Associazione ebraica aderisce a marcia ispirata all’enciclica di Bergoglio

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CANDELABRO

Segnalazione di Federico Prati

Perché un’ Associazione ebraica aderisce a una marcia ispirata all’enciclica  ecologista di Bergoglio?

Pubblicato:  26/06/2015 13:35 CEST    Aggiornato:  26/06/2015 13:35 CEST

L’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas, che presiedo, aderisce alla  marcia “Una Terra. Una famiglia umana” che celebra l’enciclica “Laudato si'”  pubblicata nei giorni scorsi da papa Francesco.

Perché un’associazione ebraica partecipa a un’iniziativa ispirata da un testo  papale?

1) La tutela dell’ambiente e del pianeta su cui viviamo è parte costitutiva  della tradizione ebraica. L’idea della Bibbia è che il mondo sia concesso in  prestito all’uomo che lo deve preservare e riconsegnare ai suoi discendenti.  Per questa ragione è vietato sfruttare eccessivamente le coltivazioni, bisogna  far riposare i campi ogni sette anni, non si possono mangiare i frutti  dell’albero prima del terzo anno di vita. Per le stesse considerazioni non va  sfruttato l’animale, che anzi ha diritto a riposare di Shabbat, e vanno
osservate alcune norme nel cibarsi di carne: non è consentito mangiare esseri  viventi vivi, ad esempio, e comunque occorre dissanguarli per rispetto della  loro essenza vitale. Secondo i Saggi, l’uomo era vegetariano prima della  cacciata dall’Eden, e tornerà a esserlo nel mondo messianico. In questo senso  possiamo dire che l’ebraismo è “ecologista” ante litteram.

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Come certi “cattolici” diventano gli utili idioti nelle mani dei giudei

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alex zanotelli

A cura di Federico Prati

Segnalo questo articolo pubblicato sul “Mosaico di pace”, organo di “Pax  Christi” (quelli che distribuiscono permessi di soggiorno “in nome di Dio”) in  cui si traccia un ritratto apologetico dello speculatore ebreo George Soros.

Il direttore è Alex Zanotelli, noto finto prete arcobaleno.

http://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/8598.html

Sotto riporto un ben diverso ritratto dello stesso Soros:

http://www.imolaoggi.it/2012/06/21/ecco-chi-e-in-realta-lo-speculatore-georges-
soros-arruolato-dai-radicali-come-filantropo/

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L’invasione USA della Siria: il respiro profondo prima del tuffo

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BANDIERA AMERICANA

Segnalazione di Federico Prati

di Tony Cartalucci

Quando la rivista Foreign Policy ha recentemente affermato, nell’articolo  dallo stesso titolo: “La Turchia entra in guerra”, in realtà intendeva dire: “Gli USA entrano in guerra”. Questo perché il lungo piano descritto nell’articolo non è creazione turca, ma un vecchio progetto USA contenuto nei  documenti programmatici almeno dal 2012.

L’articolo afferma: “Stati Uniti e Turchia concordano sul fatto che bisognerebbe espellere l’ISIS  dal suo territorio lungo il confine turco, sebbene gli ufficiali statunitensi
parlino solo di una ‘zona sgombra dall’ISIS’ mentre quelli turchi di una ‘zona  sicura di fatto’ dove i ribelli siriani potrebbero trovare rifugio sia dal  regime che dagli attacchi degli jihadisti.”  Tuttavia queste “zone sicure” sono esattamente ciò che il pensatoio Istituto  Brookings ha suggerito di creare durante l’intero conflitto siriano, con vari  pretesti: prima per finte preoccupazioni “umanitarie” simili a quelle usate nel  2011 per giustificare l’intervento NATO in Libia, e adesso usando il pretesto  del cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS).

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Williamson: “Si la elección de Bergoglio fue inválida, fue convalidada por su aceptación universal como Papa” | FORO CATÓLICO

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“una cum” a tutti i costi, ma costantemente disobbedienti. L’ultima invenzione teologica (e assurda) per negare l’evidenza della Sede Vacante, di una delle cinque branchie del “lefebvrianesimo terminale”:

williamson2

Antes ya había dicho en su defensa de Sinagoglio:El gobierno de la Iglesia no requiere ni fe ni caridad, es compatible con la herejía.”

(Transcrito de Comentarios Eleison)

La Autoridad en la Iglesia ha sido arruinada, desde arriba para abajo.

FC: la autoridad de la Iglesia es inamovible, nadie la puede arruinar, así lo enseña el Concilio Vaticano Primero. 

El Papa actual (no soy sedevacantista) ha perdido su cabeza católica, si alguna vez la tuvo.

FC: Un verdadero Papa no puede “perder su cabeza católica”, es decir caer en la herejía, y cuya ortodoxia por supuesto es requisito canónico para ser electo.

Pero, aún si su elección como Papa fue inválida por una razón u otra, fue convalidada por su aceptación universal como Papa a través de la Iglesia de prácticamente el mundo entero. De cualquier manera, nadie otro es Papa, ni puede serlo, y por consiguiente, él tiene la suprema autoridad en la Iglesia.

 

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Non solo immigrati

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schiavi

 

 

Segnalazione di Maurizio Ruggiero

Dall’Alfa Romeo a bracciante della terra. In appena ventiquattro mesi il ragionier Vincenzo Micucci, 57 anni, ha ripercorso un secolo di storia che, attraverso due guerre mondiali, una dittatura e decenni di democrazia aveva portato l’Italia tra le prime potenze industriali al mondo. Un percorso al contrario, però: da responsabile contabilità di una delle concessionarie d’auto più grosse della Puglia a operaio agricolo a giornata. Un giorno qualunque dopo sei mesi da disoccupato, passando sotto un antico ulivo in provincia di Bari, aveva deciso di appendere la corda e impiccarsi. L’hanno salvato un amico, la moglie, l’amore dei due figli. Il ragionier Micucci si è così risvegliato in un mondo diverso in cui nascere cittadino dell’Unione europea non affranca più dal rischio di finire al piano più basso del grattacielo della vita. Quello scantinato già  affollato di africani, arabi, bulgari, polacchi, immigrati a migliaia nell’ultimo decennio per fare nelle campagne, come si diceva una volta, i lavori che gli italiani non fanno più. Ma che adesso la crisi costringe ad accettare.

DA GEOMETRA A BRACCIANTE

A fine estate le statistiche diranno quanti sono i nuovi stagionali. Tra loro c’è anche Angelo Rasola, 45 anni, di Cerignola, provincia di Foggia, che finora ha trovato soltanto ingaggi da schiavitù. Tre figli di 16, 13 e 4 anni, diploma di geometra, un lungo passato di notti a sfornare pane. Nel giro di qualche anno gli hanno ridotto lo stipendio. Dai mille euro ancora regolari del 2008 ai 650 in nero del 2014. Da far bastare per la famiglia, le spese per i libri di scuola, il desiderio di una vita dignitosa. Così ha lasciato il forno, per mettersi a cercare uno stipendio sufficiente. Finora ha trovato un agricoltore italiano che l’ha rimbalzato al caporale romeno: il caporale gli ha offerto 20 euro a giornata, in nero ovviamente, dodici ore al giorno dall’alba al tramonto a raccogliere pesche, un euro e sessanta l’ora, un quinto del minimo sindacale. Il geometra Rasola ha allora provato a chiedere a un’azienda dove cercavano operai per tagliare i pomodori da essiccare. Ma pure lì la paga era al di sotto del minimo di sussistenza per una famiglia qualunque: 1,90 euro l’ora, tutte le notti dalle cinque di sera alle cinque del mattino. Laura Prospero, 27 anni, laurea in neuropsicologia e tante porte chiuse, ha invece ottenuto un contratto regolare da stagionale: 35 euro al giorno a raccogliere ciliegie con braccianti marocchini, polacchi, albanesi. Ma la stagione delle ciliegie è inita e Laura ora è a casa in attesa che cominci la raccolta delle olive.

Antonio Castellana

Tra gli italiani che la crisi ha rispedito alla terra c’è anche Antonio Castellana, muratore lasciato senza stipendio dal crollo dell’edilizia. Ha 63 anni, tre figli. Troppo vecchio per emigrare all’estero, troppo giovane per la pensione. Però si considera fortunato. L’ha salvato il fatto che da ragazzo aveva imparato a guidare il trattore: per questo, adesso, continuano a chiamarlo. Nell’agosto 2006, in questi stessi giorni, “l’Espresso” aveva indagato sul sistema di sfruttamento nascosto sotto la nostra catena alimentare. Una clamorosa inchiesta da infiltrato tra i braccianti sottoposti a condizioni di schiavitù. Avevamo scelto la provincia di Foggia perché era stagione di raccolta dei pomodori.

ULTIMA RISORSA

Durante quell’estate, grazie alla complice assenza di controlli, centinaia di lavoratori stranieri erano stati sequestrati dai caporali, chi protestava veniva massacrato di botte e alcuni operai erano stati addirittura uccisi. Da allora molto è cambiato, nelle leggi e nel numero di ispezioni nei campi. Ciò che non era immaginabile allora, però, è la rapidità con cui l’economia si sarebbe rovesciata. Tanto da spingere i disoccupati italiani di nuovo a piegarsi sulla terra. Ma il ghetto di Rignano Garganico resiste ai controlli Dal 2006, quando “l’Espresso” indagò sugli schiavi dei pomodori in provincia di Foggia, le dimensioni della baraccopoli sono addirittura triplicate

Succede dal Friuli alla Sicilia.

Con gli imprevisti e le difficoltà dell’agricoltura stagionale: le paghe minime, la precarietà, il maltempo, la fatica, l’impossibilità comunque di mantenere una famiglia. E in alcune regioni, l’aggravante del caporalato. Così accade nelle campagne di Cerignola dove i disoccupati del posto devono fari i conti con i caporali stranieri. Per anni a molte imprese ha fatto comodo controllare gli immigrati attraverso i gangster della manodopera, spesso loro connazionali. Adesso sono gli italiani a doversi confrontare. Più che una clessidra che gira nel tempo, è la lama di un coltello che cambia verso. Il caporalato funziona da polizia privata, abbassa il costo del lavoro, mantiene l’ordine. Come un secolo fa quando, proprio da Cerignola, Giuseppe Di Vittorio prendeva coscienza delle prime lotte sindacali. Anche per questo siamo tornati qui.

LA LEGGE DEI CAPORALI

«Ero andato a chiedere a un coltivatore di frutta. C’erano le pesche da raccogliere», racconta Angelo Rasola, l’ex fornaio: «Il titolare dell’azienda mi indica il suo  caposquadra, il caporale romeno. Lui mi dice subito: se vuoi, vieni, sono 20 euro al giorno, si comincia all’alba per dodici ore. Venti euro in nero, sono seicento al mese. Senza contare i giorni di pioggia che non vengono pagati. E quest’anno non ha smesso di piovere. Forse in Romania con 20 euro al giorno si vive. Vengono qui d’estate, vivono ammassati in vecchie case e d’inverno tornano in patria. Ma in Italia con 20 euro al giorno, come fai a mandare avanti la famiglia? Le bollette, le spese per la scuola, 300 euro soltanto di libri. Non posso rassegnarmi alla schiavitù. Per questo non ho accettato. È meglio continuare a cercare. Ho mandato il curriculum ovunque, a un salsificio, perfino all’Alenia. L’edilizia è ferma e non posso nemmeno sfruttare il mio diploma di geometra. L’ultimo pane l’ho sfornato il 19 aprile, il sabato di Pasqua. Il  proprietario ha deciso di vendere pane industriale. Costa meno. E non posso dargli torto. Troppe spese, troppe tasse. E non è che prima fossimo ricchi. Le paghe qui sono basse da sempre. Le due commesse in negozio prendevano 80 euro a settimana. Ma noi siamo in cinque e i mille

euro di stipendio se ne andavano in gas, luce, mangiare, ringraziando il Signore che il mutuo l’ho finito di pagare lo scorso anno. Dal 19 aprile ho fatto anche il badante, in sostituzione per qualche giorno. Ho chiesto a bar, ristoranti. A parte i caporali e le loro condizioni, è tutto fermo». E come vivete, se da aprile non avete entrate? Il ragionier Rasola sorride timido: «Mio padre faceva l’impiegato all’acquedotto, ha una pensione di 900 euro. Mio suocero faceva l’ambulante, gli danno 498 euro al mese. Meno male che ci sono loro che ci pagano la spesa per mettere a tavola il primo o il secondo. Lebollette le pago, ma quando posso. Che devo fare?».

MURATORI ADDIO

C’è un’intera comunità di muratori a Cerignola che lavorava nei cantieri di tutta Italia. Si ritrovano al tramonto, nella calura di piazza Matteotti, ora in cui i caporali italiani pagano la giornata e ingaggiano i braccianti per l’indomani. Saverio, 60 anni, sta parlando con un uomo sulla cinquantina, un caporale del posto. Li riconosci dalle unghie delle mani pulite, il borsello a tracolla dove tengono il telefonino con i contatti e il taccuino con i nomi dei braccianti ingaggiati, i pantaloni a pinocchietto, i polpacci scoperti, i calzini bianchi corti dentro le scarpe da ginnastica. L’uniforme estiva tipica in Puglia nella gerarchia del lavoro. Quanto pagate a giornata? «Gli italiani 40-45 euro», risponde il caporale. A contratto? «Macché a contratto, qua si fa tutto in nero», si lamenta Saverio e il caporale se ne va. Saverio ha una figlia adolescente ancora in casa, cinque nipotini dai due figli sposati e da tempo disoccupati. Spiega che dal 1970 al 2012 ha lavorato come carpentiere nei cantieri di tutta Italia, fino a Milano e Bolzano. Anche suo padre faceva il carpentiere. «Ma ora non si costruisce più. E come si fa? Non vendono più neanche una casa. Speriamo nella vendemmia. Stanno preparando le squadre di raccoglitori, ma anche oggi sono venuto qui per sentirmi dire che non c’è posto», ammette lui. Prima della vendemmia c’è la raccolta dei pomodori… «No, quelli li fanno gli stranieri. Gli stranieri hanno rovinato la piazza. O forse sono stati i padroni che li pagano 25 euro a giornata. Bah, comunque trovi stranieri anche nella vendemmia».

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“Cibo scadente”?

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cibo

 

Senalazione di Maurizio Ruggiero

 

http://m.mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2015/07/29/news/cibo-scadente-ecco-cosa-mangiano-i-profughi-a-este-1.11853366 – Il Mattino di Padova – 29 luglio 2015

“Cibo scadente”? Ecco cosa mangiano i profughi a Este

di Nicola Cesaro

Abbiamo “testato” la loro mensa all’istituto Salesiano: riso al pomodoro, chele di granchio, tris di contorni e frutta. Tutto di buona qualità. E abbondante

ESTE. Riso al pomodoro, chele di granchio, un tris di piselli, carote e patate e della frutta. Porzioni abbondanti, cibo ben cotto, pane e acqua senza limiti. È questo il pranzo offerto dalla cooperativa Ecofficina alla stampa che, dopo la protesta plateale di lunedì scorso da parte di alcuni ospiti, chiedeva spiegazioni in merito alle lamentele dei profughi sistemati al Manfredini di Este. Il pasto concesso ai media era lo stesso che, da lì a pochi minuti, sarebbe toccato ai quaranta migranti di stanza nell’istituto salesiano. Un pasto simile a quello di qualsiasi altro giorno, come assicura la cooperativa di Battaglia Terme che in giro per il Veneto gestisce almeno altri otto centri per profughi.

Este, Un pasto simile a quello di qualsiasi altro giorno, come assicura la cooperativa di Battaglia Terme che in giro per il Veneto gestisce almeno altri otto centri per profughi.

Il primo di oggi: riso al pomodoro

Il secondo: chele di granchio e tris di contorni

Il pane

Tabelloni

Dispenser dell’acqua

Gli orari della mensa

Raccolta differenziata

«Il cibo viene preparato dalla cooperativa Riesco ed è cotto o a Monselice o a Saccolongo, anche da un cuoco africano» spiega Gaetano Battocchio, vicepresidente di Ecofficina. «Cerchiamo di proporre cibi consoni alle abitudini dei nostri ospiti, avvezzi per esempio a mangiare piatti meno salati dei nostri, pane morbido, pietanze senza funghi o maiale. Vanno matti per il riso e per il pollo, per i fritti e per la frutta, per le spezie e il peperoncino in particolare, e solo pochissimi mangiano piatti come il cous cous. Non hanno la tradizione delle diverse portate e spesso riuniscono tutti i piatti in un unico pastone».

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Fratellastri allo sbaraglio:

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Senalazione di Maurizio Ruggiero

 

chimico

http://www.focus.it/scienza/scienze/l-inseminazione-artificiale-eterologa-e-i-rischi-di-incesto-nascosto-120911-1211 – Focus – 27 settembre 2011

Fratellastri allo sbaraglio: i rischi dell’inseminazione eterologa Negli USA il crescente numero di nati da inseminazione artificiale eterologa sta facendo aumentare il rischio di incesti inconsapevoli tra fratellastri e sorellastre figli dello stesso donatore. Un problema etico e scientifico da risolvere al più presto.

di Franco Severo

Una banca del seme (foto © Louie Psihoyos/Science Faction/Corbis) Il crescente ricorso all’inseminazione artificiale eterologa, cioè la fecondazione degli ovuli con spermatozoi prelevati da una banca del seme, sta facendo nascere nei Paesi dove è consentita, Stati Uniti in testa, un nuovo tipo di preoccupazione sia tra i medici sia tra i genitori dei bambini procreati con questa tecnica.

Il crescente ricorso all’inseminazione artificiale eterologa, cioè la fecondazione degli ovuli con spermatozoi prelevati da una banca del seme, sta facendo nascere nei Paesi dove è consentita, Stati Uniti in testa, un nuovo tipo di preoccupazione sia tra i medici sia tra i genitori dei bambini procreati con questa tecnica. Ognuno di essi infatti potrebbe avere decine o centinaia tra fratellastri e sorellastre e, senza saperlo, in età adulta, potrebbe avere figli con qualcuno di loro.

La festa dei 150 fratelli A parte le ovvie implicazioni di tipo etico legate a questa possibilità, i medici sono sempre più preoccupati dal rischio di diffusione su larga scala di malattie genetiche finora molto rare. In un articolo recentemente pubblicato sul New York Times, Ms Daily, una quarantottenne di Washington che ha una figlia di 14 anni nata da un donatore, per ridurre al minimo il rischio di contatti troppo ravvicinati e di tipo indesiderato con i fratellastri della ragazza, qualche anno fa ha fondato un sito web per cercarli. Negli States i donatori di sperma sono identificati con un numero univoco, così la ricerca dei consanguinei della giovane non è stata particolarmente difficile: oggi ben 150 fratellastri e sorellastre si ritrovano periodicamente in occasione della feste, per la fine della scuola e in altri momenti. «Vederli tutti insieme è impressionante” afferma Ms Daily, “si assomigliano in modo incredibile».

Sex & the number «Mia figlia conosce il numero identificativo del proprio padre biologico proprio per evitare problemi» dichiara al quotidiano americano una mamma californiana. «Va a scuola con molti ragazzi nati da donatori e di qualcuno di loro si è anche innamorata. Questo tipo di prevenzione deve ormai far parte dell’educazione sessuale». E da più parti, sopratutto negli States, si cominciano a chiedere regole più severe: prima di tutto una maggior informazione alle coppie che si rivolgono alle banche del seme, e poi un tetto al numero massimo di bambini che si possono far nascere dallo stesso donatore: secondo l’American Society for Reproductive Medicine non dovrebbe superare i 25. Ma si sa, il business è business è negli States ci sono molti più controlli sul mercato delle aute usato che su quello degli spermatozoi e degli ovociti umani.

AAA fratellastro cercasi…

Ogni anno negli USA i nati da donatori sono circa 60.000 ma solo una piccola parte di essi è registrata negli archivi, online e offline, che permettono di scoprire quali e quanti sono i loro fratellastri e sorellastre. È giusto mandare un uomo o una donna allo sbaraglio nel mondo tenendolo all’oscuro sulla storia e sulle origini di metà del suo patrimonio genetico? Il dibattito, etico e scientifico, è aperto.

La situazione in Italia La legge 40 del 2004 sulla procreazione assistita vieta [vietava essendo stata demolita per via giudiziaria] in Italia la fecondazione eterologa, ovvero con la donazione di ovociti o spermatozoi. Ma in molti Paesi europei e negli USA è consentita, seppure con procedure e normative diverse da Paese a Paese. In tutti i casi sono comunque previsti controlli rigorosi sui donatori, per  assicurarsi che non abbiano malattie infettive o anomalie cromosomiche. La donazione di seme maschile utilizza solitamente materiale crioconservato presso le banche del seme, dopodiché si opta per una fecondazione in vivo o in vitro. La spesa oscilla tra i 1.200 euro per una inseminazione intrauterina fino ai 7-10.000 euro per quella in provetta.

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Ungheria: Il muro anti profughi, Dio nella Costituzione e un’Europa “nemica”

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Viaggio nel Paese nel mirino dell’Ue per la difesa dei valori cristiani e per il suo no all’accoglienza di altri immigrati

L’Ungheria di Viktor Orbán, il controverso primo ministro ungherese, oggetto di forti critiche da parte dell’Unione europea e oggi in prima linea nel fronte euroscettico su molte questioni: dall’economia, all’immigrazione. Molto è cambiato infatti, da quando, leader venticinquenne dell’Alleanza dei giovani democratici nel 1988, il premier ungherese animava i comizi del fronte liberale anti comunista nella piazza degli Eroi di Budapest.

O da quando, per la prima volta al governo dal 1998 al 2002, trasportava l’Ungheria all’interno dell’Alleanza atlantica. Oggi Fidesz è un partito che sta virando sempre più decisamente su posizioni nazionaliste ed euroscettiche. Una manovra, questa, iniziata nel 2010 quando, cavalcando i temi della crisi economica e del malgoverno di sinistra, il partito è tornato al governo ottenendo la maggioranza assoluta in Parlamento con il 52,73%. La svolta conservatrice è proseguita poi nel 2011 con l’approvazione della nuova Costituzione ungherese, nel cui preambolo venivano individuati Dio e i valori cristiani come valori fondanti della nazione, in malcelata contrapposizione con la scelta di Bruxelles di vietare qualsiasi riferimento alle radici cristiane dell’Europa nel trattato di Lisbona. Una Costituzione che ha codificato il primato dei cittadini ungheresi dentro e fuori i confini nazionali, il matrimonio tra uomo e donna come l’unico riconosciuto e la difesa della vita sin dal suo concepimento. E che per questo è stata attaccata dalle istituzioni europee e da Paesi come la Germania, con l’accusa di essere poco rispettosa delle libertà dei cittadini e dei diritti umani.

Nelle ultime elezioni però, quelle del 2014, gli ungheresi hanno rinnovato la fiducia al Fidesz, che ha vinto con il 45% dei voti. La flessione rispetto al risultato del 2010 è spiegata dall’avanzata nelle percentuali elettorali di Jobbik, l’altro punto di riferimento dell’Ungheria nazionalista, che nelle stesse elezioni ha guadagnato quattro punti, passando dal 16% al 20%. L’ascesa di Jobbik è stata confermata anche nelle suppletive dello scorso aprile a Talpoca, dove il partito ha strappato un seggio al Fidesz, tanto da far pronunciare molti analisti sulla seria possibilità per l’estrema destra ungherese di andare al governo nel 2018. Per ora sono solo pronostici, ma sta di fatto che in Ungheria oggi l’opposizione social-democratica non è incisiva, e sono invece le forze nazionaliste a crescere.

Nonostante le forti critiche piovute sul suo esecutivo, il programma di «nazionalizzazione» economica di Orbán ha però vantato degli innegabili successi. Nel 2013 l’Ungheria è uscita dalla crisi e il Pil è salito fino all’1,1%, con l’aumento di domanda interna e occupazione. La ricetta del successo? Gli 800 milioni di euro di prestiti statali alle Pmi e pesanti tasse sui profitti di banche e società straniere. Assieme al taglio dei costi sulla bolletta del gas e della luce, che più di tutto ha fatto entrare Orbán nel cuore degli ungheresi. Non mancano però le contestazioni, come testimoniano le frequenti manifestazioni di piazza contro la piaga della corruzione e le proteste di interi settori come quelli della sanità e della scuola, che lamentano un sistema troppo precario e stipendi troppo bassi. C’è, poi, chi accusa il governo di aver preso una deriva autocratica con le leggi restrittive sulla libertà di stampa e chi punta il dito contro l’eccesso di retorica populista che non troverebbe riscontro nei fatti. Ma c’è un punto sul quale gli ungheresi sembrano essere tutti d’accordo: a entrare nell’Eurozona non ci pensano proprio. Avere una moneta nazionale, viene considerato infatti, da molti, come per la Polonia e la Repubblica ceca, un fattore di competitività. L’adozione della moneta unica, per dirla con le parole di Orbán, è quindi un processo che, se sarà mai avviato, «richiederà decenni». E richiederà anche la modifica della costituzione, che stabilisce nero su bianco che il fiorino ungherese deve essere la moneta nazionale. La recente elezione di Andrzej Duda in Polonia, mostra poi come questa tendenza si stia allargando oltre i confini magiari. Il quarantaduenne del Pis (Diritto e giustizia), la destra populista anti russa di Jarek Kaczynski, è stato eletto presidente con il 53% dei consensi, dopo una campagna elettorale tutta incentrata sull’euroscetticismo e sul richiamo ai valori tradizionali cattolici e patriottici, cavalcando il malcontento dei giovani disoccupati e dei precari. Duda e Orbán hanno una storia simile: entrambi liberali e anticomunisti, seguono un percorso che li porta ad attestarsi su posizioni radicali e conservatrici. Quello che li differenzia è soprattutto l’approccio nei confronti di Mosca: il partito di Duda è profondamente russofobico e anti tedesco mentre al contrario Orbán, nonostante abbia votato anche lui le sanzioni, punta a relazioni privilegiate con il Cremlino. Un partenariato strategico che passa per le ingenti forniture di gas, per i 10 miliardi di euro di investimenti di Mosca sul nucleare in Ungheria e per il sostegno ungherese al nuovo progetto del Turkish Stream.

Quando siamo stati ad Áshottalom, il paesino magiaro al confine con la Serbia divenuto crocevia per migliaia migranti provenienti dalla Siria, dall’Irak, dal Pakistan, dall’Afghanistan, dal Nord Africa e dal Kosovo, ci siamo resi conto dell’entità del fenomeno dell’immigrazione incontrollata in Ungheria. Qualche settimana prima dell’annuncio della costruzione del muro, abbiamo visto e intervistato decine di migranti che nascosti nella foresta che segna il confine con la Serbia, cercavano di aggirare i controlli, pressoché inesistenti, per entrare in Europa. Il sindaco di Áshottalom, Lazslo Toroskay, ci spiegava come questo fosse un fenomeno nuovo, iniziato nel 2012, quando il governo di Orbán, cedendo alle pressioni dell’Ue, ha depenalizzato il reato di immigrazione clandestina. A seguito di questo provvedimento, anche la polizia di frontiera è stata sciolta. «L’Unione europea – accusa il sindaco – dopo averci tolto i mezzi per proteggere questo confine Schengen, non si è interessata minimamente al problema», che nel frattempo ha raggiunto numeri spropositati: le richieste d’asilo in Ungheria infatti sono passate da 2.157 nel 2012 a 43mila per tutto il 2014, e 50mila per i primi mesi del 2015. Oggi i profughi che ogni giorno attraversano il confine sono centinaia. Provenienti tutti dalla rotta balcanica, vengono prelevati perlopiù nella foresta dai trafficanti, oppure si incamminano lungo le strade della cittadina, dove vengono fermati dalla polizia ungherese che li porta nel campo profughi di Röske, vicino Szeged, dove dovrebbero restare tre mesi per i controlli. In realtà la maggior parte riesce a scappare molto prima e a lasciare l’Ungheria per raggiungere l’Italia o la Germania. «L’Unione europea ci ha lasciato soli» questo è quello che ripetono tutti. Anche in parlamento a Budapest, dove sono state pensate una serie di iniziative che hanno fatto discutere. Dalla diffusione dei questionari per verificare la posizione sull’immigrazione di otto milioni di ungheresi, fino all’annuncio choc del ministro degli Esteri Peter Szijjarto, della costruzione del muro di 175 km alto 4 metri al confine con la Serbia per bloccare gli ingressi. Una proposta lanciata due anni fa proprio dal sindaco Toroskay, vicino a Jobbik. E alla fine, dopo che il governo aveva detto di sì nelle scorse settimane a un più sobrio memorandum d’intesa trilaterale con Austria e Serbia per il rafforzamento dei controlli alle frontiere condivise, la controversa legge che prevede l’accelerazione nei processi di espulsione degli immigrati irregolari e la costruzione della barriera è stata approvata anche in parlamento. Grazie al voto in blocco dei parlamentari di Fidesz e Jobbik. La linea dura di Orbán sull’immigrazione quindi, oltre ad essere la risposta ad un fenomeno migratorio difficilmente controllabile è spiegabile anche con la necessità per questo esecutivo di recuperare consensi rispetto all’altra forza politica nazionalista, Jobbik, che, grazie alle sue posizioni radicali proprio su questo tema, sta crescendo nei sondaggi.

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Si delinea la nuova guerra mondiale Usa

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safe zone siriadi Maurizio Blondet

Gli eventi sembrano precipitare. L’aggressione si svolge sui vari fronti aperti dall’Impero del Caos. Vediamoli

Fronte della Siria

Come si sa, Barak Obama ha autorizzato una forte escalation dei bombardamenti in Siria. La scusa è difendere le formazioni di ribelli addestrate dal Pentagono contro DAESH, e di fatto debellate dai terroristi cattivi. Il numero dei ribelli “buoni” (una sessantina) da difendere con bombardamenti aerei rende trasparente come la scusa sia risibile. Il punto è che gli Usa vogliono abbattere il regime di Assad, come erano pronti a fare nel 2013 e sono stati impediti di fare.

Nei giorni seguenti, qualche fonte ventilava un piano occidentale che sembrava poco credibile: mettere “scarponi sul terreno”, per creare zone “liberate” interne alla Siria, dove i terroristi moderati possano instaurare il loro regime al riparo sia da DAESH, sia dall’aviazione siriana. Soprattutto da questa. Poiché le forze armate Usa ed occidentali hanno sempre evitato di impegnare truppe di terra loro proprie in simili teatri (o piuttosto pantani), la cosa pareva fantasiosa.

SAS mascherati da jihadisti operano in Siria

Questa notizia assume tutta la sua gravità se collegata ad un’altra, apparsa il 2 agosto sul britannico Sunday Express: “La SAS si traveste da combattenti dello Stato Islamico nella guerra segreta contro i jihadisti”.

Il giornale ci racconta che “più di 120 membri del reggimento di elite si trovano attualmente nel paese sconvolto dalla guerra, segretamente travestiti in nero e sventolando le bandiere dello Stato Islamico”.

http://www.express.co.uk/news/uk/595439/SAS-ISIS-fighter-Jihadis

Non ci vuol molto a capire che questi commando non servono a “combattere il califfato”, ma sono i puntatori, quelli che sul terreno hanno il compito di “illuminare” i bersagli da colpire, che poi gli aerei (in parte, droni in partenza dalla base turco-americana di Incirlik) colpiscono con bombe a guida laser. Sono stati mandati ad aiutare i jihadisti a rovesciare Assad. Il Sunday Express precisa che questi SAS mascherati da DAESH sono “sostenuti da oltre 250 specialisti che forniscono il sostegno delle comunicazioni”. Ciò che chiarisce in modo definitivo le funzioni dei finti-veri britannici islamisti. Per di più, il giornale inglese cita “l’ex capo dell’esercito britannico lord Richard” il quale dice: “i carri armati entreranno in azione” in Siria, perchè “lo Stato Islamico non sarà vinto senza uno sforzo concertato sul terreno”. Continua a leggere

Nella battaglia di Amburgo l’Italia cercherà di strappare i Marò dalle grinfie dell’India

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Segnalazione Quelsi

unnamed (1)Come annunciato ad Amburgo dalla cancelleria dell’Itlos (International Tribunal for the Law Of the Sea), nella due giorni del 10 ed 11 agosto si svolgerà un’udienza di fondamentale importanza, perchè il giudice Vladimir Vladimirovich Golitsyn ed i suoi assistenti a latere dovranno stabilire se l’India ha legittimamente esercitato la sua giurisdizione sui Marò. A tale riguardo, la posizione dell’Italia è ovviamente che l’India ha arbitrariamente ed illegalmente trattenuto, indagato, arrestato i Marò senza avere il diritto di farlo. Per questo si è presentata istanza perchè, nelle more di una decisione finale circa l’attribuzione della giurisdizione del caso della morte di due pescatori indiani ad Italia od India, decisione che è poi l’oggetto dell’arbitrato richiesto dall’Italia, per Latorre e Girone venga annullato l’ordine di restrizione della libertà individuale, con restituzione dei passaporti. Altresì, si chiede l’annullamento delle disposizioni della Corte Suprema dell’India in ordine al regime di custodia cautelare dei Marò, per la quale l’Italia sollecita una decisione dell’Itlos alla quale le due parti si dovranno necessariamente rimettere, perchè entrambe firmatarie della Convenzione Unclos III, fatta ratificare dai rispettivi Parlamenti.

A lume di ragione le richieste italiane dovrebbero essere completamente accolte, con i Marò rimessi in libertà dall’India e sottoposti al tipo di custodia cautelare che l’Itlos disporrà per loro. Logica vuole, infatti, che non essendosi sinora stabilito a quale tra le due parti verrà riconosciuta la giurisdizione sul loro caso, è assolutamente inaccettabile che una delle due parti, cioè l’India si sia arrogata il diritto di giudicarli. Pertanto, tutte le decisioni prese nei loro confronti sono inficiate alla base da evidente carenza di giurisdizione, e quindi risultano di nessuna rilevanza giuridica e da dichiarare legalmente inefficaci. E’ chiaro che le decisioni della Corte amburghese rivestono enorme rilevanza anche in funzione della soluzione del conflitto giuridico esistente tra Italia ed India. Il pieno accoglimento delle richieste dell’istanza di parte italiana sarebbe un primo significativo passo verso il riconoscimento delle ragioni dei Marò e dell’arbitrarietà dell’azione giudiziaria attuata dall’India.

Il 18 gennaio del 2013, in merito ad un ricorso dei due fucilieri con la partecipazione del governo italiano schierato al loro fianco, la Corte Suprema dell’India emise una sentenza di cui diamo i riferimenti per gli addetti ai lavori, esperti di diritto internazionale e penalisti interessati all’inedito caso dei Marò. Si tratta della sentenza sulla richiesta di Writ Petition (Civil) No. 135/2012 – Republic of Italy and others vs Union of India ed others – corredata da Special Leave Petition (Civil) No. 20370/2012, Massimiliano Latorre and others versus Union of India and others. Il documento di 160 pagine si compone di tre parti. La prima consta di 53 pagine ed è la petizione propriamente detta che rappresenta tutte le deduzioni italiane con tanto di elencazione delle motivazioni che fanno ritenere del tutto illegali le misure prese contro i Marò. La petizione, che è stata curata dall’avv. Harish N. Salve ed appare molto consistente e ben documentata, si conclude con una nota dell’Ambasciata italiana a New Delhi con la quale il governo italiano invoca per Latorre e Girone il riconoscimento dell’immunità funzionale, ovvero che le eventuali responsabilità degli atti commessi dai Marò, militari in regolare servizio ed ufficialmente impegnati in una missione di difesa antipirateria di una nave civile italiana, vadano attribuite al governo italiano stesso, ed il contenzioso sorto con l’Unione dell’India risolto a livello politico-diplomatico.

Tra le argomentazioni della petizione ce ne sono alcune di cui s’è parlato poco, o non s’è parlato affatto, perchè rappresentano delle intriganti speculazioni di carattere prettamente giuridico. Ne segnaliamo un paio. L’arresto dei Marò venne deciso dagli inquirenti del Kerala e le susseguenti indagini preliminari vennero condotte dalla Capitaneria di Porto e dalla polizia di quello Stato. Ora, siccome anche l’India accetta che il reato, se c’è stato, è avvenuto a 20,5 miglia dalla costa del Kerala, le indagini, le testimonianze, gli elementi probatori, le perizie ed ogni altro elemento raccolto dagli inquirenti keralesi non ha alcuna rilevanza legale e forense al fine di istruire un processo contro i Marò. Questo per ragioni inoppugnabili: il limite delle acque territoriali indiane, che giuridicamente fanno parte integrale del territorio indiano, si stende a 12 miglia. Quindi l’incidente con la Enrica Lexie si è verificato fuori dalle acque territoriali, ma all’interno della Contiguous Zone che si estende sino a 24 miglia, e che a sua volta è situata all’interno della Exclusive Economic Zone con limite delle 200 miglia.

Ora, il punto sollevato dall’avv. Salve è questo: nell’azione penale esercitata contro i Marò, il Kerala ha presunto di potere applicare la propria giurisdizione anche al di fuori delle acque territoriali indiane, anche nella Contiguous Zone. Questa decisione è stata opposta dall’Italia facendo nascere una disputa. Trattandosi di un contenzioso su scala internazionale, è ovvio che la contesa non può avvenire tra l’Italia ed il Kerala che non hanno relazioni diplomatiche tra loro, con il Kerala che non ha alcuna titolarità di sovranità secondo il Diritto Internazionale, ma può avvenire solo tra Stati sovrani e riconosciuti come tali secondo il Diritto Internazionale, ovvero tra governi centrali o federali. La stessa Corte Suprema di Delhi ha dovuto riconoscere che il Kerala si è indebitamente arrogato diritti che non aveva. Il fatto che la Corte fosse a conoscenza di questa palese violazione di tutti i principi stabiliti dalla Risoluzione delle Nazioni Unite dal titolo “Declaration on Principles of International Law Concerning Friendly Relations and Cooperation between States in accordance with the Charter of United Nations” avrebbe dovuto invalidare ogni atto giudiziario del Kerala, incluso l’arresto e la detenzione dei Marò. Di conseguenza, la questione loro riguardante avrebbe dovuto divenire un contenzioso da risolversi tra la Repubblica Italiana e l’Unione Indiana, senza coinvolgere sul piano delle responsabilità Latorre e Girone che avrebbero dovuto essere lasciati liberi, sebbene con lo status di indagati.

Un altro punto clamorosamente a favore della posizione italiana e dei Marò è questo. Secondo informativa resa dal Ministero della Marina Mercantile indiano, il St Antony, cioè il peschereccio che ha lamentato l’uccisione di due suoi pescatori da parte di militari sulla Enrica Lexie, di proprietà di Freidy Bosco, non era iscritto nel registro di cui all’Indian Merchant Shipping Act (Legge di navigazione mercantile dell’India) e che al momento dell’incidente navigava SENZA ALCUNA BANDIERA ISSATA, per cui sarebbe stato impossibile per chiunque escludere a priori che si trattasse di pirati. Il St Antony risultava invece registrato a Colachel, distretto di Kayakumari, nello Stato del Tamil Nadu, India orientale. Le licenze di imbarco dell’equipaggio erano state rilasciate dal Matsyathozhilali Forum di Trivandrum, nel Kerala, ma si trattava di documenti personali che non riguardavano la navigabilità del peschereccio. Tra l’altro si è scoperto (dopo) che il St Antony navigava inusitatamente lontano dalla costa perchè c’era un avviso di presenza di pirati. In ogni caso, questa è una seconda ragione per dichiarare inammissibili le prove raccolte dal Kerala, perchè persino secondo il codice penale indiano il caso non era di competenza del Kerala, ma del Tamil Nadu, parte lesa nell’incidente perchè si trattava di battello registrato in quello Stato.

Di seguito alla petizione italiana, la sentenza propone in un sessantina di pagine le controdeduzioni di Goulab Banerji, l’Additional Solicitor General, uno dei sostituti dell’avvocato generale dello Stato, che rappresentava l’Unione Indiana chiamata in causa dal nostro governo e dai Marò. Molte delle sue argomentazioni appaiono pretestuose, spesso infondate, e nelle quali si confonde spesso l’applicazione delle leggi locali ed internazionali. Quando non gli fa comodo, o nulla può opporre alle argomentazioni di Salve, Banerji non entra mai nel merito dei punti sollevati. Ad esempio, per quanto concerne l’immunità funzionale invocata dai Marò, risponde in modo arrogante che “non rientra tra i compiti del governo indiano quello di rilasciare dichiarazioni di immunità per chicchessia”. Speriamo che quando sarà il momento, a Banerji rinfaccino che quando si trattò di salvare da una certa condanna a morte 47 tra ufficiali e soldati dell’India impegnati in missione di pace in Congo, ma che invece di fare i peacekeepers trafficavano in armi, oro e diamanti, derubavano ed assalivano gli indigeni, stupravano donne e bambine spesso sopprimendo le loro vittime, pretesero che magistrati congolesi e l’Onu riconoscessero l’immunità funzionale dei caschi blu indiani e che questi fossero restituiti liberi, sani e salvi al loro Paese.

Alla fine, la posizione indiana ruoterà attorno ad un punto, l’unico sul quale possono sperare i costruire qualche tesi attendibile e degna di profonda ed attenta discussione, questo. Posto che la legge che definisce le Zone Marittime (Maritime Zones Act, 1976) ammette in casi ben precisati la possibilità per uno Stato di estendere la propria sovranità oltre le acque territoriali e sino al limite della Exclusive Economic Zone di 200 miglia, può il caso dei Marò rientrare tra quelli previsti dalla legge per cui il perseguire il reato di omicidio con l’applicazione del Codice Penale Indiano diviene del tutto legittimo?
Noi crediamo di no, e speriamo che ad Amburgo condividano il nostro convincimento. L’art 97 dell’Unclos, Penal Jurisdiction, non lascerebbe adito a dubbi di sorta. Esso si articola in tre commi e, tradotto dall’inglese, recita:

Comma 1. “Nel caso di collisione, o di qualsivoglia altro incidente che coinvolga una nave in navigazione in alto mare, che implichi la responsabilità del capitano o di di qualsiasi altra persona in servizio sulla nave, nessuna azione penale o disciplinare potrà essere intrapresa contro tale persona, fatta eccezione per le autorità giudiziarie od amministrative dello Stato di Bandiera della nave, o dello Stato di cui la persona ha la nazionalità” (quindi solo l’Italia nel caso Marò, ndr).

Comma 3. “NESSUN ARRESTO, nè il SEQUESTRO DELLA NAVE, neppure al solo fine di svolgere indagini, potranno essere disposti da alcuna autorità che non siano quelle dello Stato di Bandiera”.

Ricapitolando, il Kerala si è arrogato il diritto di richiamare in porto la Lexie che stava in alto mare (38 miglia dalla costa) per inquisire i Marò e sequestrare la Enrica Lexie, ciò in aperta violazione di questo articolo, che stabilisce in modo chiaro e senza ambiguità che, trattandosi di incidente avvenuto in acque extra-territoriali, le uniche autorità che avrebbero avuto la giurisdizione sui Marò e l’Enrica Lexie erano magistratura ed inquirenti italiani. Ma questo articolo dice anche molto di più, perchè quando la Corte Suprema ha tolto il fascicolo al Kerala per portarlo a New Delhi, è stata l’Unione Indiana a proseguire nelle violazioni inizialmente commesse dai keralesi continuando a tenere prigionieri Latorre e Girone. In nessun caso l’India può quindi rivendicare la giurisdizione per giudicare i Marò. Ma c’è un ma. L’art. 97 parla di collisione e più generalmente di incidente. Ora, chiederanno gli indiani ad Amburgo, un omicidio a bordo di una nave può essere considerato un incidente in mare? L’obbiettivo degli indiani è evidente: se un omicidio non rientra nella casistica degli incidenti l’art. 97 non si applica, ma se ne può applicare un altro, quello che contempla casi di omicidio.

Per fare questo gli indiani cambiano legislazione e si arrampicano sugli specchi. Intanto aprono una interminabile discussione di lana caprina su una terminologia che può apparire banale, ma che in effetti jon lo è: qual è la differenza tra Sovereign rights e right of Sovereignty? Nel primo caso si tratta di diritti che derivano dall’esercizio della sovranità di un Stato sul proprio territorio. Nel secondo caso si tratta del diritto di imporre la propria sovranità. In altri termini, la legislazione delle Zone Marittime prevede la possibilità per uno Stato di estendere dei diritti di Sovranità, cioè alcuni di essi, non tutti, al di là delle acque territoriali e sino al limite delle 200 miglia. Il caso di right of sovereignty è la possibilità di applicare qualsiasi disposto della propria legislazione, dal fisco al penale entro le 200 miglia. Ma non è così, perchè il Maritime Zone Act non contempla casi penali, perchè la questione non si pone.

Infatti, in linea generale il principio informatore cui ci si attiene deriva da un principio anglosassone dell’800, che tutti hanno sempre rispettato, secondo il quale “un reato va giudicato là dove è stato commesso”. Ora nel caso di reati penali, tipo Marò e simili, il problema si risolve da sè: se il delitto o il reato è commesso in acque territoriali, la giurisdizione è dello Stato cui appartengono quelle acque, l’India nel caso di Latorre e Girone. Se il delitto o reato viene commesso al di fuori delle acque territoriali, anche se si tratta di acque sulle quali in alcuni casi uno Stato può estendere alcuni diritti di sovranità, poichè questi non riguardano mai aspetti penali, ma solo di prevenzione e salvaguardia di interessi economico-ambientali, ecco che si deve applicare il disposto del’art. 97 dell’Unclos, che fa prevalere la giurisdizione dello Stato di bandiera della nave su cui è commesso il reato, o di nazionalità dell’indagato.
Quindi, in nessun caso l’India nella vicenda dei nostri due fucilieri.

Quello che invece vorrebbe fare l’India è sostenere questo sviluppo logico: l’omicidio non è un incidente (ma incidente, non essendo definito, include tutto, qualsiasi accadimento diverso da una collisione, ndr) per cui bisogna applicare una legislazione che contempli esplicitamente l’omicidio. Questa legislazione esiste, è la famosa “Suppression of Unlawfull Acts Against Safety of Maritime Navigation and Fixed Platforms on Continental Shelf Act, 2002”, la quale all’art.3 comma 1 prevede che : “Chiunque commetta deliberatamente atti di violenza contro una persona situata a bordo di una piattaforma fissa o di una nave che può mettere a rischio la sicurezza della piattaforma, o a seconda dei casi, la navigazione di una nave, sarà punito con il carcere sino a 10 anni e passibile di sanzione amministrativa”. Ora di cose se ne possono dire tante, ma qui gli indiani si incartano da soli.

La legge qui invocata, il Sua Act 2002, è la legge promossa dall’Italia in ambito Onu e firmata a Roma nel 1988 dopo i tragici fatti che coinvolsero la nave da crociera Achille Lauro. E’ una legge mirata esclusivamente al contrasto della pirateria e di atti di terrorismo consumati in mare e la cui applicazione è estesa entro il limite delle 200 miglia. Cosa c’entrano i Marò con i terroristi? Peraltro, il loro caso non rientra per definizione tra quelli contemplati dall’art, 3 sopra riportato e che s’inizia con le parole : “Chiunque commetta DELIBERATAMENTE….”. Il St Antony viaggiava in anonimato senza esporre alcuna bandiera, viaggiava in altomare (per dichiarato timore dei pirati) essendo sì e no attrezzato al massimo per la navigazione di piccolo cabotaggio, si è messo su rotta di collisione della Lexie, non ha risposto a nessun richiamo radio, sonoro e visivo, è chiaro che sia stato ritenuto una barca di pirati, per cui come si potrebbe sostenere che è stato deliberatamente attaccato? Del resto la stessa Corte Suprema ha definito il fatto come “omicidio di due pescatori indiani erroneamente scambiati per pirati”.

Tra l’altro, nella sentenza della Corte suprema, che occupa le ultime 40 pagine del dispositivo del 18 gennaio del 2013, si è richiamato il comma relativo all’aggressione in mare. In effetti, la NIA aveva tentato di applicare un altro comma, quello che riguarda il caso dell’uccisione di una persona con conseguente rischio della sicurezza di navi o piattaforme, caso in cui il carcere sino a 10 anni più la multa sono sostituiti dall’impiccagione. Una interpretazione del caso Marò affondata dalla Corte Suprema, dal primo ministro indiano, all’epoca Singh, e da tre ministri, Esteri, Interni e Giustizia. La parola ora passa alle parti, agli avvocati ed ai giudici di Amburgo, dei quali abbiamo grande stima e nei quali riponiamo piena fiducia. Ci siamo letti e riletti le carte un sacco di volte e ci siamo convinti che gli indiani non hanno nulla in mano. Speriamo sia veramente così e di rivedere presto anche Girone sulle spiagge di Puglia.

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