Femminismo ed ex collaboratrici: tra Boldrini e Lucarelli è scontro totale

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Roma, 24 mar – Era molto facile prevedere che lo scandalo sulle ex collaboratrici di Laura Boldrini non sarebbe finito tanto presto. L’accusa, del resto, è pesante: l’ex presidente della Camera – che ha fatto del femminismo una bandiera – avrebbe maltrattato e malpagato alcune sue assistenti, come la sua ex colf moldava e la sua ex portaborse. Insomma, l’inchiesta di Selvaggia Lucarelli rischia seriamente di affossare la credibilità della Boldrini. Che, infatti, già ieri pomeriggio aveva annunciato all’Adnkronos che avrebbe presto replicato. Detto fatto: oggi, sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano, sono state pubblicate sia una lettera della Boldrini sia la risposta della Lucarelli.

Donna Laura alla sbarra

L’ex presidente della Camera tenta quindi di chiarire la situazione della sua ex colf di origini moldave: «Stiamo trovando un accordo per formalizzare la chiusura del rapporto di lavoro, purtroppo con un ritardo da me non voluto ma causato da una difficoltà oggettiva a contattare la persona del Caf referente della vicenda», si schermisce la Boldrini prendendosela con le lentezze della burocrazia. Il punto, spiega, «è che ci sono delle discrepanze da verificare sui saldi finali del Tfr da me già versato per ogni anno di lavoro. Dunque è in corso una verifica, che sta terminando, da parte della mia commercialista e del Caf».

La Lucarelli replica alla Boldrini

Le argomentazioni della Boldrini, però, non sembrano convincere la Lucarelli, che infatti replica iniziando da Lilia, la collaboratrice domestica moldava: «Il rapporto di lavoro con la colf è terminato 10 mesi fa. Risulta dunque poco realistico che in tutto questo tempo non sia stato possibile contattare il commercialista del Caf e che la ex collaboratrice domestica si sia dovuta rivolgere a un avvocato, sebbene la si stesse cercando da quasi un anno». Non molto diverso il discorso sulla portaborse Roberta: «È vero che gli accordi economici iniziali con lei erano quelli, ma è anche vero che la pandemia, la malattia del figlio e, semplicemente, un po’ di empatia per una condizione di difficoltà economica di una lavoratrice madre di tre figli avrebbero potuto comportare un adeguamento almeno per il rimborso delle spese», contesta la Lucarelli alla Boldrini. E poi, fa notare la giornalista del Fatto, «se è vero che gli accordi sullo stipendio erano quelli, forse non era altrettanto chiaro fin dall’inizio che tra le mansioni richieste a una collaboratrice parlamentare potessero esservi anche la prenotazione di parrucchieri e il ritiro abiti in lavanderia». A questo punto, non è escluso che Donna Laura torni a farsi sentire. D’altra parte, è in gioco «solo» la sua reputazione.

Elena Sempione

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https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/femminismo-ex-collaboratrici-boldrini-lucarelli-scontro-totale-186833/

«Non esistono vite indegne!». Il Leone che ruggiva in faccia a Hitler

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A pochi giorni dalla legalizzazione dell’eutanasia da parte della Spagna, che così è diventato il settimo Paese al mondo a varare una legge sulla «dolce morte», oggi, 22 marzo, si celebra la memoria del beato Clemens August von Galen (1878–1946). Probabilmente trattasi solo di una coincidenza, tuttavia è senza dubbio una buona occasione per ricordare questo cardinale tedesco che proprio sull’eutanasia spese parole di straordinaria chiarezza e ancora assai attuali.

A questo, però, arriviamo tra poco. Intanto è bene sapere chi fosse von Galen, ossia il figlio di una nobile famiglia tedesca che terminati gli studi, nel 1904, fu ordinato sacerdote nel 1904. Seguì una lunga carriera ecclesiastica che, se da un lato lo porterà fino alla porpora cardinalizia, dall’altro consentirà a questo pastore di imporsi come una figura di immenso carisma, totalmente fuori dal comune e soprattutto coraggiosa; al punto da passare alla storia come il «Leone di Münster».

In effetti, tutto si può dire di von Galen tranne che non avesse fegato per il modo diretto con cui, attraverso le sue omelie, si scagliava contro il regime nazista. Ma non, attenzione, a nazismo finito – come i simpaticoni odierni, coccolati antifascisti in assenza di fascismo -, bensì quando Hitler era ancora saldamente al potere. Tanto che nel giugno del 1943 sarà nientemeno che il New York Times a definire il vescovo di Münster «l’oppositore più ostinato del programma nazionalsocialista».

Da parte sua, sia chiaro, il regime non è che stesse a guardare. Tutt’altro: pur senza nominarlo in modo esplicito, a pronunciare minacciosi ammonimenti contro von Galen fu nientemeno che Goebbels in persona, e vi furono centinaia di arresti tra chi diffondeva i suoi sermoni. Ciò nonostante, il «Leone» non smise mai di ruggire, prendendosela in generale con l’ideologia nazista e, in particolare, con l’eutanasia che i seguaci di Hitler attuavano sui portatori di handicap. Memorabile, al riguardo, un’omelia di von Galen dell’agosto 1941.

«Se anche per un’unica volta accettiamo il principio del diritto a uccidere i nostri fratelli», tuonò, «allora in linea di principio l’omicidio diventa ammissibile per tutti gli esseri improduttivi, i malati incurabili, coloro che sono stati resi invalidi, e noi stessi, quando diventiamo vecchi. Chi potrà ancora avere fiducia nel suo medico? Potrà condannarlo a morte». Parole durissime, che di questi tempi genererebbero un certo imbarazzo financo in casa cattolica dove, specie sui temi etici, pare prevalere un approccio accomodante.

La sensazione, infatti, è che pur di non apparire «divisivi» – come se Gesù fosse un simpaticone che metteva tutti d’accordo – sulle questioni bioetiche abbia ultimamente la meglio una linea soft, ma così soft che sfiora l’irrilevanza. Ecco perché merita di essere riscoperta la figura del beato von Galen, uno che fuori dalla porta aveva Hitler in persona, non i radicali o qualche giornalista di Repubblica pronto a tendere un trappolone; eppure non si risparmiava nel proclamare, sull’uomo, la verità tutta intera. Avercene ancora, di «Leoni» così.

Giuliano Guzzo

DI GIULIANO GUZZO

DA

«Non esistono vite indegne!». Il Leone che ruggiva in faccia a Hitler

Covid, l’Italia ha nascosto tutto. Der Spiegel all’attacco: Conte rischia il processo del secolo

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“Prima è arrivato il virus, poi l’occultamento”. Ci va giù duro il tedesco Der Spiegel che dedica alla gestione dell’Italia della pandemia un lungo report che passa in rassegna omissionierrori e forse di più da parte del governo.

“Le accuse sono gravi: l’Italia ha reagito troppo tardi e in modo errato alla pandemia – si legge nell’articolo firmato da Jan Petter e Alessandro Puglia –  Il Paese è stato travolto, anche perché i piani di crisi erano obsoleti e inadeguati. Gli errori sono stati tenuti segreti. Era per questo che le persone dovevano morire? Genitori, nonni, coniugi?”, è la domanda retorica che risuona nell’articolo del settimanale tedesco lanciato online.

In Italia alcune procure, tra cui quella di Bergamo, indagano o hanno indagato sull’operato del governo, a partire dalla mancata istituzione della zona rossa ad Alzano e Nembro. “L’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il suo ministro della Salute sono già stati interrogati, e da mesi stanno venendo alla luce nuove omissioni. Non si tratta più solo di singoli casi tragici, ma di fallimenti fondamentali e di insabbiamenti. L’ufficio del pubblico ministero deciderà a breve se e contro chi sporgere denuncia. Potrebbe essere un processo del secolo“, si legge su Der Spiegel.

Sul tavolo anche il clamoroso caso del piano pandemico italiano.  “Non era stato aggiornato dal 2006, anche se il governo italiano si è impegnato e ha riferito all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) solo poche settimane prima dello scoppio della pandemia corona che era ben preparato per un’emergenza – ricorda il settimanale – Già nel maggio 2020, tuttavia, l’OMS ha affermato: ‘Senza essere preparati a una tale marea di pazienti malati, la prima reazione degli ospedali è stata improvvisata, caotica e creativa‘”. Qualcuno dovrà risponderne.

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https://www.iltempo.it/politica/2021/03/22/news/covid-giuseppe-conte-der-spiegel-accuse-errori-occultamento-virus-italia-processo-morti-inchiesta-procura-bergamo-roma-26625811/#.YFhxv5TE-lk.twitter

Il procuratore “made in Palamara”

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DI ALESSANDRO SALLUSTI

Il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi ha chiesto il rinvio a giudizio di Matteo Salvini per sequestro di persona per aver negato lo sbarco, nell’estate del 2019, a 147 migranti soccorsi al largo di Lampedusa dalla nave della ong Open Arms.

Ieri il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi ha chiesto il rinvio a giudizio di Matteo Salvini per sequestro di persona per aver negato lo sbarco, nell’estate del 2019, a 147 migranti soccorsi al largo di Lampedusa dalla nave della ong Open Arms.

Va bene, facciamo finta che Palamara non abbia raccontato che cosa è successo in quell’estate dentro la magistratura per andare a colpire la Lega. Facciamo finta che siamo nelle mani di una magistratura integerrima, e quindi di non sapere che un magistrato, Marco Mescolini, rimosso dalla procura di Reggio Emilia perché rallentava le indagini sul Pd e accelerava quelle su Forza Italia, invece che essere cacciato a calci nel sedere è stato sì spostato, ma promosso alla ben più prestigiosa procura (rossa) di Firenze; facciamo pure finta di non aver letto (sul nostro Giornale) che il Csm ha nei giorni scorsi promosso un magistrato, Giulio Cesare Cipolletta, che girava con il coltello, con il quale tagliava le gomme alle auto dei colleghi rivali e spaccò una gamba a un automobilista che aveva osato suonargli il clacson. Facciamo insomma finta di non vedere che la giustizia è nelle mani di una banda di sciagurati che purtroppo fanno capo (spero a sua insaputa) al presidente Mattarella in quanto capo del Csm che, come tale, almeno formalmente, dovrebbe avallare le loro decisioni. Ma almeno che gli italiani sappiano da che pulpito arriva la richiesta di rinviare a giudizio Salvini per un presunto reato politico.

Bene, mi affido alle parole di Luca Palamara nel libro Il Sistema. Si tratta di nominare il nuovo procuratore di Palermo: «Mi convoca il procuratore di Roma Pignatone e a sorpresa mi dice: Si va su Lo Voi?. Rimango sorpreso, è il candidato con meno titoli tra quelli in corsa, ma sono uomo di mondo, mi adeguo e studio la pratica. È un’impresa difficile, l’uomo era distaccato fuori sede, all’Eurogest. Ricordo la trattativa come una delle più difficili della vita, faccio un doppio gioco e la vinco: Lo Voi va a Palermo e, dopo il giusto ricorso di un suo avversario, io e Pignatone organizziamo una cena con il magistrato che dovrà decidere sul ricorso che…». E ancora: «Un ingenuo membro del Csm il giorno della nomina di Lo Voi disse davanti a tutti: Lo Voi non aveva i titoli, oggi ho capito che cosa è il potere».

Ecco, la politica oggi si fa giudicare da un uomo così, abbassa la testa, non apre commissioni di inchiesta sulla magistratura, tace impaurita. Sapete che c’è? Ben le sta.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/cronache/procuratore-made-palamara-1932472.html

Editoriale del lunedì

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di LEONARDO MOTTA

 

Il vescovo Joseph Bonnemain, a Coira (Svizzera), in occasione della sua consacrazione in giorno un giorno di solennità della Chiesa, perché giorno di festa per il Patriarca San Giuseppe, ha dato la comunione a tre personalità della Chiesa riformata.

Joseph Bonnemain, che è spagnolo e fa parte dell’Opus Dei, evidentemente non crede più al sacramento. Colpisce anche la presenza alla messa di tre persone in rappresentanza delle “periferie sociali”. I tre partecipanti che hanno ricevuto la comunione sono stati: Rita Famos, presidente della Chiesa riformata svizzera, Michel Müller, presidente del Consiglio della Chiesa riformata di Zurigo, Mario Fehr, membro del governo del Cantone di Zurigo. Persone che in Svizzera non brillano certo per credere nel Sacramento della Santissima Eucaristia, presenza perenne del Corpo, del Sangue, dell’Anima e della Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo.

Joseph Bonnemain è nato nel 1948 a Barcellona dove ha vissuto fino alla maturità. Rientrato in patria ha conseguito la laurea in medicina a Zurigo, prima di trasferirsi a Roma per gli studi di teologia. Ordinato sacerdote della prelatura dell’Opus Dei nel 1978, due anni dopo, una volta conseguito il dottorato in diritto canonico, è tornato in Svizzera assumendo numerosissimi incarichi, tra cui anche quello di membro della delegazione della Santa Sede presso l’OMS a Ginevra. Nei primi di anni sacerdozio è stato assistente spirituale degli studenti e cappellano dell’ospedale Limmattal.

Oltre a dare la comunione a tre protestanti, profanando il corpo di Cristo, il nuovo vescovo svizzero alla fine della cerimonia si è inchinato per ricevere la benedizione del pubblico.

Il cardinale svizzero Kurt Koch ha presieduto la cerimonia di consacrazione e investitura di Joseph Bonnemain e, inutile dirlo, non si è turbato per niente di quanto accaduto!

La diocesi di Coira (Dioecesis Curiensis) è una sede della Chiesa cattolica che nel 2019 contava 679.946 battezzati su 2.041.680 abitanti. Dal 1448 gode del privilegio di una procedura di elezione del vescovo concordata fra i 24 canonici del capitolo della cattedrale e la Santa Sede, privilegio confermato da papa Pio XI nel 1926 e parzialmente modificato da papa Pio XII nel 1948.

La diocesi comprende i cantoni svizzeri di: Grigioni, Svitto, Glarona, Zurigo, Obvaldo, Nidvaldo ed Uri.

E pensare che il precedente vescovo, monsignor Vitus Huonder, che come motto aveva “Instaurare omnia in Christo”, prima di lasciare il governo pastorale della diocesi per raggiunti limiti di età, era noto in Svizzera per le sue posizioni in materia di sessualità e famiglia, in particolare fortemente contrarie riguardo a pratiche omosessuali e sacramenti ai divorziati risposati, tante che il teologo apostata Hans Küng, nel 2011, lo aveva definito ultra-conservatore e ne aveva criticato aspramente l’operato, affermando che avrebbe fatto perdere numerosi fedeli alla diocesi. Ma Huonder ha tirato avanti dritto per la sua strada sostenendo i dubia presentati da alcuni alti prelati relativamente all’esortazione apostolica Amoris laetitia di Bergoglio.

Il suo successore, adesso, ha rovesciato tutto. I poveri fedeli sono passati dalle stelle… alle stalle

L’agenda squinternata di Letta il marziano

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Se il buongiorno si vede dal mattino, il discorso inaugurale della segretaria Pd di Enrico Letta, è un risveglio da incubo. Altroché rilancio del Partito Democratico, la ricetta indicata dal neosegretario rischia di essere il de profundis della sinistra italiana. Una delle sue prime proposte è stata infatti un appello a favore dello ius soli affermando: “spero che questo governo faccia lo Ius Soli”. Una proposta non solo non condivisibile nella sostanza ma del tutto fuori luogo nella tempistica visto il momento complicato che sta affrontando l’Italia a causa del coronavirus con una crisi non solo di carattere sanitario ma anche socioeconomico. Dal segretario di uno dei principali partiti di governo, ci si aspetterebbero ben altre risposte alla crisi, ci sono milioni di italiani in ginocchio per la crisi socioeconomica, più della metà d’Italia è in lockdown e il Pd pensa allo Ius soli.

Mettiamoci nei panni di un operaio che vota Pd (ammesso e non concesso esistano ancora operai che votano il Pd) e nell’ultimo anno ha perso il lavoro a causa della crisi, ha una famiglia da mantenere e non sa come fare, i figli a casa con la Dad e cerca risposte dalla sinistra e si sente proporre lo Ius soli, cosa può pensare? È uno scostamento dalla realtà allucinante.

Si punta sempre il dito contro la destra ma tutti i partiti di destra, ognuno a modo proprio, chi in maggioranza chi in opposizione, hanno capito che il covid ha cambiato lo scenario politico. La sinistra invece continua a parlare allo stesso modo di un anno e mezzo fa e ad avanzare proposte distanti dalle reali esigenze dei cittadini.

Lo fa in modo paradossale auto dicendosi che non dovrebbe essere il “partito delle ztl” salvo poi avanzare proposte proprio in linea con una visione radical-chic della società. Tra l’altro. dietro la proposta dello ius soli, così come del voto ai sedicenni, aleggia una motivazione, più che di carattere ideologico, prettamente politico: abbassando l’età per votare e concedendo la cittadinanza ai figli degli immigrati, il Pd cerca di recuperare l’emorragia di voti persi tra gli italiani.

Nei giorni successivi Letta è tornato sull’argomento affermando: “La destra sbaglia atteggiamento. Sono flessibile sullo strumento, l’importante è l’obiettivo” aprendo così allo ius culturae senza capire che il vero problema è proprio l’obiettivo che, non solo non è una priorità, ma rappresenta una soluzione sbagliata ai tanti problemi che affliggono i giovani italiani.

Dal neosegretario del principale partito italiano di sinistra ci si aspetterebbe una risposta alle difficoltà dei nostri giovani mai purtroppo risolte a partire dal mondo del lavoro e non proposte fuori luogo e tempo come lo ius soli.

Francesco Giubilei, 17 marzo 2021

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L’agenda squinternata di Letta il marziano

Vaccinazioni e tutela della privacy dei lavoratori

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In mancanza di una legislazione specifica, volta ad obbligare alcune categorie di lavoratori a vaccinarsi, il datore di lavoro deve rispettare il diritto alla privacy dei lavoratori e non può acquisire informazioni sulla salute o sullo stato vaccinale. Questo vale anche per la scuola e pertanto il Dirigente scolastico non ha il potere di pretendere dal personale neppure informazioni circa la disponibilità a vaccinarsi.

1. L’avvio delle vaccinazioni Covid suscita interrogativi in materia di privacy. A metà febbraio, a Pordenone, diversi docenti hanno manifestato dissenso sulla procedura adottata dai Dirigenti scolastici di acquisire le adesioni alla vaccinazione da parte del personale docente e amministrativo, da trasmettere alle Asl competenti: la richiesta che è parsa in contrasto con la normativa a tutela dei dati personali. Per questo è stata portata all’attenzione del Garante privacy, peraltro già in parte intervenuto sull’argomento, pubblicando delle Faq esplicative, alcune delle quali proprio in merito al rapporto di lavoro e al trattamento dei dati personali dei dipendenti pubblici o privati in tempo di pandemia.

Già nelle Faq del mese di febbraio 2021 il Garante aveva infatti chiarito che il datore di lavoro “non può chiedere ai propri dipendenti di fornire informazioni sul proprio stato vaccinale o copia dei documenti che comprovino l’avvenuta vaccinazione anti Covid-19”, in quanto “ciò non è consentito dalle disposizioni dell’emergenza e dalla disciplina in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”. Il datore di lavoro non può ritenersi autorizzato a fare diversamente neppure in presenza del consenso dei lavoratori, dal momento che ‒ secondo la normativa vigente, e in particolare di quanto previsto dal considerando n. 43 del GDPR ‒ il consenso non è una valida condizione di liceità del trattamento dei dati personali in ragione – sempre per il Garante ‒ “dello squilibrio del rapporto fra titolare e interessato nel contesto lavorativo”.

La questione di Pordenone si inserisce in quella più ampia del bilanciamento fra interesse pubblico alla salute e interesse privato alla riservatezza, e offre l’occasione per riflettere anche alla luce della condivisibile posizione dal Garante. L’Autorità preposta alla salvaguardia dei dati personali ha infatti ribadito, anche nell’affrontare il tema dei “pass vaccinali”, che è necessario un intervento del legislatore conforme ai principi in materia di protezione della privacy (fra cui quelli di proporzionalità e minimizzazione dei dati), volto a realizzare quel bilanciamento di cui si è detto fra l’interesse pubblico e l’interesse individuale. “I dati relativi allo stato vaccinale” – ha osservato il Garante ‒ “sono dati particolarmente delicati e un loro trattamento non corretto può determinare conseguenze gravissime per la vita e i diritti fondamentali delle persone: conseguenze che, nel caso di specie, possono tradursi in discriminazioni, violazioni e compressioni illegittime di libertà costituzionali”.

2. La gestione dell’emergenza sanitaria impone l’adozione di tutte le cautele necessarie per contrastare la diffusione del virus, ma questo non può tradursi nella violazione dei dati personali dei lavoratori. Se da una parte, ai sensi dell’art. 2087 cod. civ. il datore di lavoro deve garantire la sicurezza dei luoghi ove viene prestata l’attività da parte dei dipendenti, adottando tutte le misure necessarie “a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”, è altrettanto vero che ai sensi dell’art. 20 del D.Lgs n. 81/2008 in materia di sicurezza sul lavoro è fatto obbligo a tutti i lavoratori di “prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro”: ma ciò non autorizza i datori di lavoro, in assenza di una legge che lo consenta, a raccogliere dati sulla salute dei lavoratori.

Sul punto il Garante privacy, in un comunicato stampa dello scorso 2 marzo, ha osservato che “i datori di lavoro devono astenersi dal raccogliere, a priori e in modo sistematico e generalizzato, anche attraverso specifiche richieste al singolo lavoratore o indagini non consentite, informazioni sulla presenza di eventuali sintomi influenzali del lavoratore e dei suoi contatti più stretti o comunque rientranti nella sfera extra lavorativa”. Questo compito non spetta infatti al datore di lavoro, in quanto “la finalità di prevenzione dalla diffusione del Coronavirus deve essere svolta da soggetti che istituzionalmente esercitano queste funzioni in modo qualificato”.

Come è stato chiarito dal Ministero della Salute, al momento non vi è l’obbligatorietà della vaccinazione, e non sono state neppure previste per legge categorie di lavoratori obbligati a vaccinarsi in ragione del potenziale maggior rischio di contagio che possono correre. Questo vale anche per il settore della scuola.

Daniele Onori e Daniela Bianchini

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Vaccinazioni e tutela della privacy dei lavoratori

Gli sbagliati

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DI GIANFRANCO AMATO

 

Il 3 febbraio 1975 sul “Corriere della Sera” apparve un articolo dell’intellettuale triestino Claudio Magris intitolato “Gli sbagliati”. Questo suo coraggioso intervento pubblico in difesa della vita e contro l’aborto, gli valse la replica stizzita e livorosa di Italo Calvino pubblicata sempre dal “Corriere della Sera” il 9 febbraio 1975, in cui l’autore del Marcovaldo, dopo aver dato dell’«incosciente» a Magris, decise di troncare con lui ogni rapporto personale. Nella frase conclusiva, infatti, scrive: «Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia».Quella replica, scomposta nei toni e ideologica nel merito, divenne poi una sorta di manifesto degli abortisti e continua ad avere una vasta diffusione anche sulla Rete Internet. Del pregevolissimo articolo di Claudio Magris, invece, non vi è alcuna traccia. Per questo ritengo doveroso consentire a tutti la possibilità di leggerlo integralmente. Merita di essere conosciuto, soprattutto nel mondo pro-llife in cui non è molto noto, e soprattutto meditato, parola per parola. Questo il testo:Dittatore mite e bonario, Cesare cercò di perdonare e di graziare i propri avversari politici, ma fece strangolare Vercingetorige. Non si può fargliene colpa, perché non sapeva, e forse non poteva capire, che anche Vercingetorige era un uomo, pur non essendo un romano.

Questa difficoltà di riconoscere gli uomini sembra ripresentarsi di continuo. In un recente articolo sul «Corriere» Giuseppe Montalenti si sofferma, nell’ambito della discussione sull’aborto, sui casi nei quali si ha la certezza che la persona concepita sia affetta da minorazioni gravissime e incurabili.

Non ho, ovviamente, nulla da obiettare alle precise argomentazioni scientifiche di Montalenti, che fa un elenco dettagliato delle malformazioni accertabili già nelle primissime fasi dell’esistenza di un individuo. Mi sembra tuttavia sorprendente il tono col quale vengono presentati questi casi clinici, i conflitti di coscienza che essi instaurano e la tragedia che essi rappresentano.

Montalenti parla della nascita di un «individuo gravemente tarato» come di una «iattura, talvolta per l’individuo stesso, sempre per i genitori e gli altri familiari, nonché per la comunità, alla quale in ultima analisi risalgono le responsabilità morali e materiali della cura e del mantenimento di questi individui incapaci di provvedere a se stessi e bisognosi di cure» (i corsivi sono miei).

Dopo aver notato come la «selezione naturale» provveda spesso ad eliminare, nel caso di aborti spontanei, gli «individui sbagliati», soggiunge: «Quindi, provvedendo all’eliminazione di altri individui sbagliati, casualmente sfuggiti alla selezione, non si fa altro che completare, perfezionare un processo naturale». Dunque, la soppressione di un minorato non appare più il gesto disperato di chi ritiene, a torto o a ragione, di risparmiargli una vita di dolore, non è una tragica decisione dettata dall’amore per quell’individuo e attuata per il suo e solo per il suo interesse; non è l’eutanasia, che la legge non può ammettere per gli arbitri pratici cui essa potrebbe dar luogo ma che merita rispetto e sospensione di giudizio morale per la sofferenza che coinvolge chi l’accetta.

L’individuo sbagliato, cioè il minorato, il focomelico, il malato mentale e così via, nell’amplissimo ventaglio di menomazioni e inferiorità nel quale i cosiddetti sani relegano tutti coloro cui essi negano la dignità umana, riceve o no il diritto di esistere non in base alla preoccupazione per la sua sorte, bensì alla preoccupazione per i fastidi e gli oneri arrecati alla società: spese, necessità di mutare situazioni sociali e istituzioni pedagogiche e così via.

Questa logica, che nell’articolo di Montalenti è applicata soltanto in riferimento ai casi estremi e drammatici, è la medesima che presiede all’accettazione disinvolta e sbrigativa dell’aborto in generale: anche in questo caso l’esistenza di una persona viene subordinata ai sentimenti che altri provano nei suoi riguardi, ai moti affettivi o viscerali che essa suscita o meno.

La vita di un uomo è una curva ininterrotta dal momento del concepimento a quello della morte, una curva che procede verso il potenziamento per poi declinare verso il progressivo impoverimento biologico e intellettuale, che è esposta alle aggressioni del talidomide, della denutrizione, delle carenze affettive o dell’emarginazione sociale e non conosce soluzioni di continuità.

Fra il cosiddetto neonato (salutato dal fiocco rosa o azzurro e portato incosciente al fonte battesimale) e un uomo di vent’anni c’è più differenza di quanta ce ne sia tra il medesimo neonato e lui stesso al settimo mese di gestazione o fra questo settimo mese e il quarto, o fra il quarto e il secondo e così via. Ciò che varia è il rapporto affettivo e sociale che gli altri instaurano con questo essere: si è più legati a un figlio di tre anni che a un figlio di tre ore, si soffre diversamente per una persona a seconda che muoia nel pieno delle sue qualità e dei suoi rapporti con noi oppure in uno stadio di età o di malattia che l’abbia da tempo esclusa da ogni relazione attiva. Ma la reazione sentimentale di un uomo non è il metro della realtà di un altro.

Per evitare guai all’accomodante pragmatismo cattolico, qualche ingegnoso teologo scoprirà forse che l’anima viene insufflata al secondo o al terzo mese di gestazione, ben sicuro che comunque è impossibile dimostrare il contrario; i confessori sono sempre stati indulgenti in tema di aborto, come su tutto ciò che accade e svanisce in silenzio, ben più preoccupati di condannare il concubinato, il divorzio, i liberi modi di amare. Ma se dell’anima si può parlare impunemente, è per fortuna più difficile misconoscere la verità del corpo, così splendidamente rivendicata da Pasolini, uno dei pochissimi nostri poeti capaci di testimoniare l’integrità del vivere.

Dietro il dibattito sull’aborto sta una realtà che trascende anche questo problema, sta la giustificazione e l’accettazione delle cose così come sono, lo spaventoso culto borghese dei fatti. Non si tratta di infierire su chi commette l’aborto sotto la pressione di barbariche situazioni sociali; quando nel Faust Margherita, sola e disperata, uccide il neonato, essa desta solidarietà e comprensione, che non implicano approvazione o indifferenza nei confronti dell’infanticidio.

La prima colpa dell’aborto risiede certo nella nostra società feroce che addossa ogni responsabilità alla donna, che emargina e rifiuta la ragazza madre, che trascura ogni iniziativa per porre realmente i figli naturali o abbandonati in condizioni di parità, che ostacola i mezzi anticoncezionali; è dello stato che non persegue l’aborto quand’esso viene praticato nell’ovattato silenzio di cliniche frequentate da rispettabili borghesi e gestite da stimati professionisti. Ciò che però è stridulo nella campagna per l’aborto è la disinvoltura igienista, il tono allegro e baldanzoso che riduce una situazione tragica alla rivendicazione della libertà di fumare in classe o a una misura igienico-profilattica. Una settimana fa, in un dibattito a Trieste, il pubblico, compatto, rideva e si divertiva come all’avanspettacolo.

Combattuta con questo spirito, la campagna per l’aborto è una delle forme in cui si palesa quella persuasione totale delle coscienze, cui stiamo assistendo, ad accettare qualsiasi cosa.

Un premio Nobel per la medicina ha paragonato l’interruzione della maternità alla distruzione dell’abbozzo di un edificio rispetto a quella di un edificio completo, scordando che l’uomo è qualitativamente diverso da un progetto architettonico, sia esso Santa Maria del Fiore, le rovine di Cnosso o il palazzo della Rinascente.

L’indifferenza appare paurosamente estensibile a piacere; stiamo forse avvicinandoci a poco a poco a un grande massacro, al momento in cui nemmeno l’attuale iniqua distribuzione dei mezzi di sostentamento potrà garantire l’attuale ingiusto equilibrio: la «selezione naturale», ovvero il dominio dei più forti, assumerà l’aspetto diretto del massacro e la nostra coscienza sarà pronta ad allargare il novero degli «individui sbagliati», a stabilire chi sia sbagliato e rispetto a chi, quale sia il quoziente di capacità affettiva e intellettiva necessario per riconoscere agli altri la dignità umana, chi sia irrecuperabile, a chi sia lecito disconoscere ogni scintilla di personalità.

La coscienza borghese, che si scandalizza delle scelte amorose difformi dalla norma corrente, accetta invece questo «processo naturale» (malattie, minorazioni, morti) come una provvidenza della natura che si preoccupa di selezionare, di diminuire il numero degli aventi diritto a partecipare alla spartizione dei brevi beni che la vita può offrire. Non intendo certo attribuire a Montalenti opinioni che so bene egli non professa, ma mi pare di non poter sottacere la preoccupazione per il tono ottimista o neutrale con cui si parla degli individui sbagliati — o, nel caso dell’aborto, non voluti — e con cui si sancisce questa situazione.

Analoga è la concezione regressiva, così spesso affermata, secondo la quale la legge dovrebbe comunque adeguarsi al costume, rispecchiare e sanzionare i fatti. Se così fosse, le leggi razziste dell’Alabama sarebbero giuste perché si adeguano al costume razzista imperante, e lo stesso varrebbe per le leggi di Norimberga, che s’adeguavano al diffuso antisemitismo, o per le attenuanti concesse al delitto d’onore, che riflettevano un costume comune.

La legge democratica, rivoluzionaria deve incidere sul costume, tendere a correggerlo e a modificarlo; ha giustamente abolito le attenuanti concesse al delitto d’onore, e non già per infierire su un disgraziato coatto dal suo ambiente, bensì per non rafforzare quel costume e quella coazione.

La «non scritta legge degli dei», per la quale si batte Antigone contro il tiranno della città, è la legge di ciò che deve essere, non di ciò che è; la tensione alla libertà, non la codificazione della schiavitù.

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Gli sbagliati

La battaglia per l’aborto infiamma San Marino

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l femminismo degli anni ’70 si è risvegliato oggi a San Marino, dove sta conducendo una battaglia per introdurre l’aborto. Ma dentro questa si combatte una battaglia a colpi di letteratura: all’antiabortista Pasolini viene contrapposto l’abortista Italo Calvino, con un suo articolo. Che però stava rispondendo a un articolo di Claudio Magris (siamo nel 1975), che qui vi riproponiamo.
– GLI SBAGLIATI, di Claudio Magris
– ECCO QUANTE VITE SALVATE CON LA PREGHIERA, di Giuliano Guzzo

Nella Serenissima Repubblica di San Marino, che ama definirsi con orgoglio “Terra della libertà”, divampa la polemica sulla legalizzazione dell’aborto. Sì, perché nel piccolo stato arroccato sul Monte Titano l’aborto è illegale. Una rarissima ed encomiabile eccezione in tutto il Vecchio Continente, seguita solo da Malta e Città del Vaticano.
Gli articoli 153 e 154 del Codice Penale sanmarinese condannano con la reclusione da tre a sei anni ogni donna che abortisce, ogni persona che la aiuta e che procura l’aborto. L’interruzione di gravidanza non è consentita nemmeno in caso di stupro, incesto o malformazione del feto, mentre gli aborti procurati per salvare la vita alla madre sono generalmente permessi per il principio di necessità, nonostante non vi siano esplicite eccezioni nella legge.

Il 22 marzo 2019 è stato presentato un progetto di legge d’iniziativa popolare sulla “procreazione cosciente e responsabile e sull’interruzione volontaria della gravidanza” che ha raccolto 469 firme. I promotori di tale iniziativa hanno deciso che sia ormai giunto il tempo di discutere la questione ed hanno alzato i toni della polemica. Tra costoro spicca l’Unione Donne Sanmarinesi, un comitato dal sapore vetero-femminista e decisamente abortista. Basta leggere lo statuto per ritrovare gli arnesi arrugginiti del movimento femminista d’antan. Si parla, infatti, di «contrastare il patriarcato e ridisegnare le forme dell’ordine sociale senza gerarchie fra i generi», di «interruzione volontaria di gravidanza legale e sicura», di «emancipazione dei singoli da contesti familiari e religiosi opprimenti e discriminatori», di «libertà di autodeterminazione e di scelta di ogni persona sulle questioni fondamentali della propria esistenza». Roba da anni Settanta, tipo «l’utero è mio e lo gestisco io». Per queste asserite progressiste le lancette dell’orologio si sono fermate a quarant’anni fa.

A difendere coraggiosamente le ragioni della vita a San Marino c’è un sacerdote cattolico. Si tratta di don Gabriele Mangiarotti, direttore di CulturaCattolica.it, che non perde occasione per intervenire sulla stampa e in televisione, cercando di contrastare la deriva ideologica abortista. Lo fa con intelligenza, adducendo anche ragioni di carattere razionale e citando personaggi insospettabili come, ad esempio, Pier Paolo Pasolini ed il suo celebre editoriale pubblicato dal “Corriere della Sera” il 19 gennaio 1975, intitolato Sono contro l’aborto.

Don Mangiarotti, per il suo impavido coraggio, resta ovviamente il bersaglio preferito dell’Unione Donne Sanmarinesi, le quali hanno risposto alla sua provocazione su Pasolini, citando la lettera che Italo Calvino scrisse in risposta ad un articolo di Claudio Magris intitolato “Gli sbagliati” e pubblicato dal “Corriere della Sera” il 3 febbraio 1975, in cui l’intellettuale triestino si opponeva all’aborto difendendo la dignità dell’essere umano fino dal concepimento.

In realtà quella risposta di Calvino – che trasuda un ingiustificato livore ideologico – è diventata una sorta di manifesto degli abortisti,  ed è diffusissima in tutta la Rete Internet. Dal sito dell’UAAR, Unione Atei Agnostici Razionalisti, al sito del movimento femminista “Se non ora quando”, passando per un’infinità di altre pagine web. Invece, dell’articolo di Claudio Magris, che in realtà ha originato la posizione di Calvino, non vi è la minima traccia. Impossibile reperirne su Internet una citazione, un passo, una frase o anche solo una parola. Censura, o meglio, damnatio memoriae.

Bene, noi pensiamo sia giunto il momento di porre in essere un’operazione verità e sfidare la censura citando l’articolo di Claudio Magris. Leggendolo, si capisce perché l’ideologia dominante abbia voluto tenerlo nell’ombra, e si capisce anche la reazione stizzita con cui Calvino, dopo aver dato dell’«incosciente» a Magris, chiuse la sua replica: «Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia».

Per questo abbiamo deciso di rendere disponibile la lettura integrale dell’articolo Gli sbagliati di Claudio Magris. Un testo da meditare e ancora di un’attualità tragicamente sconcertante rispetto al 1975. Attualità che la dice lunga sulla misteriosa e pervicace ostinazione dell’uomo ad autodistruggersi.

DA

https://lanuovabq.it/it/la-battaglia-per-laborto-infiamma-san-marino

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