Governo giallorosso? Il peggiore della Repubblica

Condividi su:

La crisi del governo Conte è una svolta di grandissima importanza. Non solo, finalmente, cade il peggiore governo di sempre nella Repubblica, ma si apre una possibilità e una scelta su quello che sarà il futuro del nostro paese. Scelta che il passato governo per incapacità e modestia rendeva di fatto impossibile. Purtroppo la possibilità che si possa dare vita a un Conte ter è ancora viva e, in tal caso è realistico attendersi il triste primato di un podio per i tre peggiori governi della Repubblica con il Conte II, il Conte I e poi il Conte III non si sa ancora quest’ultimo su quale gradino del podio, ma altrettanto realistico sarebbe, in questo malaugurato caso, attendersi una rovinosa fine di questo trittico letale tra non molti mesi per tutto il paese.

Tutti i disastri dei giallorossi

L’ultimo governo Conte è stato di gran lunga il peggiore d’Italia. Nei 17 mesi in cui è durato non ha portato avanti nessuna delle riforme promesse (eccezione il family act dell’ottimo ministro Bonetti) e ha gestito la pandemia con i peggiori risultati in Europa sui quattro assi che contano: numero di decessi per abitante, calo del Pil, aumento del debito e giorni di chiusura della scuola. Era difficile fare peggio di tutti su ogni asse, ma Conte ci è riuscito e tra poco vedremo i pessimi risultati sul quinto asse, cioè le vaccinazioni che dopo l’inizio facile negli ospedali stanno rallentando in modo molto marcato e non certo per le ridicole accuse a Pfizer.

Oltre ai pessimi risultati di sintesi la lista degli “errori” e delle sgrammaticature istituzionali è davvero molto lunga: il ritardo nell’erogazione della Cig, gli inutili e costosi banchi a rotelle, la totale impreparazione del ritorno a scuola a settembre, le isole di vaccinazione con le primule, 60 milioni di commissioni pagate dal fornitore cinese di mascherine a oscuri intermediari, gli errori marchiani su Ilva e Alitalia, il cashback, la strategia dei colori con parametri oscuri e in continua evoluzione comunicati la sera prima, i presunti hacker del sito Facebook ufficiale di Palazzo Chigi che mascherano un utilizzo spregiudicato di “dark web” da parte di Rocco Casalino, e molti molti altri episodi che è quasi inutile elencare.

Ma al di là dei pessimi risultati ci sono due ulteriori elementi, di forma e di sostanza, che devono fare riflettere sull’eventualità che si possa arrivare al Conte ter. Nella forma un uso sconsiderato e quasi da regime dittatoriale della propaganda. Mai si era visto un asservimento coi totale dei media (la presenza totalizzante di Travaglio e affini in tv, l’azzeramento della critica di Corriere e Repubblica nonostante i ripetuti errori, le veline di Casalino, le conferenze stampa bulgare di Conte e Arcuri, ecc ecc) e mai si era assistito a un insieme di propaganda anche di basso livello (Casalino..) con un minimo contradditorio. Basti riflettere invertendo le parti sul fuoco di fila che si sarebbe scatenato contro Salvini, o, peggio, sul linciaggio subito da Renzi in queste settimane per avere esercitato un suo sacrosanto diritto politico.

Nella sostanza l’uso sconsiderato del deficit pubblico che prima in nome della pandemia, e poi in nome dei presunti 209 miliardi del Recovery fund ha comportato una spesa abnorme, senza vero impatto sulle prospettive di ripresa e con uno spreco colossale di denaro pubblico che costerà pesanti future tasse per i nostri figli. È il collegamento tra i due elementi a dare la vera e più sostanziale sintesi di Conte che proietta purtroppo un’ombra sinistra sul futuro.

CamaleConte assettato di potere

Conte è il nulla, se non quando si tratta di difendere il suo ruolo e li diventa “assoluto”. È vegano per Ciampolillo, amico e sostenitore di Trump se lo incontra e se fa incontrare in segreto il suo procuratore Barr per incastrare Biden, amico di Biden quando eletto, riceva la “badante” Maria Rosaria Rossi e la pasionaria Renata Polverini fino a pochi giorni prima esecrate se gli servono due voti, pro famiglia e contro l’eutanasia con Paola Binetti a cui promette il ministero della Famiglia e nello stesso tempo legato alle posizioni opposte di Leu sugli stessi temi, anti Mes con i 5 Stelle ma mai ufficialmente con il Pd che all’opposto lo chiede. Conte insomma è liquido, dice tutto e il contrario di tutto, non prende posizione, non fa nulla fino a rischiare di perdere la bandiera italiana alle Olimpiadi per timore di inimicarsi una frangia dei 5 Stelle, ma, ed è questo l’aspetto inquietante, usa pervicacemente lo Stato per mantenere e difendere il proprio ruolo e potere.

Usa lo Stato e il potere in ambito economico con due tecniche entrambe di antica memoria (gli anni ‘80 e ’90 del consociativismo) vale a dire la spesa pubblica clientelare per sussidi a pioggia, e l’utilizzo delle poltrone per assicurarsi supporto parlamentare. Cosi facendo rende l’azione di governo assolutamente inefficace, con una squadra palesemente incompetente creata per soddisfare 5 Stelle e Pd/D’Alema e indebita l’Italia in modo sconsiderato utilizzando quello che Mario Draghi ha definito sinteticamente debito cattivo.

Conte è l’opposto di una statista, è uno spregiudicato power broker, che arrivato a esser primo ministro senza ne arte né parte, si innamora del ruolo fino a invertire il fine (amministrare bene) con il mezzo (gestire potere). La crisi in corso ne è l’ultima dimostrazione plastica con la ricerca disperata dei “costruttori” senza un minimo di valori comuni, proclamandosi liberale e moderato dopo che ha raccolto i voti dell’estrema sinistra e dai 5 Stelle, e, prima, della Lega.

Poco rileva ricordare che Conte abbia potuto comportarsi così per effetto della sciagurata elezione del 2018 con la rappresentanza dei 5 Stelle cosi numerosa, per gli errori enormi e la modesta cultura politica e non di Salvini, e per la modestia intellettuale e di visione del segretario Pd eterodiretto da D’Alema. Il fatto rilevante è che Conte sia questo, privo di una visione se non la conservazione a ogni costo e compiacendo tutti della sua base di potere. Di per sé questo sarebbe già sufficiente a escluderlo dal futuro ma diventa invece nulla di meno che drammatico nella situazione in essere oggi. Il futuro che ci attende è una stagione di scelte chiare nette e ahimè potenzialmente molto dolorose. Scelte che se fatte per “compiacere” come sempre fa Conte porteranno l’Italia alla rovina.

Giovanni Cagnoli, 27 gennaio 2021

DA

Governo giallorosso? Il peggiore della Repubblica

Impeachment di Trump verso il fallimento, ecco perché

Condividi su:

Roma, 27 gen – Impeachment, da settimane parola chiave negli Usa. Tormentone per tutti, accusatori e imputato, analisti e sostenitori dell’una e dell’altra parte. Non ci fosse il Covid non si parlerebbe (quasi) d’altro. E’ un po’ come la crisi di governo in Italia, non affascina nessuno ma tutti sono costretti a sorbirsela, commentarla e attendere la conclusione di un estenuante intrigo di potere. Dunque non resta che chiedersi, come finirà? Fino a pochi giorni fa buona parte dei media americani puntavano tutto sulla condanna di Donald Trump. Ora però qualcosa è cambiato, o per meglio dire qualcuno si è accorto che in questo caso non esiste una giuria popolare, contano invece più prosaicamente gli asettici e inconfutabili numeri.

Impeachment di Trump, i numeri non mentono

E i numeri ci dicono che per i dem c’è un grosso guaio a Washington, perché in Senato con tutta probabilità non arriveranno al fatidico 67. Ovvero il magic number di senatori necessari per far passare l’impeachment dell’ex presidente degli Stati Uniti. Joe Biden se n’è accorto ieri e alla vigilia del giuramento dei nuovi eletti nella Camera alta del Congresso gli accusatori potevano contare soltanto su 60 voti potenziali. Una volta iniziata la seduta il numero è mestamente sceso a 55, ergo dodici meno della soglia per condannare Trump. L’apertura ufficiale della procedura sarà tra due settimane, il 9 febbraio, ma il segnale che arriva dal Senato è piuttosto chiaro: anche questa volta il tycoon se la caverà fischiettando. Tanto per intendersi meglio, in quello che dal senatore John Boozman è stato definito “un test politico”, ben 45 repubblicani su 50 hanno votato a favore dell’incostituzionalità del processo contro Trump.

Trump attende fiducioso

“Una buona indicazione di come finirà”, ha fatto presente Mike Rounds, senatore repubblicano del South Dakota. Ma il dato forse più rilevante è che tra quei 45 voti c’era pure quello di Mitch McConnell, leader dei repubblicani in Senato e in quanto tale – come scritto ieri su questo giornale – decisivo ago della bilancia. Era proprio lui ad aver fatto intendere, in privato, di gradire l’impeachment. E quindi il Partito Democratico contava sulla sua influenza nei confronti degli altri repubblicani.

Eppure adesso sembra proprio aver cambiato idea e se l’impeachment dovesse fallire, come probabile, i dem subirebbero la prima significativa batosta post elezione di Joe Biden. Certo, potrebbero pure valutare di portare di nuovo Trump a processo, ma questo si tradurrebbe nel blocco del Congresso per altre lunghe settimane. Un’opzione tutto tranne che saggia. E che farebbe unicamente gongolare l’arcinemico del pueblo progressista, ormai dedito alla siesta caraibica in Florida.

Eugenio Palazzini

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/impeachment-trump-fallimento-ecco-perche-180937/

La paladina Lgbt adesso sbotta “Salta il governo? Gli omosex…”

Condividi su:

Cathy La Torre, paladina del mondo Lgbt, si lamenta con un Tweet. Ma si dimentica di cosa sta realmente accadendo in Italia

“Fra gli aspetti negativi delle #dimissioniConte, ce n’è uno in particolare che quasi nessuno nota: la legge contro l’omotransfobia sarebbe bloccata per l’ennesima volta, lasciando senza tutele e diritti milioni di cittadin* Ce ne ricorderemo ad eventuali elezioni, si sappia”.

Con un tocco di pennello di infinita classe Cathy La Torre dipinge l’asterisco giusto al posto giusto in una delle sue ultime tele, i Tweet cioè, con cui intende cambiare il mondo. Anche digitale. Perché l’avvocata (apprezzerà il boldrinismo) bolognese che in una delle tante interviste si definisce con orgoglio “lesbica e gender-fluid, non-binary, queer, fuori dalle categorie” e che per alcuni quotidiani è il legale “dei diversi”, dei linguaggio comunicativo utilizzato sui social ne ha fatto una scienza.

È madrina della campagna “Odiare ti costa“, ha fondato fondato il Centro europeo di studi sulla discriminazione, è sempre pronta a difendere, spesso pro-bono, membri della comunità LGTBQ+ perseguitati per via dell’orientamento sessuale. In circostanze vere o presunte. Come il caso di Camilla Cannoni, l’infermiera genovese di 23 anni che denunciò sui social di aver subito angherie, dispetti, insulti, atti vandalici dai vicini perché lesbica e venne adottata da La Torre come sponsor della necessità della Legge sull’omotransfobia (il Ddl Zan).

Qualche giorno dopo su TPI Selvaggia Lucarelli dedicò un lungo approfondimento alla questione, reale, ma forse ridotta un po’ troppo all’osso viste le molte altre componenti a caratterizzare la vicenda. Curiose in questo senso le tempistiche: il video compare il 28 ottobre, sui social e sui media si scatena un hype sensazionale, la legge viene approvata alla Camera il 4 novembre. Ma sarà malignità.

Che a Cathy La Torre comunque stia particolarmente a cuore il Ddl Zan è evidente, nonché lecito, e ribadito nel Tweet in questione, vagamente minaccioso. Ma insomma, la sua nota tendenza ad iperbolizzare accadimenti che urtano la sua sensibilità e sminuire ciò che afferisce quella altrui (attribuì a un collaboratore, e poi rimosse, il Tweet “Viviamo nell’epoca del maschio etero bianco che oltre ad essere politicamente inadeguato è fortemente dannoso appena apre bocca”, un po’ fuori luogo per chi vorrebbe perseguire l’odio, tutto l’odio, online; declassò a “critica politica” il dito medio ritratto in foto da una passeggera a Salvini mentre dormiva sull’aereo) torna ad emergere alla luce di quanto sta avvenendo in Italia (e nel mondo) da ormai un anno.

La crisi politica a cui stiamo assistendo è fuori luogo, ricca di personalismi e lontana anni luce dalla sbandierata volontà di difendere gli italiani dagli effetti nefasti della pandemia. E certamente porta con sé una marea di dimenticanze. Come quelle della stessa La Torre, però, che pone la legge contro l’omotransfobia in posizione troppo prioritaria.

Ad esempio, dimentica il fatto che mentre governo e parlamento si fanno i dispetti il Fmi ha tagliato le stime di crescita del Pil italiano del 2,2%, allontanandola parecchio dal +6% programmatico indicato dal governo nella Nota di aggiornamento al Def (+5,1% in termini tendenziali). L’Italia, insomma, dopo aver subito una delle peggiori batoste causate dal Covid nel 2020 (Pil a -9%), sarà pure la più lenta a ripartire tra le economie avanzate.

E dimentica i 390mila posti di lavoro spariti nel nulla dal novembre 2019, e gli altri che spariranno quando finirà il blocco dei licenziamenti.
Dimentica gli effetti psico-fisici sulla popolazione delle restrizioni mai davvero allentate negli scorsi 12 mesi: 62 suicidi legati direttamente (paura del contagio) o indirettamente (cause economiche) al Covid nella sola prima ondata, monitorati dalla Fondazione BRF – Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze; aumento del consumo di ansiolitici denunciato dall’Aifa; milioni di visite mediche saltate già nei primi cinque mesi del 2020 e un ammanco di diagnosi e di trattamento di patologie gravi come il cancro (l’Osservatorio Nazionale Screening sostiene siano state almeno cinquemila unità); picco vertiginoso di famiglie distrutte, divorzi (60% in più di separazioni), abusi su minori, violenze domestiche, disturbi alimentari e cognitivi nei più piccoli costretti al lockdown prolungato.

Saranno forse questi i motivi per i quali “quasi nessuno” sta rivolgendo un pensiero al mancato approdo del Ddl Zan in Senato? Sarà forse perché un po’ tutti, compresi i “milioni di cittadin* rimasti senza tutela” (saranno davvero milioni?) hanno, al momento, ben altri problemi? E sarà forse anche perché, persino il Conte-bis, caratterizzato da un’attenzione maniacale ad intercettare sentimenti popolari, avrà intuito che nessuna sommossa esploderà mai per via del mancato voto sul Ddl Zan?

Milioni di italiani sono effettivamente senza tutele e senza diritti: non hanno diritto al lavoro, non hanno diritto allo studio, non hanno diritto alla salute. Poi verrà il resto.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/ecco-priorit-sinistra-fermata-legge-sullomofobia-1919695.html

Centenario PCI, persa ennesima occasione di fare bella figura

Condividi su:

di Matteo Castagna (articolo pubblicato anche su Veronanews.net del 23.01.2021)

 

di Matteo Castagna – – L’anno del centenario “1921-2021” è il calendario di manifestazioni con cui Livorno ricorda, a partire da giovedì 21 gennaio, l’anniversario della nascita del Partito Comunista, che avvenne in quello stesso giorno nel 1921 tra due teatri: il Goldoni (dove si teneva un secolo fa il XVII congresso del Partito Socialista) e il San Marco, nel quale si trasferirono i fuoriusciti dal Partito Socialista Italiano, ovvero gli aderenti alla frazione comunista capitanati da Amadeo Bordiga, alla presenza, tra gli altri, di Antonio Gramsci.

Il programma di iniziative si sviluppa durante tutto l’arco dell’anno: in estate e in autunno è attesa una grande mostra celebrativa. Alle Poste centrali di via Cairoli è stato emesso l’annullo del francobollo celebrativo del centenario del Congresso di Livorno. Al Teatro Goldoni il francobollo è stato presentato nel corso di una cerimonia con il presidente della Regione, Eugenio Giani, il sindaco di Livorno, Luca Salvetti, la giunta e il consiglio comunale. E’ stata inaugurata una mostra dedicata alla scissione di Livorno, costituita da pannelli affissi su una serie di totem posti a “falce” nella piazzetta di fronte all’ingresso del luogo in cui maturò la fuoriuscita dal Psi. A ricostruire la storia, testimonianze da giornali dell’epoca, da libri e da foto dei luoghi in cui si svolsero gli eventi.

Sabato 23 gennaio, l’associazione Uni Info News, con il patrocinio del Comune, ha organizzato un incontro dalla sala del Grande Rettile del Museo della Città, intitolato “C’era una volta il Pci. Viaggio attraverso la storia del più importante partito comunista dell’Occidente”. Come accaduto per altri avvenimenti cari alla sinistra, vi è una sorta di sospensione speciale di alcune regole imposte dalla pandemia, perché c’è qualcosa di “metafisico” che deve essere per forza onorato, cascasse il mondo e alla faccia del “vairus”: la nascita del PCI con questa bolsa ed ammuffita retorica, come un processo di beatificazione laico. Il social-comunismo, oggi divenuto globalismo, è una religione coi suoi riti, cui non ci si può sottrarre.

Spiega Lenzi a “Repubblica”:  “I primi eventi saranno simbolici, data la difficoltà in questa fase di emergenza sanitaria di inaugurare grandi mostre che potrebbero chiudere dopo pochi giorni, e data l’impossibilità di usare cinema e teatri, purtroppo ancora chiusi al pubblico, per rassegne culturali di ampio respiro. Si tratta comunque di un modo, per ‘segnare il posto’ in attesa del vero grande evento che appunto è programmato per dopo l’estate”. Insomma, a Livorno sanno già pure le date della fine della pandemia, così da poter modulare gli eventi celebrativi su di esse. Che robe!

Pare proprio che il muro di Berlino non sia crollato, che Achille Occhetto non avesse avviato la riforma della sinistra italiana, che il nuovo nome sia solo una facciata per nascondere quell’ideologia “intrinsecamente perversa” – come la definì Papa Leone XIII – che, tra foibe e gulag, non solo privò delle libertà fondamentali, in nome dell’uguaglianza sociale, ma si rese protagonista dell’eccidio di 90 milioni di persone nel mondo.

Lothrop Stoddard, parlando dopo gli sconvolgimenti bolscevichi che avevano ridotto la Russia a un inferno, ha affrontato il tema della degenerazione fisica e mentale come causa di rivolta contro i valori della civiltà, da parte di chi egli definì i “sub-umani” e scrisse: “le atrocità perpetrate da alcuni commissari bolscevichi sono così rivoltanti che sembrano spiegabili solo con aberrazioni mentali, come la mania omicida o quella perversione sessuale nota come sadismo. Nel 1919, ai tempi del Terrore Rosso a Kiev, tre psichiatri esaminarono alcuni di questi leader. La loro diagnosi fu che erano dei degenerati, di mente più o meno malsana. Inoltre, la maggior parte di loro erano degli alcolizzati; la maggioranza di loro era sifilitica, mentre molti assumevano droghe... “( capitolo VI del libro: “Rebellion of the Under-man” pag. 177)

Il sociologo francese Gustave Le Bon notò, nel “The World in Revolt” (New York, 1921) p. 179, che “la mentalità bolscevica è antica quanto la storia. Caino, nell’Antico Testamento, aveva la mente di un bolscevico. Ma è solo ai nostri giorni che questa antica mentalità ha incontrato una dottrina politica per giustificarla. Questo è il motivo della sua rapida propagazione, che ha minato la vecchia scala sociale“.

Se la nostalgia non prevalesse sul retto discernimento e se l’ideologia fosse davvero morta e se Stoddard non avesse ragione, si sarebbe colta l’occasione del centenario del PCI per un sincero e sereno mea culpa da parte di chi nel 1954 sostenne la “primavera di Praga” e, con l’approssimarsi della giornata del Ricordo, si sarebbe potuto approfittare per togliere l’ incredibile onorificenza concessa con decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 54 del 2 marzo 1970, al Maresciallo Tito come “Cavaliere di Gran Croce, decorato di gran cordone, al Merito della Repubblica”. Lui, che fece trucidare migliaia di persone, perché “colpevoli” di essere italiane.

Matteo Castagna

DA

Centenario PCI, persa ennesima occasione di fare bella figura

Soros ha finanziato parlamentari abortiti, per Biden è record di donazioni anonime

Condividi su:

L’EDITORIALE DI LEONARDO MOTTA

Il miliardario liberal George Soros è stato piuttosto impegnato a garantire che i candidati democratici (delle scorse presidenziali truccate) favorevoli all’uccisione dei bambini nel grembo delle loro madri, potessero ottenere una spinta da alcuni dei gruppi pro aborto più estremi.

I registri della Federal Election Commission (FEC) mostrano che il super PAC di Soros (Democracy PAC) ha donato almeno 2.545.454,55 milioni di dollari al gruppo radicale Planned Parenthood Votes (PPV). 

Il gruppo, che è associato a Planned Parenthood, “fornisce contributi ai candidati che sostengono l’aborto”, secondo Influence Watch. 

Il gruppo ha speso $ 10.863.121 milioni in spese totali per le elezioni federali durante il ciclo del 2020. 

Ciò significa che i finanziamenti PAC per la democrazia hanno rappresentato il 23% di tutta la spesa per le elezioni del ciclo elettorale del PPV del 2020.

Soros aveva lanciato il Democracy PAC nel 2019 con un finanziamento iniziale di 5,1 milioni di dollari, suggerendo che era “disposto a spendere molto per le elezioni del 2020”. 

Da allora il PAC ha ricevuto milioni di finanziamenti da un altro dei gruppi di Soros: il Policy Reform Fund.

Ma c’era un altro gruppo politico pro-aborto che riceveva anche una grossa somma di denaro dal PAC di Soros.

Infatti, anche il radicale NARAL Freedom Fund ha ricevuto 1 milione di dollari dal Democracy PAC.

Il gruppo aveva pubblicato un disgustoso annuncio a favore dell’aborto e contro Trump per influenzare gli elettori. L’annuncio mostrava “giovani donne che accusavano il presidente e i suoi alleati di anteporre l’ideologia alla scienza”.

A quel tempo Soros PAC era l’unica fonte di reddito segnalata per il NARAL Freedom Fund.

C’è da dire, purtroppo, che Soros non è stato l’unico miliardario liberal ad aver contribuito con i suoi fondi a deputati e senatori democratici favorevoli ad uccidere i bambini nel grembo materno.

Come se non bastasse il neo presidente (eletto da Demonion) Joe Biden ha beneficiato di una quantità record di donazioni da donatori anonimi diretti a gruppi esterni che lo sostenevano.

Uno dei canali di Bloomberg, ex candidato dei Democratici, ha spiegato che gli elettori non avranno mai un resoconto completo di chi abbia aiutato Biden a vincere la corsa alla Casa Bianca. La campagna vincente di Biden è stata sostenuta con 145 milioni di dollari in cosiddette donazioni di denaro oscuro, un tipo di raccolta fondi che i democratici denunciano da anni.  

Tali flussi di fondi hanno aumentato il bottino di Biden a 1,5 miliardi di dollari, di per sé già un record per uno sfidante di un presidente in carica. I democratici hanno sempre affermato di voler vietare il denaro oscuro, in quanto corruttore, in modo univoco, dal momento che consente ai sostenitori di sostenere tranquillamente un candidato senza controllo. Tuttavia, nel loro tentativo di sconfiggere Trump nel 2020, l’hanno abbracciato. 

Priorities USA Action Fund, il super comitato d’azione politico che Biden ha designato come il suo veicolo preferito per le spese esterne, ha utilizzato 26 milioni di dollari in fondi originariamente donati al suo braccio senza scopo di lucro, chiamato Priorities USA, per sostenere Biden.  

 

Leonardo Motta

Siris, l’Isis cerca la rivincita

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Attacchi condotti nel 2020? 593. Uccisi in queste azioni 901 uomini delle Forze Democratiche Siriane (Sdf, le milizie di curdi, arabi e siri riunitesi nel 2015 sotto l’egida degli Usa), 407 soldati dell’esercito siriano e 19 miliziani di altri gruppi.. La geografia di questi attacchi? Per la maggior parte intorno a Deir-ez-Zor (389), poi Raqqa (59), Hasakah (39), Homs (38), Aleppo (36) e Dar’a (29). Questi, almeno, i dati diffusi da Amaq, l’agenzia di notizie comparsa per la prima volta nel 2014, ai tempi dell’assedio di Kobane, e che fa da portavoce ufficioso del gruppo Stato islamico (Isis).
 
È certo possibile che i numeri siano un po’ gonfiati a scopo di propaganda. Forse l’Isis non ha lanciato tutti quegli attacchi e non ha ucciso tutte quelle persone. Ma un fatto è certo: i terroristi dello Stato islamico stanno cercando la rivincita in quelli che un tempo erano i loro caposaldi. Ultima propaganda a parte, certi segnali erano inequivocabili. 
L’aumento degli attentati, soprattutto di quelli che rivelano la mano dell’Isis come le auto-bomba tra i civili e i kamikaze. Non a caso il 2020 si è concluso, il 31 dicembre, con un attacco a un autobus che viaggiava tra Palmira e Deir ez-Zor, che ha fatto 25 morti. Vi sono poi gli omicidi mirati, soprattutto ai danni della stampa indipendente e degli attivisti dei movimenti filo-curdi, e l’inesorabile crescita di atti di violenza compiuti in pieno giorno da uomini mascherati svelti poi a sparire confusi nella folla.

Continua a leggere

Solženicyn e la tragedia dei gulag

Condividi su:

Aleksandr Isaevič Solženicyn è stato uno scrittore russo. Con i suoi lavori, in particolare Arcipelago gulag, fu il primo a rivelare al mondo l’orrore dei campi di concentramento sovietici. Quest’opera di verità gli valse il Nobel per la letteratura nel 1970, ma quattro anni dopo l’Urss lo esiliò. Nel 1945, era finito agli arresti per aver osato criticare Stalin in una lettera a un amico, controllata dalla polizia segreta. Fu condannato a 8 anni da scontare in un gulag. Ecco cosa raccontava di quella terribile esperienza nel suo libro più famoso.

Sulla disperazione che coglieva i prigionieri

“A che limiti di mostruosità si deve ridurre la vita della gente, perché migliaia di uomini, nelle prigioni, nei cellulari e nei vagoni invochino, come loro unica speranza di salvezza, la forza sterminatrice di una guerra atomica!”.

Sul dramma dei detenuti liberati e spediti al confino

“È un giro vizioso: non accettano al lavoro senza un permesso di soggiorno, non danno il permesso di soggiorno se non si ha un impiego. Senza lavoro non si ha neppure la tessera del pane. Gli ex detenuti ignoravano la regola secondo la quale la Mvd [il ministero dell’Interno] ha il dovere di sistemarli al lavoro. E anche se qualcuno ne era al corrente, aveva paura di rivolgersi a quel ministero: c’era da essere messi dentro… La libertà è libertà di piangere”.

Sul fatto che l’esistenza dei campi fosse connaturata al regime sovietico

“La differenza [dei lager di Chruščёv] coi lager di Stalin non è data dal regime di detenzione, bensì dalla composizione degli effettivi: non ci sono più milioni e milioni di Cinquantotto. Ma, come prima, i detenuti si contano a milioni e, come prima, molti sono esseri senza difesa, vittime di una giustizia iniqua e cacciati nei lager unicamente perché il sistema vuole sopravvivere ad ed essi rappresentano il suo nutrimento. I dirigenti cambiano, l’Arcipelago rimane. Rimane perché questo regime statale non potrebbe sussistere senza l’Arcipelago. Se si liquidasse questo, anche quello cesserebbe di esistere“.

E infine, l’appello ai benpensanti

“Oh, pensatori occidentali «di sinistra», così amanti della libertà! Oh, laboristi di sinistra! Oh, studenti progressisti americani, tedeschi, francesi! Tutto questo è ancora troppo poco per voi! Per voi, tutto il mio libro si riduce in sostanza a nulla. Capirete ogni cosa, e di colpo, solo il giorno che – mani dietro la schiena! – partirete voi stessi per il nostro Arcipelago”.

DA

Solženicyn e la tragedia dei gulag

Gli eredi del Pci sono in fuga dalla realtà

Condividi su:

Tutto nasce da là. Dall’Addio alla Milano bella di cui scrive magnificamente, nel suo ultimo libro, Lodovico Festa. Da Mani Pulite nasce la propaganda virologica del giornale unico: oggi come ieri non si può mettere in discussione la verità sanitaria e (ieri) manettara: e chi lo fa è condannato ai margini. E come scrive bene Festa è da quel momento che la sinistra, quella comunista, decide, per interesse di bottega, di cancellare anche ogni parvenza di adesione al principio della realtà.

Voto come unica alternativa

Colpisce nel dibattito sulla fiducia al governo Conte la morte di una minima pretesa di verità da parte delle forze dell’attuale quasi maggioranza. Ha sintetizzato bene Mattia Feltri, il requisito minimo di una bugia è di essere almeno un po’ credibile, altrimenti diventa una burletta. Nel 2019 contro la richiesta di andare a votare del centrodestra si era forzata la situazione, nel solco della consolidata tradizione post ’94 di ridimensionare il peso della volontà popolare, per cercare di gestire dall’alto il governo della nazione. Dentro però quella forzatura si leggevano obiettivi, non condivisibili, ma almeno comprensibili e dichiarati: l’iniziativa di formare il governo era promossa dall’ala più coerentemente atlantista-europeista della maggioranza cioè i renziani e si sperava di integrare un movimento naive come i 5 Stelle.

Una scelta sbagliata ma discutibile, analizzabile. Oggi, invece, la forza più moderna della maggioranza si ritrae, i grillini non sono più un problema politico perché tradendo tutto il proprio programma hanno sterilizzato la loro carica disgregatrice. E anche nel centrodestra (non tutto ovviamente) sono affiorate disponibilità a gestire una fase di transizione se non si volesse andare immediatamente a votare come d’altra parte sarebbe naturale (vedi l’Olanda). In questa crisi, certo, stupisce il gergo, lo sterminato elenco delle cose da fare elencate dall’Avvocato – un tempo – del popolo, peraltro ben ispirate dalla tecnica da Grande fratello del suo principale comunicatore.

Eredi del Pci come stampella di Conte

Sbalordisce maggiormente la scomparsa di ogni rapporto con la verità fattuale da parte degli eredi del Pci: il loro annegare in silenzi e banali tatticismi il reclutamento di disperati di varia foggia per salvare l’insalvabile. Chi scrive non ha certo simpatia per il comunismo anche quello italiano, «da 100 anni dalla parte del torto», però nel partito togliattiano il principio di realtà non sembrava compromesso come oggi. Come questa corrente politica si sia trasformata nella penosa truppa di complemento di Conte è, al netto delle convenienze «personali», incomprensibile.

Ecco perché la lettura di un giallo storico-politico di Lodovico Festa, Addio Milano bella, ci può aiutare: descrive perfettamente questo processo di distanziamento dalla verità nella stagione del ’92-’93 quando l’occasione di sistemarsi per scomparsa dei concorrenti principali, portò gli eredi di un ex grande partito (sia pur dalla parte del torto) a rinunciare a un ruolo veramente nazionale, perdendo così l’anima. Fino ad arrivare appunto al governo Conte bis, poi ter, e magari quater.

DA

Gli eredi del Pci sono in fuga dalla realtà

1 181 182 183 184 185 186 187 1.214