Chi è il Casalino di Draghi

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di Luigi Bisignani

Dallo storico whatever it takes’ ad ‘all you can eat. Se ora anche il cosiddetto “governo dei migliori” si mette a lottizzare siamo proprio alla frutta, soprattutto quando emergono con tutta la loro tracotanza i “famigli” dei vari premier pro tempore. Negli ultimi anni a Palazzo Chigi vanno di moda gli ingegneri tuttofare: Conte aveva Casalino, Draghi ha Giavazzi. Ma il risultato di questi fidati consiglieri post-Machiavellici non cambia: Roccobello irrompeva in ogni riunione e talk show mentre il professor Giavazzi fa e disfà a suo piacimento, correndo di prima mattina a Villa Borghese con manager e dirigenti pubblici e sognando nel frattempo i saloni del Quirinale.

Intanto, tra una nomina e l’altra, si trastulla con quell’intellighenzia che da sempre gravita attorno alla Bocconi e a Mediobanca dove scherzosamente lo chiamano il “Davigo dell’economia” per la sua indole giustizialista. Ma ciò su cui l’economista laureato in Ingegneria al Politecnico sta davvero spendendo ogni energia è la riforma del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il Cnr è uno tra i più iconici carrozzoni pubblici che gestisce oltre 600 milioni di euro di contributi l’anno, con un bilancio di circa 1 miliardo e che, almeno sulla carta, dovrebbe valorizzare la ricerca scientifica e tecnologica. Nel comma 1 dell’articolo 105 della riforma targata Giavazzi-Pd (area Letta) si prevede la sostituzione del piano triennale, sul quale si sarebbero dovute impegnare le risorse, con un cosiddetto piano di rilancio gestito da pochi intimi. Spetterà, quindi, esclusivamente alla presidente piddina Maria Chiara Carrozza e a 5 “bravi” scelti discrezionalmente dal ministro dell’Università decidere la destinazione delle enormi risorse riservate dal Pnrr al principale ente pubblico di ricerca italiano, esautorando gli organi interni senza nemmeno passare per un parere delle Commissioni parlamentari.

A poco servirà il tetto di 50 mila euro per le solite consulenze quando si può disporre di un fondo di 50 milioni, appena stanziato per il rilancio dell’Ente e che invece sarà utilizzato, ancora una volta, per pagare l’esercito di consulenti “amici degli amici”. Ad inorridire persino la Cgil, assieme al mondo accademico dei docenti riuniti attorno a “Lettera 150”, nonché i ricercatori che per domani hanno indetto un’assemblea di fuoco, anche dopo che la ministra Maria Cristina Messa, pupilla di Giavazzi, travolta dalle critiche, ha scritto che vigilerà con attenzione sulla questione. Sembra che ad intervenire contro queste manovre “all’italiana” con un emendamento specifico nella legge di bilancio sarà Maria Stella Gelmini, capo delegazione di Forza Italia al Governo e già apprezzata ministro della ricerca. Questa volta almeno sembrerebbe che l’emendamento dovrebbe trovare il supporto di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

Sempre in fatto di consulenze sul Pnrr la coppia Draghi-Giavazzi sta impazzando. Doveva essere il più grande piano di opere e di rilancio per l’economia italiana dal Dopoguerra a oggi mentre, almeno per ora, come ha sottolineato un presidente di sezione del Consiglio di Stato, romano da tre generazioni, “è solo un marchettificio”. Centinaia di assunzioni, senza passare da alcun concorso pubblico, tra funzionari, dirigenti e direttori con stipendi da capogiro per controllare l’attuazione di un piano che non è ancora partito. I recordmen di queste nomine sono Roberto Cingolani (Transizione ecologica) ed Enrico Giovannini (Infrastrutture e Trasporti). Seguono a ruota Marta Cartabia (Giustizia), Stefano Patuanelli (Agricoltura) e Patrizio Bianchi (Istruzione), tutti muniti di quelle “unità di missione” che, tra esperti e consulenti, costano fino a un miliardo di euro all’anno.

Ma, in verità, a Giavazzi – che da giovane amava governare le sue amate mucche nel bergamasco e del quale si racconta che il premio Nobel dell’economia Modigliani, suo mentore, dicesse, quando arrivò al Mit di Boston “non sa l’economia e la imparerà ma conosce benissimo la matematica” – non tutte le ciambelle riescono col buco. Con il pretesto di piazzare una donna al Tg1, si è battuto come un leone assieme a Draghi per Barbara Stefanelli, vicedirettrice del Corriere della Sera. Con un colpo solo avrebbe preso due piccioni, regalando ad Urbano Cairo il primo telegiornale nazionale, utile anche quale presidio per la corsa al Quirinale. Ma questa volta la nomina non è andata in porto, anche se almeno è valsa l’autocensura dalla tv pubblica di Giuseppe Conte, sempre più in versione “ultimo samurai”.

Ma Giavazzi si può consolare con la Consob, dove ha piazzato con un blitz Chiara Mosca, pupilla sua e di Mediobanca. Ed in queste ore sta facendo fuoco e fiamme, d’accordo con il suo amichetto di sempre Vittorio Colao Ministro dell’innovazione tecnologica, per disastrare Tim imponendo come Ad, in pieno conflitto di interessi, il numero uno di Vodafone Aldo Bisio o, in alternativa, Francesco Caio che già tanti guai ha fatto in Poste Italiane pretendendo tra l’altro di fare le riunioni in inglese con i postini. Ma c’è da chiedersi se super Mario sia davvero al corrente della ‘Giavazzi connection’ del suo novello Casalino. Al Quirinale pensano, e forse giustamente, che non sia possibile. Mai dire mai.

Luigi Bisignani, Il Tempo 21 novembre 2021

L’egemonia culturale nega la realtà e la verità

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Un’intervista che merita di essere letta, perché Marcello Veneziani esprime dei concetti estremamente condivisibili, che dovrebbero coinvolgere un po’ tutti coloro che sono impegnati in politica da veri cattolici o da laici rispettosi del diritto naturale..

di Marcello Veneziani

Intervista per Destra.it a cura di Umberto Masoero

  • Nel suo intervento recente in quel di Misano Adriatico – parlando di spirito – ha menzionato lo sgomento che lascia la constatazione dell’irrilevanza della religione nel sentire comune davanti ai drammi della pandemia. Pare che come il virus ha accelerato numerosi processi economici e politici già in atto, così abbia fatto anche per la disgregazione del sentire religioso e spirituale in genere, che già magari per molti era solamente più “epidermico” e vestigiale. Si tratta di un fenomeno i cui effetti si intensificheranno come una slavina che frana a valle, o piuttosto di un qualche cosa che vede come di ordine più passeggero, o magari persino ciclico nell’accezione delle filosofie orientali? Che cosa resterà dello spirito a cento anni da oggi, dal momento che già adesso la stessa parola suona aliena e incomprensibile ai più?

Il fenomeno, purtroppo, non ha nulla di passeggero, e non si esaurirà nemmeno con la pandemia: è una crisi strutturale e profonda aggravata dall’esperienza dell’attuale pontificato e dallo svuotamento spirituale del cristianesimo ridotto a filantropia e diritti umani, accoglienza e migranti. La perdita dello spirituale non è soltanto la scomparsa della religione, ma è la fine dell’umano. Quel che dà all’uomo dignità e libertà, e che lo distingue dalle macchine e dalle bestie, è l’energia spirituale, che fonda la sua anima, la sua mente e il suo cuore e dà un senso alla sua vita. Il transumanesimo di cui si annunciano passi da gigante, sembra avviarsi in questa direzione alienante, perdendo ogni distinzione tra l’automa e l’umano.

  • Recentemente sono tornato a scoprire Sir Roger Scruton, un personaggio che mi è caro perché nel mio piccolo ne ho condiviso un poco la parabola, da giovane scapestrato e anarchico contrapposto ad un padre iper conservatore (quasi reazionario) quale ero, fino alla scoperta inattesa, da leggermente meno giovane e dopo varie peregrinazioni filosofiche ai margini del radicalismo, di un porto sicuro nel solco di una sorta di ateismo devoto, complice il contatto con le opere dei filosofi della tradizione come Guénon e Evola. Come si spiegano simili peripezie dello spirito? Come si finisce a preferire una dolce morte accasciati tra le radici dell’albero della tradizione come uno Spengler qualsiasi, alla conflagrazione di un glorioso nichilismo attivo alla Nietzsche?

La visione conservatrice è oggi necessaria perché si tratta di salvare la natura, l’uomo, la tradizione e la civiltà. Poi si può essere anche altro, ma quel principio basilare di salvare la realtà, a mio parere resta fondamentale. Poi assicurata quella base si può pensare ad altre altezze; si può amare Nietzsche e non amare “la sua scimmia”, come spregiativamente fu definito Spengler (che era un conservatore un po’ contraddittorio), si può preferire la definizione di rivoluzionario conservatore o di conservatore ribelle e si può perfino accettare la critica al conservatorismo come paura del futuro e amore per le abitudini. Ho sempre detto che almeno in via di principio è giusto essere conservatori sul piano dei principi e innovatori sul piano degli assetti civili, sociali, politici e tecnici. Il conservatore non ama “la dolce morte accasciato alle radici dell’albero della tradizione” ma conserva la gioia delle cose durevoli, ama conservare la fiamma della vita e non fare la guardia alle ceneri.

  • Da sempre si parla in Italia – e lei in particolare lo fa molto bene – di egemonia culturale della sinistra. Ora però nel contesto dei nuovi equilibri di potere a livello europeo e mondiale sembra che tutto questo scintillante apparato – che pure resiste – sia solamente più una elegante scatola vuota, avendo la sinistra esaurito la sua carica “rivoluzionaria”, abbracciati definitivamente il globalismo e il capitalismo. Le battaglie per il sociale che un tempo erano la sua bandiera sono divenute puramente ideologiche e vuote, anche perché perseguibili solo nella misura in cui il “pilota automatico” dell’Europa e più in generale dell’economia assurta a Leviatano consenta. Come si potrebbe partire dal fallimento pratico dell’approccio radical alla cultura e alla politica per rimettere al centro del gioco il pensiero conservatore, che almeno alla prova del tempo si è rivelato ben più resiliente?

Temo che non sia proprio così: nel senso che sul piano della qualità e dei contenuti quell’egemonia non partorisce da anni opere notevoli, pensieri, percorsi di livello, è come esaurita la sua vena; ma resta forte e attiva come potere d’interdizione, cupola di comando, guardia rossa del politically correct e dei suoi derivati, e s’intreccia sempre più al global-capitalismo, diventando quasi il cappellano militante dell’establishment, a cui offre un simulacro di moralismo ideologico. Il fallimento è vistoso, sul piano delle idee e degli esiti, ma rimane intatto il potere di negazione, la capacità di distruggere e di eliminare chi non si conforma. Finché il potere culturale sarà nelle sue mani a ogni livello e finché si salderà con i grandi poteri economici, tecnocratici, giudiziari e dirigenziali, a nulla potrà servire avere ragione da scalzi…

  •  Come mai in Europa i movimenti di destra sono chiamati dai media e dai giornali d’oltralpe, oltremanica e oltreoceano i “conservatori”, mentre invece nella nostra serva Italia di dolore ostello ci si accanisce a chiamare il centro “centrodestra” e la destra “estrema destra” a scopo diffamatorio, per giunta spesso riferendosi ai movimenti conservatori in Europa e nel mondo come alle “destre”, con l’enfasi e il tono di chi punta il dito contro un caravanserraglio di viziosi ed eccentrici, nostalgici e reazionari? Pare che qui chiunque si senta di destra sia costantemente in ansia di nascondersi sotto alla mantellina dell’invisibilità politically correct dell’antifascismo, continuando però così a perpetuare la sua stessa sudditanza psicologica. Come si esce da questo circolo vizioso, da questo gioco truccato e suicida?

Da noi l’istigazione continua al centro-destra è a farsi liberale, e quindi moderno, antifascista, europeista. E la speranza è che si svuoti, perda consensi, diventi una forza completamente inserita, e in modo periferico, nell’establishment e nel suo perimetro ideologico e pratico. In realtà credo che alla destra tocchi la necessità di questo salto conservatore o perlomeno la capacità di un’offerta politica diversificata in cui il movimentismo nazionale-popolare e sociale, il populismo e il sovranismo, riconoscano il ruolo centrale di un nucleo conservatore. Ma stiamo parlando di ipotesi allo stato attuale non defilate, nemmeno a livello embrionale, se non con o sforzo encomiabile di Giorgia Meloni di far digerire a un’Italia refrattaria e a una destra sociale, nazional-rivoluzionaria, non conservatrice, in buona parte di provenienza missina, almeno la definizione di conservatori, difensori della civiltà e della tradizione.

  • Per concludere la nostra intervista su orizzonti più filosofici e meno politici (quindi forse anche meno desolanti), che consigli sentirebbe di dare a un giovane conservatore chi si trovi oggi a vivere in questa epoca di dissoluzione sentendosi ad essa estraneo? Come possiamo restare in piedi ogni giorno tra le rovine senza farci contagiare dalla loro diroccata malinconia, divenendo poi a nostra volta untori delle persone a noi vicine e care? Come possiamo realizzare – se lo possiamo, che quasi pare un solve et coagula alchemico – la trasmutazione della nostra sofferenza e miseria spirituale in ricchezza interiore a beneficio nostro e di chi ci circonda?

Il fatto che si parli di stare in piedi tra le rovine da circa settant’anni, come minimo, dimostra che bisogna convivere con questo mondo e con questa epoca, non protestando continuamente la propria estraneità/ostilità e sentendosi sempre alla fine del mondo, mentre scorrono i titoli di coda dell’umanità. Non è così, o perlomeno questa attitudine al distacco può avere qualche fondamento in chi ha raggiunto un’età grave, come il sottoscritto, che ha accumulato troppe delusioni e tanta stanchezza lungo il cammino; ma non si addice a un giovane. A lui suggerisco di impegnarsi in questo processo di trasmutazione, secondo le sue attitudini: bisogna studiare, leggere, intervenire, fare gruppo, collegarsi, esortare gli altri, i tanti, a uscire allo scoperto, esercitare le proprie energie vitali, dedicarsi. Amo dire che alla nostra età abbiamo ormai maturato il diritto di ritirarci, di non partecipare, di non coltivare illusioni e speranze; ma abbiamo il dovere di aiutare o quantomeno incoraggiare chi è giovane e deve ancora cimentarsi con la vita e le sue più grandi imprese. Indipendentemente dall’esito, giova a chi le compie.

Sui passi di Nietzsche, Marcello Veneziani con Sossio Giametta, Giuseppe Girgenti e Massimo Donà in Engandina

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/lo-scrittore/interviste/legemonia-culturale-nega-la-realta-e-la-verita/

DOPO LA SCONFITTA DELLA LEGGE ZAN, LA LOBBY GAY RIPARTE ALL’ATTACCO

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

Zan continua a fare propaganda gender nei licei, il governo regala 4 milioni per case rifugio gay, il bavaglio della defunta legge Zan si ritrova nel Codice della Strada
di Luca Marcolivio

Che la questione omofobia non si sarebbe esaurita con la bocciatura del ddl Zan a Palazzo Madama, era più che certo. La piega che sta prendendo a meno di una settimana dal voto in Senato, era però difficile da prevedere. Gli attivisti lgbt e i parlamentari di sinistra non accettano la sconfitta e ora puntano tutto su una propaganda che batterà il territorio palmo a palmo. Primo obiettivo: la parte più vulnerabile e manipolabile dell’opinione pubblica, ovvero i giovanissimi.
L’onorevole Alessandro Zan non ha perso tempo e la scorsa settimana è volato a Oristano, dove ha parlato davanti a 250 studenti (senza contare quelli collegati virtualmente) del liceo classico “De Castro”. La scelta non è casuale: la città sarda si appresta ad ospitare il suo primo Pride, che, con tutta probabilità, avrà il suo frontman proprio nel principale relatore del disegno di legge naufragato in Senato mercoledì scorso.
Zan ha fretta di raccogliere le munizioni e tornare quanto prima nella trincea parlamentare. «Fra sei mesi si ricomincia: la legge torna in commissione e noi ripartiamo portando avanti, come sempre, la nostra battaglia – ha detto il deputato dem agli studenti oristanesi -. Sfrutteremo fino all’ultimo minuto utile la legislatura mettendoci tutte le nostre forze per far approvare questa legge».
Va da sé che il discorso dell’onorevole Zan al liceo “De Castro” è stato totalmente privo di contraddittorio. Praticamente un comizio. A fiancheggiare e sostenere il parlamentare, due docenti dello stesso istituto, uno dei quali, secondo la stampa locale, si è soffermato sul presunto «altissimo tasso di suicidio» tra i giovani omosessuali. Il dirigente scolastico, poi, ha definito l’incontro con Zan «uno dei momenti più belli vissuti in questa scuola».
Nel suo discorso, il deputato dem ha attaccato Matteo Renzi, accusandolo di cercare di «giustificare l’ingiustificabile. Italia Viva si è sfilata al Senato allineandosi ai sovranisti nostrani, esattamente come Forza Italia, e l’ha fatto per altre logiche. Scelta ancora più grave – ha commentato – perché non si specula politicamente sulla vita delle persone».
L’iniziativa di Zan è stata fortemente criticata da tre deputate di Fratelli d’Italia. Secondo la vicecapogruppo alla Camera, Wanda Ferro, si tratta di «un episodio già di per sé grave, reso inaccettabile dal fatto che il deputato abbia utilizzato una scuola per rivolgere attacchi, senza contraddittorio, alle forze politiche che in Parlamento hanno bocciato, voglio ricordare legittimamente, la sua proposta di legge contro l’omotransfobia». L’onorevole Ferro ha quindi sollecitato «un intervento del presidente della Camera Roberto Fico in difesa dell’autonomia e della libertà di voto dei deputati che in nessun modo possono essere condizionate o minacciate».
Da parte loro, le onorevoli Paola Frassinetti e Carmela Bucalo, rispettivamente vicepresidente della Commissione Cultura e responsabile istruzione FdI e responsabile scuola FdI, hanno denunciato la disparità di trattamento riservata alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che, nei mesi scorsi era stata invitata a parlare in un liceo in Sicilia. «Nel primo caso un deputato va per parlare di una sua proposta di legge peraltro appena respinta – hanno dichiarato le parlamentari FdI – nel secondo Giorgia Meloni avrebbe dovuto presentare il suo libro in un progetto che prevedeva che un autore presentasse un libro». Frassinetti e Bucalo hanno quindi annunciato un’interrogazione al ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi «per capire come si sono precisamente svolti i fatti e come mai nelle scuole si usano metodi diversi a seconda del partito al quale appartiene il parlamentare invitato».

Nota di BastaBugie: ecco altre notizie sulle rivincite del mondo LGBT, dopo la sconfitta della non approvazione della legge Zan.

GOVERNO DONA 4 MILIONI PER CASE RIFUGIO GAY
Il governo ha stanziato 4 milioni a favore di associazioni e comuni “per la selezione di progetti per la costituzione di centri contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere”, si legge nel relativo decreto del 2020.
Tra le 37 associazioni vi sono il Gay center gay help line (180mila euro), Spazio aperto servizi coop (168.073) il Movimento omosessuale sardo (100mila), Quore aps (180mila), Caleidos coop sociale (180.000), Arcigay nazionale ‘ass. lesbica e gay italiana’ (100.000), I ken onlus (180mila), Circolo Mieli (100mila).
Poi i comuni di Ravenna 79 (86.000), Ragusa (99.820), Padova (97.140), Livorno (100mila), e ancora San Giorgio a Cremano, Avellino, Campobasso e Albano Laziale.
Soldi dei contribuenti destinati ad opere di cui sarebbe bene verificare la necessità dato che atti di discriminazioni a danno di persone omosessuali e transessuali non sono così numerosi da obbligare a destinare così tanti immobili a tale scopo.
(Gender Watch News, 11 novembre 2021)

RIECCO IL BAVAGLIO DA DDL ZAN NEL CODICE DELLA STRADA
La scorsa settimana la Camera ha approvato il Decreto-legge Infrastrutture con cui il legislatore ha ritoccato il Codice della strada (Cds). Nell’esame del provvedimento arrivato nelle Commissioni riunite Ambiente e Trasporti si è fatto largo un emendamento delle relatrici Alessia Rotta (Pd) e Raffaella Paita (Italia Viva) nel quale viene “vietata sulle strade e sui veicoli qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell’appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all’orientamento sessuale, all’identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche”.
Dunque, la formula sull’identità di genere, già inserita nell’articolo 1 del Ddl Zan e causa di mal di pancia anche a sinistra che hanno poi portato all’affossamento in Senato del disegno di legge, ha fatto la sua ricomparsa per vietare pubblicità considerate offensive. Nel caso di violazione della norma, l’autorizzazione per la pubblicità potrà essere revocata immediatamente.
Per Raffaella Paita, presidente renziana della Commissione Trasporti, “la norma rappresenta una doverosa conquista di civiltà utile a impedire che gli spostamenti lungo le nostre strade possano essere occasione per promuovere campagne contro il genere femminile o lanciare messaggi violenti”. Non è dello stesso avviso l’associazione Pro Vita & Famiglia, promotrice in passato di pubblicità contro aborto, eutanasia e gender nelle scuole che avevano fatto parecchio discutere e che rischiano, con questa norma, di essere oggetto di facile censura. Un loro maxi-manifesto a Roma contro l’interruzione di gravidanza, dopo giorni di polemiche, era stato fatto rimuovere dall’amministrazione comunale allora guidata da Virginia Raggi. In un comunicato, Pro Vita & Famiglia ha criticato l’approvazione dell’emendamento al Dl Infrastrutture, chiedendosi se “sarà ancora possibile affermare in una pubblicità che i bambini sono maschi e le bambine sono femmine” o “che un bambino nasce da una mamma e un papà”. L’associazione ha anche chiesto di eliminare il riferimento all’identità di genere “altrimenti – si legge nella nota – realtà, partiti politici o associazioni finora libere come la nostra avranno la bocca chiusa da una censura figlia della volontà di allineare tutti al pensiero unico”.
Lucio Malan, senatore di Fratelli d’Italia, ha criticato l’inserimento “piratesco” dell’emendamento all’interno di un decreto-legge sulla sicurezza e circolazione stradale. L’esponente del partito di Giorgia Meloni, inoltre, ha criticato la presidenza della Camera per non aver ritenuto estraneo alla materia del decreto-legge il contenuto dell’emendamento delle relatrici.
Dopo l’ok alla Camera, […] il Senato ha votato la fiducia (190 sì, 34 no) posta sul Dl Infrastrutture, che così è diventato legge. […] Toccherà al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti emanare le direttive per l’applicazione della norma. E quindi, probabilmente, anche decidere cosa si debba intendere per “messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi o discriminatori”. Discriminatori anche in riferimento a quell’identità di genere che, votando a favore della ‘tagliola’ sul Ddl Zan, il Senato aveva respinto la scorsa settimana.
Pro Vita & Famiglia ha diffuso un nuovo comunicato, spiegando che il Governo Draghi “ha approvato un Ddl Zan mascherato. Da oggi avremo il bavaglio per le nostre opinioni”.
(Gender Watch News, 5 novembre 2021)

Titolo originale: Zan non si arrende alla sconfitta e continua a fare propaganda gender nei licei
Fonte: Provita & Famiglia, 4 novembre 2021

Il girone dei Filantropi

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di Livio Cadè

Fonte: EreticaMente

Dice un antico proverbio arabo che quando il povero parla nessuno lo ascolta, ma se il ricco fa un peto la gente esclama: “che profumo sublime!”. Oggi non è diverso. Le persone più ricche del mondo ammorbano il pianeta con le loro flatulenze, ma la gente annusa con reverente ammirazione. Questo ha prodotto un generale discredito della filosofia. Il nesso tra i due fenomeni può non essere evidente, ma diventa chiaro non appena si consideri la fondamentale incompatibilità tra l’esser filosofi e l’esser enormemente ricchi.

Il filosofo, anche se non è un Diogene, dovrebbe guardare con un certo disincanto al denaro. L’uomo occupato ad accumulare ricchezze materiali vede invece la filosofia come una perdita di tempo, quindi di denaro. Il filosofo è uomo di astrazioni. Il capitalista è uomo pratico, d’azione, il suo cervello è nutrito con principi rigidamente utilitaristici. Non utilitarismo speculativo, fatto di concetti filosofici, ma istintivo, come quello di un predatore. Il suo pensiero non ammette astrazioni, a parte il calcolo di profitti e interessi.

Viviamo ormai in un’epoca in cui il vero e più influente maître à penser è il grande capitalista. E il prestigio di cui gode il suo magistero è pari al capitale di cui dispone. Il sistema capitalistico, con le sue regole, i suoi valori, i suoi obiettivi, è diventato più o meno consciamente modello di vita, profezia di progresso sociale, tutore di un’Umanità dipendente in tutto dal denaro. Poiché è dunque il pensiero delle persone più ricche, per le quali ‘speculazione’ ha un significato esclusivamente finanziario, a determinare i generali processi sociali, si produce nella società un vuoto culturale e umanistico.

Tuttavia, alcuni miliardari refrattari alle consolazioni della filosofia sembrano nobilitarsi oggi con l’esser filantropi, preoccupandosi attivamente del benessere dell’Umanità. Tale filantropia ovviamente non si nutre di ideali filosofici, e il benessere che si prefigge di ottenere non implica piaceri intellettuali o spirituali.

Secondo il Filantropo-capitalismo l’uomo non ha bisogno di metafisici, santi o filosofi, ma di banchieri, medici, tecnici, ingegneri. Non gli servono relazioni umane appaganti, libertà, armonia interiore, ma tecnologie più efficienti e sistemi di produzione più razionali. Che solo i beni monetizzabili favoriscano un vero progresso umano appare una verità lapalissiana, che non serve argomentare.

È sufficiente convincere l’Umanità che la sua felicità non è legata a fruizioni immateriali come l’amore, la saggezza etc. ma alla disponibilità di cibo, di denaro, di protocolli sanitari. Naturalmente nessuno nega che vi siano nella vita necessità pratiche da soddisfare. Un tempo si diceva primum vivere deinde philosophari. Ma secondo i nuovi Filantropi solo i bisogni materiali sono essenziali e non differibili. Il resto – arte, filosofia, religione etc. – rappresenta un accessorio superfluo, diversivo cui eventualmente dedicarsi per soprammercato.

Si potrebbe obiettare che anche l’ammucchiar denaro è un gioco e non risponde ad alcuna reale esigenza umana; che macchine sempre più sofisticate o connessioni sempre più veloci non hanno una diretta relazione con la felicità; che i sedicenti progressi della medicina sono contraddetti da un’Umanità sempre più malata o malaticcia, afflitta da patologie croniche, terrorizzata da pandemie, dipendente dai farmaci; che una Filantropia materialista non ha certo mitigato il problema della fame del mondo etc.

Sollevare queste obiezioni significa però mettere in discussione alcuni postulati fondamentali, minacciando il collasso di un’intera visione del mondo. Come per l’uomo del Medioevo era inconcepibile mettere in dubbio l’esistenza di Dio, dell’inferno o del paradiso, oggi è impossibile non credere che la salvezza dell’uomo dipenda dal denaro, dai farmaci, dalle macchine. Anche la politica, ormai convertita alla Filantropia, non si interessa più di temi astratti come la giustizia o la libertà, ma di aumentare la disponibilità di computer e vaccini, di trovare ogni giorno nuovi pericoli da cui proteggere l’Umanità per poi “metterla in sicurezza”.

Su questo esubero di buone volontà nutro però vari dubbi. Ho detto infatti che alcuni moderni plutocrati sono filantropi – ossia persone che amano il genere umano – ma insieme disprezzano la filosofia, che è amore della sapienza. V’è dunque in loro un certo philèin – termine greco per amare – che ne escluderebbe un altro. Non è questa una contraddizione? Infatti ciò che più distingue l’uomo nel vasto insieme delle forme naturali è la sua ricerca del sapere. Disprezzare tale anelito comporta un disprezzo per l’Umanità che mal si concilia con l’amore.

Riconosco però che spregiare la filosofia può essere un ottimo esercizio filosofico. E d’altro canto, gli stessi Filantropi che detestano il filosofare amano il sapere che serve, ad esempio, per produrre un vaccino o un’antenna 5G, e che può tradursi in un sostanzioso guadagno. Quindi, potremmo considerarli esponenti di una filosofia sui generis, positivista, pragmatica, utilitaristica, forse poco accademica ma in grado di produrre notevoli effetti.

La mia perplessità più profonda è però un’altra. Di fatto, da quando questi grandi Benefattori se ne prendono cura, le condizioni generali dell’Umanità sono drammaticamente peggiorate. Come dice Solone, «in ogni cosa bisogna indagare la fine». E se era intenzione dei Filantropi applicare una terapia ai mali del mondo, il rimedio sembra alla fine aver prodotto più danni che benefici. Mi sono perciò convinto che il peggior male sia proprio la Filantropia. Penso vivremmo molto più serenamente senza questa opprimente sollecitudine per il nostro bene, senza chi si preoccupa così assiduamente della nostra salute, della sicurezza, del clima, dell’ambiente etc., imponendoci (per il nostro bene) sempre più oneri e austerità, restrizioni e impedimenti. Ci fossero più misantropi al mondo, penso saremmo tutti più liberi e felici.

E se osservo lo scempio della nostra civiltà, la sua devastazione interna ed esterna, mi viene il sospetto che i Filantropi amino l’Umanità come Gilles de Rais amava i bambini. Mi riferisco storicamente alla figura del Barone che emerge dagli atti del processo a suo carico. In realtà, non credo che quel virile uomo d’armi si abbandonasse alle efferatezze, ai rituali satanici e agli abomini di cui si dichiarò colpevole sotto tortura e per cui l’Inquisizione lo impiccò.

Viceversa, mi pare che i cosiddetti Filantropi nascondano, sotto una dichiarazione di sentimenti umanitari, una melma di desideri perversi, stupri mostruosi e commerci diabolici. Capisco che un’accusa tanto grave andrebbe provata. Ma è assurdo aspettarsi che una moderna Inquisizione sottoponga a processo i Filantropi e li torturi per indurli a una confessione. Ogni struttura inquisitoria oggi operante – politica, giuridica o mediatica – è infatti sotto il loro controllo.

Purtroppo questa malefica filantropia si è diffusa ovunque, contagiando gran parte dell’Umanità. Dall’alto di una piramide gerarchica, scendendone i vari gradi, i suoi vischiosi sentimenti son colati giù verso gli strati inferiori, fino alla base dell’edificio, appiccicandosi alla gente comune. Nessuno può sfuggire a questo  filantropismo coatto, sottrarsi ai doveri e al senso di responsabilità verso il genere umano senza avvertire un senso di colpa e di indegnità. Tutti siamo chiamati a combattere i grandi nemici dell’uomo: virus, batteri, raggi solari, anidride carbonica etc.

L’opinione pubblica non sa quanto i Filantropo-capitalisti guadagneranno da questa guerra, né di quanto costerà alla povera gente. Nessuno osa contestare il fatto che la soluzione di grandi problemi umanitari richieda grandi quantità di soldi, di sforzi e sacrifici economici. Chiunque provasse a suggerire altri approcci, meno venali e più spirituali, verrebbe preso per pazzo o considerato un ingenuo sognatore. Sembra che l’amore dell’Umanità, senza denaro, debba restare lettera morta, come una fede senz’opere. Par dunque si debba esser grati ai grandi Filantropi che investono in settori cruciali per il benessere dell’uomo e la sua sopravvivenza, come la bio-tecnologia, la vaccinazione di massa, i flussi migratori, l’economia green etc.

È possibile cogliere qui un’altra peculiarità della Filantropia moderna, intendo la lontananza. Il suo amore si rivolge non al prossimo ma a soggetti lontani nel tempo e nello spazio, persone che non possiamo né vedere né toccare, la cui esistenza resta per noi un valore astratto. Veniamo mobilitati per rispetto verso qualcuno mai conosciuto, oppure verso le future generazioni, entità inesistenti cui bisogna lasciare in eredità un mondo migliore. È necessario far continue spese e rinunce, mettere pesanti ipoteche sul presente a favore di un ipotetico domani.

Alcuni potrebbero pensare che le donazioni dei Filantropi siano destinate a sollevare le condizioni dei poveri e dei bisognosi. In realtà son elargite a Governi, Società, Organizzazioni, perché ne facciano uso filantropico. Questi Governi etc. trasferiscono una parte del lascito ad altri filantropi e questi ad altri ancora. Della somma elargita beneficia dunque un circolo chiuso di filantropi i quali ne usano secondo le necessità umanitarie per loro più urgenti (oggi in genere farmaci, dispositivi elettronici, sistemi di sorveglianza etc.). Nessun soldo finisce mai nelle tasche dei non abbienti. Ma è proprio così che il Filantropo conta di aumentare la ricchezza e il benessere complessivo dell’Umanità.

La sua intenzione è far sì che la ricchezza e il benessere che si creano nel mondo restino al 99% proprietà dei Filantropi. La ragione di ciò è che i piani per la salvezza dell’Umanità sono immensi, e quindi solo persone immensamente ricche se ne possono far carico. Se la ricchezza totale fosse distribuita in maniera equa, si disperderebbe in una moltitudine di rivoli senza forza, senza coesione. Il Filantropo prende dunque su di sé le ricchezze dell’Umanità come una missione (non oso dire una croce) per poterla amare più efficacemente. Questo stabilisce un legame necessario tra Filantropia e plutofilia. Non si diventa infatti immensamente ricchi senza amare il denaro.

Buddha o Cristo non potevano certo esser Filantropi. Né un san Francesco, che proibiva ai suoi frati di maneggiar denaro, “merda del diavolo” (solo dopo la sua morte i francescani, liberati da quel rifiuto intransigente, poterono arricchirsi e diventar filantropi). E non poteva esser Filantropo il beato Cottolengo, che di giorno raccoglieva offerte per sfamare i suoi poveri malati e la sera, con irrazionale fiducia nella Provvidenza, gettava dalla finestra i soldi avanzati.

Il vero Filantropo capitalizza, accumula, sa che l’uomo è ciò che possiede. Il suo motto potrebbe essere “io ho quel che ho donato, più gli interessi”. E non bisogna immaginare in ciò interessi di natura morale, come la soddisfazione e la consapevolezza di aver fatto del bene. Piuttosto il compiacimento del buon seminatore, cui i raccolti «fruttano il trenta, il sessanta e il cento per uno». Di fatto, non si può interpretare correttamente il fenomeno della Filantropia moderna se non rovesciando i nostri tradizionali concetti di amore, altruismo, fratellanza, solidarietà etc.,  ancora legati a una vecchia etica religiosa.

Solo così ci apparirà perfettamente logico il progetto filantropico di una drastica riduzione della popolazione umana. Razionalmente non è infatti possibile conciliare l’amore per l’Umanità con un crimine contro l’Umanità. Se però accettiamo la prospettiva del Filantropo vedremo che la contraddizione è solo apparente. Il Filantropo ama infatti l’Umanità ma non i singoli uomini, che di solito disprezza. Perciò elabora e sostiene ogni programma che, pur danneggiando le persone reali, favorisca un’ottimizzazione ideale della società secondo criteri più razionali e produttivi. Dal suo punto di vista, il depopolamento globale è giustificato da ragioni superiori che lo rendono, per così dire, una ‘strage umanitaria’.

Dovremmo per questo considerare il ricco Filantropo un assassino? O sospettare di lui solo perché, come dice Balzac, “dietro ogni grande fortuna c’è un crimine”? Per la gente semplice è molto difficile comprendere i moventi dei Grandi Filantropi, i valori che li ispirano. Anch’io forse ne parlo muovendomi più sul piano della fantasia che della cognizione di causa. Ammetto che per me sono esseri sconosciuti, entità misteriose, quasi metafisiche, di cui posso supporre l’esistenza solo attraverso deduzioni di natura teologica. Ad esempio argomentando che vi sia una Causa Prima o un primum movens che determini una catena di movimenti ed effetti filantropici.

Se fisso lo sguardo verso l’Olimpo dei Filantropi non vedo nulla, se non la luminosa caligine che l’avvolge. Più sotto divengono man mano visibili filantropi di livello inferiore – uomini d’affari, politici, giornalisti, medici etc. – investiti della missione di informarci e ammonirci, sorvegliarci e correggerci. Ma i gradi più sublimi restano arroccati su altezze inaccessibili, nascosti alla vista dei mortali. Non credo però che tale ritrosia sia dettata dall’umiltà. La mia teoria è che serva a nascondere gli effetti più ripugnanti e deformi della Filantropia.

Il passaggio dall’antropos al filantropos implica infatti delle mutazioni genetiche. Basta essere afflitti da una lieve sintomatologia filantropica per mostrare i segni di un’incipiente metamorfosi. Modificazioni quasi impercettibili per un occhio inesperto. Se però esaminiamo fasi più avanzate del processo – come appaiono in certi giornalisti, politici, scienziati etc. – diventa più facile cogliere nel volto, nella mimica, nel tono della voce, i sintomi di una degenerazione psico-somatica.

E salendo verso filantropi di grado ancor più elevato vedremo la corruzione interiore riflettersi in modo progressivo e sempre più evidente nei tratti esteriori. Come se un demone prendesse graduale possesso del loro corpo e ne alterasse le espressioni naturali. Faccio dunque l’ipotesi che chi sta all’apice dell’Ordine Filantropico, ormai integralmente posseduto dal demone, abbia sembianze e comportamenti non più umani.

La mia teoria coincide in parte con quanto si legge nel Canto XXXIII dell’Inferno dantesco. Giunto nella zona Tolomea, dove stanno i traditori degli ospiti, Dante rimane infatti sconcertato nel trovarvi due dannati – frate Alberigo e Branca Doria – che sa essere ancora vivi. Quegli uomini camminano ancora sulla terra, si chiede, quindi come possono essere qui? Gli viene spiegato che nel loro corpo è entrato un demone che ne guida i movimenti, simulando un’apparenza di vita, benché la loro anima sia da tempo precipitata tra le pene eterne.

Quindi, anche i corpi dei grandi Filantropi potrebbero essere involucri disanimati, abitati da una forza infera. Compiono i normali gesti della vita pur essendo interiormente già morti. Parole, pensieri, atti, tutto proviene dal demone che li abita. Questo spiegherebbe il fatto che nei loro programmi filantropici venga esclusa ogni preoccupazione per l’anima e la sua immortalità. È naturale invece che progettino forme di tecno-vita, cioè di non-vita, in cui proiettano un’immagine di sé stessi, della loro natura di automi disumanizzati. E provano uno sterile piacere nel privare gli altri di essenziali prerogative vitali come la libertà, la ricerca della felicità, l’amore, persino il respiro.

Si può dunque presumere che il Filantropo sia solo un simulacro biologico la cui anima è già ospite della zona Tolomea, rinserrata in un lago di ghiaccio che raggela le sue stesse lacrime. Questa congettura sarebbe suffragata da una tradizionale esegesi secondo cui la colpa lì punita è quella di chi “servendo tradisce il servito”; di chi, fingendo di beneficare, tradisce il beneficato. E appunto questo è l’intento reale, il volto vero della Filantropia.

Non possiamo tuttavia sapere chi, tra quelli che oggi dicono di agire per il bene dell’Umanità, sia ancora umano e chi sia già uno spettro, un golem maligno. Questo pone un fondamentale problema etico, cui Dante forse non pensò. Infatti, se accettassimo la sua teoria, uccidendo alcune persone non commetteremmo un reale omicidio, dato che sono già morte. Dovremmo tuttavia aver la completa certezza che la loro anima sia già all’inferno. Nel dubbio, ci si offre questa alternativa: adottare il metodo dell’abate Amaury – “uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi” – o più prudentemente astenerci, lasciando tale incombenza al tempo e alla natura.

I migranti al confine polacco e le scelte della Ue: due pesi e due misure?

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di Ferdinando Bergamaschi

Migranti al confine tra Bielorussia e Polonia: chi sono? Probabilmente iracheni e più in generale mediorientali. Ma soprattutto: è questa una migrazione spontanea o indotta? Tutto fa pensare che non vi sia nulla di naturale in questo fenomeno. Dai protagonisti che sono coinvolti in questa situazione, al tempismo degli eventi, alle implicazioni geopolitiche: tutto sembra rimandare a una lettura di una situazione forzata e forse pianificata. 

Partiamo dai fatti: martedì scorso la Polonia ha annunciato di aver arrestato oltre 50 migranti al confine con la Bielorussia, e precisamente vicino a Bialowieza. In  mattinata il ministro della Difesa polacco, Mariusz Baszczak, ha reso noto che erano stati fatti molti tentativi di violare il confine con la Bielorussia nella notte. E ha aggiunto di aver aumentato a 15.000 il numero dei soldati dell’esercito polacco alla frontiera. A pressare sul confine ci sono infatti centinaia di migranti. Uomini e donne che pagano dai 5.000 ai 15.000 dollari per giungere in Europa. E sono stati illusi dal governo di Minsk di poterlo fare.  

Il gioco della Bielorussia 

Secondo il Guardian, i migranti sarebbero stati attirati dalla Bielorussia, che avrebbe concesso il visto e offerto loro voli per raggiungere Minsk, la capitale del Paese, promettendo poi di portarli nell’Unione europea. Una volta raggiunto il confine, però, i migranti non sono riusciti a entrare in Polonia perché il Governo di Varsavia da giorni presidia con le sue truppe le frontiere con la Bielorussia. 

Per questo il presidente polacco Mateusz Morawiecki ha affermato che è necessario bloccare i voli dal Medio Oriente per la Bielorussia e concordare con la Ue nuove sanzioni contro il regime di Aleksandr Lukashenko. Il premier polacco, in conferenza stampa congiunta con il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha parlato di “terrorismo di Stato” da parte di Minsk. 

Due pese e due misure

In questo contesto Michel ha aperto alla possibilità di finanziare muri a protezione dei confini polacchi: “È legalmente possibile nell’ambito del quadro legale attuale, finanziare infrastrutture per la protezione dei confini dell’Ue”. E poi ha insistito proprio sul concetto che difendere i confini polacchi, così come quelli lituani significhi proteggere i confini della Ue. Una posizione che ha spiazzato molti, anche in virtù della forte polemica che lo scorso anno l’Unione Europea aveva portato avanti contro la linea di Donald Trump che voleva proseguire la costruzione del muro al confine col Messico.

In più, la solerzia con cui Bruxelles si è mossa per salvaguardare i confini orientali dell’Unione europea è quantomeno sospetta, guardando all’inerzia con la quale affronta il fenomeno migratorio ai suoi confini meridionali. Come se ci fossero due pesi e due misure: quando la rotta punta alla Germania, l’atteggiamento dell’Europa è ben diverso rispetto a quando punta all’Italia. 

Nuove sanzioni

Intanto l’asse tra Ue e Usa si è mosso prontamente. Al termine dell’incontro a Washington con il presidente americano Joe Biden, la presidente della Commissione Ue  Ursula von der Leyen ha affermato: “Estenderemo le nostre sanzioni contro la Bielorussia all’inizio della prossima settimana; e gli Stati Uniti prepareranno sanzioni che saranno in vigore da inizio dicembre”. Aggiungendo che “con il presidente americano guarderemo alla possibilità di sanzionare quelle compagnie aeree che facilitano il traffico di esseri umani verso Minsk e il confine tra Bielorussia e Ue”. 

Sanzioni di per sé ineccepibili, ma anche in questo caso non si può non notare una grande incongruenza. Infatti quando era Erdogan a minacciare di far entrare in Europa due milioni di profughi siriani, Bruxelles aveva concesso sei miliardi di euro al Governo turco per la gestione della situazione migratoria. 

Il ruolo di Mosca 

Molti analisti sostengono che dietro alla “guerra ibrida” di Lukashenko vi sia la Russia. La Bielorussia infatti è una stretta alleata di Mosca. E non è difficile immaginare che Vladimir Putin abbia tutto l’interesse ad indebolire e dividere l’Unione europea, che tra l’altro ha visto al suo interno uno scontro recente proprio con la Polonia per l’applicazione dei suoi dettami costituzionali rispetto alle norme dell’Unione. La stessa Ue ha poi sanzionato la Russia e recentemente è arrivata ai ferri corti con il Cremlino per l’aumento dei prezzi del gas. 

Mosca comunque ha respinto le accuse di chi, come il premier Morawiecki, ritiene ci sia il Cremlino dietro la crisi migratoria al confine con la Bielorussia. Il portavoce del Governo, Dmitry Peskov, ha affermato di considerare “del tutto irresponsabili e inaccettabili le dichiarazioni del primo ministro polacco secondo cui la Russia è responsabile di questa situazione”. Dal canto suo il presidente Putin ha rincarato la dose puntando il dito su Bruxelles: “Le organizzazioni criminali impegnate nel traffico di esseri umani hanno sede in Europa”, ha detto. “È dunque compito della Ue gestire il problema”. 

Comunque stiano le cose, Angela Merkel ha voluto telefonare al presidente russo. Nel colloquio la cancelliera tedesca gli ha chiesto di intervenire ed esercitare la sua influenza su Lukashenko, definendo “disumana e del tutto inaccettabile” la strumentalizzazione dei migranti a cui stiamo assistendo.

L’arduo risveglio dello spirito

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di Marcello Veneziani

Se uno dice oggi spiritualismo, la gente non capisce, qualcuno si mette a ridere. Spiritualismo è diventata una parola incomprensibile, tra lo spiritico, l’arcaico e il conventuale. A parte il riferimento alla spiritualità in ambito religioso o new age, l’unica accezione corrente e comprensibile a tutti resta un genere musicale che evoca lo schiavismo, lo spiritual. Per il resto, sostituito il cristiano Spirito Santo con l’hegeliano Spirito del Tempo, si è via via capovolto in tempo senza spirito. Al più lo spirito è materia per la psicanalisi. Lo spirituale cede allo spiritoso, lo spirito è sinonimo di alcol. Parole che indicavano contenuti, visioni, stati d’animo diventano vuote, insignificanti, perfino grottesche, come se un’ottusità di ritorno avesse chiuso spazi di pensiero, porte dell’anima e campi di valori. Ma spirituale diventa ancor più inverosimile e alieno se correlato alla politica. Che vuol dire spiritualismo politico? Vuol dire farsi guidare nelle scelte e nei comportamenti da una visione spirituale della vita. E opporsi a una concezione materialistica, utilitaristica, opportunistica della politica. In pratica opporsi a un arco pressoché onnicomprensivo della politica contemporanea, dalla sinistra di derivazione radicale e marxista allo scientismo e al liberismo, dal razzismo – che è materialismo biologico, anzi zoologico  ̶  al dominio planetario della tecnica e della finanza.

Le opere disseminate lungo il Novecento da autori e pensatori spiritualisti sono state rimosse e cancellate, come se non fossero mai esistite. Eppure costituiscono un tratto saliente della cultura italiana ed europea del secolo scorso. Lo spiritualismo, anzi, ha permeato il pensiero italiano assai più che il materialismo storico e il radicalismo, ma anche più dell’utilitarismo e del pragmatismo, del liberalismo e degli altri filoni di pensiero scientifici e strutturalisti, analitici ed esistenzialisti. E non solo: per un secolo almeno la scuola pubblica e l’università sono state permeate dall’umanesimo spiritualista. Missione dei docenti era educare i ragazzi a una concezione spiritualista ben riassunta nel dantesco “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Non mancava l’abuso retorico e ‘nozionista’ dello spiritualismo in versione scolastica che lo riduceva a manierismo e astrazione.

Lo spiritualismo appare ora un reperto del passato, una traccia storica, affettiva e culturale di un pensiero ormai tramontato, legato ad un tempo ormai improponibile ed esaurito nella gran fiammata del novecento. Si può  parlare oggi di spiritualismo, di visione spirituale della vita? Io credo di sì nonostante tutto, e il naufragio dei pensieri “corretti” e dei canoni ideologici che lo affossarono ne è ulteriore conferma. Anzi, si può arrivare a dire che una visione della vita o ha una sua matrice spirituale o visione non è. L’impresa va tentata; nella peggiore delle ipotesi gioverà almeno allo spirito di chi la tenta, nella migliore lascerà qualche traccia in altre anime e produrrà qualche effetto nel pensiero e nella vita di una civiltà. E, comunque, se l’impresa è ardua e temeraria, è una ragione in più per tentarla. Il risveglio dello spirito nell’epoca degli automi.

C’è una dieta spirituale da consigliare? Lo spirito, dicevamo, è parola desueta, intrusa, se non estinta nel nostro lessico quotidiano. Eppure mai come ora necessaria perché laddove tornano in gioco la vita e la morte, la vecchiaia e la malattia, la solitudine e la solidarietà, come nel tempo interminabile della pandemia, torna l’urgenza di una preparazione spirituale agli eventi e alla nostra vita. E invece, l’ambito interiore è materia di psicologi, psicanalisti e psichiatri. Viene medicalizzata pure la coscienza, ospedalizzata anche l’anima.

È forse la prima volta che davanti al contagio è apparsa del tutto irrilevante il ruolo della religione; in ogni evenienza tragica del passato è sempre stata il rifugio, il conforto, l’invocazione e perfino l’esorcismo per fronteggiare il male o disporsi al rischio mortale. Ora è come se si fosse ritirata dal mondo. Ma la dieta spirituale a cui facevo riferimento non è solo di natura religiosa e confessionale; certo, non può eludere il ruolo della fede, della preghiera e della liturgia ma spirituale allude a una visione della vita, a un rapporto tra i fatti e la nostra interiorità, la relazione tra anima e corpo, il senso della vita e della morte.

La risposta spirituale è riattivare quelle energie e quei mondi che abbiamo atrofizzato nell’indaffarato scorrere dei giorni. Riprendere a fare i conti con la memoria, la storia e i suoi eventi, le aspettative e i progetti, il senso delle cose che durano; applicarsi come un esercizio di attenzione, concentrazione e collegamento con energie spirituali superiori, restituendo un disegno compiuto alla vita. Riprendiamo il filo d’oro dell’amore come nostalgia e lontananza, pathos della distanza.

Il livello spirituale più delicato riguarda il nostro rapporto con la vita e con la morte. Lo eludiamo da tempo, non guardiamo più in faccia la morte.  Dobbiamo rielaborare il rapporto con la morte, riuscire a concepire la nostra scomparsa, sforzarsi di pensare che il mondo non cominciò con noi e non finirà con noi, l’essere sopravanza l’esistere. Acquistare dalla disperazione una fiducia ulteriore che è amor fati e abbandono fiducioso alla sorte, dopo aver fatto tutto quel che potevamo per disporla verso il meglio.

Non sono rimedi, tantomeno soluzioni, ma piccole ed enormi svolte per guardare la realtà con altri occhi. Chi le sta ora indicando non ha raggiunto la saggezza, tantomeno la sapienza, ma è ancora immerso nelle contraddizioni, paure e insofferenze. Però è necessario rianimare la propria vita spirituale, senza farsi succubi del vivere o spenti dalla noia e dalla paura. Cominciate provando a pronunciare la parola spirituale…

Conferenza sullo Spirito (Cinema Teatro Astra di Misano Adriatico, ore 21 del 12 novembre 2021)

Fenomeno Maneskin: gli Stati Uniti sempre più stregati dall’italian rock

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di Ferdinando Bergamaschi

Maneskin: «Sono un’incredibile rockband italiana la cui musica è stata trasmessa in streaming oltre tre miliardi di volte. Hanno appena aperto per i Rolling Stones. Sono fantastici». Dopo il «Grazie mille ragazzi!» di Mike Jagger sul palco di Los Angeles, è stata una regina dei talk americani come Ellen DeGeneres a lanciare con queste parole la band romana nel suo famosissimo show televisivo. E il loro rock con “Mammamia”, “Zitti e buoni” e “Beggin’”, fa volare l’Italia della musica sul tetto del mondo. 

Dopo la conquista degli States, i prossimi appuntamenti della band romana prevedono sia una tournée italiana che culminerà il 9 luglio prossimo a Roma; sia una serie di date europee che vedrà i Maneskin protagonisti in tutte le principali capitali europee, da Londra a Varsavia, da Parigi a Berlino, da Bruxelles a Budapest. 

Dalla strada a X Factor

Agli inizi però era la strada. E precisamente via del Corso a Roma. È lì che il gruppo si esibisce le prime volte, nel 2016. Quando andava meglio venivano arruolati in locali e bar della Capitale. Poi la svolta. Nel 2017 i Maneskin provano la via del talent show e approdano a X Factor. Prendono così parte all’11ª edizione del programma e hanno la fortuna di finire nella squadra di Manuel Agnelli, guru italiano del rock in tutte le sue correnti. E sotto la sua guida si aggiudicano il secondo posto della gara.

La vetrina del talent show apre loro la strada per una serie di successi. Nel marzo del 2018 con il singolo “Morirò da re” i Maneskin si aggiudicano il doppio disco di platino. E in settembre pubblicano il singolo “Torna a casa”, che arriverà in vetta alla Top Singoli della Fimi.

Sul palco dell’Ariston

Ma è nell’inverno del 2021 che la band raggiunge la consacrazione nazionale. Infatti, subito dopo la pubblicazione del nuovo singolo, “Vent’anni”, viene annunciata la loro partecipazione al Festival di Sanremo. Sul palco dell’Ariston cantano “Zitti e buoni”, un brano in stile hard rock: si aggiudicherà la 71ª edizione della kermesse, che con i Maneskin torna un trampolino di lancio per il mercato internazionale. Poi di diritto ecco l’Eurovision Song Contest 2021 in rappresentanza dell’Italia; e i Maneskin vinceranno pure questa gara canora (terzi italiani nella storia della manifestazione, dopo nomi di una vita fa come Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno).

Passo di carica

Nei mesi successivi la loro marcia prosegue a passo di carica: in luglio il quartetto raggiunge la vetta della classifica mondiale di Spotify con la sua versione di Beggin’ di Frankie Valli and The Four SeasonsIn agosto esce una nuova versione di “I Wanna Be Your Slave”, cantata insieme a un mito del rock come Iggy Pop.

E veniamo alle scorse settimane. In ottobre esce il singolo “Mammamia” che ottiene subito un grande successo. Alla fine del mese i Maneskin volano negli Usa e si esibiscono al Tonight Show di Jimmy Fallon che annuncia la partecipazione del gruppo in apertura del concerto degli Stones. 

Non sono chiari di luna

Maneskin in danese singnifica “chiaro di luna”. E danese è l’origine di Victoria De Angelis, detta Vic, la bassista del gruppo, secondo molti, il motore della band. È lei che fonda il gruppo nel 2015 con Thomas Raggi, il chitarrista; ed è lei che nello stesso anno seleziona, scarta e ripesca Damiano David, il frontman; ed è ancora Vic che recluta Ethan Torchio, il batterista. Quando viene intervistata in inglese, nelle trasferte all’estero, è lei a tenere il microfono in mano per la band, a condurre la conversazione con accento perfetto, lei a presentare, condurre, spiegare.

E sotto la guida di questa ragazza una cosa è certa: chi aveva ironizzato sul nome del gruppo, magari profetizzando per i Maneskin un destino da chiari di luna, ha preso un grosso abbaglio. Perché adesso stanno illuminando il rock di tutto il mondo.

Il lasciapassare e la società del controllo

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di Redazione

Di questi tempi la premessa è d’obbligo. Abbiamo più volte detto e scritto che noi cattolici tradizionalisti del Circolo Christus Rex- Traditio non siamo complottisti e non siamo assolutamente dei no vax. Sui vaccini la nostra posizione è in linea con il buon senso di tutti i principali istituti religiosi fedeli alla Tradizione della Chiesa, ovvero libertà di coscienza, raccomandando prudenza e attenzione. Non inventiamo nuovi comandamenti né nuovi precetti. Non abbiamo alcun approccio dogmatico in una materia su cui neanche la scienza ha univoche certezze. Osserviamo, però, che il trattamento mediatico nei confronti di coloro che esprimono lecite argomentazioni di dissenso, come quella che segue, e come quella che ha subito il premio Nobel Luc Montagnier, ci sembra indecente ed intollerante.

di Giorgio Agamben

Fonte: Giorgio Agamben – Intervento al Senato del 7 ottobre 2021

Mi soffermerò soltanto su due punti, che vorrei portare all’attenzione dei parlamentari che dovranno votare sulla conversione in legge del decreto.
Il primo è l’evidente – sottolineo evidente – contraddittorietà del decreto in questione. Voi sapete che il governo con un apposito decreto-legge, detto di “scudo penale”, n.44 del 2021, ora convertito in legge, si è esentato da ogni responsabilità per i danni prodotti dai vaccini. Quanto gravi possano essere questi danni risulta dal fatto che l’art.3 del decreto menziona esplicitamente gli art.589 e 590 del codice penale, che si riferiscono all’omicidio colposo e alle lesioni colpose.
Come autorevoli giuristi hanno notato, lo Stato non si sente di assumere la responsabilità per un vaccino che non ha terminato la fase di sperimentazione e tuttavia, al tempo stesso, cerca di costringere con ogni mezzo i cittadini a vaccinarsi, escludendoli altrimenti dalla vita sociale e, ora, con il nuovo decreto che siete chiamati a votare, privandoli persino della possibilità di lavorare.
È possibile immaginare una situazione giuridicamente e moralmente più abnorme? Come può lo Stato accusare di irresponsabilità chi sceglie di non vaccinarsi, quando è lo stesso Stato che per primo declina formalmente ogni responsabilità in merito alle possibili gravi conseguenze – ricordate la menzione degli art.589 e 590 del codice penale del vaccino?
Vorrei che i parlamentari riflettessero su questa contraddizione che configura a mio avviso una vera e propria mostruosità giuridica.
Il secondo punto sul quale vorrei attirare la vostra attenzione non riguarda il problema medico del vaccino, ma quello politico del lasciapassare, che non deve essere confuso con quello (abbiamo fatto in passato vaccini di ogni tipo, senza essere obbligati a esibire un certificato per ogni nostro movimento). È stato detto da scienziati e medici che il lasciapassare non ha in sé alcun significato medico, ma serve a obbligare la gente a vaccinarsi. Io credo invece che si possa e si debba affermare anche il contrario, e cioè che il vaccino sia in realtà un mezzo per costringere la gente ad avere un lasciapassare, cioè un dispositivo che permette di controllare e tracciare in misura che non ha precedenti i loro movimenti.
I politologi sanno da tempo che le nostre società sono passate dal modello che si usava chiamare “società di disciplina” a quello delle “società di controllo”, fondate su un controllo digitale virtualmente illimitato dei comportamenti individuali, che divengono così quantificabili in un algoritmo. Ci stiamo ormai abituando a questi dispositivi di controllo – ma fino a che punto siamo disposti ad accettare che questo controllo si spinga? È possibile che i cittadini di una società che si pretenda democratica si trovino in una situazione peggiore di quella dei cittadini dell’Unione sovietica di Stalin? Voi sapete che i cittadini sovietici erano tenuti a esibire una “propiska” per spostarsi da una paese all’altro, ma noi dobbiamo farlo anche per andare al cinema o al ristorante – e ora, cosa ben più grave, per recarci sul luogo di lavoro. E come è possibile accettare che, per la prima volta nella storia d’Italia dopo le leggi fasciste del 1938 sui cittadini non ariani, vengano creati dei cittadini di seconda classe, che subiscono restrizioni che dal punto di vista strettamente giuridico – sottolineo giuridico –, non hanno nulla da invidiare a quelle previste in quelle infauste leggi?
Tutto fa pensare che i decreti-legge che si susseguono l’uno all’altro quasi emanassero da una sola persona vadano inquadrate in un processo di trasformazione delle istituzioni e dei paradigmi di governo tanto più insidioso in quanto, com’era avvenuto per il fascismo, si compie senza alterare il testo della costituzione. Il modello che viene così progressivamente eroso e cancellato è quello delle democrazie parlamentari, con i loro diritti e le loro garanzie costituzionali e al loro posto subentra un paradigma di governo in cui , in nome della biosicurezza e del controllo, le libertà individuali sono destinate a subire limitazioni crescenti.
La concentrazione esclusiva dell’attenzione sui contagi e sulla salute impedisce infatti di percepire la Grande Trasformazione che si sta compiendo nella sfera politica e di rendersi conto che, come gli stessi governi non si stancano di ricordarci, la sicurezza e l’emergenza non sono fenomeni transitori, ma costituiscono la nuova forma della governamentalità.
In questa prospettiva è più che mai urgente che i parlamentari considerino con estrema attenzione la trasformazione in corso, che alla lunga è destinata a svuotare il parlamento dei suoi poteri, riducendolo, come sta ora avvenendo, ad approvare in nome della biosicurezza decreti che emanano da organizzazioni e persone che col parlamento hanno ben poco a vedere.

 

Balle Coloniali, il seguito di Balle Spaziali

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Scritto e segnalato da Emilio Giuliana

Il recensore dell’articolo in esame (che non si firma) (https://www.ladige.it/cultura-e-spettacoli/2021/10/23/l-italia-che-dimentica-il-proprio-colonialismo-e-crede-alle-bufale-sulle-opere-costruite-per-gli-africani-1.3034149?fbclid=IwAR010LwcHdBYpNd-e5aPwyyKPATn55F-ysDYDQbQ_Ah5WWhEDxIHgfUG8SY), e l’intervistato, il laureato in storia Francesco Filippi, anti fascisti per caso, si sono ficcati in cul de sac,  denigrando in modo più ridicolo, comico e dilettantistico di Angelo Del Boca, il colonialismo italiano, “fenomeno” che  il governo fascista ha ereditato, come lascito di quelle forze massoniche liberal democratiche che hanno governo miseramente l’Italia e le colonie, prima della loro sconfitta elettorale, che li ha estromessi per venti anni dal servire logiche ed interessi internazionali privati, ed ingrossare i loro portafogli a scapito dell’Italia e degli italiani, identicamente come accade dal 25 aprile 1945.

Il “giornalista” anonimo con sarcasmo, riporta le recenti parole di Vittorio Sgarbi, il quale ha asserito che <<il fascismo ha fatto “anche” cose buone, ad esempio all’Asmara>>. Sgarbi, ha commesso un solo errore, aggiungere al suo pensiero,  l’avverbio di modo “anche”,  infatti il fascismo ha fatto cose buone, certamente perfettibile, ma ha fatto senz’altro cose buone, così come asserito da insospettabili personaggi di rilievo nazionale e mondiale; in tal senso l’ebrea  comunista Margherita Hack: “Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo“.

“Le dirò –prosegue la Hack– il fascismo modernizzò il paese. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo” (Marzo 2013 Barricate).

Andrea Camilleri: Io, sotto il fascismo, ero più libero di quanto voi lo siete adesso – Festival di Roma 2010

Carlo Lizzani: nel fascismo la cultura non subiva tagli, anzi era valorizzata al massimo dal regime anche con risultati a volte davvero straordinari. Basti pensare alla Mostra del Cinema di Venezia e anche all’attuale Centro Sperimentale di Cinematografia. L’equazione fascismo uguale reazione è sbagliata perché fa pensare a un’impossibilità di recupero e invece i processi messi in moto dal fascismo erano anche di modernizzazione. Per noi ragazzi si aprirono le porte di pubblicazioni come Primato, con Bottai e altri gerarchi che offrivano la possibilità ai giovani di scrivere per le principali riviste. Il Centro sperimentale di cinematografia, un’invenzione fascista, proiettava i film sovietici. Ci sentivamo promossi come nessun’altra generazione prima di noi. Le parole d’ordine erano “largo ai giovani” e “la borghesia la seppelliremo”, mentre i nostri padri venivano da società gerontocratiche, bloccate. I Littoriali erano grandi gare giovanili che davano ai diciottenni l’opportunità di viaggiare, uscire di casa, sentirsi autonomi rispetto alla famiglia e ai canoni borghesi.

Enzo Biagi: Mussolini è stato un gigante; considero la sua carriera politica un capolavoro. Se non si fosse avventurato nella guerra al fianco di Hitler, sarebbe morto osannato nel suo letto. Il popolo italiano era soddisfatto di essere governato da lui: un consenso sincero.

Gaetano Salvemini, anti fascista, scrisse: <L’Italia è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali vi si affollano per vedere con i loro occhi com’è organizzato e come funziona lo Stato corporativo fascista >.

Lo storico ebreo comunista Renzo De Felice è stato molto chiaro, lo si capisce senza possibilità di confusione nella citazione che segue: tutto quanto detto e scritto sul fascismo e resistenza è falso perché la sinistra politica ha nascosto tante verità, tanti delitti, tante vergogne partigiane.

Anche da oltre Oceano giunsero segni di apprezzamento per l’opera messa in atto dall’Italia del Ventennio.

John Patrick Diggins, autore del libro “L’America, Mussolini e il Fascismo“, a pag. 45, ha scritto: “Negli anni Trenta lo Stato corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia nella navigazione, nell’aviazione, nelle costruzioni idroelettriche e nei lavori pubblici, offriva un allettante esempio di azione diretta di pianificazione nazionale. In confronto all’inettitudine con cui il Presidente Hoover affronto la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività (…)”.

Il comunista Renzo De Felice: “La liberale e antifascista ‘Nation’ arrivava ad auspicare un Mussolini anche per gli Stati Uniti”.

L’inglese Michael Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché Presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro “What’s wrong with the modern world?” lo Stato Corporativo di Mussolini come l’unico metodo per uscire dalli crisi.

Il Regime fascista nel suo “programma politico e sociale per l’ammodernamento e l’industrializzazione del Paese”, come osservato anche dal politologo e storico statunitense James Gregor, non poteva eludere una globale politica previdenziale. La competenza dell’INPS andava dall’invalidità e vecchiaia alla disoccupazione, dalla maternità alle malattie.

Disse Claude Ferrere, a proposito dell’uccisione di Benito Mussolini e dell’animalesco ludibrio di Piazzale Loreto, che «Alcuni italiani si sono vendicati di un Capo troppo grande per loro, le cui stesse benemerenze apparivano troppo gravose. E tutti i governanti d’Europa, anche se non osarono approvare apertamente, gioirono in segreto. Dinanzi a quell’uomo erano afflitti da un complesso di inferiorità insopportabile, come era accaduto tempo prima con Napoleone. Duemila anni prima per le stesse ragioni era stato ucciso Giulio Cesare».

Franklin Delano Roosevelt: Mussolini deve passare alla storia come il costruttore di una migliore forma di convivenza fra i popoli.

Winston Churchill: Così finirono i ventuno anni della dittatura di Mussolini in Italia durante i quali egli aveva salvato il popolo Italiano dal Bolscevismo per portarlo in una posizione in Europa quale l’Italia non aveva mai avuto prima… Le grandi strade che egli tracciò rimarranno un monumento al suo prestigio personale e al suo lungo governo.

In Italia ed in occidente in generale, il metro di misura per stabilire e attribuire a studiosi il titolo di storico è determinato da quanto siano antifascisti e antitradizionali, animati da uno spirito d’odio verso la cultura e tradizione ellenico romano; non sfugge a tale auto ideologico referenziale meccanismo Francesco Filippi da Levico.

Italiani brava gente non era semplicemente un modo dire, ma un dato di fatto, con buona pace dei capziosi detrattori del popolo italico. Cosa assai strana per i sinistri e il politically correct, ammettere (qualora vi fosse in loro la volontà d’informarsi) che gli italiani si dimostrarono ancor più umanamente bravi e buoni durante il governo monarchico fascista. l’assioma fascismo / bontà è il frutto di una visione del mondo tradizionale, quel mondo che riprendeva i principi nobili etici e morali della civiltà ellenica romana, plasmata da due mila anni di cristianesimo.

Ad onore del vero, se ci furono degli italiani che si distinsero per cattiveria furono sinistrati risorgimentali, Fiorenzo Bava BeccarisNino BixioFrancesco Crispi, che non esitarono a far sparare e sparare contro persone inermi ed innocenti;   socialisti prima e comunisti dopo biennio rosso. In merito alla brutalità disumana bolscevica nostrana riporto alcune testimonianze. Ammette il politologo Domenico Settembrini: <Il ricorso alla violenza all’interno alla sinistra nelle campagne italiane risale agli anni della prima guerra, quando tra i repubblicani, che avevano la loro base in mezzo ai mezzadri, e i socialisti, che reclutavano forze soprattutto tra i braccianti, non erano infrequenti in certe zone le risse, gli assassini a tradimento e talvolta rudimentali spedizioni punitive a scopo di vendetta>. Zumino Pier Giorgio, La questione cattolica nella sinistra italiana, pagg. 31-33: <Non va però dimenticato che la CGL, usava fare pressione sugli industriali perché licenziassero gli operai cattolici che rifiutavano di iscriversi a quel sindacato, richiesta a cui gli industriali ottemperavano, perché come osservò un funzionario in una comunicazione a Giolitti, quelli cattolici rappresentano di fronte agli operai appartenenti alle leghe rosse una proporzione come di uno a cento>. Sistematiche le violenze perpetrate a danno di militari che avevano già tanto sofferto nelle trincee, violenze che si verificarono principalmente nelle grandi città. Sarebbe bene ricordare anche quel che si verificò tra il 10 e il 15 aprile 1919 a Roma e a Milano, quando socialisti e anarchici scesero in piazza con l’intento di dimostrare che le forze bolsceviche dominavano ormai la piazza. Anche se in quei giorni di aprile il fascismo come forza organizzata non esisteva ancora, tuttavia la manifestazione rossa fece esplodere il fenomeno fascista.  A luglio del 1919 i socialisti scatenarono una serie di violenze che provocarono ventisei morti, oltre trecento feriti e il saccheggio di 1200 negozi. Sempre in quell’anno vennero costituiti i Soviet. In Val Bisenzio addirittura venne proclamata una Repubblica sovietica. A giustificazione del saccheggio dei negozi, sull’Avanti! del 5 luglio si poteva leggere: <Le merci sono del popolo, prodotte dal sudore del popolo e ad esso ritornano per il potere di una forza contro la quale nessuno può reagire (…)>. Il movimento insurrezionale, appunto sulla falsariga di quella di Mosca, si sviluppò a Forlì dove venne emesso il primo decreto del Soviet, Milano, Genova, Torino hanno fatto seguito. Il Corriere della Sera del 7 luglio riporta: <Violente scene di saccheggio si sono verificate oggi a Torino (…). Particolarmente prese di mira, oltre parecchie salumerie e negozi di uova e pollame, furono le rivendite di calzature, specie le più eleganti del centro (…)>. A questi atti, che ormai erano di prassi quotidiana, il 20 e 21 luglio fu organizzato uno sciopero generale in segno di solidarietà verso i compagni rivoluzionari russi e ungheresi che si concluse con disordini e pestaggi.

Antonio Falcone nella rivista Storia e Verità: <In un certo senso si può dire che i fascisti la violenza non tanto la imposero quanto la subirono. Lo dimostra il numero dei loro caduti, che fu di gran lunga superiore a quello degli avversari>. Lo scrittore antifascista Gaetano Salvemini nel suo volume Scritti sul Fascismo, a pag. 38 annota: <Tanta violenza poteva aver luogo per l’incapacità delle forze dell’ordine e della magistratura e dallo strapotere tracotante e capriccioso dei sindacati rossi>. Scrive Giorgio Bocca (Mussolini socialfascista) che il fascismo fu violento e sopraffattore, ma lo fu perché trovò davanti a sé una sinistra antidemocratica, violenta, autoritaria e sopraffattrice. Ancora più interessante quanto ha scritto Percival Phillips, corrispondente del Daily Mail che visse in quegli anni in Italia: <Essi (i fascisti) combatterono il terrore rosso con le stesse armi. Compivano rappresaglie che turberebbero quei pacifisti che volevano la pace a tutti i costi. Ai sistemi di Mosca risposero con i sistemi fascisti. Di certo non imitarono i sistemi comunisti, di gettare vivi gli uomini negli alti-forni, come fu deciso a Torino da un tribunale rosso composto in parte da donne, né torturarono i prigionieri come fecero in altre parti d’Italia i seguaci di Lenin>.

Il comunismo è nato perverso ed è maturato carnefice -taluni casi cannibale-, ad esempio i partigiani rossi furono il peggio tra gli italiani. I partigiani rossi, si macchiarono di stragi inenarrabili – e non fu guerra civile come si racconta-, gruppi di sanguinari assassini, cattivi italiani! Sono diversi gli autori che ben documentano le azioni bestiali dei partigiani rossi:  il compagno Gianpaolo PansaArrigo Petacco  (Ammazzate quel fascista), Gianfranco Stella (“Killer della liberazione” e “Compagno Mitra”). E che dire di coloro che eseguono la pena capitale a scapito di incolpevoli cuccioli di uomo, forti dell’infame legge 22 maggio 1978, n. 194?

In questi casi, periodo storico, per periodo,    sono certo che abbiamo avuto a che fare e abbiamo a che fare con Italiani cattivi, con quali si può mutuare l’ironico sfottò liberal bolscevico “italiani brava gente”.

In merito alla questione sollevata, ovvero il colonialismo italiano, mi limito a riportare il seguente fatto: <<Era l’11 settembre 1978 quando l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, accoglieva al Quirinale il Presidente della Somalia Mohamed Siad Barre. Erano le 12.15 quando l’ospite giunse al Palazzo del Quirinale. Un anno prima della scadenza terminò il nostro incarico fiduciario e l’autogoverno si sviluppò al principio abbastanza bene, sia pure con un modello sui generis di democrazia (peraltro non solo somala). Verso l’Italia mantennero a lungo un atteggiamento molto deferente. Ricordo un singolare episodio durante la visita di Siad Barre a Roma. Nel brindisi, alla colazione nel torrino del Quirinale, Pertini ebbe la strana idea di chiedere scusa ai somali per quanto fatto dagli italiani. L’ospite rispose che verso l’Italia non avevano che gratitudine; e che — Pertini si rannuvolò bruscamente — nel 1935 erano stati gli etiopici e non i fascisti a provocare la guerra>> – ( http://www.30giorni.it/articoli_id_2668_l1.htm).

Senza ripetermi, su un argomento già trattato, si possono consultare i links sottostanti.

https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/77-ignoranti-globalizzatori-criminalizzano-il-colonialismo-italiano.html

http://www.ecletticaedizioni.com/newsite/prodotto/bugie-coloniali-leggende-fantasie-e-fake-news-sul-colonialismo-italiano/

Concludo mutuando un aforisma di Socrate, che sento mio: <io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare>.

Fonte: https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/86-balle-coloniali-il-seguito-di-balle-spaziali.html

Fine emergenza mai

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di Gianfranco Amato

È inquietante come il processo di metamorfosi istituzionale che sta subendo in nostro Paese avvenga in un clima di irresponsabile nonchalance.

L’opinione pubblica ha ormai digerito l’idea che il sistema liberal-democratico che abbiamo conosciuto fin ora sia in realtà un gioco. Un bel gioco, di cui puoi permetterti il lusso se non ci sono problemi veri, situazioni gravi da affrontare come la pandemia Covid-19. Perché quando arrivano i problemi, occorre smettere di giocare e chiamare papà.

Si è di fatto certificato il fallimento del sistema istituzionale delle democrazie liberali borghesi, quelle fondate sul parlamento, sulla tripartizione dei poteri, sulla rappresentanza popolare, sui partiti, elezioni, e così via. Questo sistema ha dimostrato di non essere in grado di affrontare le grandi sfide ed emergenze del futuro. Da qui l’idea che, proprio in nome della cosiddetta “biosicurezza”, il sistema migliore, più rapido, efficace e moderno sia quello che i politologi americani chiamano Security State. Basta perdere tempo con le stanche liturgie democratiche, col parlamento, i partiti, la politica politicante. Occorre affrontare e risolvere le emergenze. Se serve, quindi, è bene sospendere le garanzie costituzionali, lo stato di diritto, le libertà fondamentali e affidare tutto ad una Guida Illuminata, assistita da un Comitato Tecnico. Praticamente, introdurre una dittatura. L’affluenza incredibilmente bassa alle urne nelle recenti elezioni amministrative delle più importanti città italiane è un segno evidente di questa tendenza. Basti pensare che a Milano è andato a votare il 47% degli aventi diritto, meno di un milanese su due, dato mai registrato dal dopoguerra. Nel suo splendido saggio Le origini del totalitarismo, la filosofa Hanna Arendt spiega che «all’interno del regime totalitario gli individui provano un totale isolamento nella sfera politica e un forte senso di estraniamento nei rapporti sociali», che arriva ad «annientare, in primis, la vita politica democratica, e la libera comunicazione tra cittadini». È esattamente quello che sta accadendo.

In Italia si è di fatto instaurato quello che il grande giurista tedesco Carl Schmit teorizzò come Ausnahmezustand, ovvero Stato d’eccezione. Il problema per il Potere oggi è renderlo permanente.

La pandemia Covid-19 ha rappresentato il presupposto perfetto per giustificare l’Ausnahmezustand, ma si tratta pur sempre di un’emergenza sanitaria destinata, prima o poi, a cessare. Quando nel resto d’Europa il virus sparirà definitivamente, sarà difficile sostenere la sua esistenza solo nel Bel Paese.

Il problema è, allora, semplicemente quello di trovare altri presupposti per mantenere una perenne situazione d’emergenza tale da legittimare un Ausnahmezustand istituzionalizzato.

Non ci vuole molta fantasia per capire quale sarà il prossimo pretesto. Basta leggere alcuni fatti.

Primo, il discorso che Mario Draghi ha indirizzato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2021, in cui ha parlato espressamente di nuove emergenze, come, ad esempio, quella del «cambiamento climatico», che avrà ripercussioni in campo energetico e alimentare. «Condizioni meteorologiche estreme e interruzioni degli approvvigionamenti hanno contribuito all’aumento dei prezzi degli alimenti», ha spiegato infatti il premier italiano, ricordando anche che «il numero di disastri naturali legati al clima è quintuplicato dagli anni Sessanta» e che «gli eventi meteorologici estremi sono destinati a intensificarsi nei prossimi decenni».

Secondo fatto da considerare: è passata in sordina la notizia che il primo ministro albanese Edi Rama ha dichiarato, il 9 ottobre 2021, lo stato di emergenza in Albania dopo una riunione del governo, a causa dei problemi di approvvigionamento energetico «innescati dall’impennata dei prezzi dell’energia sui mercati internazionali», come ha riferito Euronews Albania. Il premier Rama ha confrontato lo stato d’emergenza appena dichiarato con «la crisi pandemica», e ha promesso di proteggere i consumatori e le imprese dall’aumento dei prezzi dell’energia, con le stesse efficaci e drastiche misure utilizzate per combattere il Covid-19. Un precedente poco confortante.

Agli italiani, quindi, in nome dell’emergenza energetica potrà essere chiesto di restare in casa la domenica, come avvenne con l’Austerity degli anni Settanta, o di spegnere le luci alle undici di sera ed evitare di uscire. Del resto, gli stessi italiani hanno ormai imparato a conoscere termini come lockdown, coprifuoco, e hanno pure gradito il fatto di seguire le celebrazioni liturgiche via streaming.

A quest’ultimo proposito, occorre segnalare un altro fatto: l’atteggiamento dell’attuale Chiesa cattolica, ridotta oramai a specchietto del mondo.

Il 4 ottobre 2021, Bergoglio ha riunito in Vaticano i leader religiosi che rappresentano le principali religioni del mondo per chiedere alla comunità internazionale di aumentare la sua ambizione e intensificare la sua azione per il clima in vista della COP26, in programma a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre prossimi. Nell’incontro Faith and Science: Towards COP26, promosso in Vaticano, quasi quaranta leader religiosi hanno firmato un appello congiunto, che è stato presentato dallo stesso Bergoglio al presidente designato della COP26, Alok Sharma, e al ministro degli Affari Esteri italiano, on. Luigi Di Maio. L’appello chiede che il mondo raggiunga il prima possibile l’azzeramento delle emissioni nette di carbone, per limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi al di sopra dei livelli preindustriali.

Prepariamoci. Tra poco non usare l’auto per poter andare a Messa e seguire la celebrazione on line da casa in nome del risparmio energetico e dell’emergenza climatica, sarà considerato un atto d’amore.

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