Il Tempo di Quaresima

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Segnalazione del Centro Studi Federici

“L’osservanza della Quaresima è il vincolo della nostra milizia; con quella ci distinguiamo dai nemici della Croce di Gesù Cristo; con quella allontaniamo i flagelli dell’ira divina; con quella, protetti dal soccorso celeste durante il giorno, ci fortifichiamo contro i prìncipi delle tenebre. Se ci abbandoniamo a tale rilassamento, è tutto a detrimento della gloria di Dio, a disonore della religione cattolica, a pericolo per le anime cristiane; né si deve dubitare che tale negligenza non possa divenire sorgente di sventure per i popoli, di rovine nei pubblici affari e di disgrazie nelle cose private” (Costituzione “Non ambigimus” di Benedetto XIV, 30 maggio 1741).

l’Italia sta ignorando il maxi processo ‘rinascita scott’ (by Gratteri) che si celebra a Lamezia

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“LA CALABRIA E’ IN MANO ALLA MASSONERIA DEVIATA” – L’ITALIA STA IGNORANDO IL MAXI PROCESSO “RINASCITA SCOTT” (BY GRATTERI) CHE SI CELEBRA A LAMEZIA TERME CON 325 IMPUTATI DEL CLAN MANCUSO – E’ IL PIÙ GRANDE PROCESSO MAI CELEBRATO IN ITALIA ALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA, SECONDO SOLO A QUELLO STORICO DI PALERMO, EPPURE NON FREGA A NESSUNO, GIORNALI INCLUSI – EPPURE VIENE SCOPERCHIATO IL MONDO DI SILENZI E COMPLICITÀ IN CUI SI MESCOLANO LOGGE MASSONICHE E ‘NDRANGHETA…

 

Dietro gli scuri sbarrati e scrostati si aprivano sale e salotti per le tornate della loggia coperta Petrolo, i venerabili, i grembiuli, i riti dei compagni di spada. Il decadimento del palazzo – edificio imponente che si affaccia sulla Vibo Valentia borghese in questa Calabria profonda -, non deve ingannare. Anzi, esprime l’ apparente contraddizione della ‘ndrangheta, della sua espansione coloniale nella cosiddetta società civile quando povertà e abbandono mimetizzano ricchezza e potere.

Così le case dei boss, facciate prive d’ intonaco e dentro regge dai rubinetti d’ oro, così i tesori, arsenali e denaro, protetti sottoterra, mitragliette e soprattutto banconote sigillate in sacchetti di cellophane, infilati in fusti interrati. Mica come invece quei rotoli viola di 500 euro sbattuti in faccia al mercato del pesce dalle donne dei casalesi.

Qui la povertà è tutta simulata per celare potere assoluto, dominio e terrore. E lo dimostra anche il silenzio pneumatico o quasi che contorna il maxi processo «Rinascita Scott» che si sta celebrando nella nuova aula bunker dell’ ex area industriale di Lamezia Terme dove 325 imputati del clan Mancuso devono rispondere a 400 capi d’ accusa.

E’ il più grande processo mai celebrato in Italia alla criminalità organizzata, secondo solo a quello storico di Palermo, ma le udienze scivolano via nella distrazione pandemica. Lì conoscevamo i giudici come Pietro Grasso, Giovanni Falcone, qui, aldilà dello sforzo ciclopico del procuratore Nicola Gratteri – capace di far realizzare in cinque mesi quest’ aula di 3.300 metri quadrati, lunga 103 metri -, si parla poco. Per niente lumeggiati i suoi impavidi pubblici ministeri, impegnati in dibattimento.

Eppure raccontano di un’ Italia che ci crede e vuole, giovani toghe trentenni che arrivano da Genova, Firenze, Nola e hanno scelto Catanzaro, la trincea sporca, per misurarsi senza indugi. Quando mi infilo nell’ aula bunker – gioiello cablato con postazioni telefoniche per 600 avvocati -, un pentito mastica come un chewingum il declino dei suoi capibastone, che lo ascoltano silenti dai 25 carceri videocollegati. Racconta, ironizza ma dei 947 posti a sedere, nessuno è occupato dal pubblico. Deserto. Palermo e la Sicilia vissero la loro primavera, mentre qui in Calabria è ancora inverno profondo.

Certo, la gente non ne può più. Applaude la polizia, le jeep in corteo che tagliano Crotone consegnando i boss catturati di notte, con i ragazzi della squadra mobile in piedi da trenta ore ma sempre entusiasti. Applaude Gratteri forse perché rappresenta l’ ultima speranza rimasta, eppure ancora si affonda, si fatica. Dal capoluogo, dalla Catanzaro delle professioni, della borghesia, aldilà dell’ ardire di pochi, echeggia soprattutto silenzio.

E c’ è anche chi ringhia per questa magistratura che sfonda gli equilibri, mina convivenze e convenienze. Anche quando Gratteri fece sentire il battito cardiaco dello Stato con la ristrutturazione dell’ abbandonato convento del ‘400 da trasformare nella nuova procura. Insomma, cose mai viste, ma permane il silenzio.

Di questo pentito che parla pochi sanno il nome. A Palermo, si conoscevano i Buscetta, qui quasi nulla. Eppure i collaboratori all’ epoca furono in tutto una trentina qui 58, quasi il doppio, una svolta dopo decenni di indagini costruite con pochissimi pentiti. Adesso quasi a ogni operazione qualcuno si fa avanti, rompendo quel doppio legame, di affiliazione e di sangue, quella saldatura dei matrimoni tra primi cugini o combinati che rendeva impenetrabili i locali di ‘ndrangheta. Ma chi li conosce?

Chi conosce il collaboratore Cosimo Virgiglio, imprenditore di Rosarno, criminale di livello ma soprattutto nono grado della piramide iniziatica, cavaliere eletto, «sacrato all’ interno della chiesa – ama ricordare – di sant’ Anna del Vaticano». Da tempo lui accompagna il servizio centrale del Ros, le procure di Reggio e Catanzaro nei cunicoli del mondo di compassi e grembiulini: «Vibo Valentia è l’ epicentro della massoneria sia legale che di quella cosiddetta deviata.

Questa era formata da due filoni: i “sussurrati all’ orecchio”, persone che rivestivano delle cariche istituzionali e per questo non potevano essere inserite nelle liste segnalate alla prefettura; e i “sacrati sulla spada”, soggetti con precedenti penali di vario genere compresi ‘ndranghetisti ovvero i “rispettosi del vangelo di Giovanni”, loro si reputano infatti angeli di Dio».

Quindi dall’iniziazione ai grandi affari con grembiule e compasso consegnati al rito che si celebrava a Crotone, sotto l’ ultima colonna dorica in piedi del tempio a Hera Lacinia, di fronte al mare. Qui insisteva la «loggia Pitagora con il maglietto affidato a Sabatino Marrazzo», secondo Virgiglio, ovvero a un «esponente di vertice, contabile, della ‘ndrangheta di Belvedere Spinello», per il Ros. Proprio in quelle terre, intercettato, il boss Nicolino Grande Aracri, ovvero il capo della mafia a Crotone aveva focalizzato l’essenzialità del contesto massonico: «Lì ci sono proprio sia ad alti livelli istituzionali e sia ad alti livelli di ‘ndrangheta pure».

Marrazzo era custode del tempio coperto a Rocca di Neto, ricavato nientemeno che in un ristorante. Una scelta logistica che non deve stupire. Le logge coperte scelgono palazzi abbandonati, villaggi turistici come a Praialonga, o i retro di bar come quello nel corso Mediterraneo di Scalea appena scoperto. O, ancora, le riunioni più importanti tra venerabili si tenevano all’Orso Cattivo, ristorante con piazzola tipo eliporto alle porte di Catanzaro.

Eppure l’epicentro rimane ancora Vibo Valentia da dove eravamo partiti e dove tutto si mischia con percentuali mai viste: ogni 18 residenti maschi maggiorenni, almeno uno è massone. Qui sono attive quattro officine riconosciute (Carducci, Monteleone, Murat e Benedetto Musolino) per poi scendere nello scantinato della fratellanza sommersa con la loggia Erbert, la san Mango d’Aquino, la Petrolo e chissà quante altre ancora.

Due mondi distanti ma che a volte si interconnettono a sentire intercettazioni e pentiti. A iniziare da Virgiglio quando si indicava venerabile nella gran loggia dei Garibaldini d’ Italia, massoneria riconosciuta. Trame che svelerà proprio al processo Rinascita Scott, dibattimento che tratteggia la proiezione muratoria della ‘ndrangheta e traccia nuovi orizzonti investigativi in violazione della legge Anselmi. Chissà se anche in quelle udienze non ci sarà pubblico e la Corte rinnoverà il diniego all’ ingresso delle telecamere.

 

DA

https://m.dagospia.com/l-italia-sta-ignorando-il-maxi-processo-rinascita-scott-by-gratteri-che-si-celebra-a-lamezia-261232

Agli occhi di certuni per governare è indispensabile il passaporto arcobaleno!

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di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)

È IL TEMPO DELL’ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ, NON QUELLO D’IMPROBABILI ED IMPROPRIE POLEMICHE PER L’AGENDA DI UN ESECUTIVO CHE NON PARE GUIDATO DA UN IMPULSO IDEOLOGICO, DI FRONTE AD UN PAESE IN GINOCCHIO…

Una delle tante tipicità che caratterizzano gran parte del variegato mondo italico è quello della critica preventiva. Avviene nel calcio con gli allenatori e in politica con i ministri.

Marta Cartabia (nella foto), autorevole esponente del neonato governo Draghi, vicina a Comunione e Liberazione, nel 2014 ha espresso posizioni contrarie all’equiparazione tra nozze tradizionali e unioni civili. All’epoca del caso Englaro criticò il suicidio assistito.

Pur non avendo deleghe direttamente attinenti ai temi etici, il senatore Tommaso Cerno ha chiesto che il premier faccia chiarezza per quanto affermato da Cartabia ed il segretario generale dell’Arcigay Gabriele Piazzoni riconosce come segnale positivo il fatto che ella, da ben sette anni, non proferisca parola in merito alle rivendicazioni Lgbt.

All’epoca, Cartabia replicò alla alle parole d’odio della galassia arcobaleno con un lapidario: “la Corte (costituzionale, n.d.r.) difende i diritti di tutti perché nella laicità positiva dello Stato”. Il capo del Popolo della Famiglia, cioè la microsfera del macro-opinonista Mario Adinolfi ha rinfocolato la polemica sul ddl Zan, in un momento quantomeno inopportuno, dando l’impressione di voler trovare un pretesto per far litigare l’eterogenea maggioranza, più che riattivare un concreto argomento di lotta politica in favore della libertà della famiglia tradizionale.

Ciò che si evidenzia, nell’ambito di questa dialettica, è l’anomalia secondo la quale al governo di un Paese vi debba essere, per forza, gente “gay-friendly”. Continua a leggere

“Niente porno ne ‘Il Signore degli anelli'”. Spettatori all’attacco di Amazon

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DI LEONARDO MOTTA

Dovrebbe arrivare su Prime Video entro la fine dell’anno la prima stagione di una serie che sarà un prequel della storia raccontata nella trilogia di Tolkien, ma già sono forti le polemiche.
Vista la possibile presenza di pornografia nella serie, attraverso una petizione su Change.org, che richiede che la nudità sia tenuta fuori dalla serie, sono state già raccolte circa 15.000 firme.
Il blog di TheOneRing.net ha rilevato l’assunzione di un coordinatore della privacy per la serie.
Questi “coordinatori dell’intimità” gestiscono anche scene di sesso e nudità esplicite.
Il sito ha anche notato un casting di Britain’s Got Talent per le comparse che “si sentono a proprio agio con la nudità parziale o totale”.
Il casting non menziona il nome “Il Signore degli Anelli”, ma dice che è per un programma televisivo che sta girando ad Auckland.
Questa serie è di gran lunga la più grande serie prodotta nell’area.
Tuttavia vengono girato anche altri programmi TV ad Auckland che, negli anni passati si sono caratterizzati per i loro contenuti “audaci”.
Alcuni osservatori dubitano che Amazon stia progettando di introdurre scene di sesso esplicite.
CBR.com ha notato che la Tolkien Estate, l’organizzazione che controlla e gestisce la proprietà del defunto scrittore, sta supervisionando la produzione della nuova serie e che Amazon ha firmato un contratto che richiede che rimanga fedele al canone di Tolkien.
Tuttavia i dettagli delle limitazioni imposte da questo accordo non sono chiari.
Joseph Pearce, esperto di Tolkien, autore e direttore della pubblicazione di libri presso l’Augustine Institute di Denver, ha affermato che la consegna del progetto ad Amazon è stata una decisione imprudente.
“Indipendentemente dall’autenticità delle voci secondo cui Amazon intende incorporare scene pornografiche nel suo adattamento de ‘Il Signore degli Anelli’, è sempre stato ovvio che dare a un mostro laicista aziendale come Amazon i diritti di produrre adattamenti del lavoro di Tolkien era come dare l’Anello a Sauron”, ha detto alla Catholic National Agency.

Gli italiani dimenticati: la tragedia delle foibe e il racconto degli esuli

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FACCIAMO MEMORIA DELLE VITTIME DELLE FOIBE, E DELLE SOFFERENZE PROVOCATE DAI COMUNISTI DI TITO A COLORO CHE FURONO COSTRETTI A LASCIARE LE LORO TERRE D’ISTRIA, DI FIUME E DELLA DALMAZIA.

Di Matteo Orlando

«Il “giorno del Ricordo”, istituito con larghissima maggioranza dal Parlamento nel 2004, contribuisce a farci rivivere una pagina tragica della nostra storia recente, per molti anni ignorata, rimossa o addirittura negata: le terribili sofferenze che gli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia furono costretti a subire sotto l’occupazione dei comunisti jugoslavi. Queste terre, con i loro abitanti, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, conobbero la triste e dura sorte di passare, senza interruzioni, dalla dittatura del nazifascismo a quella del comunismo. Quest’ultima scatenò, in quelle regioni di confine, una persecuzione contro gli italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole. La persecuzione, gli eccidi efferati di massa – culminati, ma non esauriti, nella cupa tragedia delle Foibe – l’esodo forzato degli italiani dell’Istria della Venezia Giulia e della Dalmazia fanno parte a pieno titolo della storia del nostro Paese e dell’Europa. Si trattò di una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo. Questa penosa circostanza pesò ancor più sulle spalle dei profughi che conobbero nella loro Madrepatria, accanto a grandi solidarietà, anche comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità. Si deve soprattutto alla lotta strenua degli esuli e dei loro discendenti se oggi, sia pure con lentezza e fatica, il triste capitolo delle Foibe e dell’esodo è uscito dal cono d’ombra ed è entrato a far parte della storia nazionale, accettata e condivisa. Conquistando, doverosamente, la dignità della memoria. Esistono ancora piccole sacche di deprecabile negazionismo militante. Ma oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è quello dell’indifferenza, del disinteresse, della noncuranza, che si nutrono spesso della mancata conoscenza della storia e dei suoi eventi. Questi ci insegnano che l’odio la vendetta, la discriminazione, a qualunque titolo esercitati, germinano solo altro odio e violenza. Alle vittime di quella persecuzione, ai profughi, ai loro discendenti, rivolgo un pensiero commosso e partecipe. La loro angoscia e le loro sofferenze non dovranno essere mai dimenticate. Esse restano un monito perenne contro le ideologie e i regimi totalitari che, in nome della superiorità dello Stato, del partito o di un presunto e malinteso ideale, opprimono i cittadini, schiacciano le minoranze e negano i diritti fondamentali della persona. E ci rafforzano nei nostri propositi di difendere e rafforzare gli istituti della democrazia e di promuovere la pace e la collaborazione internazionale, che si fondano sul dialogo tra gli Stati e l’amicizia tra i popoli. In quelle stesse zone che furono, nella prima metà del Novecento, teatro di guerre e di fosche tragedie, oggi condividiamo, con i nostri vicini di Slovenia e Croazia, pace, amicizia e collaborazione, con il futuro in comune in Europa e nella comunità internazionale».

Così ha scritto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 9 febbraio del 2020, in occasione del Giorno del Ricordo.

Ricordo di cosa?

Il Giorno del ricordo, celebrato il 10 febbraio di ogni anno, è stato istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, e vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle FOIBE, dell‘ESODO dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

Questo perché la storia dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è italiana. Fu Giulio Cesare a fondare, dopo Trieste (Tergeste), le colonie di Pola (Pietas Julia) e Parenzo (Julia Parentium). Fu l’imperato Augusto a portare i confini dell’Istria fino al Quarnaro e a creare le Decima Regio Venetia et Histria, che si espandevano dall’Oglio all’Arsa e dalle Alpi al Po. Trieste fu collegata a Pola attraverso la via Flavia che raggiungeva poi Fiume (Tarsatica).

Gli antichi Romani lasciarono splendide testimonianze. A Trieste: il colle Capitolino e il teatro; A Pola: l’Arena; A Fiume: l’Arco; A Zara: il Foro; A Spalato: il palazzo di Diocleziano. Nel VI secolo d.C. le orde barbariche arrivarono anche nella X Regio romana. Gli istriani si rifugiarono sulle isole della costa. Sorsero Isola, Capodistria, Pirano, Rovigno, che furono collegate alla costa con ponti e istmi.

Della prima presenza slava vi è traccia nel famoso Placitum del Risano dell’804, in cui i rappresentanti delle città istriane chiedono a Carlo Magno di liberarli dalla pirateria dei paganos
slavos.

Dall’800 iniziò l’espansione veneziana e Venezia si affermò in tutta la costa adriatica: nel 1150 il
Doge assumeva il titolo di Totius Istriae inclitus dominator. Tra il 1400 e il 1600 più volte la peste si abbattè sull’Istria e sulla Dalmazia. Venezia ripopolò la regione importandovi migliaia di slavi, bosniaci, morlacchi (abitanti delle Alpi Dinariche).

Da allora e fino alla fine del XVIII secolo la storia dell’Istria si identificò con quella di Venezia. Il dominio di Venezia ebbe fine nel 1797 con il trattato di Campoformido. Napoleone usò il suo prestigio per trattare la pace con l’Austria. E così l’Austria cedette al Corso il Belgio e riconobbe le conquiste francesi in Italia, ottenendo in cambio il Veneto. L’Istria e la Dalmazia passarono nelle mani dell’Austria che regnò, salvo la parentesi francese del Regno Napoleonico d’Italia, fino al 1918.

La vittoria della I Guerra mondiale, cui parteciparono da volontari migliaia di istriani e dalmati, e tra questi Nazario Sauro e Francesco Rismondo, portò a far parte del Regno d’Italia non solo Trento e Trieste, ma tutta la Venezia Giulia e dunque l’Istria con Pola, la città di Zara in Dalmazia, le isole di Cherso e Lussino, Lagosta e Pelagosa. Fiume fu annessa nel 1924.

Con l’accordo del 10 febbraio 1947, imposto al termine della seconda guerra mondiale dalle potenze vincitrici, furono strappate l’Istria, Fiume e Zara e le isole della Dalmazia, all’Italia, consegnandole alla Jugoslavia di Tito che, intanto, si era preparato il terreno, già dal 1943, con le FOIBE.

Con le foibe si voleva eliminare l’etnia italiana nell’ambito dell’esodo istriano e ci si voleva vendicare contro gli oppositori politici (fascisti e non) del regime comunista guidato dal maresciallo generale Josip Broz Tito.

Alla fine i morti sono stati tra 15 e 20 mila, comprese le vittime recuperate e quelle stimate, più i morti nei campi di concentramento jugoslavi.

Il nome “foiba” deriva da un termine dialettale utilizzato nell’area giuliana, che deriva a sua volta dal latino fŏvea e vuol dire FOSSA, CAVA. Con l’espressione infoibare si intendono gli eccidi ai danni della popolazione italiana dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, accaduti durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. In questi grandi inghiottitoi carsici furono
gettati molti italiani. In molti morirono prima di essere gettati nelle foibe: o nei campi di prigionia jugoslavi o durante la deportazione verso di essi

Chi furono gli infoibati? Erano uomini, donne e bambini che sparivano dalle loro case, dai loro affetti, senza distinzioni politiche, razziali ed economiche. Furono presi fascisti ed anti fascisti, cattolici (anche preti) ed ebrei, industriali, ma anche agricoltori, pescatori, dipendenti privati e servitori dello Stato come i Vigili del Fuoco, Carabinieri, Poliziotti e Finanzieri, dipendenti dei vari settori dell’amministrazione.

Più di 3 mila persone scomparvero nei gulag (campi di concentramento) di Tito. Goli otok, chiamata isola Calva, è una piccola isola rocciosa battuta dalla bora e quasi priva di vegetazione. È tristemente famosa per essere stata, nel secondo dopoguerra, sede di un campo di concentramento della Jugoslavia, destinato a ospitare gli oppositori al regime di Tito. Il campo ospitò detenuti politici anticomunisti, comunisti stalinisti e criminali comuni. Il totale dei detenuti politici sull’isola Calva può essere stimato in circa 16 mila, dei quali più di 400 trovarono la morte per torture o sfinimento. Gli italiani imprigionati a Goli Otok furono almeno 300. Tra di essi Sergio Bormè sopravvissuto alle torture del campo.

Per sfuggire agli infoibamenti del ’43 e del 45 in tanti tentarono la fuga, soprattutto via mare, per raggiungere la penisola. Così tra i 250 e i 350 mila italiani andarono via da quelle terre. Con l’accordo del 10 febbraio 1947, imposto al termine della seconda guerra mondiale dalle potenze vincitrici, all’Italia furono strappate l’Istria, Fiume e Zara e le isole della Dalmazia e furono consegnate alla nascente Jugoslavia, guidata dal dittatore comunista Tito. Per gli italiani scappati da quei territori e rientrati nella penisola oltre al danno ci fu anche la beffa. Avevano perso tutto ma, in varie città d’Italia, furono accolti malissimo. E, ancora oggi, nel 2021, attendono gli indennizzi per l’esodo subito!

In Italia, per molti anni, non si è potuto parlare di Foibe ed Esodo, perché? Quando Tito attuò lo strappo con l’URSS i governi occidentali lo considerarono un interlocutore che avrebbe fatto della Jugoslavia uno stato cuscinetto tra i due blocchi, orientale e occidentale. Fu ritenuto “politicamente corretto” non inasprire i rapporti con lui, rivangando la questione italiana. Inoltre, l’opinione pubblica italiana guardava con sospetto l’arrivo dei profughi, in un Paese distrutto e povero ed anche il Partito Comunista Italiano non volle parlare di quei fatti. Diventò facile dimenticare quella tragedia e rimuoverla anche dai libri di storia.

Relativamente alle foibe vogliamo ricordare la vicenda di Norma Cossetto la cui storia è paradigmatica, come per la Shoah lo è stata quella di Anna Frank.

DA

https://www.informazionecattolica.it/2021/02/10/gli-italiani-dimenticati-la-tragedia-delle-foibe-e-il-racconto-degli-esuli/

Foibe, Veneziani: “Bisogna avere il coraggio di citare i sicari: furono i comunisti”

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DI MARCELLO VENEZIANI

“Abbiate l’onesto coraggio di citare il comunismo a proposito delle foibe, senza reticenze”. In vista del Giorno del Ricordo, che ricorre domani, Marcello Veneziani rivolge una “raccomandazione” alle “autorità”, perché abbiano “l’onesto coraggio” di dire quello che quel massacro fu davvero, citandone apertamente i “sicari”, che “furono i comunisti“. “Non menatela per favore coi fanatismi nazionalistici per spiegare e al contempo per deviare la tragedia delle foibe”, aggiunge Veneziani.

Ecco perché le Foibe finirono nell’omertà

Per il giornalista, che all’argomento dedica un lungo articolo su La Verità dal titolo “Parlate di Foibe? Dite la parola comunismo”, il Giorno del Ricordo “è l’ultima commemorazione dedicata all’amor patrio istituita nel nostro Paese”, e va preservata dal “calendario dell’oblio” e dalla “indecorosa semiclandestinità” in cui sono finite tutte le altre ricorrenze nazionali. “Le foibe – prosegue Veneziani – finirono nell’omertà sin da quando furono perpetrate. Perché tiravano in ballo le responsabilità del Pci e dei partigiani rossi nei massacri; incrinavano il rapporto con la vicina Yugoslavia di Tito; c’era il tabù della cortina di ferro e non si dovevano sfrucugliare gli assetti stabiliti”. “Furono per decenni – ricorda – il ricordo atroce di una minoranza di profughi e il ricordo polemico di una minoranza di ‘patrioti’, in prevalenza legati al vecchio Movimento sociale italiano e ai monarchici. Infine fu ufficializzato il suo ricordo con l’istituzione della giornata”.

“Un capitolo nostrano degli orrori del comunismo”

Rifiutando la “pretesa assurda e meschina di bilanciare con il Giorno del Ricordo la Giornata della memoria” e di svolgere “odiosi paragoni contabili”, Veneziani è comunque costretto a mettere a paragone le due ricorrenze, ricordando che “per ogni ricordo delle foibe ci sono 100 ricordi istituzionali e mediatici della Shoah“. Lo fa perché, al di là dei numeri che sono “imparagonabili”, “l’orrore delle foibe assume grande rilievo, numericamente più rilevante della stessa Shoah, se è inteso come un capitolo nostrano degli orrori perpetrati del comunismo nel mondo, che si contano – come scrisse Stéphane Courtois – in 80 milioni di vittime, in gran parte non in tempo di guerra”.

“Non menatela con i fanatismi nazionalistici”

Veneziani invita, quindi, a non rimuovere la verità storica e a mettere da parte lo “Scurdammoce o’ passato” che sembra essere il nostro “unico inno nazionale”. Per questo rivolge la sua “raccomandazione alle autorità per la giornata di domani”. “Non menatela per favore coi fanatismi nazionalistici per spiegare e al contempo per deviare la tragedia delle foibe. Non fu semplicemente – sottolinea – il frutto di una guerra tra odii nazionalistici. L’orrore delle foibe fu perpetrato dai partigiani comunisti di Tito con l’appoggio del comunismo mondiale e dei comunisti italiani, che sposarono – come scrissero in un documento infame dell’epoca – la tattica delle foibe“.

Veneziani: “Chiamate i sicari per nome: furono i comunisti”

“Abbiate l’onesto coraggio – sono le parole di Veneziani alle autorità – di citare il comunismo a proposito delle foibe, senza reticenze. È come se nella Giornata della Memoria non fosse mai citato il nazismo ma ce la prendessimo con il comunismo. Certo, il nazionalismo fu una delle cause che inasprì i rapporti sui confini orientali; così come è noto che l’Unione Sovietica dette una mano a Hitler nell’invasione della Polonia e poi nella caccia e lo sterminio degli ebrei. Ma in entrambi i casi non si può tacere il principale colpevole dello sterminio e va citato per nome: il nazismo per la Shoa e il comunismo per le foibe o per i gulag.

Le responsabilità dei comunisti italiani nelle Foibe

Lo sterminio degli italiani nelle foibe e la loro espulsione-espropriazione obbedì a una triplice guerra: la guerra del comunismo contro l’Italia fascista; la guerra di classe dei proletari comunisti contro i benestanti borghesi; la guerra etnica contro gli italiani. Non saltate i due precedenti passaggi e abbiate l’onesto coraggio di chiamare i sicari per nome: furono comunisti“. “Il nazionalismo – avverte Veneziani – in questo caso c’entra assai meno. Tant’è vero che collaborazionisti di Tito furono anche i comunisti italiani, i quali si sentivano prima di tutto comunisti. E solo dopo, ma molto dopo, italiani. Per senso storico e carità di patria – conclude Veneziani nel suo articolo su La Verità – teniamo a mente che i carnefici del passato non hanno eredi”.

DA

Foibe, Veneziani: “Bisogna avere il coraggio di citare i sicari: furono i comunisti”

La scelta di Salvini (appoggiare Draghi) è l’unica possibile?

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L’EVENTUALE AVENTINO DELLA LEGA DETERMINEREBBE UNA MAGGIORANZA POLITICA SPOSTATA A SINISTRA E FAREBBE VENIR MENO LA TREGUA SUI TEMI SENSIBILI: SI DIVENTEREBBE COMPLICI DELLA RIVOLUZIONE ANTROPOLOGICA CHE INEVITABILMENTE SEGUIREBBE A LIVELLO NORMATIVO.

Di Gianfranco Amato (Avvocato)

La scelta della Lega di appoggiare Mario Draghi nel suo tentativo di approntare un governo ha lasciato l’amaro in bocca a diversi militanti del mondo pro-life e pro-family italiano.

Cercherò di spiegare perché la scelta di Salvini non solo era obbligata e l’unica possibile, ma rappresenta anche un vero colpo di genio dal punto di vista politico. Lo farò in sei punti.

1) Occorre considerare la natura del partito Lega. Per non apparire di parte, citerò le parole di un insospettabile filosofo di sinistra: Massimo Cacciari. In una recente intervista rilasciata al “Giornale” il filosofo veneziano ha spiegato che «la Lega è l’unico partito in Italia che ha forza, ossia ha un autentico radicamento sociale nelle Regioni chiave di questo Paese, il Nord» e «non ha qualche voto d’opinione raccattato un po’ a caso». Per Cacciari, infatti, «la Lega è l’unica forza politica, tutto il resto oggi c’è e domani non c’è più». Nella scelta (obbligata) di sostenere Draghi proprio la base sociale di riferimento del Carroccio ha giocato un ruolo fondamentale: imprenditori piccoli e grandi, artigiani, commercianti, professionisti e partite IVA del Nord hanno preteso da Salvini che partecipasse attivamente ad un governo in grado di dare risposte concrete alle loro esigenze, e che non si rifugiasse in un inconcludente Aventino. Interessante, per esempio, è la dichiarazione rilasciata da Alberto Baban, imprenditore veneto, ex presidente nazionale della Piccola Industria di Confindustria: «La Lega sarà obbligata a sostenere un governo Draghi, altrimenti perderà la sua base, che è fatta di piccole e medie imprese, di partite Iva, di gente che sta sul mercato e ha bisogno di un governo serio. Se la Lega vuole affossare l’Italia solo per una questione ideologica o di convenienza politica, la pagherà». Da questo punto di vista, quindi, non vi erano molte alternative.

2) Il colpo geniale è stato quello di far implodere l’accrocco giallo-rosso e di scatenare un vero e proprio psicodramma dentro il PD. I democratici, infatti, erano convinti che l’opzione Draghi avrebbe riproposto la formula politica prevista per il Conte Ter, o al massimo un governo “Ursula”, ovvero la stessa formula allargata alla parte liberal di Forza Italia. Nessuno si aspettava un sì incondizionato da parte di Salvini.

3) L’imprevista adesione della Lega, senza veti e pregiudiziali nell’interesse superiore del Paese, non ha soltanto avuto l’effetto deflagrante di una bomba nel campo avversario, ma ha accreditato lo stesso partito, anche a livello internazionale, come soggetto politico responsabile e titolato a governare. Salvini in un colpo solo ha fatto venir meno l’unico collante che teneva insieme l’armata Brancaleone giallo-rossa – ovvero l’odio nei suoi confronti – e ha fatto uscire dal lazzaretto degli appestati la stessa Lega. Quest’ultimo in realtà è l’elemento che più ha destabilizzato i piddini. Il Carroccio, a livello nazionale ed internazionale, non ha più il marchio d’infamia degli impresentabili, ma è tornato in partita. La mossa a sorpresa ha dimostrato urbi et orbi che la Lega ha tutti i titoli per governare l’Italia.

4) Non occorre rispolverare il noto aforisma del “Divo Giulio” («il potere logora chi non ce l’ha») per comprendere che l’opposizione o, peggio, l’Aventino non paghi mai in termini elettorali. Basta ricordare che Salvini ha raddoppiato i consensi della Lega quando era Ministro degli Interni, e proprio la sua politica sul controllo dell’immigrazione, checché se ne dica, è stata determinante per catalizzare voti addirittura da sinistra. L’opposizione di questo anno e mezzo, invece, non ha assolutamente pagato in termini di consenso. Anzi. Da questo punto di vista Fratelli d’Italia rischia di commettere un grosso errore strategico. Non appare, infatti, una grande prospettiva quella di ripetere – mutatis mutandis – l’esperienza del M.S.I. ghettizzato fuori dal cosiddetto “arco costituzionale”. Pensare che questa scelta paghi in termini di voti è un errore già rilevabile. Giorgia Meloni potrebbe dare un’occhiata ai sondaggi che vedono la maggioranza degli elettori di Fratelli d’Italia propendere per il sostegno al governo di “solidarietà nazionale” di Draghi. O potrebbe, più concretamente, dare un’occhiata alla fila degli amministratori locali di Fratelli d’Italia che in queste ore stanno bussando alla porta della Lega. Nell’attuale contesto storico l’isolamento per ragioni ideologiche è fuori tempo. La società oggi chiede risposte concrete non posizioni ideali di bandiera, e queste risposte si possono dare solo se si ha la possibilità di incidere. Salvini ministro degli interni docet!

5) Mostrano un’ingenuità naïf tutti quelli che pensano che l’alternativa all’appoggio a Draghi siano le elezioni. Un senso di bismarckiana Realpolitik induce a ritenere che le elezioni restino per il momento un’ipotesi dell’irrealtà, non foss’altro che per il noto principio di autoconservazione dei numerosi deputati e senatori “miracolati” che oggi godono – e domani mai più – di uno scranno in parlamento. Tralasciando ogni considerazione nel merito della scelta di Mattarella, il fatto che non si voti resta un dato ineludibile con il quale occorre fare i conti. È pericoloso, quindi, inseguire l’illusione delle elezioni e scherzare col fuoco. Se la verifica coi partiti dovesse dare esito negativo, Mario Draghi sarà costretto a tornare da Sergio Mattarella per rifiutare l’incarico. A quel punto, però, il Presidente della Repubblica non si rimangerebbe pubblicamente la parola e non scioglierebbe le camere ma sarebbe costretto a giocare “obtorto collo” l’ultima carta che non vorrebbe mai giocare: spedire il governo dimissionario di nuovo in parlamento. E di fronte ad uno scenario da “last call” – o fiducia o caduta – i peones di tutti i partiti (trasversalmente), per il citato principio di autoconservazione e nel segreto dell’urna, voterebbero il Conte Ter. Serva da lezione quanto è accaduto nell’agosto 2018.

6) Un’ultima riflessione di carattere etico-morale. Un governo istituzionale di unità nazionale presuppone per sua natura che i temi divisisi – soprattutto quelli eticamente sensibili e ad impronta ideologica – vengano tolti dal tavolo della discussione. Fonti autorevoli ed accreditate confermano che già esiste, come è ovvio che sia, un accordo in tal senso. Ciò significa non solo lo stop all’approvazione definitiva della famigerata Legge Zan in tema di “omolesbotransginecodisabilofobia”, ma anche all’avanzamento dell’iter della legge sull’eutanasia, sull’utero in affitto, sulla legalizzazione della cannabis, evia elencando. La Lega tornerebbe a svolgere la funzione di “diga” che ebbe durante il governo giallo-verde. Ricordiamo che la conclusione di quella esperienza ebbe, tra gli altri, anche l’effetto deleterio di far approvare alla Camera il citato DDL Zan. Dal punto di vista etico-morale ci si deve, quindi, porre il problema che l’eventuale Aventino della Lega determinerebbe una maggioranza politica spostata a sinistra e farebbe venir meno la tregua sui citati temi sensibili. In questo caso il mancato sostegno a Draghi significherebbe essere conniventi se non complici della rivoluzione antropologica che inevitabilmente seguirebbe a livello normativo.

Concludo con una considerazione generale. Comprendo come accademici, tecnici, scienziati, abbiano poca dimestichezza con le dinamiche politiche. Del resto, il grande Bismarck nel suo discorso alla Camera Prussiana il 18 dicembre 1863, ricordò che «die Politik ist keine exakte Wissenschaft», la politica non è una scienza esatta. Anzi, in quell’occasione precisò che la politica più che una scienza è «eine Kunst», un’arte, fatta di intuizione, di istinto, di estro, di genio, di improvvisazione, di sorpresa. Lo ha imparato a sue spese l’accademico Prof. Giuseppe Conte. Lui era convinto che la politica fosse una Wissenschaft, e Matteo Renzi gli ha dimostrato, invece, che è una Kust. A ciascuno il suo mestiere.

DA

https://www.informazionecattolica.it/2021/02/09/la-scelta-di-salvini-appoggiare-draghi-e-lunica-possibile/

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