La morale sinistra, il nuovo libro di Francesca Totolo

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Roma, 3 ago – «La questione morale è divenuta oggi la questione nazionale più importante» tuonò Enrico Berlinguer nel 1980. Da allora, la questione morale divenne una superba superiorità antropologica intrinseca al Partito Comunista da sbandierare come manifesto politico contro i partiti avversari, sfociando poi nel “Codice Etico” pubblicato dal Partito Democratico nel 2018. Ma il partito moralizzatore concretizzò mai il suo manifesto? Il nuovo libro di Francesca Totolo, La morale sinistra, edito da Altaforte Edizioni, documenterà che il Partito Comunista prima, con i cattivi maestri, e il Partito Democratico poi, con un numero esorbitante di esponenti, hanno ben predicato, ma razzolato malissimo.

La morale della sinistra nel libro di Francesca Totolo

Falso, corruzione, peculato, turbativa d’asta, voti di scambio, associazione a delinquere, favori alla mafia, violenza sessuali, sanitopoli, concorsopoli e parentopoli sono il nuovo “album di famiglia” del Partito Democratico, riprendendo le parole di Rossana Rossanda nel suo celebre editoriale pubblicato su Il Manifesto durante il sequestro di Aldo Moro: «In verità, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria». Le affermazioni della Rossanda appaiono oggi di stretta attualità: «Se le masse sono manipolate dagli apparati, con quale esercito si fa la rivoluzione? Se il nemico è un potentissimo partito – Stato, protetto dall’estero e padrone di tutte le istituzioni, difficile pensare di abbatterlo col cecchinaggio».

Oggi, quel “potentissimo partito” è il Partito Democratico che, mettendo in atto la dottrina di Gramsci, ha occupato ogni spazio democratico, dalla magistratura all’istruzione, passando per l’informazione e la cultura. È proprio occupando tali spazi che il Pd è diventato il più influente apparato della Storia della Seconda Repubblica, riuscendo peraltro a governare il Paese anche perdendo le elezioni. E proprio da questo scenario, che non si poggia su un effettivo appoggio elettorale, potrebbe derivare l’allarmante numero di esponenti e di amministratori del Pd condannati o inquisiti per reati associativi e per corruzione. Da Mafia Capitale agli scandali delle Regioni, passando per le inchieste per associazione a delinquere in Calabria e in Sicilia, nulla sembra scalfire la direzione nazionale del Partito Democratico che si limita a rispondere: «E allora la Lega?», «E allora Fratelli d’Italia?» e «E allora il fascismo?», rimangiandosi la cosiddetta questione morale e quel «Codice etico» che avrebbe dovuto essere la bussola del partito.

Il “Codice Etico” è diventato cartastraccia

Dove è finito quel proclama inserito nel “Codice Etico”: «Le donne e gli uomini del Partito Democratico ispirano il proprio stile politico all’onestà e alla sobrietà. Mantengono con i cittadini un rapporto corretto, senza limitarsi alle scadenze elettorali. Non abusano della loro autorità o carica istituzionale per trarne privilegi; rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite»? Mai un esame di coscienza, mai un ripensamento in merito alla gestione malata del territorio, mai una vera riorganizzazione dei vertici del partito.

Il diktat sembra essere solo uno: dopo una scrollatina di spalle, tenersi stretta la poltrona, resa inattaccabile da una magistratura compiacente, come ha dimostrato il caso Palamara, e da una stampa sdraiata al limite del servilismo e della distopia orwelliana. Se non ci trovassimo in un Paese ormai malato terminale, l’incontro tra Luca Lotti e Luca Palamara in quella saletta dell’hotel Champagne di Roma avrebbe avuto conseguenze ben diverse, non solo un’alzata di spalle di un partito che governa da dieci anni senza un reale appoggio elettorale.

E mentre dai giornali di regime, diventati il servizio d’ordine mediatico del Partito Democratico, si continua a urlare all’emergenza fascismo, quello stesso partito sembra aver piegato la Costituzione a suo uso e consumo. Nonostante il più elevato numero di condannati e inquisiti, nonostante gli scandalinonostante il cattivo governo dell’Italia che ha portato all’impoverimento del Paese, nonostante i diritti costituzionali sacrificati in nome di improbabili diritti accessori, nonostante 700mila clandestini fatti sbarcare indisturbatamente nei porti italiani e l’aver concesso a organizzazioni private il subappalto dei confini nazionali, nonostante la perdita drammatica di consenso elettorale, il Partito Democratico rimane saldo alla guida dell’ItaliaLa morale sinistra, il nuovo viaggio infernale redatto da Francesca Totolo, vi condurrà nelle bolge dei con-dannati del Partito Democratico. Dal 26 agosto, in libreria.

Aurelio Dalmonte

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/morale-sinistra-nuovo-libro-francesca-totolo-203203/

Il Pensiero Leghista: alla scoperta della “filosofia” del Carroccio

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Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, la prefazione di Emanuele Ricucci al libro di Andrea Rognoni “Il pensiero leghista. Storia e prospettive delle idee della Lega, dalle origini a oggi” (Italia storica, 2021, 282p, 18€)

Se mi avvicino alla Lega cosa accade? Morde? La posso accarezzare? Verrò risucchiato come Euridice nella voragine infernale? L’encomiabile lavoro di Rognoni, che si propone di giustificare la maturità e il senso di un’appartenenza, riuscendoci, è necessario nella sua bontà per imparare a cogliere l’opportunità di generare conoscenza attorno a un partito che, a detta dei sondaggi, è pronto a governare l’Italia: la Lega di Matteo Salvini. Dopo tanta sciatteria e deficienza politica, un miracolo per miracolati, apparso con la “rivoluzione peggiorativa” del Movimento Cinque Stelle, leggendo Rognoni si ha la possibilità, tra tante produzioni sul tema, troppo spesso utili all’ingrasso dell’Ego di chi le scrive, di concepire che la Lega non è, e non fu, un grumo incontrollato di istinti primitivi e antidemocratici – salvando il residuo dibattito dalle bocche bavose delle bestie della generalizzazione, dell’ideologizzazione di qualsiasi cosa si muova non nella loro direzione -, il movimento degli intellettuali italiani, né la resurrezione della destra nazionale; al contempo, leggendo le pagine di Il pensiero leghista, si può cominciare ad avere la percezione di cosa la Lega sia, di come si sia plasmata, di quali siano i patres patriae del Carroccio, del perché dal secessionismo si sia passati al sovranismo, piccole identità, grandi identità, di cosa abbia spinto uno dei più longevi movimenti italiani – la Lega nasce nel 1990 e perdura, seppur mutante –, a transitare dal bossismo al salvinismo, di quale influenza abbiano avuto Miglio, Oneto o Borghezio, se la Lega sia più riconducibile, nell’interezza della sua storia, alla destra, alla sinistra o a entrambe, quali siano le sue radici eticopolitiche, le risposte e le proposte della filosofia leghista su temi di ordine sociale, storicoculturale e metapolitico. Insomma, la Lega nuda, le ossa mischiate, il corpo ricomposto, la profonda mente, l’originaria e contemporanea ispirazione. Una proposta densa e intelligente questa, che appare nell’epoca dei libri intervista ai leader, santificazione della vanità, o delle invettive acchiappa consenso che, però, compiono un percorso: provocazione senza traduzione nella direzione della demolizione. Tutti sono nessuno e nessuno riesce a capire.

Dunque a Rognoni, ancor prima di leggere le fitte pagine che si annodano, senza mai avvitarsi su se stesse, dedicate alle radici culturali della Lega, va un ringraziamento, poiché capace, dopo tanto abbaiare mediatico e politico, di riempire un contenitore, dare un’applicazione a una forma, proporre una coltivazione di se stessi agli uomini folla, involuzione degli uomini massa, che possa riattivare un ragionamento sopra le cose, una conoscenza, e non la percezione di essa che genera il nozionismo, quel vizio misero del cittadino globale di cucinare una minestra di emozioni, suggestioni, sensazioni che nasce da un perverso e frettoloso accoppiamento col reale, dall’acquisizione quotidiana, ovvero, e nella fretta impastate, di informazioni spezzettate, prese un po’ dai talk show, un po’ dalla parola santa del leader di turno, un po’ dai social, un altro po’ dai quotidiani online, che non riesce né a digerire, né ad approfondire, ma su cui esso fonderà le sue opinioni, totalmente avulse dal filtro di un pensiero critico.

Ben fatto Rognoni! Chiunque sia capace di questo, come un amanuense, riuscirà a imbrigliare il caos, allontanare il caso, compiere un atto di responsabilità verso la storia presente e, magari, a portare a termine la propria missione.

Intelligo ergo sum, comprendo quindi esisto, oggi, se non si vuole finire replicanti sterilizzati, impossibilitati a reagire, numero e produzione, ologramma di un uomo (integro), cittadino de iure, suddito de facto, arrotolato in un rapporto surreale con il reale, ogni giorno offerto dalle contraddizioni della politica, dalle perversioni e dalle follie del progressismo più spinto con le sue pretese “ideologiche” e dalla fantasia dei media. Comprendo quindi esisto, non sono un ritardo, un imprevisto, un errore di progettazione, né la fantasia di un mondo incivile e impolverato da estinguere, poiché alternativo all’imposto, non sono un errore di produzione, non sono l’esperienza residua, non sono un aborto.

Sperando di essere in qualche maniera utile al lettore, e proprio per il rispetto dovuto al lavoro di Rognoni, mi permetto di condire il gustoso pasto che questa riflessione offre, indicando un ultimo, piccolo, ma essenziale, scenario su cui leggere il futuro: quello antropologico, se così possiamo definirlo. Starà al lettore, ben sospinto dall’autore, attivare il proprio pensiero critico e ragionare sopra le cose della Lega, collocandola, comprendendone il percorso e le radici, valutandola o rivalutandola. Ma sarà la Lega che dovrà rispondere a qualche quesito, alla luce della propria figura di protagonista politico e di rappresen­tante, forse massimo, di quello che definiamo sovranismo: riuscirà la carne e la mente della Lega a evolversi rispetto a un mero stato febbricitante, a un populismo effimero, maturando in un movimento culturale, ora che abbiamo constatato l’esistenza, tra le pagine che fra poco leggerete, di una spina dorsale ideale, composita e complessa? Riuscirà la Lega, e quindi il sovranismo di cui si fa portabandiera, a ergersi rispetto a una mera reazione antiallergica alle follie del progressismo, del globalismo? Solo così troverà salvezza e rappresentazione nel mondo reale, e non solo in quello ideale, solo così potrà contaminare il tempo e non solo garantire la gratificazione istantanea di chi la segue. E, soprattutto, showdown: giù le carte. La Lega, e per esteso il movimento sovranista che anch’essa incarna, ed ecco la vena antropologica essenziale, che uomo vuole? Anzitutto, che rapporto vuole avere il sovranismo col proprio uomo? Mi sarà concesso un breve, ma necessario, approfondimento in merito.

Sveliamo le carte. Non potrà andar lontano se l’agglomerato movimentistico sovranista attuale avrà interesse nel continuare ad avere in seno un elettore, un cittadino, un uomo perfettamente conforme al vivere odierno. Un uomo-folla che si nutre di emozione – la quale viene eletta a metro esclusivo di giudizio del reale –, il conformista perfetto, l’elettore traditore che si venderebbe anche la madre pur di sostenere chiunque riesca a garantirgli le proprie necessità di sopravvivenza, che passerebbe sopra a qualsiasi contraddizione e tradimento – la recente, psicotica ed infantile parabola del Movimento Cinque Stelle lo denota con gusto – , pur di proseguire la propria gratificazione istantanea, che vive condannato alla dittatura dell’immagine e della percezione. Certamente, è la modalità, la forma dell’uomo dell’oggi che garantisce il consenso. A me, però, piace intendere il sovranismo, e conseguentemente gli atti dei movimenti capaci di rappresentarne “l’essenza” come una restaurazione umana, atto di recupero del controllo, della sovranità umana innanzi all’attacco del pensiero globalista alla più profonda identità umana che garantisce una determinata integrità – sessuale, spirituale, social, et cetera -, e non solo come un voto da esprimere per liberarsi, forse e momentaneamente, da ciò che opprime. E dunque, a partire da questo, in un lento processo, il gotha sovranista, i leader, le strutture, le meccaniche sovraniste, in primis quelle della Lega, o disintossicheranno lentamente i propri uomini, abituandoli a una nuova forma di coltivazione, o saranno esattamente, conformisticamente, parte del tempo. E quindi fuori dalla partita, tagliati fuori dal tempo, se non dal consenso istantaneo, per sua natura fugace, dai professionisti del conformismo belante.

E a questo punto perché e come il sovranismo dovrebbe fare la differenza, essendo esattamente uguale al resto del mondo, se non per meri scopi di speculazione politica, esattamente come tutto il resto dell’arco costituzionale contingente?

Un qualcosa che, orteghianamente, sia come tutto il mondo e sia felice di esserlo, sviluppando medietà.

Il sovranismo non può essere la forma di governo della mediocrità, promettendo liberazione. Non può alimentare mediocrazia. L’uomo sovranista, o l’uomo sovrano di se stesso, deve distinguersi, deve essere parte consapevole, vivo, acceso, lucido dell’emancipazione dal conformismo. Ma questo sogno di zucchero si scioglie presto se non si realizza una volontà formativa, o se la volontà formativa si subordina a quella speculativa, specie nell’epoca dell’estremo culto del capo, della personalizzazione e della leaderizzazione, appunto, di quel movimento/esercito personale che, come bande mercenarie rinascimentali, galoppa dal nord al sud alla ricerca di consegne.

Seguaci, non segugi.

E allora, occorre compiere uno sforzo, a cui anche la Lega non può sottrarsi. Lo sforzo, anzitutto, di “rieducare” il proprio elettorato alla militanza e alla cultura (politica), e non solo a ritwittare il capo; un percorso di depurazione, che non è perdita di contatto col leader, ma un modo rinnovato di interpretare l’appartenenza, di essere partecipante appartenenza – combattendo col coltello fra i denti quell’illusione di partecipazione globale che è propria del mondo odierno –, ad esempio, e non un segnale di gradimento virtuale, likes da sommare, prevedibile compitino che alimenta la sondaggiocrazia. Va ripreso urgentemente il territorio. E il territorio lo fanno gli uomini che traducono in una sintesi i grandi sistemi di pensiero applicati alle necessità quotidiane. Un percorso di rappresentanza “fisica” che si palesa ancor più quando il sommo leader fugge tra le piazze a fare campagna elettorale, continua, esasperante, imperterrita campagna elettorale.

Il sovranismo dovrà curare il rapporto col proprio uomo, ora, che è “quotato”, ora che è ancora magma ribollente, più di sempre.

Dovrà curarlo a partire dall’intelligenza, nella sua radice più salda; non dovrà fornirgli solo le risposte o un vespasiano, ma un metodo di comprensione e lettura del mondo e del presente, se vorrà assurgere a movimento culturale.

Dare una dimensione di coltivazione all’uomo sovranista, utilizzando quegli strumenti che già sono parte fondante della forma dell’uomo-folla, ma in senso positivo e costruttivo, approfittare della vigente emozione pubblica per tornare a generare militanza, partecipazione fisica e culturale, non solo emotiva, riempiendo un contenitore effimero e istintivo come la delega all’emotività per vivere il mondo, per lanciare incipit di coltivazione che non sia solo il parere su una determinata questione postata da commentare, il tweet del denigratore del capo da commentare in difesa del regno e poi da condividere o, peggio ancora, una piattaforma virtuale con cui portare un dj a fare il Ministro.

Un popolo unito su chiamata e dalla rabbia: per questo l’educazione selfistica a cui ci ha abituati Matteo Salvini, ad esempio, va fortemente riformata, ma non eliminata. Non bisogna essere fuori dal tempo, ma occorre rivedere il modo di starci dentro. Il sovranismo deve poter permettere il controllo della rabbia sociale che esplode, non solo fornendo promesse di rivalsa – “se mi voterai, italiano, tornerai ad essere priorità” –, deve compiere lo sforzo di formare uomini, non replicanti acefali o ciechi della volontà del capo; soldati culturali, presidi territoriali di pensiero e di ragionamento sopra le cose, indirizzare. Se il gran capo richiamasse, per dire, alla frequentazione della nutrita editoria che anima il mondo “sovranista”, senza distinzioni ma puntando ai contenuti, o comunque che condivide con esso visioni simili al suo agire politico, “ideale”, sulla Nazione, sull’identità e sulla storia nazionale, da proseguire e tutelare, sul presente di reazione al globalismo, al migrantismo come perfetta dinamica dell’uomo odierno sempre in movimento poiché capace di essersi tagliato le radici con la lametta, et similia, il più minuto uomo-folla che ancora popola il populismo da rissa in discoteca, avrebbe un incipit “nuovo”, rispetto al piatto di maccheroni postato del capo, su cui coltivarsi.

Se il capo lo vuole, la pancia risponde.

Non un residuo dei partiti di massa, non un ritorno all’antico, ma un concepimento degli strumenti adatti alla necessità di ripensare l’etica e l’estetica dell’azione sovranista.

Dunque la Lega che uomo vuole per contaminare e funzionare nel tempo? Nella coltivazione di se stesso, come raccolto di esperienze, studi, visioni, ragionamenti, dubbi e certezze, letture, constatazioni, intuizioni, che generano un pensiero critico, lucidità, capacità di ragionare sopra le cose e non essere passivi di fronte ai ritmi della politica e alla lingua dei media, (soprattutto) oggi, sta il militante. Chiusa la sezione e aperta la piazza virtuale, constatata la complessità e la velocità dello svolgimento dei processi di governo comune, condannati a morte i programmi politici, è impossibile pensare il militante di oggi come quello di ieri. Il militante dell’oggi è parte di una palestra di vita, dovrà essere un presidio “culturale” individuale, semovente; egli porterà con sé la convinzione nella propria visione del mondo, esistendo oltre la delega politica, combattendo la corruzione che questo mondo vuole imporgli, contrastando la rete di ricatti, di facilitazioni ad uso personale, di difficoltà e miseria, di incoerenze che il sistema, come bassofondo londinese ottocentesco, pone a ogni angolo; assumendosi responsabilità, combattendo l’insistente canto delle sirene che lo chiamano a depotenziare se stesso in nome di un paradiso terreno con sette vergini disponibili e fiumi di latte e miele – un tempo sarebbe bastato chiamarlo posto fisso… Il militante di oggi cerca una nuova modalità di aggregazione che dai luoghi passa al pensiero, divenendo egli stesso il luogo. L’integrità è il luogo del militante: nella propria integrità egli si rinnova e prosegue. Non è più, o raramente, il luogo fisico, infatti, a essere coesione, ma è solo lo stesso sentire ideale che avvicina militanti costretti a muoversi nei nonluoghi del neoreale, schivando fake news, combattendo la disinformazione, coltivando se stesso alla lettura, al rapporto col tempo per studiare e sentire le pulsazioni aritmiche dell’esistenza, nella ricerca di una reazione, nella fermezza della presa di posizione, nella capacità di sviluppare un proprio pensiero critico.

Un percorso di militanza contribuisce a una coltivazione complessiva della coscienza critica dell’uomo, eleva il cittadino, rende consapevole l’elettore, e conduce a frenare il nozionismo, l’aggregazione frettolosa e onanistica dei frammenti del presente rubacchiato qua e là tra un talk show, una mezza verità, il post del Capo e un articolo di un giornale online, che non permette, come abbiamo visto, la composizione di una sufficiente immagine culturale. Per questo per ogni uomo ci vuole un militante, perché sarà lui a costruire il voto. Egli incarnerà l’estrema provincia dell’impero, l’ultimo bastione, l’ultimo presidio che, certamente, dovrà attivarsi al richiamo di un leader, dopo averne attentamente verificato la compatibilità, ma che non deve vivere completamente in standby, pendendo dalle sue labbra. Mitocondri formati che devono costruire sulla base di una visione culturale d’Italia e dell’uomo stesso. I militanti odierni non possono accendersi e spegnersi al segnale del capo. Coltiveranno una visione del mondo utile a contrastare il tentativo di estinzione degli uomini e delle società degli uomini, in favore dell’epoca dei replicanti, identificando una sintesi nel sogno di un movimento unitario che sappia coltivarsi o, al momento, nella parte politica di sovranismo che maggiormente si avvicina a ciò che rappresenta quella loro coltivata speranza, affinché si possa imporre con le armi della politica. Costui dovrà essere prima di tutto la prossimità, il territorio, dovrà ricostruire, sui propri dettami, il tessuto umano, ancor prima di andare a brancolare nei massimi sistemi.

Non è più tempo di bluff e conformismo, prossimi all’estinzione di una determinata visione del mondo che a destra ha sempre prosperato.

Sulla base di tutto questo, la Lega non dovrà commettere sciocchezze già viste e ingoiate a forza dal centrodestra. Dovrà superare i suoi antichi vizi, i nepotismi e le guerre interne, i favoritismi e il feudalesimo eterno, dei piccoli signorotti locali che costituiscono insulse bande e che frammentano consensi e intelligenze, esponendo tutti al rischio. Dovrà imparare ad occupare spazi, dal più minuto paesello, sino ai luoghi del potere giudiziario e culturale. Dovrà imparare a tradurre e non solo a mostrarsi, engagez-vous, non solo generare apostoli del martirio.

Corrente ascensionale, luccichio. Una prova di maturità, scritta e orale. Guardiamo e speriamo.

Ma ora, back to basics. Buon Rognoni a tutti.

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/il-pensiero-leghista-scoperta-filosofia-carroccio-202970/

Quale strategia?

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di Andrea Zhock

Fonte: Andrea Zhok

Cercar di ragionare in un contesto che si percepisce oramai come sempre in guerra contro qualcuno (sarà per la nostalgia di guerre vere?) è come parlare al vento, e tuttavia non ci sono molte alternative all’ottimismo della volontà.
La situazione attuale è quella in cui, invece di discutere nei dettagli della strategia di sviluppo del paese (di cui il confronto con la pandemia è parte), si è preferito creare bersagli fantoccio (il mitico No Vax neofascista, che di fatto copre circa il 5% della popolazione), su cui far sfogare un’opinione pubblica sempre più frustrata (e destinata ad esserlo sempre di più).
Ciò che ci si dovrebbe sforzare di fare, invece, è dimenticare i No Vax, che sono un falso problema, e riflettere seriamente sulle strategie che stiamo adottando.
Proviamo perciò a ripercorrere un breve ragionamento.
1) Tutte le forze e le attenzioni del paese (Italia) sembrano concentrate nella lotta al Covid (tanto che non c’è neanche il tempo di commentare le condizionalità del PNRR, il cui impatto sulle condizioni di vita future sarà enorme, con vincenti e perdenti).
2) Nell’ambito dello sforzo anti-Covid il fuoco è concentrato integralmente, totalmente e senza resti sulla sola Campagna Vaccinale, con i ricatti, le pressioni moralistiche e le demonizzazioni che sono sotto gli occhi di tutti.
3) Così, tutti si riempiono la bocca di scuola, ma niente di strutturale è stato fatto per la scuola, salvo premere sulla campagna vaccinale (ci sono già comunicazioni che contemplano una continuazione della didattica mista, con insegnanti che continueranno a fare lezione con la mascherina). Stessa cosa vale in altri campi decisivi come i trasporti.
4) Sul piano strettamente sanitario abbiamo ancora, dopo quasi due anni, protocolli sanitari anti-Covid che consigliano vigile attesa, tachipirina e un santino di padre Pio. Cure territoriali non pervenute, terapie sintomatiche lasciate alle iniziative del singolo medico (NB: NON è così nella maggior parte degli altri paesi europei).
5) L’intero ‘sforzo bellico’, che ha chiamato a proprio supporto ogni risorsa, dalle istituzioni alla stampa, punta sull’idea della “vaccinazione totale” come meta ideale e come promessa della nuova normalità. L’idea è che la vaccinazione totale bloccherà la trasmissione del virus, arresterà le varianti, metterà al sicuro anche i più fragili.
6) Quanto è plausibile il successo di questo obiettivo? Da tutto ciò che sappiamo si tratta di un obiettivo strutturalmente del tutto irraggiungibile.
Quello che sappiamo infatti è che:
6.1) Il vaccino protegge efficacemente contro le conseguenze patologiche sul corpo del vaccinato, ma il virus continua a contagiare e ad essere trasmesso dai soggetti vaccinati.
In che misura ciò avvenga è oggetto di studio: alcuni studi recenti parlano di un livello di trasmissione indistinguibile da quello dei non vaccinati, altri studi dicono invece che la trasmissione è molto minore. Tutti però ammettono che la trasmissione avviene.
6.2) Trasmissione dei vaccinati a parte, tre quarti del pianeta non ha ancora avuto accesso se non in maniera trascurabile al vaccino (in Africa si viaggia tra il 2 e il 6% della popolazione vaccinata, e, parlando di pesi massimi: in India è vaccinato il 7% della popolazione, in Indonesia il 6,9%, il Australia il 13,6%, in Brasile il 18,4%).
Questo significa, visto che nessuno prende in considerazione un nuovo lockdown con blocco delle frontiere, che il virus continuerà a circolare anche nel nostro paese, anche se avessimo il 100% di vaccinati e anche se i vaccinati non trasmettessero il virus.
6.3) Il vaccino contro il coronavirus NON è come il vaccino contro la poliomielite o contro il vaiolo (per citare esempi peregrini piovuti in questi giorni) per la semplice ragione che gli effetti di quei vaccini sono perenni, mentre questi hanno una scadenza.
Notizie appena arrivate dicono che il vaccino finora rivelatosi più efficace e più usato (Pfizer) inizia a declinare i suoi effetti già dopo 6 mesi (contro i 9 precedentemente previsti).
Allo stato attuale delle conoscenze, invece, l’immunità prodotta dall’infezione si estende oltre i nove mesi (per analogia con affezioni simili si parla di 1-2 anni).
Ora, posto che questo quadro è quello che, allo stato attuale delle conoscenze, abbiamo di fronte, com’è che non si capisce che la strategia della vaccinazione a tappeto (anche a chi ha ancora gli anticorpi per aver superato l’infezione, anche ai giovani e giovanissimi) è una strategia votata alla sconfitta?
Com’è possibile che non salti agli occhi che già a settembre, quando, anche se venisse deciso domani l’obbligo vaccinale assoluto saremo ben lontani dal 100% dei vaccinati, inizieremo ad essere alle prese con la nuova vaccinazione per i primi gruppi di vaccinati, cui si sovrapporrà probabilmente il richiamo della terza dose causata dall’apparente inferiore durata della copertura?
Com’è possibile che non si veda che l’obiettivo ufficialmente dichiarato (blocco della trasmissione del virus, stop alle varianti, messa in sicurezza dei più fragili), per come è stato immaginato. è nato per fallire?
Com’è possibile che non si capisca che una strategia tutta concentrata su una generica vaccinazione a tappeto (tutto molto militare, non c’è che dire), mentre l’intero sistema sanitario resta in difficoltà per l’ordinaria amministrazione, è una strategia votata al fallimento? Una strategia che ci condurrà ad un circolo vizioso di perenni emergenze senza soluzione né costrutto?
O forse lo si capisce benissimo, ed è per questo che si armano le spingarde morali creando il capro espiatorio dei No Vax, cui si imputerà poi un fallimento concepito come inevitabile?
L’unica direzione in cui avrebbe senso muoversi è quella dell’accettazione della realtà, una realtà in cui il virus SARS-CoV-2 rimarrà endemico nella popolazione mondiale, come è avvenuto in passato per l’influenza, e dunque una realtà in cui dobbiamo cercare di proteggere i più fragili (e qui il vaccino è decisivo), di attutire gli effetti del virus in chi si ammala, e di consentire agli organismi sani di elaborare le proprie difese.
Solo così ne usciremo.
La strada che abbiamo preso conduce ad un percorso dove ci dobbiamo attendere di passare da emergenza in emergenza, consegnando agli esecutivi poteri da stato di guerra, e distraendo l’opinione pubblica da tutto ciò che forgerà davvero il nostro futuro.
Vogliamo questo?
Chi lo vuole?

Patto “Stato-Mafia”: ha ragione Sigfrido Ranucci?

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TOGLIERE COPERCHI DALLE PENTOLE A PRESSIONE PARE ESSERE LA VOCAZIONE, CHE GLI RIESCE PIUTTOSTO BENE, DEL VICEDIRETTORE DI RAI3…

Sigfrido Ranucci, vicedirettore di RAI 3 e conduttore della più celebre trasmissione di giornalismo d’inchiesta, “Report”, già inviato di guerra nei Balcani e a New York dopo l’11 Settembre, si è occupato di inchieste importanti, che vanno dal traffico illecito di rifiuti all’uso di armi improprie, quali il fosforo bianco, a Falluja in Iraq.

Apparati deviati dello Stato, mafie, operazioni dubbie da parte delle multinazionali e corruzione, collusione della peggior politica nazionale ed internazionale con poteri più o meno occulti, alta finanza e uomini della Chiesa ufficiale sono, da molti anni, il suo pane quotidiano.

E’ uno dei giornalisti più odiati dall’establishment e più querelati d’Italia, ma, finora, ogni accusa è sempre caduta in una bolla di sapone. Le sue inchieste hanno aperto la strada ad indagini che hanno colpito molti potenti e insospettabili illustri, così da renderlo assai antipatico nelle stanze dei bottoni, ma non tra la gente, che lo premia con ascolti molto alti e neppure tra i professionisti della comunicazione, che lo riempiono di premi. Tra i tantissimi riconoscimenti, ha recentemente vinto il premio Flaiano per la televisione.

Si dichiara cattolico e apprezza l’operato di Bergoglio, in particolar modo quanto ad alcuni aspetti riguardanti la ricerca della trasparenza in Vaticano. Si trova, almeno dal 2014, a doversi occupare di questioni che riguardano la splendida città di Verona.

“Togliere coperchi dalle pentole a pressione” pare essere una sua vocazione, che gli riesce piuttosto bene. Il suo è un carattere mite, sicuramente introspettivo, a volte criptico, ma molto determinato. Lui crede che “per essere buoni cattolici non servano particolari proclami, quanto che il cattolicesimo vada vissuto veramente”. Tende a diffidare di chi dice una cosa e poi ne fa un’altra. Si può essere amici o suoi collaboratori, senza trovare, in lui, alcun pregiudizio, pur essendo di posizioni religiose o politiche differenti: “l’onestà intellettuale e l’integrità morale sono fondamentali ed anche valori cristiani, che non hanno colore politico” – e da questo si capisce la sua ammirazione per Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Nel 2010, per quelli di Chiarelettere, ha scritto un libro con il reporter Nicola Biondo, in questi giorni ripresentato al grande pubblico, che si intitola “Il Patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato“. Romano Montroni, del “Corriere della Sera” scrisse che si tratta di “una lettura da non perdere, parola di libraio. Ha il rigore dei reportage e si legge come un romanzo”.

La riproposizione del libro arriva nel momento in cui il governo sta discutendo di riforma della Giustizia, voluta dal Ministro Marta Cartabia, che approderà alla Camera dei Deputati, venerdì 30 luglio. Stiamo parlando della riforma del processo penale, che riscriverà anche i tempi dei processi, cambiando le regole della prescrizione e introducendo il meccanismo dell’improcedibilità per la durata dei dibattimenti in Appello e in Cassazione.

Molto duri, nelle audizioni in Commissione Giustizia, sono stati i commenti di Nicola Gratteri e Cafiero De Raho, secondo i quali, la riforma così com’è, “farebbe cadere il 50% dei processi e metterebbe in pericolo la democrazia”. Il premier Draghi e la Guardasigilli hanno, poi, usato parole di apertura verso una riforma modificabile ed il più possibile condivisa. Staremo a vedere.

Intanto, continuiamo con la lettura del libro di Ranucci, che riempie di spunti di riflessione:

«Nel marzo del 2004 su “La Repubblica” Stefano Rodotà ha affermato che “vi è una violenza della verità che la democrazia ha sempre cercato di addomesticare, per evitare che travolga le stesse libertà democratiche fondamentali””.

Continua Ranucci: «questo è un paese violento. Abituato a non credere in se stesso e dunque incapace di pretendere una classe dirigente all’altezza. Viaggiamo nel buio, aspettando che degli eroi vengano a salvarci, a tirarci fuori dall’inferno: santi o rivoluzionari, generali o politici, magistrati o preti di periferia, poco importa. Che siano loro a sporcarsi nella battaglia, che siano loro a combattere in nome di tutti; e se cadono, li si celebri come martiri. E allora succede che uomini di Stato, investigatori e ufficiali, ci appaiano come il comandante Kutuzov in Guerra e Pace quando si rivolge al principe Andrej: “Sì, mi hanno rimproverato non poco, e per la guerra e per la pace…Ma tutto è venuto a suo tempo”. Ci sembra che in questo paese la guerra e la pace abbiano lo stesso indistinto colore, lo stesso odore. E che portino gli stessi identici lutti», chiosano Ranucci e Biondo.

Ad alcuni pare che il “tempo” di cui scriveva Kutuzov stenti un po’ troppo ad arrivare. Chi, invece, come noi, si appoggia, da un lato al realismo tomista e dall’altro alla speranza cristiana, invita tutti, ciascuno con i suoi mezzi e possibilità, a contribuire alla lotta per il bene contro il male, senza aspettare il “santo” o l’ “eroe”, perché ogni giorno siamo noi stessi artefici di civiltà. Oltre ogni pressione, minaccia, tentativo più o meno indiretto di vendetta. Perché Borsellino ha lasciato un’eredità universale, che si riassume in queste parole: “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

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Patto “Stato-Mafia”: ha ragione Sigfrido Ranucci?

Green pass, Draghi inciampa sulla politica della paura

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È inutile, o malafede, girarci attorno: ad un “liberale”, e uso il termine con tutte le accortezze del caso, e nel senso più ampio possibile, l’idea del green pass istintivamente non piace, genera disagio e fastidio. Però non ci si può fermare qui. Bisogna necessariamente portare al concetto, cioè argomentare razionalmente, quella che a tutta prima è solo una sensazione. Ci sono tanti modi per farlo ovviamente, ed esclusa la genìa dei no vax e complottisti vari, che è molto ristretta e va tollerata perché una quota di follia contenuta e messa in condizione di non nuocere agli altri fa sempre bene alla società; esclusi costoro, dicevo, le argomentazione che vengono portate avanti, soprattutto da intellettuali e politici dell’area del centro-destra (che ormai, con tante contraddizioni certo, è l’unico paladino di certe vecchie idee liberali), sono per lo più condivisibili. E meritano comunque rispetto, e non quel dire sprezzante che un Draghi sicuramente non in forma ha indirizzato l’altro giorno a Salvini.

Eppure, ho come l’impressione che, in questo ragionare, si resti un po’ al di qua del guado, in un terreno ove si discute del più o del meno, di obbligo o non obbligo, e addirittura, da parte di alcuni, si usano tono da vecchio sessantossismo barricadero (col segno cambiato) che accetta per principio il tavolo da gioco impostoci da questi nostri tempi. Bisognerebbe fare invece un passo laterale, almeno a livello intellettuale, e riflettere un po’ più in generale su ciò che sta avvenendo, casomai evitando formule vaghe come “crisi dell’Occidente” che dicono poco e nulla e sono comunque all’interno di quel gioco dialettico. Bene, per dirla tutta, secondo me quello che sta venendo fuori con il Covid (che è poi una delle tante epidemie, e nemmeno la più pericolosa, che hanno costellato la storia dell’umanità) è un fenomeno che i filosofi hanno teorizzato da un po’ di tempo, e che è poi la chiave con cui si è costruito il potere nell’età moderna anche quando, in altri tempi, non ci era manifesto od era comunque da noi rimosso. Questo fenomeno lo possiamo chiamare: la produttività politica della paura. La politica, persa la capacità e la possibilità di intervenire con efficacia sui macro e i microsistemi, interviene provando a rassicurare sul naturale bisogno di sicurezza che gli uomini hanno per il solo fatto di vivere ed essersi trovati gettati nel mondo. Un bisogno che un tempo colmavano agenzie ben altrimenti efficaci, quali quelle religiose.

È chiaro che, in questo ordine di discorso, ciò che è indotto o reale, strumentale o non, diventa secondario: come ha osservato in un bellissimo articolo qualche giorno fa Massimo Cacciari, in tutta questa vicenda non un dato e non un momento è di sicura “oggettività” scientifica.  La facilità con cui l’infelice frase draghiana sui non vaccinati portatori di morte può essere, ed è stata, smontata, mostra con tutta evidenza questa situazione “umana, troppo umana” di indecidibilità scientifica. Che virologi superstar, e spesso sopra le righe, non solo non riescono a coprire ma che anzi esasperano. Il che vale anche e contrario, evidentemente; sul coté dei “negazionisti”, intendo.

Essere sicuri significa, in sostanza, vivere in una teca, non rischiare, non vivere l’incertezza, smussare i conflitti. È una strategia immunizzante a tutti gli effetti, come l’hanno chiamata i filosofi (penso in Italia soprattutto a un Roberto Esposito) ben prima che noi tutti stessimo qui a parlare di immunità e vaccini. Ecco, il rischio, l’incertezza, la conflittualità, la possibilità stessa della morte, è ciò che mette in conto un “liberale”, almeno come lo intendo io. Il quale sa che tendere al contrario ad una idea di immunità e purezza irraggiungibile, è un movimento profondamente disumano. Solo introiettando in noi stessi quote omeopatiche di virus, proprio come fanno i vaccini, possiamo vivere. E poi anche ovviamente morire. Utilizzare dispositivi immunizzanti oltre il lecito e troppo invasivi, non solo non sortisce effetti sensibili, con tutta probabilità, , ma significa in sostanza anticipare la morte nella nostra stessa vita.

DA

Green pass, Draghi inciampa sulla politica della paura

Governo cinese ordina ai protestanti di predicare il discorso comunista di Xi Jinping

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L’EDITORIALE DEL LUNEDÌ
di Leonardo Motta

Funzionari del governo comunista cinese hanno ordinato ai pastori
della comunità protestanti controllate dallo stato di studiare e
predicare il discorso del presidente Xi Jinping del 1° luglio in
occasione del centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese
(PCC).
Secondo quanto riportato dalla rivista Bitter Winter, le direttive
sono state annunciate durante la conferenza nazionale del Movimento
patriottico delle Tre Autonomie, l’organismo controllato dallo Stato
delle comunità ecclesiali protestanti nella Cina continentale, e del
Consiglio cristiano cinese, che sovrintende all’educazione nelle
chiese delle Tre Autonomie, .
Così il tema della conferenza dell’8 luglio è stato
sull'”Apprendimento e attuazione dello spirito del discorso del 1°
luglio del segretario generale Xi Jinping” ed è stata guidata da Xu
Xiaohong, presidente del Movimento patriottico delle Tre Autonomie e
Wu Wei, presidente del Consiglio cristiano cinese.
Entrambi i gruppi sono supervisionati dal Dipartimento del Lavoro del
Fronte Unito, l’intelligence generale e l’organo di coordinamento del
PCC che raccoglie informazioni, gestisce le relazioni e tenta di
influenzare individui e organizzazioni, compresi i gruppi religiosi
all’interno e all’esterno della Cina.
Durante la conferenza, i capi di gruppi nominati dallo stato hanno
affermato di sperare che i pastori della chiesa rendano il discorso
del presidente Xi un importante argomento di studio, la predicazione
nei suoi sermoni e un argomento di discussione per i gruppi di studio
della Bibbia.
Xu Xiaohong ha tenuto un sermone modello per i pastori basato su nove
punti del discorso che glorificava la Cina, il PCC e il presidente Xi.
Inoltre ha esortato i pastori a rendersi conto che il PCC e Xi hanno
portato al grande ringiovanimento della nazione cinese e che i
cristiani devono ripetere frequentemente due slogan: “Lunga vita al
grande, glorioso e corretto Partito Comunista Cinese! Viva il grande,
glorioso ed eroico popolo cinese!”. Xiaohong  ha insistito sul fatto
che le radici e il sangue del PCC sono nelle persone ed è il partito
stesso del popolo. Xu ha detto che il PCC ha portato grandi e
armoniosi sviluppi alle “cinque civiltà”: materiale, politico,
spirituale, sociale ed economico e per questo motivo i cristiani
dovrebbero fidarsi del PCC poiché ha governato con successo il Paese
per oltre 70 anni e dovrebbero unirsi al PCC nel dire alle potenze
straniere ostili che “l’era in cui la nazione cinese è stata
massacrata e intimidita è finita per sempre”, ha aggiunto. Il
funzionario ha anche avvertito che il mancato rispetto delle direttive
sarebbe considerata una violazione della sinicizzazione, condizione
necessaria per la sopravvivenza delle chiese in Cina.
La sinicizzazione mira a imporre regole rigide a società e istituzioni
basate sui valori fondamentali del socialismo, dell’autonomia e del
sostegno alla leadership del Partito comunista cinese. La Cina,
ufficialmente atea, riconosce l’entità giuridica di cinque religioni:
protestantesimo, cattolicesimo, buddismo, islam e taoismo.
Per decenni, le autorità cinesi hanno strettamente controllato i
gruppi religiosi ufficiali e perseguitato coloro che aderiscono a
gruppi non riconosciuti o non registrati, come la Chiesa di Dio
Onnipotente e il Falun Gong. Quest’ultimo è tra i 20 culti o gruppi di
credenze etichettati come “anti-Cina” o “culti malvagi”.
Dal 2018, con il pretesto di nuove normative in materia religiosa, le
autorità cinesi hanno chiuso centinaia di chiese e associazioni di
beneficenza ecclesiastiche, inclusi orfanotrofi gestiti da cattolici,
con l’accusa di operare illegalmente o violare le regole indottrinando
le persone con la religione.
Nel suo discorso energico durato circa un’ora, Xi aveva elogiato il
ruolo vitale del PCC nel gettare le basi della Cina moderna e aveva
avvertito che i tentativi di separare il partito dal popolo cinese
sarebbero falliti.
“Solo il socialismo può salvare la Cina, e solo il socialismo con
caratteristiche cinesi può sviluppare la Cina. Non permetteremo mai a
nessuno di intimidire, opprimere o soggiogare la Cina. Chiunque oserà
tentare di farlo sarà colpito con il sangue sulla testa contro la
forgiata Grande Muraglia d’Acciaio. da oltre 1,4 miliardi di cinesi”,
aveva detto Xi in quella che sembrava una velata minaccia per
l’Occidente.
Xi aveva anche affermato che la Cina ha un “impegno costante” per
l’unificazione con Taiwan. Anche se la Taiwan democratica da tempo è
un paese indipendente, la Cina la considera ancora una provincia
separatista e parte del suo territorio ed ha minacciato di voler
annettere Taiwan militarmente.
“Nessuno dovrebbe sottovalutare la determinazione, la volontà e la
capacità del popolo cinese di difendere la propria sovranità nazionale
e integrità territoriale”, ha affermato Xi.

Leonardo Motta

La prima vittima del liberalismo è l’essere umano

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di Karine Bechet Golovko

Fonte: controinformazione

Mentre viviamo in una follia totalitaria globale sullo sfondo di un acuto sanitarismo, ci sono ancora menti annebbiate per continuare a combattere contro il fantasma del comunismo e invocare come mantra tutti i “suoi” crimini. Com’è più comodo lottare contro ciò che non è più, riscriverlo a piacimento, nascondersi da ciò che è! E se spazziamo davanti alla nostra porta? E se parlassimo dei crimini del liberalismo?
Se osassimo guardare in faccia questo mostro che ha partorito, che sta crescendo davanti ai nostri occhi attoniti? Perché questa dittatura globale e disumana è l’essenza del liberalismo.

Mentre in Francia, paese dei diritti umani e di Cartesio, troviamo sempre più politici che chiedono la generalizzazione della tessera sanitaria, cioè la generalizzazione della segregazione sociale; mentre in Russia, paese che è stato distrutto non molto tempo fa in nome del liberalismo e del sacrosanto diritto di andare da McDonald’s, si vaccina a pieno regime, bloccando l’accesso agli ospedali ai non vaccinati e volendo estendere la sorveglianza totale del QR Codice; mentre il nostro mondo è diventato un grande spazio di sperimentazione su popolazioni messe in stato di torpore, una prigione digitale, dove vengono monitorati gli spostamenti di miliardi di individui, nessuno, dico nessuno, vuole interrogarsi sul legame di causa ed effetto tra l’ideologia liberale consegnata a se stessa come preminente e questa distopia globale in cui viviamo.

Com’è comoda questa cecità morale e intellettuale! Continuiamo improvvisamente a fare grandi dichiarazioni che non costano nulla per gridare i “milioni di vittime” del comunismo, se una fonte è necessaria, resta Wikipedia, la nuova biblioteca-palinsesto del mondo globale. Che questo regime fosse restrittivo, che fosse disumano… che oggi siamo felici, quindi. Parliamo d’altro, soprattutto per non parlare di noi stessi.

Siamo felici di non fare domande. Che dire di tutti questi paesi destabilizzati in nome della democrazia – per l’uso delle risorse naturali? Che dire dell’offshoring, dove è possibile lavorare senza vincoli sociali? Che dire di tutte queste guerre, rivoluzioni, colpi di stato contro leader che non sono sufficientemente compiacenti? Quante società distrutte, famiglie distrutte, vite distrutte a causa di questi stupri democratici? Quanti “milioni”?

Se fermiamo la fantasmagorica statistica dei “milioni”, la morte ingiusta di un solo uomo essendo una tragedia perché ogni scomparsa porta con sé una parte di umanità, diventa urgente interrogarsi sulle matrici di queste due visioni del mondo, comunismo e liberalismo. Sto parlando della loro realizzazione, perché in teoria tutte le ideologie sono meravigliose, altrimenti la gente non ci crederebbe.

L’errore più grande del comunismo è stato scommettere sulla capacità dell’uomo di evolversi, di sforzarsi, di migliorarsi – generalizzazione dell’insegnamento, salto scientifico, buon industriale… Ma tutto ciò richiede sforzi e di fronte si presenta Cannes e la Croisette , le sfilate, il piccolo caffè con terrazza a Parigi, il jazz a New York. E dimentica che sta anche facendo festa, che ha amici, vacanze, un lavoro. Non vede cosa si nasconde dietro il velo – queste persone che, come lui, lavorano, che non hanno tutti i soldi per andare all’estero anche se ne hanno il diritto, tutti questi prodotti nei negozi che si differenziano principalmente per etichette a colori, tutto un mondo reale che non viene proposto.

Dal canto suo, le società liberali, tinte di sociale fin da quando è esistito il comunismo, hanno scommesso sulla debolezza dell’uomo, sulla sua naturale tendenza all’agio, sul suo egocentrismo, sul suo materialismo. E hanno vinto. Il liberalismo fu poi ridotto al materialismo, la libertà al possesso. L’uomo ha perso la sua complessità e la sua ricchezza per diventare nient’altro che un individuo, ciascuno credendosi non solo il centro del suo mondo, ma il centro del mondo che può afferrare solo attraverso il suo ombelico – un mondo a misura.

Con la caduta del comunismo, gli equilibri di potere furono sconvolti e l’orgia fu totale. Vediamo il risultato. Gli esseri viventi sono stati ridotti alle loro funzioni più basse: consumare, produrre, riprodursi, distruggersi. Il declino dell’istruzione ha permesso di ottenere l’accettazione per un mondo così primario. Insensati e aggrappati ai loro schermi, gli esseri viventi non sono altro che ammassi di cellule, più o meno produttive, con qualche scatto più disordinato.
La vita ridotta alla sua concezione biologica permette l’affermazione di una dittatura utilizzando l’argomento della salute.

Parteciparvi è un atto di patriottismo, rifiutarlo sarà presto considerato terrorismo. Come ha detto Biden , siate patrioti, vaccinatevi!

“ Fallo ora per te e per i tuoi cari, per il tuo quartiere, per il tuo paese. Può sembrare banale, ma è una cosa patriottica da fare ”.

E gli esseri umani sono pronti a farsi vaccinare per qualsiasi motivo diverso dalla salute – soprattutto per essere lasciati soli, ma anche per andare in vacanza, per andare al ristorante, per andare a teatro, per prendere i mezzi pubblici, per poter continuare a lavorare . Insomma, per far parte di questo nuovo mondo, che non vuole lasciare spazio all’uomo.

Perché il vaccino permette il QR Code o il social pass e il QR Code o il social pass è una fonte di informazioni, le cui chiavi sono negli Stati Uniti come per qualsiasi database e sembra che nel nostro mondo l’informazione sia potere . Quindi, comprendiamo meglio il patriottismo. Negli USA. Lo capiamo meno in Francia o in Russia, ma essendo il progetto globale…

Anche se questo emerge da una fantasmagoria ben descritta durante l’ultima Davos, i leader sono sempre stati inclini a queste derive di un governo totale e liberati dalla costrizione del popolo. Solo gli uomini possono fermarli. Ma dove sono gli uomini? Questo è ciò che mi preoccupa molto di più delle attuali delusioni.

Fonte: Russie Politics Blogspot

Traduzione: Luciano Lago

1984 sei tu. Gabriele Adinolfi rilegge Orwell

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Milano, 7 lug – La pandemia ha rinchiuso l’uomo in un’opera di ingegneria sociale. Una sorta di The Truman show dove ognuno di noi interpreta Jim Carrey nei panni di Truman Burbank. Ed è qui che la distopia orwelliana ci appare quanto mai puntuale. A settantuno anni della dipartita di George Orwell, all’anagrafe Eric Arthur Blair, la casa editrice Altaforte Edizioni è in procinto di pubblicare – la data di uscita è fissata per martedì 13 luglio – il volume Gabriele Adinolfi rilegge Orwell. 1984 sei tu (22,00€, 248 pag.). Il saggista romano, direttore del quotidiano online noreporter.org e caporedattore della rivista Polaris, accompagna, coadiuvato dalla prefazione di Giuseppe Scalici e dalla postfazione di Francesco Ingravalle, il lettore nei meandri del dominio del Grande Fratello guidando, nell’interpretazione degli impulsi che riceviamo, la percezione controcorrente rispetto al potere dispotico su scala globale. Perché il mondo nel quale viviamo e che Adinolfi ci descrive, attraverso Orwell, è quello che vede una dittatura capace di mettere in discussione anche le basi della democrazia.

Quale 1984? Così Adinolfi rilegge Orwell

Come leggiamo nella ricca prefazione secondo Bernard Crick, biografo di Orwell, si “riteneva che già le masse fossero ipnotizzate e manipolate dalla stampa scandalistica e pornografica, per cui 1984 – dato alle stampe nel 1949, ndr – poteva rappresentare la constatazione di processi già attivi anche se non del tutto portati a compimento nel mondo del capitalismo avanzato”. Davanti a questa continua manipolazione delle menti Crick sostiene che l’autore britannico “fosse sostenitore di una ‘terza via’ europea, alternativa alle due superpotenze all’epoca egemoni”. Un percorso, quello di Adinolfi, che nelle amare profezie orwelliane ci conduce alla lucidità del pensiero che si frappone al disincantato radicalismo democratico. Numerosi gli approfondimenti che lambiscono Nietzsche, Guénon, Evola e Jünger. Soprattutto l’uomo delle tempeste d’acciaio lancia, attraverso Il trattato del ribelle, un monito verso chi cerca, spasmodicamente, nel passato risposte che non possono esserci: “Non si ritorna indietro verso il mito, il mito lo si incontra di nuovo quando il tempo vacilla sin dalle fondamenta, sotto l’incubo di un pericolo estremo”. Pericolo estremo che risponde al verbo del mondo immerso nel progresso.

Un saggio poderoso che non fa sconti nemmeno allo scrittore inglese

Un tragitto ad ostacoli dove il vero avversario (1984 sei tu!), quello più subdolo, è l’immagine che proiettiamo dentro lo specchio. Ingravalle infatti ricorda: “Già per Platone ‘il primo nemico sei tu’, nel senso che ‘in te’ alberga l’’anima desiderante’ e l’anima timica che si oppongono entrambe, sia pure in modo diverso, a ogni disciplinamento, il ‘principio del piacere’ e ‘il piacere della lotta’, come antagonisti del lògos, l’’anima razionale’”. Un saggio poderoso e denso che non fa sconti nemmeno al venerato George Orwell. Perché fondamentalmente, ci ricorda Adinolfi, il ribelle deve incarnarsi in una catarsi assoluta verso l’anarca. Così come scrisse Jünger che “in straordinaria contemporaneità con 1984, è impressionante notare come egli abbia posto l’accento sull’uomo, sulla combattività, e su quello che va fatto per non cedere alla nientificazione che in Orwell si conclude invece con una capitolazione totale e assoluta”. Un testo per tornare alle radici del mito, in una battaglia di libertà che mai come oggi mostra il profondo abisso verso il quale il Grande Fratello ha introiettato il globo.

Lorenzo Cafarchio

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/1984-sei-tu-gabriele-adinolfi-rilegge-george-orwell-nuovo-saggio-altaforte-edizioni-200392/

La democrazia liberale sta preparando la grande persecuzione del cristiani?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI per www.informazionecattolica.it

di Matteo Castagna

SEMBREREBBE IN ATTO UNO SCONTRO TRA COLORO CHE AMANO I BAMBINI, IL DIRITTO NATURALE E LO SPORT CONTRO COLORO CHE, INVECE ODIANO IL DIRITTO NATURALE E VORREBBERO CHE L’UOMO BIANCO, ETEROSESSUALE, POSSIBILMENTE CRISTIANO, FOSSE SIMBOLICAMENTE SCHIACCIATO DAL PENSIERO UNICO DEL TOTALITARISMO ARCOBALENO E DELLA RETORICA ANTIRAZZISTA

Giuseppe Sala apre la sua campagna elettorale per le amministrative di Milano al Gay Pride, enunciando la priorità: «Se verrò rieletto, ricominceremo il percorso per il riconoscimento dei figli di coppie omosessuali perché non è arrivato dove deve, quindi continueremo il percorso». Davvero sarebbe dimostrazione di Amore privarli di una mamma e di un papà?

A Bologna, dal 26 giugno al 3 luglio sta andando in scena il “Rivolta Pride”. Tra sberleffi ed insulti, vengono calpestate e imbrattate le foto di capi di Stato, leader politici, religiosi, opinionisti considerati “omofobi”. Davvero è dimostrazione di Amore il pubblico ludibrio di coloro che non temono di affermare il diritto naturale come principio inviolabile?

La Nazionale italiana gioca e vince contro l’Austria ma non si inginocchia al politicamente corretto, voluto dai Black Lives Matter. Pioggia di critiche. Davvero gli Azzurri sono razzisti? No, semplicemente amano lo sport e, quindi, non vogliono che venga strumentalizzato dalla più sinistra dialettica politica.

Sembrerebbe in atto uno scontro tra coloro che amano i bambini, il diritto naturale e lo sport contro coloro che, invece odiano il diritto naturale e vorrebbero che l’uomo bianco, eterosessuale, possibilmente cristiano, fosse, almeno simbolicamente, schiacciato dal pensiero unico del totalitarismo arcobaleno e della retorica antirazzista.

Tra queste due concezioni antropologiche opposte e parallele all’infinito, il maestro del pensiero forte, tipicamente occidentale, non può che essere il grande San Tommaso d’Aquino, mirabile sintesi di classicità e cristianità, che già 800 anni fa scriveva, nel commento al libro del Profeta Isaia: “Ciò che è incompatibile in modo assoluto con il fine è del tutto contro natura e non può mai essere una buona cosa come il peccato di sodomia” (c. 4, l. 1). Il Dottore della Chiesa annovera tale peccato come una forma di lussuria. Nella Summa Teologica (II-II, q. 154, a. 1 c.), l’aquinate parla della sodomia in questi termini: “…il piacere sessuale deve essere ordinato all’interno del rapporto di coniugio verso i fini propri del rapporto sessuale, cioè la procreazione e l’amore”. Non farlo o scavalcare la gerarchia di questi fini è un atto contro ragione e quindi malvagio.

Quindi non si parla solo di atto irragionevole “perché oltre ciò, ripugna allo stesso ordine naturale e fisiologico dell’atto venereo proprio della specie umana: e questo si chiama peccato, o vizio contro natura”

Il Doctor Communis trae alcune conseguenze di ordine morale e cita il Sant’Agostino delle Confessioni (III): “Perciò nei peccati contro natura, nei quali si viola codesto ordine, si fa ingiuria a Dio stesso, ordinatore della natura. Scrive quindi S. Agostino: ‘I peccati contro natura quali quelli dei Sodomiti, sono sempre degni di detestazione e di castigo: e anche se fossero commessi da tutte le genti, queste sarebbero ree di uno stesso crimine di fronte alla legge di Dio, la quale non ammette che gli uomini si trattino in quel modo. Così infatti viene violato il vincolo di familiarità che deve esistere tra noi e Dio, profanando con la perversità della libidine, la natura di cui egli è l’autore”. Quindi l’omosessualità è un peccato verso se stessi e verso gli altri  – non si rispetta la propria e altrui dignità – e verso Dio. 

Amore è volere il Bene dell’altro, che, in primis, è fare quanto possibile per condurre una vita nella direzione della salvezza eterna, in conformità con le leggi di Dio. Può essere vero Amore l’induzione, con pieno assenso e deliberato consenso, al peccato mortale, che San Pio X definiva, nel Catechismo Maggiore, tra coloro che “gridano vendetta al cospetto di Dio”? Togliere ad un cattolico la libertà di dire pubblicamente queste bimillenarie verità di fede, è o non è un atto di violenza, odio e discriminazione verso Dio e i suoi precetti, sfogato sui Suoi testimoni in Terra?

“Non illudetevi: né immorali, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio” ( San Paolo, I Cor. 6,9-10). .”..La legge non è fatta per il giusto, ma per i non giusti e i riottosi, per gli empi e i peccatori, per gli scellerati ed i profani, per i patricidi, i matricidi e omicidi, per i fornicatori, per i sodomiti, per i ladri di uomini, i bugiardi, gli spergiuri..:” (S. Paolo, I Tim. 1,9). E la democrazia liberale sta preparando la grande persecuzione dei cristiani, attraverso l’ingerenza nelle leggi di Dio?

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/06/28/la-democrazia-liberale-sta-preparando-la-grande-persecuzione-del-cristiani/

L’ateo Onfray: «Mi batto per la civiltà cristiana contro la nuova barbarie»

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di Leone Grotti

Fonte: Tempi

Ateo, anticlericale, edonista, Michel Onfray ha pubblicato un nuovo libro, L’arte di essere francese, nel quale afferma di riconoscersi nelle «radici cristiane» della Francia, sostenendo la necessità di difenderle. Il suo non è certo un libro apologetico, quanto l’ultimo atto d’orgoglio di un intellettuale sul Titanic «nel momento in cui il capitano ha annunciato che la nave affonderà. Gridare non serve a nulla, l’unica cosa che resta è affondare con eleganza. Ora che la nave comincia a sprofondare, voglio morire vivendo», afferma in un bella intervista a Le Figaro.

La denuncia del postumanesimo
La nave che affonda è, appunto, quella della civiltà giudaico-cristiana, con la sua storia gloriosa e la sua tradizione intellettuale di primo piano (Montaigne, Cartesio, Rabelais , Voltaire, Marivaux, Hugo). I flutti che la stanno affondando sono quelli di una nuova civiltà «postumanista», dalla quale Onfray prende le distanze pur ammettendone l’ineluttabilità. Una nuova civiltà «che nessuna etica o morale potrà fermare», fatta di «intelligenza artificiale che crea chimere uomo-animale, che commercializza la vita (riferimento alla legge di bioetica di prossima approvazione in Francia, ndr), fondata sull’ideologia “woke” e che costituisce una barbarie». Una barbarie, per Onfray, inevitabile e alle porte.
Davanti a questo nuovo paradigma, «ovviamente rimpiango la civiltà giudaico-cristiana e per il momento mi batto per essa». Anche perché nella nuova era postumana non ci sarà più posto per Rabelais, che amava raccontare l’uomo nella sua carnalità, mentre oggi viene esaltato «un corpo senza carne, senza grasso, senza colesterolo, senza trigliceridi, senza zucchero, senza sesso, senza sangue, senza tabacco – ma con l’hashish e la cocaina. Rabelais magnificava il corpo naturato, mentre quest’epoca lavora per l’avvento di un corpo denaturato».

Morta la ragione, restano le opinioni
Non ha futuro neanche Cartesio, con la sua «priorità data alla ragione per costruire una verità, mentre la nostra epoca privilegia le emozioni, i sentimenti per produrre opinioni spacciate come grandi verità», continua il filosofo. Nell’epoca del #MeToo, Marivaux «sarebbe denunciato come maiale e violentatore, esposto alla vendetta popolare». Hugo «passerebbe invece per sovranista, populista, demagogo e nazionalista. Voltaire sarebbe chiuso in una Bastiglia digitale, crocifisso sui social. Le sue opere, piene di antisemitismo, misoginia, fallocrazia, omofobia e islamofobia, sarebbero virtualmente bruciate. Nessuno pubblicherebbe oggi un solo rigo di ciò che ha scritto».
Ed è proprio perché, nel suo impareggiabile quanto insincero pessimismo, ritiene che la civiltà sia ormai destinata ad affondare per fare spazio a una «nuova barbarie» che Onfray scrive il suo L’arte di essere francese. Perché «coloro che vivranno più di me questo crollo dantesco della nostra civiltà dispongano almeno di un utile cordiale». Ma anche offrire un cordiale all’uomo contemporaneo, in fondo, è un atto “controrivoluzionario” di speranza e di resistenza.

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