LA STORIA NON CI HA INSEGNATO NIENTE: UNA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE APPARENTE É DIETRO L’ANGOLO

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Il sistema parlamentare italiano è di tipo bicamerale perfetto, ossia Camera dei deputati e Senato della Repubblica – seppur con differenti composizioni, il maggior ruolo del Presidente del Senato e alcune differenze procedurali dettate dai rispettivi regolamenti – svolgono la medesima funzione: entrambi devono approvare un testo nella stessa formulazione.

Prima la riforma costituzionale di Berlusconi e poi quella di Renzi hanno cercato di modificarne sensibilmente l’assetto ma la bocciatura in sede referendaria ne ha impedito l’entrata in vigore.

Da anni questo modello istituzionale è illegittimamente picconato ma quello che sta avvenendo in questi mesi e, ancora di più, in questi ultimi giorni fa inorridire anche il più ciuccio dei giuristi.

Oramai, in totale contrasto con la Costituzione e con i regolamenti parlamentari (anch’essi di rilievo costituzionale), si è passati da una Repubblica bicamerale perfetta ad una monocamerale a gestione governativa.

L’apposizione costante della questione di fiducia su articolati incomprensibili in forma di maxi-emendamenti taglia la lingua e impedisce qualsiasi iniziativa a parlamentari e gruppi parlamentari, di opposizione e maggioranza, violando, altresì, le più elementari regole della tecnica legislativa e aprendo la stura, quindi, a disposizioni incomprensibili.

Un poco di ordine per capire meglio.

La questione di fiducia viene richiesta dal Governo (tramite il Ministro per i rapporti con il Parlamento) per ridurre al massino i tempi di approvazione di una legge o di un disegno di legge di conversione di un decreto legge, considerati di prioritaria importanza per l’azione dell’Esecutivo. Siffatta richiesta determina la decadenza di tutti gli emendamenti ed i subemendamenti sino a quel momento presentati, esprimendosi, di conseguenza, l’Assemblea sul testo redatto dalla Commissione competente o proveniente dall’altro ramo; la sua mancata approvazione genera le dimissioni del Governo (al pari del voto di una mozione di sfiducia o di una mozione di fiducia che non ha raggiunto la maggioranza). È ovvio che questo mezzo è adoperato da qualsiasi Governo come grimaldello, o se preferite minaccia, per far votare a favore tutti i parlamentari che lo sostengono. L’attività del parlamentare consiste proprio nella ricerca del miglioramento dell’atto normativo per il tramite di emendamenti, subemendamenti e ordini del giorno: impedire i primi due significa menomare l’essenza primigenia della funzione legislativa assembleare, quasi del tutto illegittimamente assorbita da quella governativa. La questione di fiducia, prevista dai regolamenti parlamentari, è un’arma potente che andrebbe adoperata in maniera accorta e accurata, rischiando essa di cancellare dalla cartina geografica istituzionale le competenze della Camera e del Senato, rimanendo così lettera morta gli artt. 70-82 della Carta. La stessa Consulta – con l’ordinanza n. 17 del 2019 –  ha facoltizzato i singoli deputati e senatori ed i loro gruppi di appartenenza ad adirla in presenza di “sostanziali negazioni” o di “evidenti menomazioni”.

Non finisce qui. Il Governo oramai è solito, prima di presentare la questione di fiducia, riformulare il disegno di legge di bilancio o i disegni di legge di conversione dei decreti legge in un unico articolato, inglobante il testo originario con tutte le eventuali modifiche apportate dalle commissioni competenti o dall’altro ramo del Parlamento (se già coinvolto). Questa riformulazione forgia una normativa estremamente complessa e di difficile lettura anche per gli esperti del settore, formata prevalentemente da pochi articoli (se non da uno solo) parcellizzati in commi base e aggiuntivi (bister, etc), oltre che in lettere suddivise a loro volta in numeri (senza contare i continui richiami ad altre norme).

Alla grossolana violazione della Costituzione dovuta alle continue, anzi ossessive richieste di fiducia ad opera del Governo, si somma l’altrettanta lesione costituzionale cagionata dalla inintelligibilità delle disposizioni, la cui comprensione necessita non solo di una laurea in giurisprudenza, ma anche di un diploma di specializzazione e, persino, di un dottorato di ricerca. Pochi giorni or sono, in sede di esame del disegno di legge di conversione del decreto legge c.d. “Ristori quater“, il Governo ha annunciato la questione di fiducia su un provvedimento che aveva alcune sue non irrilevanti porzioni (poi espunte) dichiarate improponibili dal Presidente del Senato Casellati per estraneità con il decreto legge, mentre il relatore di maggioranza chiedeva la sospensione della seduta non riuscendo più a “raccapezzarsi” su quanto scritto.

In questi giorni si è giunti alla apoteosi: un qualsiasi studente universitario sarebbe bocciato per molto meno!

La legge di bilancio (ex legge finanziaria ed ex legge di stabilità), architrave dell’ordinamento giuridico italiano, ha un iter complesso il cui inizio parlamentare dovrebbe, di norma, incominciare il 20 ottobre con il deposito, per volontà del Governo, dell’apposito disegno di legge; il “Conte bis” lo ha presentato il 20 novembre e, solo a ridosso del Natale, ne è iniziata alla Camera dei deputati la “discussione” (nella accezione eufemistica del termine), chiusa con un voto di fiducia su un testo costituito da pochi articoli di cui uno dotato di 1.150 commi, testo poi approvato in via definitiva, dopo un passaggio fugace quanto risibile in Commissione bilancio, dall’Aula del Senato lo scorso 30 dicembre, ossia due giorni prima che scattasse (il 1° gennaio 2021) l’esercizio provvisorio del bilancio ex art. 81, comma 4, Cost., ossia prima che  fosse sparato il colpo di grazia all’Italia.

Non è trascorso un battito d’ali dalla sua pubblicazione che il Governo ha già avvertito la necessità di varare un nuovo provvedimento d’urgenza volto alla correzione di alcune norme che, già al momento della votazione, erano risultate viziate da errori, imprecisioni, inesattezze, se non, addirittura, lambite dal sospetto dell’assenza della necessaria copertura prevista dall’art. 81, comma 3, Cost.

Mi corre l’obbligo evidenziare che, mentre in fretta e furia approvava la legge di bilancio, nelle stesse ore il Senato convertiva, sempre con le stesse modalità e nella imminenza della scadenza del prossimo 9 gennaio, anche il decreto legge sulle misure urgenti per il rilancio del servizio sanitario della regione Calabria e per il rinnovo degli organi elettivi delle regioni a statuto ordinario.

Dalla democrazia parlamentare stiamo passando ad un ordinamento “esecutivicentrico” in cui, però, non tutti i Ministri posseggono una autentica pari dignità ordinamentale, visto che soltanto un manipolo di costoro, insieme al Presidente del Consiglio, ordina, comanda e dispone, tesse e disfa a proprio piacimento, accompagnato dal dubbio – almeno una sua parte – di ricoprire le vesti di semplici portavoce di organismi che sconfinano sfacciatamente dalle frontiere costituzionali ed amministrative.

Qualcuno, in conclusione, potrebbe affermare che si sia intrapreso il cammino verso una forma di Stato autoritario, dittatoriale o totalitario (convincimento che potrebbe risultare rafforzato dalla visione dell’ordinanza del Tar Lazio, sez. I, n. 4768 del 4 dicembre 2020 e di quella del Tribunale civile di Roma, sez. VI, n. 45986/2020 del 16 dicembre 2020), anche se probabilmente sarebbe più opportuno coniare una nuova dicitura, una nuova categoria, creazione sollecitata dal mosaico che ci stanno proponendo (o propinando?): uno Stato orwelliano con venature teocratiche, laddove è la “scienza” a fungere da opprimente religione laica.

prof. Fabrizio Giulimondi

DA

http://www.statiunitiditalia.it/la-storia-non-ci-ha-insegnato-niente-una-democrazia-parlamentare-apparente-e-dietro-langolo/

Nel caos globale, riscopriamo la legge naturale

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di Matteo Castagna (pubblicato su Imola Oggi del 3/01/2020 e Informazione Cattolica del 4/01/2020)

 
Il sociologo Franco Garelli, nel suo Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio (Il Mulino) traccia il nuovo volto dell’Italia nel suo rapporto con la Religione. Egli ci racconta che «fra i 18 e i 34 anni si riscontra la quota più alta, dal 35 al 40%, di coloro che si dichiarano senza Dio, senza preghiera, senza culto, senza vita spirituale».
Negli ultimi cinque lustri è, parallelamente, diminuita drasticamente la pratica religiosa. 
 
Non se la vede meglio la politica. Dal crollo del muro di Berlino, quindi con la morte delle ideologie, in Occidente sembra prevalere l’indifferenza. Se ne ha un riscontro documentato che si riversa sulla morale comune, tanto che solo il 20% degli italiani nega la liceità dell’aborto in qualsiasi caso, il 63% è favorevole all’eutanasia, 40 italiani su 100 sono solo “cattolici culturali”. In epoca di pandemia, sembra che un buon 20% si sia messo a pregare, sebbene non sia dato a sapersi con certezza chi, come e perché. Di sicuro, la cosiddetta “strizza”, che passa dopo la grande paura, la sta facendo da padrona, non un ritorno alla Fede o un ritorno al sacro.
 
Viviamo un rigido inverno spirituale, immersi nella secolarizzazione, annichiliti da una pandemia dalla quale non si vede ancora un autentico spiraglio d’uscita, persi in un soggettivismo a tratti egoistico e a tratti panteistico, che, nel relativismo globale, fa scegliere a molti l’errore che più aggrada e concede a pochi di corrispondere seriamente alla grazia della perseveranza nelle virtù di una vita sinceramente cristiana. Kerry Bolton fa notare come alcuni, pur credendosi cattolici, si gettano tra le braccia della sinistra, “sia che si tratti della Vecchia, Nuova o Futura Sinistra”, ovvero il globalismo egualitarista, l’ecologismo, il materialismo, il mondialismo, lo scientismo nichilista. “Ma tutte e tre – dice sempre Bolton – cercano soprattutto di distruggere i tradizionali legami umani, coltivati nel corso dei secoli, con violenti e rapidi tumulti, durante i quali non si tiene conto della sofferenza umana, scatenati in nome d’una concezione dell’umanità del tutto astratta. Così, un analista sociale, quale fu Lothrop Stoddard, giustamente definì questa tendenza “rivolta dei sub-umani”, e ciò rimane costante, indipendentemente da qualsiasi ‘nuovo’ e ‘superiore’ paludamento, dietro al quale la sinistra tenta di riciclarsi”.
 
E se, invece, il motivo di questa “civiltà allo sbando”, smarrita e senza riferimenti soprannaturali fosse causata dall’abbandono dell’insegnamento di San Tommaso d’Aquino?
Egli lasciò, nei secoli, un segno indelebile, riuscendo a coniugare il pensiero di Aristotele con la tradizione cattolica. In Tommaso troviamo la radice classico-cristiana smarrita volutamente da 300 anni di cultura illuminista nel Vecchio Continente, che sta andando verso la sua rovina sulla ‘via della Seta’, anziché riprendere la salutare ‘via di Damasco’, che è solo lì che aspetta il cambio di rotta. San Tommaso, attraverso questa mirabile sintesi, è riuscito a parlare all’uomo di ogni epoca, perché sempre attuale. Solo l’uomo della post-modernità appare sordo. L’Aquinate ha un approccio realista: cerca di osservare e descrivere la realtà politica com’è, nel bene e nel male, per comprendere l’ordine che essa rivela e quindi ottenere indicazioni anche operative su come migliorarla, per quanto è possibile. In questo modo dà sollecitazioni profonde. Noi siamo abituati a vedere il potere politico come un male necessario.


Per San Tommaso, invece, è un bene voluto da Dio, per aiutare l’uomo a raggiungere il suo fine, ossia a perfezionare la sua natura e, in ultima istanza, a raggiungere la salvezza eterna. Per lui, infatti, il potere politico non è mai mero uso della forza, ma è sempre legato all’autorità, che è la capacità, di chi comanda, di dare disposizioni razionali, cioè conformi all’ordine che è già realizzato (dagli uomini e da Dio) nelle cose, ma solo parzialmente, e richiede, per questo, che noi lo completiamo.

Il comando politico è dato ad esseri razionali e per questo è efficace se essi riconoscono la sua razionalità. Dunque, il potere politico è sempre moralmente qualificato, se è usato bene, per migliorare l’ordine della realtà. E’ immorale e squalificante se lavora per il male o per distruggere il Bene. Abbiamo visto prima, come Bolton ritenga che la sinistra, declinata in ogni modo, tenda solo alla sovversione e quindi sussista in quell’ ideologia che la Chiesa ha già condannato come “intrinsecamente perversa”.  

 
San Tommaso ci rammenta che il fine della politica è il bene comune, ossia quella realizzazione dell’ordine che permette agli uomini di vivere assieme in modo che ciascuno sviluppi al massimo grado possibile la propria umanità, secondo le sue caratteristiche individuali, ma conformemente alla natura comune dell’uomo. In S. Tommaso troviamo l’esaltazione della bellezza delle diversità, che si compenetrano armoniosamente nella nostra civiltà, dai tratti universali perché splendidamente identitari.

L’ordine della realtà permette di parlare di legge naturale: questa è un nucleo di principi generali sempre validi; essi permettono di guidare la ricerca delle leggi positive che i governanti devono porre, secondo le esigenze concrete di ciascuna comunità, ovviamente senza contraddire i principi generali, sempre validi, come tentano di fare le “sinistre”, assieme alle “false destre” e al “centrismo”, oramai mummificato, che resterà, comunque nella storia, come la sintesi della mediocrità tra Bene e male. Forse sta proprio nell’aver resi “fluidi” e non più intoccabili i principi della legge naturale, il vulnus dei grandi problemi del terzo millennio. Con essa abbiamo messo in discussione la nostra civiltà.

USA, Covid-19: solo chi ha l’anima in salute, preserva la normalità

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DI LEONARDO MOTTA

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

Negli Stati Uniti, c’è solo un gruppo la cui salute mentale è migliorata durante la pandemia Covid-19: le persone con una fede religiosa che frequentano le funzioni cultuali ogni settimana. 

Questo dato è emerso da un sondaggio su scala nazionale condotto dal Gallup Polling Institute a fine novembre.

Nel 2019, il 42% degli americani che hanno frequentato i servizi religiosi settimanali hanno valutato la propria salute mentale come “eccellente”. 

Nel 2020 la percentuale è salita al 46 per cento, all’interno di questo gruppo della popolazione, con un aumento di ben quattro punti percentuali, nonostante diversi mesi di emergenza Covid-19.

Nessun altro sottogruppo della popolazione americana ha avuto una salute mentale migliore nel 2020 rispetto al 2019. 

Infatti, per l’intera popolazione degli Stati Uniti, il sondaggio ha rilevato una diminuzione significativa delle persone che descrivono la propria salute mentale come “eccellente”. Nel 2019 era del 43%, nel 2020 è stata solo del 34%.

La Daily Caller News Foundation ha fatto riferimento anche alle rigide restrizioni sui servizi religiosi in diversi stati del paese. Di volta in volta ci sono state azioni legali contro le disposizioni perché sono state, giustamente, considerate discriminatorie. 

Poco prima del giorno del Ringraziamento, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato i regolamenti dello Stato di New York, promulgati dal Governatore Andrew Cuomo, questo perché i regolamenti sanitari applicati alle funzioni religiose sono stati valutati più rigorosi di tutti gli altri regolamenti relativi al Covid-19 per i vari ambiti e settori. 

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, fino a qualche tempo fa rappresentato dal sottosegretario William Barr, ha stabilito chiaramente che la discriminazione religiosa è vietata anche nei momenti di bisogno. La religione e il culto sono essenziali per milioni di americani. Ciò è particolarmente vero in tempi difficili, aveva affermato Barr. E il Dipartimento di Giustizia è più volte intervenuto contro la discriminazione degli eventi religiosi in diversi stati.

Pur nelle loro incoerenze, gli Stati Uniti si dimostrano ancora un paese dove la religione e il culto sono essenziali per molte persone, specialmente in tempi difficili, con grandi risultati di salute mentale.

Purtroppo molti di coloro che votano per i democratici non sono religiosi. E il risultato si è visto. Lo stesso Biden, inoltre, è uno pseudo-cattolico. Infatti, a differenza di quando insegna la Chiesa Cattolica, si è dichiarato a favore dell’aborto e delle adozioni per i gay. In lui, evidentemente, i risultati benefici della fede sulla salute mentale non si sono prodotti!

 

Leonardo Motta

 

Numero 218. Fede, opere e giustificazione

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sul sito è disponibile il numero 218 di Sursum Corda® del giorno 27 dicembre 2020. Il settimanale si può scaricare gratuitamente nella sezione download dedicata ai soli Associati e Sostenitori.

Cliccare qui per gli ultimi contenuti pubblicati gratuitamente sul sito:

– Comunicato numero 218. Fede, opere e giustificazione;
– I grandi richiami della Madonna per la salvezza dell’umanità;
– Teologia Politica 149. Per un Tempio votivo nazionale espiatorio …;
– Teologia Politica 150. I lavoratori contro lo sfruttamento SocialComunista;
– Teologia Politica 151. Le dottrine sociali del Cattolicesimo: SUL COMUNISMO;
– Orazione a San Dario, Martire (19.12);
– Orazione a San Gaziano (Graziano), Vescovo (18.12);
– Orazione a San Gregorio, Prete e Martire (24.12);
– Orazione a San Lazzaro, Vescovo e Confessore (17.12);
– Orazione a San Nemesio, Martire (19.12);
– Orazione a San Tommaso, Apostolo (21.12);
– Orazione a San Valeriano, Vescovo e Martire (15.12);
– Orazione a Sant’Eusebio, Vescovo e Martire (16.12);
– Orazione a Santo Stefano, Protomartire (26.12);
– Orazioni a San Spiridione, Vescovo e Confessore (14.12);
– Preghiera a San Domenico di Sylos, Abate (20.12);
– Preghiera a San Giovanni, Evangelista (27.12);
– Preghiera a San Tommaso Apostolo (21.12);
– Preghiera a Sant’Eusebio, Vescovo e Martire (16.12);
– Preghiera a Santa Francesca Saverio Cabrini (22.12);
– Preghiera a Santa Vittoria, Vergine e Martire (23.12);
– Preghiera di Papa Pio XII per il Santo Natale (25.12).


Preghiamo per i nostri Sacerdoti e Religiosi, per le Suore, per le vocazioni, per le famiglie, per le intenzioni della nostra Associazione e per la conversione dei modernisti affidandoci alla potente intercessione di San Giovanni di Dio.

Ossequi, Carlo Di Pietro.


Sursum Corda ® O. d. V.
C.da Piancardillo, snc – 85010 Pignola
Provincia di Potenza (ITALIA)
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Non complottismo ma realismo

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di LUCIANO FUSCHINI

Fonte: Il giornale del Ribelle

C’è un complottismo che fantastica e vaneggia, senza curarsi di fare i conti con la realtà. C’è d’altra parte l’atteggiamento di quanti sono convinti che molto di ciò che viene martellato quotidianamente da governi e grandi media è propaganda che nasconde le vere motivazioni. Costoro tentano di dedurre le ragioni profonde attenendosi ai fatti noti e cercando di interpretarli e connetterli. Questo non si chiama complottismo: è realismo. I primi 20 anni del millennio sono stati scanditi da eventi epocali, presentati all’opinione pubblica sotto una veste tanto incredibile da configurarsi come fake news sistematiche. Proviamo a individuarne qualche linea riconoscibile e coerente.

La prima enormità che ha aperto il millennio è stato l’evento dell’11 Settembre. Sono riusciti a farci credere che 19 beduini, dopo un corso di pilotaggio di pochi giorni, abbiano sequestrato alcuni grandi Boeing usando come arma dei taglierini, poi abbiano guidato quei mastodonti contro il muro di recinzione del Pentagono, tanto basso da richiedere di guidare il Boeing a pochi metri da terra, e contro due grattacieli. Gli aerei che li hanno colpiti sono stati due ma i grattacieli collassati sono risultati tre. Del terzo si è parlato pochissimo perché avrebbe insinuato dubbi sull’intera storia. Nel giro di poche ore sono stati individuati tutti gli attentatori perché uno strano caso ha fatto ritrovare intatti i documenti di uno di loro nell’inferno di braci e ceneri fumanti. Quello che è successo poi fa comprendere come sono andate presumibilmente le cose. Si cercava un pretesto per invadere Afghanistan e Iraq. L’obiettivo era quadruplice e strategicamente assai rilevante: impadronirsi di un’area decisiva per i rifornimenti di materie prime energetiche; circondare l’Iran; collocare altre basi militari vicino ai confini di Russia e Cina; favorire i disegni di Israele. Questo non è complottismo, è realismo basato sui fatti. Benintesi: l’estremismo islamico esiste, ma non è mai stato una minaccia seria per il resto del mondo, a causa delle sue divisioni interne e della sua debolezza. La conferma è venuta da un altro grande evento di questo inizio di millennio: nel 2014 improvvisamente un’armata internazionale islamica, Isis, faceva la sua apparizione nel vicino oriente, travolgendo ogni difesa in una avanzata che sembrava irresistibile. In realtà quei guerrieri fanatici si spostavano in colonne di automezzi non attraverso la jungla del Viet Nam ma in mezzo a deserti. Erano facilmente individuabili e i cacciabombardieri o i droni della NATO ne avrebbero fatto ferraglia fumante nel giro di poche ore se avessero voluto. Lasciarono fare. Del resto l’internazionale islamica era stata utilizzata da USA e NATO già in Afghanistan contro i sovietici, in Jugoslavia contro i serbi e in Libia contro Gheddafi. In quel 2014 doveva servire a rovesciare il governo iracheno troppo amico dell’Iran, a minacciare l’Iran stesso e a spodestare Assad in Siria, già sotto attacco. La cosa non funzionò per la reazione dell’Iran e l’intervento russo a sostegno di Assad. I terribili e invincibili guerrieri di Allah furono spazzati via in tempi brevi. Questa ricostruzione non è complottismo: è realismo.

Un’altra stranezza è stata la folgorante apparizione di Greta. Ci hanno raccontato che questa ragazzetta svedese ha commosso il mondo piazzandosi davanti a scuola con un cartello che denunciava il riscaldamento globale. In breve è diventata una star, ha parlato all’ONU, ha interloquito con i grandi del mondo puntando il ditino accusatore e spianando la grinta. Doveva essere chiaro a tutti che questo personaggio è stato volutamente creato dal nulla dai media asserviti ai poteri transnazionali, per un fine che evidentemente era il lancio del nuovo grande affare della green economy. Dedurlo non è complottismo: è realismo.

La più gigantesca messinscena della storia dell’umanità è la risposta globale all’epidemia di Covid. Il virus esiste, è molto contagioso e può essere mortale. Negarlo significa collocarsi fra i complottisti deliranti. Tuttavia si tratta di una malattia che uccide lo zero virgola qualcosa per cento della popolazione nel suo complesso. Una percentuale che sostanzialmente non muta sia nei Paesi che hanno imposto clausure rigorose sia in quelli i cui governi si sono limitati a raccomandazioni. L’enfasi data alle centinaia di migliaia di morti negli USA di Trump è tutta propaganda di regime. I nostri 70.000 morti valgono quanto le centinaia di migliaia di americani, perché la popolazione degli USA è di 330 milioni, quindi le percentuali sono analoghe. L’Italia è forse il Paese che ha imposto sacrifici e isolamenti più di ogni altro, eppure è uno dei Paesi che hanno il più alto numero di morti. Si può concludere che museruole e distanziamenti servono a quasi nulla. Allora perché questo massacro di piccole e medie imprese, questa devastazione del settore del turismo, queste reclusioni di bambini e ragazzi che danneggiano o compromettono la loro crescita? Perché questa volontaria distruzione di un’economia e di una società? Per provare a rispondere bisogna riesumare un altro grande evento di questi cruciali 20 anni: la crisi finanziaria del 2008 che ha innescato una profonda crisi economica. Allora non si fece nulla per ovviare alle storture che avevano prodotto il disastro. Ci si limitò, sull’esempio di Obama, a tamponare la frana puntellando le banche con i soldi dello Stato, quindi dei contribuenti, senza che lo Stato entrasse nella direzione degli istituti di credito che aveva salvato. In realtà ora si può capire che i poteri transnazionali (giganti del web, grandi imprese multinazionali, grandi banche, responsabili dei maggiori servizi segreti, talvolta in competizione fra loro ma alla fine capaci di trovare una linea comune nelle conventicole più o meno massoniche) avevano compreso che un tipo di economia era ormai insostenibile e che si doveva operare un totale riassetto. Greta era servita a rendere popolare il tema della green economy, ma ci voleva ben altro. L’occasione è stata offerta da Covid. Bisognava terrorizzare la popolazione mondiale per fare accettare profondi e dolorosi cambiamenti, camuffando il fallimento di un sistema dietro la motivazione sanitaria: la colpa delle difficoltà è del terribile virus ma noi facciamo tutto per il vostro bene. I poteri transnazionali, che controllano governi e grandi media, hanno probabilmente compreso, dopo il crollo del 2008, che il vecchio mondo non funzionava più. I debiti pubblici non più sanabili, il consumismo, il turismo di massa, la pressione eccessiva sull’ambiente, lo spreco di energia, una demografia in continua crescita, la tendenza alla caduta del saggio del profitto, tutto ciò avrebbe condotto a breve termine a un collasso la cui responsabilità sarebbe stata attribuita proprio ai poteri che quel sistema avevano instaurato. Hanno elaborato un piano che è già in pieno svolgimento, anche grazie al Covid. Indulgenza sui debiti pubblici, dopo tanto rigorismo; riduzione della mobilità di massa; green economy; smart working; abbandono dei luoghi deputati ai grandi spettacoli e ai grandi raduni, a favore della fruizione in streaming; digitalizzazione integrale, robotizzazione; controllo di ogni individuo del pianeta attraverso gli strumenti informatico-sanitari e la repressione poliziesca; progressivo abbandono della democrazia parlamentare rappresentativa; reddito di cittadinanza per i milioni di disoccupati che l’automazione creerà; distruzione dei piccoli esercizi commerciali e delle piccole e medie imprese, a favore delle grandi concentrazioni. Per la piena realizzazione del progetto occorre un rafforzamento del ruolo dello Stato, che dovrà regolare i mercati, reperire i fondi per il reddito di cittadinanza e organizzarne la distribuzione, salvare le banche che rischiano nuovi crolli per i crescenti crediti inesigibili. Non a caso serpeggia una certa ammirazione per il sistema cinese, quello di maggiore successo in questo inizio di millennio.

Questa trasformazione è in atto e viene ormai dichiarata apertamente. Si sta svolgendo sotto i nostri occhi un grandioso esperimento che per ora ha pieno successo. Le masse del pianeta sono state facilmente inquadrate in un gregge che segue docilmente il pastore. Il progetto in corso non ha alternative. Non esiste una forza politica di una certa consistenza che abbia un disegno strategico diverso. I cosiddetti sovranisti “di destra” non sono veri sovranisti perché si limitano a qualche critica dell’UE, sono fedelissimi a USA e NATO, i loro capi si affrettano a rendere omaggio a Israele con lo zucchetto in testa, sono proni al dio dei Mercati e alla libera iniziativa privata. Il sovranismo “di sinistra” è ideologicamente inconsistente e ha percentuali paragonabili a quelle delle vittime di Covid.

Tuttavia non è detto che la grande trasformazione già iniziata vada in porto. La green economy è solo uno slogan perché la digitalizzazione e la robotizzazione esigono una quantità crescente di energia, che non potrà essere pulita come si illudono i sognatori della decrescita felice; computer e robot utilizzano materiali come le terre rare, che sono chiamate così proprio perché la loro quantità è molto limitata; i problemi ambientali e demografici sono ormai senza soluzione; le masse di senza lavoro ridotte a vivacchiare con un misero reddito di cittadinanza si aggiungeranno ai bivacchi degli emigrati sfilacciando un tessuto sociale già lacerato; la richiesta di cancellare in tutto o in parte i debiti pubblici non sarà ben accolta dai creditori, tanti e potenti. Al fondo di tutto c’è poi la contraddizione fra un progetto che è improntato a un capitalismo estremo che mette tutto il potere e tutte le ricchezze in poche mani e la necessità di uno Stato forte, non solo fiancheggiatore del capitale ma anche regolatore. La tentazione di imitare il modello cinese è illusoria. In Cina prospera l’iniziativa privata ma vige ancora un piano economico fissato dai poteri pubblici, che orienta e regola l’economia; il credito è pressoché interamente gestito dal potere politico, il commercio con l’estero è diretto dallo Stato, circa la metà delle grandi imprese sono statali o a partecipazione statale. Inoltre la Cina non ha conosciuto la democrazia parlamentare pluripartitica; da 70 anni domina la dittatura di un partito unico; sulla mentalità cinese ha ancora un peso notevole la tradizione confuciana e taoista, a noi estranea. Il modello cinese non è esportabile da noi per tutte queste ragioni.

In conclusione, non c’è una forza politica organizzata che possa ostacolare la trasformazione in corso, ma la forza delle cose è tale che il Grande Reset potrebbe fallire. Ne scaturirebbe non la liberazione dei popoli oppressi ma una barbarie di cui sono già evidenti i segni e che lascerà soltanto macerie. Su quelle ricostruiranno i sopravvissuti.

 

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Il partito di Conte è un bluff di Casalino

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di LUIGI BISIGNANI

Le grande del partito personale

Il sussulto di testosterone è forse dovuto al fatto che il Premier sta vedendo svanire, oltre che Palazzo Chigi, anche il disegno del suo partito personale? Il progetto della Lista Conte, per di più, sta mettendo in crisi anche “Giuseppi e Rocco”, la più eccentrica coppia politica del 2020. La creazione di un nuovo movimento con a capo il Premier è il piano che Rocco Casalino aveva in mente e che da tempo sta forsennatamente perseguendo mobilitando la sua falange di collaboratori, consulenti ed ‘aficionados’ raccolti tra servizi di sicurezza e società parapubbliche. Agli inizi anche Conte ci credeva, tronfio delle voci e dei sondaggi amichevoli che lo vedevano come un novello Lamberto Dini o Mario Monti in grado di raccogliere oltre il 10 per cento dei consensi. Ma in questi giorni tutto è cambiato, dopo che il consulente di un’importante società di marketing politico (che non è la Casaleggio Associati) gli ha fatto notare che senza la grancassa della Presidenza, solo per partire con un nuovo simbolo, bisogna trovare come minimo 30 milioni di euro tra pubblicità tv, radio e giornali, Twitter, Facebook, Instagram.

Chi conosce bene Conte, non si stupisce affatto della brusca frenata sul suo partito personale che invece ha mandato su tutte le furie Rocco, il quale, comunque, sta portando avanti questo bluff come deterrente contro le elezioni. Il Presidente del Consiglio, sin dai primi passi nelle Università, è sempre stato infatti il tipico uomo beta che si è fatto le ossa all’ombra di uomini alfa: nel mondo accademico e della libera professione legandosi, per laurearsi, a Giuseppe Ferri, che poi ha subito abbandonato, e ad un fuoriclasse del diritto come Guido Alpa, che l’ha protetto, difeso e valorizzato. Lo stesso discorso vale nella Chiesa, dove in questo caso l’alfa in tonaca è stato il cardinal Achille Silvestrini. In politica, i personaggi a cui si è attaccato come una mignatta sono stati, nell’ordine, Alfonso Bonafede ma soprattutto Luigi Di Maio, in seguito quasi ripudiato, Davide Casaleggio, mandato alle ortiche, Matteo Salvini, oggi schifato, poi alla bisogna, Matteo Renzi, con il quale è finito a pesci in faccia, Nicola Zingaretti e, da sempre, Sergio Mattarella. Tutti quanti, oggi pentitissimi, gli hanno permesso di crearsi una certa aurea personale e una sorta di dignità politica, a danno degli italiani, dei conti pubblici e dei rapporti internazionali.

Ma perché il Premier adesso è spaventato dal farsi un partito? Nella sua vita, sia professionale che privata, Conte è sempre stato oculato, per nulla avido e con i suoi clienti, la maggior parte di risulta, ha spesso anteposto il lavoro “matto e disperatissimo”, soprattutto nelle ore notturne, rispetto ai suoi onorari. Smodatamente scrupoloso, terrorizzato da qualsiasi benché minima contestazione: quelle piccole grane burocratiche in cui è incappato sono state per lui un incubo e, quindi, l’idea di un nuovo emblema politico attorno a sé, da presentare con liste e candidati in tutta Italia, lo atterrisce, ben sapendo che partirebbe una caccia all’uomo che psicologicamente non riuscirebbe proprio a sopportare. Anche oggi è ossessionato dall’inciampare in un peculato o in un abuso d’ufficio, peraltro una delle ragioni principali dei suoi continui tentennamenti.

Ma se, per ragioni di pura prudenza, ha messo da parte il suo partito, non si può dire altrettanto della sua infinita vanità. Ed ecco che lo spauracchio di una lista personale può servire per cercare di mettersi a capo del Movimento 5 Stelle o, addirittura, di proporsi come candidato Premier del Pd o comunque di qualcosa che già esiste. Anche se ormai il suo bluff è stato scoperto. Un funambolo della politica come Gianfranco Rotondi “vede” anche altri scenari che oggi sembrano inverosimili, mettendo magari insieme a Conte pezzi di Forza Italia, di Italia Viva e qualche esponente della società civile per un nuovo grande partito di centro.

Fantasie di Capodanno? Forse. Ma che ci faceva qualche tempo fa a Milano in via Solferino nella sede de Il Corriere della Sera, per un’ora e mezza, proprio Rotondi, mentre si trovava lì, guarda caso, anche un furetto come Urbano Cairo? Chi vivrà vedrà.

Luigi Bisignani, Il Tempo 3 gennaio 2020

Salvare l’economia dal Covid? Con un reddito di emergenza. Studio Cambridge…

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Salvare le economie? Servono risposte immediate, difesa dei più fragili e senso di comunità. Lo spiega uno studio sul Cambridge University Press. Un reddito…

di Antonio Amorosi

Come salvare l’economia dal Covid che in Occidente quasi nessuno riesce a gestire? Ce lo spiega uno studio pubblicato il 23 dicembre scorso dai ricercatori Jurgen De Wispelaere, lettone, e Leticia Morales, cilena, sul Cambridge University Press, una delle case editrici universitarie più prestigiose al mondo.

I due sostengono che pagare a ciascun residente un importo in contanti, mensilmente e per la durata della crisi servirebbe a proteggere le persone, l’economia oltre alla Sanità, visti gli effetti che le chiusure delle attività procureranno sulle risorse disponibili degli Stati. I due studiosi suggeriscono 3 ragioni per cui la proposta di un reddito di emergenza di base è particolarmente adatta a svolgere un ruolo importante come risposta alla crisi pandemica.

Per contrastare la crisi procuratasi servono risposte immediate, la difesa della popolazione più fragile e promuove un senso di solidarietà dentro le comunità.

Tre aspetti messi a repentaglio durante il Covid e che un reddito di emergenza di base sarebbe capace di alleviare. Aggiungendo che lo strumento dovrebbe essere reso funzionale in modo permanente ogni volta dai governanti e dagli Stati che ci sono crisi simili.

“Oltre a mettere a dura prova i sistemi sanitari in tutto il mondo, si prevede che la pandemia COVID-19 causerà una crisi economica e sociale globale di dimensioni senza precedenti”, spiegano i due studiosi. Come sappiamo le misure di blocco hanno un grave costo economico e sociale. “La Banca Mondiale si aspetta che il PIL mondiale nel 2020 si ridurrà del 5,2%, il che equivale alla più grande recessione dal 1945”. La risposta politica alla pandemia ha già causato una riduzione del tempo di lavoro e di massicci licenziamenti, con le perdite di lavoro: “17,3% delle ore totali stimate nel secondo trimestre del 2020 pari a 495 milioni di posti di lavoro a tempo pieno”. Continua a leggere

Il padre del divorzio in Italia, massone e socialista

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Segnalazione del Centro Studi Federici

I grembiulini del Grande Oriente d’Italia hanno ricordato Loris Fortuna, rivendicando la sua militanza massonica, nel 50° anniversario della legge sul divorzio. Anche dopo l’unità d’Italia i massoni cercarono di introdurre il divorzio, ma in quell’epoca i cattolici in politica erano intransigenti e non democristiani e l’assalto mortale alla famiglia non passò. L’articolo che segue, scritto in senso elogiativo, alla luce della fede è un terribile atto di accusa nei confronti di Loris Fortuna e dei politici di tutti gli schieramenti che condividono i medesimi errori.

Il ricordo di Loris Fortuna a 50 anni dalla legge sul divorzio e a 35 dalla morte

Marco Rocchi dedica un articolo, pubblicato sul giornale “Avanti!” a Loris Fortuna, massone e socialista, padre della legge che 50 anni fa portò all’introduzione del divorzio in Italia

Esattamente cinquanta anni fa, il primo dicembre 1970, il Parlamento Italiano promulgava la legge, a firma Fortuna e Baslini, che introduceva per la prima volta il divorzio nel nostro Paese. Quasi un secolo era passato dai primi, reiterati tentativi dell’onorevole Salvatore Morelli, prima nel 1878 e poi nel 1880, ai quali erano seguiti quelli di Tommaso Villa nel 1892 e quelli di Giuseppe Zanardelli nel 1902. Tutte le proposte provenivano dalla mente e dalla penna di parlamentari affiliati alla massoneria, e rientravano in un progetto generale di laicizzazione dello Stato (insieme ad altra battaglie come quelle per la cremazione e, su tutte, quella di una scuola pubblica, gratuita e laica) che si era bruscamente interrotto durante il fascismo. E anche Loris Fortuna e Antonio Baslini non facevano eccezione. Fortuna, in particolare, era stato iniziato in una Loggia all’obbedienza della Gran Loggia del Territorio Libero di Trieste, costituitasi in pieno accordo con il Grande Oriente d’Italia, immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Loris Fortuna era nato nel 1924 a Breno, in provincia di Brescia, Ma la famiglia si era presto trasferita ad Udine per seguire il lavoro del padre, cancelliere di tribunale. Durante la guerra, Loris fu partigiano nelle Brigate Osoppo e Friuli. Nel 1944 fu catturato dai nazisti e inviato nel penitenziario di Bernau in Germania, ove scontò una condanna ai lavori forzati.
Tornato in Italia al termine del conflitto, si iscrisse al Partito Comunista Italiano e nel 1949 si laureò in Giurisprudenza all’Università di Bologna con una tesi sul diritto di sciopero. I primi anni di attività professionale lo videro impegnato come legale della Federazione dei Lavoratori della Terra e delle Camere del Lavoro a Udine e a Pordenone. Intanto dirigeva il settimanale Lotte e lavoro, al quale collaborò anche Pier Paolo Pasolini, col quale condivise diverse battaglie.
Nel 1956, alla repressione sovietica della rivolta d’Ungheria, Loris Fortuna, allora consigliere comunale, abbandonò per protesta il Partito Comunista per iscriversi, di lì a poco, al Partito Socialista, nelle liste del quale venne eletto deputato, a partire dal 1963, per sei legislature consecutive. Nella sua lunga carriera politica fu anche Ministro della protezione civile tra il 1982 e il 1983 e Ministro per il coordinamento delle politiche comunitarie nel 1985.
Sebbene il suo nome sia rimasto indissolubilmente legato alla legge sul divorzio, Loris Fortuna si distinse, nei lunghi anni di attività parlamentare, in numerosissime battaglie nella difesa e nell’ampliamento dei diritti civili.
Sin dalla sua prima legislatura, si adoperò per i diritti dei lavoratori, e in particolare per la protezione della manodopera minorile e femminile. Risale a questo periodo anche la prima proposta di legge sul divorzio, il cui iter parlamentare venne però rallentato per non compromettere i rapporti politici che si stavano instaurando tra il Partito Socialista e la Democrazia Cristiana. Fu solo al terzo tentativo – forte di un successo elettorale personale di straordinaria portata nelle elezioni del maggio 1968 e del successo popolare che la Lega per l’Istituzione del Divorzio stava ottenendo – che Fortuna potè forzare la mano e condurre al traguardo la legge dopo un tormentato percorso parlamentare (che incluse un’accusa di incostituzionalità per violazione del Concordato con la Santa Sede), iniziato nello stesso anno e terminato, come si diceva, dopo un biennio, nel 1970.
Il legame coi Radicali si fece più stretto durante la battaglia divorzista e Fortuna fu il primo ad avvalersi della possibilità di un doppio tesseramento (in seguito, poco prima di morire, Fortuna fece un appello a Bettino Craxi per la realizzazione di un’intesa elettorale tra Partito Socialista e Partito Radicale). Il sodalizio coi radicali portò anche alla fondazione della Lega Italiana per l’Abrogazione del Concordato.
Ancora, spesso in stretta collaborazione con i compagni radicali, fu promotore di numerosissime proposte di legge, che coprivano uno spettro così variegato di questioni da rendere persino difficoltosa una completa elencazione, eppure tutte caratterizzate dal minimo comune denominatore dei diritti e delle libertà.
Fu firmatario di proposte di legge per la modifica del codice di procedura penale in materia di carcerazione preventiva (1963), per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza (1964), per la riparazione dei danni derivanti da errore giudiziario (1966), per la istituzione di una commissione di inchiesta sugli orfanotrofi (1968), per la riforma del diritto di famiglia (1971 e 1972), per la disciplina e la depenalizzazione dell’aborto (1973), sulla libertà di espressione e di comunicazione (1976), per la parità e contro ogni discriminazione di genere (1977), per la liberalizzazione della cannabis (1979), per la riforma dell’insegnamento della religione in base ai principi della costituzione repubblicana (1980), per i diritti degli animali (1983), per la trasparenza dei lavori parlamentari (1984), per i diritti dei detenuti (1984), per il voto dei cittadini italiani all’estero (1984) e per la cooperazione dell’Italia a favore dei paesi in via di sviluppo (1984).
È impressionante riconoscere, all’interno della sua attività parlamentare, la capacità di Fortuna di precorrere i tempi e di riconoscere con grande anticipo le tematiche che il “naturale ampliamento dei diritti” avrebbe reso evidenti a tutti.
Vale la pena però di soffermarsi un momento sull’ultima delle proposte di legge che propose come primo firmatario, quella del 19 dicembre 1984, un anno prima della sua morte (anno durante il quale fu impegnato come Ministro della protezione civile).
La proposta di legge, recante il titolo “Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina della eutanasia passiva”, venne presentata in Parlamento, dallo stesso Fortuna, con un intervento di portata memorabile. Dopo la citazione del racconto La morte di Ivan Il’ic di Lev Tolstoj e alcune lucide e profonde analisi di Max Weber sulla controversa tematica, Fortuna fece riferimento al fatto che «l’ordinamento giuridico non è indifferente (o quantomeno non può esserlo) al concetto di morte come fatto liberatorio da un’esistenza che si ritenga troppo dolorosa per poterla naturalmente concludere o far concludere o per doverla artificialmente prolungare». E, dopo aver citato il Manifesto sull’eutanasia del 1975, firmato da quaranta intellettuali, tra cui tre premi Nobel (Pauling, Monod e Thompson), conclude sottolinenando, con i toni di un appello all’umanitarismo, l’utilità della sua proposta di legge, che «mentre da una parte sorregge la coscienza dei medici e dei parenti in un momento di gravi decisioni, colloca dall’altra (in base ad una autonoma scelta di campo dell’ordinamento statale) il rapporto uomo-vita-morte in una dimensione più umana».
Non solo si tratta del primo tentativo di una legge (seppure limitato al caso di eutanasia passiva) su una materia che ancora oggi presenta, come sottolineato più volte dalla Corte Costituzionale, un vuoto legislativo non ancora colmato; ma, in maniera ancora più evidente, rende palese l’incapacità del nostro Parlamento di dare risposte a un problema così sentito nella pubblica opinione, un Parlamento nel quale da oltre sette anni giace una legge di iniziativa popolare che, in base alla nostra Costituzione (quella che gli stessi parlamentari che la ignorano bellamente, si ostinano a definire la Costituzione più bella del mondo) lo stesso Parlamento non può esimersi dal discutere. Mancano forse, in questo Parlamento, dei Loris Fortuna, pronti a battersi per dei diritti anche quando l’opportunismo parlamentare sembra rappresentare un ostacolo insormontabile.
Fortuna morì a Roma nel 1985, quando non aveva ancora compiuto i 62 anni. Riposa nel famedio del cimitero di San Vito a Udine. (di Marco Rocchi Avanti!)

https://www.grandeoriente.it/cinquantanni-di-divorzio-avanti/

Nella foto: Loris Fortuna e Marco Pannella festeggiano la vittoria del referendum contro l’abrogazione della legge sul divorzio.

Fonte: http://www.centrostudifederici.org/il-padre-del-divorzio-in-italia-massone-e-socialista/ 

L’atteggiamento giusto del cattolico davanti alla pandemia Covid-19

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di Matteo Castagna

L’EQUILIBRIO È LA MISURA DEL BUON CATTOLICO: CI DISTINGUIAMO PER LA FIDUCIA NELLA SCIENZA CHE NON CONTRADDICA LA RAGIONEVOLEZZA  E SANTIFICHIAMO IL MOMENTO PRESENTE!

Possibile che l’atteggiamento del cattolico del Terzo Millennio sia identico a quello del litigioso “no vax” o “no mask”, che passa compulsivamente le giornate da un telegiornale all’altro, da un social al sito che la spara più grossa, quasi a voler far la gara a chi spara per primo la sentenza più roboante e catastrofica, da autentico “profeta” dei nostri tempi? (abbiamo già avuto modo di scrivere sui media e dire in TV che il negazionismo è una posizione idiota! Chi nega l’esistenza del virus, nega la realtà, è un alienato che provoca inquietudine e rischi alla stregua del Pensiero Unico, di cui è il maldestro risvolto della medaglia)

Siamo, davvero, chiamati a fare i cavalieri dell’Apocalisse “de noantri”, senza renderci conto di quanto abbassiamo il livello donatoci dalla fede e di quanto, in tal modo, voliamo basso?

D’altro canto, siamo tenuti, forse, a berci tutto ciò che i media mainstream ci propinano, con lo spirito acritico dell’ebete? Certamente no.

L’equilibrio è la misura del buon cattolico: ci distinguiamo per la fiducia nella scienza che non contraddica la ragionevolezza, che viene dopo l’analisi dei fatti alla luce ed in una prospettiva di fede.

Sant’Agostino insegnava: “Concedimi, Signore, di essere perseverante nel Bene, semplice, ma non incline alla stupidità. Fa’ che non giudichi sulla base di soli sospetti e mantenga una pace sincera, senza indulgere al male”.

Il discepolo prediletto di Gesù, San Giovanni diceva: “Nos ergo diligamus Deum!” (noi, dunque, amiamo Dio!). Anche noi, per poter amare Dio dobbiamo sforzarci di santificare il momento presente.

Non preoccupiamoci, inutilmente, del passato e del futuro, ma concentriamo tutta la nostra buona volontà sul momento presente, il solo che Dio ci accorda, sul quale possiamo appoggiarci e di cui dobbiamo disporre per assicurare il nostro avanzamento, nel cammino che conduce a Dio, nostro fine ultimo, meditando su quanto tutto il resto sia effimero.

Perché queste inquietudini per l’avvenire, a detrimento delle sollecitudini per il presente? Non vedete che a tormentare così la vostra anima, si perde tempo? Santificare il momento presente, vuol dire identificare in qualche maniera la nostra volontà con quella di Dio. Continua a leggere

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