Vittoria pro life in Lombardia: bocciata la proposta “Aborto al sicuro”

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Bocciata in Lombardia la proposta di legge “Aborto al sicuro”. Mirava a introdurre a livello regionale una serie di soluzioni per facilitare l’applicazione della L. 194/78.

“Un progetto di legge che aveva un contenuto ideologico sbagliato, secondo me. Partiva dal fatto che il Lombardia si fanno pochi aborti”, commenta il consigliere Max Bastoni, che dà l’annuncio insieme all’avvocato Gianfranco Amato e ad Emanuele Monti, presidente della Commissione Sanità.

Il ringraziamento di quest’ultimo va a tutte le associazioni che hanno presentato dati concreti e puntuali, che hanno consentito di “smontare scientificamente” il progetto di legge sull’aborto durante l’esame della commissione.

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Vittoria pro life in Lombardia: bocciata la proposta “Aborto al sicuro”

Le stazioni quaresimali romane

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

Le stazioni quaresimali romane

Placido Lugano, osb, “Le sacre stazioni romane nella Quaresima e l’ottava di Pasqua”, Centro Librario Sodalitium, pagg. 118, euro 10,00.

https://www.sodalitiumshop.it/epages/106854.sf/it_IT/?ObjectPath=/Shops/106854/Products/068

Introduzione: Le stazioni quaresimali in Roma 

 Il sacro tempo della Quaresima, nella attuale disciplina della Chiesa e secondo lo spirito della sua liturgia, è un tempo di ritiro che ogni cristiano deve passare nella solitudine in unione col divin Redentore Gesù Cristo, attendendo alla penitenza ed alla mortificazione, segnatamente sotto la forma del digiuno, e a tutti gli esercizi della vita spirituale. Ha principio col mercoledì delle Ceneri, in cui la Chiesa invita i suoi figli a chinare la fronte sotto l’austera sentenza pronunziata nel paradiso da Dio contro l’uomo ribelle : Ricordati, o uomo, che sei polvere ed in polvere ritornerai; e termina con la Veglia pasquale, in cui la risurrezione del Redentore viene a rallegrare le anime che hanno sofferto le volontarie privazioni della penitenza. La Quaresima prepara il popolo credente a commemorare la Passione di Gesù e a celebrare con Lui l’Alleluia della vittoria.

Istituita, la Quaresima, in memoria dei quaranta giorni di digiuno del Redentore, è dedicata in modo particolare alla penitenza, all’istruzione e alla predicazione. Le preghiere liturgiche della Quaresima parlano prevalentemente di digiuno e di mortificazione; ma, dopo la quarta settimana entrano a far menzione della Passione : perchè la sola mortificazione, fatta di penitenza e di astinenza, è degna preparazione a celebrare con animo purificato la memoria della Passione dell’Uomo-Dio, che caratterizza l’ultima quindicina della Quaresima. L’Epistola e il Vangelo contengono l’alimento spirituale per l’istruzione e la predicazione; le orazioni, implorando misericordia e perdono, muovono a far penitenza delle colpe commesse. Varie tracce restano tuttora nel Messale romano dell’antica disciplina relativa ai pubblici penitenti per la loro riconciliazione e di quella per i con-vertiti dal paganesimo (catecumeni), che si preparavano a ricevere la grazia del battesimo nella Veglia pasquale.

Il digiuno, una volta molto rigoroso nei giorni feriali della Quaresima, è ora assai mitigato dalla benignità della Chiesa. La legge del digiuno permette un solo pasto al giorno, ma non vieta di prendere un poco di cibo la mattina e la sera, osservando l’approvata consuetudine locale circa la qualità e la quantità dei cibi; come non vieta la promiscuità di carne e pesce nello stesso pasto e la commutazione della refezione della sera con il pranzo (Codice di diritto canonico, can. 1251, §§ 1-2). La legge dell’astinenza vieta l’uso delle carni e del brodo di carne, pur concedendo l’uso delle uova, dei latticini, del burro e di qualsivoglia condimento anche di grasso degli animali (can. 1250). Sono compresi nella legge del digiuno (salvo dispensa o legittimo impedimento) tutti i fedeli che hanno compiuto gli anni ventuno di età e non hanno principiato i sessanta; mentre sono tenuti alla legge dell’astinenza tutti quelli che hanno compiuto il settimo anno di età (can. 1254, §§ 1-2).

La rigida costumanza più antica, riguardo al digiuno, già incostante al tempo di sant’Agostino, trovava ancora frequente applicazione presso il popolo romano. Anzi in Roma, il digiuno quaresimale si accompagnava con le grandi ufficiature divine, che, per conseguenza, rivestivano in questo tempo un carattere austeramente penitenziale. Dall’antico linguaggio militare si prese il termine di stazione (statio), trasportandolo ad indicare l’adunanza dei fedeli in un luogo sacro determinato, dove il Papa, assistito dal suo clero, celebrava i divini misteri. Alla stazione militare andava congiunta la caserma (statio), dove si vigilava anche di notte, con un corpo di guardia per la vigilanza diurna. E alla stazione liturgica, specialmente quaresimale, s’accompagnò fin dall’origine il significato di vigilanza, di penitenza e di preghiera, fatta in comune. Tertulliano trovò giusto il paragone, perchè i cristiani sono la milizia di Dio. E sant’Ambrogio, nel paragonare i nostri digiuni alle mansioni del popolo israelitico, riconosce che anche noi dobbiamo laboriosamente fare il cammino di quaranta giorni, e fortificarci con la devozione dei digiuni quasi in altrettante fortezze: perchè per noi sono fortezze i digiuni che ci difendono dall’oppugnazione diabolica; e conchiude col dire: « Si chiamano stazioni, perchè, rinchiusi in esse, respingiamo le insidie dei nemici ».

La « stazione » faceva di ogni feria quaresimale una grande dimostrazione religiosa. A Roma, la liturgia offre il medesimo carattere di movimento e lo stesso colore locale, che assumevano i divini uffici celebrati a Gerusalemme, d’ordinario, di chiesa in chiesa. Le stazioni erano l’espressione dell’unità della liturgia, raggruppandosi clero e popolo, intorno alla persona del Pontefice, che celebrava i divini misteri e faceva spesso la predica. Col pellegrinare alle diverse chiese si mantennero vive le memorie del culto ai martiri nei singoli luoghi. In questo andare del servizio liturgico da uno in altro luogo, è da ravvisare un’analogia con le usanze di Gerusalemme, donde derivarono, come in germe, molte delle prescrizioni liturgiche romane. Al tempo di san Gregorio Magno la stazione importava la processione con le litanie e la Messa. Tutto il popolo romano vi era convocato, laici e sacerdoti. Lo stesso Pontefice, col suo corteo, vi interveniva. All’ora fissata, si raccoglievano tutti in una chiesa stabilita per l’adunata (colletta). Qui il Pontefice recitava l’orazione ad collectam, cioè l’orazione sul popolo adunato, faceva muovere la processione, preceduta dalla Croce stazionale, al canto delle litanie. Giunta alla chiesa designata per la stazione, il Pontefice celebrava solennemente la Messa, assistito dai suoi diaconi e suddiaconi e dai preti delle varie parrocchie (tituli) della città. D’ordinario, dopo la Messa, s’annunziava il luogo della stazione pel giorno seguente.

Ecco la nota delle Collette e delle Stazioni, ove in carattere neretto sono indicate le stazioni del gruppo più antico della liturgia quaresimale (le basiliche più venerate e di proporzioni più vaste); in carattere corsivo sono indicate le stazioni del secondo gruppo, aggiunte verso il secolo v, tra san Leone (+ 461) e san Gregorio (+ 604) (le chiese parrocchiali); e in carattere romano, le chiese stazionali del terzo gruppo, aggiunte nel secolo VIII da Gregorio II (+ 731) (le sette chiese designate per i giovedì che erano rimasti fino a quel tempo senza liturgia).

Il pio pellegrinaggio processionale percorreva litaniando le vie dell’Urbe facendo risuonare l’aria della voce implorante la misericordia e l’intercessione dei Santi. Nel tempio, le voci supplichevoli si stringevano intorno all’altare, sul quale il divin Redentore, sacerdote e vittima, rinnovava, nella persona del Pontefice, il sacrificio del Calvario, e sotto il quale giacevano venerate le reliquie dei martiri, testimoni invitti della fede e della verità cristiana. Chè, le palme dei martiri rappresentano propria-mente i trionfi del nostro principe Cristo, ed i martiri di Cristo, secondo la bella espressione ambrosiana, sono il vero tesoro della Chiesa.

Uno dei caratteri assunti dalle stazioni fu quello del trionfo della venerazione di chi aveva dato la vita per Cristo: anzi il culto degli eroi della fede, dei santi e dei martiri, ebbe notevole incremento dalle visite stazionali. Onde a ben comprendere la liturgia della Quaresima occorre tener presenti anche le ragioni agiografiche e non dimenticare le ragioni topografiche. E le indicazioni del Messale, che, fuori di Roma, possono sembrare soltanto un vestigio archeologico di usanze di tempi tramontati, furono in Roma, e lo sono tuttora, una realtà vivente. Le basiliche e le chiese, mèta del pellegrinaggio stazionale, sono sempre i trofei dei martiri più venerati. La moderna disciplina non è che la continuazione dell’antica. «E’ cosa buona e utile invocare supplichevolmente i servi di Dio, regnanti insieme con Cristo, e venerarne le reliquie e le immagini: ma prima di ogni altro tutti i fedeli onorino con filiale devozione la beatissima Vergine Maria» (can. 1276). E la visita stazionale reca il tributo dell’onore e l’incenso dell’amore filiale alla Madre di Dio nelle dorate basiliche della sua glorificazione, e il profumo della venerazione alle reliquie dei Martiri e dei Santi che impreziosiscono per l’immortalità le nostre chiese romane.

Il clero e il popolo, anche ai nostri tempi, rivivono le usanze antiche, benché alquanto modificate. Alti dignitari della Chiesa e personalità del laicato, monaci e popolo minuto si confondono insieme in un medesimo spirito di espiazione, di penitenza e di preghiera. E, rinnovando con devozione ogni anno queste sante osservanze, confidano di riuscire graditi a Dio e col corpo e con la mente.

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Le stazioni quaresimali romane

Occorre togliere alla sinistra un tema cattolico: il rispetto del creato

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TOGLIERE L’ECOLOGISMO ALLA SINISTRA PUO’ ESSERE UNO DEI COMPITI DEI DUE PARTITI DEL CENTRO-DESTRA CHE SOSTENGONO IL GOVERNO DRAGHI

Di Matteo Castagna

La Bibbia insegna che l’uomo deve soggiogare e dominare (Gn. 1,28) la Terra. In Genesi 2,15 si legge che deve assolvere a questo dovere coltivando e custodendo.

Il custode del Creato non deve essere un tiranno, ma un lavoratore diligente e giusto, a immagine e somiglianza di Dio.

L’uomo deve saper usare la natura per le sue necessità e poi coltivarla con il rispetto che merita ogni creatura, per Amore del Creatore. Dalla bellezza e perfezione del creato si può giungere alla razionale dimostrazione dell’esistenza di Dio – sosteneva Sant’Ignazio di Loyola.

Ne consegue che il cattolico deve amare la natura perché ama il Creatore ed è quindi un “ecologista teologico”, non un panteista né un animalista new age come un sinistro qualsiasi, che si è impossessato indebitamente della questione ecologica, declinata in ideologia, atea e idolatrica.

L’”ecologia teologica” è identitaria e ha, oggi, il compito di educare ad una cultura della custodia del creato per Amore del Creatore che sostituisca la versione green del globalismo internazionale, incarnato dal gretininismo militante.

La teologia della creazione di San Tommaso d’Aquino è rintracciabile, in modo speciale, nello Scriptum super Sententiis, nelle Quaestiones disputatae De potentia Dei e nella Summa theologiae.

In quest’ultima opera, le questioni relative al nostro argomento si trovano nella I pars, immediatamente dopo quelle che trattano di Dio in sé, nella sua unità (qq. 2-26) e nella sua Trinità personale (qq. 27-43).

Tali questioni sono dedicate anzitutto all’approfondimento del concetto di creazione e del modo di intendere questa speciale forma di causalità (qq. 44-46); nelle qq. 47-102, S. Tommaso parla dei diversi esseri creati e infine tratta del governo divino (qq. 103-119).

L’orizzonte ermeneutico nel quale l’Aquinate pensa la creazione è quello della causalità. Chi dice creazione (nel senso dell’atto divino del creare), intende la produzione libera di effetti o esistenti che partecipano l’essere di Dio, che è l’Ipsum Esse subsistens. “Creare est proprie causare sive producere esse rerum” (creare è comunicare l’essere a tutti gli esistenti finiti).

Partecipando l’essere, per il fatto di riceverlo dal Creatore, le creature si trovano ad una ‘distanza ontologica’ infinita da Dio; questi non perde la sua ricchezza di vita nel momento in cui, dalle tenebre del nulla, chiama all’esistenza la molteplicità degli effetti finiti.

San Tommaso afferma che l’Autore del creato è anche ‘causa esemplare’ di tutte le creature, oltre che ‘causa finale’: come dire che tutto ‘esce’ dalle mani di Dio, portando in sé un’impronta, una traccia del suo Principio; e tutto è orientato a Lui.

É opportuno notare che questa maniera di intendere il rapporto Creatore-creatura, è speculare alla concezione biblica dell’agire del Dio creatore e dell’evento della creazione.

Come è stato correttamente osservato, in San Tommaso il tema della creazione non si confonde con quello dell’inizio o del punto di partenza; nell’ Aquinate “la teologia della creazione romperà con il tema dell’inizio come punto di partenza a vantaggio della perfezione di un’origine come dono e sovrabbondanza, che proviene da un Dio esistente e animato da volontà”.

Il dato dell’esistenza di realtà finite, nelle quali si dà compresenza o composizione di materia e forma (Aristotele) o di potenza e atto, rinvia necessariamente a un Essere semplice, nel quale non esiste tale composizione e che è pura attualità, origine di ogni esistente, causa non causata, unico possessore di ogni perfezione di essere e di vita. Poiché questa Causa prima è perfetta, allorquando agisce non ha bisogno di qualcosa di preesistente, ma pone in essere ex nihilo il proprio effetto; perciò, si dice creato proprio quell’ esistente che riceve originariamente e totalmente il proprio atto d’essere.

L’agire creatore di questa Causa prima è libero: lo testimoniano la finitezza del mondo, la sua molteplicità e gradualità nell’essere. Fine di questo libero agire divino è la stessa bontà di Dio, che è infinita e viene diffusa e partecipata alle creature; queste ultime non apportano a Dio nessuna perfezione; né aumentano la sua beatitudine. Esse costituiscono, invece, un libero e splendido effetto della sua ricchezza di vita; pur se connotate dal limite, le creature costituiscono un riflesso luminosissimo dell’infinita luce divina.

E ai grillini rimase solo un Fico secco

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Dell’epopea grillina è rimasto nelle istituzioni un frutto fuori stagione, il Fico. Sta lì appeso e solitario, sull’albero di Monte Citorio, aggrappato con tutte le sue forze al ramo; fuori corso, fuori luogo, come un reperto peloso di un’era geologica precedente. La sua unica speranza è che tardi il raccolto, ovvero che non si vada a votare. Draghi, in fondo, è stata una disgrazia per i grillini al governo, meno che per lui, perché è una polizza sulla sua durata alla presidenza della Camera.

Fico è una figura coerente, almeno al suo cognome e al suo curriculum, in cui il pensiero e azione coincidono perfettamente, nell’inattività di ambedue. Lo ricorderete il giorno della prima comunione quando andò a piedi a presiedere il Parlamento per far capire che lui è uno della gente. Costò un sacco mandarlo per le strade con la scorta e la sorveglianza, molto più che un viaggio in un’auto blu. Poi passò al tram, giusto il tempo di farsi una foto da mandare in rete. Andate a vedere ora come viaggia il Fico presidenziale. I Palazzi sono una droga, ci si abitua presto, soprattutto se non hai robusti anticorpi culturali e non hai altro mestiere a cui tornare.

Lo vedemmo con le mani in tasca mentre suonavano l’Inno di Mameli, ora lo avrete visto nel cortile del Quirinale come un Fico ammaestrato al passo militare per andare da Mattarella a compiere quella sua missione inutile del mandato esplorativo, coronato da un folgorante insuccesso. Alla sua impresa mancò la fortuna non il valore, assente già da prima.

Ma del napoletano egizio resterà soprattutto la sua campagna d’Egitto, la guerra dichiarata al Cairo nel nome di Regeni. Finora il suo unico, straordinario successo è stato far crollare i rapporti import-export con l’Egitto a vantaggio della Francia che ne ha subito approfittato. E’ quella la sua missione politica e umanitaria più significativa nell’arco di tre anni, più qualche gne-gne di banalità finto-umanitarie e qualche discorso-fotocopia come da protocollo.

Fico è un prodotto tipico della stagione grillina, dimostra che siamo arrivati alla frutta, e non per modo di dire. Uno che come titolo di studio si è laureato in canzone neomelodica napoletana, e non nel senso che almeno cantava e si guadagnava da vivere per strada o tra i tavoli del bar passando poi col piattino; ma, peggio, studiava i cantanti napoletani, studiava la fenomenologia di Mario Merola e la teoria trascendentale di Roberto Murolo. Studioso non di Machiavelli o Beccaria ma di Gigi d’Alessio e Nino d’Angelo. Un genio dal sapere enciclopedico. Fico della Mirandola.

Uno che fino all’età di quarant’anni inoltrati, cioè fino a che non vinse alla ruota della fortuna coi 5 Stelle, non aveva arte né parte ma si arrangiava tra hotel, lavoricchi, vendeva tessuti marocchini e roba varia. Uno che ha rappresentato per indole, capacità e curriculum, l’ala più grillina dei grillini; esponente dell’Ideologia apocalittico-pressapochista di Grillology, con scappellamento a sinistra. Però, uè, Fico ha rinunciato all’indennità aggiuntiva, dunque è un eroe e martire della Causa.

Ma Fico fu osannato subito dai media perché rappresentava l’ala sinistra del Movimento, il frutto proibito dell’intesa col Pd, che poi maturò e dette i suoi frutti. Per certi versi Fico è un frutto sessantottino maturato con mezzo secolo di ritardo; rimastica il vecchio egualitarismo e l’antico pauperismo, è ovviamente nemico, anche per fatto personale, della meritocrazia; è totalmente appiattito sul politically correct anche sui temi bioetici e ha subito sbandierato, insediandosi a Montecitorio, la sua continuità antifascista con la Boldrina. Fico rappresenta non solo il movimentismo extraparlamentare ed extraterrestre dei Cinque Stelle in versione radical-pop, ma la sinistra d’asporto, di strada, di rete e di utopia, senza il realismo politico della sinistra più scafata, da Bersani a D’Alema e Minniti. A questo punto dateci Marco Rizzo, comunista senza peli e senza indugi. Peggio della sinistra infatti c’è solo la sinistra in format grillino.

Per il movimento di cui Fico è rimasto oggi l’esponente di punta, l’ignoranza è una virtù, come la verginità ai tempi dell’educazione cattolica. E così l’assenza di curriculum, di storia. È la convinzione egualitaria e sessantottina che l’ignoranza sia sinonimo di purezza, di illibata virtù e astinenza dal potere, di vicinanza al popolo versione auditel, anzi ignorantitel. Niente studio, tutto dilettantismo. La competenza è solo la somma in rete di tante ignoranze. Come il voto politico nel ’68.

Uscendo dalle consultazioni il suo amico geniale, Crimi, ha parlato di “intelligenza collettiva”; in effetti sarebbe stato incauto riferirsi a quella personale. Tutto è immediato, diretto, collettivo, la rete è l’unica sovranità riconosciuta; ma va prima ammaestrata, controllata e ridotta come i cani di Pavlov a rispondere solo coi riflessi condizionati a quesiti prefabbricati che contengano già la risposta.

A vedere il Fico e soprattutto a sentirlo parlare ti viene di chiamarlo don Felice Sciosciammocca, con la sua parlata da Ninnillo di mammà e la sua proverbiale mosceria da posapiano. Un personaggio tipico della commedia napoletana, beneficiario del caffè sospeso. Con Giggino Di Maio costituisce il due di coppe del mazzo napoletano dei 5Stelle; ma perlomeno Di Maio è sveglio e mutante, conosce l’arte di barcamenarsi.

La presidenza della Camera spesso peggiora le persone, lo sappiamo dai suoi predecessori. Con Fico non c’era pericolo: l’impresa di peggiorarlo era praticamente impossibile. Lui era già in natura il massimo esponente del Nulla Grillino di Sinistra. Di più non si poteva.

MV, Panorama n.7 (2021)

Portogallo, il Presidente cattolico blocca il suicidio assistito. Sarà una vittoria di Pirro?

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Il capo dello Stato portoghese, Marcelo Rebelo de Sousa, ha inviato
alla Corte costituzionale la legge sull’eutanasia, in modo che i
giudici possano determinare se incorre in incostituzionalità.
Così facendo il presidente della Repubblica del Portogallo, almeno per
ora, ha fermato la legge sull’eutanasia approvata dal parlamento
portoghese lo scorso 29 gennaio, con i voti dei deputati sia di destra
che di sinistra.
Rebelo de Sousa, professore di diritto costituzionale e cattolico
praticante, ritiene che “l’articolo due ricorre a concetti
eccessivamente indeterminati nella definizione dei requisiti per
consentire la depenalizzazione della morte medicalmente assistita”.
Il presidente portoghese ha indirizzato una lettera al presidente
della Corte costituzionale portoghese, João Caupers, pubblicata sul
sito ufficiale della Presidenza della Repubblica, in cui ha spiegato i
motivi della sua presa di posizione.
Rebelo de Sousa vuole che la Corte Costituzionale abbia l’ultima
parola perché, secondo lui, la legge approvata è insufficiente e viola
la costituzionalità affermando solo che “l’eutanasia sarà consentita
quando una persona maggiorenne deciderà così volontariamente e in una
situazione di intollerabile sofferenza”.
Un’altra opzione che il presidente portoghese aveva, dopo aver
ricevuto la legge, era quella di porre il veto e rinviarla
all’Assemblea della Repubblica, ma ciò avrebbe portato a una nuova
votazione in pochi mesi, e con molta probabilità sarebbe stata
nuovamente approvata dal Parlamento.
In Portogallo, infatti, il Presidente della Repubblica ha la facoltà
di porre il veto ai decreti e alle leggi del governo approvati dal
Parlamento. Nel primo caso il veto è definitivo. Nel secondo caso,
queste leggi possono essere votate e nuovamente approvate, il che
eviterebbe il veto. È quindi più “efficace” quanto fatto da Rebelo de
Sousa attraverso l’invio della legge alla Corte Costituzionale.
Rebelo de Sousa ha affermato in diverse occasioni negli ultimi mesi
che “per far avanzare la legge per depenalizzare la morte assistita
praticata da un medico in Portogallo, ci dovrà essere un grande
consenso nella società portoghese e dovrà essere approvata da più di
due terzi dei deputati della Camera”, cosa che non è avvenuta il 19
gennaio.

Un consiglio cattolico al premier Mario Draghi

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di Matteo Castagna

 
“Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti” – sosteneva Gilbert Keith Chesterton.
 
La proprietà privata è importante, così come il principio di sussidiarietà, che rende equa una società sbilanciata tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Soprattutto in questo periodo di crisi economica, dovuta alla pandemia ed alla rimodulazione dell’economia globale, la dottrina sociale della Chiesa può costituire il principio cardine di chi ha costruito la sua formazione in un collegio gesuita. Il “principio di sussidiarietà” è un principio antropologico che esprime una concezione globale dell’uomo e della società, in virtù del quale è la persona umana ad essere fulcro dell’ordinamento giuridico, intesa sia come individuo sia come legame relazionale; altresì viene intesa in senso politico come solidarietà tra le comunità e interazione tra i poteri.
 
Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. (…) Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principii”. Sono parole del Prof. Mario Draghi allo scorso Meeting di Rimini. Sull’Osservatore Romano del 9 luglio del 2009, titolo: “Non c’è vero sviluppo senza etica”, Draghi, all’epoca Governatore della Banca d’Italia, paragona il pensiero economico alle varie Encicliche ed esprime giudizi importanti sul pensiero economico contemporaneo: “Negli ultimi decenni l’espulsione dell’etica dal campo d’indagine della scienza economica è stata messa in discussione, perché ha generato un modello incapace di dar conto compiutamente degli atti umani in ambito economico e di spiegare l’esistenza delle istituzioni rilevanti per il mercato solo come risultato della mera interazione di agenti razionali ed egoisti. È una critica avanzata fra gli altri da Amartya Sen, che analizza gli effetti delle considerazioni di natura etica sui comportamenti economici, e da Akerlof, che sottolinea l’importanza delle valutazioni di equità nella determinazione dei salari”.Uno sviluppo di lungo periodo – scrive a conclusione del suo contributo sull’Osservatore – non è possibile senza l’etica”. 

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Francia, chiesto lo scioglimento di Génération Identitaire per le azioni contro l’immigrazione clandestina

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Saremo sempre dalla parte di chi difende le proprie tradizioni, le proprie origini, la propria cultura, i propri usi e i propri costumi.
Saremo sempre dalla parte di chi si opporrà a questa società sempre più fluida e malleabile senza più radici.
Siamo e saremo sempre dalla parte di chi, il 20 ottobre 2012, occupò una moschea in onore del sacrificio compiuto dalle truppe di Carlo Martello a Poitiers nel 732 che permisero la continuità dell’Europa Cristiana.
Siamo e saremo sempre dalla parte di chi ha deciso di opporsi a questa sciagurata immigrazione di massa, tanto sostenuta dai radical chic da salotto, mettendoci la faccia e agendo in prima persona a difesa della propria terra e del proprio popolo.

Siamo vicini agli amici e fratelli francesi di Generation Identitaire, combattenti per il Bene in un mondo alla deriva che si schiera sempre più dalla parte del male in nome del politicamente corretto. 

Nulla importa più che lottare per i propri ideali in una società errata che li disprezza 

PIETRO PERUZZI

Parigi, 13 feb – Il movimento francese Génération Identitaire ha fatto numerose azioni simboliche contro l’immigrazione clandestina. Per questa ragione, ne è stato chiesto lo scioglimento da parte delle autorità francesi.

Génération Identitaire ha 15 giorni di tempo 

Génération Identitaire ha ricevuto l’ingiunzione relativa al suo scioglimento oggi, sabato 13 febbraio e ha dieci giorni per proporre appello. Lo scioglimento di Génération Identitaire è stato notificato venerdì sera. Ora il movimento identitario ha “dieci giorni per rispondere” a questo avviso. Se non vengono fornite nuove informazioni da parte degli stessi, “lo scioglimento (dell’organizzazione) è probabile che si concretizzi entro 15 giorni” secondo Beauvau.

Darmanin (Interno) “scandalizzato” dalle loro azioni

Il ministro dell’Interno Gerald Darmanin si è detto “scandalizzato” dall’azione di Génération Identitaire  contro l’immigrazione clandestina compiuta lo scorso 26 gennaio sulle Alpi e sui Pirenei. “Se ci sono gli elementi, non esiterò a proporre lo scioglimento”, ha poi dichiarato il ministro dell’Interno. Diversi funzionari eletti della regione dell’Occitania avevano  chiesto lo scioglimento di questo movimento definitivo “violento e pericoloso gruppo di estrema destra” dopo le loro azioni sui Pirenei.

I precedenti legali

Génération Identitaire aveva effettuato un’operazione dello stesso genere sulle Alpi anche nell’aprile 2018. Per questa ragione, tre attivisti furono condannati in primo grado per poi essere prosciolti  in appello lo scorso dicembre. Il movimento identitario ha anche interrotto una manifestazione contro la violenza della polizia sabato 13 giugno 2020, esibendo uno striscione con la scritta “Giustizia per le vittime del razzismo anti-bianco – White Lives Matter”  su un balcone che si affaccia su Place de la République a Parigi.
da

https://www.google.it/amp/s/www.ilprimatonazionale.it/esteri/francia-chiesto-lo-scioglimento-di-generation-identitaire-per-le-azioni-contro-limmigrazione-clandestina-182645/%3famp

 

 

Ora si ribalta la linea migranti. Che cosa accadrà con Draghi

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I punti programmatici enunciati da Mario Draghi al Senato sull’immigrazione accolgono alcune importanti richieste del centrodestra: dal programma per l’aumento dei rimpatri, passando per la nuova legislazione europea invocata da Salvini, ecco la linea del nuovo governo

Se nel momento dell’insediamento sul fronte immigrazione è stato il Pd a gioire, per via della riconferma del ministro Lamorgese, dopo il discorso in Senato del presidente del consiglio Mario Draghi la bilancia pende più verso il centrodestra.

E forse è stato proprio questo quel punto di equilibrio sulla politica migratoria ricercato in sede di contrattazioni per la nascita del nuovo esecutivo. L’inquilino di Palazzo Chigi in aula ha parlato di politiche di rimpatrio, gestione a livello europeo dell’accoglienza ed accordi con i Paesi di partenza.
Si tratta di punti molto cari tanto a Forza Italia, quanto alla Lega specialmente dopo la svolta della scorsa settimana annunciata da Matteo Salvini, il quale si è detto favorevole a lavorare per una nuova legislazione europea.

I rapporti con l’Ue

“La sfida – ha rimarcato Mario Draghi al Senato – è il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva”.

La questione dunque, ha promesso il nuovo presidente del consiglio, verrà portata in Europa. Ancora una volta dovrebbe essere rimarcata la volontà italiana di puntare sulle esigenze dei Paesi di primo approdo. Non a caso lo stesso Draghi ha fatto riferimento ai rapporti con Spagna, Grecia, Cipro e quei governi “accomunati da una specifica sensibilità mediterranea”.

Il passato governo ha investito molto sull’introduzione di meccanismi automatici di redistribuzione dei migranti sbarcati, almeno di quelli arrivati per mezzo di navi delle Ong. Nonostante l’uscente e rientrante ministro Lamorgese abbia a lungo parlato del “passo in avanti” dato dagli accordi di Malta del 23 settembre 2019, non solo le proposte italiane non sono state approvate ma, al tempo stesso, Roma si è ritrovata isolata in ambito comunitario.

L’obiettivo a breve termine del nuovo esecutivo, forte del credito di cui gode Draghi in Europa e della posizione della Lega, è quanto meno recuperare terreno nell’Ue per poi puntare alle modifiche del trattato di Dublino. Quest’ultimo è il documento che ha assegnato ai Paesi di primo approdo la responsabilità dell’accoglienza. A Bruxelles dunque Draghi ha intenzione di giocare in modo più deciso di quanto fatto in precedenza la partita sulle nuove norme del trattato e sui nuovi patti europei.

La questione relativa ai rimpatri

C’è poi un altro passaggio caro alla Lega prima della svolta della scorsa settimana, quello cioè dei rimpatri: “Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale – ha dichiarato Mario Draghi – accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati”. In poche parole, la linea del nuovo governo dovrebbe tendere verso l’implementazione dei rimpatri degli irregolari, questo tramite specifici accordi con gli Stati interessati e con il coinvolgimento dell’Ue.

Da questi punti si comprende come il programma di Draghi sull’immigrazione può soddisfare la Lega e quella parte del centro – destra organica alla maggioranza. Sull’altra sponda della nuova compagine governativa, il Pd è apparso in queste ore silente in quanto forse tranquillizzato dalla presenza di Luciana Lamorgese al Viminale. Una sintesi quella trovata che, almeno per il momento, sul discorso immigrazione non dovrebbe generare improvvisi scossoni nella coalizione.

Il discorso di replica di Draghi

Dopo il discorso sulle linee programmatiche tenuto in mattinata, in serata Mario Draghi ha ripreso la parola all’interno di Palazzo Madama per le repliche. E anche in questa occasione, il nuovo presidente del consiglio è tornato sull’immigrazione. Poche parole, ma importanti. Specialmente perché l’ex governatore della Bce ha puntato il dito contro l’Ue, rea di non riuscire ad uscire da “uno stallo politico – si legge nelle sue dichiarazioni – è impossibile prendere una decisione che metta d’accordo i paesi delle frontiere esterne e quelli dell’Est e del Sud”.

Draghi è anche tornato sull’importanza di risolvere il problema immigrazione “in sede europea”, confermando di voler proporre un accordo per la redistribuzione automatica dei migranti: “Senza riportare legalità e sicurezza – ha concluso il nuovo capo del governo – non ci può essere crescita”.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/lega-soddisfatta-e-pd-tranquillizzato-lamorgese-sintesi-1924749.html

Alla scuola San Benedetto il quaderno ordinato è garanzia di un’ottima preparazione

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Curare il proprio lavoro fin dal primo giorno di scuola elementare, ottenendone immediata soddisfazione personale, determina l’acquisizione di categorie atte ad interpretare ogni realtà, e di un metodo applicabile ai diversi contesti quotidiani.
Il quaderno in formato A5 favorisce la spazialità, l’organizzazione degli spazi e quindi una più facile collocazione di immagini e testo da parte del bambino.
Nelle fotografie dei quaderni di classe prima infatti si può subito osservare come l’impaginazione risulti regolare, ordinata ed esteticamente equilibrata.
Queste qualità che sono spesso trascurate sono invece fondamentali e strettamente funzionali alla piena comprensione dei contenuti.
La grafia curata e la precisione della coloritura dei disegni, conferisce armonia e bellezza all’opera del bambino.

Un lavoro siffatto soddisfa enormemente il fanciullo e lo gratifica della fatica nei risultati raggiunti.

Quest’ordine grafico genera e facilita la formazione dell’ordine mentale mentre la generalizzazione del metodo si estende a tutti gli ambiti della vita quotidiana.

Anche nella matematica la spazialità è favorita dall’ordine grafico e dal disegno geometrico.
La stessa comprensione ed esecuzione delle operazioni sono agevolate dal rispetto rigoroso degli spazi.
Il disegno geometrico e le cornicette aiutano a perfezionare il tratto ed il movimento; allenano la coordinazione oculo manuale sviluppando la motricità fine.
Inoltre allenano la concentrazione, la pazienza e la cura, insegnando ai bambini la proporzione e la simmetria, rinforzando, in caso di greche, il concetto di sequenza.
Infine, il legame con le proprie radici è garantito dalla scelta pedagogica, in classe prima, di tradurre poesie e filastrocche dall’italiano alla propria lingua madre (dialetto o lingua riconosciuta) con l’aiuto dei nonni.
La regola e la disciplina che sottostanno a questa pedagogia, mirano alla formazione di persone capaci di scegliere, decidere, condurre, osare, battersi per la giusta causa, giudicare con equilibrio, agire ed amare, …tutto con cura.

DA

http://www.scuolanordio.org/2021/02/alla-scuola-san-benedetto-il-quaderno.html?m=1

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