Dittatura LGBTP, la Cassazione collabora

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Segnalazione di Federico Prati

Dittatura LGBTP. La sentenza della Cassazione è un grimaldello contro la  famiglia – padre, madre e figli

di Piero Laporta

Cassazione il 20 luglio: «M.M. aveva richiesto […] l’autorizzazione al  trattamento chirurgico per la modificazione definitiva dei caratteri sessuali  primari al fine di ottenere la rettificazione dei caratteri anagrafici. Il  Tribunale aveva accolto la domanda. Dopo circa dieci anni è stata richiesta dal  M. la rettificazione dei propri atti anagrafici enza sottoporsi al trattamento  chirurgico di adeguamento dei caratteri sessuali primari al genere femminile.  […] il ricorrente temeva le complicanze di natura sanitaria; che nel frattempo  aveva raggiunto un’armonia con il proprio corpo che lo aveva portato a sentirsi  donna a prescindere dal trattamento anzidetto.» La Cassazione, riformando il iudizio di merito, ha accontentato M. L’identità  sessuale non è anatomica, ma autocertificata.  La sentenza precarizza i rapporti sociali? Per il principio d’uguaglianza,  presto chiunque potrà chiedere di cambiare, preferendo i panni dell’altro  sesso? Poco importa. Intanto M. M. può candidarsi fra le “quote rosa” e  accedere ai gabinetti femminili. “Maschio” o “femmina” è declaratorio e non più oggettivamente certificatorio  per via anatomica. Ecco due possibili conseguenze, causate dal potere sottratto
alla famiglia e conferito agli omosessuali.  Primo. La “capacità genitoriale” degli omosessuali sfocia nell’adozione ovvero  nell’acquisto di bambini, i quali vanno dunque sotto la loro potestà. Allora “genitore 1” e “genitore 2” possono riscontrare un orientamento sessuale del  loro adottato – non è solo un dato culturale? – differente dal dato biologico e  ne chiedono la sanzione al tribunale. Oggi – forse – dovrebbero attendere la  Cassazione, domani basterà il giudice di pace.  Secondo. Le pedagogie gender, inoculate anche nella scuola, conferiscono alle  maestrine, come per esempio quelle triestine, la potestà di valutare l’ orientamento sessuale del bambino. Esse riscontrano che un bebè ha un  orientamento sessuale diverso dal sesso biologico, conculcato da mamma e papà.  Si rivolgono al tribunale. Mamma e papà, genitori indegni, perdono il bebé,  perché sia affidato a un coppia omosessuale certamente più idonea.  Fantasioso? Dieci anni fa avreste detto lo stesso del diritto di adottare  bambini da parte di coppie omosessuali. Dieci anni fa avreste detto lo stesso  dello strapotere LGBTP.  Il popolo LGBTP sostiene le cerchie guerrafondaie e, parafrasando Karl Krause,
utilizza il diritto come un grimaldello che non lascia sul luogo del delitto.

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Schio: “profughi” fuggono, Coop non lo dice, per continuare ad incassare

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SCHIO / VALLI DEL PASUBIO – Tra giovedì e sabato una metà della quarantina di giovani maschi arrivati nel grande hotel sulla Provinciale 46, a circa 500 metri dal passo Pian delle Fugazze si sono dileguati.

Ma il direttore della cooperativa che li gestisce (una onlus a pagamento di Monselice) ha evitato di avvisare qualcuno.

Fonte: http://voxnews.info/2015/07/27/schio-profughi-fuggono-coop-non-lo-dice-per-continuare-ad-incassare/

Famiglia – obiettivo da distruggere per il “Nuovo Ordine Mondiale”

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Anche la Corte Suprema del Messico, ancor prima di quella statunitense, si è messa d’impegno per smantellare la famiglia naturale.Un articolo della Costituzione del Paese definisce “matrimonio” l’unione di un uomo e di una donna ed è stato fortemente criticato.

La più alta Corte in Messico ha dichiarato che con il termine “matrimonio” non si possono escludere le unioni di persone dello stesso sesso e dei più svariati orientamenti sessuali. L’attitudine alla procreazione, inoltre, non può essere una componente essenziale del matrimonio.

Anche in Messico, come in USA, come in Europa, i giudici si arrogano il potere di modificare, abrogare o creare il diritto naturale

Tra le denunce di questa grave forma disumana di totalitarismo segnaliamo ai nostri lettori quello che ha scritto il Cardinale Juan Sandoval, Arcivescovo emerito della diocesi di Guadalajara, in un articolo intitolato “La verità sul matrimonio”, di cui ci parla LifeSiteNews.

Il Cardinale Sandoval sostiene ovviamente che il matrimonio sia esclusivamente tra uomo e donna ed il resto sia “deviazione”. Poi aggiunge:

Mi domando da dove vengano le pressioni sulla Corte Suprema, affinché vada contro la moralità e con questo distrugga un intera nazione. Il problema è che ci sono organizzazioni internazionali che vogliono creare un Mondo Nuovo per distruggere la famiglia, la Chiesa, le sovranità nazionali, che sono viste come fastidi. Uno dei modi per portare alla distruzione la società è quello di pervertire il concetto di famiglia con il matrimonio  tra persone dello stesso sesso, e questo è inaccettabile.”

Il Cardinale Sandoval ha esortato i Cattolici (e il clero) a protestare e ad agire concretamente contro i programmi di governo contro la famiglia e contro la vita e sottolinea che certe aberrazioni distruttive dovrebbero essere rigettate da tutti i cattolici e non solo.

Poco dopo dodici organizzazioni per i diritti degli omosessuali hanno denunciato il Cardinale Sadoval per il suo messaggio, secondo loro pieno di discriminazione e violenza. Come dice il portavoce di una delle dodici associazioni, Carlos Becerra, “stiamo valutando azioni legali in difesa dei diritti umani, e per creare un precedente giurisprudenziale che impedisca il ripetersi di queste discriminazioni”.

Le organizzazioni omosessualiste sembrano essere – ancora una volta – il “braccio armato” del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale, sogno di un potere internazionale di matrice finanziaria, influente su Governi e istituzioni, che punta alla destrutturazione della società (e quindi della famiglia) per creare individui soli, instabili e insoddisfatti, facili da governare, ottimi consumatori.

 L.T.

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Il NYT mostra al mondo il vero volto della Roma di Marino: sfascio, mafia, incuria e degrado

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Segnalazione Quelsi

 
by Rosengarten

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Nel suo numero di ieri, il New York Times, il più conosciuto quotidiano del mondo, ha aperto in prima pagina con la foto qui riprodotta che mostra due turisti adulti ed una in erba, che passeggiano, si fa per dire, tra le montagne di rifiuti accumulate lungo i fatiscenti vicoli di Trastevere, nel cuore del centro di Roma, vicoli che fino a qualche tempo fa erano descritti come “caratteristici e pittoreschi” ed erano meta imperdibile di ogni visitor della capitale. Nell’articolo titolato : “The Mayor’s Honest, but Is That Enough to Halt the Eternal City’s Decline?”, cioè “Il sindaco è onesto, ma basta questo ad arrestare il declino della Città Eterna?” si sottolineano tutti i pressanti problemi che stanno rendendo Roma una città ingovernabile, in mano alla mafia delle cooperative rosse, ed in cui non si riesce a far funzionare più nulla.

L’articolo esordisce affermando che : “Le erbacce arrivano alle ginocchia, i dipendenti della metropolitana sono esasperati e reagiscono rallentando il servizio alla velocità di chi nuota, il principale aeroporto della città è stato reso superaffollato e caotico da un incendio, la pletora di arresti di funzionari pubblici rende sempre più evidenti le infiltrazioni criminali nel governo della città. A tutto questo si aggiunge quello che i romani chiamano “degrado”, il degrado dei servizi, degli edifici, della qualità della vita e la sensazione generale che la loro antica città stia cadendo a pezzi più di quanto fosse mai avvenuto in precedenza”.

Lo stesso articolo è proposto anche sul sito del giornale, ma con un titolo differente, “Romans Put Little Faith in Mayor as Their Ancient City Degrades”, cioè “I romani ripongono poca fiducia nel sindaco mentre la loro antica città si degrada” col quale si punta a sottolineare come, posto che esiste un mare di problemi da risolvere anche se non tutti per colpa di Marino, il sindaco abbia completamente perso di credibilità e che nessuno lo ritiene più in grado di poter fronteggiare la situazione di estrema e quasi irrecuperabile gravità che si è venuta a creare dopo la sua elezione a primo cittadino voluta dal PD. L’articolo è corredato da un video e da una serie di foto dello stesso tenore di quella mostrata sopra che hanno subito fatto, e più volte, il giro del mondo. Uno spot negativo di cui non si avvertiva la necessità, e che getta fango a palate sull’immagine di una città incolpevole che è il faro del cattolicesimo, che è considerata un museo a cielo aperto della storia dell’arte e che vanta una civiltà plurimillenaria ed un patrimonio di monumenti come nessun’altra al mondo.

In effetti il NYT appare sin troppo tenero nei confronti di un sindaco che non riesce a far funzionare nulla, neppure quello che prima di lui aveva sempre funzionato abbastanza bene, come la raccolta dei rifiuti o le metropolitane; che perde quasi quotidianamente consenso persino all’interno della sua giunta i cui membri se ne stanno andando uno alla volta prendendo le distanze da lui. Un sindaco che ha reso introvabili i vigili urbani e che ha preso decisioni spesso incomprensibili con risultati disastrosi, come nel caso della viabilità cittadina, o la cacciata dei “romani” da intere e vaste aree del centro ora affidate alle “cure esclusive” di abusivi, rom, sinti, camminanti, clandestini, ladri, scippatori ed assassini, quindi non più fruibili nè dai cittadini, nè dai turisti. Però l’uscita del NYT sembra quasi una risposta agli elogi che Bill De Blasio, primo cittadino “razzista al contrario” di New York, aveva rivolto al collega di Roma in occasione della due giornate svoltasi in Vaticano, un workshop sul tema “Modern Slavery and Climate Change” ( Schiavitù moderrna e cambiamento climatico) voluto dal Papa ed a cui hanno partecipato i sindaci delle 70 maggiori città del mondo.

Il sindaco di New York aveva elogiato Marino per il cambiamento (sì, in peggio, ndr) che ha promosso, per la sua leadership e per il “coraggio mostrato nel contrastare la corruzione dilagante”. Coraggio? Qui è ora che De Blasio e tanti altri in Usa ed Italia che compongono la cricca di popolar-demagoghi demo-piddini si decidano e che poi si comportino coerentemente con la loro decisione. Delle due l’una: o Marino nulla sapeva del sistema mafioso che le coop rosse avevano costruito in Campidoglio attorno a Buzzi, ed allora è un eroe involontario ed inconsapevole, senza merito alcuno, ma con la grossa responsabilità di essere uno sprovveduto, incapace di gestire il governo della città e di accorgersi di quanto accadeva attorno a lui; oppure Marino sapeva…

Il sindaco di Roma Marino ovviamente ha ringraziato De Blasio, quasi commosso ed incredulo che ci possa essere ancora qualcuno che mostri di averlo in una qualche considerazione, sia pure di facciata. E come è solito fare, ha subito colto l’occasione per esternare cose che gli passavano per la testa e che nulla avevano a che fare con i temi in discussione. Ha spiegato il sindaco che “è stato recentemente
approvato il nuovo Piano Generale Urbano Traffico, che ridurrà i movimenti quotidiani di autovetture fino al 14%, aumentando del 20% il trasporto pubblico…Inoltre, stiamo promuovendo nuove misure per rafforzare i sistemi di condivisione e l’utilizzo delle bici. Vorrei citare il Grande raccordo Anulare delle Biciclette che permetterà a cittadini e turisti di godere la città da una diversa prospettiva”.

Insomma, Marino si ripropone di migliorare la mobilità di una città costruita 2000 anni fa, congestionata e senza corsie preferenziali, e quando ci sono nessuno le tiene sgombre, favorendo il ricorso al trasporto pubblico fatto di mezzi di superficie impossibilitati a muoversi e che non passano mai e di metropolitane che hanno la frequenza dei treni della Transiberiana, senza introdurre drastiche ed efficaci misure per rendere tali mezzi più rapidi e capaci. In compenso vagheggia una più larga diffusione delle biciclette nella città dei Sette Colli, che però nell’area metropolitana ne conta almeno una cinquantina, alcuni dei quali con pendenze di tutto rispetto, nella speranza che i cittadini romani si trasformino in campioni del pedale alla Nibali. E’ con soluzioni insulse come queste che Marino, nato a Genova e cresciuto a Palermo, che si è formato anche negli Usa come ricorda il NYT, cosa che aveva fatto sbocciare nei romani la speranza, subito dissolta, di essere amministrati con lo stile e la lungimiranza degli anglo-sassoni (ma Marino neanche lo parla l’inglese, figuriamoci), pensa di affrontare i problemi che angosciano la capitale, di accogliere le decine di milioni di turisti previsti per l’Anno Santo straordinario, di sostenere in modo credibile la candidatura di Roma ad ospitare le Olimpiadi del 2024. Se non lo mandano subito a casa, c’è da ritenere che ne scriverà tanti di articoli su Marino il New York Times.

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Orban: immigrazione mette a rischio l’identità culturale europea

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Ungheria: Orban, immigrazione illegale mette a rischio l’identità culturale europea

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Baile Tusnad, Romania, 26 lug – L’immigrazione illegale è una “minaccia per l’Europa” e l’Unione europea non fa nulla per difendersi dalle “masse di clandestini” che contribuiscono “a far prosperare terrorismo, disoccupazione e criminalità”. Una colpevole inerzia che – prospettiva ancora più grave – mette a rischio l’Europa di “perdere la propria identità culturale”. Parole che vorremmo sentir pronunciare da qualcuno del governo italiano e che invece dobbiamo accontentarci di ascoltare dalla voce del premier ungherese Viktor Orban, intervenuto a una scuola estiva di Baile Tusnad, in Romania. Parole che testimoniano una visione e una statura di livello europeo del leader della piccola nazione dalla tradizione grande e orgogliosa, consapevole del fatto che la ricchezza del nostro continente consiste prima di tutto nei valori e tradizioni, nell’intelligenza e nella volontà dei propri abitanti, un patrimonio insostituibile da difendere a ogni costo.

Parole, inoltre, tutt’altro che vuote, anzi piene di significato perché associate ad azioni coraggiose e incisive. A partire dal “muro” – un reticolato in filo spinato alto quattro metri – lungo i 175 km di frontiera tra il paese magiaro e la Serbia, recentemente approvato a schiacciante maggioranza dal Parlamento di Budapest e la cui costruzione, già in corso, “sarà ultimata entro il 31 agosto”, secondo le parole dello stesso Orban.

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Quanto poi al presunto “scandalo” dei treni a porte chiuse – apparentemente di qualità superiore rispetto a qualsiasi treno per pendolari in Italia, né più affollati, a giudicare dalle immagini – utilizzati per trasportare gli immigrati clandestini dalla frontiera meridionale ai campi allestiti presso la capitale, la misura è stata presa semplicemente per evitare che gli illegali ospiti, appena registrati, potessero scendere e far perdere le proprie tracce.

Sorprende non poco, allora, l’orrore suscitato nella stampa allineata con l’ideologia dell’accoglienza a prescindere, la stessa stampa che – conformandosi alla sempiterna reductio ad hitlerum, vera panacea in assenza di argomenti razionali – si spinge oltre il ridicolo paragonando gli eleganti treni ungheresi senza fermate intermedie ai vagoni piombati del 1944. Ma tant’è in questo mondo a rovescio.

E anche sul bilancio dell’accoglienza l’Ungheria di Orban, Fidesz (partito di maggioranza) e Jobbik (il partito ancora più nazionalista e identitario) detiene un primato invidiabile, essendo l’unico paese Ue a non aver accolto nemmeno un immigrato, nonostante gli oltre 80 mila richiedenti asilo nel 2015 (erano 43 mila in tutto il 2014 e appena duemila nel 2012). Il vice-premier magiaro Janos Lazar ne va giustamente fiero: “Questa gente doveva essere fermata e registrata già in Grecia, perché sono entrati in Ue da lì. A quel che mi risulta, nei Balcani non c’è attualmente alcuna guerra. Hanno pagato dei trafficanti, in Serbia, e vengono trasportati a bordo di autobus fino al confine ungherese. Costruiamo una barriera proprio per farla finita con tutto questo”.

Gli ungheresi, le cui proteste anti-governative devono essere particolarmente flebili se nemmeno i media europei allineati ne danno notizia, devono essere fatti di una pasta particolare, quella che probabilmente noi Italiani abbiamo smarrito, se senza battere ciglio accettiamo il fatto che nella sola giornata di ieri non meno di duemila nuovi immigrati sono sbarcati tra Sicilia (1500), Puglia (400, a carico della Marina militare italiana) e Calabria, quasi tutti maschi e quindi automaticamente non profughi ma semplicemente illegali.

Francesco Meneguzzo

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Perche sui barconi non arrivano “questi”?

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Perche sui barconi non arrivano “questi”?

“Caro Blondet, la foto che allego è di guerriglieri del Sud Sudan nella prima guerra di indipendenza. Individui in zona di guerra e di carestia hanno questo aspetto. Delle foto scattate questa è l’unica rimasta non cancellata dalle muffe tropicali.

I guerriglieri mi avevano pregato di non pubblicarle per non fare vedere agli Arabi del Nord Sudan in che condizioni fossero. Infatti, ho fatto vedere solo foto di guerriglieri piuttosto in carne, almeno all’epoca degli scatti.

Mangiavamo al giorno una ciotola di manioca, o di durra, provenienti dall’Uganda, condita con una sugo di arachidi al peperoncino rosso. Mai insalata e verdura e carne. I pochi appezzamenti coltivati venivano individuali dai soldati del Nord e bruciati dagli elicotteri sovietici col napalm.

Io integravo la mia alimentazione con un po’ di latte in polvere e con ottima carne in scatola della Nuova Zelanda, (che ricordavo come la stessa che ci davano i Polacchi dopo il passaggio del fronte nelle Marche), che spartivo con i due ufficiali del mio gruppo.

 

Oggi, osservo che i fuggitivi dalle guerre e dalla carestie (quali guerre e quali carestie? non ce lo dicono) sono in carne, come lo sono i bambini che salviamo.

Pure al mio amico Tullio Moneta, alto ufficiale del 5 Commando anglosassone in Congo contro i Simba, e successivamente nell’intelligence sudafricana e occidentale anticomunista, operante per cinquanta anni in tutto il territorio africano, nei Balcani, in Medio Oriente, Afghanistan, eccetera, l’aspetto dei clandestini appare piuttosto sospetto.

Sono troppo in carne. Per cui pensa, come lo penso io, che gatta ci cova. Forse molti di questi Africani già stavano il Libia all’epoca di Gheddafi.

Altri ci arrivano oggi, sapendo per passaparola che in Italia si è accolti bene e si mangia a sbafo. Li stiamo ingannando. Da giovane sentivo la parola d’ordine “l’Africa agli africani”, e “ora dateci con una mano ciò che ci avete rubato con l’altra”. Hanno avuto indipendenza e aiuti. Purtroppo la democrazia non si esporta e la formazione di una classe dirigente non la si inventa a tavolino.

Lo sapeva bene John Garang, che non ho conosciuto, ma Tullio Moneta sì, che avrebbe voluto un Sud Sudan confederato con il Nord, in quanto il Sud non era pronto ad avere una benché minima forma di amministrazione. Perciò è stato fatto fuori con un attentato all’elicottero che lo riportava nel Sud dall’Uganda. Abbiamo creato miti come Mandela, astutissimo nell’abbandonare il potere per non fare la fine di un Nyerere o, peggio, di un Mugabe, per diventare così padre della patria. Ma, delle carneficine di immigrati dello Zimbabwe da parte dei neri sudafricani non si parla. Delle ricchezze accumulate da Zuma e dai nipoti di Mandela e da un altro milione di neri sudafricani, mentre tutti gli altri neri sono nell’indigenza, non si parla.

Abbiamo sbagliato a dare l’indipendenza a quelle popolazioni tribali senza prima pensare a formare una classe politica e amministrativa.

Me ne accorsi in Congo, all’epoca della ribellione Simba: avevamo dato l’indipendenza a povera gente incapace di gestirsi oltre la visione tribale. Quindi, pronta a cadere in mano ad astuti opportunisti, ladri e sanguinari.

Lo stesso sta avvenendo nel Sud Sudan indipendente: la fazione Dinka contro la fazione Nuer, per prendere i potere e i proventi del petrolio. I miei amici Ferdinando Goi, Joseph Oduho, padre Saturnino Lohure, e il carissimo capitano Manasse Atot, che mi salvò la vita portandomi a spalla per chilometri, sono morti invano… E, ciò che è peggio, noi Occidentali siamo incapaci di rimanere un faro verso cui indirizzare le popolazioni del pianeta bisognose di aiuto.

Esiste qualcuno che riesce a spiegare cosa nasconde effettivamente questo esodo africano e musulmano verso l’Italia?

La gente comune sta mordendo il freno e non vorrei che il branco scaricasse la rabbia su immigrati, mentre la responsabilità è di questa politica inetta e sottomessa.

Cordialmente, Giorgio Rapanelli.

 

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Sono piuttosto in carne

 

 

 

Adesso, caro Maurizio, siamo nel bel mezzo di una guerra sotterranea, non dichiarata, ma esistente. Leggo sul Foglio di Ferrata una articolo in apertura di Giulio Meotti dal titolo “Sei contro le nozze arcobaleno? Rischi il posto e l’obbrobrio morale.

Arriva la dittatura  morbida  della gay colture”.

Siamo all’inizio di una Grande Persecuzione. A cosa serve la proposta di legge Scalfarotto? A tapparci la bocca.

Io sono alla base della gente e ascolto ogni giorno la disperazione della gente, che non ci capisce più nulla. Ma, lei, che è in ambienti di cerniera, può aiutare a trovare una strada, a svelare qualcosa di nascosto?

 

Caro Maurizio, ho l’impressione che stiamo sulla piana di Armagedon. Ciò che avveniva in Alto, adesso si è sposato in Basso. Non siamo più alla Rivoluzione Protestante, né al Nazismo. Siamo a qualcosa di troppo esteso. Toccherà a noi bere l’amaro calice che ci siamo preparati. Va bene, siamo in ballo e balliamo.

Sa quale è lo stato d’animo che porta quella povera gente sui barconi, rischiando la vita? E’ il fatalismo. Rischiano; sanno di rischiare; forse per volere di Dio ce la faranno. E’ ciò che si prova stando in Africa. In Congo stavo per essere fucilato, insieme a due missionari e ad un belga ferito, e non provavo nulla. E’ come se non riguardasse te. Ne parlavo con Tullio Moneta proprio stasera. Mi diceva che quando arrivavano ad ondate i Simba e li abbattevano a venti metri da loro, egli e i suoi soldati non pensavano a ieri e al domani, ma all’attimo fuggente. Se era destino che un colpo di kalashnikov li colpisse, voleva dire che così doveva andare. Lo stesso avviene per quelli dei barconi. Ma io mi getterei in mare per salvarli, perché forse affogare insieme potrebbe rappresentare per entrambi la salvezza.

 

Chi mi ha scritto questa lettera è Giorgio Rapanelli, classe 1937. Uno che è stato iscritto al PCI, che ha passato decenni in Africa prima come documentarista, e poi  – visti gli orrori, il caos e le violenze seguiti alla de-colonizzazione – come combattente. In Congo, negli anni 1964-66,  ha visto la rivolta d ei “Simba” (leoni in swaili), giovanissimi guerriglieri fanatizzati dai loro stregoni, che li convincevano di essere invulnerabili alle pallottole che si abbandonavano ad ad inenarrabili orrori, eccidi, stupri ed atti di cannibalismo. Il Tullio Moneta di cui parla, è stato un comandante del 5 Commando, un corpo di contractors – militari veri – inquadrati nella Armée Nationale Congolaise, che debellò l’orrore dei Simba. Moneta,  nativo di Fiume, passaporto sudafricano, oggi ha 78 anni.

Rapanelli ha sostenuto attivamente la causa dei sudanesi del Sud massacrati dal governo di Khartoum fino a diventare il rappresentante in Italia dell’Azania Liberation Front; nel 1970, è stato con i combattenti del Southern Sudan Liberation Front (guerriglieri anya-nya) del colonnello Joseph Lagu.

Sono nomi, eventi e tragedie che ai giovani non diranno nulla, e che si stingono nella memoria anche degli anziani come me; eventi che restano marchiati a fuoco nella memoria dei bianchi che “ci sono stati”,  con le armi in mano, mossi – molto più di quanto si voglia far credere – da uno strano miscuglio di avventura ed idealismo,  di mal d’Africa e di  volontà di  fare qualcosa, di arginare l’orrore  demoniaco degli inenarrabili tribalismi, crudeltà senza nome, carestie e morti che l’abbandono dell’Africa da parte dell’uomo bianco aveva prodotto.  Quel miscuglio  è stato ben reso nel film “I Quattro dell’Oca Selvaggia”, con Richard Burton, ispirato proprio alle imprese del 5 Commando.

“Mi son reso subito conto”, rievoca Rapanelli, “che concedere l’indipendenza alle popolazioni africane, impreparate a gestire il potere in forme democratiche occidentali, è stato un crimine”.

E’ dunque uno che conosce l’Africa da dentro, Rapanelli. Uno che vi è affondato dentro per anni, e non   l’ha vista da un hotel Hilton. Io sono affondato molto   meno in quell’orribile buco nero.   Non ho molti ricordi. Una intervista sul fiume Giuba al “generale” Aidid   che parlava di politica internazionale in politichese italiano, e tutt’attorno bambini prossimi alla morte per denutrizione, vecchi  sccheletrici  dai piedi piagati perché avevano fatto decine di chilometri per la razione   di pappa dell’Onu, e il corpo di una nonnetta tutta ossa, che i cani avevano già cominciato a rosicchiare. Un campo profughi di angolani nello Zambia ridotto alla fame per quella che il funzionario delle Nazioni Unite chiamò “the donor’s fatigue”, dopo tanti anni i “donatori” occidentali si stancano di dare, e le razioni in questi campi profughi si riducono a nulla – alla fame. Ricordo le bambine cacciate dalla famiglia perché avevano “fatto il malocchio” allo zio infettandolo di AIDS (lo zio le aveva violentate), e raccolte da suore francesi che le salvavano dalla fame – nessuno nutriva delle “streghe”. Ricordo la popolazione di Luanda abitare su montagne, vere e proprie montagne di spazzatura marcita e incancrenita, stratificata nei decenni – e Luanda  era famosa nelle statistiche per essere la città più cara del mondo, dove la vita era più costosa, perché le major petrolifere erano tutte lì coi loro bianchi in bungalows e compound, a fare la bella vita.

In questi ricordi c’è un denominatore comune, per cui mi associo alla domanda di Giorgio, il vero esperto:

Perché gli africani che arrivano sui barconi sono così in carne?

Migrants from sub-Saharan Africa rest inside a detention center in the Libyan capital Tripoli on June 4, 2015. Authorities, acting on a tip off, stormed a hideout where more than 500 illegal migrants, mostly men from African, were waiting for people smugglers to take them to boats to Europe, migration officials in Tripoli said. AFP PHOTO / MAHMUD TURKIA

 

Perché non sono come i guerriglieri che Giorgio ha ritratto nel 1970 ad Adodi, Sud Sudan?

Sud Sudan 1970 villaggio di Adodi, guerriglieri.

 

Ci dicono che fuggono da guerre e carestie: quali guerre? Quali carestie?

Guardate la foto scattata da Giorgio ai guerriglieri del Sud Sudan.  Quelli sono gli africani che ho visto nel buco nero. Gente che mangia una volta al giorno una ciotola di qualche   polenta innominabile condita con peperoncino, che non vede mai verdura, mai carne. Dico mai.  Sono africani del tipo che, nemmeno con la colletta tra i familiari della famiglia più allargata, sono in grado di raccogliere i 3 o 4 mila dollari per pagarsi il passaggio lungo il Sahara su autocarri, né tantomeno gli scafisti in Libia.

Come mezzo di trasporto hanno solo le  loro gambe; e come vedete, sono così filiformi che non li portano tanto lontano.

Questo è l’africano che ha bisogno di aiuto. L’africano che appena scoppia qualche guerra civile, o qualunque altro scontro tribale,   subito si vede ridotta la ciotola  dell’unico pasto  quotidiano,   già insufficente, della metà; che non ha una gallina ovaiola, che non ha altro che salsa di arachidi col peperoncino per condire la polenta di kassava, di valore nutritivo zero..questo è l’Africa, questo è il buco nero.

Non questi giovanotti con lo smartphone, non queste   belle mammine in carne con bambini pasciuti. Perché ci dicono che sono “siriani”   quando sono eritrei, e ancor più spesso africani equatoriali, gabonesi, ivoriani? Il presidente d ella Costa d’Avorio, si chiama Ouattara, in 4 anni di potere ha ammassato 27 miliardi di dollari.. il Buco Nero  è anche questo ed evidentemente non è cambiato. D’accordo, ma se ne occupino i francesi; è amico di Sarkozy.

Per questo odio e mi rivolta lo stomaco la “cultura dell’accoglienza”, il pietismo bavoso   sugli “Immigrati” che rischiano la morte sui barconi e vanno curati, vestiti, alimentati, forniti di scheda SIM perché possano telefonare a casa…perché non è solo falso, ma malvagio. Quelli che “accogliamo” non sono i poveri; sono gli intraprendenti,  e persino – sulla misura africana – ricchi. In questa nostra “carità”, non comprendiamo mai quegli africani con le gambe filiformi, che non hanno smartphone né tremila dollari, anzi nemmeno mezzo – che dico – nemmeno dieci centesimi per comprarsi un uovo. E che hanno veramente bisogno, loro, che basterebbe solo mezzo euro per migliorare la loro  razione.  A casa loro.

Li ho visti e lo so. Odio la nostra pelosa  e viscida  “carità” mediatica, clericale, sinistrista.

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Quelli che a sinistra…

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SOLO A SX

Segnalazione Quelsi

by William Grandonico

Sono ormai ridotti all’osso, non hanno idea di come pubblicizzare la loro festicciola. Sarà che evitano, a causa delle politiche che silenziosamente approvano, ma moralmente, dentro le proprie menti, con la loro coscienza sono convinti di non condividere, che oggi, in stile A.Moretti sono obbligati anche ad evitare i simboli, a cercare di neutralizzare un’idea che nasceva da salde radici, ma che a causa di politiche buoniste hanno dovuto lasciare, colorare la propria bandiera di quel rosso sbiadito che ambisce alla politica della prima repubblica, quella che amava gli amici degli amici, la stessa del “mangiamo e beviamo”, la politica che i giovani adolescenti italiani stanno pagando sulla propria pelle, quello sporco gioco che porta tanti giovani a studiare e lavorare all’estero. A loro non interessa la socialità e la solidità di uno stato, non guardano affatto al welfare, ma solo alla vita privata di qualcuno, non potendo ambire a gradini più alti della classe politica italiana, da sotto la piramide, cercano di aggrapparsi alle “brache” di alcuni, vorrebbero strapparle e togliere dai giochi, solo per orgoglio personale, quell’immagine che tutto il mondo conosce e quella personalità che il resto del continente rispetta.

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I partigiani contro il bar fascista «La questura deve intervenire»

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NO ANPI

…E mentre l’Italia va a rotoli a causa di una crisi artefatta, strozzata dalle tasse, senza lavoro e invasa dall’immigrazione clandestina, i partigiani pensano ai gadgets fascisti. Ecco svelate le loro priorità.

L’assessore alla Sicurezza: «È il locale che causa meno guai e gli immigrati ci vanno»

di Fabio Paravisi

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Se lo Stato si schierasse contro gli italiani

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sindacati sbirri

Non si era mai visto i sindacati di polizia condannare ripetutamente il ministro dell’Interno e dicano di vergognarsi perché vengono obbligati a usare il manganello contro gente perbene

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Viaggio tra i veneti infuriati: “Siamo invasi dai profughi”

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Non solo Quinto di Treviso: anche Eraclea e Portogruaro stanno per esplodere sotto il peso dei nuovi arrivi

È Portogruaro, in provincia di Venezia ma a una manciata di chilometri dal Friuli, il palcoscenico dell’ultimo, demenziale capitolo della gestione schizofrenica dell’emergenza immigrazione. Ai primi di luglio la prefettura ha assegnato all’Istituto tecnico commerciale “Gino Luzzatto” una quindicina di profughi da sistemare in palestra. Della logistica si sarebbe occupata la cooperativa “Solaris” di Carpi, nel Modenese, già al lavoro nel Triveneto in altri contesti analoghi.

I profughi, che ormai sono più di sessanta, dormono su materassi buttati per terra nella palestra di ginnastica, un lenzuolo per detergere il sudore, i vestiti bagnati stesi ad asciugare sulle spalliere a muro.

 

Portogruaro, i profughi nella scuola 2Portogruaro, i profughi nella scuola 3

 

Portogruaro, i profughi nella scuola 6Portogruaro, i profughi nella scuola 7

Già dopo la prima notte, dieci immigrati su quindici erano scappati. “Da allora, però, continuano ad aumentare di numero – dice sconsolata la preside Michela Borin – Io dovrei essere in ferie, ma do una mano volentieri. La disorganizzazione però è totale: io stessa ho portato mobili e suppellettili private per sopperire alle prime necessità”.

Il problema, però, sta a monte: la struttura è priva di acqua calda e il ricambio d’aria, specie in questi giorni di canicola, non esiste. Domenica l’Ulss ha comunicato che la palestra è inadeguata e che entro quarantotto ore la prefettura avrebbe dovuto trovare un’altra sistemazione. A metà giornata di lunedì, però, al “Luttazzo” nessuno crede seriamente che se ne andranno e anzi la preside teme per la ripresa delle attività scolastiche a fine agosto: “Mi hanno detto che per il 15 se ne sarebbero andati, ma io non ci credo. Si figuri che del rapporto dell’Ulss l’ho saputo dal telegiornale perché nessuno si era preso la briga di avvisarmi…”

A Eraclea la situazione è anche peggiore

Trenta chilometri più a ovest, sul mare, va in scena un’altra commedia dell’assurdo. Nel residence “Le Mimose” di Eraclea Mare sono stati ospitati circa 250 migranti, perlopiù africani e bengalesi. La frazione, d’inverno, non conta più di duecento abitanti.

I profughi sono alloggiati in 64 appartamenti affittati dalla “Solaris” per otto anni. L’obiettivo è quello di fare del residence una sorta di hub del sociale, che in futuro possa ospitare anche disabili, famiglie in difficoltà economica e ogni genere di soggetti a rischio.

Un progetto osteggiato dai quei proprietari che nei mesi scorsi avevano comprato un appartamento alle Mimose e che ora vedono crollare vertiginosamente il valore del proprio investimento. Sabato è arrivato qui Matteo Salvini e mille persone, giunte anche dai paesi vicini, hanno protestato contro la decisione della prefettura.

Dalla coop, però, affermano che più che la presenza dei profughi ad allontanare i turisti è l’allarmismo leghista. “I ragazzi sono contenti di stare qui e il rapporto con la popolazione locale è buono”, ci spiegano impiegati e volontari.

Quando ci incamminiamo verso l’interno della struttura, però, veniamo seguiti a trenta passi da un impiegato della Solaris: hanno il terrore che possiamo vedere o ascoltare le storie sbagliate.

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