Cara Elodie, grazie che confermi che il ddl Zan è liberticida

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DI GIULIANO GUZZO

Sei convinto che una legge contro l’omotransfobia non serva o sia pericolosa? Non dovresti neppure esser rappresentato in Parlamento. É il tollerantissimo pensiero – pensiero, che parolone – espresso su Instagram da Elodie Di Patrizi, per gli amici Elodie, a proposito della rappresentanza politica leghista, a suo dire indegna in quanto contraria al provvedimento: «Questa gente non dovrebbe essere in Parlamento. Questa gente è omotransfobica».

Maledizione, però. Anni passati a scervellarsi per uno straccio di definizione di omotransfobia – i promotori della relativa legge son sempre rimasti sul vago, mica scemi, per lasciar poi mano libera ai giudici d’«interpretare» -, quando bastava rivolgersi ai filosofi licenziati da quell’inarrivabile accademia di Amici di Maria De Filippi. Ora però che l’arcano è svelato (sei omotransfobico se solo non esulti adorante davanti al ddl Zan), diteci pure che questa legge è urgente, bellissima, meravigliosa.

Ma non potete però più raccontarci, cari menestrelli della cultura dominante, che si tratta di una norma che garantisce la libertà di pensiero. Perché non è così e perché siete voi stessi, Elodie docet, a dir il contrario, spiegando che noi – persuasi che il matrimonio sia quello tra uomo e donna, che l’utero in affitto sia barbarie e che tra maschi e femmine vi sono differenze che nessuna pioggia ormonale può annullare – non dovremmo manco sedere nelle istituzioni. Rassicurateci quindi pure sulla legge bavaglio, prego. Tanto non la beviamo più.

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Cara Elodie, grazie che confermi che il ddl Zan è liberticida

Covid, dai governi gestione sbagliata: Oms vittima della rivalità Usa-Cina?

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Le 2 riviste medico scientifiche più importanti al mondo, JAMA e NEJM, fanno a pezzi i governi. Ecco chi ha amplificato il disastro pandemico, come e cosa fare

“Cosa è andato storto” di chiede il professore americano che mette all’indice soprattutto la gestione degli Stati Uniti: nell’affrontare la pandemia gli Usa hanno avuto una delle performance “più povere” dello scenario, con risultati, visti i deceduti, tra i peggiori.

Ma oltre gli Stati Uniti ciò che emerge a livello mondiale è un “fallimento precoce del sistema sanitario globale”. A macchiare il quadro prima di tutto ci sono stati “notevoli ritardi nella segnalazione della Cina e sulla veridicità delle informazioni fornite all’Oms”. Lo stesso “Ipppr”, scrive la rivista, cioè il gruppo indipendente per la preparazione e la risposta alla pandemia istituito dallo stesso direttore generale dell’Oms, ha concluso che il sistema di allarme globale e il potere dell’Oms, di verificare i fatti chiave, non sono stati “adatti allo scopo”. Un’inadeguatezza di fondo che inficia la risposta generale sotto ogni profilo.

Nella realtà dei fatti l’Oms è stata allertata tramite notizie e social media e non dalla Cina che ha mancato di confermare informazioni. Ad esempio “a causa della mancanza di rapporti accurati e completi”, scrive il Journal of the American Medical Association“l’Oms ha continuato a pubblicare informazioni inesatte sulla trasmissione da uomo a uomo”.

Di conseguenza “i fallimenti collettivi sono stati ancora maggiori”, spiega la rivista. Tradotto: se in alto fanno disastri in basso si segue l’esempio. E fa l’elenco dei comportamenti insensati come il crescere della sottovalutazione della scienza in generale, la debolezza delle infrastrutture sanitarie pubbliche nazionali e la resistenza del pubblico ad adottare misure di mitigazione del rischio, come ad esempio indossare le mascherine quando è opportuno.

Fondamentalmente l’Oms è stata vittima del conflitto geopolitico tra Stati Uniti e Cina. Questa fragilità dell’Organizzazione si è ulteriormente amplificata con il corto circuito delle istituzioni che hanno accentuato i comportamenti insensati delle popolazioni.

“L’Oms ha concluso il 9 febbraio”, spiega Gostin, “che l’epidemia iniziale a Wuhan era molto probabilmente avvenuta naturalmente, piuttosto che per una perdita accidentale dal Wuhan Institute of Technology, ma ha dato credito all’idea che Sars-CoV-2 provenisse da una spedizione di animali dall’estero. Anche ora, c’è poca trasparenza riguardo alla portata dell’accesso dell’Oms a posizioni geografiche chiave, dati completi e discussioni aperte con operatori sanitari e scienziati cinesi”.

Nella maggioranza dei Paesi del mondo si è stati “lenti ad agire”, nella “sorveglianza, nei test e nel tracciamento dei contatti”.

Una discrasia con si ripete nell’approvvigionamento dei vaccini e nella disparità di opportunità tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Questa gestione ha devastato le economie e “continuerà ad affliggere la salute delle società negli anni a venire”. Per questo gli appelli a reinventare e ricreare sistemi per la sicurezza sanitaria non devono rimanere inascoltati ma uno strumento per alzare l’attenzione “sugli avvertimenti per future pandemie”.

Una lezione che dovrebbe insegnarci come mettere in piedi sistemi in grado di rilevare le infezioni e verificarne la portata. In questo senso l’Oms dovrebbe essere meglio finanziata dagli Stati nazionali. “Il budget semestrale dell’agenzia”, scrive Gostin, “varia in genere tra 4 miliardi – 5 miliardi di dollari (circa quello di un grande ospedale statunitense), con circa tre quarti destinati a specifiche iniziative di donatori”. Una Oms così è troppo fragile, e si barcamena tra inerzie e incertezze. All’inizio del Covid, avrebbe almeno dovuto agire in un’ottica “di allarme intermedio”, invece di temere una propria reazione eccessiva che avrebbe mandato nel panico le popolazioni.

L’articolo de il Journal of the American Medical Association va in sintonia con un altro clamoroso pezzo pubblicato ad ottobre da The New England Journal of medicine, dal titolo “Dying in a Leadership Vacuum” (Morire in un vuoto di leadership) a firma degli editori, che imputava all’inadeguatezza della politica l’amplificazione della crisi pandemica.

“L’entità di questo fallimento è sorprendente”, scrivevano gli editori e le dinamiche sviluppatesi negli Stati Uniti davano il polso della situazione: “Il tasso di mortalità in questo Paese (gli Usa, ndr) è più del doppio di quello del Canada, supera quello del Giappone, un Paese con una popolazione vulnerabile e anziana, di quasi 50 volte, e addirittura fa impallidire i tassi nei Paesi a reddito medio-basso, come Vietnam, di quasi 2000 volte. Il Covid-19 è una sfida schiacciante e molti fattori contribuiscono alla sua gravità. Ma quello che possiamo controllare è come ci comportiamo. E negli Stati Uniti ci siamo comportati costantemente male”.

Il Paese guida occidentale, gli Stati Uniti hanno fallito in quasi ogni fase della gestione eppure gli Usa hanno tutti i mezzi e le strutture dal punto di vista produttivo, industriale e sociale per contrastare la pandemia.

Un quadro disarmante, quello immortalato da The New England Journal of medicine, che come negli Usa si è messo in mostra in ogni Paese. Gruppi dirigenti scadenti si sono visti in quasi ogni situazione. Anche per questo motivo “il duro lavoro degli operatori sanitari, che hanno messo a repentaglio la propria vita, non è stato utilizzato con saggezza”, scrive la rivista americana. Sono stati lasciati soli, come viene sostenuto da più parti, a combattere a mani nude contro la pandemia con i risultati e le conseguenze che ancora oggi stiamo vivendo.

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https://www.affaritaliani.it/coronavirus/covid-che-cosa-e-andato-storto-colpa-dei-governi-l-accusa-di-2-riviste-top-731403.html?refresh_cens

Le radici classico-cristiane dell’Occidente

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Ovunque il Cristianesimo è arrivato ha portato la civiltà, ricordiamocelo!

Di Matteo Castagna

Vogliamo dare un’anima a questo Occidente secolarizzato, in profonda crisi soprattutto di identità? Ebbene cos’è l’identità?  E’ l’insieme delle caratteristiche di un popolo.

Il grande sociologo anglo-polacco Zygmund Bauman alle soglie del terzo millennio, presentò per la prima volta, in maniera compiuta e puntuale, la sua geniale quanto profetica visione, o meglio versione, della modernità, una modernità liquida, che come un liquido straborda a infettare tutto ciò che tocca. Simbolo del nostro secolo e della sua liquidità, frutto acerbo degli stravolgimenti che la modernità liquida ha portato con sé, è stato per Bauman l’uomo narcisisticamente isolato, che si presenta ancora oggi tanto evoluto quanto egocentricamente solo, incapace di riflettere lucidamente e in maniera indipendente sugli eventi che caratterizzano questi anni, essendo racchiuso nel suo ego e rimanendo schiavo delle paure nate dal contatto con l’esterno.

L’individuo per Bauman è in continua decadenza ma, insieme a lui, decade la società in toto: le strutture amministrative, la polis, la cultura, la sfera personale. La vita liquida si alimenta dell’insoddisfazione e della frustrazione che l’io prova rispetto a se stesso, il quale rinuncia alla sua identità, al suo ruolo sociale, al suo valore intrinseco, preferendo trasformarsi in un ‘kit Ikea’ da assemblare per essere funzionale solo per un periodo limitato di tempo, piuttosto che impegnarsi attivamente nella propria sfera personale e sociale. È stato, infatti, fra i primi sociologi a denunciare il pericoloso processo di isolamento dell’uomo moderno inserito nella società opulenta, che tende «a sacrificare le soddisfazioni di oggi in vista di finalità remote, e dunque ad accettare sofferenze prolungate in cambio di gratificazioni individuali in nome del benessere di un gruppo» (Z. Bauman, Vita liquida, Editori Laterza, Roma-Bari 2005, p. VII).

Fra le conseguenze più gravi della debolezza umana ed esistenziale, Bauman ha rintracciato il decadimento delle strutture fondamentali della società. Entrano in crisi le famiglie e i rapporti umani; le istituzioni politiche, che pongono innanzi i propri interessi piuttosto che quelli dei cittadini; l’identità nazionale e partitica, che si annulla a vantaggio di logiche di mercato caotiche; e la qualità del tempo che si perde del tutto, costringendo indirettamente l’individuo a vivere apaticamente la propria esistenza svolgendo attività ‘narcolettiche’ per fuggire alla paura del domani. La perdita di consistenza dell’individuo e il suo isolamento costringono l’uomo a venir meno ai suoi compiti di cittadino attivo, padre o madre, intellettuale o scrittore, politico o ‘maestro’, cancellando la funzione esercitata dall’etica sull’individuo e sulla società. La flessibilità si pone come nuovo valore sociale, presupposto necessario per la nascita delle cose e delle relazioni fra esse: «Una società può definirsi liquido-moderna se le situazioni in cui operano gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure» (Ivi, p. 45). Più volte Bauman ha rimarcato che la vita che viviamo è precaria e angosciante, perché l’individuo percepisce che il mondo viaggia ad una velocità più sostenuta rispetto al ritmo della propria esistenza e, non riuscendo a stare al passo con gli avvenimenti, si sente colto alla sprovvista, e ciò provoca in lui un profondo senso di frustrazione.

Dunque come recuperare l’identità perduta e dove cercarla? Benedetto Croce, che non era certamente cattolico, ma simbolo di laicità, scrisse nel 1943 il saggio “Perché non possiamo non dirci cristiani”. Il suo cristianesimo non è un miracolo della trascendenza come lo è per noi cattolici, ma un processo della storia, un’evidenza, un dato di fatto, che “opera al centro della coscienza morale e quindi anima più di ogni altra la nostra etica”. È per lui la rivoluzione che rimuove il politeismo pagano, eredita il lascito dell’impero romano, civilizza popoli e costumi barbari, si erge a protettrice dell’Europa contro l’Islam, illumina con la sua grandezza il Medioevo di cui sono figli tutti i grandi dell’occidente tra cui Dante Alighieri, forse non a caso attaccato dopo 700 anni dai soloni della società fluida.

I principi perenni della Civiltà europea ed occidentale, sono classico-cristiani. Le radici dell’Europa si vedono ad occhio nudo, basta guardarsi attorno ed ovunque si trovano le cattedrali, i monumenti, i dipinti, i borghi che la costellano, le grandi espressioni della sua musica, della sua poesia, della sua letteratura. Tutto questo è certamente espressione della grande Civiltà cristiana di Occidente, ma le radici di questa Civiltà appartengono al patrimonio invisibile dello spirito, sono immateriali e perciò indistruttibili.

Dice, già nel 2004, il Prof. Roberto de Mattei che non vi è futuro senza radici, così come non vi sono edifici senza fondamenta. Le radici irrorano un organismo e ne permettono la vita e lo sviluppo. Quando questo organismo è una società umana, le sue radici sono le fondamenta spirituali e culturali.

Le radici dell’Occidente, quindi dell’Europa, con la sua missione civilizzatrice, sono cristiane, perché cristiane sono le radici di ogni singola nazione che compone il continente europeo. Cristiane sono le radici non solo del continente europeo, ma di quella più vasta Europa che, sotto il nome di Occidente, comprende territori che vanno dalla Terra del Fuoco ai ghiacciai dell’Alaska. Cristiane sono le radici non solo dell’Occidente, ma della Civiltà intera nel mondo, perché il Cristianesimo non conosce confini spaziali, ma è destinato ad estendersi fino all’estremità della Terra, per attuare il mandato divino di diffondere il Vangelo a tutte le genti.

Ovunque il Cristianesimo è arrivato, nel corso dei secoli, ha portato con sé non solo la fede, ma la civiltà. Il Cristianesimo ha insegnato agli uomini e ai popoli a conoscere e adorare l’unico vero Dio; a onorare, dopo Dio, tutte le autorità terrene, operando una distinzione capitale tra la sfera temporale e quella spirituale; ha ammonito a non uccidere l’innocente, a proteggere i deboli, a soccorrere i miseri e gli afflitti, a combattere la menzogna, a praticare e a diffondere la purezza dei costumi, a rispettare la libertà dell’uomo e il suo diritto ad avere una famiglia, una proprietà personale ed a vivere in una società ordinata al bene comune.

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Ovunque il Cristianesimo è arrivato ha portato la civiltà, ricordiamocelo!

Domenica delle Palme di sangue in Indonesia

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EDITORIALE DEL LUNEDÌ
di LEONARDO MOTTA
Nell’isola di Sulawesi, in Indonesia, la domenica delle Palme è stata una domenica di sangue.
Dopo la celebrazione della messa di Ramos, è avvenuto un attentato suicida presso la Cattedrale del Sacro Cuore di Gesù, un attentato compiuto da militanti di un gruppo islamico locale affiliato all’Isis.
Argo Yuwono, un portavoce delle forze di polizia ha spiegato che “due persone erano in sella a una motocicletta quando è avvenuta l’esplosione vicino all’ingresso della chiesa, dove gli aggressori stavano cercando di entrare. La motocicletta è stata distrutta e ci sono resti umani. Continuiamo a raccogliere i resti e stiamo cercando di identificare il sesso degli aggressori”.
Dei parrocchiani che si trovavano all’interno della chiesa, almeno 14 sono rimasti feriti, i dettagli sulle loro condizioni di salute non sono ancora noti, si sa che sono stati feriti.
L’esplosione è avvenuta alle 10:30 del mattino.
Anche diversi veicoli parcheggiati all’esterno della chiesa sono stati danneggiati.
Il sacerdote celebrante Willem Tulak, in un’intervista a Metro TV, ha dichiarato: “Avevamo terminato la messa e la gente stava tornando a casa quando è avvenuta l’esplosione”.
Uno dei parrocchiani ha raccontato di aver cercato di impedire ai kamikaze di entrare nella chiesa, mentre la polizia sostiene che uno dei suoi agenti di sicurezza ha impedito alla motocicletta di entrare nella chiesa.
L’Indonesia ha una popolazione prevalentemente musulmana e le chiese cristiane sono state vittime di molti attacchi terroristici.
Uno degli attacchi suicidi nel 2018 includeva due ragazze di 9 e 12 anni e due adolescenti di 16 e 18 anni tra gli aggressori. Lo stesso giorno dell’attacco, altre due famiglie hanno effettuato altri due attacchi suicidi. La follia religiosa di queste persone è tale da sacrificare anche i propri figli.
Dal 2002, più di 200 persone sono morte in Indonesia in attacchi attribuiti all’organizzazione islamista indonesiana Jemaah Islamiyah, la stessa protagonista di quanto avvenuto il 28 marzo 2021.

Report segreto: “Biden sarà liquidato”

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DI LUIGI BISIGNANI

A quanto pare per Joe Biden questa sarà la prima e ultima tradizionale caccia alle uova nel giardino della Casa Bianca. È la previsione contenuta nei report riservati che circolano da settimane nelle cancellerie e nei servizi segreti di mezza Europa. Tutto strictly confidential, ma sembra proprio che la fine anticipata del suo mandato sia stata decretata, confermando così che l’America non è un Paese per vecchi.

Si manderà dunque in letargo “Sleepy Joe” per accelerare la spettacolare corsa alla presidenza Usa della nuova star dei media: Kamala Harris, 57 anni, nata a Oakland da madre indo-americana immigrata da Chennai e padre di origine giamaicana. È il XXV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America che disciplina i casi in cui, a seguito di vacatio o inabilità del Presidente, subentra il suo vice. E, in effetti, nei primi cento giorni, Joe Biden ha dato più di qualche segnale di non essere più “compos sui”, con esternazioni che hanno fatto tremare il mondo. Nella storia, il passaggio di poteri al vicepresidente è avvenuto nove volte, di cui le ultime due nei casi, ben diversi in realtà, dell’assassinio di John Kennedy nel 1963 e delle dimissioni di Richard Nixon nel 1974.

Resta da capire se sarà lo stesso Biden a passare la mano volontariamente o se toccherà a Kamala, con la maggioranza dei quindici principali membri del governo americano, dichiarare la sua incapacità di assolvere ai doveri della presidenza. In entrambe le eventualità, i poteri conferiti alla Harris sarebbero pro tempore, con Biden che potrebbe riappropriarsene in qualsiasi momento. Definitivo e irrevocabile, invece, lo scenario nell’ipotesi di eventi drammatici o di dimissioni volontarie, in seguito alle quali Kamala diventerebbe, a tutti gli effetti, Presidente degli Stati Uniti e non soltanto “facente funzioni”. Gli indizi portano ad una certa disponibilità di Biden ad andare ufficialmente in pensione, accontentandosi del ruolo di “Presidente emerito”, visto che già oggi consente alla sua numero due di partecipare agli incontri più riservati nello Studio Ovale e nella “Situation room”, dove vengono discussi i casi gravi e le emergenze.

Che Kamala svolga già, de facto e negli atteggiamenti, le funzioni di Commander in Chief, si è visto con l’ultima nomina di “Inviata Speciale per l’immigrazione” per gestire la patata bollente dei “lager” al confine con il Messico. Anche nei rapporti con l’Europa, è stata lei la prima a debuttare al Parlamento Ue con un videomessaggio alla giornata internazionale della donna dell’8 marzo, mentre è di oltre quindici giorni dopo il collegamento di Biden alla teleconferenza per il Consiglio europeo del 25 marzo. E il Covid-19 sta sicuramente aiutando Biden, risparmiandogli viaggi altrimenti poco sostenibili alla sua età. Sebbene con l’Europa la frattura potrebbe essere ben più profonda dell’armonia che si vuole far credere, vista la rivalità latente tra Stati Uniti e Germania sulle telecomunicazioni e sui tracciati del gas.

Ed è così che anche la tesi dell’abdicazione di Biden verso poteri temporanei alla Harris, inizialmente considerata sconveniente da chi ha in mano il dossier, appare sempre meno peregrina. Le prime uscite del presidente Usa tradiscono la sua indole di “uomo della Guerra fredda”. D’altronde, è quello il contesto in cui è politicamente cresciuto, con una visione esclusivamente antisovietica del mondo, mentre oggi è la Cina ad essere considerata il pericolo numero uno.

Eppure, proprio dagli attacchi a Putin è voluto partire sullo scacchiere internazionale, attirandosi, nel migliore dei casi, le critiche di essere un Presidente che vive fuori dal tempo. Accuse di cui certo non poteva essere tacciato Donald Trump, ritenuto da molti sì pazzo, ma le cui battute e provocazioni rimanevano tali, quando non producevano addirittura risultati positivi. Quelle di Biden, invece, non solo rischiano di portare guai, ma vengono persino ammantate di rigore da parte della stampa rendendole ancor più pericolose.

Forse dalla politica estera ai vaccini, su Joe giganteggia l’ombra silente del predecessore, grande quanto i volti dei presidenti USA scolpiti sul monte Rushmore, in South Dakota. Probabilmente ringalluzzito dall’augurio di buona salute di Putin, questa settimana Biden ha persino detto “correrò per la rielezione del 2024”. Se gli Usa davvero vogliono mostrare al mondo un cambio di passo, conviene che esca al più presto dalle uova una nuova Presidente. God bless Kamala.

Luigi Bisignani, Il Tempo 28 marzo 2021

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Report segreto: “Biden sarà liquidato”

Ovunque il Cristianesimo è arrivato ha portato la civiltà, ricordiamocelo!

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L’IDENTITA’ CLASSICO-CRISTIANA DELL’OCCIDENTE (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)

Di Matteo Castagna

Vogliamo dare un’anima a questo Occidente secolarizzato, in profonda crisi soprattutto di identità? Ebbene cos’è l’identità?  E’ l’insieme delle caratteristiche di un popolo.

Il grande sociologo anglo-polacco Zygmund Bauman alle soglie del terzo millennio, presentò per la prima volta, in maniera compiuta e puntuale, la sua geniale quanto profetica visione, o meglio versione, della modernità, una modernità liquida, che come un liquido straborda a infettare tutto ciò che tocca. Simbolo del nostro secolo e della sua liquidità, frutto acerbo degli stravolgimenti che la modernità liquida ha portato con sé, è stato per Bauman l’uomo narcisisticamente isolato, che si presenta ancora oggi tanto evoluto quanto egocentricamente solo, incapace di riflettere lucidamente e in maniera indipendente sugli eventi che caratterizzano questi anni, essendo racchiuso nel suo ego e rimanendo schiavo delle paure nate dal contatto con l’esterno.

L’individuo per Bauman è in continua decadenza ma, insieme a lui, decade la società in toto: le strutture amministrative, la polis, la cultura, la sfera personale. La vita liquida si alimenta dell’insoddisfazione e della frustrazione che l’io prova rispetto a se stesso, il quale rinuncia alla sua identità, al suo ruolo sociale, al suo valore intrinseco, preferendo trasformarsi in un ‘kit Ikea’ da assemblare per essere funzionale solo per un periodo limitato di tempo, piuttosto che impegnarsi attivamente nella propria sfera personale e sociale. È stato, infatti, fra i primi sociologi a denunciare il pericoloso processo di isolamento dell’uomo moderno inserito nella società opulenta, che tende «a sacrificare le soddisfazioni di oggi in vista di finalità remote, e dunque ad accettare sofferenze prolungate in cambio di gratificazioni individuali in nome del benessere di un gruppo» (Z. Bauman, Vita liquida, Editori Laterza, Roma-Bari 2005, p. VII).

Fra le conseguenze più gravi della debolezza umana ed esistenziale, Bauman ha rintracciato il decadimento delle strutture fondamentali della società. Entrano in crisi le famiglie e i rapporti umani; le istituzioni politiche, che pongono innanzi i propri interessi piuttosto che quelli dei cittadini; l’identità nazionale e partitica, che si annulla a vantaggio di logiche di mercato caotiche; e la qualità del tempo che si perde del tutto, costringendo indirettamente l’individuo a vivere apaticamente la propria esistenza svolgendo attività ‘narcolettiche’ per fuggire alla paura del domani. La perdita di consistenza dell’individuo e il suo isolamento costringono l’uomo a venir meno ai suoi compiti di cittadino attivo, padre o madre, intellettuale o scrittore, politico o ‘maestro’, cancellando la funzione esercitata dall’etica sull’individuo e sulla società. La flessibilità si pone come nuovo valore sociale, presupposto necessario per la nascita delle cose e delle relazioni fra esse: «Una società può definirsi liquido-moderna se le situazioni in cui operano gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure» (Ivi, p. 45). Più volte Bauman ha rimarcato che la vita che viviamo è precaria e angosciante, perché l’individuo percepisce che il mondo viaggia ad una velocità più sostenuta rispetto al ritmo della propria esistenza e, non riuscendo a stare al passo con gli avvenimenti, si sente colto alla sprovvista, e ciò provoca in lui un profondo senso di frustrazione. Continua a leggere

“RIPENSARE L’EUROPA: VERSO LA TRANSIZIONE IDENTITARIA”

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di Redazione

Sabato 27 Marzo alle 20.30 sulla pagina ufficiale dell’Eurodeputato On. Paolo Borchia (@paoloborchiaofficial) di Facebook e Youtube si è tenuta la conferenza online “RIPENSARE L’EUROPA: VERSO LA TRANSIZIONE IDENTITARIA”. 

Ecco qui la registrazione dell’evento, cui hanno partecipato, oltre all’eurodeputato On. Borchia, il sociologo e redattore de La Verità Giuliano Guzzo, il sottosegretario al Ministero degli Interni On. Nicola Molteni, l’economista Giuseppe Liturri e il Responsabile Nazionale di Christus Rex-Traditio Matteo Castagna, moderati dall’avv. Andrea Sartori:

 

IL GRANDE DANTE ALIGHIERI E LA MALAFEDE DI CHI LO VORREBBE CENSURARE

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di Matteo Castagna

Fanno riflettere le proposte di vietare lo studio di Dante nelle scuole, con il pretesto che il pensiero dantesco sarebbe omofobo, antisemita e persino islamofobo. È evidente che l’avversione per le opere dantesche celi qualcos’altro. Forse le parole di Dante danno fastidio perché scuotono ancora le coscienze, perché sollevano il velo dell’ipocrisia e dell’ignoranza, e perché si scagliano contro i falsi messaggi che attirano gli uomini con l’ingannevole prospettiva di farli essere pienamente liberi, ma dietro ai quali è in realtà occultato l’obiettivo di instillare nella società modelli di vita egoici e talora contrari alla natura umana.

Di fronte ai discorsi fatti da coloro che vorrebbero eliminare lo studio di Dante dai programmi scolastici (e questo vale in generale anche per tutte le valide espressioni della cultura) non è possibile reagire dicendo “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, perché quelle istanze ‒ che hanno il sapore di un moderno tentativo di censura ‒ vanno respinte con forza e al contempo devono sollecitare una profonda riflessione sull’omologazione di pensiero che da più parti si vorrebbe imporre. Gli attacchi alla cultura e soprattutto alle opere di alto valore morale, come insegna la storia, celano sempre obiettivi contrari alla legge divina e, per conseguenza, alla dignità umana. E, dunque, quale miglior conclusione lasciare a Dante, nel VII centenario dalla morte, come monito alla nostra gente: Avete il novo e l’l vecchio Testamento e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento. Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte… (V canto del Paradiso (74-81) )

Daniela Bianchini, del Centro Studi Livatino, analizza in maniera estremamente semplice e chiara la figura di Dante Alighieri, quale militante politico cattolico:

Egli puntò il dito con coraggio contro i mali della società, contro la degenerazione dei costumi e di una politica non orientata al bene comune, bensì al perseguimento di interessi personali. Attingendo alla morale naturale prima ancora che a quella cristiana, egli ebbe il merito di denunciare la corruzione dilagante, mostrandone le conseguenze infauste, in una visione comunitaria – di evidente ispirazione cristiana ‒ per cui la salvezza non può essere raggiunta attraverso un percorso solitario di redenzione, necessitando piuttosto dell’ impegno di tutti, nella consapevolezza della comune appartenenza a Dio, quali figli.

Nelle opere dantesche vi è l’esortazione a uscire dall’angusta prigione dell’egoismo per riscoprire la pienezza di una vita vissuta in pace e in armonia col prossimo, nell’interiorizzazione di quella che per i cristiani prende il nome di carità e che, per usare una categoria “laica”, è oggi più comunemente conosciuta come solidarietà. Dalle opere dell’Alighieri si coglie un aspetto rilevante della laicità: il suo stretto rapporto con l’impegno politico, a cui tutti i cristiani sono da Dio chiamati. Esso discende dall’essenza stessa del concetto di laicità, e nel corso dei secoli si è caricato di molti significati ed accezioni, non sempre correttamente riconducibili alle sue radici storiche. Nella visione dell’Alighieri, questo concetto viene sviluppato a partire dall’originario significato del termine, partendo dall’evangelico dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio, ossia, da una parte, dalla necessaria distinzione fra la sfera temporale e quella spirituale e, dall’altra ‒ conseguentemente ‒ dalla limitazione dell’agire umano che, in quanto legato all’ambito temporale, non può superare certi confini. Esistono principi intoccabili del diritto naturale e divino che non possono essere oggetto di voto senza correre il rischio di sovvertire l’identità del popolo, che, in sè, è un atto inaccettabile. 

In Dante si trova la giusta consapevolezza che ogni uomo è peccatore e come tale è limitato e imperfetto: su queste basi si sviluppa il suo pensiero sul rapporto fra il potere temporale ed il potere spirituale, e sull’ importanza di non mostrarsi passivi – con un evidente richiamo al monito presente negli Atti degli Apostoli ‒ innanzi ai mali della società, come dimostra anche la condanna degli ignavi, di cui al canto III dell’Inferno (vv. 22-69).

L’Alighieri all’età di trent’anni iniziò la sua attività politica, caratterizzata dalla convinta difesa dell’autonomia comunale contro ogni tipo di ingerenza esterna. Egli ricoprì incarichi importanti, fu membro del Consiglio Speciale del Popolo, del Consiglio dei Savi per l’ elezione dei Priori e del Consiglio dei Cento (il più importante organo amministrativo del Comune), fino ad essere eletto Priore, la massima carica di governo della città. Tuttavia i suoi avversari politici, i Neri, per riprendere il potere in città lo accusarono ingiustamente di baratteria (per usare categorie attuali, di corruzione, truffa e peculato), e per questo egli subì due processi e fu condannato in contumacia.

Dante ha mostrato gli effetti disastrosi cui conduce una politica non incentrata sulla giustizia, destinata a decadere in demagogia. La mente corre a quella «nave sanza nocchiere in gran tempesta» del canto VI del Purgatorio (v. 76), che fa tuttora riflettere, dopo sette secoli, sui pericoli cui va incontro una società priva di una guida capace di governare nel rispetto di Dio, della libertà e dell’equità sociale. Egoismo, avidità, idolatria del potere e della ricchezza, sovvertimento dell’ordine naturale: sono questi i mali che finiscono con l’affliggere una società smarrita.

Laicità e partecipazione politica sono temi strettamente legati, come si ricava dall’episodio del tributo, dalla Lettera ai Romani o dalla Prima Lettera di Pietro, e interessanti spunti si ritrovano nella Divina Commedia.

Si pensi al canto III dell’Inferno, noto per il riferimento a colui che fece per viltade il gran rifiuto, espressione su cui molto è stato scritto, ma che in questa sede cede il passo agli altri protagonisti del canto: le anime degli ignavi, costrette, nell’applicazione di un rigoroso contrappasso, a inseguire un’insegna bianca priva di significato. Per queste anime, di cui nel mondo non è rimasto ricordo, Dante mostra un atteggiamento che va oltre il rimprovero e il disappunto morale, tanto che li colloca nell’Antinferno, non senza offrire al lettore un’esplicita motivazione. Gli ignavi, infatti, essendo vissuti sanza ‘nfamia e sanza lodo, insensibili a ogni forma di interesse politico o religioso, sono stati addirittura respinti dall’inferno, per timore che potessero diventare motivo di vanto e di compiacimento per gli altri dannati, così che, nel luogo loro assegnato dopo la morte, ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte (Inf.,III,v.48). Vien da chiedersi, oggi, quanti si siano definiti e definiscano “moderati” proprio perché, in realtà, ignavi?

Severo è dunque il giudizio dell’Alighieri per coloro che in vita si sono sottratti agli impegni e alle responsabilità naturalmente legate all’esistenza umana e al vivere sociale, disprezzando il grande dono del libero arbitrio fatto da Dio all’uomo quale più alta testimonianza del suo amore e della sua fedeltà.

Dante vede in una vita priva di slanci e di partecipazione, in una vita passiva incentrata sulla mera coltivazione dei propri interessi e del proprio comodo, il rifiuto e il disprezzo non solo di quel prezioso dono – fonte di tutte le libertà ‒ ma anche della stessa natura umana:fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”, dirà poi Dante per bocca di Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno (vv. 119-120); a insistere sul fatto che l’uomo, dotato da Dio di libertà e di ragione, è tenuto a vivere pienamente e a mettere a frutto quanto ricevuto.

Come Dante ha più volte ribadito, non bisogna abituarsi alla corruzione, alle ingiustizie, ai soprusi come se fossero accessori naturali del vivere sociale: l’uomo ha il diritto di essere felice e per fare questo deve combattere contro la cupidigia, ossia contro tutti quei vizi e quei mali che affliggono la società ed ostacolano il cammino verso la felicità terrena e, cosa più importante, verso la beatitudine celeste. Una società fondata sull’egoismo e sull’individualismo non può portare buoni frutti, non può garantire un sano sviluppo di tutti e di ciascuno, ma può soltanto contribuire ad accrescere separazione ed indifferenza, ossia i germi dell’odio e dei conflitti.

Dante ha avuto il coraggio di dire a voce alta che esistono dei confini invalicabili che l’uomo non deve superare e che ogni sua azione determina una conseguenza, nel bene o nel male.

La sua attualità è legata soprattutto alla trasmissione dell’universale messaggio di fede, onestà e di giustizia che zampilla dalle sue opere e in particolare dalla Divina Commedia. In un mondo, quale quello attuale, con particolare riferimento al panorama europeo, dove vi è la tendenza sempre più forte alla superficialità, al consumismo, all’individualismo, dove le quotidiane relazioni umane sono sempre più spesso sostituite dalle relazioni “virtuali” – a testimonianza, non di rado, dell’incapacità di entrare veramente in relazione con l’altro ‒ è importante, soprattutto per i più giovani, tornare a leggere pagine cariche di valori, di umanità, di esortazione a non perdersi dietro false felicità e di non rinchiudersi nella gabbia dell’egoismo, ma di coltivare il rispetto per l’altro, nel perseguimento della pace e della giustizia nella verità, per essere sempre inclusivi in essa, ma divisivi nei confronti degli errori e dei peccati. 

 

Dizionario di Teologia Dommatica (Parente – Piolanti – Garofalo)

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Segnalazione di Sursum Corda

sul sito è disponibile il Dizionario di Teologia Dommatica (Parente – Piolanti – Garofalo) in pdf.

Preghiamo per i nostri Sacerdoti e Religiosi, per le Suore, per le vocazioni, per le famiglie, per i defunti, per le intenzioni della nostra Associazione e per la conversione dei modernisti affidandoci a San Giovanni di Dio.
Ossequi, Carlo Di Pietro.
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