L’Amore è una discriminazione

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di Matteo Castagna*

 
L’Amore è il vulnus della storia. Tutto è sempre ruotato attorno ad Esso. La rivelazione di Cristo è fondata sull’Amore. Per questo, sembrerebbe inopportuno che se ne parli così tanto a sproposito. Mi riferisco al ddl Zan, che, laddove intende punire con la reclusione l’ “istigazione alla discriminazione” dimostra di essere una proposta ideologica che mira a educare ad una “cultura del Pensiero Unico”, inaccettabile in un Paese civile.
Perché chi predica e professa il Catechismo della Chiesa Cattolica, ritenendo la pratica sodomita un peccato grave o l’utero in affitto una violazione contro il diritto naturale, potrebbe beccarsi 4 anni di galera? O la rieducazione nei “campi di lavoro” delle associazioni LGBT? Manco ai tempi di Stalin, che, peraltro, deportava gli omosessuali nei gulag…
Amore per il prossimo non significa assecondarne ogni volontà o capriccio. Nessun buon padre di famiglia dà sempre ragione al figlio, senza rischiare che questi cresca privo di educazione, etica e di una dirittura morale. Significa, altresì insegnargli la Verità, chiamando Bene il Bene e Male il Male, secondo gli ancestrali principi tradizionali, che affondano le radici nella bimillenaria civiltà classico-cristiana.
Ecco che, allora, come giustamente osserva Julien Langella nel suo bel libro “Cattolici e identitari” (ed. Passaggio al Bosco, 2021) l’Amore non è riferibile solamente al rapporto di coppia, ma anche alla Nazione. Il patriottismo nasce dal quarto dei dieci comandamenti: “Onora tuo padre e tua madre”. Il Catechismo ricorda che questo comandamento “indica l’ordine della carità”. “Quest’ordine di prerogativa è la conseguenza diretta del limite dato da Dio alla natura umana, che non può amare tutti allo stesso tempo. “…se non ti è possibile intervenire a vantaggio di tuttti – scrive Sant’Agostino -, devi di preferenza interessarti di coloro che ti sono strettamente congiunti per circostanze di luogo, di tempo o di qualsiasi altro genere, che la sorte ti ha per così dire assegnato” (De Doctrina Christiana, I, paragrafo 29).
Nel 1939, nell’enciclica Summi Pontificatus, Papa Pio XII conferma e richiama questo principio affermando che nell’esercizio della carità esiste un ordine stabilito da Dio, per cui si deve portare un amore più intenso e fare del bene di preferenza a coloro cui siamo uniti da legami speciali. Lo stesso Divin Maestro diede l’esempio di questa preferenza verso la sua Terra e il suo popolo quando pianse per l’imminente distruzione della città santa”. Quindi sì – prosegue Langella – anche nell’amore esiste una gerarchia.
Al giorno d’oggi nulla ripugna più alla mentalità globalista, mondialista ed egualitaria delle nozioni di gerarchia e di preferenza perché tutto deve essere massificato. Il Catechismo passa dall’Amore verso i genitori, a quello verso i nonni, poi a quello verso i connazionali e, quindi, verso la Patria. “Nel senso cristiano della parola, “preferenza” è la definizione stessa di patriottismo. Del resto, patriottismo e amore filiale sono così vicini, che la parola “Patria” significa “terra dei padri” in latino. Non si tratta di amare solo le persone con la stessa origine, ma di preferirle. E’ una sfumatura importante. La priorità non è esclusività, non si oppone alla carità per lo straniero in difficoltà incontrato sul cammino. Non siamo “tenuti ad essere spinti per affetto” verso lo straniero, precisa San tommaso d’Aquino, “se non forse a seconda del tempo e del luogo, perché lo vediamo in qualche necessità da cui non potrebbe essere soccorso senza di noi” (Compendio di Teologia, di fra Agostino selva OP, ESD, Bologna, 1995, pagine 380)”. In tal modo, dando priorità ai “nostri”, saremo, comunque, sempre buoni Samaritani verso coloro che veramente fuggono dalla guerra.
E’ necessario chiarire una volta per tutte anche questa parabola di Gesù, spesso strumentalizzata politicamente dai soloni dell’immigrazionismo. Il buon Samaritano, dopo aver curato lo straniero ferito, non gli fa la residenza sotto casa, non lo invita a chiamare moglie e figli per ritrovarsi tutti assieme appassionatamente mantenuti dalla Patria, non lo porta neppure in casa sua a condividere il pranzo con la sua famiglia ed il letto con la figlia. Una volta rimesso in piedi, l’abitante di Gerusalemme è tornato a casa, nella sua Patria. Ci sono, pertanto, anche qui, dei limiti: in primo luogo, la pace e la sicurezza dei nostri, per i quali i nostri doveri sono più grandi che per gli altri, e in secondo luogo, lo straniero ha già una Patria in cui ha più che altrove inclinazione a realizzarsi.
“L’amore, quindi – conclude Langella – si basa sull’affinità. Rifiutare questo limite posto dalla natura umana è il segno di un estremo orgoglio, paragonabile a quello dei costruttori di Babele. Solo il Padre Nostro può amare simultaneamente ogni creatura in questa terra con la stessa intensità. Noi uomini, se vogliamo aiutare tutti, finiamo automaticamente per abbandonare i nostri fratelli, perché gli altri sono sempre più numerosi dei membri della nostra famiglia”. A tal proposito, lo Stato rettamente ordinato, non dimentichi di incentivare il biblico “crescete e moltiplicatevi”, attraverso politiche che favoriscano la natalità, anche per evitare problematiche sociali ed economiche che rischiano di distruggere l’armonia e l’identità europea.
 
*Pubblicato su Informazione Cattolica del 12.04.2021

Il “Covid-20” sarà l’inculturazione globalista

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Quando l’estrema sinistra usa i media per esprimere concetti totalitari di massa, nessuno fiata. Dev’essere quel complesso di inferiorità politico-culturale di cui soffrono ancora troppi buoni intellettuali ed osservatori non allineati al pensiero unico globalista.

A “Di Martedì”, Michela Murgia, comparsa come “guru” del più sinistro snobismo radical chic, se n’è uscita così: “La parte interessante del disegno di legge Zan” riguarda i “progetti di formazione nelle scuole, che diventino curriculari […]. Il punto è cominciare a modificare la cultura. Nelle scuole”. Vogliono “cambiare la cultura nelle scuole”. Cioè, fare il lavaggio del cervello ai nostri figli.

L’inculturazione non è stata sufficiente, già dal ’68. Ora la si proclama candidamente come obiettivo, quasi che i ragazzi appartenessero allo Stato, che avrebbe il compito/dovere di educarli.

Non sarebbe pura ideologia vetero-comunista questa? E’ la simulazione, in salotto mediatico, del primo principio della dittatura: plasmare le coscienze dei piccoli perché crescano i globalisti del domani. Che sono, sostanzialmente, delle amebe, consumatori e lavoratori in smart working, dipendenti dei social e privi di mente critica, amorali e appassionati delle mode, tutti arcobaleno, global e senza identità o religione, nichilisti Antifa’, molto gretini, al totale servizio del Sistema.

Intaccare la scuola per fare i globalisti del domani è il virus Covid-20 che ci attende?

La signora Murgia non ha inventato nulla perché, già nel 1918, in Russia prevaleva questo:

“Noi diciamo che nel settore della scuola la nostra causa è la stessa lotta per rovesciare la borghesia e dichiariamo apertamente che la scuola estranea alla vita e alla politica è una menzogna e un’ipocrisia” (Lenin, Dal discorso al 1° Congresso panrusso dell’istruzione, 29 agosto 1918).

Il fine aberrante è mettere le mani su chi non si è ancora formato le sue convinzioni. Sono le menti ancora malleabili, che bisogna plasmare. E, se oggi, le famiglie hanno qualche strumento per sottrarsi ai già frequenti tentativi di manipolare i più piccoli, domani bisognerà toglierglielo.

Sono questi i democratici della post pandemia. Non facciamoci trovare impreparati.

Matteo Castagna, Responsabile Nazionale del Circolo Christus Rex-Traditio 

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Ricevuto e pubblicato il 10 Aprile 2021

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Il Covid-20 sarà l’inculturazione globalista di Matteo Castagna

Migranti, cosa nasconde l’indegno processo a Salvini

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Il processo che vede imputato a Catania il leader della Lega Matteo Salvini per “sequestro di persona” per il caso della nave Gregoretti dovrebbe, salvo sorprese (che in un Paese come l’Italia sono sempre da mettere in conto), chiudersi il 14 maggio (data della prossima udienza) nell’unico modo che sin dall’inizio suggerivano sia il buon senso sia, quel che più conta, le regole della democrazia e dello Stato di diritto. E cioè con il “non luogo a procedere” per l’ex ministro dell’Interno che aveva dato ordine di trattenere a bordo e non far sbarcare i migranti soccorsi in mare dalla nave della guardia costiera.

“Nessuno sequestro, decise tutto il governo”

L’esito sembra scontato perché, nonostante il parere contrario delle “parti civili” (quasi tutte organizzazioni della sinistra militante), è stato lo stesso pubblico ministero Andrea Bonomo a chiedere l’archiviazione. Egli ha sottolineato che era nelle prerogative del ministro, infatti, sospendere lo sbarco fino a quando il problema non si fosse risolto politicamente, nella fattispecie con la distribuzione a livello europeo dei nuovi arrivati; e che comunque Salvini non faceva che seguire la linea che era di tutto il governo. Elementi importanti per scagionare il leader della Lega, ma dal nostro punto di vista meno ancora di un altro che Bonomo ha sottolineato in uno “storico” passaggio della sua requisitoria: non spetta ai magistrati dire se una determinata scelta sia moralmente o politicamente giusta perché essi devono solo verificare se la legge sia stata rispettata (pur potendo avere ovviamente proprie opinioni ed anche esprimerle fuori dal tribunale).

Ora, è proprio questo sottile discrimine che separa uno Stato di diritto da uno che non lo è ed è illiberale. Ed è quello che in Italia, negli ultimi trent’anni, è spesso saltato. È evidente che esista un obbligo umanitario a soccorrere i deboli, cioè chi è in precarie condizioni di salute, o semplicemente un bambino; e di tenere nelle migliori condizioni possibili, nell’attesa della soluzione politica, coloro che sono momentaneamente trattenuti a bordo di una nave. E ciò, nel caso della Gregoretti e negli altri simili, è stato ovviamente sempre fatto. Ma per il resto è la politica a decidere, ed essa è insindacabile. Tanto più se la sua azione, come nel caso di Salvini, non è il capriccio di un despota, o di un aspirante tale, ma il portato (fosse pure aggressivo nella comunicazione) di un’opinione diffusa che si appella ai principi dell’etica della responsabilità (oltre che a quello etico-giuridico della difesa dei confini nazionali, fra l’altro attuato da tutti gli altri Stati, compreso quelli europei).

Caso Gregoretti, episodio indegno della nostra democrazia

Non dubito che, accanto a chi (in verità tanti) sul traffico dei migranti lucra, sia economicamente sia politicamente, ci siano fra gli “aperturisti senza se e senza ma” tante “anime belle” che vogliono che lo Stato agisca in un determinato modo per umanitarismo e buonismo. Ma esse non si rendono conto delle conseguenze, anche sulla vita degli stessi migranti, di una politica dell’“apertura” totale. L’etica della responsabilità, come ben sapeva Max Weber, non potrà mai eliminare il suo contraltare: l’etica della convinzione. Tuttavia, se si uscisse dalle proprie convinzioni non solo ci si renderebbe conto di ciò, ma anche di come Salvini non avesse voluto chiudere i porti per “cattivismo amorale”, come, d’altronde, la maggioranza degli italiani ha ben capito approvando le sue scelte e votandolo. Ma tant’è!

Quel che si vuole qui dire è che, per una volta tanto, bisogna dare un voto positivo alla magistratura che ha saputo fare autocritica, pur dando l’impressione con questo assurdo processo di essersela ancora una volta suonata e contata. Non solo. Essa ha anche dato uno schiaffo non indifferente e una lezione alla politica. Perché è stata essa stessa a riconoscerne la dignità e le prerogative di cui la politica si è più volte sbarazzata. Nella fattispecie, sono stati i politici di maggioranza del secondo governo Conte, e lo stesso ex premier, che, per motivi di bassa bottega politica, hanno risposto positivamente all’autorizzazione a procedere chiesta dal tribunale dei ministri di Catania e hanno mandato a processo il solo Salvini.

Credo che sia stato uno dei momenti più indignitosi e immorali della storia della nostra democrazia, di cui i protagonisti dovrebbero vergognarsi per sempre. E da solo già basterebbe a qualificare quello uscente come il peggiore governo dell’Italia repubblicana. La speranza è che anche la politica si riscatti e non cada più in futuro ad un livello così basso.

Corrado Ocone, 10 aprile 2021

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Migranti, cosa nasconde l’indegno processo a Salvini

Capezzone: il popolo ha sopportato troppo. I politici che chiudono la pagheranno

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Non si può prendere un popolo in giro in eterno, Prima o poi questo esplode. Le manifestazioni degli scorsi giorni sono state forse talvolta eccessive, ma la legittima espressione di una ostilità crescente, di una stanchezza cumulata e non più ignorabile.

Dice Capezzone  RadioRdio “Il tema è che se chiudi e richiudi una pentola a pressione, prima o poi rumoreggia e poi esplode”.  “Se uno vuole trovare una parola fuori posto o un braccio messo male lo trova sempre. Ma non è questo il tema. Il tema è che se chiudi e richiudi una pentola a pressione, la pentola a pressione prima o poi rumoreggia ed esplode. Dico alla politica: state attenti alla rabbia di chi ha sopportato troppo e che ora vede a rischio non solo la sua azienda, ma il suo futuro e la sua famiglia. Chi non lo capisce ne pagherà a proprie spese più avanti. A volte i politici vedono la luce solo quando sentono il calore da qualche altra parte”.

Nel frattempo l’unico fattore su cui hanno puntato i politici, le vaccinazioni, vanno a rilento, impiegheranno mesi per essere efficaci, e sono state fatte, ancora nei giorni pasquali, non agli ultra ottantenni o settantenni, ma a categorie che non ne avrebbero avuto diritto per età. Nello stesso tempo bisogna che ci sia più trasparenza sui vaccini e sui loro effetti. Non solo la vaccinazione deve essere libera, ma deve anche essere ben informata.

Buon Ascolto

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Capezzone: il popolo ha sopportato troppo. I politici che chiudono la pagheranno

Il Ddl Zan slitta ancora, la Lega ottiene l’ennesimo rinvio in Senato: ecco chi si schiera contro e chi a favore

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Il disegno di legge Zan contro l’omofobia, già approvato dalla Camera, non entra ancora nel calendario del Senato. L’ufficio di presidenza della commissione Giustizia ha deciso, “all’unanimità di chiedere” al presidente del Senato la “riassegnazione del provvedimento” per accorparlo ad altri 4 testi già presentati a palazzo Madama.

Lo ha spiegato il presidente Andrea Ostellari (Lega) al termine della riunione. “Non mi pare ci siano più scuse dopo questo passaggio” ha osservato il vicepresidente del gruppo Pd, Franco Mirabelli che auspica si possa realizzare “già fra oggi e domani, per arrivare di nuovo in ufficio di presidenza la prossima settimana”.

E ancora: “ci siamo impegnati per discutere nel merito evitando ogni scivolata ideologica”, ha aggiunto. “Siamo sicuri che il presidente della commissione sarà garante dei lavori”, ha sottolineato la vicepresidente Dem di palazzo Madama, Anna Rossomando.

Il Movimento 5 stelle fa “molto affidamento sulla sensibilità del presidente del Senato che ha sempre dimostrato il suo impegno nel contrastare la violenza contro le donne e il ddl Zan prevede il contrasto alla misoginia”, ha detto Alessandra Maiorino. Il centrodestra “ha anticipato che rimarrà fermo sulla sua posizione”, ha spiegato la vicepresidente della commissione, Elvira Evangelista, e dunque per la non calendarizzazione.

Il senatore della Lega, Simone Pillon, ha notato che il disegno di legge Zan “è un testo ideologico e come tale va considerato”. Ci sono, ha esemplificato, “i nostri bambini che rischiano su Tik Tok di essere vittime di giochi che portano al suicido o a lesioni e questo sì rappresenta un vuoto normativo da colmare”, non altre questioni che sono già coperte dalla legge.

Ddl Zan, Salvini: “Violenza e discriminazione sono già reato”

“Ognuno è libero di amare chi vuole, di condividere la sua vita, la sua casa, le sue emozioni con chi vuole, di fare l’amore e di svegliarsi al fianco di chi desidera. Chi discrimina una persona per il suo orientamento sessuale o affettivo e’ un ignorante. Ogni tipo di discriminazione o di violenza, nei confronti di chiunque, va sempre punita e combattuta, come già la legge giustamente prevede. Ad esempio, nel 2009 a Napoli un ragazzo gay e una sua amica furono barbaramente picchiati e i colpevoli sono stati condannati a 10 anni di carcere ciascuno, ricevendo il plauso di molte associazioni, fra cui l’Arcigay”. Lo afferma, in una nota, il leader della Lega Matteo Salvini.

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Il Ddl Zan slitta ancora, la Lega ottiene l’ennesimo rinvio in Senato: ecco chi si schiera contro e chi a favore

Regime Lgbt: il pazzesco arresto di un padre in Canada

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Rob Hoogland è stata negata la libertà su cauzione la scorsa settimana dalla Corte Suprema di Vancouver. Resterà nel centro di custodia cautelare di North Fraser, dove risiede ormai da oltre dieci giorni. Hoogland è un papà che da due anni vive rimbalzando da una corte all’altra, e oggi è in galera per essersi rifiutato di collaborare, in alcun modo, alla “transizione” della figlia, non ancora adolescente, da femmina a maschio, sotto spinta della scuola e della “clinica di genere”.

È stato arrestato anche perché si è rifiutato di rivolgersi alla figlia con pronomi maschili, al contrario di quanto la corte gl’imponeva. E per aver continuato, nonostante gli fosse stato impedito, la battaglia per difendere la sua bambina. Hoogland ha combattuto finché ha potuto in difesa del suo diritto di padre per avere voce in capitolo sulla terapia ormonale che cambia la vita, fisica e psicologica, di un minore senza il consenso dei genitori. Bisogna ricordare che le procedure che mirano alla riassegnazione del sesso biologico comprendono l’assunzione di particolari sostanze che bloccano la pubertà e il bombardamento a base di ormoni cross-sex, ovvero che caratterizzano il sesso opposto.

L’odissea di un padre senza diritti

Tutto inizia più o meno nel 2018. In Canada c’è una ragazzina di 12 anni cui il consulente scolastico inizia a raccontare che starebbe meglio da maschio. Ci sono delle strade, le racconta. Il bombardamento ormonale è una di queste. Essere transgender potrebbe essere la soluzione più facile, dirò alla scuola di rivolgersi a te, da oggi in poi, come se fossi un maschio. Aggiunge il consulente. La mamma è d’accordo. Il papà decisamente no. E allora inizia l’odissea di Rob Hoogland, che non riesce a capire come tutt’intorno ritengano normale che l’adolescente si senta “un ragazzo intrappolato nel corpo di una ragazza” e che una terapia di ormoni non troppo testata e dagli effetti collaterali gravi e dannosi possa essere la strada giusta. Rob non ha voluto firmare il modulo di consenso informato nel quale è chiaramente indicato che la “terapia” (da quale malattia tocca guarire?!) potrebbe portare a varie complicazioni di salute, tra cui un alto rischio di malattie cardiache, ictus, diabete, infertilità oltre a una crescita malsana delle ossa.

Per la clinica di genere al BC Children’s Hospital, l’Infants Act sostiene che un minorenne è abbastanza “maturo” da dare il consenso a ricevere quel tipo di “assistenza sanitaria”, pertanto c’è poco da discutere. Gli attivisti del mondo transgender possono così giocare con la vita di bambini suggestionabili e insicuri per convincerli che una “transizione” sia la strada per la felicità e saltando a piè pari il consenso di genitori e tutori legali.

Anche il carcere per il gentiore non collaborativo

Nel caso di Hoogland, i tribunali canadesi si sono ripetutamente schierati con l’ospedale e hanno acconsentito al trattamento ormonale. Per completare questa operazione di violento imbavagliamento della volontà e dell’autorità paterna, il tribunale ha severamente proibito a questo papà di rilasciare dichiarazioni pubbliche in questo senso e di discutere il caso con i media. Gli è stato poi impedito di parlare con la figlia, di usare nome e pronomi al femminile. Un giudice ha anche dichiarato che le interviste ai media del signor Hoogland nelle quali diceva che “il dna della bambina non cambierà attraverso queste esperienze”, sono da considerarsi “violenza domestica”.

Un riesame della Corte d’appello della Columbia Britannica, nel 2020, si è pronunciato contro tali posizioni, riconoscendo che non ci fossero prove perché il signor Hoogland fosse condannabile per il tentativo di dissuadere la figlia. E che semplicemente si era davanti al caso di un papà “profondamente in disaccordo su importanti questioni relative alla genitorialità e alle cure mediche”. La sua richiesta di bloccare la transizione, tuttavia, è stata respinta. Il governo del Canada ha stabilito, pertanto, che se un genitore non collabora né condivide la decisione del figlio minorenne di sottoporsi a un’operazione di cambio di sesso dovrà essere sanzionato, fino al carcere.

Dittatura gender

Una delle motivazioni che il giudice ha allegato alla decisione definitiva è stata che il papà si è persino rifiutato di rimuovere un sito per donazioni in cui, spiegando la sua situazione, chiedeva aiuto economico per sostenere le spese legali a cui era costretto. Quell’appello, per la Corte, è stato un’apparente violazione dell’ordine di bavaglio. Una storia giudiziaria che insegna che la vera priorità è l’affermazione della teoria gender, anche a discapito della patria potestà e del diritto dei genitori ad educare i figli come vogliono. In Canada ormai la legge considera i genitori come potenziali nemici della libertà dei figli. Per cui se la famiglia vìola la libertà sessuale o religiosa dei figli può essere segnalata ai servizi sociali. E conseguente inferno giudiziario, oltre che libertà violata.

È chiaro che in questo modo a decidere non sono davvero i più piccoli, non essendo ancora in grado di comprendere la conseguenza di determinate decisioni, ma lo Stato. Il diritto naturale aveva sempre dato, fino ad oggi, questo potere decisionale alla famiglia, ritenendola intrinsecamente più facilmente spinta ad agire per il bene del figlio e non di altri interessi. E invece oggi, che mamma e papà sono considerati una minaccia, specie se contrari al pensiero dominante, si può addirittura arrivare all’arresto di un genitore che si oppone a una violenza come quella della somministrazione al figlio degli ormoni incrociati, e nonostante sia messa in dubbio da sempre più scienziati, medici, giudici e persino genitori e cavie pentiti (e disperati!).

Il governo del Canada ha stabilito che se un genitore non collabora con la decisione del figlio minorenne di sottoporsi a un’operazione di cambio di sesso dovrà essere sanzionato fino al carcere. Il grande Leviatano che nei suoi tentacoli ingloba persino i figli, strappandoli senza pietà, all’amore e al discernimento sacrosanti dei loro genitori, sta vincendo.

Lorenza Fomicola, 1°aprile 2021

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Regime Lgbt: il pazzesco arresto di un padre in Canada

Ddl Zan, Borghi (Lega): “Siamo in emergenza, non rompano le scatole con omofobia o cannabis”

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“Se si fa un governo di unità nazionale, lo si fa per i punti e per gli scopi per cui questo governo era stato immaginato, ossia il Recovery Plan, sviluppare il piano vaccinale e per garantire i sostegni. Si tratta di obiettivi su cui tutti erano d’accordo e che, guarda caso, coincidevano anche con i motivi per cui non si poteva tornare al voto”.

Lo ha dichiarato in un’intervista a iNew24.it il deputato della Lega, Claudio Borghi, che ha poi proseguito: “Qualsiasi altra cosa voglia fare il governo, necessita di una maggioranza politica, per cui non rompano le scatole con la cannabis o con legge Zan, perché queste sono questioni che vanno ben al di là dell’emergenza che ci ha spinto a formare questo governo”.

Sulle tensioni interne alla Lega dopo gli attacchi a Speranza, Borghi ha risposto: “Noi siamo un partito dove alla fine decide sempre il segretario. Si discute a lungo, come è giusto che sia, ma una volta che tutti hanno espresso la loro opinione, la sintesi spetta al capo”.

Sempre in riferimento al ministro della Salute, il deputato del Carroccio ha successivamente dichiarato: “Parliamo di una scelta, quella della riconferma di Speranza, che è stata imposta da Mattarella con una motivazione assurda: non si può cambiare perché siamo in emergenza… come a dire di non poter esonerare un allenatore, perché siamo ultimi in classifica e la situazione è già traballante. Non ha senso, proprio per questo andrebbe cambiato! Non ho condiviso la scelta allora e non la condivido oggi”.

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Ddl Zan, Borghi (Lega): “Siamo in emergenza, non rompano le scatole con omofobia o cannabis”

Economia, diritto e politica sono senza Dio. I cattolici ne hanno di lavoro da fare!

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G.K. Chesterton: “E’ facile, a volte, donare il proprio sangue alla Patria, e ancor più facile donarle del denaro. Talvolta, è più difficile donarle la verità”

di Matteo Castagna

Le radici cristiane comuni all’Occidente vedono il cuore pulsante nel periodo della Pasqua, ove l’identità dei popoli si esprime nella pienezza del sacrificio perfetto del Messia, redentore dell’umanità, che ha sconfitto la morte, risorgendo a quella vita nuova che siamo chiamati a condurre qui in Terra per poter godere dell’eterna gloria celeste.

Cristo è Colui, che, debellate le tenebre di morte, risplende come astro sereno sopra l’intera umanità: «Ille, qui regressus ab in feris, humano generi serenus illuxit» (Preconio Pasquale).

Dispensatrice perenne di luce è la Pasqua cristiana, fin da quell’alba fortunata, vaticinata ed attesa per lunghi secoli, che vide la notte della passione tramutarsi in giorno rifulgente di letizia, allorché Cristo, distrutti i vincoli di morte, balzò, quale Re vittorioso, dal sepolcro a novella e gloriosa vita, affrancando la umana progenie dalle tenebre degli errori e dai ceppi del peccato.

Da quel giorno di gloria per Cristo, di liberazione per gli uomini, non è più cessato l’accorrere delle anime e dei popoli verso Colui, che, risorgendo, ha confermato col divino sigillo la verità della sua parola: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv. 8, 12).

Da ogni plaga a Lui convergono, assetati e fiduciosi, tutti coloro che amano e credono nella luce; coloro che sentono gravare sui loro spiriti l’angoscia del dubbio e dell’incertezza; coloro che sono stanchi dell’eterno vagare tra opposte dottrine, gli smarriti nelle vane ombre del secolo, i mortificati dalle colpe proprie ed altrui.

Ciò significa che l’uomo soltanto per Cristo ed in Cristo conseguirà la sua personale perfezione; per Lui le sue opere saranno vitali, i rapporti coi propri simili e con le cose, ordinati, le sue degne aspirazioni appagate; in una parola, per Cristo e da Cristo l’uomo avrà pienezza e perfezione di vita, ancor prima che sorgano sugli eterni orizzonti un nuovo cielo e una nuova terra (cfr. Apoc. 2I, I).

Al contrario, se interne tragedie dilacerano gli spiriti, se lo scetticismo ed il vuoto inaridiscono tanti cuori, se la menzogna diventa arma di lotta, se l’odio divampa tra le classi ed i popoli, se guerre e rivolte si succedono da un meridiano all’altro, se si perpetrano crimini, si opprimono deboli, si incatenano innocenti, se le leggi non bastano, se le vie della pace sono impervie, se, in una parola, questa nostra valle è ancora solcata da fiumi di lacrime, nonostante le meraviglie attuate dall’uomo moderno, sapiente e civile; è segno che qualche cosa è sottratta alla luce rischiaratrice e fecondatrice di Dio.

Il fulgore della Risurrezione sia dunque un invito agli uomini di restituire alla luce vitale di Cristo, di conformare agli insegnamenti e disegni di Lui il mondo e tutto ciò che esso abbraccia; anime e corpi, popoli e civiltà, le sue strutture, le sue leggi, i suoi progetti.

Chi se non Cristo può raccogliere e fondere in un sol palpito di fraternità uomini così diversi per stirpe, per lingua, per costumi, quali siete tutti voi, che Ci ascoltate, mentre vi parliamo in Suo nome e per Sua autorità? Continua a leggere

L’assimilazione degli immigrati non è né buona né cattiva: è impossibile

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di Alain de Benoist

Fonte: Barbadillo

Boulevard Voltaire: Il dibattito sull ‘”integrazione” degli immigrati è impantanato da decenni, se non altro perché non viene mai specificato cosa significhi integrare: a una nazione, a una storia, a un’azienda, a un mercato? È in questo contesto che alcuni preferiscono invocare l’”assimilazione”. Due mesi fa, la rivista Causeur ha dedicato a questo concetto un intero dossier, con il titolo in prima pagina: “Assimilati! Cosa le fa pensare?Alain de Benoist: “Negli ambienti più preoccupati per i flussi migratori, si sente spesso dire che l’assimilazione sarebbe la soluzione miracolosa: gli immigrati diventerebbero “francesi come tutti gli altri” e il problema sarebbe risolto. Questa è la posizione difesa con talento da Causeur, ma anche da autori come Vincent Coussedière, che pubblicherà A Praise of Assimilation, o Raphaël Doan (The Dream of Assimilation, from Ancient Greece to the Present Day). Altri obiettano che “gli immigrati sono inassimilabili”. Altri ancora rifiutano l’assimilazione perché implica necessariamente l’incrocio. Queste tre posizioni sono molto diverse, e anche contraddittorie, ma hanno tutte in comune il fatto che ritengono che l’assimilazione sia possibile, almeno in teoria, anche se alcuni non lo vogliono o ritengono che gli immigrati non giochino.

L’assimilazione è un concetto di natura universalista, ereditato dalla filosofia dell’Illuminismo (la parola si trova già in Diderot). Presuppone che le persone siano fondamentalmente tutte uguali. Per far sparire le comunità, dobbiamo quindi convincere gli individui che le compongono a staccarsi da esse. In un certo senso, questo è un patto che ci proponiamo di fare con gli immigrati: diventate individui, comportatevi come noi e sarete pienamente riconosciuti come uguali, poiché ai nostri occhi l’uguaglianza implica l’uguaglianza.

Ricordi l’apostrofo di Stanislas de Clermont-Tonnerre nel dicembre 1789: “Dobbiamo concedere tutto agli ebrei come individui, dobbiamo rifiutare tutto agli ebrei come nazione!” (Gli ebrei non hanno ceduto a questo ricatto, altrimenti avrebbero dovuto rinunciare all’endogamia e oggi non ci sarebbe più comunità ebraica.) Emmanuel Macron non dice altro quando afferma che la cittadinanza francese riconosce “l’individuo razionale libero come stato prima di tutto “. Raphaël Doan è molto chiaro su questo punto: “L’assimilazione è la pratica di richiedere allo straniero di diventare un compagno […]”. Per assimilarsi, bisogna praticare l’astrazione dalle proprie origini. In altre parole, che cessa di essere un Altro e diventa lo Stesso. Per fare questo, deve dimenticare le sue origini e convertirsi. “Emigrare significa cambiare la tua genealogia”, dice Malika Sorel. È più facile a dirsi che a farsi. Perché assimilare “i valori della Repubblica” non significa niente. Assimilare significa adottare una cultura e una storia, una socievolezza, un modello di relazioni tra i sessi, codici di abbigliamento e culinari, modi di vita e di pensiero specifici. Tuttavia, oggi, la maggioranza degli immigrati è portatrice di valori che giustamente contraddicono quelli delle popolazioni ospitanti. Quando offriamo loro di negoziare la loro integrazione, dimentichiamo semplicemente che i valori non sono negoziabili (cosa che una società dominata dalla logica dell’interesse personale ha le maggiori difficoltà a comprendere)”.

E lei pensa che l’assimilazione sia buona o cattiva?

“Né buono né cattivo. Tendo a pensare che sia impossibile. Il motivo principale è che possiamo assimilare gli individui ma non possiamo assimilare le comunità, specialmente quando queste rappresentano dal 20 al 25% della popolazione e queste sono concentrate – “non perché siano messi nei ghetti, ma perché gli esseri umani coltivano naturalmente il vicinato di quelli che vivono come loro ”(Élisabeth Lévy) – in territori che favoriscono l’emergere di contro-società basate esclusivamente sull’identità. Ciò è particolarmente vero in un paese come la Francia, segnato dal giacobinismo, che non ha mai smesso di lottare contro gli organismi intermedi per riportare la vita politica e sociale a un faccia a faccia tra individuo e Stato. Colbert aveva già compiuto grandi sforzi per “francesizzare” gli indiani d’America. È stato ovviamente un fallimento.

In Francia, l’assimilazione raggiunse il suo apice sotto la Terza Repubblica, in un momento in cui la colonizzazione era in pieno svolgimento per iniziativa dei repubblicani di sinistra desiderosi di far conoscere ai “selvaggi” i benefici del “progresso”. Ma la Terza Repubblica è stata anche una grande educatrice: nelle scuole, gli “ussari neri” si sono impegnati a insegnare la gloriosa storia del romanzo nazionale. Non ci siamo più. Sono in crisi tutte le istituzioni (chiese, esercito, partiti e sindacati) che in passato hanno facilitato l’integrazione e l’assimilazione. La Chiesa, le famiglie, le istituzioni non trasmettono più nulla. La scuola stessa, dove il curriculum è dominato dal pentimento, non ha altro da impartire se non la vergogna dei crimini del passato.

L’assimilazione implica la volontà di assimilarsi dalla parte del potere in carica e il desiderio di essere assimilati dalla parte dei nuovi arrivati. Tuttavia, non c’è né l’uno né l’altro. Lo scorso dicembre, Emmanuel Macron ha detto esplicitamente a L’Express: “La nozione di assimilazione non corrisponde più a ciò che vogliamo fare”. È difficile vedere, d’altra parte, quale attrattiva possa ancora esercitare il modello culturale francese sui nuovi arrivati ​​che scoprono che i nativi, che spesso disprezzano, quando non li odiano, sono i primi a non voler sapere nulla della loro storia e battersi il petto per essere perdonati di esistere. Cos’è che vedono che li attrae? Cosa li può apassionare? Spingerli a voler partecipare alla storia del nostro Paese?”

Ultima nota: nel modello assimilazionista, l’assimilazione dovrebbe progredire di generazione in generazione, il che può sembrare logico. Tuttavia, vediamo che in Francia è esattamente l’opposto. Tutti i sondaggi lo dimostrano: sono gli immigrati delle ultime generazioni, quelli che sono nati francesi e hanno la nazionalità francese, che si sentono i più estranei alla Francia, che pensano sempre più che la Sharia abbia la precedenza sul diritto civile e trovano tanti elementi inaccettabili, come un “oltraggio” alla loro religione. Lo scorso agosto, alla domanda sulla proposizione “L’Islam è incompatibile con i valori della società francese”, il 29% dei musulmani ha risposto affermativamente, mentre tra gli under 25 la percentuale era del 45%”.

Un dibattito del genere è solo francese? Nei paesi occidentali? O la questione dell’integrazione attraverso l’assimilazione si trova ovunque?

“I paesi anglosassoni, non essendo stati segnati dal giacobinismo, sono più ospitali nei confronti delle comunità. Negli Stati Uniti, d’altra parte, gli immigrati generalmente non hanno animosità verso il paese in cui cercano di entrare. La stragrande maggioranza di loro, che è stata instillata con il rispetto dei padri fondatori, vuole essere americana. Il “patriottismo costituzionale” fa il resto. In Asia è ancora diverso. La nozione di assimilazione è qui sconosciuta, per il semplice motivo che la cittadinanza è confusa con l’etnia. Per i due miliardi di persone che vivono nel nord e nel nordest asiatico, soprattutto nella zona di influenza confuciana, uno nasce cittadino, non lo diventa. Questo è il motivo per cui Cina e Giappone si rifiutano di fare appello all’immigrazione e naturalizzano solo in piccole quantità (i pochissimi europei che hanno ottenuto la nazionalità giapponese o cinese non verranno comunque mai considerati giapponesi o cinesi)”.

(Intervista condotta da Nicolas Gauthier per Boulevard Voltaire)

 

 

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