Santa Sede occupata dai modernisti: è nato il “cittadino del mondo”

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GIORNATA MONDIALE

Segnalazione di Federico Prati

Turisti a Milano – ANSA

02/07/2015 13:59

Il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti ha pubblicato il suo  Messaggio in occasione della prossima  Giornata Mondiale del Turismo che sarà  celebrata il 27 settembre  sul tema: “Un miliardo di turisti, un miliardo di  opportunità”. Si tratta di una soglia raggiunta nel 2012, ma i numeri  continuano a crescere, tanto che le previsioni stimano che nel 2030 si  raggiungerà il nuovo traguardo di due miliardi. A questi dati si devono  aggiungere cifre ancora più elevate legate al turismo locale.

“Siamo in una fase di mutamento, in cui cambia il modo di spostarsi e, di  conseguenza – afferma il Messaggio – anche l’esperienza del viaggio. Chi si  muove verso Paesi diversi dal proprio, lo fa con il desiderio, più o meno  consapevole, di risvegliare la parte più recondita di sé attraverso l’incontro,  la condivisione e il confronto. Il turista è sempre più alla ricerca di un  contatto diretto con il diverso nella sua straordinarietà. Si è ormai  affievolito il concetto classico di ‘turista’ mentre si è rafforzato quello di
‘viaggiatore’, ovvero, colui che non si limita a visitare un luogo, ma, in  qualche modo, ne diventa parte integrante. È nato il ‘cittadino del mondo’. Non  più vedere ma appartenere, non curiosare ma vivere, non più analizzare ma  aderire. Non senza il rispetto di ciò e di chi si incontra”.

“Le imprese del settore – osserva il dicastero – sono le prime a doversi  impegnare nella realizzazione del bene comune. La responsabilità delle aziende  è grande, anche in ambito turistico, e per riuscire a sfruttare il miliardo di  opportunità è necessario che ne siano consapevoli. Obiettivo finale non deve  essere il guadagno quanto l’offerta al viaggiatore di strade percorribili per  raggiungere quel vissuto di cui è alla ricerca. E questo le imprese lo devono  fare nel rispetto di persone e ambiente”.

“Anche le comunità locali – prosegue il Messaggio – sono chiamate ad aprire i  propri confini all’accoglienza di chi arriva da altri Paesi spinto dalla sete  di conoscenza. Un’occasione unica per l’arricchimento reciproco e la crescita  comune. Dare ospitalità permette di far fruttare le potenzialità ambientali,  sociali e culturali, di creare nuovi posti di lavoro, sviluppare la propria  identità e valorizzare il territorio”.

“Un miliardo di turisti, se ben accolto – si legge nel testo – può  trasformarsi in un’importante fonte di benessere e sviluppo sostenibile per l’intero Pianeta. La globalizzazione del turismo porta, inoltre, al nascere di un  senso civico individuale e collettivo. Ogni viaggiatore, adottando un criterio  più corretto per girare il mondo, diventa parte attiva nella tutela della  Terra. Lo sforzo del singolo moltiplicato per un miliardo diventa una grande  rivoluzione. Nel viaggio si cela anche un desiderio di autenticità che si  concretizza nell’immediatezza dei rapporti, nel lasciarsi coinvolgere dalle  comunità visitate. Nasce il bisogno di allontanarsi dal mondo virtuale, tanto
capace di creare distanze e conoscenze impersonali, e di riscoprire la  genuinità dell’incontro con l’altro. E l’economia della condivisione è in grado  di intessere una rete attraverso la quale si incrementano umanità e fratellanza  capaci di generare uno scambio  equo di beni e servizi”.

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Attenti a scordarvi l’Ucraina, potrebbe tornare a farsi ricordare in maniera molto brutale

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DONBASS

Segnalazione di Federico Prati

DI MAURO BOTTARELLI

ilsussidiario.net

Ma l’Ucraina è sparita? Per settimane ogni singolo telegiornale apriva la  propria edizione con gli sviluppi del conflitto nel Donbass, con i suoi  risvolti geopolitici e con la reazione pavloviana dell’Europa alle sanzioni  statunitensi contro Mosca. Oggi, a parte il giallo dell’aereo malese e della  sua carcassa dispersa per migliaia di chilometri, silenzio totale. Come mai?  Forse perché l’operazione “primavera araba” in salsa ucraina non è andata come  si sperava? Anzi, come Washington sperava, almeno per adesso. E non è solo e  tanto la questione militare a preoccupare, quanto quella del debito e della  crescita economica, visto che la parte russa del Paese, la Crimea della
discordia, è il cuore industriale.

Inoltre, gli investitori esteri stanno già oggi abbandonando il Paese perché  spaventati dalle continue tensioni, con i giganti Shell e Chevron che hanno già  cancellato tutti i progetti legati al gas nell’area: di più, a causa del  conflitto, l’Ucraina sta vivendo un paradosso, essendosi trasformata da  fornitore netto di energia per la regione a nazione sempre di più dipendente da  energia importata.

Unite a questo la crisi della moneta nazionale, la hryvnia, crollata di oltre  il 60% sul dollaro da inizio di quest’anno e capirete facilmente come il debito  del Paese, denominato in dollari, stia diventando sempre più insostenibile,  tanto che il Fmi ha già sancito la necessità di una sua ristrutturazione,  nemmeno a dirlo a condizioni molto meno capestro di quelle offerte alla Grecia  (prima, oltretutto, di tagliare la corda dal terzo salvataggio, statuto alla  mano).

E non basta, perché se da un lato Mosca va affrontata militarmente, dall’altro  la Russia è uno dei principali creditori del Paese, il cui stock di debito da  70 miliardi di dollari sta ormai diventando argomento di intenso dibattito  internazionale, ancorché molto sottotraccia e in silenzio. E mentre Grecia e Ue  stanno provando a chiudere un accordo, nelle stesse ore Kiev ha detto  chiaramente di non poter far fronte agli obblighi che i creditori le impongono.  Sarà, ma non ho notato in giro lo sdegno riservato ad Atene, potere forse di  buone amicizie. Il primo ministro ucraino, Arseniy Yatsenyuk, ha chiesto ai  creditori di capire come il suo Paese sia in guerra e abbia già perso un quinto  della sua crescita economica totale, con il Pil sceso del 23% dal 2012 e con il  Fmi che quest’anno attende un’altra, dura contrazione.

E che qui la faccenda sia rischiosa lo ammette proprio il Fmi, il quale nel  suo ultimo outlook sui rischi legati al debito ucraino ha definito gli stessi «eccezionalmente alti», arrivando a raccomandare ai detentori di bond di  incorrere in perdite ora, in modo che la posizione debitoria ucraina non vada  fuori controllo da qui al 2020, come ci mostra il grafico a fondo pagina. E  ancora una volta, i cosiddetti regolatori stanno dimostrandosi niente più che  dilettanti allo sbaraglio, visto che di fronte a una sostenibilità a lungo  termine di questa delicatezza, il Fmi aveva previsto per quest’anno una  contrazione del Pil ucraino del 5,5%, salvo rivederla a fine luglio al -9%!
Mikolay Gueorguiev, capo della missione del Fondo in Ucraina, ha dichiarato a  discolpa delle errate previsioni che «il conflitto nell’area Est del Paese ha  avuto un impatto più duro del previsto sull’economia nel primo trimestre» e ha  messo in guardia dal fatto che, a  fronte di un possibile, ulteriore peggioramento, potrebbe scatenarsi una crisi  umanitaria con decine di migliaia di persone che si trasformeranno in profughi,  scappando da un Paese a pezzi verso una vita migliore. Attenzione, quindi, a un
potenziale fronte di immigrazione anche da Est, visto che i governi dell’area  balcanica non sembrano molto inclini all’accoglienza, come dimostra il muro  ungherese al confine con la Serbia.

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Quando nasce la teologia della liberazione?

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Consiglio Episcopale Latinoamericano

Segnalazione di Federico Prati

Ufficialmente nasce nel CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano) di  Medellin nel 1968 in cui i vescovi latinoamericani si riunirono per discutere  le conseguenze per la Chiesa del Concilio Vaticano II…

Dom Helder Câmara (1909-1999), Arcivescovo Emerito di Recife (Brasile), ha  firmato il Patto delle Catacombe ed è stato uno dei maggiori precursori della  eresia della liberazione latinoamericana, e uno degli esponenti che ha  maggiormente integrato “dimensione politica e dimensione spirituale della fede  cristiana”… (In Brasile è consueto dire che Dom Helder ha creduto più in Marx che in  Dio…)

Il “Patto delle catacombe”, per una Chiesa serva e povera

(14-04-09) – Redazione

In ricordo di dom Helder Câmara Il “Patto delle catacombe” per una Chiesa  serva e povera Il 16 novembre del 1965, pochi  giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri  conciliari hanno celebrato una Eucaristia nelle  catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù. Dopo  questa celebrazione, hanno firmato il “Patto  delle Catacombe”. Il documento è una sfida ai “fratelli nell’Episcopato” a  portare avanti una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva  suggerito il papa Giovanni XXIII. I firmatari – fra di essi, molti brasiliani e  latinoamericani, poiché molti più tardi aderirono al patto – si impegnavano a  vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a  mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ha avuto una  forte influenza sulla Teologia della  Liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti. Uno dei firmatari e  propositori del Patto fu dom Helder Câmara, il cui  centenario della nascita è stato celebrato il 7 febbraio. Ecco il testo:  Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della  nostra vita di povertà secondo il Vangelo;  sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi  vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in  unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla
grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo,  sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi;  ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla
Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre  diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra  debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio  vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto  segue:

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Il matrimonio gay ha il suo patrono: Nerone

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FAMIGLIA NATURALE

Segnalazione di Federico Prati

Considerate questo articolo un dotto mea culpa. A lungo ho sostenuto l’impossibilità di contestare il “matrimonio” omosessuale per il semplice fatto  che mancano argomenti positivi per sostenerlo. Affermare che un omosessuale non  ha diritto a sposare un altro uomo non è diverso dall’affermare che un unicorno  non ha diritto a essere un programmatore informatico. La proposizione è  intrinsecamente assurda e contestarla significa darle credito illimitato. A  riprova di questo fatto, ho sottolineato che mai prima della fine del secolo  XX, almeno entro i confini della civiltà occidentale, si è pensato al  matrimonio tra due persone dello stesso sesso.

Purtroppo, però, sul secondo punto la memoria storica mi ha tradito. Ecco quel  che scrive Svetonio (70-126) nelle Vite dei Cesari, al libro VI, intitolato  Nerone: «Avendo castrato il giovane schiavo Sporo e volendo persino cambiarne  la natura da maschile  a femminile, lo prese in moglie secondo il normale rito  matrimoniale con tanto di dote e di velo nuziale». E, continua lo storico  romano, «questo Sporo, agghindato come un’imperatrice e trasportato in lettiga,  Nerone se lo portò nelle corti di giustizia e nei mercati di Grecia, quindi a  Roma nelle botteghe dei ritrattisti, baciandolo di continuo con passione» (VI  28). Malgrado il tono severo di Svetonio, si era, dopo tutto, in un’epoca  intollerante, retriva, dal suo resoconto risulta chiaro quanto Nerone fosse in  anticipo sui tempi nel riconoscere la “costruzione sociale del gender” e “la
mobilità del desiderio”, dunque nell’agire in base a essi, tanto da divenire un “modello” utile agli odierni guerrieri del gender: «Avendo prostituito il proprio stesso  senso del pudore a tal punto da avere insozzato quasi ogni parte del proprio  corpo, alla fine escogitò una specie di gioco: ricoperto delle pelle di un  animale selvatico, si faceva liberare da una gabbia e assaliva i genitali di  uomini e di donne legati a un palo, e, dopo avere dato sufficiente sfogo alla  propria furia, si abbandonava al suo liberto Doriforo. A questi si concesse  come una sposa, esattamente come lui aveva già preso Sporo, imitando persino i  gridi e i gemiti delle vergini che vengono stuprate» (VI, 29).

Anche un altro storico romano, Tacito (56-120), dice (purtroppo in termini  analogamente obbrobriosi) che Nerone, «il quale non si era negato alcuna forma  di depravazione, si unì in matrimonio a uno di quei degenerati noti come “pitagorei” con solenne rito nuziale» (Annali, XV, 37). Né Svetonio né Tacito  condannano, comunque, tutti gli atti di Nerone e la loro approvazione segna un’altra di quelle caratteristiche del suo regno che ne farà poi il beniamino  degli attivisti dell’uguaglianza di gender. Dopo avere narrato del grande  incendio che distrusse gran parte di Roma nel 64, Tacito precisa che il popolo  aveva cominciato a sospettare Nerone di esserne stato il mandante: «Fu così che  per soffocare queste voci Nerone incolpò e condannò a pene di crudeltà  particolarmente sottile certi uomini disprezzati per i loro comportamenti  oltraggiosi che la plebaglia chiamava cristiani. […] Un gran numero di loro fu  condannato non tanto per  l’accusa di avere appiccato l’incendio quanto per l’accusa di odiare il genere  umano. E ai loro supplizi si aggiungeva lo scherno, dal momento che venivano  ricoperti con pelli di animali selvatici e dilaniati dai cani, oppure appesi a  croci o preparati per il rogo così che, quando la luce del giorno calava, si  dava loro fuoco illuminando la notte» (Annali, XV, 44).

A onore del vero, Tacito ammette che la barbarie di Nerone era tale da  suscitare pietà persino nei “colpevoli” cristiani. Eppure lo zelo di Nerone non  mancherà di suscitare l’attenzione degli attuali custodi della tolleranza e di  quegli attivisti che vogliono esser certi di bandire l’odio dal mondo. Nerone  avrebbe infatti trovato una punizione certamente più adatta dei volgari 135mila  dollari di multa comminati dal ministro del Lavoro dell’Oregon, Brad Avakian,  ad Aaron e a Melissa Klein, titolari di una pasticceria. In confronto alla “sofferenza emotiva e mentale” che i Klein hanno inflitto a Rachel e a Laurel  Bowman-Cryer (i nomi non me li sto inventando) rifiutandosi di preparare una  torta per il loro “matrimonio” lesbico, la distruzione dell’azienda di una  famiglia con cinque bambini e quella misera sanzione pecuniaria sembrano una
semplice “bacchettata sulle mani”. Su come reprimere l’odio e l’intolleranza e  Brad  Avakian – e se per questo pure il giudice della Corte Suprema Anthony Kennedy
– avrebbe certamente qualcosa da imparare dall’imperatore Nerone. Dopo tutto,  cos’è il destino di cinque bambini quando sono in gioco i sentimenti feriti e  la dignità di stili di vita alternativi?

Ovviamente sarebbe più umano, più prudente, seguire il programma moderato di  Plinio il Giovane (61-113), governatore romano della Bitinia e del Ponto mezzo  secolo dopo Nerone, durante il regno di Traiano (53-117). Nel resoconto  concernente i rapporti con i cristiani che inviò all’imperatore (Lettere, X,  96), Plinio dice di avere esposto immagini degli dèi e di avere offerto loro  incenso e vino di modo che coloro che erano accusati di essere cristiani  fossero costretti ad adorare gl’idoli e «in più a parlare male di Cristo» («praeterea male dicerent Christo»). Dato che nessun cristiano avrebbe compiuto  quei gesti, chi lo avesse fatto sarebbe stato scagionato dall’accusa di essere  cristiano. Oggi il mondo secolarizzato ha modi equivalenti per costringere i  cristiani ad adorare gli dèi e l’imperatore: corsi di addestramento alla  diversità, lezioni di gestione della rabbia, campi di rieducazione… e di  pasticceria nuziale. Per ora queste  procedure non sono ancora state messe in atto, come invece lo furono quelle di  Plinio, con la minaccia della pena di morte («supplicium minatus»). Ma chi può  sapere cosa riserva il futuro?

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Ex deputata di centro-destra Fiamma Nirenstein ambasciatore di Israele in Italia

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L’annuncio del premier israeliano Netanyahu: «Sono convinto che avrà successo nel rendere più profonde le relazioni tra Israele e l’Italia»

di Redazione Online 

Reportage e impegno per combattere l’antisemitismo

Giornalista e scrittrice, 70 anni il prossimo dicembre, la fiorentina Nirenstein è stata deputata per il Popolo della Libertà nel 2008 e ha ricoperto il ruolo di vicepresidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati nella XVI Legislatura. Da Gerusalemme ha scritto reportage, commenti, storie, interviste, sui conflitti, le guerre, il terrorismo, sulle dinamiche fra le tre religioni monoteiste e sui segnali di pace, di democratizzazione e di conflitto nell’area intera. Ha scritto dieci libri. L’ultimo, «A Gerusalemme», è uscito nel 2012 per Rizzoli. Dal ‘94, dopo aver ricoperto per due anni l’incarico di direttore dell’istituto di cultura italiana a Tel Aviv, ha deciso di trasferirsi a Gerusalemme per testimoniare la lotta del popolo ebraico per vivere in pace nello Stato d’Israele, e da allora vive tra l’Italia e l’Israele. Dal dicembre 2008, Nirenstein è uno dei sei componenti del Direttivo della Coalizione Interparlamentare per Combattere l’Antisemitismo (ICCA) mentre nel 2011 è stata eletta all’unanimità presidente del Consiglio Internazionale dei Parlamentari Ebrei, un organismo che riunisce i parlamentari ebrei da tutto il mondo. Nel giugno 2011 è inserita nella lista, che ogni anno compila il quotidiano Jerusalem Post, dei «50 ebrei più influenti del mondo», quest’anno capeggiata dal fondatore di Facebook Mark Zuckerberg

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Il sindaco musulmano rifiuta l’accoglienza per i profughi

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Il primo cittadino dell’Argentario Arturo Cerulli non vuole immigrati nel suo Comune. “Se avessi strutture le userei per i miei concittadini”. E attacca la sinistra radical chic

«Musulmano doc, convertito 27 anni fa, ma i migranti a Porto Ercole e Porto Santo Stefano non li voglio».

Arturo Cerulli, primo cittadino di Monte Argentario, strizza l’occhio all’Islam, ma chiude la porta ai profughi.

Lui, ingegnere nucleare cresciuto con l’ambizione di diventare sindaco, ha le idee chiare e sa bene che in un territorio come il suo questa convivenza stona. Nemmeno i progressisti di sinistra che da sempre trascorrono le vacanze qui, gradirebbero la presenza dei migranti. E forse, proprio per questo, buona parte della provincia di Grosseto e la Versilia a oggi si sono salvate.

Nella rossa Toscana sono 146, infatti, i Comuni che hanno detto «no» all’accoglienza. E poco importa se il presidente della Regione Enrico Rossi batte i piedi. «Il governatore dice che è nostro dovere farci carico dei profughi – tuona Cerulli – ma alla domanda “dove li metto, che gli faccio fare” non sa rispondere. Il contributo che ci darebbe lo Stato per l’accoglienza, poi, finirebbe mentre i problemi restano».

Il flusso incessante dal Mediterraneo prevede per la Toscana 5000 nuovi arrivi entro fine agosto. Eppure questo territorio offre già ospitalità a 4mila persone e copre il 5 per cento del totale nazionale. Ma più di 180 sindaci su 278 non sono disposti a fare di più. Cerulli è tra questi. Non lo fa per razzismo, lui che ha sposato una indonesiana e si è convertito due volte alla religione musulmana. Ma per realismo. «Mi hanno eletto sindaco dell’Argentario – spiega – e penso al mio territorio. Siamo tutti buoni a farci carico dei problemi del mondo, ma non deve accadere a discapito degli italiani. L’Argentario già contribuisce con 6 milioni di euro al patto si solidarietà. Qui siamo 13.500 e i problemi non mancano. Non abbiamo strutture libere per ospitare, ma se le avessi penserai ai miei cittadini. Ci sono cento famiglie in lista d’attesa per la casa». Sulla stessa linea la maggior parte degli amministratori toscani a cui il governo ha chiesto un ulteriore sforzo. Ma accanto ai piccoli centri, impossibilitati all’accoglienza, ci sono le intoccabili mete di vip e intellettuali progressisti, che predicano ma lo straniero come vicino non lo vogliono. Il diniego, in molti casi, è legato anche crisi economica. «C’è disoccupazione – sottolinea Cerulli – se questi profughi vengono e lavorano gratis a Porto Ercole e Porto Santo Stefano sottraggono posti di lavoro ai concittadini. I benpensanti di sinistra invece di parlare aprissero le braccia agli extracomunitari così i radical chic li fanno a casa loro. Io non sono contrario all’accoglienza ma se non riesco a gestirla diventa un boomerang e non sono due lire che il governo può dare a garantire quella sicurezza fondamentale per gli abitanti dell’Argentario e per i vacanzieri».

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C’è un modo diverso di essere europeisti. Anzi due

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Viktor Orban

“Nessuno vi ha invitati. Ma adesso che siete qui, dovete rispettare le nostre norme, come noi rispettiamo le vostre quando andiamo nei vostri paesi. Se non vi piace qui, andatevene”. E’ la frase che il presidente ceco Milos Zeman ha rivolto ai clandestini, che avevano organizzato una rivolta in un centro di ritenzione a nord-est della repubblica, compiendo atti di vandalismo; la polizia aveva dovuto far ricorso ai lacrimogeni. Un tipo di cose cui siamo assuefatti noi, ma nei paesi civili fanno ancora una certa impressione.

Indignazione ufficiale e ufficiosa dei “grandi” media, mentre la frasetta è diventata (come si dice) “virale sul web”. E’ tipica patologia del nostro tempo che le più ovvie asserzioni di verità siano vietate, e che chi le pronuncia sia additato come uno scandaloso o (secondo i casi) come un coraggioso alternativo. Sono forse stati invitati, i clandestini? No. Esigere che rispettino “le nostre norme” è forse una pretesa assurda, che denota mancanza di carità? Se no, possono andarsene da casa nostra: Zeman dice la verità. Che cattiveria!

La Stampa, divenuta sotto la direzione del Calabresi l’Amerikano il modello del politicamente corretto più viscido e untuoso, qualche settimana fa’ ha voluto assestare il calcio dell’asino (è la sua specialità) su Orban. “L’Ungheria alza un muro contro i migranti”, e commenta: “Nuove cortine di ferro rischiano di spuntare in Europa”.

Un esempio di furfanteria giornalista impunito (come tanti altri). Naturalmente si tace che l’Ungheria ha 9 milioni di abitanti e vede arrivare decine di migliaia di immigranti ogni mese.

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Siena, il bonus bebè arriva dal parroco: “Duemila euro se fai tre figli” e…prima gli italiani!

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STEFANO BIMBI

 

Parroco conciliare, ma stavolta l’iniziativa e’ buona, e attuale. Nella sua praticita’ lancia un ottimo messaggio

Siena, 9 agosto 2015 – Duemila euro a famiglia per ogni figlio nato a partire dal terzo. Intanto gli italiani di fede cattolica, poi, se ci saranno i soldi, anche quelli stranieri, purché cattolici. È il bonus bebè fatto in casa, anzi in parrocchia. Ideato da un giovane sacerdote, don Stefano Bimbi, parroco di Staggia, piccolo borgo in provincia di Siena. Siccome nelle famiglie le casse sono a secco da un bel po’ e con i bilanci crollano anche le nascite, per invertirela tendenza o comunque per incoraggiare babbi e mamme a mettere al mondo altri bambini, la parrocchia ha deciso di frugarsi in tasca e regalare un assegno da duemila euro a ogni famiglia con almeno tre bambini. Mica poco visti i tempi. Tra i requisiti per ricevere i soldi figurano l’avere la cittadinanza italiana, l’essere sposati in chiesa e la residenza in questo piccolo borgo sprofondato nella campagna senese.

 

L’assegno viene consegnato ai genitori il giorno del battesimo e quindi, oltre a quelle straniere, sono automaticamente escluse anche le famiglie di altre religioni. Le finanze, nonostante il buon cuore dei tanti parrocchiani che non lesinano offerte, non sono floride e in attesa di tempi migliori il parroco, don Stefano Bimbi, che ha avuto l’idea del bonus bebè, è costretto a fare di necessità virtù. “Se le possibilità economiche ce lo consentiranno, in futuro estenderemo il contributo anche alle famiglie straniere. Me lo auguro vivamente. Al momento siamo partiti dagli italiani, non possiamo fare di più”, spiega il sacerdote. Dall’inizio dell’anno a oggi sono già quattro i bambini nati cui è andato il dote il tesoretto.

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Quando i comunisti italiani discriminavano i gay

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Quando il Pci “mangiava” i gay. Il caso Pasolini

di Rino Cammilleri

Tra la fine del 1949 e i primi mesi dell’anno seguente Pier Paolo Pasolini venne espulso dal Partito Comunista Italiano, ufficialmente per «deviazioni ideologiche», in verità per uno scandalo omosessuale in cui il futuro regista era rimasto coinvolto. Come ricorda Marco Belpoliti in un suo saggio dedicato alla faccenda, nel settembre del 1949 il settimanale comunista di Udine, Lotta e lavoro, aveva accusato di corruzione di minorenni un alto esponente democristiano del quale venivano fornite pure le iniziali.

La clamorosa sconfitta nelle elezioni del 18 aprile 1948 ancorabruciava, e specialmente nel Friuli-Venezia Giulia la batosta per i comunisti era stata pesante. Così, lo scandalo Pasolini –che era pure segretario di sezione- a poche settimane di distanza non poteva essere tollerato. Al di là degli artifici verbali della misura espulsiva, il giudizio del Pci sull’omosessualità era, a quel tempo, diametralmente opposto a quello, odierno, dei suoi eredi. Sempre Belpoliti rammenta che nel maggio 1950 (dunque, pochi mesi dopo l’espulsione di Pasolini) su Rinascita, la rivista ufficiale del partito, il leader Palmiro Togliatti, firmandosi con lo pseudonimo Roderigo di Castiglia (singolarmente, un grande combattente cristiano contro i musulmani del IX secolo), se l’era presa con le posizioni antisovietiche dello scrittore francese André Gide, consigliando a quest’ultimo, piuttosto, di «occuparsi di pederastia, dov’è specialista».

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Ultime notizie sulla crisi internazionale tra Siria-Turchia- Stati Uniti

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ZAR PUTIN

 

Segnalazione di Vittoriano Mezzi


The Moscow Times- Il presidente russo, Vladimir Putin, ha rotto il protocollo diplomatico convenzionale ed ha convocato personalmente l’ambasciatore turco a Mosca, Sr. Ümit Yardim, per avvertirlo che la Federazione Russa intende rompere nell’immediato le relazioni diplomatiche con la Turchia a meno che il presidente turco, Recep T. Erdoğan, metta fine al suo sostegno fornito all’ISIS ed ai ribelli in Siria, dove la Russia dispone della sua ultima base navale nel Mediterraneo, a Tartous.

Il presidente russo presumibilmente è entrato in una lunga discussione nel criticare la politica estera turca ed il suo ruolo malevolo in Siria, in Iraq e nello Yemn dovuto all’appoggio fornito costantemente dal governo di Ankara ai terroristi di Al Qaeda-sauditi, ha informato di questo il Times di Mosca, riferendo che la conversazione con l’ambasciatore turco è divenuta molto accesa fino a sfociare in una accesa polemica.

Secondo le informazioni filtrate ed ottenute da “The Moscow Times”, l’incontro tra Putin e l’ambasciatore turco era imbevuto da intenso risentimento reciproco dove il sr. Yardim ha respinto tutte le accuse della Russia, attribuendo alla Federazione russa la causa della dura e prolungata guerra civile in Siria. “…..allora dica al suo presidente dittatore che può andare all’inferno assieme ai suoi terroristi dell’ISIS e noi faremo in modo che la Siria divenga niente di più che una grande Stalingrado, per Erdogan ed i suoi alleati sauditi che non sono meglio di Adolf Hitler”, questa la testuale risposta di Putin nella riunione a porte chiuse di due ore con l’emissario turco.

“Come risulta ipocrita il suo presidente visto che lui afferma di difendere la democrazia e di fustigare il golpe militare in Egitto, ha aggiunto Putin, mentre approva simultaneamente tutte le attività terroriste dirette a rovesciare il presidente siriano! “Ha aggiunto Putin.

Il presidente russo ha continuato dicendo che il suo paese non abbandonerà mai il governo legittimo in Siria e coopererà con i suoi alleati, come si sa con l’Iran e con la Cina, per trovare una soluzione politica all’interminabile guerra in Siria che ha fatto precipitare la nazione araba in un situazione di conflitto permanente e di anarchia religiosa.

Fonte: www.maurizioblondet.it/putinallambasciatoreturcofaremodellasiriau

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