La Quaresima non è l’attesa di un’altra grande abbuffata…

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EDUCAZIONE CATTOLICA

di Matteo Castagna

Mentre un tempo il periodo della Quaresima veniva vissuto dai cristiani come autentico momento di penitenza in preparazione all’evento più importante della storia, che è la Passione, morte e Resurrezione di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, per la nostra redenzione, oggi appare un periodo, per molti noioso, in cui si attende solo la seconda grande abbuffata dell’anno liturgico, dopo il Natale.

Questo atteggiamento è sicuramente figlio della secolarizzazione, che però non ci giustificherà al momento del giudizio, perché la Chiesa, Corpo mistico del Figlio di Dio, ha stabilito che tutta la vita su questa Terra debba essere vissuta come preparazione all’altra, nella visione beatifica della Santissima Trinità. Ecco che, allora, le prescrizioni e le leggi stabilite non possono e non devono essere delle forme estetiche o delle vuote e ripetitive consuetudini, quanto delle devote e convinte pratiche della Fede.

Mentre la dieta è di moda, il digiuno è considerato come una pratica oscurantista. E’ possibile che ormai il digiuno non abbia più valore per noi? Dire ciò sembrerebbe negare una cosa affermata e praticata per tanti secoli, sarebbe negare l’esempio di Gesù Cristo stesso nel deserto! Sarebbe bene, quindi, in questo tempo di Quaresima, riprendere in considerazione questa pratica, ancora considerata un pilastro di questo tempo forte, seguendo l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino.

La prima cosa sorprendente dell’ insegnamento di San Tommaso sul digiuno è che esso viene considerato un precetto della legge naturale. Quando, quindi, il venerdì santo cominciamo a sognare una bella tagliata, questo non avviene solo perché la Santa Madre Chiesa ci obbliga a digiunare, ma per un motivo insito nella nostra natura. Ciò che la Chiesa fa, nel legiferare sul digiuno, è semplicemente precisare un precetto della legge naturale, per il bene dei fedeli. Questo spiegherebbe anche perché troviamo la pratica del digiuno in quasi tutte le religioni e culture del mondo. In più, ciò significa che il digiuno non è qualcosa riservata a monaci, ma è per tutti.

Per quale motivo uno deve digiunare? Se appartiene alla legge naturale, ci deve essere un buon motivo, un motivo ragionevole. San Tommaso ci indica 3 ragioni per del digiuno: Per reprimere le concupiscenza della carne; perché l’anima si elevi a contemplare le cose più sublimi; per riparare i peccati.

Guardiamo questi motivi più da vicino.

Reprimere la concupiscenza della carne. Cioè, i nostri appetiti naturali per le cose sensibili. La prima cosa da notare è che il nostro desiderio naturale di mangiare è un desiderio in sé buono: senza questo desiderio, moriremo di fame! San Tommaso in nessun modo si identifica con una filosofia che ritiene la natura o le cose corporali come cattivi in sé. Continua a leggere

Senza volto

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di Gianfranco Amato

Durante una passeggiata pomeridiana sotto i portici del centro un amico mi ha salutato ma io non l’ho riconosciuto. La mascherina che indossava mi aveva impedito di identificarne i connotati. Solo dopo aver contravvenuto le rigide disposizioni anti-Covid, ovvero dopo essersi abbassata la “museruola”, sono riuscito a capire chi fosse e a ricambiare il saluto. Un episodio banale, che sarà accaduto a chi sa quanti italiani in questi tempi di pandemia. Eppure, quel piccolo incidente mi ha fatto riflettere sull’importanza del volto umano. È impossibile una relazione senza il riconoscimento del volto dell’altro. Mi sono ricordato di aver letto da qualche parte che ogni essere umano appena apre gli occhi alla vita cerca un volto: quello della madre. Una ricerca che continua per tutta l’esistenza e che rappresenta l’anima della stessa comunicazione e relazione con gli altri. Noi scopriamo di essere uomini quando riusciamo a fissare un volto e dire “tu”.  Il neonato cerca, infatti, il volto della madre, come il bambino cerca il volto dei genitori, l’amante cerca il volto dell’amato, il discepolo cerca il volto del maestro, l’uomo cerca il volto di Dio.

Il dramma dell’attuale società liquida e postmoderna sta nel fatto che l’uomo di oggi non sa dire coscientemente «tu» a nessuno. Proprio in questa drammaticità risiede e si nasconde l’ossessiva e violenta ricerca di potere che caratterizza largamente i rapporti usuali tra le persone, basati perlopiù sulla sistematica riduzione dell’altro a un disegno di possesso e di uso. Si tratta di un modello culturale da tempo imposto dal potere e alimentato attraverso la sua micidiale macchina di propaganda. Basta guardare una qualsiasi fiction televisiva in prima serata, o leggere i rotocalchi d’intrattenimento. Il potere ha bisogno di distruggere le relazioni sociali, di creare individui soli, isolati, possibilmente single, senza radici, senza identità, fragili, indifesi ed impauriti, ovvero dei soggetti perfettamente manipolabili. La pandemia Covid-19, da questo punto di vista, è stata un’insperata (o voluta?) manna caduta dal cielo. Ha persino legittimato il fatto di dover celare il volto con una maschera. Ma come si fa ad avere una relazione con l’altro senza vederlo in faccia? Proprio il volto umano è la parte del corpo che deve essere sempre denudata e che non deve essere nascosta. Non è un caso se nell’antica Grecia, lo schiavo veniva definito come πρσωπος (apròsopos), ossia senza (a-) volto (pròsopos), quindi senza dignità, senza libertà, una mera “res”, un oggetto nelle mani del padrone. Il volto scoperto è segno di libertà. Pure i lebbrosi allontanati dalla comunità erano senza volto. Il volto è anche ciò che contraddistingue l’uomo dall’animale, come ci ha insegnato il grande Cicerone nella sua opera De Legibus (I, 27): «(…) is qui appellatur vultus, qui nullo in animante esse praeter hominem potest, indicat mores» (quello che si chiama volto, che non può esistere in nessun essere vivente se non nell’uomo, indica il carattere di una persona). Il volto è un elemento essenziale della relazione umana. Persino Dio per farsi conoscere dagli uomini ha dovuto far intravedere il Suo volto diventando uomo, cioè entrando come persona nella storia. Si è rivelato attraverso il volto di Gesù Cristo, che è diventato il volto del destino umano, la natura del significato del nostro essere, proprio perché Gesù Cristo è il volto del Padre. Così la definizione totale del significato dell’uomo nel mondo è passata attraverso un volto. Mi sono anche ricordato che il filosofo lituano Emmanuel Levinas ha dedicato gran parte della sua ricerca filosofica proprio al significato del volto. Per il pensatore lituano, l’epifania, e dunque la manifestazione dell’altro, avviene nel dialogo, nel “faccia a faccia”. L’altro diventa quindi una rivelazione concessa in particolare dal volto, che è il mezzo di comunicazione primo e lo strumento attraverso il quale l’umanità di ciascuno si palesa, al punto da far intravvedere una traccia dell’Infinito. Il volto è il luogo in cui, più che altrove, si giocano le dinamiche dell’uomo, e quindi anche il suo rapporto col Potere. Per questo – come ha lucidamente scritto Giorgio Agamben, un altro filosofo che stimo – il volto è anche «il luogo della politica».

Lo stato d’eccezione in cui è piombata l’umanità a seguito della pandemia Covid-19 è arrivato al punto da far considerare normale il nascondimento del volto, persino doverosa la necessità di impedire l’epifania dell’altro. Sempre Agamben avverte, però, che «un Paese che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cittadini è, allora, un Paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica», e «in questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto». Mai come in questi tempi in cui il diritto appare condizionato dall’emergenza sanitaria, in cui l’Ausnahmezustand (stato d’eccezione) di Carl Schmitt rischia di diventare un paradigma normale di governo, il volto è davvero il luogo della politica. È la sfida alla tirannia che pretende un popolo di “apròsopos”, fatto di individui senza volto, senza dignità, senza identità, senza libertà. Ancora una volta Agamben sul punto è chiarissimo: «Il nostro tempo impolitico non vuole vedere il proprio volto, lo tiene a distanza, lo maschera e copre. Non devono esserci più volti, ma solo numeri e cifre. Anche il tiranno è senza volto». È proprio così.

Mese di marzo: il Sacro Manto a san Giuseppe

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Segnalazione del Circolo Studi Federici

Il mese di marzo è tradizionalmente dedicato a san Giuseppe: segnaliamo un opuscolo che può favorire la devozione al Patrono della Chiesa Universale.
Il Sacro Manto in onore del Patriarca San Giuseppe, Centro Libraio Sodalitium (14 pagine, 3,00 euro).
 
Il Sacro Manto è un particolare omaggio reso a San Giuseppe, per onorare la Sua persona e per meritare il Suo patrocinio. Si consiglia di recitare queste orazioni per 30 giorni consecutivi, in memoria dei trent’anni di vita vissuti da San Giuseppe in compagnia di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Sono senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a San Giuseppe. Santa Teresa d’Avila (1515 – 1582) ha lasciato scritte queste parole illuminanti: “Chi vuol credere, faccia la prova, affinché si persuada.” 
 

La Via Dolorosa

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Segnalazione del Centro Studi Federici
Tra le strade della vecchia Gerusalemme, una soprattutto attira l’attenzione e commuove il cuore del pio pellegrino; è la Via Dolorosa. Essa segna il cammino percorso dal Redentore, carico della Croce, dal Pretorio di Pilato al Calvario. Dalle 14 stazioni che lo compongono, nove sono scaglionate lungo le vie della città e ricordano gli episodi più salienti del dramma della Croce ; alcuni registrati nel Vangelo, altri tolti da antichissime tradizioni. Se questo pio Pellegrinaggio fatto in una chiesa desta sempre profonda commozione, il lettore può facilmente comprendere quali sentimenti agitano il cuore rifacendo realmente il cammino percorso da Gesù in quel triste pomeriggio oppresso dalla Croce; seguendo i passi della sua SS.ma Madre, delle pie donne, del discepolo che Egli amava. 
A Gerusalemme, ogni venerdì alle tre del pomeriggio, la comunità Francescana di S. Salvatore, con alla testa il Rev.mo Padre Custode, compie il pio pellegrinaggio per le vie della città; seguendo le orme di Gesù, pregando e meditando. I pellegrini che visitano il Paese di Gesù non rinunciano mai al conforto spirituale di seguirne il mesto tragitto; non è raro il caso di romei, che vi prendono parte a piedi scalzi, in segno di estremo rispetto verso l’aspro sentiero battuto un giorno dal maestro Divino, sotto il legno del suo supplizio. Allora lo spettacolo assume una forma più solenne e commovente. Ad ognuna delle 14 stazioni, che ricordano i singoli episodi della passione di Cristo, un Francescano legge una pia riflessione e recita una breve preghiera. 
Una tradizione antica e assai radicata dice che la beata Vergine, che dimorò in Gerusalemme e vi chiuse i suoi giorni all’ombra del S. Cenacolo, visitava giornalmente i luoghi che furono testimoni della passione del suo Divin Figliolo. 
Senza dubbio, i discepoli di Gesù e i primi Cristiani visitarono frequentemente quei Santi Luoghi, e ne tramandarono la memoria ai loro discendenti. È noto infatti quanto gli orientali siano attaccati alle tradizioni. Ne fa fede anche il Vangelo. 
La prima stazione ha luogo nell’area del Pretorio di Pilato. Questa località si trova all’angolo nord-ovest della spianata del Tempio, dov’era la famosa Torre Antonia. Gli ultimi scavi hanno riconfermato in modo irrefragabile l’antica tradizione Francescana riguardante il luogo del tribunale di Pilato. 
Qui si radunò, in quel lontano mattino del primo venerdì Santo, la plebaglia giudaica, istigata dai sacerdoti, dagli scribi e dai farisei, mentre gli sgherri del Sinedrio presentavano il Nazzareno al rappresentante di Roma perchè confermasse la sentenza di morte già pronunciata. Qui si svolse il drammatico dialogo fra il Procuratore Romano e la folla tumultuante. Qui risuonò il grido diabolico — Barabba! ! ! 
L’area oggi è occupata in parte da una scuola mussulmana; nel cortile di questa scuola ha principio la Via Crucis. I fedeli hanno quindi la soddisfazione d’inginocchiarsi e pregare nel luogo stesso dove il Figlio di Dio fu interrogato dal suo giudice, che, dopo averlo riconosciuto e proclamato innocente, lo diede in mano ai giudei. 
In questo stesso luogo Gesù fu ricondotto dai soldati dopo la flagellazione e la coronazione di spine. La scala che Gesù salì e scese parecchie volte durante il processo fu trasportata a Roma e si venera presso la Basilica di S. Giovanni. È conosciuta sotto il nome di Scala Santa. I pii visitatori l’ascendono in ginocchio. 
Il luogo della flagellazione e quello dell’imposizione della Croce è segnato da due graziose cappelle, funzionate dai Padri Francescani. In quella dell’imposizione della Croce vi si vedono parti dell’antico pavimento di pietra del cortile (lithostrotos del Vangelo), dove sostava il popolo e i sacerdoti, quando alla vista di Gesù flagellato gridarono: « crocifiggilo, crocifiggilo: Il suo sangue cada su di noi e su i nostri figli! » È la seconda stazione. Vicino al convento Francescano della Flagellazione vi è l’arco detto dell’Ecce Homo. Esso conserva alla venerazione dei fedeli le due pietre del cortile sulle quali, secondo la tradizione, si trovavano Gesù e Pilato, quando questi lo mostrò al popolo tumultuante con le parole: « Ecce Homo ». 
La terza stazione, che ricorda la prima caduta di Gesù, ha luogo dopo un corto tragitto, all’incrocio della Via Dolorosa con quella che scende da Porta Damasco. Una colonna di marmo abbattuta indica da tempo immemorabile il luogo della prima caduta del Divin Salvatore. A pochi passi più innanzi vien mostrato il luogo tradizionale del commovente incontro di Gesù con la sua SS.ma Madre. 
Gli Armeni Cattolici hanno costruita una bella chiesa dedicata a « Nostra Signora dello Spasimo » in onore dello strazio che la Vergine Santa provò nel vedere il suo Figliolo che s’incamminava verso la morte. 
Nella cripta di questa chiesa esiste un grande mosaico che porta nel centro l’immagine di due piedi, che si vuole indichino il posto dove si trovava la Madre di Gesù quando le passò davanti il suo Divin Figlio carico della Croce…. 
Questo mosaico è anteriore al secolo VII, ed è una prova della tradizione che localizza l’ incontro di Maria col suo Divin Figlio. Con quanta emozione si ripetono i versi di fra Iacopone: 
 
Qui est homo qui non fleret, 
Matrem Christi si videret 
In tanto supplicio? 
Quis non posset contristari 
Christi Matrem contemplari
Dolentem cum Filio? 
 
Durante l’angoscioso incontro di Gesù con Maria, giungeva dalla campagna entrando in città per la porta dei pesci uno straniero di nome Simone, nativo di Cirene in Libia. Forse era un proselita ebreo; probabilmente un ammiratore di Cristo. I soldati, vedendo Gesù sfinito, obbligarono a viva forza il Cireneo a portare la Croce lungo il ripido pendio che sale al Calvario. Una piccola cappella Francescana ricorda questa quinta stazione. In essa ogni venerdì vien celebrata la S. Messa e nel Venerdì Santo è meta di continue visite. A questo piccolo Santuario che ricorda l’incontro di Gesù col Cireneo, è legata la più antica memoria di uno dei primi conventi Francescani in Gerusalemme, che risale al 1294. Mirabile e provvidenziale coincidenza per chi riflette che i Francescani portarono pazientemente ed eroicamente, attraverso i secoli della più triste barbaria mussulmana, la croce del loro Divin Maestro. 
A circa ottanta passi più avanti un frammento di colonna incastrata nel muro indica la sesta stazione. È il luogo tradizionale della Casa di S. Veronica. Questa nobil donna, vedendo passare Gesù, si infiltrò arditamente tra i soldati e la folla minacciosa, e con un lino asciugò il volto del Divino paziente coperto di polvere e di sangue. 
Gesù, volendo ricompensare l’atto gentile, vi lasciò impressi i lineamenti del suo volto augusto. Su rovine antiche, che, secondo gli archeologi, sono anteriori all’epoca romana, i Greci Cattolici nel 1875 innalzarono una bella Chiesa, dedicandola a S. Veronica. Il Velo della Veronica, portato a Roma da S. Elena, madre di Costantino, è conservato nella Basilica di S. Pietro e viene esposto nel Venerdì Santo. 
Dalla sesta stazione la Via Crucis si fa assai ripida. Dovette quindi riuscire particolarmente faticosa a Gesù, che cadde una seconda volta. 
In questo luogo si apriva una parte della città, che metteva nella campagna. Ad una delle colonne del portico interno venne affissa, secondo il costume degli antichi, una copia della sentenza di morte pronunciata contro il Re dei Giudei. 
Per questo i Cristiani la chiamarono Porta Giudiziaria. Varcandone la soglia Gesù, spinto dalla folla, cadde. Una doppia cappella, edificata e funzionata dai Francescani, racchiude una delle colonne dell’antica porta, testimone silente della caduta di Gesù. Settimanalmente viene celebrata la Santa Messa e nel primo venerdì di Quaresima è meta di una solenne peregrinazione. 
Narra il Vangelo che dietro il Redentore veniva una gran folla di popolo e un gruppo di donne che lo piangevano e lo compassionavano. Rivolto ad esse, Gesù disse loro: « Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me; ma su voi stesse e sui vostri figlioli! — È l’ottava stazione segnata da una croce latina incastrata nel muro a pochi metri della Porta Giudiziaria. Qui attualmente la via è intercettata da un monastero greco scismatico di S. Caralambos. Bisogna fare un lungo giro attraverso il bazar per raggiungere la nona stazione ; indicata da un fusto di colonna incastrata presso la porta di una chiesa Copta, dietro l’abside della Basilica del S. Sepolcro. Qui è il luogo della terza caduta di Gesù. L’animosità dei Copti contro i latini tese in questo luogo parecchi agguati. L’ultimo, più clamoroso e sanguinoso, fu nel 1926 e vi rimasero feriti Francescani e Suore. 
Altre quattro stazioni della Via Crucis sono fatte al Calvario. Sul piccolo promontorio roccioso, dalla forma di un cranio, Gesù venne spogliato dalle sue vesti (X stazione) e confitto in croce (XI stazione). Questa è segnata da un altare appartenente ai Francescani, il quadro del quale rappresenta la scena della crocifissione. Lì dopo tre ore di spasimi, morì alla presenza della Sua Madre; quando venne deposto dalla croce da Giuseppe e da Nicodemo, lo accolse tra le sue braccia. Sotto l’altare greco si vede ancora il foro dove fu piantata la croce (XII stazione); a destra e a sinistra, due dischi di marmo nero, indicano il luogo della croce dei due condannati con Gesù. Presso il medesimo altare si vede la spaccatura della roccia che si prolunga nella cappella inferiore. Fra l’altare della crocifissione e quella dove fu piantata la Croce, vi è un terzo altare che ricorda il posto in cui stava la SS. Vergine e dove ricevette tra le braccia il corpo di Gesù (XIII stazione). L’ultima stazione è al sepolcro, distante dal Calvario una ventina di metri. Quando S. Elena costruì la Basilica fece isolare la roccia nella quale era scavata la Tomba. Ora questa rivestita di marmo è chiusa in un tempietto che sorge nella rotonda della grande Basilica. In quella tomba fu posto da mani riverenti il corpo martoriato di Gesù la sera del Venerdì Santo; da quella tomba uscì glorioso e trionfante la mattina di Pasqua. 
 
Tratto da: L’Almanacco di Terra Santa pel 1936, Tipografia dei PP. Francescani, Gerusalemme, pagg. 38-41.
 

 

Il Magistero della Chiesa sul digiuno e sull’astinenza

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Segnalazione di Sursum Corda

il secondo precetto con le parole: Non mangiar carne nel venerdì e negli altri giorni proibiti, ci proibisce di mangiar carne nel venerdì (giorno della Passione e Morte di Gesù Cristo) e in alcuni giorni di digiuno.

Il peccato crea un debito di colpa, che viene tolto con il perdono, e un debito di pena, che si sconta con la penitenza.

La prima penitenza, necessaria per il perdono della colpa e per la remissione della pena, è il pentimento. Però difficilmente il pentimento è così perfetto da meritare il condono di tutta la pena. Ordinariamente ottiene la remissione solo di una parte della pena.

L’altra parte dovrà essere scontata o con la penitenza e mortificazione volontaria in questa vita, o con le pene del Purgatorio. E’ quindi necessario che facciamo opere di penitenza, sia per eccitare un dolore più vivo, sia per scontare la pena…

Il Vaccino al Virus contemporaneo

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di Matteo Castagna (pubblicato su “Il Corriere delle Regioni” del 26/02/2021)

Ci sono profonde ragioni di carattere razionale, logico, giuridico, medico, filosofico, culturale, etico, sociale per combattere l’aborto e la perniciosa semplificazione ideologica che lo difende. Unendo le forze nella buona battaglia è possibile far vincere la verità.

Il Consiglio regionale lombardo ha bocciato la proposta di legge di iniziativa popolare n.76 denominata “Aborto al Sicuro” promossa da esponenti del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle. Con il supporto dell’Avv. Gianfranco Amato e grazie alla determinazione del Presidente della III Commissione Sanità dott. Emanuele Monti, il Consiglio regionale ha rispedito al mittente la proposta che mirava, di fatto, ad attaccare il diritto dei medici di esercitare l’obiezione di coscienza e a diffondere i mezzi contraccettivi a tappeto, anche mediante un impianto sottocutaneo (LARC) che potesse garantire la sterilizzazione.

Nel frattempo, il tribunale di S. Maria di Capua a Vetere ha stabilito che gli embrioni creati e crioconservati da una coppia, che nel frattempo si è separata potranno essere impiantati alla donna anche contro la volontà dell’ex partner. Si tratta del riconoscimento di un diritto assoluto della donna di utilizzare gli embrioni creati con il coniuge e poi surgelati. Peccato che, però, un bimbo non sia un “bastoncino findus” ma un essere umano, per quanto in crescita…e neppure una proprietà privata della donna, come vorrebbero vecchi slogan del femminismo militante. Sarà argomento che dovrà far discutere perché crea un precedente pericoloso evidente.

Ci si chiederà il motivo di tanto fermento bioetico, soprattutto nell’ultimo decennio. Possiamo dire che l’uomo contemporaneo soffre di alcuni mali che vengono chiamati beni dal mainstream dominante, a tutti i livelli e in tutti i consessi. Platone sosteneva che “estirpare solo gli effetti del male e non la causa è poca cosa”, soprattutto se il male è letale perché mette in discussione la sacralità e la dignità della Vita. Si dirà, giustamente, che il male è in stato così avanzato, che è come una metastasi diffusa in tutto il corpo sociale. Se “nihil difficile volenti”, allora dobbiamo lavorare, prima fornendo degli antidolorifici, per arrivare alla cura. Il nichilismo filosofico, che vuole distruggere la conoscenza razionale umana (nichilismo gnoseologico), la morale naturale e divina oggettiva (nichilismo etico) e l’essere per partecipazione in quanto rimanda a Quello per essenza (nichilismo metafisico), tende a trasformare l’uomo in una larva o in una “pecora matta” dantesca, che galleggia sul nulla per esserne ben presto ingoiato. L’oggi è caratterizzato da un grande vuoto di concetti, di principi, di valori, di ragionamenti e di retto discernimento, tanto che la Sovversione dell’ordine naturale, quindi divino, è il nuovo ordine mondiale. La cultura del nulla giunge a considerare la verità, il bene, il bello, l’identità, la tradizione, come mali o bugie da distruggere. La nostra società rigetta santità ed eroismo, onore e fortezza, giustizia e temperanza, educazione e primato dell’essere per il suo Vitello d’Oro fatto di edonismo e benessere materiale, narcisismo, egoismo e vacuità, sciocchezze e vanità. L’uomo odierno è molle, apatico, privo di certezze e rifiuta la verità perché la teme. Tutto va nelle opinioni, nel dialogo e ciascuno dice la sua, tutti sono “tuttologi” ma in realtà sono solo estensori del nulla, nella totale indifferenza religiosa.

Il nichilismo è il virus per il quale esiste un vaccino gratis e dalle dosi infinite che rimangono in freezer a grandi quantità. Esso viene sublimato da S. Tommaso d’Aquino nella metafisica dell’essere come atto ultimo di ogni sostanza, elevando e correggendo (ove necessario) il concetto di “partecipazione” di Platone e quello di “essenza” di Aristotele. Il vaccino della ragionevolezza dell’uomo, che è dotato di intelletto e volontà, porta a un Fine ultimo, il quale è il sommo Vero e Bene, da riscoprire, conoscere e, quindi amare. Pertanto, se l’uomo vuole stare bene nel corpo e nell’anima, deve curare entrambe e soprattutto l’anima, nelle sue facoltà nobili, che sono, appunto, l’intelletto e la volontà, come già insegnava mirabilmente il grande Seneca.

Fonte: https://www.corriereregioni.it/2021/02/25/il-vaccino-al-virus-contemporaneo-di-matteo-castagna/

Dragocrazia

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

È davvero prematuro rinfacciare al governo Draghi di essere la riedizione del governo Conte o di esultare per questo, come fanno i grillo-contini. È stato quantomeno puerile gridare subito alla continuità con Conte quando non si era ancora insediato il governo. Certo, serve per galvanizzare le tifoserie e dire agli uni che il Maligno ha cambiato solo nome e fattezze e si è fatto più terribile, come dice il cognome fiammeggiante del premier; e agli altri far credere che Conte è così insostituibile che il suo modesto successore è schiacciato dalla sua gigantesca ombra e non può che tentare di imitarlo.

Ma se provate a fare il gioco delle differenze, risaltano subito alcune cose: il profilo e il curriculum di Draghi rispetto a quello di Conte, alcuni ministri tecnici nei dicasteri economici al posto di grillini e piddini, il cambio in meglio alla giustizia, alla pubblica amministrazione e istruzione e allo sviluppo economico, il peso dei ministri leghisti e forzisti, il ridimensionamento di Arcuri che prelude probabilmente alla sua non riconferma. E poi la novità, anche inquietante se volete, di un governo di unità nazionale, e in positivo lo stile diverso nelle riunioni ministeriali e nella comunicazione. Non è poco, come avvio. Dall’altra parte la continuità della politica sanitaria, le troppe facce riemerse di ministri al governo, alcuni segnali non promettenti sulla giustizia, un governo imbottito di politici di basso profilo, non fanno ben sperare. In ogni caso è prematuro e disonesto azzardare un giudizio, parlare già di svolta o di continuità. Vedremo in corso d’opera e valuteremo senza paraocchi.

Una cosa però si profila sin dagli esordi, dalle scelte ministeriali e dai segnali di fumo lanciati all’Europa. Il governo Draghi ha a cuore principalmente una cosa, rispetto a cui tutto il resto fa da corollario e può essere oggetto di trattativa: la gestione dei fondi e delle linee economiche. Per dirla nel linguaggio proprio, il core business del governo Draghi, la specificità del suo mandato, è il Recovery fund e le sue conseguenze. Può assecondare la politica sanitaria precedente, può far la voce grossa sui vaccini, non modificare le linee politiche, culturali e civili ma resta prioritario e non negoziabile decidere come verranno spesi i soldi. Questa è la mission di Draghi e la ragione dell’incarico a lui; è lì che si gioca quasi tutto, pure il Quirinale; ed è quello che non andava permesso a un governo politico qualsiasi. Tutto il resto è relativo. Sarà lì che si paleserà la Dragocrazia. Continua a leggere

Lombardia, stop alla legge abortista basata su falsità

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DI GIANFRANCO AMATO

Lombardia, il Consiglio regionale ha bocciato una proposta di legge di iniziativa popolare denominata “Aborto al Sicuro”. Si trattava di un testo, promosso da Pd e M5S che avrebbe reso più spedita la pratica di aborto e limitata la libertà di obiezione di coscienza dei medici. Ed era basata unicamente su affermazioni ideologiche e dati confusi

Sventato in Regione Lombardia l’ennesimo assalto abortista. Il Consiglio regionale ha bocciato la proposta di legge di iniziativa popolare n.76 denominata “Aborto al Sicuro”. Un’iniziativa a forte connotazione politica ed ideologica, se si considera che le 8.436 firme, in realtà, sono state raccolte presso gazebo messi in piedi e presidiati da esponenti del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle.

Col pretesto di monitorare la «disciplina dell’applicazione della Legge 22 maggio 1978, n. 194, nel territorio della Regione Lombardia», la proposta mirava, in realtà, ad attaccare il diritto dei medici di esercitare l’obiezione di coscienza e a diffondere i mezzi contraccettivi a tappeto, anche mediante un impianto sottocutaneo (LARC) che potesse garantire la sterilizzazione.

L’iniziativa si articolava, sostanzialmente, su quattro direttrici. Primo, «la creazione di un Centro Regionale di Informazione e Coordinamento» che, come compito principale, di fatto, aveva quello di «monitorare» il diritto all’obiezione di coscienza dei medici, registrando le «evidenze in ordine ai rapporti numerici tra personale obiettore e non obiettore nelle singole strutture e la loro posizione contrattuale». Con buona pace, peraltro, del diritto alla privacy. Secondo, consentire la possibilità che «i farmaci prescritti per l’interruzione farmacologica della gravidanza fossero proposti e somministrati anche dai consultori familiari». Terzo, prevedere «il ricovero in giornata delle donne che scelgono l’interruzione farmacologica della gravidanza». Quarto, consentire il fatto che «alle donne che abortiscono vengano offerti dall’ospedale farmaci e dispositivi contraccettivi, compresi quelli a lungo termine reversibili, quali i dispositivi intrauterini al rame o medicati e gli impianti sottocutanei».

Il 4 dicembre 2019 presso la III Commissione consiliare “Sanità e Politiche Sociali” della stessa Regione Lombardia fu espletata un’audizione di alcune associazioni pro-life come il Movimento per la Vita, il Comitato Difendiamo i Nostri Figli, e i Giuristi per la Vita. In quell’occasione, grazie anche alla disponibilità del Presidente della Commissione dott. Emanuele Monti, fu concessa l’opportunità di offrire significativi dati ed elementi di carattere scientifico, giuridico, medico, e sociale, derivanti dall’esperienza pluridecennale dell’associazionismo pro-life italiano. Il punto interessante di tutta la vicenda è proprio questo, ovvero l’importanza del supporto in termini di informazione alla politica da parte di chi vive quotidianamente l’esperienza della difesa della vita in ambito medico, in ambito legale e in ambito sociale.

La proposta di legge “Aborto al Sicuro” è nata, come tutte le iniziative di quel tipo, sulla base di un’esigenza meramente ideologica e non suffragata da alcun dato certo o quantificabile. Basti pensare che nella relazione illustrativa della stessa proposta, si denunciavano espressamente «difficoltà ed ostacoli» all’interruzione volontaria della gravidanza in Lombardia, oltre ad una «fatica nel vedere riconosciuto il diritto ad un aborto sicuro, a ricevere informazioni sulla sua prevenzione e ad accedere alla contraccezione». La relazione collegava, addirittura, «la difficoltà di accesso ai servizi» con le «sempre più frequenti notizie relative all’aumento numerico degli aborti clandestini». Si trattava, però, di affermazioni del tutto generiche che, non a caso, non facevano riferimento ad episodi specifici di difficoltà nell’accesso dei servizi e, tanto meno, riportano un solo caso in cui fosse stato impossibile per una donna alla quale era stata rilasciata la certificazione procedere all’interruzione volontaria della gravidanza. È il solito metodo fondato sulla falsificazione dei dati e su un’abile cortina fumogena che ha sempre caratterizzato le battaglie abortiste fin dagli anni Settanta del secolo scorso. Non dimentichiamo che è grazie proprio a questo metodo che si è giunti all’approvazione della Legge 194/78 in tema di aborto.

Ecco, a fronte della sostanziale fuffa ideologica sulla quale era basata la proposta di legge “Aborto al Sicuro” le associazioni pro-life audite in Commissione Sanità hanno contrapposto dati, cifre, elementi fattuali ed evidenze esperienziali. E com’è noto, contra factum non valet argumentum. La realtà non può essere messa in discussione da mere argomentazioni ideologiche.

Il rischio che corre, a volte, la politica è quello di preferire semplificazione attraverso la scorciatoia del mero scontro ideologico: tu sei di sinistra quindi sei a favore dell’aborto, io sono di destra quindi sono contrario. Tutto sarebbe rimesso, quindi, alla logica dei numeri e delle maggioranze. Così facendo, però, non solo si impoverisce il dibattito, ma i politici sinceramente preoccupati di difendere la vita rischiano di soccombere difronte all’abilità dialettica degli avversarsi, anche se questi ultimi hanno torto. Ci sono profonde ragioni di carattere razionale, logico, giuridico, medico, filosofico, culturale, etico, sociale per combattere l’aborto e la perniciosa semplificazione ideologica che lo difende. Unendo le forze nella buona battaglia è possibile far vincere la verità.

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https://lanuovabq.it/it/lombardia-stop-alla-legge-abortista-basata-su-falsita

 

Giancarlo Giorgetti sui servizi segreti: “Visto? Quando dicevamo che c’era del marcio…”. Perché Conte si era tenuto la delega

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La gestione dei servizi segreti da parte di Giuseppe Conte è stato uno dei motivi che ha portato alla rovinosa caduta del governo precedente. L’ex premier, infatti, ha deciso di tenere per sé la delega ai Servizi per molto tempo, salvo affidarla al suo consigliere diplomatico Piero Benassi in un secondo momento. Una scelta arrivata troppo tardi. Le mosse di Conte in materia di intelligence non sono piaciute a Matteo Renzi di Italia Viva e anche a una parte del Pd. Ma  aspre critiche sono arrivate anche dal centrodestra. E adesso salta fuori un particolare che rende ancora più torbida la questione della delega.

Bisogna partire dal commissario all’Emergenza Domenico Arcuri e dai suoi rapporti con “l’intermediario” Mario Benotti, “uno dei tre faccendieri che hanno ricevuto 72 milioni di euro di commissione per l’acquisto delle mascherine in Cina”, come scrive Minzolini sul Giornale. Rapporti mai ben chiariti, che Arcuri avrebbe deciso di interrompere all’improvviso dopo – stando alla versione di Benotti – “essere stato informato da Palazzo Chigi che c’era un’indagine in corso probabilmente dei servizi segreti”. Una dichiarazione che ha sorpreso molti. “Se fossi in Salvini presenterei un’interrogazione per sapere chi ha informato Arcuri a Palazzo Chigi e il motivo dell’indagine dei servizi segreti. Alla fine tutto viene a galla“, ha confidato uno dei leader della maggioranza di Draghi.

Sulla questione sarebbe intervenuto, come riporta Augusto Minzolini, anche Giancarlo Giorgetti, il neoministro leghista allo Sviluppo Economico: “Quando dicevamo che sulla gestione dei servizi segreti di Conte c’era qualcosa di poco chiaro, ci prendevano per matti! Invece, a quanto pare…“. Resta da vedere quali saranno gli sviluppi della vicenda e se qualcuno si farà avanti per chiarire tutti i dubbi del caso.

 

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https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/26325718/giancarlo-giorgetti-servizi-segreti-dicevamo-marcio-perche-conte-tenuto-delega.html

Clamoroso: i soldi restati in tasca di Conte. Si era dimenticato di stanziarli

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Ecco perché l’Italia boccheggia. Aiuti economici, ristori, i 130 miliardi di cui si vantava Giuseppe Conte sono in gran parte restati sulla carta e mai arrivati a destinazione. Ci sarebbero voluti 539 decreti attuativi mai firmati dalla sua disastrosa squadra di ministri.

Per questo sconti e bonus sono ancora fermi al palo e il nostro Paese non riesce a vedere neppure lontanamente la fine del tunnel della crisi economica. Tra i settori più colpiti dai ritardi nella legiferazione ci sono giustizia e economia. Il record negativo come, spiega Monticelli sulla Stampa, spetta al Dl Semplificazioni: sono state approvate solo 3 misure sulle 37 inizialmente previste. E la cosa più drammatica è che l’eredità dei governi precedenti rischia di rallentare anche il nuovo esecutivo.

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https://www.iltempo.it/politica/2021/02/24/news/sconti-bonus-miliardi-tasca-giuseppe-conte-blocca-italia-senza-decreti-crisi-economia-giustizia-ritardi-26320340/

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