale sannita o la parola d’ordine per ammiccare a misteriosi intrecci, una specie di password per entrare nel regno segreto di Clemente. Da pronunciare con una mimica allusiva, facendo l’occhiolino, ciucciando le labbra e ruotando la mano mentre si pronuncia la parola chiave. Tipo “Birra e salcicce” (con la c) di una famosa gag di Totò per entrare nella Legione straniera. Mastella è l’emblema della legione straniera a cui si accede grazie a “birra e salcicce”.
In caso di emergenza rompere il vetro; là nella teca, come il martello e la Madonna, c’è lui, il serafico San Clemente da Ceppaloni, già Salvatore di altri governi in difficoltà, patrono delle cause più spinose. Mastella è una frontiera fatta persona, una dogana con dazio, già simbolo del terzismo nazionale e ora ideologo e leader morale del governo Conte. È passato alla storia, anche se si ostinano a condannarlo alla geografia, perché grazie a lui l’Italia ebbe per la prima volta nella storia un premier venuto dal comunismo, D’Alema; dove non riuscì Gorbaciov, il muro di Berlino o il compromesso storico, vi riuscì Mastella. Così nacque il governo Falce e Mastella. Ora è riuscito a mastellizzare pure i grillini.
Con lui ci si può sempre accordare. Non sogna grandi strategie ma amorosi inciuci, come ha proposto all’indignato Calenda. Mastella ha l’occhio inquietante di un imam ma la voce sussurrante di Geggè e i confidenziali: è sannita, non sunnita. E nelle sue mutazioni può rivendicare perfino un’origine nordica e guerriera; infatti il ducato di Benevento fu dominato a lungo dai longobardi. Mastella è duttile, è malleabile, rende più umani e più ameni i giochi della politica e il meraviglioso mondo degli ex dc, è un politico di lungo corso che riporta in servizio i suoi baratti atavici, la virgola e il voto di scambio.
Ma su Mastella non c’è niente da dire, è coerente col suo personaggio e il suo ruolo storico. Mastella fa il Mastella. Quel che sorprende, invece è la parabola dei grillini dal vaffanculismo al paraculismo. Ora merita di concludersi con la leadership di Mastella. Mastellate il movimento 5stelle e avrà un volto Clemente. Non si sono mastellati solo il vate Grillo o gli ominicchi di potere, come Di Maio, Fico, Bonafede, Crimi; ma persino il purissimo Ale Di Battista si è dichiarato pronto a battersi per Conte, il governo con la sinistra e i trasformisti pur di respingere il Nemico, ridotto al solo Renzi.
Dei grillini fummo facili profeti nel prevedere la loro mutazione genetica da scappati di casa a imbucati nel Palazzo a qualunque prezzo. Un partito che nasce dal niente, fatto da gente di niente, cambia come niente pur di sopravvivere. Ma non pensavamo alla rapidità della loro conversione: detestavano tutti, ma in meno di tre anni hanno cercato alleanze con tutti, pur di restare al potere e non tornare nel nulla da cui provenivano. Destra, sinistra, leghisti, Mattarella, Ursula, Responsabili, Mastella. Tutti, proprio tutti; hanno corteggiato tramite Conte pure Berlusconi.
Il punto più basso della politica non è Mastella ma Conte, il trasformista acrobatico più mutante della pur ricca storia di voltagabbana del nostro Paese. Rispetto a lui, Mastella è un punto di risalita; in fondo lui è coerente alla virgola di sopravvivenza democristiana. Dal Travaglio di questa crisi è nato il movimento 5Mastelle. Parola d’ordine per entrare: Birra e Salcicce.
MV, Panorama n.4 (2021)
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Solženicyn e la tragedia dei gulag
Aleksandr Isaevič Solženicyn è stato uno scrittore russo. Con i suoi lavori, in particolare Arcipelago gulag, fu il primo a rivelare al mondo l’orrore dei campi di concentramento sovietici. Quest’opera di verità gli valse il Nobel per la letteratura nel 1970, ma quattro anni dopo l’Urss lo esiliò. Nel 1945, era finito agli arresti per aver osato criticare Stalin in una lettera a un amico, controllata dalla polizia segreta. Fu condannato a 8 anni da scontare in un gulag. Ecco cosa raccontava di quella terribile esperienza nel suo libro più famoso.
Sulla disperazione che coglieva i prigionieri
“A che limiti di mostruosità si deve ridurre la vita della gente, perché migliaia di uomini, nelle prigioni, nei cellulari e nei vagoni invochino, come loro unica speranza di salvezza, la forza sterminatrice di una guerra atomica!”.
Sul dramma dei detenuti liberati e spediti al confino
“È un giro vizioso: non accettano al lavoro senza un permesso di soggiorno, non danno il permesso di soggiorno se non si ha un impiego. Senza lavoro non si ha neppure la tessera del pane. Gli ex detenuti ignoravano la regola secondo la quale la Mvd [il ministero dell’Interno] ha il dovere di sistemarli al lavoro. E anche se qualcuno ne era al corrente, aveva paura di rivolgersi a quel ministero: c’era da essere messi dentro… La libertà è libertà di piangere”.
Sul fatto che l’esistenza dei campi fosse connaturata al regime sovietico
“La differenza [dei lager di Chruščёv] coi lager di Stalin non è data dal regime di detenzione, bensì dalla composizione degli effettivi: non ci sono più milioni e milioni di Cinquantotto. Ma, come prima, i detenuti si contano a milioni e, come prima, molti sono esseri senza difesa, vittime di una giustizia iniqua e cacciati nei lager unicamente perché il sistema vuole sopravvivere ad ed essi rappresentano il suo nutrimento. I dirigenti cambiano, l’Arcipelago rimane. Rimane perché questo regime statale non potrebbe sussistere senza l’Arcipelago. Se si liquidasse questo, anche quello cesserebbe di esistere“.
E infine, l’appello ai benpensanti
“Oh, pensatori occidentali «di sinistra», così amanti della libertà! Oh, laboristi di sinistra! Oh, studenti progressisti americani, tedeschi, francesi! Tutto questo è ancora troppo poco per voi! Per voi, tutto il mio libro si riduce in sostanza a nulla. Capirete ogni cosa, e di colpo, solo il giorno che – mani dietro la schiena! – partirete voi stessi per il nostro Arcipelago”.
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Thibon, l’uomo che coltivava la terra pensando al cielo
DI MARCELLO VENEZIANI
Il 19 gennaio di vent’anni fa si spense nella casa di famiglia in cui era nato 98 anni prima, a Saint-Marcel-d’Ardèche, il pensatore contadino e cristiano Gustave Thibon. Dovrebbe leggere i suoi scritti Papa Bergoglio, è una lettura semplice che apre il cuore; vedrebbe l’amore per la terra e la fraternità dal punto di vista verticale, cioè in profondità e in altezza. In profondità dove ci sono le radici, in altezza verso Dio. Per unire l’umanità, gli insegnerebbe Thibon, non serve gettare ponti ma innalzare scale; “chi non è salito fino a Dio non ha mai incontrato un fratello”.
Thibon è un autore sconosciuto ai più. Di lui uscirono mezzo secolo fa in Italia un paio di libri con l’editore Volpe, Ritorno al reale e Diagnosi, e qualche opera minore. Di recente D’Ettoris ha pubblicato Il tempo perduto, l’eternità ritrovata, (p.516, 25,90 euro), florilegio di scritti e aforismi a cura di Antonella Fasoli, prefazione di Benedetta Scotti. “Benedire tutto, non divinizzare nulla”, insegna Thibon; abbattuti gli dei sorgono i “mostri” e disfatti i miti si innalzano “i palloni gonfiati”.
Thibon abbandonò presto gli studi e dopo aver viaggiato, dimorando anche in Italia, si dedicò alla vita contadina ritirandosi nelle sue terre. Lì coltivò vitigni e pensieri. Lo scoprì Jacques Maritain, pubblicando un suo scritto nel 1931. Thibon era legato alla terra e al cielo, contadino e credente, nutrito di un amore metafisico per la realtà. Amava la tradizione e non la coniugava al passato né la relegava in un astratto Mondo Perfetto, ma la ritrovava nella vita che s’incarna di continuo, nelle radici che danno frutti e nel sole che si rinnova ogni mattino. “Non opporsi ai cambiamenti ma impregnarli d’eterno”. Gabriel Marcel apprezzò la freschezza profonda della sua anima in comunione con la natura, la familiarità col silenzio e la sua vita regolata al ritmo del cosmo. Per Thibon un vero aristocratico si distingue ma non si separa dalla gente con sdegnoso snobismo; è il suo stile, la sua grazia, la sua essenza a distinguerlo. La nobiltà ha cadute, non bassezze. Il contadino ha radici, scrive Thibon, perciò non teme il vento e non diventa suo trastullo.
Nella sua casa di campagna si rifugiò Simone Weil in piena guerra per ritrovare il contatto con la terra nel lavoro agreste; con lui dialogò a lungo, insegnò a lui il greco e con lui lesse i classici; a lui affidò i suoi quaderni di cui fu il primo curatore. È splendido il ritratto di Simone che ci lascia Thibon nel libro scritto con Padre Perrin (Simone Weil come l’abbiamo conosciuta); ritrova in lei “l’egoismo trascendentale dell’eroe” e la sua insopportabile santità, perfino il suo antisemitismo, lei ebrea; la sua goffaggine, la sua inattitudine alla realtà e alla vita pratica e il suo desiderio di mortificarsi, di annientarsi.
Di quell’amicizia narrò un film di qualche anno fa, Stelle inquiete. Quando conobbe Simone Weil, Thibon provò all’inizio quasi repulsione. La stessa repulsione confessò pure lei verso di lui, “mi è letteralmente intollerabile”. Lei perduta nel suo etereo spiritualismo intellettuale, lui radicato nel suo terrestre spiritualismo realista; lei rivoluzionaria e anarchica, lui monarchico e vicino al regime di Vichy. Però l’amore della verità superò le antipatie superficiali e ideologiche. Fu vinto, suo malgrado, “dalla purezza della sua anima, dalla qualità del suo spirito”, vide in lei “una tensione di fedeltà all’eterno” che rese la loro amicizia “profondamente fraterna”. “Aveva il privilegio di essere sempre dalla parte dei vinti”. Trentenne, era già incurvata dall’ascesi e dalla malattia, “solo i suoi occhi mirabili sopravvivevano in quel naufragio della bellezza”. E quel suo discutere all’infinito… Thibon colse la fragilità di Simone Weil in quella rigidità che la rendeva impacciata nella vita e astratta nel pensiero.
Mentre lei asciugava i piatti le disse che il suo punto debole era “una mancanza di unità tra terra e cielo”. Colse con perfetta semplicità la vena “gnostica” di Simone, quella spiritualità fuori dal mondo, dal corpo e dal tempo che rendeva rarefatti i pensieri e sovrumana la grazia. Solo la santità, disse, le apporterà la lievità suprema. Dal canto suo, Simone, integralista della purezza, giudicò aspramente alcuni scritti di lui; e criticò l’amore che il cristiano Thibon nutriva per Nietzsche. Ma riconobbe lo splendore accogliente della sua anima, visse e vendemmiò con lui nella sua campagna – “con lei ho vangato la terra e spezzato il pane” disse Gustave. Lei rifiutava i conforti e l’abbondanza di cibo che lui le offriva e cercava la scomoda frugalità nella casetta diroccata sulle rive del Rodano. Probabilmente l’elogio del radicamento che lei scrisse proprio dopo il periodo trascorso nella campagna di Thibon, risentì di quella vita, quei dialoghi e quelle idee del filosofo contadino. E così la difesa weiliana del passato, dell’onore, dell’ubbidienza, dell’ordine. Non a caso Simone affidò proprio a lui, nel loro ultimo incontro, i suoi Quaderni, perché ne facesse quel che voleva. Su una panchina di pietra lui e Simone leggevano insieme Platone, contemplando le stelle e fumando di continuo. Un filo di fumo legava Platone alle stelle Ci trafigge il suo dolore per la morte precoce di lei: “Sanno, i morti, ciò che uccidono in noi, lasciandoci? Per noi che l’abbiamo amata, una parte della nostra anima è divenuta una tomba: mille scambi, possibili solo con lei, sospinti fuori dall’esistenza”.
Per Thibon la ricetta per invecchiare bene è non smettere mai di nascere; anzi più che nascere, resuscitare. L’epoca in cui tutto è perduto, diceva, è anche l’epoca in cui tutto si può ritrovare. La salvezza verrà tramite la bellezza, la preghiera e l’amore. La parola chiave del suo pensare è “sempre, questa parola continuamente ripetuta dall’amore, continuamente smentita dalla vita”. Il suo corpo, come il suo pensiero, trovò in terra il cielo.
MV, La Verità 19 gennaio 2021
DA
Sotto le due cupole. San Pietro, il Campidoglio Usa e la crisi di una civiltà
Cari amici di Duc in altum, vi propongo il mio più recenti contributo per la rubrica La trave e la pagliuzza in Radio Roma Libera.
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La cupola di San Pietro a Roma e la cupola del Campidoglio a Washington, apparentemente, non hanno molto in comune. La prima è un capolavoro michelangiolesco del sedicesimo secolo, posta sopra la tomba del principe degli apostoli. La seconda è un’opera in stile neoclassico del XIX secolo che completa un progetto di origini massoniche. Ai nostri giorni però le due cupole sono, in un certo senso, accomunate da ciò che sta succedendo sotto di esse.
Sia la cupola di San Pietro sia quella del Campidoglio americano custodivano quelle che per milioni di persone erano grandi certezze: da un lato l’unità dei cattolici, garantita dal papa, in una successione ininterrotta a partire da Pietro; dall’altro l’unità della nazione americana, garantita dalla Costituzione, in una successione ininterrotta di presidenti. Ora, però, sia sotto la prima cupola sia sotto la seconda, qualcosa si è rotto. È venuta meno proprio l’idea di unità. E al suo posto è penetrato il dubbio, si è insinuato il sospetto, si è fatta largo la divisione.
In questo mondo abbiamo ben poche certezze, ma fino a non molto tempo fa ne avevamo almeno un paio: che morto un papa se ne faceva un altro e che in America la disputa tra democratici e repubblicani (a parte qualche inevitabile colpo basso e qualche incidente di percorso) avveniva in modo tutto sommato civile e la democrazia funzionava.
Certezze andate in fumo.
“Morto un papa se ne fa un altro” non vale più. Per farne un altro, il papa può anche non essere morto. E l’altro, almeno per alcuni, può anche non essere papa o non essere accettato come tale. Magari per aver “rubato” l’elezione con l’aiuto di cardinali riuniti in un club mafioso. La presenza di due papi ha introdotto proprio al vertice della Chiesa un elemento di doppiezza e confusione che spalanca ulteriormente le porte al relativismo e a una visione della Chiesa tutta umana, relegando in un angolo la sua fondazione divina sul solo Pietro.<img class="i-amphtml-intrinsic-sizer" style="max-width: 100%; display: block !important;" role="presentation" src="data:;base64,” alt=”” aria-hidden=”true” />
E in America?
Se c’era una cosa che ci piaceva, e che invidiavamo agli americani, era il fair play, Carter che stringe la mano a Reagan, il rispetto reciproco tra avversari politici uniti dai valori fondamentali, quel certo understatement. E anche la precisione di un meccanismo che entro i tempi stabiliti assicurava la successione senza troppi scossoni. Ma questa macchina si è guastata. Il congegno elettorale si è rivelato tutt’altro che sicuro e trasparente. Il paese è lacerato e diviso. Anche qui il dubbio è penetrato in profondità, facendo venire meno le convinzioni di un tempo. E anche qui c’è chi pensa che l’ultima elezione sia stata rubata.
Sia sotto la prima cupola sia sotto la seconda non c’è più nulla di stabile. La sensazione diffusa è che sotto le due cupole possa avvenire ormai di tutto e che entrambe abbiano perso la propria sacralità. Se a San Pietro il papa, contornato da monsignori e cardinali, può omaggiare un idolo pagano, le sale del Congresso americano possono essere trasformate in un bivacco di gente arringata da un uomo con le corna.
Johan Huizinga, nel suo La crisi della civiltà, scrive che se si vuole davvero porre un ostacolo all’avanzata della barbarie occorre prima di tutto rendersi conto di quanto sia già progredito il processo di dissoluzione che ci minaccia, ma sotto le due cupole questa consapevolezza sembra appartenere a pochi.
Ciò che sta succedendo sotto le due cupole ha davvero il sapore della fine di una civiltà. Le pietre sono ancora lì e reggono di fronte alla sfida del tempo. Sono gli uomini al di sotto delle pietre che non reggono.
Nonostante gli accurati restauri (come quelli in corso a San Pietro), nelle due cupole si allargano incrinature e lesioni quanto mai drammatiche. Metaforiche, ma evidenti per chi non voglia chiudere gli occhi.
Aldo Maria Valli
DA
Un paese chiamato Furbistan
Benvenuti nel Furbistan, il paese che in una precedente vita si chiamava Italia. È in corso la guerra dei furbi, tra la volpe Renzi e la faina Conte, per il dominio del Furbistan. Riuscirà la volpe Renzi a far fuori la faina Conte? Nella guerra dei furbi non contano il Paese, gli altri, la propria dignità; è solo un fatto personale. Conte venderebbe sua “madre” pur di restare lì; vedremo se Renzi sarà disposto a comprarsela, e a che prezzo. La furbizia è sempre stata diffusa tra gli italiani. Ne parlava già Prezzolini tanti anni fa, dividendo gli italiani in furbi e fessi. Ma negli ultimi tempi la furbizia è passata da espediente per tirare a campare e vizio antropologico soprattutto delle classi subalterne, a requisito chiave delle classi dirigenti. La furbizia è il vero metodo di selezione e di consenso, di comunicazione e di manipolazione dell’Italia odierna; è la “virtù” primaria per mantenersi a galla in ogni caso e cavalcare ogni evento, disgrazie incluse, volgendole a proprio favore personale.
La furbizia è il riassunto cinico dell’Italia di oggi e dell’anno appena trascorso e il viatico scoraggiante per il decennio che viene: il raggiro continuo dei media allineati, il teatrino dei politici con le loro recite false, la parata grottesca allestita sui primi vaccini, la finta gara di solidarietà dei politici a Natale (deplorata se la fa il furbo Salvini, elogiata se la fanno i furbi governativi o i non-governativi delle Ong). I casi sarebbero troppi per citarli.
La furbizia, un tempo tecnica di sopravvivenza nella vita, si è costituita in potere, ed è nato il Furbistan, il regno dei Furbi, dove i leader politici come gli opinion maker, mangiano pane e volpe. Se la furbizia come atteggiamento rispetto alla vita e agli altri ha una storia antica, la furbizia come categoria politica e post-ideologica è esplosa con l’avvento di Matteo Renzi. È stato lui il prototipo del furbo per antonomasia, l’arrampicatore veloce sui gradini del potere, che fa le scarpe a tutti mentre li tranquillizza (staisereno), l’intortatore da video, colui che sostituisce ogni altra categoria politica con l’occupazione astuta dei posti chiave e usa la parola per nascondere il pensiero.
Ma oggi la furbizia è il tratto comune distintivo di chi ci governa. Sulla mozione di furbizia regge l’alleanza di governo: un patto furbo solo per durare al potere. La furbizia è la qualità principale di Giuseppe Conte, la faina di Palazzo Chigi: solo la furbizia può spiegare il suo sbucare dal nulla, il suo trasformismo senza scrupoli, la sua capacità di galleggiare in stagioni così diverse, il gioco di prestigio delle tante task force per disperdere, distrarre e mantenersi il potere, la faccia disinvolta con cui comunica di continuo agli italiani restrizioni presenti e benefici venturi. Il furbo premier succhia benefici di consenso dalla paura della gente per il virus.
Ma la furbizia è il tratto distintivo di quasi tutti i leader odierni e il vero sistema di reclutamento e di scalata al potere. I furbetti del quartierino sono andati al potere, ma non solo politico. Virologi-star a gettone, direttori e presidenti furbastri, influencer volpini, persino papi e preti.
Tanti scherzano sull’ignoranza di Luigi Di Maio, la sua sintassi e i suoi errori, ma Di Maio è tutto meno che un tonto: è uno sveglio, anzi sveio, per dirla nel suo idioma. Ma l’intelligenza è un’altra cosa… Lui è un furbo, come il suo maestro Beppe Grillo e tanti grillini, scappati di casa che si sono furbamente accasati. Nei loro curriculum vacanti, solo la furbizia può spiegare il posto che occupano. Parafrasando Machiavelli, le loro carriere folgoranti si possono spiegare per metà con la fortuna e per metà con la furbizia. La furbizia e la fortuna sono i glutei su cui sono seduti…
La furbizia regna pure nella cultura, nel cinema, nel giornalismo: la furbizia di prostituirsi per far carriera, di adeguarsi ai pregiudizi, di allinearsi alle parole d’ordine, agli ingredienti giusti del politically correct, come i film che hanno dosi ormai obbligate di omosex, neri, migranti, disabili, femministe. Espedienti furbi.
O l’intellettuale in tv che non sa nulla dei temi che affronta ma sproloquia, ripetendo furbamente frasi appena carpite, spruzzando inchiostro nero come la seppia per non farsi stanare… Si premiano film, opere, libri col criterio della furbizia, non della qualità. Vanno avanti i furbi e coloro che possono ricambiare la gratificazione dando vantaggio a chi li promuove. La furbizia è un sistema a specchio, un furbo chiama l’altro, si riproduce di furbizia in furbizia, genera una rete di reciprocità, una gara di scambio…
La furbizia è il surrogato disonesto dell’intelligenza, che invece manca nel nostro Paese. O è sommersa, disconosciuta o disattivata, a tratti proibita. In ogni campo, in ogni potere, in ogni settore, la capacità e l’intelligenza, la competenza e l’affidabilità sono state sostituite da questo formidabile passe-partout, applicato a ogni settore. L’intelligenza capisce, collega, ha visione, ha strategia, va in profondità, rapporta i mezzi ai fini, va oltre il puro espediente di superficie per ottenere un risultato personale o apparente; l’intelligente cerca la soluzione, il furbo invece la trovata. L’intelligenza mira a una meta, il furbo galleggia e sceneggia. Con la furbocrazia viene meno la competenza, che è esperienza più studio, l’affidabilità, che è capacità più lealtà, e la capacità, che è intelligenza applicata, in grado di affrontare le situazioni reali.
Il nemico insuperabile della furbizia è però la realtà. Quando poi vedi gli effetti scarsi o negativi, quando noti i mancati risultati rispetto agli annunci e alle promesse, quando vedi che all’apparenza non segue alcuna sostanza, e i leader e i testimonial sono solo palloni gonfiati e simulatori, allora la furbizia si sgonfia. A quel punto il problema è stare attenti a non passare dal predominio di una furbizia all’altra…
MV, Panorama, n.2 (2021)
DA
LA STORIA NON CI HA INSEGNATO NIENTE: UNA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE APPARENTE É DIETRO L’ANGOLO
Il sistema parlamentare italiano è di tipo bicamerale perfetto, ossia Camera dei deputati e Senato della Repubblica – seppur con differenti composizioni, il maggior ruolo del Presidente del Senato e alcune differenze procedurali dettate dai rispettivi regolamenti – svolgono la medesima funzione: entrambi devono approvare un testo nella stessa formulazione.
Prima la riforma costituzionale di Berlusconi e poi quella di Renzi hanno cercato di modificarne sensibilmente l’assetto ma la bocciatura in sede referendaria ne ha impedito l’entrata in vigore.
Da anni questo modello istituzionale è illegittimamente picconato ma quello che sta avvenendo in questi mesi e, ancora di più, in questi ultimi giorni fa inorridire anche il più ciuccio dei giuristi.
Oramai, in totale contrasto con la Costituzione e con i regolamenti parlamentari (anch’essi di rilievo costituzionale), si è passati da una Repubblica bicamerale perfetta ad una monocamerale a gestione governativa.
L’apposizione costante della questione di fiducia su articolati incomprensibili in forma di maxi-emendamenti taglia la lingua e impedisce qualsiasi iniziativa a parlamentari e gruppi parlamentari, di opposizione e maggioranza, violando, altresì, le più elementari regole della tecnica legislativa e aprendo la stura, quindi, a disposizioni incomprensibili.
Un poco di ordine per capire meglio.
La questione di fiducia viene richiesta dal Governo (tramite il Ministro per i rapporti con il Parlamento) per ridurre al massino i tempi di approvazione di una legge o di un disegno di legge di conversione di un decreto legge, considerati di prioritaria importanza per l’azione dell’Esecutivo. Siffatta richiesta determina la decadenza di tutti gli emendamenti ed i subemendamenti sino a quel momento presentati, esprimendosi, di conseguenza, l’Assemblea sul testo redatto dalla Commissione competente o proveniente dall’altro ramo; la sua mancata approvazione genera le dimissioni del Governo (al pari del voto di una mozione di sfiducia o di una mozione di fiducia che non ha raggiunto la maggioranza). È ovvio che questo mezzo è adoperato da qualsiasi Governo come grimaldello, o se preferite minaccia, per far votare a favore tutti i parlamentari che lo sostengono. L’attività del parlamentare consiste proprio nella ricerca del miglioramento dell’atto normativo per il tramite di emendamenti, subemendamenti e ordini del giorno: impedire i primi due significa menomare l’essenza primigenia della funzione legislativa assembleare, quasi del tutto illegittimamente assorbita da quella governativa. La questione di fiducia, prevista dai regolamenti parlamentari, è un’arma potente che andrebbe adoperata in maniera accorta e accurata, rischiando essa di cancellare dalla cartina geografica istituzionale le competenze della Camera e del Senato, rimanendo così lettera morta gli artt. 70-82 della Carta. La stessa Consulta – con l’ordinanza n. 17 del 2019 – ha facoltizzato i singoli deputati e senatori ed i loro gruppi di appartenenza ad adirla in presenza di “sostanziali negazioni” o di “evidenti menomazioni”.
Non finisce qui. Il Governo oramai è solito, prima di presentare la questione di fiducia, riformulare il disegno di legge di bilancio o i disegni di legge di conversione dei decreti legge in un unico articolato, inglobante il testo originario con tutte le eventuali modifiche apportate dalle commissioni competenti o dall’altro ramo del Parlamento (se già coinvolto). Questa riformulazione forgia una normativa estremamente complessa e di difficile lettura anche per gli esperti del settore, formata prevalentemente da pochi articoli (se non da uno solo) parcellizzati in commi base e aggiuntivi (bis, ter, etc), oltre che in lettere suddivise a loro volta in numeri (senza contare i continui richiami ad altre norme).
Alla grossolana violazione della Costituzione dovuta alle continue, anzi ossessive richieste di fiducia ad opera del Governo, si somma l’altrettanta lesione costituzionale cagionata dalla inintelligibilità delle disposizioni, la cui comprensione necessita non solo di una laurea in giurisprudenza, ma anche di un diploma di specializzazione e, persino, di un dottorato di ricerca. Pochi giorni or sono, in sede di esame del disegno di legge di conversione del decreto legge c.d. “Ristori quater“, il Governo ha annunciato la questione di fiducia su un provvedimento che aveva alcune sue non irrilevanti porzioni (poi espunte) dichiarate improponibili dal Presidente del Senato Casellati per estraneità con il decreto legge, mentre il relatore di maggioranza chiedeva la sospensione della seduta non riuscendo più a “raccapezzarsi” su quanto scritto.
In questi giorni si è giunti alla apoteosi: un qualsiasi studente universitario sarebbe bocciato per molto meno!
La legge di bilancio (ex legge finanziaria ed ex legge di stabilità), architrave dell’ordinamento giuridico italiano, ha un iter complesso il cui inizio parlamentare dovrebbe, di norma, incominciare il 20 ottobre con il deposito, per volontà del Governo, dell’apposito disegno di legge; il “Conte bis” lo ha presentato il 20 novembre e, solo a ridosso del Natale, ne è iniziata alla Camera dei deputati la “discussione” (nella accezione eufemistica del termine), chiusa con un voto di fiducia su un testo costituito da pochi articoli di cui uno dotato di 1.150 commi, testo poi approvato in via definitiva, dopo un passaggio fugace quanto risibile in Commissione bilancio, dall’Aula del Senato lo scorso 30 dicembre, ossia due giorni prima che scattasse (il 1° gennaio 2021) l’esercizio provvisorio del bilancio ex art. 81, comma 4, Cost., ossia prima che fosse sparato il colpo di grazia all’Italia.
Non è trascorso un battito d’ali dalla sua pubblicazione che il Governo ha già avvertito la necessità di varare un nuovo provvedimento d’urgenza volto alla correzione di alcune norme che, già al momento della votazione, erano risultate viziate da errori, imprecisioni, inesattezze, se non, addirittura, lambite dal sospetto dell’assenza della necessaria copertura prevista dall’art. 81, comma 3, Cost.
Mi corre l’obbligo evidenziare che, mentre in fretta e furia approvava la legge di bilancio, nelle stesse ore il Senato convertiva, sempre con le stesse modalità e nella imminenza della scadenza del prossimo 9 gennaio, anche il decreto legge sulle misure urgenti per il rilancio del servizio sanitario della regione Calabria e per il rinnovo degli organi elettivi delle regioni a statuto ordinario.
Dalla democrazia parlamentare stiamo passando ad un ordinamento “esecutivicentrico” in cui, però, non tutti i Ministri posseggono una autentica pari dignità ordinamentale, visto che soltanto un manipolo di costoro, insieme al Presidente del Consiglio, ordina, comanda e dispone, tesse e disfa a proprio piacimento, accompagnato dal dubbio – almeno una sua parte – di ricoprire le vesti di semplici portavoce di organismi che sconfinano sfacciatamente dalle frontiere costituzionali ed amministrative.
Qualcuno, in conclusione, potrebbe affermare che si sia intrapreso il cammino verso una forma di Stato autoritario, dittatoriale o totalitario (convincimento che potrebbe risultare rafforzato dalla visione dell’ordinanza del Tar Lazio, sez. I, n. 4768 del 4 dicembre 2020 e di quella del Tribunale civile di Roma, sez. VI, n. 45986/2020 del 16 dicembre 2020), anche se probabilmente sarebbe più opportuno coniare una nuova dicitura, una nuova categoria, creazione sollecitata dal mosaico che ci stanno proponendo (o propinando?): uno Stato orwelliano con venature teocratiche, laddove è la “scienza” a fungere da opprimente religione laica.
prof. Fabrizio Giulimondi
DA
Il partito di Conte è un bluff di Casalino
di LUIGI BISIGNANI
Le grande del partito personale
Il sussulto di testosterone è forse dovuto al fatto che il Premier sta vedendo svanire, oltre che Palazzo Chigi, anche il disegno del suo partito personale? Il progetto della Lista Conte, per di più, sta mettendo in crisi anche “Giuseppi e Rocco”, la più eccentrica coppia politica del 2020. La creazione di un nuovo movimento con a capo il Premier è il piano che Rocco Casalino aveva in mente e che da tempo sta forsennatamente perseguendo mobilitando la sua falange di collaboratori, consulenti ed ‘aficionados’ raccolti tra servizi di sicurezza e società parapubbliche. Agli inizi anche Conte ci credeva, tronfio delle voci e dei sondaggi amichevoli che lo vedevano come un novello Lamberto Dini o Mario Monti in grado di raccogliere oltre il 10 per cento dei consensi. Ma in questi giorni tutto è cambiato, dopo che il consulente di un’importante società di marketing politico (che non è la Casaleggio Associati) gli ha fatto notare che senza la grancassa della Presidenza, solo per partire con un nuovo simbolo, bisogna trovare come minimo 30 milioni di euro tra pubblicità tv, radio e giornali, Twitter, Facebook, Instagram.
Chi conosce bene Conte, non si stupisce affatto della brusca frenata sul suo partito personale che invece ha mandato su tutte le furie Rocco, il quale, comunque, sta portando avanti questo bluff come deterrente contro le elezioni. Il Presidente del Consiglio, sin dai primi passi nelle Università, è sempre stato infatti il tipico uomo beta che si è fatto le ossa all’ombra di uomini alfa: nel mondo accademico e della libera professione legandosi, per laurearsi, a Giuseppe Ferri, che poi ha subito abbandonato, e ad un fuoriclasse del diritto come Guido Alpa, che l’ha protetto, difeso e valorizzato. Lo stesso discorso vale nella Chiesa, dove in questo caso l’alfa in tonaca è stato il cardinal Achille Silvestrini. In politica, i personaggi a cui si è attaccato come una mignatta sono stati, nell’ordine, Alfonso Bonafede ma soprattutto Luigi Di Maio, in seguito quasi ripudiato, Davide Casaleggio, mandato alle ortiche, Matteo Salvini, oggi schifato, poi alla bisogna, Matteo Renzi, con il quale è finito a pesci in faccia, Nicola Zingaretti e, da sempre, Sergio Mattarella. Tutti quanti, oggi pentitissimi, gli hanno permesso di crearsi una certa aurea personale e una sorta di dignità politica, a danno degli italiani, dei conti pubblici e dei rapporti internazionali.
Ma perché il Premier adesso è spaventato dal farsi un partito? Nella sua vita, sia professionale che privata, Conte è sempre stato oculato, per nulla avido e con i suoi clienti, la maggior parte di risulta, ha spesso anteposto il lavoro “matto e disperatissimo”, soprattutto nelle ore notturne, rispetto ai suoi onorari. Smodatamente scrupoloso, terrorizzato da qualsiasi benché minima contestazione: quelle piccole grane burocratiche in cui è incappato sono state per lui un incubo e, quindi, l’idea di un nuovo emblema politico attorno a sé, da presentare con liste e candidati in tutta Italia, lo atterrisce, ben sapendo che partirebbe una caccia all’uomo che psicologicamente non riuscirebbe proprio a sopportare. Anche oggi è ossessionato dall’inciampare in un peculato o in un abuso d’ufficio, peraltro una delle ragioni principali dei suoi continui tentennamenti.
Ma se, per ragioni di pura prudenza, ha messo da parte il suo partito, non si può dire altrettanto della sua infinita vanità. Ed ecco che lo spauracchio di una lista personale può servire per cercare di mettersi a capo del Movimento 5 Stelle o, addirittura, di proporsi come candidato Premier del Pd o comunque di qualcosa che già esiste. Anche se ormai il suo bluff è stato scoperto. Un funambolo della politica come Gianfranco Rotondi “vede” anche altri scenari che oggi sembrano inverosimili, mettendo magari insieme a Conte pezzi di Forza Italia, di Italia Viva e qualche esponente della società civile per un nuovo grande partito di centro.
Fantasie di Capodanno? Forse. Ma che ci faceva qualche tempo fa a Milano in via Solferino nella sede de Il Corriere della Sera, per un’ora e mezza, proprio Rotondi, mentre si trovava lì, guarda caso, anche un furetto come Urbano Cairo? Chi vivrà vedrà.
Luigi Bisignani, Il Tempo 3 gennaio 2020
Psicoreato, ci siamo. Ecco il programma per individuare gli “estremisti”. In base a “sensazioni”
di Aldo Maria Valli
Signore e signori, lo psicoreato, previsto da George Orwell nel suo romanzo distopico 1984, sta diventando realtà.
Orwell immagina che il thoughtcrime (crimethink nella neolingua) sia il reato che consente di applicare lo strumento repressivo per eccellenza nel sistema totalitario descritto nel libro. In 1984 commette infatti psicoreato chiunque osi anche solo pensare qualcosa che non sia in linea con le teorie del Grande Fratello. A tal scopo il Partito ha istituito un apposito reparto di controllo e repressione, la Psicopolizia. In genere lo psicoreato è segnalato alla Psicopolizia dagli onnipresenti teleschermi, ma si può anche essere scoperti direttamente da un agente della Psicopolizia in incognito oppure essere traditi da colleghi, amici e perfino parenti. I responsabili, una volta individuati e arrestati, vengono condotti nel ministero dell’Amore, dove, dopo apposito trattamento (torture, umiliazioni) il cervello viene ripulito, in modo che al posto di strane idee contenga solo amore incondizionato: ovviamente per il Partito e per il Grande Fratello.
Ebbene, oggi, nella realtà, la polizia britannica ha lanciato un programma, già operativo, per denunciare persone (anche conoscenti, amici e parenti) colpevoli di “visioni estremiste”, così che possano essere opportunamente rieducate.
Il programma si chiama Prevent e viene presentato così: “Può essere difficile sapere che fare se sei preoccupato che qualcuno vicino a te stia esprimendo opinioni estremiste o odio estremo, qualcosa che potrebbe portare queste persone a danneggiare loro stesse e gli altri”. Pertanto, ecco che “la polizia protegge le persone vulnerabili dallo sfruttamento da parte degli estremisti”. Lo fa, appunto, mediante Prevent, programma del ministero degli Interni, dove si possono leggere esortazioni di questo tipo: “Agisci presto e comunicaci le tue preoccupazioni in confidenza. Non sprecherai il nostro tempo e non rovinerai vite, ma potresti salvarle”.
Non troppo diversamente dalla Psicopolizia orwelliana, Prevent “aiuta” le persone che coltivano idee strane. Per dimostrarlo, il sito propone alcune storie che descrivono interventi di correzione di cittadini “affetti” da visioni vagamente definite di “estrema destra” e da altre caratterizzate da estremismo islamico. Curiosamente, non è descritto nemmeno un caso di persone “affette” da idee di estrema sinistra.
La prima storia descritta parla di uno studente di nome John che “ha iniziato a condividere post di estrema destra sui social media e a partecipare a manifestazioni”. Proprio “dopo aver invitato un insegnante a una manifestazione estremista, John è stato indirizzato al programma Prevent dal suo college”. Continua a leggere
I dubbi del re Mattarella
Dubito ergo sum. Sergio Mattarella, il Presidente Tentenna, è assalito da dubbi che gli hanno rovinato il Natale: uno di carattere costituzionale, l’altro economico, visto che per Bruxelles le risorse del Recovery Fund realmente utilizzabili sono circa 110 miliardi di euro e non 209. Gli interrogativi che vagano nei corridoi della Manica Lunga del Quirinale sono fondamentalmente due: fino a quando può continuare questa assurda accozzaglia di governo senza andare alle elezioni? E poi, dal momento che i numeri messi sul tavolo dal Mef non sono veri, l’Ue boccerà clamorosamente la manovra italiana e ci manderà la Troika?
I dubbi sull’elezione del Capo dello Stato
Il Capo dello Stato sa che non può più tergiversare. Finché c’era un’alleanza che reggeva e un premier in qualche modo sopportato, se non supportato, poteva anche far finta di nulla, ma ora che la maggioranza si va via via sgretolando, dalla Tav alla delicatissima questione dei Servizi di sicurezza, è ora di agire. Ma c’è un altro tema delicatissimo che viene sottoposto all’attenzione del Capo dello Stato in vista del nuovo settennato: può questo Parlamento eleggere il Presidente della Repubblica con una rappresentanza che non rispecchia più gli equilibri del Paese? Basti pensare al crollo del Movimento 5 Stelle dal 32,7 al 14 percento e all’esplosione di Fratelli d’Italia dal 4,3 al 16 percento. Mattarella rischia di esser ricordato, nelle cronache costituzionali, come il Presidente che – incurante dell’esito del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari – ha voluto ad ogni costo forzare le Camere, ormai delegittimate, a trascinare la legislatura fino al “semestre bianco”, in spregio a dinamiche non più conformi alla Costituzione, pur di assicurare, sempre e comunque, la fiducia ad un Governo, a sua volta privo di ogni investitura e quindi non più espressione della sovranità popolare. La scusa della pandemia non regge più visto che si vota dagli Stati Uniti a Israele.
Conti in rosso per il duo Conte-Gualtieri
Inoltre, una nota riservata giunta da Bruxelles mette sotto accusa i conti della coppia Conte-Gualtieri. Ipotizzando anche i 209 miliardi totali, il Governo ne ha già utilizzati oltre 75 per i suoi bonus pot-pourri e i suoi “ristori”. Il Governo pare intenzionato a fare con l’Europa il giochino di sostituire, per tale importo, i titoli di debito pubblico nazionale già emessi con equivalenti titoli “europei”. Ma la Commissione non ama trucchi e inganni e non consentirà partite di giro. Lo spazio in bilancio disponibile sui saldi programmati, poi, consente all’Italia di spendere al massimo 110 miliardi aggiuntivi, metà dei quali sempre e comunque a debito. In ogni caso, molti meno dei 209 miliardi sbandierati dall’Esecutivo di Conte che dovrà quindi rifare i conti. I controlli di Bruxelles sui progetti italiani sono diventati stringenti e il rischio di doverli riprogrammare più volte in corsa è più che attuale. Ma al secondo tentativo andato a vuoto, l’Europa prenderà carta e penna e scriverà per noi e allora davvero il rischio della Troika sarà sempre più concreto, anche perché il duo Conte-Gualtieri viene considerato ormai inadeguato oltre che da Zingaretti, di Maio e Renzi anche dalle cancellerie europee, Merkel in testa.
Le linee dell’Ue, come è noto, sono più vicine al centrodestra, da sempre a favore dello sviluppo, delle grandi opere e delle infrastrutture, meno al Partito Democratico e tantomeno ai grillini, allergici agli investimenti, o a Conte stesso, avvezzo ai sussidi demagogici. In questo scenario, Mattarella, con la sua esperienza e la sua saggezza, sa che non può più continuare a fare il Ponzio Pilato della situazione. L’omissione può diventare più colpevole dell’azione.
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