Il delirio dell’assurdo domina il politicamente corretto. Ci vien da ridere, ma ci sarebbe da piangere…(N.d.r.)
di Giulio Meotti per il Foglio
Intervista a Victor Davis Hanson, autore di “Who killed Homer”: “Il creatore dei valori occidentali oggi è solo un altro maschio bianco”
“Sono molto orgogliosa di dire che quest’anno abbiamo rimosso l’Odissea dal curriculum!”, dichiara Heather Levine, che insegna alla Lawrence High School di Lawrence, nel Massachusetts. E’ il Wall Street Journal a raccontare la più grottesca follia della cancel culture americana. Sotto lo slogan #DisruptTexts, ideologi della teoria critica, insegnanti, burocrati scolastici e agitatori via Twitter stanno purgando i classici, da Omero a Francis Scott Fitzgerald. Si invoca la proibizione di ogni capolavoro letterario non conforme su genere e razza. “Le sottili complessità della letteratura vengono ridotte al rozzo clangore di lotte di potere ‘intersezionali’”, commenta Meghan Cox Gurdon, che si occupa di libri al Wsj. Così l’insegnante di inglese di Seattle, Evin Shinn, scrive che “preferirebbe morire” piuttosto che portare in classe “La lettera scarlatta”, a meno che il romanzo di Nathaniel Hawthorne non sia usato per “combattere la misoginia”. Quando l’“insegnante antirazzista” Lorena Germán si è lamentata del fatto che molti classici risentono del proprio tempo, la scrittrice Jessica Cluess ha ribattuto: “Se pensi che Hawthorne fosse dalla parte dei puritani, allora sei un’idiota e non dovresti fregiarti del titolo di educatrice”. Un’orda online ha accusato Cluess, l’autrice della popolare serie “Kingdom of Fire”, di “razzismo” e “violenza” e ha chiesto alla Penguin Random House di rescinderne il contratto. L’editore non ha obbedito, forse perché Cluess si è autodenunciata in tempo: “Mi assumo la piena responsabilità della mia rabbia non provocata verso Lorena Germán”. Ma non ha impedito all’agente letterario di Cluess, Brooks Sherman, di porre fine alla loro relazione professionale. Secondo questa logica, Omero sarebbe solo il capostipite della “mascolinità tossica”, la manliness di Harvey Mansfield (che Liberilibri riporterà in Italia a primavera). “E’ una tragedia che questo movimento anti intellettuale stia guadagnando terreno tra gli educatori e l’industria editoriale”, afferma lo scrittore di fantascienza Jon Del Arroz. E non è certo la prima volta.
Ma si potrà nominare la Befana invano, almeno per oggi, o si rischia di urtare la suscettibilità di qualcuno, che so, le femministe, l’Anpi, la Murgia, il Colletivo Lesbiche? Si potrà parlare di un personaggio che certamente non ispira Bella Ciao? È un insulto alle donne rappresentarla in quel modo indecente, con la scopa tra le gambe, le scarpe tutte rotte e il sacco gravoso sulle spalle? Penderà sui bambini l’accusa di molestie sessuali e sfruttamento femminile per la petulante richiesta di prestazioni alla suddetta vegliarda e la pretesa di estorcerle calze piene di regali? E gli adulti consenzienti rischieranno l’imputazione di tentato befanicidio perché lei è costretta a mettere a repentaglio la sua incolumità volando a rischio smog su mezzi molto precari, nella fascia notturna e calandosi in canne fumarie e camini accesi? Si risentirà il Sindacato Trasporti Aerei, che so, la Cgil-Befane? O una volta all’anno, almeno, è lecito restare nella tradizione senza nessuna regolamentazione politicamente corretta e sindacalmente protetta?
Si potranno poi citare, almeno oggi, i Re Magi o si devono prima dimettere dal regno e sottoporsi alle primarie? E se insistono a rivendicare la loro regalità dovremo subito seppellirli a Vicoforte? Si potrà dire che i suddetti tre regnanti vanno al presepe seguendo la stella cometa o devono per forza scaricare l’app col navigatore e lasciare le corone ai metal detector e proseguire a piedi perché la grotta è nella ztl? E non rischiano di essere fermati ai controlli doganali, uno per contrabbando di valuta (l’oro), l’altro per detenzione stupefacenti (incensi) e passa solo il terzo perché nessuno sa cosa sia la mirra? Ma soprattutto la loro presenza offende i migranti perché sono facoltosi e non bisognosi, portano doni e non chiedono aiuti, arrivano con mezzi autonomi e non con barconi di fortuna e accorrono per adorare il nostro Dio e non per imporne uno loro? E il Papa cosa dice, che dobbiamo trasformare i Re Magi in Poveri Migranti, di religione islamica magari, accolti nel presepe non da spaesati angeli ma da Organizzazioni non governative?
E il presepe, già il presepe, si potrà smantellare domani con l’idea di usarlo l’anno prossimo o si dovrà farlo esplodere gridando Allah Akbar e l’anno prossimo sostituirlo con una struttura polivalente, un po’ moschea, un po’ museo dell’olocausto, un po’ centro ricreativo per non credenti? Si potrà salvare solo l’albero per ragioni ambientaliste? E Gesù Bambino dovrà prima passare dall’anagrafe, Erode permettendo, per registrarlo come Perù Bambino e per escludere ogni paternità surrogata, anche divina, e ogni intrusione dello Spirito Santo? E la Madonna dovrà denunciare San Giuseppe perché lei è minorenne e lui maneggia seghe e bastoni e dunque è un potenziale violento? Tra i pastori adoranti dovremmo prevedere anche una quota gay e trans, più una percentuale di neri e di clandestini? Nel presepe sarà obbligatorio un insediamento rom? E tra i Re Magi almeno uno dovrà essere disabile? E come la mettiamo con tutte quelle pecore, quelle mucche e quegli agnelli che gremiscono il presepe, di cui è prevedibile la brutta fine, non teniamo conto dei vegani e degli animalisti? Il prossimo presepe si dovrà fare solo con i cereali? Apprensioni legittime soprattutto perché, come è noto, l’Epifania ogni festa porta via e da domani si torna alla realtà, che pressapoco è questa qua.
Sembra di rivedere il personaggio del Manzoni che diceva “Adelante Pedro con judicio”, ricordate quando ce lo spiegavano i professori: vai avanti però non troppo veloce perché non si sa mai. Ecco, se c’è un’idea di un’Italia che non deve correre, che deve essere impastoiata nelle prebende dell’assistenzialismo spicciolo, questa è l’immagine che viene fuori dall’ultimo piano del Recovery fund. Ci sono 142 microprogrammi che poi devono essere declinati in ulteriori rivoli. Quindi praticamente una pioggerellina, neanche una pioggia, ma una pioggerellina tardo autunnale veramente fastidiosa e niente che possa far riprendere l’Italia. Ecco alcune chicche.
Se parliamo di riforma della giustizia, il programma prevede interventi per ridurre il carico di lavoro che grava su ogni singolo magistrato, quasi come se fosse un lavoro usurante da metalmeccanico. Mettiamo la pressa per sostituire la fatica di utilizzare il martello.
Se parliamo di cultura per i nostri giovani, al capitolo dedicato al contrasto dell’abbandono scolastico viene dedicata la bella cifra di 90 milioni di euro. È un mistero come si si possa contrastare il fenomeno dell’abbandono scolastico, di migliaia di giovani emarginati nelle periferie, senza collegamento al computer, con la farsa della didattica a distanza con quattro spiccioli. Magari saranno utilizzati per organizzare lezioni di recupero?
Se parliamo di risistemazione delle infrastrutture, ecco che parliamo di “messa in sicurezza delle strade con progetti digitali”. Quindi non riempiamo le buche nell’asfalto delle nostre strade, casomai l’asfalto fosse troppo inquinante, ma facciamo collegamenti informatici in maniera tale che l’assessore di turno possa avere un sms in tempo reale quando cade il ponte. Magari, così, non deve aspettare la notizia portata dalla protezione civile Continua a leggere
Con la doverosa premessa per cui noi non siamo assolutamente dei “no vax”, ma persone che amano la verità e la ricerca. Ci hanno nascosto qualcosa sull’argomento? Guardate il documentario qui sotto trasmesso dalla TV svizzera in materia
Segnalazione dell’Avv. R.G.
La storia di come l’AIDS sia arrivato all’uomo a causa della follia di un ricercatore che, nonostante le prove evidenti, fu protetto dalla classe politica e scientifica. Chi soffre e coloro che sono morti hanno una causa: chi vedrà il documentario faccia un’attenta valutazione prima di esprimere il suo giudizio:
Scintille nella maggioranza, ma sono petardi di carta. Vuoi perché la maggioranza non c’è, c’è una faida interna che manco ai tempi della vecchia Balena Bianca; vuoi perché nessuno si sogna di staccare la spina, come ammette Renzi, il Signore dei garbugli: il Parlamento pieno di verginelle incinte ma appena appena, come l’ineffabile senatoreFaraone che, a parole, striglia il governo, che come parlamentare Italovivo sostiene, con accenti che manco un Salvini in astinenza da Nutella.
E si capisce: tutti sono terrorizzati all’idea che la legislatura naufraghi prima di maturare la pensione a vita. Vanno capiti, è gente che ha sbancato al Jackpot della vita, non sanno fare niente e niente torneranno a fare, il loro slogan è: “È tanto che aspettavo un’occasione così”. Quindi farciscono i media di interviste stentoree in cui, in particolare i renziboys & girls, minacciano di ritirarsi come non ci fosse un domani: però domani, sempre domani. Domani è un altro giorno, si medierà. Tanto c’è il lockdown a ore, a fasi, a strisce che provvidenzialmente blocca tutto, in politica perdere tempo è guadagnare tempo, poi se il paese affoga nella morta gora, peggio per il paese: un modo per scaricare il barile della colpa si trova, si trova, sui governi di prima, sul riscaldamento globale, su Trump, sui sovranisti, sulle scie chimiche, sulle macchie solari, sul destino cinico e baro.
Indietro, Savoia! Tra i più angosciati, quelli di Leu, formazione che aveva annunciato la propria autodissoluzione, ma sono i misteri del Palazzo, nella persona massiccia di questo Fornaro che un giorno sì e l’altro pure, con l’orrore negli occhi, scandisce vista telecamere: “Una crisi oggi sarebbe un atto di irresponsabilità verso il popolo”. Sempre loro, questi compagni: si preoccupano per il popolo, cioè il popolo sono loro.
Responsabili alla buona, anch’essi tengono famiglia, prole, sono proletari non per niente, del resto il vecchio Carlo Marx l’aveva detto: “Da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno”. Capacità in senso spaziale, come stoccaggio, ma questo si son sempre dimenticati di precisarlo. Se son primule fioriranno, se son Draghi soffieranno, se son vaccini immunizzeranno ma scordatevi il futuro, sarà come il passato.
La crisi del governo e della sua maggioranza è rappresentata da media e analisti come una faccenda tutta italiana, anzi romana, con partiti, fazioni, leader, figuranti, primo ministro che si battono aspramente per spuntare con la rissa qualche porzione di potere in più. In realtà c’è anche un altro piano, probabilmente essenziale, che si sviluppa lontano da Roma, nelle capitali dei nostri principali alleati.
Fattore Biden
Come la nascita del secondo Governo Conte fu decisa in ambito europeo, così oggi è plausibile che, aiutando il caos sanitario e il prevedibile sperpero dei fondi comunitari fatti balenare a nostra disposizione, le opinioni che circolano oltralpe abbiano un peso determinante.
Tuttavia, rispetto all’estate 2019, è in gioco un fattore in più, il nuovo presidente americano. Biden deve ridisegnare, o almeno riassestare, la politica estera e, come segnalava qualche giorno fa questo sito, la sua azione parte con qualche handicap: in Estremo Oriente come in Europa, gli Stati alleati, forse memori della confusione e delle giravolte fatte dall’amministrazione Obama (Biden vicepresidente) in giro per il mondo, hanno tutelato i propri interessi commerciali chiudendo accordi con la Cina appena dopo l’annuncio della sconfitta di Trump.
Le due iniziative hanno un po’ l’aria di mosse negoziali: intanto mettiamo un punto fermo e poi vediamo che cosa di concreto gli Stati Uniti, in passato così volatili, portano al tavolo delle trattative. La Germania è per gli americani il primo interlocutore in Europa e un negoziato forse si è già avviata: l’Italia, che rappresenta pur sempre la terza economia della zona euro, potrebbe esserne parte.
Renzi mosso da Joe
Se si guardano i tempi della crisi, Renzi, che ambisce a essere il principale riferimento americano nell’attuale fase politica, ha cominciato a bombardare Conte appena si è saputo della vittoria di Biden, quasi mosso dall’intento (o dal suggerimento) di proclamare urbi et orbi l’inadeguatezza di Giuseppi: se l’ipotesi di un livello internazionale della crisi avesse qualche fondamento, è evidente che la soluzione Draghi ne sarebbe l’esito naturale.
Appare altrettanto evidente che molte fazioni e cricche farebbero di tutto per evitare un tale sbocco, Légion d’honneur e sinofili in prima fila. Il risultato dello scontro dipende in gran parte, ci sembra, dalla chiarezza di idee e dalle priorità della nuova leadership americana.
20 D. Che festa è l’Epifania del Signore?
R. L’Epifania è la festa istituita per celebrare la memoria di tre grandi misteri, de’ quali il primo e principale è l’adorazione de’ Magi; il secondo è il Battesimo di Gesù Cristo; il terzo, è il suo primo miracolo nelle nozze di Cana in Galilea.
21 D. Perché la festa dell’adorazione dei Magi, del Battesimo di Gesù Cristo, e del suo miracolo si chiama Epifania?
R. La festa dell’adorazione dei Magi, del Battesimo di Gesù Cristo e del suo primo miracolo si chiama Epifania, che vuol dire apparizione, o manifestazione, perché in questi misteri chiaramente si manifestò agli uomini la gloria di Gesù Cristo.
22 D. Chi erano i Magi?
R. I Magi erano personaggi ragguardevoli dell’Oriente che attendevano allo studio della sapienza.
23 D. Perché vennero i Magi ad adorare Gesù Cristo?
R. I Magi vennero ad adorare Gesù Cristo, perché, essendo comparsa una nuova stella, conobbero per ispirazione divina essere quella indizio della nascita del re de’ Giudei, salvatore degli uomini.
24 D. In qual luogo vennero i Magi ad adorare Gesù Cristo?
R. I Magi vennero ad adorare Gesù Cristo in Betlemme.
25 D. Come seppero i Magi che Gesù cristo era nato in Betlemme?
R. I Magi andarono in Gerusalemme, città capitale della Giudea, dove era il tempio santo di Dio, ed ivi seppero dai sacerdoti, che il Messia doveva nascere in Betlemme secondo le profezie.
26 D. Dopo che i Magi uscirono da Gerusalemme, chi li condusse a Betlemme?
R. Dopo che i Magi uscirono da Gerusalemme, li condusse a Betlemme la stella già da loro veduta in Oriente, che camminò avanti di loro, e non si fermò finché essi non giunsero al luogo, dove era il divin Pargoletto.
27 D. Che cosa fecero i Magi, ritrovato che ebbero Gesù Cristo?
R. I Magi, ritrovato che ebbero Gesù Cristo, lo adorarono, e gli presentarono oro, incenso, e mirra, riconoscendolo in questa maniera come vero re, vero Dio e vero uomo.
28 D. Che cosa dobbiamo noi fare per celebrare degnamente la solennità dell’Epifania secondo la mente della Chiesa?
R. Per celebrare degnamente la solennità dell’Epifania secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare quattro cose:
1 riconoscere nella vocazione de’ Magi, che furono i primi gentili chiamati alla cognizione di Gesù Cristo, le primizie della nostra vocazione alla Fede, e ringraziare il Signore d’averci fatti cristiani;
2 pregar Dio ad estendere il gran dono della Fede a quelli che ne sono privi;
3 eccitarci all’amore di Gesù e risolvere di seguire prontamente le divine ispirazioni;
4 offerirgli ad esempio de’ Magi qualche tributo della nostra divozione colla pratica della limosina, della orazione e della mortificazione cristiana.
The U.S. killed Iranian Maj. Gen. Qassem Soleimani in a targeted drone strike in Baghdad. A U.N. investigator says the action violated Iraq’s sovereignty. Here, protesters in Tehran, Iran, hold up an image of Soleimani during a demonstration on Jan. 3.
In una recente intervista apparsa sulle colonne del sito di informazione russo Sputnik, Monsignor George Abu Khazen, Vescovo latino di Aleppo, ha lanciato un accorato appello in cui, oltre a sottolineare l’essenza criminale del regime sanzionatorio imposto alla Siria dal Caesar Act statunitense, ha espressamente richiesto agli Europei di non seguire più Washington sulla strada dell’aggressione economico-militare al Paese levantino.
Infatti, secondo Abu Khazen, il regime sanzionatorio, colpendo in primo luogo le fasce più povere della popolazione e le minoranze, ha creato un disastro peggiore dell’occupazione della città da parte dei gruppi terroristici a loro volta foraggiati dall’“Occidente”[1]. Il prelato, inoltre, nella medesima intervista afferma con grande franchezza come la Siria non necessiti di aiuti particolari. In Siria c’è grano e petrolio a sufficienza per tutti. Tuttavia, l’occupazione nordamericana della parte nordorientale del Paese (l’area più ricca di risorse) impedisce ogni reale ricostruzione[2].
All’accorato appello contro il regime sanzionatorio, il Vescovo di Aleppo ha aggiunto una denuncia delle condizioni delle popolazioni cristiane che rimangono ancora ostaggio dei gruppi terroristici (sotto protezione turca) nell’area di Idlib: una comunità che vive ormai da quasi due millenni nelle prossimità del fiume Oronte ormai ridotta a qualche centinaio di persone a cui viene impedito sistematicamente non solo di praticare la propria fede ma anche di lavorare nei campi.
L’appello di Monsignor Abu Khazen impone in primo luogo due tipi di riflessione. La prima è legata al fatto che, nonostante la stucchevole retorica propagandistica dell’“amministrazione pacifista” e “non interventista”, la presidenza Trump, in termini geopolitici (senza entrare nel merito della lotta tra apparati di potere che ancora oggi divampa a Washington), si è mossa su diversi teatri in sostanziale continuità con quella del predecessore Barack Obama. E questo perché i processi geopolitici si muovono spesso e volentieri in modo autonomo rispetto allo stesso inquilino della Casa Bianca, che, nel caso di Trump, ha fatto ben poco per ostacolare il circolo vizioso generato dal complesso militare-industriale e da quella “sindrome di privazione del nemico” che ha afflitto la NATO dopo il crollo dell’URSS.
È addirittura superfluo dover ricordare, ancora una volta, come le aggressioni economiche, da Tucidide fino a Carl Schmitt, vengano ritenute a tutti gli effetti come “atti di guerra”. Una pratica alla quale negli ultimi quattro anni si è dovuto assistere in innumerevoli occasioni (oltre alla Siria, si possono citare i casi dell’Iran, della Cina, ed il prolungamento e rafforzamento del regime sanzionatorio alla Russia ed al Venezuela) e che era stata ampiamente preventivata nel celebre discorso di Barack Obama di fronte ai cadetti di West Point del 2014. In quella occasione, l’ex Presidente nordamericano affermò la necessità della riduzione dell’intervento militare diretto da parte statunitense (troppo costoso) ed il ricorso in caso di una minaccia non diretta ad azioni multilaterali, all’isolamento ed alle sanzioni nei confronti del “nemico”[3].
È altresì superfluo dover ricordare come il tanto ostentato ritiro dalla Siria non sia in realtà mai avvenuto. Oggi è noto che il Pentagono, nel corso dell’amministrazione Trump, ha scientemente nascosto il numero reale della presenza militare USA tanto in Siria quanto in Iraq ed Afghanistan, sia per portare avanti la retorica della “fine delle guerre infinite”, sia per evitare al contempo che tale evenienza si realizzasse concretamente. Se è vero (forse) che il numero reale delle unità militari probabilmente è stato nascosto allo stesso Presidente (cosa di per sé non particolarmente sconvolgente per chi conosce i meccanismi che muovono gli apparati di potere nordamericani)[4]: è altrettanto vero che è stato Donald J. Trump ad autorizzare le incursioni nei Paesi in questione (compresa quella che ha assassinato Qassem Soleimani) ed i suddetti atti di guerra economica[5]. Senza considerare che, dati alla mano, nei casi di Afghanistan e Yemen l’amministrazione Trump ha sganciato addirittura più bombe di quelle che l’hanno preceduta, con il picco di 7.423 ordigni nordamericani sganciati sul Paese centroasiatico nel solo 2019[6].
Va da sé che, al momento, non sembra affatto ci siano margini entro cui la nuova amministrazione possa muoversi in una direzione diversa dalle precedenti. Se l’amministrazione Trump ha estremizzato delle posizioni che si sono configurate sotto Barack Obama (ad esempio, il contenimento della Cina), appare evidente che l’amministrazione Biden-Harris si muoverà sulla falsariga di quelle precedenti.
La seconda riflessione che ispira l’appello del Vescovo di Aleppo, oltre al richiamo ad un’Europa succube del volere nordamericano[7], è legata ad aspetti più prettamente storico-ideologici e religiosi. Ed effettivamente qui entra in gioco la figura del Generale Martire Qasem Soleimani.
Il Presidente Bashar al-Asad ha spesso fatto riferimento all’importanza della comunità cristiana per l’essenza ed il carattere sovrano della Siria. Di fatto, il territorio che oggi corrisponde al Paese levantino, oltre ad aver costituito sin dall’antichità un centro di irradiamento culturale e religioso di primo piano come nel caso della diffusione del culto solare (“provvidenziale intervento dall’Oriente” per René Guénon) nell’Impero romano, ha influito, con i suoi teologi, in modo determinante sull’evoluzione della stessa dottrina cristiana; basti pensare all’opera di San Giovanni Damasceno, espressione perfetta di un cristianesimo propriamente orientale e ricco di influenze eurasiatiche.
Nel corso dei secoli il paese ha conosciuto in particolar modo uno sviluppo esteso del culto mariano. Un culto dimostrato dalla presenza di innumerevoli santuari dedicati alla Madre di Gesù e sopravvissuti negli anni del conflitto a saccheggi e distruzioni. Uno dei più importanti senza ombra di dubbio è il monastero di Saidnaya (Signora della Caccia in siriaco), appartenente al Patriarcato ortodosso di Antiochia e meta di pellegrinaggio anche per i musulmani. La storia di questo monastero è emblematica riguardo al carattere sacro e tradizionale della presenza cristiana in Siria. La leggenda narra che l’imperatore bizantino Giustiniano I, impegnato in una battuta di caccia nell’area, smarrì la via nei dintorni di Damasco rischiando di morire a causa della disidratazione. La sete venne placata grazie all’aiuto di una gazzella, successivamente identificata da Giustiniano come un messo angelico mariano, che lo condusse ad una fonte d’acqua su quella stessa roccia su cui l’Imperatore volle in seguito far costruire il santuario. Ed all’ingresso del santuario vennero iscritte le parole tratte dal Libro dell’Esodo: “togli le scarpe dai piedi, poiché il luogo in cui ti trovi è terra santa”[8].
Ora, riprendendo il concetto secondo il quale geografia sacra e geopolitica spesso si sovrappongono, è bene sottolineare che la regione nella quale si trovano i principali centri di culto cristiani in Siria (da Saidnaya a Maaloula) possiede anche un valore geostrategico di notevole importanza. Osservando una mappa del Levante, si noterà facilmente che quest’area corrisponde a quelle montagne di Qalamoun, lungo il confine tra Siria e Libano, al di là delle quali si trova la Valle della Bek’a che costituisce (storicamente) uno dei principali centri di irradiamento dell’attività di Hezbollah. Tale regione, punto di collegamento tra Libano e Siria (e dunque anche di rifornimento tra Beirut e Damasco) è stata a lungo oggetto di contesa tra i gruppi terroristici che hanno messo a ferro e fuoco la Siria e le forze lealiste (l’Esercito Arabo Siriano con le milizie ad esso collegate) ed i loro alleati (Hezbollah e le Forze Quds comandate proprio da Qassem Soleimani). Damasco ed i suoi alleati hanno lanciato nel corso del conflitto almeno tre diverse operazioni militari per liberare questa fondamentale regione, infliggendo gravi sconfitte tanto al sedicente “Stato Islamico” quanto alle forze legate ad al-Qaeda. In particolare, l’offensiva dell’agosto 2017 portò alla prima grande sconfitta dello “Stato Islamico” sul suolo siriano, alla resa di un cospicuo numero di miliziani dell’entità terroristica, ed alla liberazione di una larga fetta di territorio lungo il confine siro-libanese.
Molte delle milizie cristiane che hanno partecipato alle operazioni militari nella regione a sostegno del legittimo governo di Damasco (ad esempio, i “Guardiani dell’Alba” che riuniscono diverse sigle di matrice cristiana come i “Leoni dei Cherubini” – in riferimento al nome di un importante monastero di Saidnaya – o i “Soldati di Cristo”) sono state costituite sul modello di Hezbollah e delle milizie sciite irachene, con l’ausilio sia delle Forze Quds di Soleimani sia dello stesso Hezbollah. Sempre Soleimani ha avuto un ruolo di rilievo anche nella formazione di un’altra milizia cristiana, le “Forze della Rabbia”, nella città a maggioranza greco-ortodossa di Suqaylabiyah tra Hama e Latakia[9].
É importante sottolineare che i militanti di questi gruppi si considerano alla stregua di “mujahidin della croce”[10]. Uno dei motti dei “Leoni dei Cherubini” afferma: “Non siamo stati creati per morire ma per la vita eterna. Noi siamo i discendenti di San Giorgio!”[11]. La loro azione si è rivolta in primo luogo alla difesa dei luoghi di culto cristiani contro le devastazioni dei miliziani takfiri. Tuttavia, molti di questi gruppi hanno partecipato ad operazioni militari anche all’infuori delle aree in cui vive la maggior parte della comunità cristiana siriana. Essi, di fatto, hanno combattuto e combattono da cristiani contro l’“Occidente” ed una visione del mondo a loro totalmente estranea.
Si potrebbe affermare in una certa misura che l’aggressione alla Siria abbia contribuito (utilizzando le parole di Michel ‘Aflaq, padre fondatore cristiano-ortodosso del Ba’ath siriano) a “risvegliare il nazionalismo degli Arabi cristiani”[12]: ovvero, quel sentimento che “porta a sacrificare il proprio orgoglio personale ed i propri privilegi, nessuno dei quali capace di eguagliare l’orgoglio arabo e l’onore di esserne parte”[13].
Di fronte a questo scenario, appare abbastanza evidente il motivo per il quale il Segretario di Stato USA Mike Pompeo dichiarò già nel 2018, con il caratteristico stile da gangster che contraddistingue la politica estera nordamericana, che il Generale Soleimani stava creando problemi sia in Siria sia in Iraq e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare il possibile per alzare il prezzo per lui personalmente e per le Forze Quds dei Guardiani della Rivoluzione[14].
Oltre all’aspetto prettamente geopolitico (legato al fatto che il lavoro di Soleimani ha contribuito allo sviluppo di forze militari non convenzionali capaci di mettere in crisi la strategia nordamericana e sionista in Siria ed Iraq ed ha creato delle fasce di sicurezza ai confini dell’Iran espandendone, inoltre, la sua influenza nella regione)[15], i “problemi” di cui parla Pompeo sono interconnessi anche ad un aspetto più prettamente “ideologico”. È noto infatti che la sovrastruttura ideologica dell’“Occidente”, nel corso degli ultimi vent’anni, è stata costruita intorno al cosiddetto “scontro tra civiltà”, teorizzato da Samuel P. Huntington e Bernard Lewis, tra giudeo-cristianesimo ed Islam (o tra “Occidente liberale” ed asse islamico-confuciano) al mero scopo di fornire un “nemico” contro il quale opporsi. Allo stesso tempo, oltre alla frammentazione lungo linee etnico-settarie dei principali avversari regionali (strategia che si sta cercando di applicare anche all’Iran)[16], il sionismo ha sempre avuto a cuore l’eliminazione delle comunità cristiane nel Levante[17] per poter riaffermare uno dei miti fondanti dello “Stato ebraico”: il suo ruolo di “vallo contro la barbarie orientale”.
In questo senso, il Generale Soleimani e le milizie a lui collegate, operando anche nel rispetto di precetti teologici prima ancora che militari e difendendo le comunità religiose oppresse dai gruppi terroristici sostenuti dall’“Occidente” (sia in Siria che in Iraq) anche attraverso una cooperazione interconfessionale che si pone agli antipodi rispetto al tradizionale principio imperialistico del divide et impera, hanno smascherato la menzogna di fondo insita nel modello ideologico dello “scontro tra civiltà” ed hanno mostrato che l’entità sionista, lungi dall’essere un vallo contro la barbarie, è essa stessa la barbarie.
Superando il modello ideologico dello scontro tra civiltà attraverso un agire che (in termini prettamente tradizionali) si pone come incontro tra la Via dell’Azione e la Via della Contemplazione (non c’è gihad minore senza gihad maggiore e l’Azione è inscindibile dalla meditazione), la figura del Gen. Soleimani assume il ruolo di “eroe civilizzatore”. In un mondo in rovina, in cui domina l’individualismo e la contraffazione ideologica su più livelli ha distrutto ogni tipo di principio ed attitudine sacrale, la vita di Soleimani è un esempio rivoluzionario. L’Azione, in questo membro della casta guerriera, diviene sacrificio di sé verso un fine superiore. E, con lui, il conflitto torna ad assumere quella dimensione teologica (indagata da Heidegger e Schmitt nella prima metà del XX sulla base dei frammenti eraclitei) che nel mondo “occidentale” è stata annegata nel moralismo di matrice protestante anglo-americana.
Soleimani è stato ucciso per il semplice fatto di aver rappresentato un modello umano che si pone agli antipodi rispetto all’uomo occidentale moderno ignaro del Sacro e la cui conoscenza è ridotta alla mera accumulazione ed assimilazione di dati empirici. Parafrasando l’Iman Khomeini, Soleimani è stato un vero essere umano nel senso tradizionale e spirituale di tale idea. E per questo è stato ucciso[18]. “Degli esseri umani – scriveva il padre della Rivoluzione Islamica – hanno paura; se ne trovano uno di uomo, lo temono […] Per questo ogni volta che hanno trovato di fronte a loro un uomo vero lo hanno ucciso, imprigionato, esiliato o ne hanno infamato la reputazione”[19].
Roma, 4 gen – Era solo questione di tempo, anche il leggendario musical Greaseè finito sulla graticola dei talebani del politicamente corretto: secondo gli ultras della cancel culture sarebbe sessista, omofobo e inciterebbe addirittura allo stupro.
Gli alfieri del buonismo decretano che Grease è sessista
E’ destino che, uno dopo l’altro, tutti i film che in qualche modo rappresentano il bagaglio culturale delle generazioni antecedenti ai nati negli anni ’90 passino sotto le forche caudine del pensiero revisionista di millenial e successivi, vittime spesso inconsapevoli del lavaggio del cervello globalista. La lista dei film messi all’indice perché sessisti, omofobi e razzisti è ormai infinita.
Una messa in onda che ha sconvolto i giovani adepti del globalismo
Gli strali politicamente corretti si sono abbattuti su Grease durante la sua messa in onda sul canale britannico Bbc1. Mentre – ci scommettiamo – tutta una parte di audience non vedeva l’ora di tuffarsi nelle vicissitudini romantico-goliardiche di Danny Zucco e di Sandy, dei T-birds e delle Pink Ladies, le schiere di giovanissimi che per la prima volta si accostavano alla pellicola sono sobbalzate incredule sulla propria sedia. E via a twittare indignati denunciando gli elementi «problematici» di Grease: è sessista,misognino, omofobo, e addirittura ammiccherebbe alla «cultura dello stupro».
Grease sessista e razzista sul banco degli imputati
Ma come, direbbe una qualsiasi persona normale, armata di buon senso: in Grease non c’è traccia di violenza, il lieto fine è assicurato, l’amore trionfa, tutti arrivano al finale felici, accoppiati e contenti… Eh no, alzano il ditino i gggiovani: «Con Grease si tocca il picco di omofobia», «Grease è misogino, sessista e un po’ stupido», «Grease fa schifo a così tanti livelli e il messaggio è pura misoginia». Soprattutto, «Grease è una pellicola eccessivamente bianca», perché non vi recitano attori afroamericani.
I passaggi incriminati
A guadagnarsi il bollino rosso sono alcuni passaggi iconici della pellicola. Innanzitutto Sandy, la protagonista della pellicola, si trasforma in una bad girl per compiacere il personaggio interpretato da John Travolta e questo è estremante sessista e lesivo della dignità femminile. Poi viene messa al banco degli imputati la scena in cui uno dei personaggi si sdraia sul pavimento per guardare sotto le gonne di due studentesse. Per non parlare della gara di ballo in cui lo speaker radiofonico Vince Fontaine chiede ai ballerini di «evitare di formare coppie dello stesso sesso». Omofobia galoppante, secondo il metro di giudizio odierno.
Secondo quanto riferito dal Daily Mail molte beghine antisessiste hanno chiesto a gran voce la cancellazione del film dal palinsesto: «Grease è troppo sessista ed eccessivamente bianco e dovrebbe essere bandito dallo schermo. Dopotutto, è quasi il 2021». Siamo fieri di essere rimasti al ’78, quindi.