I “vigilanti” di Facebook? Tutti di sinistra

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Nei giorni seguenti al ban permanente dell’account di Donald Trump su Twitter si è riacceso il dibattito sulla tutela della libertà di espressione sui social. Non esistendo leggi chiare in materia, i colossi del web fanno leva sulle “condizioni d’uso” vagliate da ogni utente (che lo sappia o no) al momento dell’iscrizione per consentire o rimuovere i contenuti. Ciò conferisce un potere virtualmente infinito ai “moderatori”, coloro i quali, di mestiere, controllano i singoli post e decidono cosa sia lecito o illecito.

Un ruolo, si badi, di grande responsabilità, vista la quantità di porcherie che invade il web e che viene portata in dote da miliardi di utenti. Ma parliamo di nefandezze come incitamento alla violenza, alla pedopornografia, al terrorismo etc, non certo di reati d’opinione.

La domanda che sorge spontanea è: chi controlla i controllori? Questi moderatori sono persone comuni, che hanno inclinazioni ideologiche, background, simpatie politiche. E siccome i famosi “standard della community” sono spesso molto vaghi, i moderatori sono praticamente liberi di censurare ciò che vogliono. Talvolta sono organici alle stesse aziende che gestiscono i social, talaltra lavorano per soggetti privati terzi a cui i colossi affidano una parte del lavoro (via via sempre più abnorme). Questi soggetti privati, allo stesso modo, come Arvato, Cpl Recruitment, BCforward, Accenture (quasi sempre internazionali), sono composti da personale che può garantire o non garantire il rispetto della terzietà.

Possono, in buona sostanza, essere in malafede, o incompetenti, o distratti (studi recenti hanno dimostrato che l’attenzione riservata all’analisi di ogni singolo post non supera in media i 10 secondi). A coadiuvarli ci sono gli algoritmi (che di norma penalizzano i post “in attesa di giudizio”, dall’inizio della pandemia possono anche censurare direttamente i contenuti), a loro volta alimentati dalle segnalazioni degli utenti (più che mai tendenziose, o arbitrarie, o dolose).

E allora, la seconda domanda che sorge spontanea è: il singolo, bannato o censurato magari ingiustamente, come si può difendere? Nel caso di Facebook esiste dal 2019 un organo chiamato Oversight Board, un Comitato per il controllo dei contenuti. Si tratta di una sorta di Corte Suprema formata da 20 super esperti globali di difesa dei diritti, libertà d’espressione, comunicazione digitale. I membri hanno un mandato triennale e devono svolgere il compito di prendere decisioni definitive e vincolanti sui casi di ricorso presentati dagli utenti che ritengono di aver subito un’ingiustizia, e stabiliscono (anche se in disaccordo con la linea aziendale) quali contenuti potranno essere consentiti o rimossi da Facebook e Instagram ispirandosi alle leggi in materia di tutela della libertà di espressione e dei diritti umani.

L’Oversight Board, insomma, fa giurisprudenza. Grazie a questo organo la trasparenza dovrebbe essere garantita. Ma, a ben guardare, proprio super super super partes non sono. Tra i nomi più conosciuti ci sono ad esempio:

1. Alan Rusbridger, ex storico direttore del Guardian (testata liberal);

2. Afia Asantewaa Asare-Kyei, della Open Society Initiative for West Africa (sì, “quella” Open Society);

3. Jamal Green, costituzionalista e autore del libro How Rights went wrong, che parte dall’assunto popperiano che gli americani siano finiti “fuori strada” nella percezione di cosa siano i loro “diritti”;

4. Helle Thorning-Schmidt, ex primo ministro danese socialdemocratico;

5. Endy Bayuni, nel board di varie Ong;

6. Pamela Karlan, divenuta famosa per aver guidato la richiesta di impeachment contro Trump (una delle) sostenendo che avesse “sollecitato l’interferenza di un governo straniero, quello dell’Ucraina, per trarre vantaggio nella sua rielezione” e per aver fatto una battuta sul figlio, Barron, durante una delle sue audizioni;

7. Nighat Dad, ultrafemminista pakistana.

Nota a margine: non ci sono italiani.

Sarà Facebook, ovviamente, a presentare a questa commissione i casi più importanti, che potrebbero avere forti ripercussioni sul mondo reale o sul discorso pubblico. Nessuno di loro, quindi, prenderà mai in considerazione una “qualsiasi” delle segnalazioni presentate dagli utenti (sono milioni ogni giorno). Ma dietro questo Oversight Board, già di per sé composto da personalità non proprio variegate (e, diciamo così, non proprio “sovraniste”) che sui grandi temi tenderanno a mantenere un indirizzo politico e ideologico ben preciso, Facebook ha la possibilità di “nascondersi” per ripulire un’immagine sempre più macchiata dalle vere campagne di repressione messe in atto negli ultimi mesi. Tanto poi, nella stragrande maggioranza dei casi, a giudicare sarà sempre qualche omino chiuso in una stanzetta che di fronte al suo pc avrà una decina di secondi al massimo per brandire, un po’ come vuole, la scure della censura.

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I “vigilanti” di Facebook? Tutti di sinistra

Chi è davvero Walter Ricciardi. Dalle dimissioni per conflitto di interessi alla poltrona di consulente

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Roma, 20 gen – Si è parlato molto nell’ultimo anno di Walter Ricciardi, consigliere scelto dal ministro della Salute Roberto Speranza per affrontare l’emergenza coronavirus, dai suoi continui appelli allarmisti sull’imporre agli italiani lockdown duri, a quando decise nel 2015 di chiudere Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps) che sarebbe stato utilissimo per affrontare un’epidemia. Fino agli ammonimenti scagliati contro gli italiani nel 2018, forse reminiscenze del suo passato al fianco di Mario Monti: “Credo che come per Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna sia opportuno che gli Italiani sperimentino sulla loro pelle quello che “salvatori” come Amato Ciampi e Monti gli hanno finora evitato”. Ciò che sembra sia passato indisturbatamente sottotraccia, taciuto perfino dal Fatto Quotidiano, all’epoca uno dei suoi più strenui accusatori, è il motivo delle dimissioni di Walter Ricciardi dalla carica di presidente dell’Istituto superiore di sanità nel 2018.

Chi è Walter Ricciardi? Conflitto di interessi e obblighi vaccinali

L’allora ministro della Salute Giulia Grillo, che ricevette le dimissioni di Walter Ricciardi, affermò che: “Da quello che so e da quello che mi è stato detto durante il nostro colloquio, Walter Ricciardi non si è dimesso per polemiche con il governo, ma per tornare alle sue attività. Anche nella lettera di dimissioni è indicato questo. Poi lui ha manifestato un legittimo disaccordo con alcune posizioni del governo, ma questo non ha nulla a che fare con il suo ruolo, che di certo non fa politica, ma altro”. La Grillo glissò sul probabile reale motivo che hanno costretto Ricciardi all’allontanamento dall’Iss. “L’ultimo guappo” (dal titolo di un film di cui fu protagonista con Mario Merola nel 1978) lasciava così la guida dell’Istituto superiore di sanità dopo oltre 4 anni dalla sua nomina avvenuta per volontà di Beatrice Lorenzin nel 2014, prima come commissario poi come presidente.

La vera ragione delle dimissioni di Ricciardi potrebbe essere quel conflitto di interessi sui vaccini, svelato dal libro Vacci-Nazione di Giulia Innocenzi, che riporta la testimonianza della giornalista Amelia Beltramini, le conseguenti accuse del presidente del Codacons Carlo Rienzi e, infine, il servizio delle Iene. È opportuno ricordare che, come commissario e presidente dell’Istituto superiore di sanità, Ricciardi ha promosso allargamento dell’obbligo vaccinale imposto ai bambini, attraverso il Piano nazionale sui vaccini, apripista della legge Lorenzin: “Ho fatto presente alla ministra Lorenzin la situazione preoccupante in cui ci trovavamo, lei è stata molto reattiva e insieme abbiamo fatto la nuova legge”, affermava l’attuale consigliere di Speranza nel settembre 2017 alla festa del Pd di Firenze. Anzi, Ricciardi avrebbe voluto l’imposizione di tredici vaccini (pneumococco, meningococco B e C), invece dei dieci passati poi con la legge.

Riportiamo un passo del libro della Innocenzi: “Nell’audizione di Walter Ricciardi in Commissione affari sociali alla Camera, il deputato Massimo Enrico Baroni solleva alcuni problemi sul passaggio da commissario straordinario dell’Istituto Superiore di Sanità a presidente: ‘generalmente per tutte le nomine di commissario straordinario vige una inconferibilità successiva ad assumere l’incarico di presidente. Si richiama un recente orientamento dell’Autorità nazionale anticorruzione del 6 maggio 2015’. Il parlamentare, inoltre, stila a Walter Ricciardi una serie di conflitti d’interesse per alcuni suoi incarichi presenti o passati: membro dell’European Steering Group sulla sostenibilità dei sistemi sanitari e relatore del Libro Bianco europeo, iniziativa finanziata dalla casa farmaceutica AbbVie; membro del Comitato scientifico del Centro di Ricerca sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale della Università Bocconi, che nel progetto Academy of Health Care Management and Economics collabora con la Novartis; responsabile scientifico del Primo Libro Bianco sull’Health Technology Assessment in Italia e del progetto ViHTA, iniziative finanziate da GlaxoSmithKline. Ma questi non sono tutti i potenziali conflitti d’interesse di Walter Ricciardi. ‘In Italia se ne dichiarano meno di quanto si fa in Europa’, spiega Amelia Beltramini, giornalista scientifica. ‘Per un incarico assunto in Europa, Ricciardi ha dovuto stilare la sua dichiarazione di interessi presso la Commissione europea in data 28 marzo 2013’. C’è un documento disponibile online dove si vede che l’attuale presidente dell’Istituto superiore di sanità ha stilato gli HTA (Health Technology Assessment), cioè la valutazione dell’impatto sulla salute, di una serie di vaccini per le case farmaceutiche”. La Innocenzi poi cita la lista che Ricciardi presentò alla Commissione europea in merito alle sue collaborazioni: Novartis per il vaccino MenB (2012); Menarini per il vaccino Nebivololo (2012); Menarini per il vaccino Remimazolam (2012); IBSA per il vaccino Fostimon (2012); GlaxoSmithKline per il vaccino Belimumab (2011); Pfizer per il vaccino Enbrell (2011); Pfizer per il vaccino PCV13 (2011); Astellas Pharma per il vaccino Mycamine (2010); Amgen Dompè per il vaccino Prolia (2010); Wyeth Lederle per il vaccino Prevenar (2009); Novartis per il vaccino Lucentis (2009); Sano Pasteur per il vaccino Gardasil (2008); GlaxoSmithKline per il vaccino Syn orix (2008); GlaxoSmithKline per il vaccino Lapatinib (2008); GlaxoSmithKline per il vaccino HPV (2007)”.

La denuncia del Codacons

La medesima questione era già stata denunciata dalla Codacons nel 2016 con un volantino distribuito durante un convegno a cui partecipava Ricciardi, in cui si descriveva la “sussistenza di numerosi presunti conflitti di interessi risultanti dalla commistione con case farmaceutiche o simili”.

A seguito della distribuzione del volantino di denuncia del Codacons, Ricciardi denunciò Carlo Rienzi per diffamazione perché in contenuti descritti non sarebbero stati “corrispondenti ai fatti”. Il giudice emise poi una sentenza di assoluzione a favore di Rienzi perché “il fatto non sussiste”, motivando che la sponsorizzazione riportata nel volantino era “oggettivamente dimostrata”. Il Codacons aveva infatti già interpellato le case farmaceutiche oggetto dei presunti conflitti di interesse. Rienzi, alle Iene, ha successivamente sottolineato: “Un calunniatore, che per difendere se stesso, nasconde o vuole nascondere di avere avuto rapporti economici con le case farmaceutiche e sta a capo dell’Istituto superiore di sanità, ma come fa a rimanerci? (…) Le case farmaceutiche hanno interesse a vendere i farmaci e i vaccini che producono, che sono un grosso business. Il soggetto che decide su questi farmaci e su questi vaccini non può, come direttore di questo osservatorio, prendere soldi e poi andare a decidere sul destino dei farmaci di quella casa che ha dato i soldi al suo osservatorio”.

Il vaccino per il meningococco B e la Altis Ops

La Beltramini, intervistata dalla Innocenzi, ha sottolineato che Ricciardi “ha fatto da consulente per le case farmaceutiche sui loro vaccini, e poi ha detto che sono utili per gli italiani”. È paradossale che l’attuale consigliere del ministero della Salute avesse incluso pure il meningococco B, “l’ultimo vaccino per cui ha fatto da consulente”, nel Piano nazionale sui vaccini, nonostante il parere contrario dei ricercatori dello stesso Istituto Superiore di Sanità di cui poi è diventato presidente. Amelia Beltramini ha svelato anche che Walter Ricciardi ha omesso le tante collaborazioni e le sponsorizzazioni ricevute dalle case farmaceutiche nel curriculum vitae pubblicato sulla pagina internet dell’Istituto superiore di sanità, mentre le suddette collaborazioni sono presenti nella “dichiarazione di interessi” depositata alla Commissione europea perché obbligato dalle norme sulla trasparenza, essendo un membro del panel europeo sull’efficacia degli investimenti in sanità.

 Chi è Walter Ricciardi? La collaborazione con l’agenzia di lobbyngPer capire chi è Walter Ricciardi – ha evidenziato la Beltrami – mancava un altro tassello anche al curriculum vitae depositato in Commissione europea: la collaborazione con l’agenzia di lobbying Altis Omnia Pharma Service durata fino al 2015, quindi in concomitanza con il suo incarico presso l’Istituto superiore di sanità. Come spiega Amelia Beltramini, che ha letto la visura camerale, l’Altis Ops assiste le case farmaceutiche in tutte le fasi legate ai suoi prodotti, dall’accreditamento presso le autorità sanitarie fino al lancio promozionale, ovvero una vera e propria società di lobbying che lavora nel settore farmaceutico e che, a tal scopo, ha creato due riviste: l’Italian Health Policy Brief e la Public Health and Health Policy. Sul sito della Altis Ops si legge: “Il nostro “sistema” poggia su alcuni pilastri fondamentali, oltre che su un solido bagaglio di rapporti con i più importanti interlocutori istituzionali e con gli stakeholder della sanità del Paese”.

Gli omissis sul curriculum di Ricciardi

Sugli omissis nel curriculum vitae europeo, l’europarlamentare grillino Piernicola Pedicini depositò nel dicembre del 2017 un’interrogazione parlamentare in cui si chiedeva se la Commissione Europea se fosse al concorrente degli incarichi di Ricciardi presso la Altis Ops e se ciò non costituisse un conflitto di interessi. Il 30 gennaio 2018, l’allora Commissario per la salute Vytenis Andriukaitis rispose: “Per quanto riguarda le attività specifiche svolte dal professor Ricciardi in qualità di editore nel periodo 2011-2015, cui fa riferimento l’onorevole deputato, la Commissione inviterà il professore a precisare ulteriormente tali attività anche nella sua dichiarazione d’interessi”.

Perché Speranza ha richiamato a Roma Ricciardi?

È ora opportuno tornare a riformulare le domande scritte da Innocenzi in Vacci-Nazione: “È opportuno che il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha partecipato alla stesura del Piano nazionale vaccini e che affianca il ministro della Salute nelle sue scelte, sia stato consulente sui vaccini per le aziende farmaceutiche su cui poi si è trovato a decidere? E che oggi con il suo ruolo pubblico diventa uno degli interlocutori principali per la società di lobbying, che fa da tramite con l’industria, con cui ha collaborato in passato tramite le sue riviste? Se proprio Walter Ricciardi era la persona irrinunciabile per il ruolo di presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, allora le sue collaborazioni passate andavano dichiarate con trasparenza. Tutte. Ma questo non è stato fatto”, a cui ora si aggiunge l’ulteriore interrogativo sul motivo che ha spinto Roberto Speranza a nominare proprio Walter Ricciardi, già dimissionario dall’Istituto superiore della sanità nemmeno un anno e mezzo prima, come consigliere del ministero della Salute per l’emergenza Covid-19.

 

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https://www.ilprimatonazionale.it/inferno-spa/ricciardi-dimissioni-conflitto-interessi-poltrona-consulente-speranza-180147/

Thibon, l’uomo che coltivava la terra pensando al cielo

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DI MARCELLO VENEZIANI

Il 19 gennaio di vent’anni fa si spense nella casa di famiglia in cui era nato 98 anni prima, a Saint-Marcel-d’Ardèche, il pensatore contadino e cristiano Gustave Thibon. Dovrebbe leggere i suoi scritti Papa Bergoglio, è una lettura semplice che apre il cuore; vedrebbe l’amore per la terra e la fraternità dal punto di vista verticale, cioè in profondità e in altezza. In profondità dove ci sono le radici, in altezza verso Dio. Per unire l’umanità, gli insegnerebbe Thibon, non serve gettare ponti ma innalzare scale; “chi non è salito fino a Dio non ha mai incontrato un fratello”.

Thibon è un autore sconosciuto ai più. Di lui uscirono mezzo secolo fa in Italia un paio di libri con l’editore Volpe, Ritorno al reale e Diagnosi, e qualche opera minore. Di recente D’Ettoris ha pubblicato Il tempo perduto, l’eternità ritrovata, (p.516, 25,90 euro), florilegio di scritti e aforismi a cura di Antonella Fasoli, prefazione di Benedetta Scotti. “Benedire tutto, non divinizzare nulla”, insegna Thibon; abbattuti gli dei sorgono i “mostri” e disfatti i miti si innalzano “i palloni gonfiati”.

Thibon abbandonò presto gli studi e dopo aver viaggiato, dimorando anche in Italia, si dedicò alla vita contadina ritirandosi nelle sue terre. Lì coltivò vitigni e pensieri. Lo scoprì Jacques Maritain, pubblicando un suo scritto nel 1931. Thibon era legato alla terra e al cielo, contadino e credente, nutrito di un amore metafisico per la realtà. Amava la tradizione e non la coniugava al passato né la relegava in un astratto Mondo Perfetto, ma la ritrovava nella vita che s’incarna di continuo, nelle radici che danno frutti e nel sole che si rinnova ogni mattino. “Non opporsi ai cambiamenti ma impregnarli d’eterno”. Gabriel Marcel apprezzò la freschezza profonda della sua anima in comunione con la natura, la familiarità col silenzio e la sua vita regolata al ritmo del cosmo. Per Thibon un vero aristocratico si distingue ma non si separa dalla gente con sdegnoso snobismo; è il suo stile, la sua grazia, la sua essenza a distinguerlo. La nobiltà ha cadute, non bassezze. Il contadino ha radici, scrive Thibon, perciò non teme il vento e non diventa suo trastullo.

Nella sua casa di campagna si rifugiò Simone Weil in piena guerra per ritrovare il contatto con la terra nel lavoro agreste; con lui dialogò a lungo, insegnò a lui il greco e con lui lesse i classici; a lui affidò i suoi quaderni di cui fu il primo curatore. È splendido il ritratto di Simone che ci lascia Thibon nel libro scritto con Padre Perrin (Simone Weil come l’abbiamo conosciuta); ritrova in lei “l’egoismo trascendentale dell’eroe” e la sua insopportabile santità, perfino il suo antisemitismo, lei ebrea; la sua goffaggine, la sua inattitudine alla realtà e alla vita pratica e il suo desiderio di mortificarsi, di annientarsi.

Di quell’amicizia narrò un film di qualche anno fa, Stelle inquiete. Quando conobbe Simone Weil, Thibon provò all’inizio quasi repulsione. La stessa repulsione confessò pure lei verso di lui, “mi è letteralmente intollerabile”. Lei perduta nel suo etereo spiritualismo intellettuale, lui radicato nel suo terrestre spiritualismo realista; lei rivoluzionaria e anarchica, lui monarchico e vicino al regime di Vichy. Però l’amore della verità superò le antipatie superficiali e ideologiche. Fu vinto, suo malgrado, “dalla purezza della sua anima, dalla qualità del suo spirito”, vide in lei “una tensione di fedeltà all’eterno” che rese la loro amicizia “profondamente fraterna”. “Aveva il privilegio di essere sempre dalla parte dei vinti”. Trentenne, era già incurvata dall’ascesi e dalla malattia, “solo i suoi occhi mirabili sopravvivevano in quel naufragio della bellezza”. E quel suo discutere all’infinito… Thibon colse la fragilità di Simone Weil in quella rigidità che la rendeva impacciata nella vita e astratta nel pensiero.

Mentre lei asciugava i piatti le disse che il suo punto debole era “una mancanza di unità tra terra e cielo”. Colse con perfetta semplicità la vena “gnostica” di Simone, quella spiritualità fuori dal mondo, dal corpo e dal tempo che rendeva rarefatti i pensieri e sovrumana la grazia. Solo la santità, disse, le apporterà la lievità suprema. Dal canto suo, Simone, integralista della purezza, giudicò aspramente alcuni scritti di lui; e criticò l’amore che il cristiano Thibon nutriva per Nietzsche. Ma riconobbe lo splendore accogliente della sua anima, visse e vendemmiò con lui nella sua campagna – “con lei ho vangato la terra e spezzato il pane” disse Gustave. Lei rifiutava i conforti e l’abbondanza di cibo che lui le offriva e cercava la scomoda frugalità nella casetta diroccata sulle rive del Rodano. Probabilmente l’elogio del radicamento che lei scrisse proprio dopo il periodo trascorso nella campagna di Thibon, risentì di quella vita, quei dialoghi e quelle idee del filosofo contadino. E così la difesa weiliana del passato, dell’onore, dell’ubbidienza, dell’ordine. Non a caso Simone affidò proprio a lui, nel loro ultimo incontro, i suoi Quaderni, perché ne facesse quel che voleva. Su una panchina di pietra lui e Simone leggevano insieme Platone, contemplando le stelle e fumando di continuo. Un filo di fumo legava Platone alle stelle Ci trafigge il suo dolore per la morte precoce di lei: “Sanno, i morti, ciò che uccidono in noi, lasciandoci? Per noi che l’abbiamo amata, una parte della nostra anima è divenuta una tomba: mille scambi, possibili solo con lei, sospinti fuori dall’esistenza”.

Per Thibon la ricetta per invecchiare bene è non smettere mai di nascere; anzi più che nascere, resuscitare. L’epoca in cui tutto è perduto, diceva, è anche l’epoca in cui tutto si può ritrovare. La salvezza verrà tramite la bellezza, la preghiera e l’amore. La parola chiave del suo pensare è “sempre, questa parola continuamente ripetuta dall’amore, continuamente smentita dalla vita”. Il suo corpo, come il suo pensiero, trovò in terra il cielo.

MV, La Verità 19 gennaio 2021

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Thibon, l’uomo che coltivava la terra pensando al cielo

GRAd-COV2: la risposta italiana ai vaccini anti-Covid Pfizer e Moderna. Il cofondatore di Reithera spiega come funziona

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Un vaccino italiano è in via di sperimentazione avanzata. Anche il nostro Paese è quindi in grado di preparare una risposta al Covid di valore identico a quello delle grandi istituzioni e delle aziende farmaceutiche internazionali. E si tratta di un prodotto di pari livello scientifico.

Secondo il medici dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, che lo stanno sperimentando, dopo 28 giorni di vaccinazione oltre il 94 per cento dei soggetti nella fascia d’età 18-55 anni ha prodotto anticorpi e oltre 90 per cento ha sviluppato anticorpi con potere neutralizzante nei confronti del virus.

Il vaccino è paragonabile a quello di Astra Zeneca. Non è basato sulla tecnologia Rnma, come Pfizer e Moderna, ma utilizza un veicolo virale. Questo ha reso molto più facili le procedure perché si tratta dello stesso principio già usato in altri vaccini, permettendo di arrivare velocemente alla sua preparazione”, dice Maurizio Bonati, Capo dipartimento di Ricerca Salute pubblica dell’Istituto Mario Negri di Milano.

 

Ci sono altre due differenze sostanziali da quelli americani che stanno già circolando in Italia. Non vanno conservati a 80 gradi sotto zero perché basta un normale frigorifero, e con molta probabilità ne basterà un unica dose. Anche i costi sono ridotti: tra i 4 e i 5 euro contro 12-14 per dose, dunque 22-24 per trattamento.

Verrà prodotto da Reithera, una perla scientifica italiana, con una lunga esperienza nel campo dei vaccini. Da anni ha collaborazioni internazionali che studiano malattie come l’epatite C, la malaria, l’Hiv, Ebola. Chiamato GRAd-COV2 utilizza gli adenovirus provenienti dai gorilla. Vengono trasformati in cavalli di Troia inserendo nel loro genoma la proteina spike del coronavirus.

Sono considerati a tutti gli effetti tra i più potenti vettori di vaccini e non interferiscono con anticorpi preesistenti. La tecnologia è la stessa che è già stata sperimentata per esempio per il vaccino contro Ebola, sia negli anziani che nei bambini, e i risultati dimostrano che è sicura e innesca una robusta risposta immunitaria.

Siamo partiti dai gorilla perché i virus che li infettano sono efficienti nel riconoscere anche le cellule umane. In loro non producono sintomi e nell’uomo danno solo raffreddori lievi. Il vettore è totalmente innocuo perché la parte che crea la patologia viene inattivata con eliminazione di parte del patrimonio genico. Inoltre non è in grado di replicarsi. Grazie alla sua azione riceviamo solo una componente della proteina spike, la riconosciamo, ci prepariamo immunizzandoci e dunque possiamo non ammalarci” spiega Stefano Colloca, cofondatore e e Chief of  technology di Reithera.

GRAd-COV2 insomma è un vaccino sicuro e che induce una risposta immunitaria robusta ed è anche in fase avanzata di preparazione. E ci sono speranze che possa arrivare presto.

Abbiamo iniziato la fase uno in settembre con un gruppo di persone tra i 18 e i 55 anni. La risposta immunitaria è stata importante e sono stati prodotti anche linfociti T. In dicembre si è iniziato a vaccinare gli oltre 65 anni e anche in questo caso la risposta è stata positiva. Pochi hanno anche riferito una dolenzia nel punto di inoculo che durava solo 24-48 ore. A febbraio inizieremo la fase due e subito dopo la fase tre. Ed entro questa estate dovremmo aver completato i test, dice Stefano Milleri, direttore scientifico del Centro ricerche cliniche dell’Ospedale di Verona il secondo centro di sperimentazione.

Il nuovo vaccino disegnato con la stretta collaborazione dello Spallanzani, ha ricevuto un finanziamento dal Ministero della ricerca scientifica e dalla regione Lazio.

Quanto tempo ci vorrà poi per arrivare davvero alla gente dipende dalle agenzie regolatorie, ma noi contiamo di poter arrivare a diffonderlo per uso emergenziale già tra luglio e agosto. Ci siamo infatti già attrezzati per una produzione su larga scala, in una officina farmaceutica già approvata dall’Aifa e che produceva altri vaccini simili. Ora amplieremo i bioreattori necessari e saremo in grado di produrne 10 milioni di dosi al mese” specifica Colloca.

La produzione di un vaccino italiano è una notizia importante. Molto però dipenderà anche da se riuscirà a renderlo competitivo. Purtroppo i prezzi dipendono anche dal mercato e dalla concorrenza. Ma in futuro alcuni dei vaccini ora presenti potrebbero scomparire ed essere sostituiti da quelli più convenienti e più facili da usare. Inoltre è facile prevedere che le produzioni locali verranno privilegiate”, dice Bonati.

Le dosi degli altri vaccini non sono comunque sufficienti, e si potrebbe arrivare a un momento in cui saranno tutti contemporaneamente presenti” dice Milleri.

Dunque l’arrivo di un vaccino che può essere prodotto in Italia potrebbe essere una svolta, non solo per noi ma anche per l’Europa.

Possiamo estendere le capacità produttive anche in altre officine europee. E abbiamo anche una collaborazione con la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi) una realtà internazionale che ha la missione di finanziare e generare vaccini per i paesi a basso reddito”, dice Colloca.

Potrebbe essere una favola a lieto fine. Speriamo che lo sia. Nuova infatti è anche la procedura con cui i vaccini vengono approvati dall’Aifa, il passaggio fondamentale per procedere poi verso il pubblico. L’urgenza della pandemia ha permesso di muoversi in modo più veloce, più preciso, con più personale, abbattendo i tempi che ci volevano un tempo.

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GRAd-COV2: la risposta italiana ai vaccini anti-Covid Pfizer e Moderna. Il cofondatore di Reithera spiega come funziona

Sotto le due cupole. San Pietro, il Campidoglio Usa e la crisi di una civiltà

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Cari amici di Duc in altum, vi propongo il mio più recenti contributo per la rubrica La trave e la pagliuzza in Radio Roma Libera.

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La cupola di San Pietro a Roma e la cupola del Campidoglio a Washington, apparentemente, non hanno molto in comune. La prima è un capolavoro michelangiolesco del sedicesimo secolo, posta sopra la tomba del principe degli apostoli. La seconda è un’opera in stile neoclassico del XIX secolo che completa un progetto di origini massoniche. Ai nostri giorni però le due cupole sono, in un certo senso, accomunate da ciò che sta succedendo sotto di esse.

Sia la cupola di San Pietro sia quella del Campidoglio americano custodivano quelle che per milioni di persone erano grandi certezze: da un lato l’unità dei cattolici, garantita dal papa, in una successione ininterrotta a partire da Pietro; dall’altro l’unità della nazione americana, garantita dalla Costituzione, in una successione ininterrotta di presidenti. Ora, però, sia sotto la prima cupola sia sotto la seconda, qualcosa si è rotto. È venuta meno proprio l’idea di unità. E al suo posto è penetrato il dubbio, si è insinuato il sospetto, si è fatta largo la divisione.

In questo mondo abbiamo ben poche certezze, ma fino a non molto tempo fa ne avevamo almeno un paio: che morto un papa se ne faceva un altro e che in America la disputa tra democratici e repubblicani (a parte qualche inevitabile colpo basso e qualche incidente di percorso) avveniva in modo tutto sommato civile e la democrazia funzionava.

Certezze andate in fumo.

“Morto un papa se ne fa un altro” non vale più. Per farne un altro, il papa può anche non essere morto. E l’altro, almeno per alcuni, può anche non essere papa o non essere accettato come tale. Magari per aver “rubato” l’elezione con l’aiuto di cardinali riuniti in un club mafioso. La presenza di due papi ha introdotto proprio al vertice della Chiesa un elemento di doppiezza e confusione che spalanca ulteriormente le porte al relativismo e a una visione della Chiesa tutta umana, relegando in un angolo la sua fondazione divina sul solo Pietro.<img class="i-amphtml-intrinsic-sizer" style="max-width: 100%; display: block !important;" role="presentation" src="data:;base64,” alt=”” aria-hidden=”true” />

E in America?

Se c’era una cosa che ci piaceva, e che invidiavamo agli americani, era il fair play, Carter che stringe la mano a Reagan, il rispetto reciproco tra avversari politici uniti dai valori fondamentali, quel certo understatement. E anche la precisione di un meccanismo che entro i tempi stabiliti assicurava la successione senza troppi scossoni. Ma questa macchina si è guastata. Il congegno elettorale si è rivelato tutt’altro che sicuro e trasparente. Il paese è lacerato e diviso. Anche qui il dubbio è penetrato in profondità, facendo venire meno le convinzioni di un tempo. E anche qui c’è chi pensa che l’ultima elezione sia stata rubata.

Sia sotto la prima cupola sia sotto la seconda non c’è più nulla di stabile. La sensazione diffusa è che sotto le due cupole possa avvenire ormai di tutto e che entrambe abbiano perso la propria sacralità. Se a San Pietro il papa, contornato da monsignori e cardinali, può omaggiare un idolo pagano, le sale del Congresso americano possono essere trasformate in un bivacco di gente arringata da un uomo con le corna.

Johan Huizinga, nel suo La crisi della civiltà, scrive che se si vuole davvero porre un ostacolo all’avanzata della barbarie occorre prima di tutto rendersi conto di quanto sia già progredito il processo di dissoluzione che ci minaccia, ma sotto le due cupole questa consapevolezza sembra appartenere a pochi.

Ciò che sta succedendo sotto le due cupole ha davvero il sapore della fine di una civiltà. Le pietre sono ancora lì e reggono di fronte alla sfida del tempo. Sono gli uomini al di sotto delle pietre che non reggono.

Nonostante gli accurati restauri (come quelli in corso a San Pietro), nelle due cupole si allargano incrinature e lesioni quanto mai drammatiche. Metaforiche, ma evidenti per chi non voglia chiudere gli occhi.

Aldo Maria Valli

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https://www.aldomariavalli.it/2021/01/19/sotto-le-due-cupole-san-pietro-il-campidoglio-usa-e-la-crisi-di-una-civilta/amp/

Ritratto di Conte

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Due anni fa scrivemmo questo ritratto di Conte, che deve ora la sua durata alla paura del voto e alla paura del covid. Fummo facili profeti: tutto quel che dicemmo allora si è dimostrato nella realtà; oggi di più. Fino alle ultime evoluzioni: il mercatino del voto, Mastella come faro, il tradimento di Trump per Biden, la vergogna di restare inchiodato a ogni prezzo. Ecco il ritratto.

Giuseppe Conte non è. Non è un leader, non è un eletto, non è un politico, non è un tecnico, non è nulla. È il Nulla fatto premier. E lo conferma ogni giorno adattandosi come acqua corrente alle superfici che incontra. È la plastica rappresentazione che la Politica, dopo lo Scarso, lo Storto, il Pessimo, ha raggiunto lo Zero, la rappresentazione compiuta del Vuoto.

Luogotenente del Niente, Conte è oggi il fenomeno più avanzato della politica dopo i partiti, i movimenti, le ideologie, la politica e l’antipolitica, i tecnici e i populisti, le élite e le plebi. È la svolta avvocatizia della politica che pure è da sempre popolata di avvocati: ma Conte non scende in politica, non entra in un partito, assume solo da avvocato l’incarico di difendere una causa per ragioni professionali; ma i clienti cambiano e così le cause. Andrebbe studiato nelle università del mondo perché segna un nuovo stadio, anonimo e postumo della politica. Non si può esprimere consenso né dissenso nei suoi confronti perché non c’è un argomento su cui dividersi; lui segna la fine del discorso politico, la fine della decisione, la fine di ogni idea, di ogni fatto. È la somma di tante parole usate nel gergo istituzionale, captate e assemblate in un costrutto artificiale. È lo stadio frattale del moroteismo, il suo dissolversi. Ogni suo discorso è un preambolo a ciò che non accadrà, il suo eloquio è uno starnuto mancato, di cui si avverte lo sforzo fonico e il birignao istituzionale ma non il significato reale. Altri semmai decideranno, lui si limita al preannuncio.

Ogni volta che un tg apre su di lui, non c’è la notizia, è solo una presenza che denota un’assenza; si spalanca una finestra nel vuoto. I fatti separati dalle opinioni, si diceva; lui è nello spazio intermedio dove non ci sono i fatti e non ci sono le opinioni. Dopo che Conte avrà parlato lascerà solo una scia di silenzi e di buchi nell’acqua. Non darà risposte, sceneggerà un ruolo e dirà lo Zero virgola zero. Nelle sue citazioni saccenti vanifica l’autore citato, lo rende vuoto e banale come lui. Conte non rientra in nessuna categoria conosciuta, eppure abbiamo avuto una variegata fauna di politici al potere. Lui non è di parte, eccetto la sua, è piovuto dal cielo in una sera senza pioggia.

Conte è portatore sano di politica e di governo, perché lui ne è esente. È contenitore sterile di ogni contenuto. Non ha una sua idea; quel che dice è frutto del luogo, dell’ora e delle persone che ha di fronte. Parla la Circostanza al suo posto, la Circumstancia, per dirla con Ortega y Gasset; Conte è la somma dell’habitat in cui è immesso, traduce il fruscio ambientale in discorso.

Figurante ma senza neanche figurare in un ruolo, è l’ologramma di una figura inesistente, disegnato in piattaforma come un gagà meridionale degli anni 50. Un po’ come Mark Caltagirone, il fidanzato irreale di Pamela Prati; è solo una supposizione. Trasformista, a questo punto, sarebbe già un elogio, comunque un passo avanti, perché indicherebbe un passaggio da uno stadio a un altro. Conte, invece, è solo la membrana liquida che di volta in volta riveste la situazione, producendo un molesto acufema in forma di eloquio. Conte cambia voltura a ogni utente e rispetto a ogni gestore (non fu un caso nascere a Volturara).

Conte è fuoco fatuo, rappresentazione allegorica del niente assoluto in politica, ma a norma di legge. Quando apparve per la prima volta dissero che aveva alterato il curriculum e in alcune università da lui citate non era mai stato, non lo conoscevano; ma Conte è un personaggio virtuale, il curriculum può allungarsi, allargarsi, restringersi secondo i desiderata occasionali.

Conte non ha una storia, non ha eredità e provenienze, non ha fatto nessuna scalata. È stato direttamente chiamato al Massimo Grado col Minimo Sforzo, anzi senza aver fatto assolutamente nulla. Una specie di gratta e vinci senza comprare nemmeno il biglietto, anzi senza aver nemmeno grattato. Da zero a Palazzo Chigi. Come Gregor Samsa una mattina si svegliò scarafaggio, lui una mattina si svegliò premier. Kafka allo stato puro.

Conte è di momento in momento di centro di destra di sinistra cattolico laico progressista, medieval-reazionario con Padre Pio, democratico-global con Bergoglio, fido del sovranista Trump e al servizio degli antisovranisti eurolocali; è genere neutro, trasparente, assume i colori di chi sta dietro. Un passe-partout. Il Conte Zelig, come lo battezzammo agli esordi, ha assunto di volta in volta le fattezze gradite a tutti i suoi interlocutori: merkeliano con la Merkel, junckeriano con Juncker, trumpiano con Trump, macroniano con Macron, chiunque incontra lui diventa quello; è lo specchio di chi incontra. In questa sua capacità s’insinua e manovra.

Conte non dice niente ma con una faticosa tonalità che sembra nascere da uno sforzo titanico, la sua parlata cavernosa e adenoidea è una modalità atonica, priva di pensieri o emozioni, pura espressione vanesia di un dire senza dire, il gergo della premieralità. Il suo vaniloquio è simulazione di governo, promessa continua di intenti, rinvio sistematico di azioni; è un riporto asintomatico di pensieri, la somma di più uno e meno uno. Indica con fermezza che si adatta a tutto e non comunica niente.

Dopo Conte non c’è più la politica; c’è la segreteria telefonica, il navigatore di bordo, la cellula fotoelettrica. Il drone. Conte però ha una funzione, e non è solo quella di cerniera lampo tra sinistra e M5S, punto di sutura tra establishment e grillini. È la spia che la politica non c’è più, nemmeno nella versione degradata più recente. Lui è oltre, è senza, è il sordo rumore del nulla versato nel niente.

MV, Panorama (2019)

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Ritratto di Conte

I responsabili? Un’invenzione di Mattarella

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È Sergio Mattarella il ‘novello Richelieu’ dei cosiddetti “costruttori”, pur di riuscire a traghettare questa maggioranza e questo Presidente del Consiglio fino alla fine del suo mandato e rigiocarsi il rinnovo. Infatti il Premier, appena fuori dal Quirinale, dopo le botte di Renzi, si presenta ancora più sicuro ed arrogante del solito. Ma questa volta l’operazione difficilmente riuscirà perché è in mano a politici di lungo corso, ben collegati con il Partito Popolare Europeo, che conoscono da tempo limiti e virtù di Mattarella e non si fanno certo blandire dalle promesse del Colle e dai sorrisetti melliflui e profumati di ‘Giuseppi’, sempre più orfano di Trump.

Conte il traditore

In più, non si fidano di Conte, visto che sinora si è sentito in un ‘Truman show’, ha tradito tutti i suoi alleati, a cominciare da Matteo Salvini, ed ha trattato con supponenza leali compagni di viaggio come Nicola Zingaretti e soprattutto Luigi Di Maio che l’ha messo al mondo. Del Capo dello Stato i “costruttori” ricordano bene quando vide di buon occhio la nascita di Ala da parte di Denis Verdini per poi costringere Paolo Gentiloni, mentre era al Colle con la lista dei ministri, a non far entrare nel governo alcun rappresentante di quel movimento appena costituito. I “costruttori” sono pronti, hanno già i numeri in tasca, ma solo per favorire una vera area di centro, cattolica, garantista e liberale, che possa magari aggregare anche in un secondo momento Italia Viva di Matteo Renzi e qualche scampolo più ragionevole del Movimento Cinque Stelle.

Conte invece, che ha sempre fatto del rinvio la sua unica vera arma, con appassionate telefonate notturne pretende subito i voti in Parlamento senza volersi neppure dimettere e poi si vedrà. È dall’estate scorsa che, tra le ridicole task force, Colao e gli Stati generali, tiene bloccato il Paese. E pure sul Recovery fund, scritto e riscritto ogni notte all’impazzata dal Mef con numeri a casaccio, l’Europa ormai vuole chiarezza perché non si fida più dell’accoppiata Conte-Gualtieri che fino ad ora ha solo impegnato 150 miliardi di euro senza alcuna strategia economica. Tanto che, appena entrata in vigore la Legge di bilancio, tutta in deficit e con incentivi a pioggia, il Governo ha già in animo di distribuire, con lo stesso scriteriato metodo random, altri 32 miliardi.

Disastro giallorosso

Al Quirinale sanno benissimo che Ursula Gertrud von der Leyen considera il Piano fatto dall’Italia assolutamente insufficiente, senza un elenco puntuale degli investimenti, opera per opera, come hanno fatto con precisione chirurgica gli altri Stati.

L’opinione della Commissione è che l’Italia, con questo esecutivo aggrappato ad una manciata di voti e una burocrazia paralizzata, non è in grado di portare avanti le opere necessarie per far ripartire il Paese, rischiando di innescare una ancora più devastante crisi economica che potrebbe far saltare l’intera Europa. Del resto l’Italia, a parte lo storytelling montato da Casalino, anche sul Covid, con il pasticciaccio di tamponi e vaccini è il fanalino di coda nel mondo. Secondo un rapporto riservato dell’Oms, siamo la Nazione che, pur avendo applicato la formula più costante e restrittiva di lockdown, ha il più elevato tasso di mortalità, soprattutto in rapporto a Brasile e Stati Uniti che hanno imposto chiusure solo in minima parte.

Per Conte, dopo la sonora sconfitta del derby calcistico della sua Roma contro l’odiata Lazio, inizia una settimana di fuoco che rischia di rimandarlo a fare l’avvocato con le adorate polacchine ai piedi. A Mattarella, che crede tanto nei “costruttori”, per essere credibile non resta che concedere la grazia a Verdini che dei “responsabili” è stato il martire assoluto.

Luigi Bisignani, Il Tempo 17 gennaio 2021

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https://www.nicolaporro.it/i-responsabili-uninvenzione-di-mattarella/

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