L’erba voglio e la società dell’obbligo

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Fonte: Marcello Veneziani

di Marcello Veneziani

Indovina indovinello, cosa mancava all’appello e alla filiera dopo i diritti omo-trans, l’utero in affitto, le applicazioni gender, l’aborto, l’eutanasia, lo ius soli? Ma la droga, perbacco. Mancava un grano al rosario progressista della sinistra, e in particolare al Pd che è un partito radicale a scoppio ritardato; e puntualmente è arrivato a colpi di firme sulla cannabis.
Riciccia per l’ennesima volta la battaglia per la sua legalizzazione, ora in forma di referendum. Una proposta proteiforme e reiterata che si modifica di volta in volta secondo le circostanze e le opportunità del momento, ponendo l’accento ora su uno ora su un altro aspetto. Stavolta l’ariete per sfondare la linea è la coltivazione di canapa o marijuana a scopo terapeutico. Chi è così disumano da opporsi al caso limite di un malato che usa la droga e se la fa crescere in giardino per lenire le sue sofferenze e curare i suoi mali? Poi sotto la pancia delle greggi, come fece Ulisse con Polifemo, passa di tutto: non solo leggi per malati e sofferenti e ben oltre le rigorose prescrizioni e certificazioni mediche sull’uso terapeutico di alcune sostanze o erbe.
Curioso questo paese che non consente i minimi margini di libertà e di dissenso nelle cure e nei vaccini per il covid, anzi perseguita e vitupera chi non si allinea e poi permette che ciascuno sia imprenditore farmaceutico di se stesso e si fabbrichi e si coltivi la sua terapia lenitiva direttamente a casa sua… L’autoritarismo vaccinale si trasforma in autarchia terapeutica se di mezzo c’è la cannabis. È il green pass al contrario: il pass per consumare green, cioè  erbe “proibite”.
Ma non è di questa ennesima battaglia, a cui ci siamo già più volte dedicati in passato, che vorrei parlarvi; bensì di quella filiera, di quel presepe di leggi, referendum e diritti civili di cui fa parte e che compone un mosaico dai tratti ben precisi. Ogni volta ci fanno vedere solo un singolo caso di un singolo problema portato all’estremo e noi dobbiamo pronunciarci come se fosse un fatto a sé, o un caso umano, indipendente dal contesto. E invece bisogna osservarli tutti insieme, perché solo così si compone la strategia e l’ideologia e prende corpo il disegno che ne costituisce il motivo ispiratore, l’ordito e il filo conduttore. È solo cogliendo l’insieme che si vede più chiaramente dove vanno a parare questi singoli tasselli o scalini, verso quale tipo di società, di vita, di visione del mondo ci stanno portando.
Qual è il filo che le accomuna, la linea e la strategia che le unisce? Per dirla in modo allegorico e favoloso, è l’Erba Voglio. Avete presente la favola dell’erba voglio del principino viziato che vuole continuamente cose nuove e si gonfia di desideri sempre più grandi? Ecco, l’erba voglio è la nuova ideologia permissiva, soggettiva e trasgressiva su cui è fondato tutto l’edificio di leggi, di proposte, di riforme. Il filo comune di queste leggi è che l’unico vero punto fermo della vita, l’architrave del diritto e della legge è la volontà soggettiva: tu puoi cambiar sesso, cambiare connotati, mutare stato, territorio e cittadinanza, liberarti della creatura che ti porti in corpo o viceversa affittare un utero per fartene recapitare una nuova, puoi decidere quando staccare la spina e morire, decidere se usare sostanze stupefacenti e simili. Tu solo sei arbitro, padrone e titolare della tua vita e del tuo mondo; questa è la libertà, che supera i limiti imposti dalla realtà, dalla società, dalla natura, dalla tradizione. E non importa se ogni tua scelta avrà poi una ricaduta sugli altri e sulla società, su chi ti è intorno, su chi dovrà nascere o morire, sulla tua famiglia, sul tuo partner, sulla tua comunità, sulla tua nazione. Il tuo diritto di autodeterminazione è assoluto e non negoziabile, e viene prima di ogni cosa.
Ora, il lato paradossale di questa società è che lascia coltivare, in casa, l’Erba Voglio ma poi dà corpo a un regime della sorveglianza e del controllo ideologico, fatto di censure, restrizioni e divieti. Liberi di farsi e di disfarsi come volete, non liberi però di disubbidire al Moloch del Potere e ai suoi Comandamenti pubblici, ideologici, sanitari, storici e sociali.
Anarchia privata e dispotismo pubblico, soggettivismo e totalitarismo, Erba Voglio e Pensieri scorretti proibiti, Erba voglio e divieto di libera circolazione.
Ma le due cose non sono separate, estranee l’una all’altra e solo casualmente e contraddittoriamente intrecciate. La libertà nella sfera dell’io fa da contrappeso, lenitivo e sedativo della coazione a ripetere e ad allinearsi al regime della sorveglianza. Ci possiamo sfogare nel privato di quel che non possiamo mettere in discussione nella sfera pubblica. Porci comodi nella tua vita singola in cambio di riduzione a pecore da gregge nella vita global. Puoi sfasciare casa, famiglia, nascituri, te stesso e i tuoi legami ma guai se attenti all’ordine prestabilito e alle sue prescrizioni tassative. Liberi ma coatti.
La droga libera è oppio dei popoli e cocaina degli individui, narcotizza i primi ed eccita i secondi; aliena entrambi nell’illusione di renderli più liberi, li rende schiavi mentre illude di renderli autonomi. Benvenuti nella società dell’erba voglio e dell’obbligo di massa.

Vaccino. Ecco il perché della resistenza dei Sessantenni

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dell’Avv. Gianfranco Amato

Chi ha vissuto la seconda metà del Novecento può riconoscere in quel che sta accadendo gli stessi meccanismi che hanno caratterizzato i regimi del socialismo reale, e le dittature di destra dalla Grecia all’America Latina.

L’onda crescente di odio nei confronti di chi non vuole farsi iniettare il vaccino anticovid, ha preso particolarmente di mira una categoria di refrattari: i sessantenni. Nei confronti di costoro si è scatenata una vera e propria campagna mediatica di aperta ostilità. Sono esposti al pubblico ludibrio come «irresponsabili», «cocciuti», «caparbi», «testoni ostinati che pensano di essere immortali». Molti non comprendono i motivi di questa ostinazione al rifiuto del siero magico. L’età non consente di imputarla a demenza senile, per cui si chiedono stupiti da dove nasca questa loro capricciosa testardaggine.
Siccome anch’io mi trovo ormai in questa categoria anagrafica, provo a spiegarlo a chi fatica a comprenderlo.

I sessantenni hanno vissuto con piena maturità gli ultimi scampoli del Novecento, il secolo delle torsioni totalitarie, dei regimi dittatoriali, della scienza al servizio del Potere, del furore ideologico, del sonno della ragione.

I sessantenni di oggi hanno vissuto l’esperienza storica del cosiddetto “socialismo reale”. Hanno conosciuto la grigia cappa oppressiva della Germania di Enrich Honecker, e i nomi degli uomini e delle donne che sono morti nel tentativo di saltare il Muro di Berlino, quello che divideva l’Occidente libero dalla Repubblica Democratica Tedesca. Hanno conosciuto la spietata repressione della dittatura comunista sovietica, e i metodi della propaganda abilmente utilizzati dal Potere attraverso il giornale di regime, la mitica Pravda, e l’occhiuta censura da parte del KGB. Hanno letto Solženicyn e il suo Arcipelago Gulag. Hanno visto come la medicina e la scienza possono mettersi al servizio del Potere, tradendo qualunque giuramento deontologico, attraverso la psichiatria a fini politici. Hanno visto come grazie all’aberrante teoria della “schizofrenia a decorso lento” (patologia creata apposta per i dissidenti) elaborata dal noto psichiatra prof. Andrej Snežnevskij, siano stati dichiarati “malati mentali” da TSO personaggi del calibro di Solženicyn, Sacharov, Medvedev. Esattamente come oggi potrebbe capitare in Italia ad intellettuali come Marcello Veneziani, Giorgio Agamben, Massimo Cacciari.

Hanno visto come il Potere può sopprimere la dissidenza e schiacciare uomini come il Premio Nobel Andrej Sacharov. Hanno anche visto come uomini e donne possano rischiare la vita per difendere la libertà. Hanno letto Il Potere dei senza potere del ceco Vakláv Havel. Hanno conosciuto l’esperienza del Samizdat, delle “polis parallele” di Vakláv Benda, di “Charta 77”, e di cosa significhi combattere il Potere nella clandestinità.

Hanno vissuto l’epopea della Solidarność di Lech Wałęsa e della rivolta cristiana contro il regime comunista in Polonia. Hanno visto in troppi Paesi del mondo cosa significhi sospendere le garanzie costituzionali, lo Stato di diritto, le libertà fondamentali e ricorrere allo stato d’emergenza. Hanno visto imporre la legge marziale nella Grecia dei colonnelli, e hanno visto il film Z – L’orgia del Potere di Costa-Gavras. Hanno conosciuto l’esperienza dei regimi totalitari sudamericani, e soprattutto i danni del peronismo argentino, quel pericoloso cocktail ideologico fatto di populismo, pauperismo e dittatura, ancora oggi in circolo purtroppo.

I sessantenni di oggi hanno visto come il furore ideologico può trasformarsi in odio e violenza tra opposte fazioni. Hanno vissuto i terribili “anni di piombo”, la tragica contrapposizione tra terrorismo rosso e terrorismo nero, e le trame oscure dei cosiddetti “servizi segreti deviati”.
Hanno anche visto come il Potere abbia approfittato, secondo l’antica logica del divide et impera, di questa contrapposizione, fino al punto di emanare una “legislazione d’emergenza” del tutto antidemocratica: le famigerate leggi antiterrorismo. Molte in vigore ancora oggi, nonostante l’emergenza terroristica sia ormai finita da diversi decenni.

Insomma, i sessantenni di oggi hanno vissuto quella Storia che chi è nato dopo gli anni Ottanta ha solo letto sui libri. Proprio per questa esperienza esistenziale, hanno maturato una sorta di difesa immunitaria culturale rispetto ad ogni tentativo di torsione totalitaria da parte del Potere. Hanno gli anticorpi. Il grande filosofo ispano-americano Jorge Santayana diceva che «chi dimentica il passato è destinato a ripeterlo». Ecco, i sessantenni oggi in Italia hanno ancora una buona memoria.

 

Il pm Greco fa una fine Amara

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di Luigi Bisignani

Dal pool al ring. Francesco Cossiga, il Presidente della Repubblica che voleva mandare al Csm persino i carabinieri, diceva: “La riforma della giustizia si farà solo quando i magistrati si arresteranno tra loro e allora si potrà anche stabilire per legge una visita psichiatrica per diventare una toga”. Pare che ci stiamo arrivando.  Non si arrestano tra loro solo perché “cane non mangia cane”, ma si indagano a vicenda in maniera compulsiva e ritorsiva. Procure contro procure, in un perenne derby con capitani-Pm che infiammano le tifoserie tra giustizialisti e garantisti.

Quanto ai test psicologici – che in Germania incidono eccome nel percorso di carriera di un magistrato – ci si arriverà presto, anche a seguito del dibattito accesosi dopo l’aberrante decisione di sottoporre a perizia psichiatrica Silvio Berlusconi. E, come sempre quando la mattanza diventa più sanguinosa, a farne le spese è uno di quei magistrati che, sia pur ideologicamente targato a sinistra, ha sempre messo al primo posto il rispetto verso i suoi ‘clienti’: il procuratore capo di Milano, Francesco Greco. Figlio di ammiraglio, casa e barca a vela, sua grande passione, a La Maddalena in Sardegna, dove spesso ospitava i colleghi, tanto che in certi giorni la Piazza Rossa (meravigliosa coincidenza!) dell’isola sembrava un corridoio del Palazzo di Giustizia. Oggi veste in grigio scuro ma durante Mani Pulite la sua uniforme era un blazer blu, pantaloni chino beige e camicia celeste: in altre parole, uno yacht-man a Palazzo.

Se l’allora procuratore capo Francesco Saverio Borrelli per prepararsi all’assalto contro Fininvest e il Cavaliere, anziché esaltarsi dal protagonismo manettaro dei vari Di Pietro, Davigo e Colombo, avesse lasciato Greco a indagare davvero sui bilanci delle società, la storia di Mani Pulite e di molte altre inchieste a catena sarebbero state differenti. Il giorno che Raul Gardini si sparò fu uno dei più drammatici di quegli anni. Il patron del gruppo Ferruzzi aveva tentato invano di andare a deporre da uomo libero, ma la Procura di Milano voleva interrogarlo solo dopo averlo rinchiuso a San Vittore. Serviva uno scalpo da esibire al popolo e quello di Gardini, “il Pirata”, era l’ideale. Anche perché in questo modo si distoglieva l’attenzione montante su Agnelli, De Benedetti e soprattutto PCI e Cooperative rosse. Greco aveva gli occhi gonfi di lacrime, di dolore ma forse anche di rabbia: senza l’arresto e quel suicidio avrebbe ottenuto risultati ben diversi su tanti filoni aperti all’insegna del suo mantra, ‘meno carcere e più entrate per l’erario, meno burocrazia e più leggi moderne’.

Si bloccò invece così il Paese, in un ricatto permanente tra politica, grandi e piccoli gruppi industriali e magistratura. Con Pm che ai codici preferivano farsi eleggere in Parlamento e i talk-show televisivi. Probabilmente, nella sua visione dell’economia, Greco si è lasciato influenzare dal professor Guido Rossi, in nome di un esasperato libero mercato che ha finito per permettere, soprattutto ai francesi, di far man bassa nel nostro sistema bancario e industriale. Tutto ciò a beneficio delle leggendarie parcelle del professore, il quale fece di tutto perché Greco rimanesse a presidiare quel prezioso avamposto in Procura anziché diventare, ad esempio, un abile e innovativo Presidente della Consob. Così le pubbliche accuse in tutta Italia hanno esorbitato dal proprio ruolo inseguendo teoremi anziché singoli reati.

La pacatezza, la signorilità e la curiosità di Greco si colgono in molti episodi di vita ordinaria in quel Palazzo di Giustizia che nessuno più di lui conosce. Ha iniziato il suo slalom investigativo nel lungo corridoio dove ci sono gli uffici dei Pm e le panche che hanno visto sedere illustri imputati. Alle estremità di quel corridoio, i due bracci più corti: in fondo a destra c’è lo studio del procuratore capo, che al tempo fu di Borrelli, in fondo a sinistra c’era quello di Antonio Di Pietro. Quando nel 1996 si aprì il primo processo contro Berlusconi per tangenti alla Guardia di Finanza, tra i dirigenti delle società del Cavaliere chiamati a testimoniare c’era anche Urbano Cairo il quale, durante una pausa, volle andare a curiosare attorno ai corridoi della Procura dove incontrò casualmente proprio Greco. “Posso avere il piacere di stringerle la mano?” chiese ammiccante al magistrato. Greco gli rispose sorridendo e, senza mollare la mano che stringeva, se lo portò dentro la sua stanza. Indimenticabile lo sguardo di Cairo rivolto ai cronisti, un attimo prima di essere trascinato nell’ufficio del Pm.

Un altro siparietto risale all’interrogatorio di Carlo Sama per Enimont, quando sempre Greco ricevette una telefonata inattesa del solito Guido Rossi, appena diventato presidente della Montedison, che gli chiedeva di sbloccare i crediti IVA della Ferruzzi, a dimostrazione di come il Gruppo fosse ormai eterodiretto dalla Procura. Tuttavia, c’è da rimanere un po’ basiti quando, nell’intervista-testamento a Il Corriere della Sera, Greco quasi si stupisce della fuga di notizie sugli scoppiettanti e fantasiosi verbali dell’avvocato Amara da parte di Davigo, lo stesso inquisitore che oggi, da indagato, si guarda bene dal ripetere che “non esistono innocenti ma solo colpevoli da scoprire”. Come se il Procuratore capo di Milano, all’improvviso avesse dimenticato che la fuga di notizie fu utilizzata spesso – e purtroppo ancora è – come bomba a orologeria da molte procure. Senza forse ricordare che ha concesso quest’ultima chiacchierata prima della pensione a Milena Gabanelli, musa ispiratrice di Report, trasmissione cult di Rai3, Vangelo settimanale dei PM e dei manettari. Sic. In nome del popolo italiano.

Fonte: Il Tempo 19 settembre 2021

I non vaccinati sono i nuovi kulaki

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Abbiamo ripetuto più volte che noi del Circolo Christus Rex non apparteniamo alla categoria dei “no vax”. Fin da subito, abbiamo ritenuto di chiedere ai cattolici e alle persone non cattoliche di osservare i fatti in maniera critica, facendo attenzione alla realtà, come insegnavano Aristotele e San Tommaso d’Aquino. Più volte ci siamo spesi in appelli ad evitare tifoserie da stadio o posizioni dogmatiche, laddove si inventino dogmi dal nulla su questioni ampiamente disputate. Soprattutto, sarebbe veramente avvilente cadere nella satanica trappola di distribuire patenti di cattolicità a chi sceglie la via del vaccino e a chi no. Per questo, ci siamo sempre dichiarati “free vax”, che si pongono interrogativi, crediamo fondati, sull’esempio di quanto fanno pubblicamente in pochi. I giornalisti Mario Giordano e Nicola Porro, addirittura Massimo Cacciari ci sembrano degli esempi da seguire, seguendo questo filone critico, basato su domande più che lecite, anche se scomode.

di Claudio Romiti

Durante la puntata del 15 settembre di Otto e mezzo, salotto televisivo condotto da Dietlinde Gruber detta Lilli, sul tema infinito del green pass, Stefano Feltri ci ha fornito uno straordinario esempio di ortodossia sanitaria. Ortodossia sanitaria che, in questo drammatico momento per la nostra democrazia, risulta sempre più sganciata dai più elementari criteri logici. Contrapposto ad un sempre più affranto Massimo Cacciari, trattato dal giovare direttore di Domani, come un anziano confuso e disinformato in preda a ingiustificate preoccupazioni costituzionali, Feltri è partito in tromba sui vaccini, sostenendo con certezza assoluta che essi ridurrebbero “del 95% la possibilità di morire”.  Di conseguenza, facendo quattro conti, ciò vorrebbe dire che in questo periodo di fine estate, se non avessimo avuto a disposizione i miracolosi vaccini, conteremmo ben oltre i mille morti al giorno a causa del Covid-19. Cosa altamente improbabile per un virus che sembra seguire il classico andamento stagionale di tante altre epidemie di carattere respiratorio. Quindi delle due l’una: o il Sars-Cov-2 si è trasformato in qualcosa di catastrofico oppure questi vaccini non sono poi così miracolosi come li dipinge questo giovanotto cresciuto professionalmente sotto l’ala di Marco Travaglio.

Vogliono limitare i diritti dei non vaccinati

Ma questo non è niente. Interpellato dalla Gruber sulla stretta che il governo sta imponendo a chi si rifiuta di vaccinarsi, inasprendo l’applicazione del summenzionato lasciapassare sanitario, l’intervento di Feltri è stato degno di un romanzo orwelliano: “Vogliamo  esporre i vaccinati e gli altri a un rischio, o vogliamo, come dire, limitare la libertà dei no vax e spingerli a vaccinarsi? La scelta politica è questa. Si sta andando verso la scelta politica di dire: proteggiamo i diritti di chi ha scelto di vaccinarsi e di cooperare e restringiamo i diritti di quelli che io chiamo gli evasori vaccinali, perché sono come gli evasori fiscali, cioè scelgono di avere un piccolo beneficio proprio, scaricando i costi sulla collettività”.

I non vaccinati come i kulaki

Ora,  codesto agghiacciante punto di vista trova un formidabile parallelismo storico con la collettivizzazione forzata imposta ai contadini, definiti spregiativamente kulaki, dal compagno Stalin durante i suoi forsennati piani quinquennali.  Anche in quel drammatico frangente l’idea di togliere diritti a chi non aderiva ai dogmi economici del partito comunista non sembra poi tanto diversa da quella di emarginare i kulaki italiani che non vogliono vaccinari, per le più disparate ragioni.

Ma al di là della preoccupante visione totalitaria espressa da Feltri,  accompagnata dall’altrettanto preoccupante tendenza a voler trattare come nemici del popolo anche i semplici dubbiosi, non sembra esserci alcuna logica nel ragionamento di costui. Se infatti il vaccino abbatte drasticamente la possibilità di morire a causa del Covid-19, e se lo stesso Feltri ha ammesso che pure i vaccinati possono trasmettere il contagio, quale diamine sarebbe il danno che la sempre più sparuta minoranza di no vax causerebbe al resto della popolazione?

Forse l’unico danno, analogo a quello che i dissenzienti possono causare ad ogni regime autoritario che si rispetti, è quello di sollecitare il sopito spirito critico delle masse, opponendosi con l’esempio o semplicemente esprimendo dubbi e perplessità, così come l’eroico Massimo Cacciari, assolutamente isolato nella sua area politica di riferimento, sta disperatamente cercando di fare da molto tempo

Claudio Romiti, 17 settembre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/i-non-vaccinati-sono-i-nuovi-kulaki/

 

 

Dio ci protegga dalle “risorse” della Lamorgese

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La cosa più ignobile della brutta storia del somalo che su un autobus ne ha accoltellati sei, tra cui un bambino alla gola, è il ministro di polizia Lamorgese che esprime vicinanza alla famiglia. Non è colpa sua: Lamorgese è politicamente, amministrativamente una nullità da ministro come lo era stata da prefetto di Milano. Ma le logiche politiche sono quelle che sono e il caro Draghi, detto Supermario per decantarne la semidivinità, ha deciso di averla nel posto più sbagliato e quindi di difenderla contro ogni evidenza. La responsabilità la porta lui.

Lamorgese è ferrea, durissima, pronta a mandare l’esercito contro i refrattari al lasciapassare, ma sui clandestini è latitante e palesemente complice della tratta che li scarica, tutti, in Italia. Altrettanto colpevole e indifendibile è nei casi più incredibili come il rave party con diecimila parassiti nel Viterbese, del quale la Verità sta ricostruendo responsabilità e retroscena al limite dell’osceno, tutte ricondicibili al ministro. Lei, neanche una piega. Sa di essere inamovibile e arriva alla beffa di esprimere vicinanza a una famiglia vittima del suo lassismo connivente: il cosiddetto richiedente asilo, un balordo drogato e violento, risulta sbarcato da pochi mesi, vale a dire sotto la gestione Lamorgese, sciagurata oltre ogni dire. Andrebbe non solo rimossa, ma processata; lei perde tempo a polemizzare con Salvini, si comporta precisamente come quei boiardi di prima Repubblica che di fronte alle peggiori stragi non si scomponevano, ghignavano e tiravano avanti. E una così dovrebbe tutelarci dalle risorgenze terroristiche? Che Dio ci aiuti, che almeno illumini gli apparati di sicurezza abituati a mettere una pezza alle mancanze della Lamorgese di turno.

 

È difficile registrare la realtà quando diventa infame, offensiva per la decenza minima: la famiglia del ragazzino in fin di vita non risulta avere replicato alla miserabile uscita di Lamorgese, ma dovrebbero rispedirla al mittente con tanto di insulti. Intanto, un altro sacro richiedente asilo, dal Mali, domenica su un treno ha preso +a testate il controllore che gli chiedeva il biglietto e poi ha aggredito altri passeggeri. Niente paura, casi isolati, dicono i tifosi dell’aggressione sistematica, purché esotica: a forza di casi isolati stiamo perdendo qualsiasi libertà di movimento, siamo abituati alla paura, presto il greenpass non servirà più, ci purgheremo da soli col lassativo della paura. Adesso aspettiamo il solito giudice illuminato, e nominato via PD, che liberi sulla parola il criminale somalo, questione di giorni. Ma il papa Bergoglio è andato in Ungheria a dire che non bisogna essere razzisti, che vanno imbarcati tutti e conviene fingere di non vedere pericoli e delitti. Se no è razzismo. Cosa diavolo c’entri il razzismo con tutto questo, con l’aspirazione a non vedere il proprio figlio di pochi anni accoltellato da un delinquente allo sbando, Dio solo lo sa.

DA

Dio ci protegga dalle “risorse” della Lamorgese

La bomba demografica a orologeria è pronta a scoppiare

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di Leopoldo Gasbarro

La frase coniata da Walt Kelly attraverso il suo poster creato per la prima Giornata della Terra, il 22 aprile 1970 è detta dal suo personaggio Pogo. Il bambino è in piedi sul bordo di una palude con in mano un bastoncino per raccogliere la spazzatura. Ha in mano un sacco di tela in cui infilarla. Di fronte a lui ci sono tonnellate di rifiuti che gli umani hanno scaricato. Il poster recita:

Il motivo per cui gli umani si stanno estinguendo è semplice e diretto. È riassunto al meglio nella famosa frase del cartone di Pogo: “Abbiamo incontrato il nemico e lui siamo noi”.

Gli umani sono la ragione per cui gli umani si stanno estinguendo. Non facciamo abbastanza bambini. È così semplice.

Il numero chiave è 2.1. 

Si riferisce a 2,1 figli per coppia, noto come tasso di sostituzione. Il tasso di sostituzione è il numero di figli che ogni coppia deve avere in media per mantenere la popolazione mondiale a un livello costante. Un tasso di natalità di 1,8 è inferiore al tasso di sostituzione di 2,1. Ciò significa che  popolazione sta diminuendo.

Perché il tasso di sostituzione non è 2.0? Se due persone hanno due figli, questo non mantiene la popolazione a un livello costante? La risposta è no a causa della mortalità infantile e di altre morti premature. Se una coppia ha due figli e uno muore prima di raggiungere l’età adulta, solo un figlio può contribuire alla futura crescita della popolazione da adulto. Un tasso di natalità di 2,1 compensa questo fattore e contribuisce a due figli adulti ogni due genitori adulti. Ovviamente nessuno ha 2,1 figli. Il tasso di sostituzione è nella media. Se cinque coppie hanno tre figli ciascuna e altre due coppie hanno un figlio ciascuna, la media delle sette coppie è di 2,43 per coppia, ben al di sopra del tasso di sostituzione di 2,1.

Allo stesso modo, non è necessario che ogni coppia abbia un numero uguale di ragazzi e ragazze. Ancora una volta, è tutta una questione di medie. Se una coppia ha tre maschi e un’altra coppia ha tre femmine, la distribuzione complessiva maschi/femmine è 50/50 e il tasso di natalità è 3.0. Funziona bene per far crescere la popolazione.

A proposito, in grandi campioni di popolazione nascono leggermente più maschi che femmine. È perfettamente normale ed è causato da fattori genetici. Non è un problema. Finché ci sono più maschi che femmine, non c’è limite pratico alla capacità di ogni femmina di riprodursi.

Questo è ciò che conta nella demografia.

Questa è la realtà: i dati demografici non sono solo uno dei tanti fattori che influenzano i mercati. La demografia è il fattore dominante con un ampio margine rispetto a tutti gli altri.

Posso elencare tutti i fattori che influenzano i prezzi di mercato. Questi includono tassi di interesse, tassi di cambio, inflazione, deflazione, tassi ufficiali della banca centrale, catene di approvvigionamento, geopolitica, aspettative dei consumatori e molti altri.

Tuttavia, nessuno di questi è importante quanto i dati demografici perché i dati demografici riguardano le persone e le economie non sono altro che la somma totale delle azioni degli individui in quelle economie.

Demograficamente, il Giappone è il canarino nella miniera di carbone. Il Giappone ha avuto più recessioni e nessuna crescita sostenuta per oltre trent’anni. Questa moderna depressione coincide con il fatto che il Giappone ha la società più vecchia di qualsiasi grande economia.

L’età media in Giappone oggi è di 48,6 anni. (L’età media odierna negli Stati Uniti è di 38,5 anni Questi numeri peggioreranno rapidamente.

Nel 2050, l’età media giapponese sarà di 53 anni. La Cina 50 anni e gli Stati Uniti 42 . La vecchiaia è altamente correlata con il morbo di Alzheimer, il morbo di Parkinson e la demenza. Il Giappone è già una società che invecchia e a crescita lenta.

Il resto del mondo sarà presto nelle stesse condizioni del Giappone. La bomba demografica a orologeria è già esplosa.

Coloro che si aspettano che l’Africa subsahariana compensi i bassi tassi di natalità nel mondo sviluppato potrebbero rimanere delusi nello scoprire che i tassi di natalità africani stanno calando bruscamente e potrebbero presto essere bassi come quelli del Nord America e dell’Europa occidentale.

E la Cina e l’India, con le loro enormi popolazioni?

Insieme, questi due paesi hanno una popolazione di circa 2,8 miliardi di persone su una popolazione mondiale totale di circa 7,9 miliardi di persone. In altre parole, Cina e India hanno il 35% di tutte le persone del pianeta. Mentre vanno, così va la popolazione mondiale.

Contrariamente alla percezione popolare, la popolazione cinese sta crollando e l’India non crescerà così velocemente come molti si aspettano e potrebbe presto iniziare il proprio forte declino.

Le tre maggiori cause dell’effetto “bomba demografica” sono l’urbanizzazione, l’istruzione e l’emancipazione delle donne. Tutti e tre hanno un effetto di amplificazione.

Il collasso demografico è inevitabile; è già integrato nei tassi di natalità esistenti e nelle tendenze probabili. Eppure, non è la fine del mondo. Non sarà nemmeno la fine dell’umanità. Ma sarà la fine di un paradigma economico di maggiore crescita, maggiore consumo e maggiore produzione che ha prevalso negli ultimi duecento anni.

Il nuovo paradigma consisterà in un minor numero di persone nelle città più grandi, una forma di urbanizzazione senza precedenti al di là di quanto già sappiamo. Le industrie legacy come le automobili cadranno nel dimenticatoio. L’assistenza sanitaria in generale e l’assistenza agli anziani in particolare esploderanno.

Non mancheranno le opportunità di investimento. Tuttavia, gli investitori dovranno evitare molti investimenti tradizionali che hanno avuto buoni risultati in passato ma avranno poco o nessun ruolo in un futuro che invecchia e fortemente urbanizzato.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/assicurazioni/la-bomba-demografica-a-orologeria-e-pronta-a-scoppiare/?utm_source=nicolaporro.it&utm_medium=link&utm_campaign=economiafinanza

“Le serate di San Pietroburgo”

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LA RECENSIONE
di Leonardo Motta

 

56 FRECCE CONTRO-RIVOLUZIONARIE SULLE ORME DI
JOSEPH DE MAISTRE
“Dobbiamo dare il benvenuto a un libro come ‘Le serate di San Pietroburgo oggi – 56 frecce contro-rivoluzionarie’ (a cura di Giuseppe Brienza e Matteo Orlando, Edizioni Solfanelli, Chieti 2021, pp. 272, € 15), perché è un testo che nasce nel solco della tradizione e, in un’epoca come quella attuale, rappresenta un’operazione di grande coraggio.
Il coraggio sta innanzitutto nei contenuti espressi, decisamente oltre il mainstream, e che sta nell’autorevolezza di firme decisamente e fieramente non-allineate. Una raccolta del pensiero critico, la definirei. Onore al merito”.
Così ha introdotto il volume di due giornalisti pubblicisti italiani il vice segretario federale della Lega Salvini Premier on.le Lorenzo Fontana.
Il filosofo cattolico Joseph de Maistre è stato un vero maestro di saggezza intellettuale, di rigore morale e di acume politico. Indimenticabile è il suo “Le serate di San Pietroburgo oggi” (pubblicato nel 1821) al quale si richiamano Brienza e Orlando, specificando che il libro contiene “56 frecce contro-rivoluzionarie”, vale a dire altrettanti contributi contro-rivoluzionari divisi in 10 aree tematiche, ovvero Anticomunismo, Contro-Rivoluzione Cattolica, Conservatorismo, Dottrina Sociale Cattolica, Famiglia, Magistero Pontificio contemporaneo, Falsi miti e Rivoluzione moderna, Storia della Chiesa, Diritto alla vita e Terrorismo.
Oltre agli stessi Brienza e Orlando, sono diversi gli autori, alternativi al Politicamente corretto, che hanno curato le varie frecce contro-rivoluzionarie. Si va dal Generale dell’Esercito Marco Bertolini a Don Samuele Cecotti, dalla scrittrice Silvana De Mari al padre benedettino Don Massimo Lapponi, dal Vicario per il Laicato e la Cultura della diocesi di Trieste Mons. Ettore Malnati al filosofo cattolico Giacomo Samek Lodovici, dal curatore della Rassegna stampa del Centro cattolico di Documentazione di Marina di Pisa Pietro Licciardi al saggista e cantautore Piero Chiappano.
Il Vice Segretario Federale della Lega ha riconosciuto nel libro un “rimanere saldamente ancorati a ciò che ha composto le radici della nostra civiltà”, uno sguardo alla storia “con il coraggio dell’obbiettività, approfondendo temi e contenuti che troppo a lungo sono stati dati per assodati”.
I contributi de “Le serate di San Pietroburgo oggi”, secondo Fontana, “incarnano, 200 anni dopo, la medesima voglia di verità che mosse la penna di Joseph de Maistre che, in tempi rivoluzionari costruì il pensiero controrivoluzionario, nei tempi di rovinosa rottura col passato osò dire che quel passato era da preservare, tutelare”.
Leonardo Motta

La coscienza sporca dell’Occidente

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di Massimo Fini

“Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.” Fabrizio De André

Le vicende del repentino collasso del governo di Ashraf Ghani ricordano da vicino quanto accadde durante “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”. Anche allora lo Zar non faceva che mandare truppe su truppe contro gli insorti, un pugno di uomini guidati da Trotskij e da Anton Ovseenko (Lenin se ne stava prudentemente nascosto, sotto una parrucca bionda, alla stazione di Finlandia). Ma le truppe dello Zar non arrivavano mai sul posto, si squagliavano prima. Così i 350.000 soldati dell’esercito di Ghani si sono arresi senza combattere, mentre i loro comandanti fuggivano. Era prevedibile che senza l’aiuto dei bombardieri americani l’esercito governativo non avrebbe retto all’urto dei Talebani, ma una presa così fulminea di Kabul è stata possibile perché i soldati arruolati dal governo non avevano alcuna voglia né motivazione per battersi.

Adesso le “anime belle” e democratiche occidentali paventano, o piuttosto si augurano per salvare la propria coscienza avendo sempre descritto i Talebani come ‘brutti, sporchi e cattivi’, chissà quali sfracelli e vendette in Afghanistan. In linea di massima non ci saranno né gli uni né le altre. I Talebani non infieriranno certamente sui soldati governativi perché sanno benissimo che si tratta di loro coetanei che, in un Afghanistan devastato economicamente e socialmente dall’occupazione occidentale, arruolarsi era uno dei pochi modi per avere un salario. Peraltro  l’ ‘Emirato islamico d’Afghanistan’ (così lo stato afghano è tornato ad avere il nome che gli aveva dato il Mullah Omar) ha già preannunciato un’amnistia generale , come aveva fatto nel 1996 Omar dopo aver sconfitto i “signori della guerra” che avevano fatto dell’Afghanistan terra di ogni genere di soprusi sulla povera gente. Nulla hanno da temere i civili sul cui sostegno i Talebani hanno potuto contare nella loro ventennale guerra di indipendenza. Nulla da temere, checché si strepiti, hanno le donne, almeno dal punto di vista di abusi fisici. I Talebani, proprio a causa della loro indubbia sessuofobia, non hanno mai toccato le donne come dimostra il trattamento più che corretto che hanno loro riservato quando le hanno avute prigioniere. I Talebani hanno assicurato che alle donne verranno garantiti il diritto allo studio e al lavoro, diritto che per la verità esisteva anche prima in linea di principio, ma non di fatto a causa delle convulsioni cui è stato sottoposto l’Afghanistan negli ultimi quarant’anni.

Resta la questione dei ‘collaborazionisti’, di coloro che , tradendo il proprio Paese  hanno lavorato per gli occupanti occidentali. Credo che i collaborazionisti di piccolo cabotaggio, interpreti e simili, verranno lasciati in pace. Per la corrottissima cricca di Ashraf Ghani, governo, governatori provinciali, alti gradi della Magistratura, l’unica soluzione possibile sia che l’ONU, se vuole avere ancora un ruolo positivo nella ‘questione afghana’ di cui si è sempre, colpevolmente disinteressata, fornisca un salvacondotto a costoro perché riparino negli Stati Uniti o in Iran che è sempre stato ostile alla rivoluzione talebana.

Ci sono poi due questioni particolari. E’ stato Massud, il leader dei Tagiki, ad aprire l’Afghanistan agli americani offrendo la collaborazione dei suoi uomini sul terreno. Gli americani non avrebbero mai potuto conquistare l’Afghanistan talebano solo con i bombardieri. Avevano assolutamente bisogno di un appoggio sul terreno e Massud, che non tollerava di essere stato sconfitto dai giovani e allora militarmente inesperti “studenti del Corano”, gliel’ha offerto. Ora sarà bene che i Tagiki non si oppongano ancora una volta alla vittoria talebana, come sembra emergere da una dichiarazione del figlio di Massud da poco tornato dalla Gran Bretagna. Se così dovesse essere sarà di nuovo guerra civile. In quanto a Dostum, che fino a qualche tempo fa aveva il ruolo di vicepresidente nel governo dell’Afghanistan, è stato protagonista di due tra i più efferati misfatti di una guerra pur crudelissima. <<A Mazar fece rinchiudere in dei container e portare nel deserto, sotto il sole, 1250 talebani. “Quando scaricavamo i corpi dai container erano diventati neri per il calore e la mancanza di ossigeno”. Racconterà uno dei carnefici.>>  (Il Mullah Omar, p. 44). Quando gli americani occuparono l’Afghanistan Dostum, allora loro alleato, fece parecchi prigionieri talebani costretti a vivere in una situazione talmente disumana che decisero di ribellarsi. Questa è la scena: << Dopo una quindicina di giorni i prigionieri decisero che tanto valeva morire e si ribellarono. Più che una rivolta fu un suicidio collettivo. I talebani, insieme a ceceni e turchi che li avevano raggiunti quando era iniziata l’invasione, si precipitavano a mani nude, urlando, sugli uzbeki di Dostum che gli svuotavano addosso le cartucciere dei Kalashnikov. Ma la furia dei prigionieri era tale che gli uzbeki non facevano in tempo a ricaricarli prima che quelli che venivano da dietro, scavalcando i morti, gli fossero sopra… Dei prigionieri ne rimasero in vita una ventina. Amnesty International chiese ufficialmente un’inchiesta, anche perché quando si poté fare un sopralluogo molti cadaveri vennero trovati con i polsi e i piedi legati. Erano prigionieri che non avevano partecipato alla rivolta. Altri erano stati mutilati. “Li abbiamo trattati in modo fraterno” dirà, ghignando, Dostum.>>  (Il Mullah Omar, p. 64). Bene, i Talebani non sono usi a torturare i prigionieri, alla moda di Guantanamo, ma non vorrei essere nei panni di Dostum se gli mettono le mani addosso prima che riesca a fuggire, come al solito, in Uzbekistan.

Ma una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela anche gli Stati, i governi occidentali e i loro media e giornalisti che hanno seguito la ventennale vicenda afghana senza mai sollevare non dico un flatus di protesta ma di dubbio su ciò che stavamo facendo. E poiché siamo in Italia, purtroppo per dirla con Gaber, tre anni fa, alla Versiliana  chiesi a Luigi Di Maio in procinto di diventare Ministro degli Esteri che cosa mai ci facessero 800 nostri militari in Afghanistan. Di Maio promise pubblicamente di impegnarsi. Lo abbiamo visto. Adesso preferisce strusciarsi alla famiglia Bisignani. In quanto al ministro della difesa Lorenzo Guerini disse che noi italiani non potevamo disimpegnarci dall’Afghanistan in quanto alleati Nato. E’ una menzogna. Gli olandesi, che fanno anch’essi parte della Nato e che in Afghanistan, a differenza nostra, si eran battuti bene, perdendo anche il figlio del loro comandante, lasciarono l’Afghanistan nell’agosto del 2010. E l’Emirato Islamico d’Afghanistan ringraziò il governo e il popolo olandese per quella decisione.

Ma una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela tutti gli italiani (oltre al Papa che non ha mai speso una parola su Afghanistan ) che non hanno mai alzato una voce né fatto una qualsivoglia manifestazione, a differenza di quanto avvenne per il Vietnam, per i misfatti che, noi complici, sono stati compiuti in Afghanistan. Una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela anche i lettori del Fatto, perché per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.

Orwell dietro l’angolo?

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di Franco Cardini

Fonte: Franco Cardini

A proposito di Green Pass e dintorni, le riserve e le preoccupazioni espresse da Giorgio Agamben e da Massimo Cacciari il 26 luglio scorso, chiarite e corroborate dal bell’articolo dello stesso Cacciari su “La Stampa” del 2 scorso, sono senza dubbio condivisibili e non possono essere sottovalutate. Anche perché esse toccano – al di là della “contingenza” e dell’“emergenza” rappresentate dal Covid – un problema centrale della vita e della società civile in tutto l’Occidente, e nel nostro paese in particolare. Quello della preparazione, della credibilità e dell’adeguatezza dei nostri ceti dirigenti e al tempo stesso dell’incertezza e del disorientamento delle nostre società civili.
In linea di principio, ogni cittadino dovrebbe poter scegliere tra il pieno godimento della libertà individuale nei limiti stabiliti dalle istituzioni e la rinunzia sia pur temporanea ed eccezionale ad alcune di esse in vista di un “pubblico bene” avvertito come superiore: ad esempio la sicurezza. Il punto è che il problema che ci sta dinanzi non si pone affatto in tali termini: dal momento che da una parte il vaccino è ben lungi – allo stato attuale delle cose – dal costituire una difesa assolutamente sicura contro il contagio (che sarebbe unica condizione per legittimamente prescriverne l’obbligatorietà), mentre dall’altra è evidente che una discriminazione ufficiale tra detentori e non detentori del green pass, con relativa limitazione delle libertà dei secondi, è costituzionalmente parlando improponibile. Non si può, in particolare, tollerare che nel nome di una discriminazione de facto, della quale il governo non si assuma responsabilità, siano sospesi ai non titolari di green pass il godimento di pubblici servizi e l’esercizio sia pur temporaneo della propria professione.
Così stando le cose, credo si debba comunque insistere sulla probabile utilità del vaccino (al quale personalmente mi sono sottoposto) ed allargare la quantità numerica dei vaccinati, ma al tempo stesso accettare il rischio perdurante di contagio continuando ad assumere tutte quelle misure (dalla mascherina al tampone) in grado di consentire il controllo e il contenimento di esso. Ma in questo caso è necessario adottare immediate e rigorose misure atte a render possibile il “testare” e il “tracciare” in tempi rapidi aree ed ambienti sempre più ampi: accrescere il numero e la frequenza dei trasporti pubblici a partire da quelli destinati al servizio scolastico, intensificare i mezzi e le disponibilità di cura dei servizi ospedalieri, ridurre drasticamente ogni forma di assembramento.
Il punto è che per ritenere che sia possibile il conseguire risultati ottimali da misure di questo tipo, in attesa che la scienza ci provveda di risposte sicure, sarebbe necessaria una maggior fiducia nelle istituzioni, nelle qualità etiche e culturali dei ceti dirigenti e nell’attendibilità dei media: che è appunto quanto ci manca e quanto non sarà disponibile senza un’adeguata riforma sia della prassi elettorale, sia della pubblica amministrazione. Le prove al riguardo fornite ohimè da troppo tempo, sia da parte del parlamento, sia da parte del personale degli enti pubblici, rendono improponibile l’ipotesi del superamento di future situazioni critiche nelle attuali condizioni. Dal momento che, dice bene Cacciari, “già viviamo all’interno di questa deriva: dal terrorismo alla immigrazione, oggi la pandemia, domani probabilmente sarà la difesa dell’ambiente’. Tutte emergenze realissime, nulla di inventato. Il problema è come le si affronta, occasionalmente, senza memoria storica, incapaci di dar forma di legge agli interventi magari necessari, privi di qualsiasi strategia di riforma del sistema democratico”.
È pertanto evidente il pericolo denunziato in forma interrogativa appunto da Cacciari in chiusura del suo articolo: “Stiamo preparandoci a un regime, a una ‘intesa mondiale per la sicurezza’(diceva un grande filosofo, Deleuze, anni fa), per la gestione di una ‘pace’ fondata sulle paure, le angosce, le frustrazioni di tutti noi, individui ansiosi di soffocare ogni dubbio, ogni interrogazione, ogni pensiero critico?”.
Temevamo da tempo il profilarsi effettivo di un “panorama orwelliano” di questo genere, per quanto troppi di noi se lo figurassero secondo schemi desueti, da “totalitarismo classico”: ebbene, ci siamo. Solo che ci siamo arrivati sulle ali di un “totalitarismo” di tipo nuovo, consumistico e liberal-liberista. E a colpi di politically correct.
A proposito di ciò, diffondiamo volentieri il “Manifesto” di due illustri studiosi “fuori dal coro”, proponendolo a chi se la sente di valutarlo serenamente. Ecco:

FRANCESCO BENOZZO – LUCA MARINI PER UN APPELLO ALLA COMUNITÀ ACCADEMICA
Caro Franco,
ci rivolgiamo a te come collega accademico, perché a nostro parere sono ore e giorni cruciali per il destino dell’Università e della scuola in Italia, e sentiamo il bisogno di esprimere alcune considerazioni, magari in vista di un Manifesto da firmare con i colleghi che vorranno parteciparvi.
Nel silenzio assordante e imbarazzante di rettori, organi accademici, sindacati e associazioni, come sai da giovedì scorso la scuola e l’università sono state colpite da un provvedimento (il Decreto Legge 6 agosto 2021, n. 111) che concretizza, sul piano giuridico, la più grave violazione dei diritti umani perpetrata dal 1945 ad oggi.
Per il nostro modo di sentire e di pensare, ci sentiamo, da questo momento, in quanto cittadini italiani e in quanto docenti universitari, dei perseguitati politici dal governo e come tali ci comporteremo in futuro.
Per il momento, le nostre forme di risposta sono legate alle possibilità che concretamente possiamo mettere in atto: possibilità cioè di tipo narratologico-analitico-pubblicistico-espositivo.
Ci sembra tuttavia utile, visto che altri sembrano non farlo, e anche in vista di ulteriori azioni, magari collettive, ricordare che:
• I vaccini anti-Covid sono stati autorizzati “in via condizionata” dall’Unione europea, per un anno, ai sensi della disciplina introdotta dal regolamento n. 507/2006, che giustifica l’introduzione in commercio di farmaci anche in assenza di dati clinici completi in merito all’efficacia e alla sicurezza dei farmaci medesimi;
• Almeno sei mesi prima della scadenza delle autorizzazioni così concesse, i titolari delle autorizzazioni avrebbero dovuto presentare domanda di rinnovo delle autorizzazioni medesime, fornendo i dati clinici richiesti dalla disciplina europea, domanda che non sembra essere stata presentata;
• Dal prossimo autunno dovrebbero essere disponibili terapie che, fornendo una risposta terapeutica al Covid, faranno venire meno uno dei presupposti richiesti dalla stessa Unione europea per il rilascio delle autorizzazioni condizionate;
• L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale distinta e separata dall’Unione europea) ha raccomandato, fin dall’aprile scorso, che il vaccino non fosse reso obbligatorio;
• Anche la stessa Unione europea si è affrettata ad adottare, nel giugno scorso, un regolamento (il n. 953/2021, relativo all’EU Digital Covid Certificate), il cui preambolo afferma la necessità di evitare la discriminazione diretta o indiretta dei soggetti che “hanno scelto di non vaccinarsi”;
• A tutt’oggi, in Italia, nessun cittadino può essere obbligato a vaccinarsi, in ragione del fatto che la condizione a tal fine stabilita dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”) non è stata soddisfatta, eccezion fatta per gli esercenti le professioni sanitarie, obbligati a vaccinarsi – in deroga al principio generale del consenso informato sancito fin dal 1947 dal Codice di Norimberga – in forza del Decreto Legge 1° aprile 2021, n. 44, adottato dal governo e convertito dal Parlamento nella legge 28 maggio 2021, n. 76.
Proprio il metodo cosiddetto emergenziale che ha portato alla adozione e alla successiva conversione del Decreto Legge n. 44/2021 andrebbe posto all’attenzione della Corte costituzionale, perché l’art. 32, secondo comma, della Costituzione chiama evidentemente in causa l’operato di un Parlamento che adotti una legge ordinaria dello Stato al termine di un dibattito pubblico realmente informato, obiettivo e consapevole; e perché, in ogni caso, gli atti normativi (quali sono le leggi ordinarie) devono avere portata generale e astratta, e cioè devono rivolgersi a destinatari non individuati né individuabili: condizione che difficilmente può ritenersi soddisfatta nel caso delle professioni sanitarie, i cui appartenenti costituiscono comunque un numero finito.
Analoghe perplessità suscitano le disposizioni sul Green Pass adottate giovedì scorso dal Governo, ancora sulla scorta di un provvedimento emergenziale, nella misura in cui surrettiziamente spingono larghe porzioni di cittadini, nonché ulteriori, specifiche categorie professionali (i docenti delle scuole e delle università) verso la vaccinazione di massa, considerato che anch’esse costituiscono una possibile violazione del diritto alla salute, come inteso dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione, e di altri diritti e libertà fondamentali garantiti dalla Carta costituzionale.
Va infine ricordato che tanto la disciplina sull’obbligo vaccinale degli esercenti le professioni sanitarie quanto quella sul Green Pass si pongono idealmente in contrasto con i contenuti della raccomandazione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa dell’aprile scorso, che esclude l’obbligatorietà della vaccinazione: è vero che la raccomandazione non dispiega efficacia giuridica vincolante, ma sarebbe interessante conoscere l’eventuale pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla compatibilità tra la disciplina nazionale in parola e le norme della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, su cui si fonda la raccomandazione parlamentare.
Tutto ciò ricordato, restiamo attoniti una volta di più di fronte a quanto sta accadendo.
In questo anno e mezzo l’Università non ha avviato alcun dibattito su queste delicatissime questioni, limitandosi anzi a censurare e additare come complottiste, negazioniste o antiscientiste, caso per caso, alcune posizioni espresse da ricercatori, docenti e colleghi del personale tecnico-amministrativo.
Le speranze che questa situazione cambi non sono molte, ma non possiamo rinunciare a credere che, proprio dal mondo universitario, si levino figure istituzionali e voci autorevoli in grado di discutere criticamente metodi e provvedimenti che un qualsiasi studente di educazione civica sarebbe in grado, se non manipolato, di riconoscere come sproporzionati e illogici.
Ti ringraziamo in anticipo se vorrai ospitare questa lettera sul tuo blog settimanale. Sarebbe per noi un primo segno importante e soprattutto un modo efficace per spronare chi la pensa come noi (per adesso segnaliamo volentieri il gruppo di ricerca “We Tell – Storytelling e consapevolezza civica” dell’Università di Bologna, coordinato da Elena Lamberti, che ieri si è dichiarato disponibile, in un’ottica di dialogo e inclusività, a pensare a strategie diverse da quella che viene imposta come scelta forzata e rigida) a manifestarsi pubblicamente e dire la propria – prima che sia troppo tardi – su una problematica destinata ad incidere profondamente sulla sfera dei diritti e delle libertà individuali.
Con un caro saluto,
Francesco Benozzo (Alma Mater Studiorum / Università di Bologna)
Luca Marini (Università di Roma “La Sapienza”)

La morale sinistra, il nuovo libro di Francesca Totolo

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Roma, 3 ago – «La questione morale è divenuta oggi la questione nazionale più importante» tuonò Enrico Berlinguer nel 1980. Da allora, la questione morale divenne una superba superiorità antropologica intrinseca al Partito Comunista da sbandierare come manifesto politico contro i partiti avversari, sfociando poi nel “Codice Etico” pubblicato dal Partito Democratico nel 2018. Ma il partito moralizzatore concretizzò mai il suo manifesto? Il nuovo libro di Francesca Totolo, La morale sinistra, edito da Altaforte Edizioni, documenterà che il Partito Comunista prima, con i cattivi maestri, e il Partito Democratico poi, con un numero esorbitante di esponenti, hanno ben predicato, ma razzolato malissimo.

La morale della sinistra nel libro di Francesca Totolo

Falso, corruzione, peculato, turbativa d’asta, voti di scambio, associazione a delinquere, favori alla mafia, violenza sessuali, sanitopoli, concorsopoli e parentopoli sono il nuovo “album di famiglia” del Partito Democratico, riprendendo le parole di Rossana Rossanda nel suo celebre editoriale pubblicato su Il Manifesto durante il sequestro di Aldo Moro: «In verità, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria». Le affermazioni della Rossanda appaiono oggi di stretta attualità: «Se le masse sono manipolate dagli apparati, con quale esercito si fa la rivoluzione? Se il nemico è un potentissimo partito – Stato, protetto dall’estero e padrone di tutte le istituzioni, difficile pensare di abbatterlo col cecchinaggio».

Oggi, quel “potentissimo partito” è il Partito Democratico che, mettendo in atto la dottrina di Gramsci, ha occupato ogni spazio democratico, dalla magistratura all’istruzione, passando per l’informazione e la cultura. È proprio occupando tali spazi che il Pd è diventato il più influente apparato della Storia della Seconda Repubblica, riuscendo peraltro a governare il Paese anche perdendo le elezioni. E proprio da questo scenario, che non si poggia su un effettivo appoggio elettorale, potrebbe derivare l’allarmante numero di esponenti e di amministratori del Pd condannati o inquisiti per reati associativi e per corruzione. Da Mafia Capitale agli scandali delle Regioni, passando per le inchieste per associazione a delinquere in Calabria e in Sicilia, nulla sembra scalfire la direzione nazionale del Partito Democratico che si limita a rispondere: «E allora la Lega?», «E allora Fratelli d’Italia?» e «E allora il fascismo?», rimangiandosi la cosiddetta questione morale e quel «Codice etico» che avrebbe dovuto essere la bussola del partito.

Il “Codice Etico” è diventato cartastraccia

Dove è finito quel proclama inserito nel “Codice Etico”: «Le donne e gli uomini del Partito Democratico ispirano il proprio stile politico all’onestà e alla sobrietà. Mantengono con i cittadini un rapporto corretto, senza limitarsi alle scadenze elettorali. Non abusano della loro autorità o carica istituzionale per trarne privilegi; rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite»? Mai un esame di coscienza, mai un ripensamento in merito alla gestione malata del territorio, mai una vera riorganizzazione dei vertici del partito.

Il diktat sembra essere solo uno: dopo una scrollatina di spalle, tenersi stretta la poltrona, resa inattaccabile da una magistratura compiacente, come ha dimostrato il caso Palamara, e da una stampa sdraiata al limite del servilismo e della distopia orwelliana. Se non ci trovassimo in un Paese ormai malato terminale, l’incontro tra Luca Lotti e Luca Palamara in quella saletta dell’hotel Champagne di Roma avrebbe avuto conseguenze ben diverse, non solo un’alzata di spalle di un partito che governa da dieci anni senza un reale appoggio elettorale.

E mentre dai giornali di regime, diventati il servizio d’ordine mediatico del Partito Democratico, si continua a urlare all’emergenza fascismo, quello stesso partito sembra aver piegato la Costituzione a suo uso e consumo. Nonostante il più elevato numero di condannati e inquisiti, nonostante gli scandalinonostante il cattivo governo dell’Italia che ha portato all’impoverimento del Paese, nonostante i diritti costituzionali sacrificati in nome di improbabili diritti accessori, nonostante 700mila clandestini fatti sbarcare indisturbatamente nei porti italiani e l’aver concesso a organizzazioni private il subappalto dei confini nazionali, nonostante la perdita drammatica di consenso elettorale, il Partito Democratico rimane saldo alla guida dell’ItaliaLa morale sinistra, il nuovo viaggio infernale redatto da Francesca Totolo, vi condurrà nelle bolge dei con-dannati del Partito Democratico. Dal 26 agosto, in libreria.

Aurelio Dalmonte

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/morale-sinistra-nuovo-libro-francesca-totolo-203203/

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