Così il Covid ci ha coperto il volto (come gli schiavi)

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Il potere ha bisogno di distruggere le relazioni sociali, di creare individui soli, perfettamente manipolabili. Ha persino legittimato il fatto di dover celare il volto con una maschera. Ma come si fa ad avere una relazione con l’altro senza vederlo in faccia? Proprio il volto umano è la parte del corpo che deve essere sempre denudata e che non deve essere nascosta. Non è un caso se nell’antica Grecia lo schiavo veniva definito come senza volto, quindi senza dignità.

Durante una passeggiata pomeridiana sotto i portici del centro un amico mi ha salutato ma io non l’ho riconosciuto. La mascherina che indossava mi aveva impedito di identificarne i connotati. Solo dopo aver contravvenuto le rigide disposizoini anti-Covid, ovvero dopo essersi abbassata la “museruola”, sono riuscito a capire chi fosse e a ricambiare il saluto. Un episodio banale, che sarà accaduto a chi sa quanti italiani in questi tempi di pandemia. Eppure, quel piccolo incidente mi ha fatto riflettere sull’importanza del volto umano. È impossibile una relazione senza il riconoscimento del volto dell’altro.

Mi sono ricordato di aver letto da qualche parte che ogni essere umano appena apre gli occhi alla vita cerca un volto: quello della madre. Una ricerca che continua per tutta l’esistenza e che rappresenta l’anima della stessa comunicazione e relazione con gli altri. Noi scopriamo di essere uomini quando riusciamo a fissare un volto e dire “tu”.  Il neonato cerca, infatti, il volto della madre, come il bambino cerca il volto dei genitori, l’amante cerca il volto dell’amato, il discepolo cerca il volto del maestro, l’uomo cerca il volto di Dio.

Il dramma dell’attuale società liquida e postmoderna sta nel fatto che l’uomo di oggi oggi non sa dire coscientemente «tu» a nessuno. Proprio in questa drammaticità risiede e si nasconde l’ossessiva e violenta ricerca di potere che caratterizza largamente i rapporti usuali tra le persone, basati perlopiù sulla sistematica riduzione dell’altro a un disegno di possesso e di uso.

Si tratta di un modello culturare da tempo imposto dal potere e alimentato attraverso la sua micidiale macchina di propaganda. Basta guardare una qualsiasi fiction televisiva in prima serata, o leggere i rotocalchi d’intrattenimento.

Il potere ha bisogno di distruggere le relazioni sociali, di creare individui soli, isolati, possibilmente single, senza radici, senza identità, fragili, indifesi ed impauriti, ovvero dei soggetti perfettamente manipolabili. La pandemia Covid-19, da questo punto di vista, è sta un’insperata (o voluta?) manna caduta dal cielo. Ha persino legittimato il fatto di dover celare il volto con una maschera. Ma come si fa ad avere una relazione con l’altro senza vederlo in faccia? Proprio il volto umano è la parte del corpo che deve essere sempre denudata e che non deve essere nascosta. Non è un caso se nell’antica Grecia, lo schiavo veniva definito come ἀπρόσωπος (apròsopos), ossia senza (a-) volto (pròsopos), quindi senza dignità, senza libertà, una mera “res”, un oggetto nelle mani del padrone. Il volto scoperto è segno di libertà. Pure i lebbrosi allontanati dalla comunità erano senza volto.

Il volto è anche ciò che contraddistigue l’uomo dall’animale, come ci ha insegnato il grande Cicerone nella sua opera De Legibus (I, 27): «(…) is qui appellatur vultus, qui nullo in animante esse praeter hominem potest, indicat mores» (quello che si chiama volto, che non può esistere in nessun essere vivente se non nell’uomo, indica il carattere di una persona).

Il volto è un elemento essenziale della relazione umana. Persino Dio per farsi conoscere dagli uomini ha dovuto far intravedere il Suo volto diventando uomo, cioè entrando come persona nella storia. Si è rivelato attraverso il volto di Gesù Cristo, che è diventato il volto del destino umano, la natura del significato del nostro essere, proprio perché Gesù Cristoi è il volto del Padre. Così la definizione totale del significato dell’uomo nel mondo è passata attraverso un volto.

Mi sono anche ricordato che il filosofo lituano Emmanuel Levinas ha dedicato gran parte della sua ricerca filosofica proprio al significato del volto. Per il pensatore lituano, l’epifania, e dunque la manifestazione dell’altro, avviene nel dialogo, nel “faccia a faccia”. L’altro diventa quindi una rivelazione concessa in particolare dal volto, che è il mezzo di comunicazione primo e lo strumento attraverso il quale l’umanità di ciascuno si palesa, al punto da far intravvedere una traccia dell’Infinto. Il volto è il luogo in cui, più che altrove, si giocano le dinamiche dell’uomo, e quindi anche il suo rapporto col Potere. Per questo – come ha lucidamente scritto Giorgio Agamben, un altro filosofo che stimo – il volto è anche «il luogo della politica».

Lo stato d’eccezione in cui è piombata l’umanità a seguito della pandemia Covid-19 è arrivato al punto da far considerare normale il nascondimento del volto, persino doverosa la necessità di impedire l’epifania dell’altro. Sempre Agamben avverte, però, che «un Paese che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cittadini è, allora, un Paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica», e «in questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto».

Mai come in questi tempi il cui il diritto appare condizionato dall’emergenza sanitaria, in cui l’Ausnahmezustand (stato d’eccezione) di Carl Schmitt rischia di diventare un paradigma normale di governo, il volto è davvero il luogo della politica. È la sfida alla tirannia che pretende un popolo di “apròsopos”, fatto di individui senza volto, segna dignità, senza identità, senza libertà.

Ancora una volra Agamben sul punto è chiarissimo: «Il nostro tempo impolitico non vuole vedere il proprio volto, lo tiene a distanza, lo maschera e copre. Non devono esserci più volti, ma solo numeri e cifre. Anche il tiranno è senza volto». È proprio così.

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Serve senso dello Stato

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di Matteo Castagna
 
Viviamo un momento politico non ordinario. Stiamo uscendo da una guerra non convenzionale contro il virus, che ha enormi ripercussioni di natura economica, politica e sociale. 
L’isteria può essere figlia della paura e dell’instabilità. In Italia, molti tendono ad un approccio manicheo, con l’aggravante momentanea dell’isteria, nei confronti della politica. Quindi se fino a ieri vi erano le tifoserie giallofucsia contro quelle dell’opposizione, prima c’erano quelle sovraniste contro quelle globaliste, prima ancora il centrodestra contro il centrosinistra, fino ad arrivare allo scontro fascisti e antifascisti, unico ad aleggiare sempre e comunque, non si capisce bene perché. Oggi, il terreno di scontro è tra chi sostiene Draghi e chi lo attacca. 
Il punto fondamentale è che vi sono dei momenti storici in cui, anche in Italia, occorre avere senso dello Stato, comprendere le circostanze e capire che la politica non può essere sempre come un derby di calcio. Il retto discernimento, il realismo e il pragmatismo sono le tre caratteristiche principali, che sembrano essere dimenticate, prevalendo una concezione novecentesca, quindi uno spirito ideologico che andrebbe tralasciato tanto quanto la bolsa e continua retorica fascismo-antifascismo, in nome del bene comune.
 
Viviamo un’epoca post-ideologica, ma per troppi sembra non essere così. Schemi e categorie del passato continuano ad essere utilizzati come clave. Ma siamo nel ventunesimo secolo ed è in pieno svolgimento uno stravolgimento epocale che va dalla dimensione antropologica a quella spirituale fino ad arrivare a quella socio-culturale ed economica. Può risultare utile osservare la realtà, senza pregiudizi o pregiudiziali perché i mutamenti in corso sono così veloci e imprevedibili da far rischiare di prendere cantonate colossali. Questo non significa affatto dimenticare o far finta che ciascuno abbia una sua storia, una sua collocazione ed una determinata formazione. A maggior ragione, dato il periodo non ordinario, va tenuto presente tutto, e tutto va contestualizzato. 
 
A tal proposito il pensiero, accantonato perché troppo scomodo, di Carlo Francesco D’Agostino può trovare una concreta attualizzazione anche al momento presente. Egli non approvava l’impegno di coloro che assegnavano ed assegnano alla politica un fine puramente negativo, di opposizione. Egli disprezzava il bastian contrario per partito preso. Dichiarava di essere un anti “anti”. L’anticomunismo, ad esempio – sosteneva – non può di per sé, rappresentare il fine dell’azione politica, pur essendo il comunismo l’ideologia da combattere perché “intrinsecamente perversa”, come l’aveva definita la Chiesa. Dunque egli era sì “anti”, ma nel senso che la positività è la condizione dell’opposizione alla negatività, non viceversa. Poiché la politica non è solo pensiero ma è sempre pensiero che si fa prassi, è chiaro che in questo settore vengono evidenziate immediatamente le difficoltà, le contraddizioni, le aporie. Torna, perciò, d’attualità, la domanda di Sant’Agostino nel De Civitate Dei, 4,4: “Remota iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?” (“Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?”). Siamo così pregni di liberalismo che, forse, non ci accorgiamo che un governo va giudicato nella bontà o meno del suo operato, non prima e “a rimorchio” delle passioni, dei capricci, degli interessi di coloro che, individualmente o in forma associata, riescono a esercitare “pressioni” idonee a imporre il proprio volere. 
 
Pio XII nel Radiomessaggio “Benignitas et humanitas” del 24/12/1944 disse che “lo Stato è e deve essere, in realtà, l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo”. Perciò vi è un’esigenza unificatrice sostanziale di tendere al bene comune, aiutando ciascuno a conseguirlo. D’Agostino vede il bene comune nelle “provvide prescrizioni del Diritto Naturale” classico. Per preservarlo, nella drammaticità del periodo che viviamo, il sano pragmatismo è costituito da un governo che sappia fare da diga alle istanze sovversive del globalismo, mitigandolo, in particolar modo, per poter uscire dalla pandemia in maniera dignitosa, garantendo il lavoro e i più deboli, l’impresa e la proprietà privata, la sussidiarietà e lo sviluppo. Questo significa avere senso di responsabilità e senso dello Stato perché fare opposizione a priori a Draghi, potrebbe sembrare più un “Aventino di bottega” che una reale scelta patriottica.

Oggi Giornata della VitaOggi Giornata della Vita

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“Oggi si celebra la 43/a Giornata della vita. Sostenere la vita nascente è un onore e i nostri volontari nei centri di aiuto alla vita hanno salvato decine di migliaia di persone. Solo Paola Bonzi, nel suo Cav di Milano ha salvato oltre 27 mila bambini dall’aborto. Difendere e sostenere la vita non è prerogativa dei cattolici, ma di tutti gli uomini di buona volontà. Ronald Reagan amava dire: ‘Mi risulta che tutti i favorevoli all’aborto siano già nati’. E allora, viva la vita sempre e la politica lasci da parte le polemiche vetero-femministe e si schieri unanime dalla parte della vita sostenendo e aiutando concretamente le mamme che hanno gravidanze difficili o a rischio.” Lo scrive il senatore della Lega, Simone Pillon.

Giornata della vita: “Sostenere la donna nel suo ruolo di madre”

“A 43 anni dall’approvazione della L. 194, sono 6 milioni i bambini cui si è impedito di nascere, un numero pari all’incirca alla popolazione attualmente residente nel Lazio. Al di là delle diverse valutazioni sulla legge, l’Aborto resta sempre e comunque un dramma, che vorremmo nessuna donna si trovasse costretta a subire a causa di difficoltà economiche o sociali – spiega Olimpia Tarzia, responsabile Dipartimento bioetica e diritti umani di Forza Italia.-. Sostenere la donna, la madre, nel suo ruolo di accogliere e accompagnare la vita è importante non solo per la donna, ma anche per la società che altrimenti sarebbe più povera di speranza e di futuro. Sostenerla nella sua insostituibile capacità di essere la prima alleata della vita, restituendole la piena libertà di accoglierla. Ma la libertà si fonda sulla verità: essere liberi significa avere davanti tante diverse opzioni e possibilità per poter consapevolmente scegliere e non, come purtroppo avviene, vedersi proporre come unica opzione la strada dell’Aborto”.

 

DA

Giornata della vita: “Difendere la vita non è prerogativa dei cattolici ma di tutti gli uomini di buona volontà”

A Toronto aprono le “scuole arcobaleno” sedicenti cattoliche

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di LEONARDO MOTTA

 

Il Toronto Catholic School Board ha modificato il suo codice di condotta per includere l’identità e l’espressione di gender.

Come se non bastasse diverse scuole cattoliche canadesi e statunitensi hanno istituito club studenteschi gay/etero senza il permesso dei genitori.

Sono queste le ultime, terribili notizie che arrivano dal Nord Americana. Negli ultimi anni, ci sono stati molti adattamenti progressivi nelle scuole cattoliche. Ciò ha portato alla confusione e all’allontanamento dai principi contenuti nel Catechismo della Chiesa, nella bi millenaria dottrina cattolica, dall’insegnamento della Bibbia su questioni riguardanti la persona, la sessualità, il matrimonio e la famiglia.

E chi si oppone finisce male! In una riunione del consiglio di amministrazione del Toronto Catholic School Board, un oratore è stato censurato per aver citato un paragrafo del Catechismo sull’insegnamento dell’omosessualità.

L’educazione cattolica è protetta dai diritti confessionali nella Costituzione del Canada, ma troppi leader cattolici come Brendan Browne non difendono più questo diritto. Perché? Credono che il Canada si sia evoluto (è il gioco di prestigio verbale formulato a suo tempo da Barack Obama) e la Commissione per i diritti umani dell’Ontario attualmente prevale sull’insegnamento della Chiesa. Questo aiuta a spiegare perché tutti i 29 consigli scolastici cattolici della provincia hanno riconosciuto l’identità di genere, l’espressione di genere e hanno un piano di equità aggressivo per servire meglio la lista, si dice crescente, di studenti LGBTQ+.

L’educazione cattolica si è lentamente erosa nel corso dei ultimi decenni e il Catechismo, quando non viene trascurato, viene minato o non è più considerato rilevante. Così gli educatori e gli amministratori delle scuole considerate cattoliche non si sentano più responsabili di credere e istruire ciò che insegna il testo del Catechismo o della Bibbia.

Solo una o due generazioni fa le scuole cattoliche non avrebbero mai potuto sostenere l’ideologia gender ma oggi, in una crisi di fede e di morale notevoli, succede anche questo nelle scuole pseudo-cattoliche.

Stiamo affrontando una pandemia. In Ontario le scuole sono chiuse e la maggior parte dell’economia è a pezzi, genitori e studenti soffrono, le famiglie cercano di far fronte all’apprendimento online tutto il giorno, tra ansie e persino depressione, e qual è la priorità del Consiglio della scuola cattolica? L’indottrinamento degli studenti al gender.

Ci chiediamo: amministratori e presidi di scuole che promuovono l’ideologia gender, quindi insegnamenti anti-cattolici, si possono considerare ancora cattolici o, come pensiamo, cessano di essere tali?

I genitori dovrebbero cercare di vedere oltre le bugie mascherate da termini quali inclusione, diversità e cura degli studenti a rischio. L’identità di genere non è una credenza cattolica. Il riconoscimento sessuale di dozzine di generi non è un diritto umano o un insegnamento cattolico.

Se i cambiamenti inclusivi continueranno al ritmo attuale, presto non ci sarà alcuna educazione cattolica in Ontario, poi nel resto del Canada, quindi nell’intero nord america.

Ci saranno scuole “cattoliche”, ma solo nel nome. Come se non bastasse la prossima settimana, il Toronto Catholic School Board deciderà se celebrare giugno 2021 come mese dell’orgoglio e far sventolare la bandiera arcobaleno nelle scuole.

Palamara ad Affari:‘La spartizione continua. In magistratura tutto come prima’

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DI ANTONIO AMBROSI

Credere nella giustizia? Dubbi, correnti, corporativismo, Cossiga, magistratura che cambia il corso della storia. Dopo il libro Palamara a 360 gradi, rivela…

“A fronte di quanto successo e di quanto si legge, riga per riga, nel suo libro con Alessandro Sallusti, la frase che c’è nei tribunali ‘La legge è uguale per tutti’ è ancora vera?”

“L’auspicio del libro è che la legge sia uguale per tutti. Il motivo per il quale si entra in magistratura è quello. Lo rivendico orgogliosamente ed è quello che mi ha ispirato e mi ispirerà sempre”.

“Lei dice che oggi ‘racconta’ perché lo deve ai tanti magistrati che non c’entrano con il sistema che descrive nel libro. Perché, dopo tutto quello che è successo, le dobbiamo credere e pensare che le sue parole siano sincere?”

“Perché l’idea e l’immagine che il sistema delle correnti potesse identificarsi solo con una persona è un’immagine che penso non convinca più nessun magistrato. Non convince i tanti magistrati che nell’immediatezza dei fatti fecero circolare una lettera aperta a Palamara, sulle mailing list, chiedendo di spiegare quello che era accaduto. Ed è quello che ho fatto. Non c’è un prima e un dopo. C’è la volontà di fare una riflessione sul sistema che comprende anche me. Ma non può ‘comprendere solo me’”.

“Lei racconta nel libro, ma lo abbiamo anche capito in parte dalle sue intercettazioni, dei casi De Magistris, Salvini, Gratteri, Mastella, Forleo, Berlusconi, cioè di quando la magistratura, in qualche modo, fa politica nel Paese. Non fa più paura della politica che esercitano i politici? La magistratura ha più strumenti della politica, incidendo sulle libertà e sulle proprietà, sulle vite delle persone e può distruggerle. E la magistratura ha cambiato il corso della storia?

“La magistratura vive nella storia, vive nel rapporto con le altre istituzioni. Il problema dei rapporti tra magistratura e politica esiste, tanto è vero che nel 1948 i costituenti previdero l’autorizzazione a procedere nell’articolo 68, creando una linea di confine”.

“E’ stata superata questa linea di confine?”

“E’ stata abbattuta nel 1993 quando il parlamento, dopo i noti fatti che riguardarono l’onorevole Craxi, la toglie. Da quel momento c’è un’inevitabile sconfinamento, al di là della legittimità delle inchieste. La politica si sente scoperta quando c’è un doveroso accertamento della magistratura. E’ ovvio che la magistratura deve indagare nei confronti di tutti, nessuno escluso. Ma si determina uno sconfinamento che oggi rimane limitato solo esclusivamente a quando c’è una richiesta di misura cautelare. In quel caso torna la palla in mano alla politica ma non essendoci invece per la richiesta di rinvio a giudizio quell’elemento non è più rimasto nelle mani della politica e viene strumentalizzato all’esterno. Questo è il cortocircuito. Il politico deve pensare che il problema c’è e va risolto”.

“Quando il cittadino sente queste cose e le trasla su sé stesso che deve pensare? Cioè se al corpo più potente del Paese accade questo a me che può succedere?”

“Il cittadino comune deve avere fiducia nella giustizia. Ci sono tanti magistrati che a questi meccanismi sono totalmente estranei, non partecipano alla cosiddetta organizzazione del potere che è limitata solo ad una cerchia ben individuabile di persone: coloro i quali procedono con le nomine, non uno solo ma i rappresentati di più gruppi. Ogni corrente ha un rappresentante, ogni corrente cerca di piazzare il proprio uomo nell’ufficio più importante, ogni corrente cerca di aumentare il consenso all’interno della magistratura. I problemi che hanno riguardato la mia persona si inserivano in questo contesto”.

“Quindi ad un cittadino che è in causa con un magistrato cosa consiglia? Oltre a farsi il segno della croce, visto lo spirito corporativo che incombe e difende i colleghi. Cosa deve fare? Avere un grande e potente avvocato? Avere molti soldi per le cause? Sperare in chi è slegato da queste logiche corporative? Ma come è possibile avere questa speranza se poi il potere all’interno della magistratura, anche nelle nomine del magistrato locale, funziona come lo descrive lei?”

“Al cittadino dobbiamo ricordare sempre che c’è un articolo fondamentale che dice che il giudice è soggetto soltanto alla legge e quindi il magistrato deve ispirarsi soltanto a quei principi ed esistono i mezzi di impugnazione. Il consiglio è di avere fiducia e ricorrere a tutti gli strumenti processuali che l’ordinamento gli mette a disposizione, nessun escluso. Il tema però di cui parlo io è legato all’organizzazione interna della magistratura, su come ha voluto dare attuazione all’autonomia e indipendenza sancita dalla Costituzione.”

“Come si fa quando il magistrato può essere guidato da suoi interessi personali e nessuno può fare nulla? Le faccio un esempio spicciolo: un magistrato coinvolto, nella questione che sta dirimendo, perché legato affettivamente alla compagna dell’indagato e lo perseguita, come è possibile avere fiducia?”

“Queste sono situazioni che il Consiglio Superiore, teoricamente la Procura generale… mi lasci dire… invece di preoccuparsi solo delle mia chat… dovrebbero preoccuparsi anche di cose del genere”.

“Ha dedicato molti anni a mediare tra le correnti della magistratura, dedicherà ora il suo tempo a demolire e raccontare questo mondo che i più non conoscono?

“Più che demolire a contribuire ad un’opera di reale rinnovamento della magistratura, quella che tanti magistrati mi chiedono.”

“La disaffezione per la politica ha prodotto l’antipolitica, il caso Palamara e le sue critiche a cosa possono portare? Ci può essere una deriva o no?

“Mi auguro che la magistratura sappia riscattarsi e che al di là della mia vicenda personale possa portare innanzitutto a squarciare il velo dell’ipocrisia interna”.

“Cresce nel Paese un sentimento di sfiducia nei confronti delle istituzioni, ora anche della giustizia. E’ un sentimento molto pericoloso. La magistratura ha in sé la capacità di riformarsi nel sentimento di vicinanza con il cittadino, con quel senso comune di giustizia? E come?”.

“Ci sono tanti magistrati che preferiscono stare più riparati e tranquilli. Ma le assicuro che esistono tanti magistrati che hanno questi sentimenti”.

“Lei ha detto: La magistratura è una casta che alimenta il sistema di cui facevo parte. La magistratura come può uscire da sola da questa situazione?”

“No, no, diciamolo meglio. Esiste un problema giustizia, è evidente. Nel 1987, su iniziativa dei Radicali ci fu un referendum. L’80% degli italiani si espresse a favore della responsabilità civile dei magistrati e quindi contro i magistrati. Nel 1996 il ministro Flick volle introdurre le pagelle e i magistrati dissero ‘no, non vogliamo farci controllare’. Questi erano segnali che forse noi non abbiamo saputo raccogliere. Perché è prevalsa l’idea dell’autoprotezione della casta. Qualcosa poi non ha funzionato, nei casi De Magistris, il caso Forleo, anche il libro che sta andando così forte dimostra che c’è volontà di capire, di sapere e che la vicenda non può essere ridotta a una persona, una serata, eccetera. Se ci sono 50 magistrati che si muovono in un certo modo non è una cosa da niente, sono 50 magistrati e come funziona questo sistema andava spiegato bene e non è stato fatto…”.

“Anche da quello che scrive, se non lo sapevamo prima, i magistrati non sono dèi ma uomini ed hanno i pregi e i difetti degli uomini…”

“Assolutamente si”.

“Ora la questione é: il primato della giustizia può venire prima delle piccolezze, del credo, dell’interesse, dell’ideologia dell’uomo magistrato? Questo dubbio si solleva in tutte le vicende raccontate…”

“Però la giustizia è un bene talmente supremo e fondamentale in uno Stato democratico che deve venire prima di ogni cosa, di ogni singola vicenda personale, deve vincere la giustizia”.

“Lei si ritrova adesso, ora si è anche iscritto al partito Radicale, in modo diverso e con un altro tipo di storia dalla stessa parte della barricata di personaggi enormi come Sciascia, Cossiga, Tortora con quel clamoroso errore giudiziario che lo riguardava e che poi originò il referendum che citava. Non le sembra tardi? Perché è questa la critica che le viene fatta…”

“Lo so ma io facevo e ancora adesso faccio il magistrato. Io le critiche le accetto volentieri ma se dovevo parlare prima, prima quando? Io sto parlando… sono ancora dentro la magistratura. Ancora non me ne sono andato”.

“Intendo prima della sua vicenda personale, prima delle inchieste che la riguardano…”

“Chi mi ha frequentato e mi conosce sa quali sono le mie idee dentro la magistratura. Pubblicamente è chiaro: avevo un ruolo di rappresentanza politica ed ho difeso l’Anm contro Berlusconi, ad esempio. Nemmeno nel libro lo rinnego perché doveva prevalere l’idea dell’autoprotezione. Dal Csm ho partecipato al meccanismo correntizio che purtroppo caratterizza quel mondo. Lei potrebbe chiedermi ‘nella magistratura come va?’”

“Infatti ci si chiede, visto che la magistratura resta organizzata in correnti. Chi è oggi nel ruolo che assolveva lei? O con che cosa è stato sostituito per fare quelle mediazioni che lei faceva ?

“…come va? Tutto bene, grazie, va come prima. Visto che Affaritaliani può vivisezionare quello che dico andatevi a leggere l’ultima sentenza del Consiglio di Stato sulla Scuola superiore della Magistratura, lì c’è tutto. La sentenza è assolutamente emblematica sulla perpetuazione della spartizione”.

“Cossiga, uomo di legge e che aveva senso dello Stato, in un frangente particolare la offese e disse che l’Anm era un’associazione tra il sovversivo e il mafioso, un’espressione tremenda ed esagerata a cui però non vi furono seguiti legali, ma sentirla in bocca a un ex capo dello Stato faceva una certa impressione… Ecco, cosa pensa oggi di quella frase?”

“Furono parole ovviamente che mi colpirono sia sul piano personale anche per la forza e l’invettiva delle parole stesse, però è chiaro che l’Anm, come tutte le corporazioni intermedie, ha sofferto e soffre di una grave crisi di identità e soprattutto di un’attualità, basti pensare alla mia espulsione: su 10.000 magistrati ne erano presenti 100. E’ chiaro che qualcosa non funziona più”.

https://www.affaritaliani.it/politica/palamara-ad-affari-%E2%80%98la-spartizione-continua-in-magistratura-tutto-come-prima-720898.html

L’occasione per fermare il ddl Zan, centro-destra alla prova

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DI GIANFRANCO AMATO

Sembra spirare un’aria di “solidarietà nazionale” nel nostro Paese. Oggi si guarda al cosiddetto governo istituzionale, guidato da personalità di alto profilo: e così l’ex presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi ha ricevuto da Sergio Mattarella l’incarico di formare un nuovo governo.

Un senso di bismarckiana Realpolitik induce a ritenere che le elezioni restino per il momento un’ipotesi dell’irrealtà, non foss’altro che per il noto principio di autoconservazione dei numerosi deputati e senatori “miracolati” che oggi godono – e domani mai più – di uno scranno in parlamento. Tralasciando ogni considerazione nel merito della scelta di Mattarella, il fatto che non si voti resta un dato ineludibile con il quale occorre fare i conti.

Come si comporterà l’attuale opposizione rispetto ad un eventuale governo istituzionale? Ci sono solo tre possibilità. La prima è quella dell’Aventino, soluzione che non ha mai portato bene. La seconda è quella di un coinvolgimento diretto nell’Esecutivo. La terza è quella del cosiddetto appoggio esterno, che ripercorre la formula andreottiana del «governo della non sfiducia». Vedremo cosa farà il centrodestra.

Ma c’è un aspetto che ci sta particolarmente a cuore: la questione cosiddetta identitaria, ovvero quella relativa ai princìpi, valori e ideali ritenuti non negoziabili. È evidente che l’opposizione dovrà dare una prova di serietà nel caso in cui decidesse di sostenere in qualunque modo il governo istituzionale. La prova consisterebbe in un impegno pubblico e formale a condizionare l’azione politica del prossimo esecutivo sul fronte delle iniziative di legge a impronta ideologica. Pensiamo, per esempio, alla sciagurata e liberticida proposta normativa in tema di “omolesbotransginecofobia” – il noto DDL Zan –, alla proposta di legalizzazione dell’utero in affitto, alla proposta di legalizzazione dell’eutanasia, alla proposta di legalizzazione della cannabis, e via elencando.

Nella scelta se appoggiare o meno un governo istituzionale non sarà sufficiente una valutazione basata esclusivamente su questioni di carattere economico-finanziario. Occorrerà anche porre l’accento sulla necessità di arrestare l’attuale rivoluzione antropologica in atto per via legislativa. Le preoccupate voci di protesta sulla crisi che si stanno levando dal variopinto mondo LGBT – pensiamo all’on. Alessandro Zan, a Luxuria, a Monica Cirinnà  & co. – sono una prova evidente della possibilità concreta di porre un serio argine a quella rivoluzione.

C’è un altro impegno poi che l’opposizione dovrebbe assumere: il ripristino dello Stato di diritto. Un eventuale appoggio al governo istituzionale potrebbe essere l’occasione storica per far cessare l’assurda sospensione delle garanzie costituzionali degli italiani, e l’illegittimo e aberrante utilizzo di semplici atti amministrativi – i famigerati DPCM – per limitare libertà e diritti fondamentali come quelli di circolazione, di riunione, di culto, di impresa.

L’opposizione di centrodestra potrebbe accreditarsi il merito storico di aver fatto cessare l’assurdo stato d’eccezione in cui vive il nostro Paese, che ricorda tanto l’Ausnahmezustand del giurista tedesco Carl Schmitt, utilizzato da Hitler per giungere al potere.
Deve stare davvero molto attenta l’opposizione a non perdere una simile occasione storica.

DA

https://lanuovabq.it/it/loccasione-per-fermare-il-ddl-zan-centro-destra-alla-prova

GOLPE IN BIRMANIA, QUEL SOGNO DEM PER TROPPO POCHI: FATTO DI BUSINESS, SCANDALI E DIVISE

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Alle prime luci dell’alba di lunedì, in Birmania, è stata tratta in arresto Aung San Suu Kyi, storica eroina dei diritti civili e già premio Nobel per la pace. Dal 2016 “The Lady”, come veniva chiamato ai tempi della sua crociata dem, ricopre la carica di Segretario di Stato, un ruolo di primissimo piano, subordinato formalmente, al solo presidente Win Myint, suo strettissimo collaboratore anch’esso in arresto. Con un colpo di mano, prassi consolidata nella travagliata gestione della politica interna Birmana, le forze armate hanno “congelato” il risultato delle elezioni politiche dell’8 novembre scorso accusando di “gravi irregolarità” la commissione elettorale. L’emittente televisiva Myawaddy Television (MWD), controllata dagli stessi militari, ha dichiarato che i pieni poteri sono stati trasferiti nelle mani del comandante in campo delle forze armate, il gen. Min Aung Hlaing.


Birmania, la dichiarazione dello stato di emergenza

“Le liste elettorali che sono state utilizzate durante le elezioni generali multipartitiche che si sono tenute l’8 novembre hanno riscontrato enormi discrepanze e la Commissione elettorale dell’Unione non è riuscita a risolvere la questione. Sebbene la sovranità della nazione debba derivare dal popolo, durante le elezioni generali democratiche si è verificata una terribile frode nella lista degli elettori che è contraria a garantire una democrazia stabile […] della costituzione del 2008. Per eseguire il controllo delle liste elettorali e per intervenire, l’autorità del processo legislativo, del governo e della giurisdizione della nazione è affidata al Comandante in Capo ai sensi dell’articolo 418 della costituzione del 2008″.

Aung Sann Suu Kyi, una lady in ostaggio?
Alla guida del paese da cinque anni, la 75enne Suu Kyi e la National League for Democracy (NLD), l’avviato a breve il loro secondo mandato politico dopo la “svolta democratica” e le schiaccianti vittorie nelle ultime due elezioni, le prime libere da venticinque anni. La conquista di 368 seggi su 434, aveva chiaramente spaventato il Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (USDP), il principale partito di opposizione, stampella dei militari, che si era aggiudicato solo 24 seggi. Tuttavia la casta militare birmana si era ben guardata dall’allentare la presa sul paese “costituzionalmente” il controllo diretto di un quarto dei seggi nelle due camere e la gestione dei ministeri strategici.

Quello che era stato salutato dalla maggioranza degli analisti internazionali come un vero e proprio trionfo della democrazia aveva lasciato trasparire tutte le sue enormi contraddizioni sin dai primi mesi. La Aung Sann Suu Kyi appariva quasi “ostaggio” di una giunta militare 2.0 i cui membri, non la maggioranza, avevano dismesso la divisa gallonata per un elegante completo occidentale, ritenuto più possibile per presentarsi nel consesso internazionale ed attirare l’ingente massa degli speculatori globali in un paese ancora da molti considerato territorio vergine.

A subire paradossalmente i contraccolpi di questo matrimonio forzato era stata proprio l’eroina dem Suu Kyi che si era ritrovata nella scomoda posizione di parafulmine quando, ad esempio, le forze armate birmane avevano dato vita a quella che l’Onu aveva definito “un ‘ operazione di pulizia etnica da manuale ”contro la minoranza musulmana dei Rohingya, massacrati e scacciati nel vicino Bangladesh. Allora in molti notarono la totale distrazione della “Lady” riguardo alla vicenda e molti digerirono male le dichiarazioni di stima e gratitudine per i militari che la segretario di stato proferiva di tanto in tanto in occasioni dei suoi pubblici impegni.

Min Aung Hlaing, chi è l’uomo forte dell’esercito 
A Rangun, ex capitale e città principale, le linee telefoniche e la connettività Internet sembrano essere limitate, molti fornitori hanno interrotto i loro servizi e alcuni video mostrano i soldati presidiare le strade ei luoghi di potenziali proteste popolari.
Intanto, sulla scena politica birmana, si staglia la figura di Min Aung Hlaing nuovo uomo forte e militare di lungo corso, Hlaing vanta un curriculum d’altissimo livello. Specializzatosi all’Accademia della difesa era salito alla ribalta quando nel 2009 aveva condotto le operazioni d’annientamento della rivolta dall’Esercito dell’Alleanza Democratica delle Nazionalità del Myanmar a Kokang sul confine cinese.

In quell’occasione l’UNHRC aveva i soldati di Min Aung Hlaing avevano deliberatamente preso di mira la popolazione civile e compiuto “discriminazioni sistemiche” e violazioni dei diritti umani contro le minoranze etniche. Accusa rinnovatagli in occasione della repressione contro il popolo Rohingya, che avevano prodotto, una fronte di una timidissima condanna internazionale, un ban dalla notoria piattaforma di profilazione social Facebook imitata poco dopo da Twitter. Due anni fa il generale era stato raggiunto anche da una limitazione statunitense in cui lo si ammoniva dal viaggiare nel territorio degli Stati Uniti

Sembra tuttavia che l’accerchiamento internazionale contro l’esuberanza autoritaria del generalissimo birmano non nuoccia granché alla sua economia domestica, arte che, assieme a quella militare, Hlaing sembra padroneggiare al meglio. Lui e la sua famiglia sono i maggiori azionisti della Myanmar Economic Holdings Limited (MEHL) di proprietà militare, che ha riconosciuto, nel solo anno fiscale 2010-11, dividendi per oltre 250.000 dollari. Il figlio, Aung Pyae Sone, possiede una serie di società private, tra cui la Sky One Construction Company e l’Aung Myint Mo Min Insurance Company. Ha una quota di utili in Mytel, compagnia di telecomunicazioni nazionale e nel 2013, si è aggiudicato una concessione governativa “blindata” per lo sfruttamento trentennale di un area allo Yangon People’s Park per il suo ristorante e una galleria d’arte.

La lunga scia della pulizia etnica in Birmania
All’alba di quella che appare come una restaurazione dell’ormai tradizionale assetto politico birmano, l’attenzione corre alle aree di conflitto che quasi ininterrottamente coprono i confini della nazione asiatica. Appena un giorno prima del golpe, il 31 gennaio, come ogni anno dall’inizio della rivoluzione, si era celebrato il 72 ° Karen Revolution Day. La giornata, in cui si ricordano i martiri della lotta di liberazione e sfilano i volontari delle forze di difesa territoriale, aveva visto uniti numerosi esponenti delle etnie minoritarie in lotta per l’autodeterminazione ed il riconoscimento dei loro diritti internazionali sanciti dalle Nazioni Unite all ‘ epoca dell’indipendenza della Birmania.
Nelle ultime settimane purtroppo, a dispetto della campagna elettorale unificatrice, nello Stato Karen, i mortai birmani avevano costretto centinaia di civili ad una disperata fuga nella giungla. La eco della svolta democratica era sin dall’inizio rimasta all’interno delle pareti anguste del mondo birmano, organizzato attorno a un’asse etnico religiosa che poco spazio lascia alle istanze delle altre componenti nazionali.

1 febbraio 2021 – Alberto Palladino 

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/golpe-birmania-quel-sogno-dem-fatto-business-scandali-divise-181328/

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GOLPE IN BIRMANIA

COLPO DI STATO IN MYANMAR. I KAREN VERSO LA GUERRA

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Roma, 1 feb – Tra i molti interrogativi che scaturiscono dalla notizia del colpo di stato in Myanmar (ex Birmania), ce n’è uno che interessa particolarmente chi ha a cuore la lotta per l’autodeterminazione del popolo Karen, etnia in guerra da oltre settanta anni con il governo centrale. Cosa succederà adesso? Cosa cambierà per i Karen dopo l’arresto del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi? La risposta non è semplice, come ogni previsione che riguardi questa parte del mondo, dove le astuzie dei Birmani e la capacità di attesa e di resistenza dei Karen, costituiscono elementi essenziali di una lunga vicenda dagli esiti indecifrabili. Di certo il movimento autonomista si troverà, finalmente, di fronte ad un obbligo di scelta: la vigorosa ripresa della lotta armata contro il Governo militare o la resa di fronte alle pretese egemoniche dello stesso.

La seducente icona del Myanmar

Nessun vero patriota Karen piangerà per l’arresto della “Lady”, seducente icona per gli ambienti diplomatici e finanziari dell’Occidente, ma incarnazione di un nazionalismo birmano che, pur non arrivando allo sciovinismo della giunta militare, ha ignorato totalmente le istanze delle numerose etnie che abitano il Paese. La nuova situazione costringerà anche la debole leadership Karen a confrontarsi con una base sempre più delusa dagli esiti del cessate il fuoco firmato nel 2015, e con una ampia fetta delle formazioni armate che avevano fin da subito messo in guardia contro l’ingannevole politica birmana: l’utilizzo della tregua per occupare e militarizzare senza colpo ferire larghe aree della regione.

I Karen non si arrenderanno

In aperto contrasto con i rappresentanti politici del movimento autonomista, spesso accusati di tradimento, i comandanti più carismatici delle truppe Karen, il generale Nerdah Mya e il Generale Baw Kyaw, non hanno di fatto mai smesso di fronteggiare gli uomini del Tatmadaw (l’esercito birmano n.d.r.) con imboscate e contrattacchi quando i soldati di Rangoon si avvicinavano troppo ai villaggi Karen. Negli ultimi mesi gli scontri si erano intensificati a causa dei frequenti bombardamenti di insediamenti civili da parte dei Birmani, che hanno lo scopo di costringere alla fuga gli abitanti e di “ripulire” le zone in cui verranno costruite strade di interesse strategico.

Il gioco dei generali al potere rimane quello di prima. L’unica differenza sta nella uscita di scena di Aung San Suu Kyi e del suo partito: un passaggio che renderà le cose più chiare anche a chi finora aveva sostenuto che ci si dovesse fidare delle promesse di Rangoon e che verosimilmente darà più peso alle posizioni intransigenti di Nerdah Mya e Baw Kyaw e favorirà alleanze militari tra le differenti etnie in lotta contro l’occupazione birmana. Questo è ciò in cui sperano migliaia di guerrieri pronti a battersi nella sconfinata jungla della regione Karen.

Franco Nerozzi

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