Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzatapezzerie grotta
Comunicato n. 110/20 del 18 dicembre 2020, San Graziano

Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

A sera del 16 Febbraio dell’anno passato una mano audace e sacrilega con una lama tagliava con trentun sfregi le preziose tele d’amianto che adornano per tre lati le pareti della Grotta della Natività in Betlem.

Il soldato che di giorno e di notte è di guardia nella Santa Grotta (ottenuto dalla Francia, nazione protettrice dei Latini in Terra Santa, nel 1873 dopo ripetute violenze dei Greci, ndr) per quel tempo era assente , e l’assenza dev’essere stata molto prolungata da permettere alla mano sacrilega di compiere l’atto vandalico per cui eccorse un tempo considerevole.

Il fatto commosse la stampa dei diversi paesi che commentò aspramente il ripetersi di simili attentati contro i diritti dei Cattolici nei Santuari più cari e preziosi al loro cuore.

La bella tela d’amianto, ch’è garanzia contro gl’incendi, fu donata dalla Francia per supplire i preziosi ed artistici oggetti che decoravano la santa Grotta e che furono tolti da una banda di 300 Greci scismatici, parte monaci e parte borghesi, che nel 23 Aprile 1873 violentemente e con armi alle mani invasero la sacra Grotta, la saccheggiarono asportando perfino le lastre di marmo che rivestivano il santo Presepio. E lo potettero fare impunemente perché prima maltrattarono, ferirono e resero impotenti i cinque religiosi Francescani che, pregando, stavano in guardia nella Culla del Redentore.

La preziosa tela rappresentava la Nascita del Divin Redentore con la scritta: Et peperit Filium suum et pannis Eum involvit et reclinavit in Praesepio ; l’Apparizione degli Angeli ai Pastori con la scrittura: Evangelizo vobis gaudium magnum: natus est hodie Salvator qui est Christus ; la scena di S. Giuseppe che dormendo ebbe in sogno l’avviso dell’Angelo di fuggire con Gesù e Maria in Egitto: Ecce Angelus Domini apparuit in somnis Joseph dicens: Surge et accipe puerum et matrem ejus et fuge in Aegyptum;la quarta rappresentazione era della SS. Vergine che offre il suo divin Figlio all’adorazione dei Magi: Ecce Magi ab Oriente venerunt dicentes: Ubi est qui natus est Rex Judeorum?

Il centro della decorazione è costituito da otto stemmi a doppio scudo e da quattro parallelogrammi a cornice dorata sostenuti ognuno da una coppia d’Angeli. In uno di essi è riprodotto, in campo d’argento, il simbolo della Custodia Francescana di Terra Santa mentre in un altro s’incrociano due braccia ai piedi di una Croce rossa su fondo azzurro, emblema araldico dell’Ordine dei Minori. Ornano la decorazione una fuga di arabeschi in oro su fondo rosso con gigli e frutti simbolici.tele amianto

Appena conosciutosi l’atto vandalico e sacrilego, la Custodia di Terra Santa ha subito inoltrato un energica protesta al Governatore inglese reclamando un’immediata inchiesta e una sanzione nei confronti dei colpevoli.

Si farà giustizia?! ovvero com’è successo altre volte si passerà la spugna anche su questo nuovo fatto criminoso per cui invochiamo ancora una volta la stabilita Commissione per i Luoghi Santi per la quale fa orecchio da mercante la Potenza mandataria britannica contro ogni giustizia perchè impunemente vengono violati e calpestati i diritti del Cattolicismo….

Dall’Almanacco di Terra Santa pel 1933.

DA

 

“Perchè siete andati via? Si stava bene quando c’eravate voi. C’era lavoro e non c’era la guerra”

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Una testimonianza dall’aeroporto di Mogadiscio.

Qualche tempo fa mi trovavo in volo verso Mogadiscio.
Subito dopo l’atterraggio, appena sceso dall’aereo, incontro un cruciff (l’addetto dell’aeroporto che indica al pilota dove “parcheggiare” l’aereo).
Era un ragazzo sulla ventina, somalo, che accorgendosi del fatto che ero italiano, si avvicina e comincia a parlarmi. Mi parlava con un’enfasi particolare e non capivo inizialmente il perché, mentre io mi mantenevo un pò diffidente. Presentazioni, poi mi chiede da dove vengo.
A quel punto inizia a farsi più appassionato nelparlarmi, poi capisco perché e mi si apre un mondo. Qualche anno addietro ero ancora un pò restio a credere alla “storia non raccontata”, tendendo più invece a quella che troviamo sui libri…
Faccio una sintesi della parte più interessante della conversazione, che si svolse più o meno così (il tempo non aiuta a ricordare bene ogni singola parola):
Somalo: “Quindi sei italiano? Bella l’Italia! Belle macchine! Sono fatte bene e durano tanto!”
Io: “Ma perché, avete macchine italiane qui?”
S: “Non più tante ormai, qualche camion ancora c’è e funziona. Adesso sono tutte cinesi” (penso si riferisse alle auto orientali in genere)
Io: “Capisco…”
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Qualche secondo di pausa poi mi fa all’improvviso una domanda, quella che mi ha sorpreso di più:
 
“Perchè siete andati via? Si stava bene quando c’eravate voi. C’era lavoro e non c’era la guerra” (civile).
Parecchio stupito, resto un attimo in silenzio. Ammetto di essermi sentito in imbarazzo… E anche un pò confuso. E io che pensavo che ci odiassero!
Mi mantengo sul vago e chiedo:
“Come vanno le cose qui in Somalia?”
“Non bene, c’è la guerra, la fame e tiriamo a campare. A nessuno interessa di noi.”
Su questo avrei da argomentare visto che al Checkpoint Pasta, dei ragazzi italiani ci sono rimasti purtroppo… Ma lascio perdere e sto zitto, annuisco e lui continua:
“Adesso qui ci sono solo cinesi e turchi che costruiscono.”
Io: “Beh sò che stanno facendo ad esempio la ferrovia Addis Abbeba – Gibuti, è un bene no?”
Non mi risponde, fa la faccia vaga. Io stesso realizzo che forse avrebbero preferito vedere altre facce da quelle parti.
Va via perché arriva un altro aereo ma dopo poco ritorna e mi dice,tutto contento:
“La mia famiglia è una famiglia di pescatori, da generazioni. Qui peschiamo ancora così come ci avete insegnato voi italiani.”
Sorrido, di cuore e rispondo: “Ma davvero? Mi fa piacere sentirti dire questa cosa!”
S: “Si e anche i pesci, li chiamiamo come voi in Italia!”
Segue a elencarmene alcuni in un italiano molto accentato… Poi mi elenca i nomi di alcuni tipi di coltivazioni che abbiamo importato, sempre in italiano.
A questo punto devo andare.
Lo saluto, è stato un vero piacere conoscerlo. Lui mi saluta con un mesto sorriso.
Se non lo avessi mai incontrato forse non avrei aperto gli occhi su questa vicenda, continuando stupidamente a credere solo a certe cose e rifiutarne altre per partito preso. Per non pensare differentemente da quanto ci insegnano.
Noi italiani sicuramente non siamo stati dei santi qui. Sicuramente non tutti saranno della stessa opinione del ragazzo somalo che ho incontrato. Ma una cosa è certa: durante l’era coloniale, qualsiasi stato ha giocato sporco, altri hanno giocato sporchissimo ma questo i
libri non lo dicono. Non che sia una giustificazione, ma la differenza se non altro sta nel “dopo”. Leggevo che ad esempio gli italiani abolirono la schiavitù da quelle parti a differenza di altri e che si lavorava spesso insieme, non con la frusta in mano.
Gli italiani hanno costruito strade, ponti, porti, fari, città e reso la loro vita un pochetto migliore forse.
Io non c’ero, non posso affermarlo per certo ma le testimonianze restano e quella che ho toccato con mano io mi ha sorpreso.
Senz’altro abbiamo preso con la forza alcuni territori africani, in un periodo dove la corsa coloniale era attualità ed era ben giustificata, era sinonimo di grandezza e di potenza.
Ma ci sono persone lì che ci ricordano tutt’ora così e le conclusioni le lascio a voi.
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“Perchè siete andati via? Si stava bene quando c’eravate voi. C’era lavoro e non c’era la guerra”

Il Covid-19 e il Nuovo Ordine Mondiale, la profezia dell’economista Attali

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Già nel 2009 Attali, economista e scrittore francese, riferendosi alla febbre suina, parlò di un nuovo Governo Mondiale

È veramente interessante ascoltare una voce dal sen fuggita, quella di Jacques Attali, economista, scrittore e grande banchiere francese. Già “consigliere speciale” del presidente Mitterand (1973), collabora successivamente (2008) col presidente Sarkosy, a capo della “Commissione per la liberazione della crescita” nella quale inserisce come relatore il futuro presidente Macron. E quando quest’ultimo va in ballottaggio, con il suo neonato partito, alle elezioni presidenziali francesi, il 23 aprile 2017 Attali dichiara di essere soddisfatto :«… sono stato io a presentarlo a François Hollande nel 2010, e quando Hollande è diventato presidente lo ha chiamato come consigliere». Un personaggio non da poco quindi, che ha fiancheggiato 3 presidenti della repubblica francese, tutti di diverso orientamento politico.

Attali già nel 2009, riferendosi alla febbre suina in corso, scrisse sul “L’Express”: “La Storia ci insegna che l’umanità non si evolve in modo significativo se non quando ha davvero paura: essa allora mette in campo anzitutto dei meccanismi di difesa; a volte intollerabili (i capri espiatori e i totalitarismi); a volte inutili (la distrazione); a volte efficaci (strategie terapeutiche, respingendo se necessario tutti i precedenti principi morali). Poi, una volta terminata la crisi, trasforma questi meccanismi per renderli compatibili con la libertà individuale e includerli in una politica sanitaria democratica. Questa iniziale pandemia potrebbe innescare una di queste paure strutturali”.

Egli previde “meccanismi di prevenzione e controllo” per “un’equa distribuzione di farmaci e vaccini”, e “Verremo quindi, molto più velocemente di quanto avrebbe prodotto la sola ragione economica, a gettare le basi di un vero governo mondiale…La pandemia che inizia potrebbe far scattare una di queste paure strutturate”; “Si dovrà organizzare una polizia mondiale, uno stockage mondiale dei farmaci e quindi una fiscalità mondiale. Si arriverà allora, molto più rapidamente di quanto non l’abbia consentito la sola ragione economica, a gettare le basi di un effettivo Governo mondiale”. Più esplicito di così!

Allora l’occasione fu mancata perché la febbre suina non diede i risultati sperati, e si esaurì ben presto, ma il meccanismo ipotizzato, grazie all’epidemia del covid 19, ha oggi più possibilità di successo.

Diego Torre

DA

Il Covid-19 e il Nuovo Ordine Mondiale, la profezia dell’economista Jacques Attali

L’Ungheria vieta l’adozione di figli alle coppie omosessuali

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La legge è stata approvata dai parlamentari ungheresi poche ore fa e rappresenta una svolta per tutto il Paese

L’Ungheria vieta l’adozione di figli alle coppie omosessuali. La legge è stata approvata dai parlamentari ungheresi poche ore fa e rappresenta una svolta per tutto il Paese. Obiettivo primario della decisione è la difesa del governo dei valori tradizionali, come la famiglia nel vero senso del termine. Saranno soltanto le coppie tradizionali, composte da uomo e donna, a poter adottare figli. Una decisione per tanti dura e incomprensibile ma che “protegge i bambini da possibili interferenze ideologiche o biologiche”, ha chiarito il Governo.

L’Ungheria vieta l’adozione di figli alle coppie omosessuali

Una legge approvata in modo schiacciante dai parlamentari fedeli al governo nazionalista e culturalmente conservatore del primo ministro Viktor Orban vieta alle coppie dello stesso sesso di adottare bambini limitando l’adozione alle coppie sposate.

“La madre è una donna e il padre è un uomo”

I parlamentari hanno anche approvato una modifica alla costituzione riferita alla famiglia in cui si esplicita: “La madre è una donna, il padre è un uomo”. Il governo ha spiegato il cambiamento dicendo che “i nuovi processi ideologici in Occidente” hanno reso necessario “proteggere i bambini da possibili interferenze ideologiche o biologiche”. Un’altra modifica alla costituzione “garantisce l’educazione dei bambini secondo la cultura cristiana (ungherese)”.

 

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L’Ungheria vieta l’adozione di figli alle coppie omosessuali

Il covid democratico batte il sovranismo?

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Il 2020 sarà ricordato come l’anno del Covid ma anche della sconfitta del sovranismo? Le due cose non sono estranee l’una all’altra. È arrivato dalla Cina il Drago che ha sconfitto la Strega populista. È stato il coronavirus, a mettere fuori uso Trump. E per tutto l’anno c’è stata la guerra sulla pandemia contro i paesi sovranisti accusati di sottovalutare il virus – la Gran Bretagna di Johnson, il Brasile di Bolsonaro, l’America di Trump, per molti versi la Russia di Putin e l’Italia di Salvini. E il covid, secondo la narrazione ufficiale planetaria, li aveva presi particolarmente di mira.

Contro il virus non si è vista una vincente strategia sanitaria, sono state finora infruttuose la virologia e la medicina e non è stato approvato alcun protocollo per affrontare nei suoi primi livelli la pandemia, se non le misura arcaiche di nascondersi.

In compenso si è fronteggiato il virus sul piano morale, ideologico, attraverso l’etica della mascherina e la virtù del distanziamento sociale. Di conseguenza, si può dire al termine di un anno che ha visto il virus protagonista assoluto sul piano mondiale, che sia nato il covid democratico, rappresentato dai governi progressisti, inclusa la futura amministrazione Biden, che come Obama per la Pace, appena insediato, ha preso il suo Nobel preventivo per la lotta al Covid. Con Trump gli Usa sono arrivati a 300mila morti che in rapporto alla popolazione sono di poco sotto i nostri 64mila (Italia leader europea per vittime).

L’avvento del covid democratico ha spazzato via Trump: lui sarebbe stato rieletto nonostante la guerra mondiale permanente contro di lui, per i grandi risultati conseguiti nel rilancio dell’economia, l’occupazione, l’assenza di guerra, i buoni successi internazionali. Ma il covid, e la sua spavalderia nell’affrontarlo, anzi la sua arroganza, come l’ha chiamata il suo precursore italiano Berlusconi, lo hanno sconfitto. È passato il messaggio che ha identificato negli States la catastrofe della pandemia con la sua leadership. E gli americani per chiudere col covid hanno chiuso con lui.

Ma resta un gigantesco interrogativo che sovrasta come una nuvola sospesa sul mondo: ma con Trump è stato sconfitto e debellato il sovranismo, è finita l’era dei sovranismi? Sconfitto può darsi, debellato troppo presto per dirlo. Anche perché Trump è stato solo un veicolo del populismo sovranista, un collettore, ma non è stato né l’inventore né il titolare unico della sua formula politica. Perché si tratta di un fenomeno mondiale con radici profonde e reali, insorto contemporaneamente in diversi paesi, fiorito in Europa, e già imbrigliato alle ultime elezioni europee, ma non per questo debellato.

Il problema è che i disagi, le proteste, le aspettative che hanno generato il sovranismo sono rimaste tutte in piedi. Si può parlare di interpreti inadeguati, a cominciare da Trump. Si può parlare d’insufficiente capacità di affrontare la realtà e le sue articolazioni, o meglio – in tanti casi – di una grande capacità di raccogliere voti ma senza altrettanta perizia poi nel governare e tradurle in una visione compiuta. Ma si deve soprattutto parlare dell’enorme difficoltà di governare avendo contro l’establishment, la macchina mediatica e giudiziaria, le oligarchie finanziarie e intellettuali, le agenzie d’influenza come la Chiesa di Bergoglio.

Ciònonostante la sconfitta di Trump non è la fine del sovranismo, ma indica la sua necessità di ridefinirsi e ridisegnarsi. Trump aveva fatto una scelta precisa e vistosa: non si era posto come leader globale del sovranismo ma come il presidente degli Stati Uniti che intendeva pensare prima di tutto al suo Paese, non al mondo, tutelarlo dagli attacchi e proteggerlo sul piano economico e commerciale. Di conseguenza la sua influenza sugli altri paesi è stata pressoché inesistente; mai Trump ha preteso di dar vita a un’Internazionale sovranista, ma si è posto in concorrenza commerciale e in antagonismo con la Cina, con l’Asia, con l’Europa. La sua parola d’ordine è stata “dazi”, non certo divulgare il sovranismo. Trump ha opposto il protezionismo alla globalizzazione.

Di conseguenza la sua sconfitta non fa saltare nessuna filiera, nessuna internazionale sovranista. Durante i suoi quattro anni, Trump non ha nemmeno tentato di affrontare la battaglia culturale contro il politically correct sul piano globale; non ha contrapposto un modo di pensare e di vedere alternativo a quello dominante. Si è limitato, ed è già tanto, a difendere l’America reale di sempre, sul piano pratico e giuridico. L’unico tentativo vagamente abbozzato è stato quello di Steve Bannon, ed è stato presto sconfessato da Trump.

Insomma, il sovranismo come variante nazionale e decisionista del populismo, è rimasta ancora una scommessa da giocare. Però dopo Trump deve ridefinire i suoi confini, fare un salto di qualità e di visione, non limitarsi a giocare in difensiva col protezionismo e la chiusura nel primato nazionale.

Quel che manca a questo punto è un audace sovranismo europeo, una specie di gollismo 2.0, riveduto e aggiornato, alternativo rispetto al serpentone atlantico, che si ripresenti come confederazione delle sovranità nazionali. il covid ha confermato un’Europa che procede per ranghi sparsi, tempi sfasati, difese scollate e comunque divergenti, anche quando il problema comune è sanitario e non geopolitico. L’Europa torna ad essere terza forza tra la società americana del politically correct e la dittatura cinese che globalizza prodotti, virus e misure restrittive.

L’anno che sta finendo, uno dei più brutti nella nostra storia e il più brutto per noi contemporanei, dovrebbe essere superato con una nuova visione pubblica, civile e culturale, prima che politica; e con una nuova consapevolezza degli scenari geopolitici. Il nemico non è la Merkel, e nemmeno il pur scarso Macron. Ma è la pandemia ideologica espressa dal cortocircuito cino-americano e dalla loro colonizzazione globale.

MV, Il Borghese dicembre 2020

DA

Il covid democratico batte il sovranismo?

Pure la Ragioneria boccia Conte

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DI LUIGI BISIGNANI

 

Riuscirà questa volta Giuseppe Conte a blandire le ultime sacrosante irruzioni di Matteo Renzi? Da mesi, ormai, con Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio gioca al gatto e al topo e finora gli è andata bene. Ma in questo caos istituzionale sul Recovery Fund la lotta di Giuseppi per la sua sopravvivenza si sta facendo ancora più dura. Cinque milioni di poveri alla porta e un impatto drammatico sulla qualità dell’occupazione. Con un settore statale e parastatale come sempre intoccabile a cui si contrappone un settore privato al tracollo, dalle grandi alle piccole e medie imprese. Un divario sociale che provocherà ulteriori disuguaglianze, proteste e disordini, con uno smartworking non normato e fumoso, in cui alcuni lavorano in modo forsennato mentre per altri, invece, è una sorta di Smart holiday, una buona scusa, insomma, per non evadere le richieste delle aziende e dei privati cittadini per un’autorizzazione, un indennizzo o un finanziamento vitale.

Recovery, gestione senza visione

Se questa drammatica gestione andrà avanti, i fondi dell’Europa arriveranno in grave ritardo, i finanziamenti saranno vanificati in mille rivoli, in totale assenza di una visione sul rilancio economico del Paese e con un Mezzogiorno sempre più distante dal resto dell’Italia e dall’Europa. Con la sconfortante assenza di risultati per il 2021, salvo forse coprire qualche buco di bilancio del 2020. Tutto questo è stato anche rimarcato in modo drammatico durante un pre-Consiglio dei ministri in cui la maggioranza dei direttori generali dei ministeri si è scagliata contro l’élite di Consiglieri, di Stato e non, del Principe-Premier che, a dispetto di ogni minima regola democratica istituzionale e costituzionale, intendeva esautorare tutta l’Amministrazione per favorire dei “nominati”, scelti da un televoto ristretto composto solo da lui stesso e da Rocco Casalino, ai quali veniva addirittura garantita una forma di impunità per i prossimi sei anni, indipendentemente da chi governerà il Paese. Praticamente la vincita di una lotteria senza aver comprato neppure il biglietto e, per di più, senza alcun controllo neppure della Corte dei Conti.

Governo nel caos

Davanti a questa edonistica deriva ‘libertaria’, perfino il Ragioniere generale dello Stato, Biagio Mazzotta, si è opposto con tutta la sua riconosciuta autorevolezza. E in questo caos, in cui Conte sguazza sgusciando, i nostri leader politici non riescono nemmeno a chiudersi in una stanza per trovare una via d’uscita indicando un nuovo Premier e con loro stessi al governo. Ormai non si parlano più, se non attraverso i giornali o piattaforme tipo Zoom. Un dibattito politico anestetizzato da finestrelle su uno schermo in cui ognuno parla con tempi stabiliti, senza pathos e con discorsetti preconfezionati. E questa politica guidata da una tecnologia a distanza non fa che rafforzare l’arroccamento di ciascun leader nel seguire la propria agenda personale: Zingaretti sta attento a non perdersi il partito, Di Maio a riprenderselo, Franceschini sogna il Quirinale, Mattarella è indeciso se seguire il consiglio interessato del Segretario Generale Ugo Zampetti a ritentare il bis, nessuno cavalca i temi ambientalisti e digitali fatti propri da Elly Schlein, mentre Renzi è ancora confuso dal dilemma tra Nato o Farnesina, tra sparigliare o accucciarsi, o tentare di fare il kingmaker di una nuova alleanza frittomisto, allargandola magari anche a Matteo Salvini.

Comunque almeno Renzi si è ripreso la scena e, sorprendentemente, di nuovo anche l’Amministrazione dello Stato, che ha visto nel suo ultimo sussulto d’orgoglio una rivincita, dopo l’orgia di inutili consulenti a Palazzo Chigi. Con un Capo del governo che assomiglia sempre più all’ ’Uomo di fumo’ del romanzo di Palazzeschi e che, però, a furia di circondarsi di super advisor senza esperienza, continua a pensare solo al suo ego personale: con un suo partito? O con un nuovo studio legale con decine di partner? Oppure pretendendo magari la nomina a giudice costituzionale, ambendo di diventare una riserva della Repubblica?

Se prima o poi si voterà, ci penseranno gli italiani a rimandarli tutti a lavorare e a non fare più danni all’Italia. Mattarella permettendo e sempre salvo intese con il favore delle tenebre.

Luigi Bisignani, Il Tempo 13 dicembre 2020

DA

Pure la Ragioneria boccia Conte

L’ex Presidente del Cile ha gettato la maschera e si è schierata a favore dei principi anticattolici della Massoneria

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L’ex Presidente del Cile, Michelle Bachelet, ha gettato la maschera e si è schierata a favore dei principi anticattolici della Massoneria

“Abbiamo bisogno di principi massonici, uniamoci come un’unica umanità, ecco cosa siamo”, ha dichiarato la Bachelet che, dopo aver lasciato la guida del Cile è stata “promossa” ad Alto Commissario delle Nazioni Unite (ONU) per i diritti umani (HR).

La Bachelet è intervenuta durante un’attività organizzata dalla Gran Loggia del Cile, tenutasi all’inizio del mese di dicembre e, nel quadro dell’anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ha lanciato il suo endorsment alla Massoneria.

Durante l’iniziativa, dopo i saluti formali del Gran Maestro della Gran Loggia del Cile, Sebastián Jans Pérez, e del Gran Maestro della Gran Loggia Femminile del Cile, Adriana Aninat, è iniziato l’intervento della Bachelet, che ha ricordato quanto, a suo dire, sia stato difficile questo anno a causa della pandemia e quanto lo sia stato, in particolare, per i diritti umani.

“Se lavoriamo insieme, possiamo ricostruire le società in modo da poter difendere i diritti umani e le libertà”, ha detto l’Alto Commissario Onu nel suo discorso, aggiungendo che “abbiamo bisogno dei principi massonici, come la solidarietà e la fraternità, per unirci come uno solo umanità, perché questo è quello che siamo”.

Non contenta, l’autorità delle Nazioni Unite ha concluso la sua presentazione facendo riferimento alla Giornata internazionale contro la violenza contro le donne, ricordata il 25 novembre, sostenendo che “il COVID ha eroso i risultati raggiunti circa l’uguaglianza di genere, quelli relativi alla salute, alle condizioni economiche e alla parità dei diritti”.

Infine la Bachelet ha fatto una rendicontazione dei programmi che sono stati portati avanti dall’ONU per avanzare verso un’uguaglianza essenziale per lo sviluppo dell’umanità.

La conferenza, alla quale ha partecipato anche il Ministro della Corte Suprema di Giustizia, Haroldo Brito, è stata chiusa dal Direttore della Commissione per i Diritti Umani della Gran Loggia del Cile, Luís Santibáñez, che ha ringraziato i partecipanti ed ha fatto riferimento ad alcuni articoli della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Fin qui la cronaca. Sul web non sono mancati i commenti. Lasciamo spazio alla vox populi.

“I massoni sono quelli stanno facendo marcire il mondo. Le società odierne sono il frutto delle loro rivoluzioni repubblicane e dei valori massonici. Hanno reso di nuovo il mondo barbaro e pagano. Dovrebbero essere chiamati distruttori piuttosto che progressivi”, ha incalzato un commentatore.

La Bachelet è una “donna genocida. Ha introdotto l’aborto legale in Cile. È una marxista con un passato da terrorista, una vera maledizione per il Cile. Premiata dai Massoni, figli di Belial, con una posizione elevata nelle Nazioni Unite, i suoi servizi al Maligno adesso si potranno diffondere al mondo intero”, ha rilanciato un altro commentatore.

L’alto commissario, ha aggiunto un ulteriore commentatore, “tanto per cominciare dovrebbe incoraggiare i suoi amici a far sapere alla gente cosa si fa nella Massoneria, i loro rituali, chi sono le persone che ne fanno parte, quante sono le obbedienze, ecc.”.

Incisiva la riflessione di un commentatore: “Il cristianesimo è quello che unisce in un’unica umanità, ma la Massoneria è quella che dall’inizio, divide la società e senza andare tanto lontano, ha portato a due guerre mondiali, alla guerra civile in Spagna, e a tutti o quasi i grandi crimini statuali degli ultimi secoli”.

Infine citiamo un altro commentatore che, amaramente, ha commentato: “sono stanchi di nascondersi, ora hanno deciso, in blocco, di fare i loro strilli apertamente. Il tempo stringe, il loro capo li esorta ad avere tutti i piani pronti. Sa che il suo regno in questo mondo finirà presto, non vuole andarsene senza vederlo trasformato in vomito, e per questo motivo questi servi si affrettano. Letture consigliate per i tempi in cui viviamo: il libro dell’Apocalisse”.

 

Leonardo Motta

 

Sapete cosa può succedere con i dati che avete inserito per il cashback?

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Caro italiano che hai messo i tuoi dati negli archivi elettronici del “cashback” stai sereno.

Sì, come disse Renzi in una storica occasione, stai sereno.

Al pari di Enrico Letta non dovresti temere nulla. Un eventuale “databreach” – ovvero una violazione dei dati custoditi nei sistemi informatici predisposti per il tanto decantato rimborso – si impossesserà soltanto dei tuoi dati anagrafici, dell’IBAN del tuo conto corrente, dei numeri e della data di scadenza della tua carta di credito, soprattutto del tuo segretissimo CVV.

Ti chiedi cos’è il CVV? E’ il codice di sicurezza stampigliato sul retro della carta, sulla fascia dove viene apposta la firma del titolare. La semplice espressione “codice di sicurezza” fa immaginare qualcosa di riservato e in effetti quella sequenza numerica (fatta di tre o quattro cifre) non deve essere pubblica.

Il motivo è semplice e provo a spiegartelo.

La carta di credito – quando viene usata per i “pagamenti dal vivo” – è presentata al negoziante con la materiale esibizione (che permette di riscontrare il possesso “fisico” dello strumento di pagamento) e chi vende può (e sarebbe bene che lo facesse sempre) domandare l’esibizione di un documento di identità (che consente il riscontro del nome del titolare e, soprattutto, il possesso “legittimo” di quel “pezzo di plastica”).

Quando si fanno compere online, chi vende non ha modo di vedere la carta i cui numeri potrebbero essere stati carpiti precedentemente da uno sguardo curioso in un esercizio pubblico. Per scoprire se chi vuole acquistare qualcosa è davvero in possesso della carta che viene utilizzata, l’acquirente è invitato ad inserire le cifre scritte piccole piccole sul retro ovvero il CVV (sigla spesso riportata anche come CCV).

L’operazione “cashback” prende in considerazione solo le spese fatte materialmente in negozi fatti di muri e vetrine con venditori in carne ed ossa. E’ abbastanza ovvio (ma può darsi che mi sbagli) che il codice in questione non sia di alcun interesse e nemmeno di alcuna utilità o necessità di sorta.

Nonostante le ragionevoli considerazioni appena fatte, sul sito www.io.italia.it, nella pagina delle domande ricorrenti (o FAQ che dir si voglia, o FUCK come esclamerebbe un utente anglofono nel constatare che la “app” non funziona) si trova il fatidico quesito “Perché devo inserire il codice di sicurezza CVV della mia carta?

La sorprendente risposta si compone di due ancor più sbalorditive frasi.

La prima. “È necessario aggiungere il codice di sicurezza CVV, che può essere composto da tre o quattro cifre, per verificare se i dati della carta inseriti sono corretti”. Si immagina che quel codice sia una specie di carattere di controllo come l’ultima lettera del codice fiscale. Si viene quindi indotti a pensare che un ben ponderato algoritmo esegua chissà quale computo per poi decretare o meno la corrispondenza tra il numero generato e il CVV inserito dal cittadino.

Niente affatto. E la spiegazione è contenuta nella seconda parte della risposta. “Questa verifica avviene tramite una transazione di qualche centesimo di euro successivamente stornata”.

Si potrebbero fare commenti più o meno sarcastici, ma le spontanee risate fanno traballare le mani sulla tastiera ed è oggettivamente difficile formulare pareri mentre si sghignazza.

In pratica – per stessa ammissione delle figure geniali che hanno partorito questa fenomenale idea – la carta del poveraccio che sogna il rimborso viene sperimentata eseguendo un pagamento a sue spese.

Roba da poco, anche qui non c’è da preoccuparsi, ma incredibilmente per un ammontare non specificato (“qualche centesimo di euro”, ma non si sa quanto) che verrà restituito “successivamente” (ma non si sa quando)….

La microscopica somma – sottratta per qualche giorno – a chi viene destinata?

Se si moltiplica quella piccola cifra per i milioni e milioni di persone che hanno aderito all’iniziativa ci si trova dinanzi ad un bel gruzzolo che matura comunque degli interessi per il pur breve periodo di giacenza sul conto del destinatario.

Sarebbe bello che chi organizzato questo giochino dichiarasse dove finiscono i soldi e il tempo esatto antecedente lo storno, e spiegasse il perché di questa sperimentazione empirica che marcherebbe la miriade di sventurati come clienti di chissà chi (magari è YouPorn o PornHub….) anche se poi risarciti dell’importo corrisposto.

Ma veniamo al bello.

Se il corposo archivio delle coordinate delle carte di credito degli italiani viene assaltato da qualche banditello cosa succede? Te lo spiego io.

Chi entrerà indebitamente in possesso del numero, della data di scadenza e del codice di sicurezza CVV (o CCV) della tua carta di credito, potrà utilizzare quelle informazioni per fare piccole compere fittizie a vantaggio di un inesistente negozio di chissà quale Paese straniero.

Il bandito saprà fare piccole spese magari da 20 euro, per un importo che non salterà agli occhi nemmeno dei più attenti esaminatori di estratti conto. Sarà una cifra poco significativa e soprattutto inferiore alle spese da sostenere per rivolgersi ad un avvocato per far propri diritti o per iscriversi ad una associazione di consumatori per ottenerne la tutela.

Non mancherà chi ti dirà di stare “sereno”, come anticipato in apertura di questo articolo. Non dimenticarti di chi – meno allarmista di me – ti ha tranquillizzato. Potrai chiedere a lui quei venti euro…

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Sapete cosa può succedere con i dati che avete inserito per il cashback?

Becchi e Tarro: 5 proposte contro la dittatura sanitaria

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Considerazioni controcorrente sull’emergenza di Paolo Becchi e Giulio Tarro.

Oggi abbiamo un Cts, che consiglia il Governo, composto in larga prevalenza da medici, a cui se ne vorrebbe contrapporre un altro, istituito dal Parlamento, formato da altri medici. Il rischio è che la cosiddetta “guerra al virus” si trasformi in una guerra tra virologi. Diciamola tutta, non ci pare una grande figata. Meglio sarebbe, a nostro modesto avviso, un “Consiglio interdisciplinare” di saggi, composto da medici, filosofi, giuristi, economisti, psicologi, sociologi, antropologi, teologi, letterati, uomini di cultura, che affronti l’emergenza da punti di vista diversi e non unicamente da quello sanitario.

Una pandemia non è solo una questione medica ma è un fenomeno sociale e come tale andrebbe affrontata. La malattia è di solito nelle società moderne un fatto privato, intimo, anche se oggi qualche volta viene spettacolarizzata. Il cancro è tuo e te lo gestisci come vuoi, ma un virus è contagioso e qualche volta fa male, molto male anche a chi ti è vicino. Insomma, una malattia virale è una malattia sociale e ci riguarda tutti, sani e malati. Potrebbe essere l’inizio di un percorso, se altri fossero d’accordo nel seguire questa idea: si tratta di mettere insieme un gruppo di persone libere che con diverse competenze si interroghi su quello che sta avvenendo oggi in Italia e nel mondo a causa di un “ospite indesiderato”, che sta cambiando le nostre vite e con cui probabilmente dovremmo imparare a convivere. Contrapporre Palù a Crisanti, Bassetti a Burioni, non ci porta lontano. Anzi è destinato a creare nell’ opinione pubblica maggiore confusione, e quindi maggiore disorientamento e panico. Ecco le domande da cui prendere le mosse a cui fanno seguito alcune domande più specifiche.

  • Che fare?

  • Come leggere l’aumento dei morti in questi giorni?

  • Cosa è sbagliato fare?

1. Che fare?

La Covid19 non è sparita dopo sei mesi come la prima Sars, poteva ricomparire come la Mers, ma in maniera localizzata e invece è diventata stagionale, come l’Aviaria che è ricomparsa in Giappone proprio in questi giorni. Siamo pertanto destinati a convivere con questo virus. Per questo serve una cura farmacologica e non solo un vaccino. Il virus è mutevole, anche questa è la conclusione a cui è giunta la comunità scientifica. Ma sappiamo come affrontarlo. Vi è una terapia per la forma iniziale di presentazione della malattia basata sull’ossiclorochina e sull’azitromicina, vi sono poi degli antivirali come il remdesivir, usato già per l’ebola, il fapilavir (avigan), dal 2014 prodotto in Giappone, e l’ivermectin, usato già in Australia per la dengue e la zika. Inoltre, conosciamo l’importanza dell’eparina e dei suoi derivati insieme al cortisone, in particolare il desametazone, per il problema della tromboembolia dei piccoli vasi degli organi vitali ed infine la sieroterapia con gli anticorpi specifici dei guariti, che viene adesso utilizzata anche come profilassi per 35 mila operatori sanitari in USA.

La malattia è dunque sin da ora guaribile, anche se non abbiamo ancora il vaccino. La domanda è: vengono i malati in Italia sottoposti a queste cure? Infine, la terapia dei soggetti diagnosticati con la virosi all’inizio della stessa, si tratta all’incirca dell’80% dei pazienti, può essere curata da casa con l’assistenza del medico di famiglia. Le cure domiciliari sono fondamentali per alleggerire gli ospedali, ma i medici di base sono purtroppo lasciati al loro destino e a questo punto diventa per loro difficile garantire visite domiciliari a pazienti. Per le vere emergenze ovviamente sono necessari, su tutto il territorio nazionale, posti di terapia intensiva, e qui è del tutto evidente che il governo non è stato all’altezza del compito. Come del resto non è all’altezza nella gestione delle RSA che stanno di nuovo presentando le stesse problematiche riscontrate in primavera.

Un ulteriore importante aspetto è il seguente: invece di tenerli riservati i documenti del Cts andrebbero divulgati, con tutti i dati epidemiologici che possono essere utili a contrastare la diffusione del virus. Andrebbe pertanto istituito a livello nazionale un database pubblico con tutti i dati utili. Da questi semplici dati ci sembra di poter concludere che la gestione dell’emergenza sia stata fallimentare.

Come leggere l’aumento dei morti in questi giorni

Un discorso a parte, ma ovviamente collegato all’aumento del numero dei morti in questi giorni, riguarda le degenze delle terapie intensive e la percentuale dei malati di Covid sui ricoverati totali. I pronti soccorsi pieni non rappresentano un “disastro”, visto che il 60% dei pazienti è in codice verde. I ricoveri nelle terapie intensive, che ad oggi non hanno alcun problema in termini di numeri e di posti occupati, sono principalmente dovuti ad altre malattie. Un soggetto potrebbe essere stato intubato anche a seguito di un incidente stradale o sul lavoro e solo dopo il tampone risultare anche positivo alla Covid-19.

Questo determina numeri complessi in quanto in caso di ipotetico decesso futuro la causa della morte non sarà stata certamente la malattia virale, anche se è al virus che verrà imputata. È la nota questione del decesso con Covid e decesso per Covid. I numeri dunque non sono – a nostro avviso – corretti, ma con i numeri vengono giustificate le iniziative ed i provvedimenti presi dal governo e dalle giunte regionali. Ovviamente siamo pronti ad ammettere che proprio nelle ultime settimane la mortalità sia aumentata in Italia in modo significativo, ma bisogna chiedersi perché questo sia avvenuto. Si tratta della conseguenza di un sistema sanitario che da tempo non funziona, a causa dei risparmi di spesa, o del mancato uso della mascherina? In Svezia, dove l’uso obbligatorio delle mascherine non c’è mai stato, non c’è stato neppure questo aumento del picco di mortalità. Tutto questo significa che i morti comunque non dipendono, per dirla in modo semplice, dalla movida ma dai limiti del nostro servizio sanitario e forse anche dalle cure inadeguate che vengono somministrate ai pazienti.

Cosa è sbagliato fare?

Le mascherine inizialmente andavano usate da pazienti già contagiati per evitare lo spargimento del virus ed ovviamente dagli operatori sanitari per la loro protezione dai pazienti contagiati oppure potenzialmente infetti. Prima esisteva una carenza delle stesse, mentre ora l’Italia è diventata produttrice di mascherine e pertanto c’è la possibilità di utilizzarle con grande frequenza, anche se in realtà il loro uso generalizzato ed esteso a tutta la popolazione non ha molto senso.

In certi casi deve anzi essere evitato. Nei bambini sino ai dodici anni la mascherina induce un autismo funzionale. Il bambino diventa incapace di distinguere un volto da un altro volto, di distinguere il sesso, crescendo senza identità e senza la capacità di comprendere con chi ha a che fare. Per sconfiggere una malattia finiremo col creare una nuova generazione di malati, che soffriranno di disturbi della personalità e vivranno il più possibile isolati gli uni dagli altri, pronti a scambiarsi anche migliaia di messaggi al giorno, ma con la paura di incontrare per strada un essere umano in carne ed ossa.

Considerando che geograficamente, ad esempio questa estate, in Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Argentina, Cile, c’è stato il Coronavirus, ma non la normale influenza stagionale, si potrebbe giungere alla conclusione che vaccinarsi con il vaccino antinfluenzale 2020-21 – contrariamente a quello che si dice – è inutile. Anzi considerato quello che è avvenuto a Bergamo (estesa vaccinazione e esplosione del Coronavirus) forse sarebbe il caso di evitare interferenze tra vaccino antinfluenzale e Covid.

Conclusioni

Sulla base di quello che abbiamo sinora scritto dovrebbe essere chiaro che il lockdown è un grosso errore, anzi la ripetizione di un errore che ci costerà salatissimo in termini economici. Il colpo di grazia per piccole e medie imprese commerciali e un grosso regalo alle multinazionali dell‘e-commerce come Amazon. Altri erano e sono – secondo noi – i modelli da seguire. La Svezia, alcuni Paesi asiatici, tipo la Corea del Sud e soprattutto Israele.

La malattia – lo ripetiamo – è curabile, non è la peste bubbonica e non viviamo più nel Medioevo, anche se in pratica stiamo adottando lo stesso criterio, vale a dire “non la cura degli appestati, ma la difesa da essi”. Con la differenza che nel Trecento non c’erano le cure e oggi invece ci sono. Non ha poi alcun senso il “coprifuoco”, una normativa di guerra, che ha solo lo scopo di alimentare la paura e modificare i nostri stili di vita, ma del tutto inefficace al contrasto del virus.

Le malattie infettive si affrontano anzitutto con l’isolamento dei soggetti infetti. Soggetti che vanno identificati e curati tempestivamente, il più delle volte a casa, evitando paure immotivate e lasciando lavorare gli ospedali che si debbono occupare di tutte le malattie. Nell’affrontare la Covid19 si sono invece “isolati” milioni di persone non isolando de facto i soggetti infetti. Durante questa nuova fase, stagionale più che altro, in alcune regioni si sta già facendo come nel mese di marzo. Stiamo nuovamente sbagliando. Non ha alcun senso fermare quasi tutte le attività commerciali, con grave danno all’economia, quando abbiamo altri strumenti efficaci per contrastare la malattia. Dobbiamo evitare che all’epidemia segui la carestia.  Non ha alcun senso limitare nuovamente le libertà dei cittadini chiudendoli di nuovo in casa e costringendoli ad uscire col lasciapassare. Dobbiamo evitare che a lungo andare la vera vittima del virus siano le nostre libertà.

1. Cosa fare con le categorie più fragili (anziani, malati ecc.)?

Andrebbe messa in atto la ricetta israeliana di fare circolare il virus tra i giovani e proteggere gli anziani ed i malati. Anche la Svezia ha messo in opera questa ricetta proteggendo anziani e pazienti affetti da altre patologie e il risultato è stato buono. Insomma, l’immunità di gregge è la soluzione. Da noi questo sembra impossibile. Non perché gli svedesi o gli israeliani siano dei marziani, ma perché noi per decenni – a causa soprattutto dei vincoli di bilancio posti dalla UE – abbiamo effettuato forti tagli alla sanità.

2. Cosa fare con scuole e università?

È un errore chiudere entrambe. La sicurezza nelle scuole e nell’università si ottiene con il distanziamento in classe e nelle aule, riducendo il numero degli studenti per classe, facendo eventualmente funzionare le scuole al mattino e al pomeriggio con il “doppio turno”. Peraltro quasi tutte le università ormai sono chiuse da tempo e funzionano “da remoto”. A questo punto è difficile persino pensare che anche in futuro riapriranno e funzioneranno come prima. Le conseguenze si faranno sentire nel lungo periodo.

3. Cosa fare con bus e treni e aerei?

Garantire il distanziamento adeguato sui mezzi pubblici, incrementando quindi il servizio. Questo sì, andrebbe fatto e al più presto, perché proprio i mezzi pubblici affollati diventano un luogo ideale per la diffusione del contagio.

4. Cosa fare con teatri, cinema, sale da concerti e musei?

Sono stati quei locali che hanno mantenuto meglio di tutti la distanza di sicurezza. È semplicemente sbagliato chiuderli. Dato che ormai la frittata è stata fatta, per i teatri e i concerti si faccia da subito almeno come per le partite di calcio, trasmesse in tv, anche se senza pubblico in presenza. I musei invece andrebbero aperti al più presto, controllando in maniera adeguata gli accessi.

5. E con il vaccino?

Per sviluppare un vaccino efficace e sicuro ci vogliono tempi lunghi di sperimentazione. Nel nostro caso se il virus presenta più varianti c’è il rischio che funzioni come gli esistenti vaccini antinfluenzali che non coprono tutto. Ecco perché le cure farmacologiche potrebbero risultare più efficaci del vaccino. In più i vaccini di ultima generazione, i cosiddetti “genetici”, intervengono sul DNA, si tratta dunque di una terapia genica che potrebbe presentare problemi anche di natura bioetica da non sottovalutare.

Insomma, attenzione a non correre troppo e a valutare attentamente  il rapporto tra rischi e benefici, ma bisogna pur riconoscere che con un vaccino che trae origine da un acido nucleico estraneo, il quale dovrebbe indurre la produzione di anticorpi direttamente contro il virus da parte del nostro sistema immunitario, si apre una nuova era per l’applicazione degli RNA “messaggeri” verso le malattie infettive, in particolare come piattaforma di risposta rapida indirizzata per le emergenze degli scoppi epidemici.

 

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Becchi e Tarro: 5 proposte contro la dittatura sanitaria

Il sedevacantismo non è una semplice opinione

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Traduzione a cura di Luca Sbroffoni, del Circolo Christus Rex

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9 DICEMBRE 2020 DI BP. SANBORN (in fondo, riportiamo la versione originale in inglese dal link al sito con l’articolo del Vescovo)

L’OPINIONISMO

di S.E. Rev.ma Mons. Donald Sanborn

La vacanza della Sede Apostolica, il non-Papato di Francesco, e per questo di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II, Giovanni Paolo I, Paolo VI e persino di Giovanni XXIII, è una questione che ha diviso i tradizionalisti forse più che qualsiasi altro negli ultimi quarant’anni. Tra coloro che hanno intrapreso la via della resistenza alle riforme del Vaticano II, la maggioranza professa di essere sedeplenisti , cioè sostiene che Francesco sia un vero Romano Pontefice. Lo fanno solitamente sotto la direzione della Fraternità San Pio X. Altri, minoranza ma non insignificante, sono sedevacantisti , cioè dicono che Francesco non è un vero Romano Pontefice, né lo sono i suoi predecessori del Vaticano II. Questa differenza di posizione teologica ha causato un’agonia mondiale tra coloro che resistono al Vaticano II.

Ciascuna parte afferma che il suo punto di vista è quello giusto, e anzi necessario per mantenere una posizione cattolica. Ciascuna parte accusa l’altra di essere scismatica. Nell’autunno del 1979, l’arcivescovo Lefebvre ha rilasciato una dichiarazione in cui dichiarava che non avrebbe tollerato nella Fraternità San Pio X coloro che si rifiutavano di inserire il nome di Giovanni Paolo II nel canone della Messa. Ha respinto un certo numero di sacerdoti in Europa per il rifiuto di osservare il detto. Nella primavera del 1980 venne in America con lo stesso programma: licenziare coloro che non avessero detto il nome di Giovanni Paolo II nel canone. Nel corso delle trattative con i preti americani, tuttavia, l’arcivescovo Lefebvre è giunto a una specie di compromesso. Non avrebbe cacciato i preti dalla Fraternità San Pio X, se avessero accettato di tenere per sé il loro sedevacantismo. Potevano escludere il nome di Giovanni Paolo dal canone, purché non ne facessero una questione pubblica. È nato l’opinionismo.

Lo stesso arcivescovo formulerebbe il principio fondamentale dell’opinione pubblica: “Non dico che il Papa non è Papa, ma non dico nemmeno che non si possa dire che il Papa non è Papa”. Lo scopo di
questo studio è esaminare l’opinione pubblica e giudicare se sia una posizione legittima da prendere. L’identità del Romano Pontefice può essere oggetto di opinione?
I. Che cos’è un’opinione?
Un’opinione è un’idea o una dottrina che ritieni probabilmente vera. Allo stesso tempo, tuttavia, hai la paura fondata che possa essere vero il suo contrario. La mente è decisamente propensa verso un’idea e rifiuta il suo opposto, ma non completamente. Non accetta totalmente l’uno come vero, né rifiuta totalmente il suo contrario come falso. Succede spesso nelle diagnosi mediche. Anche i medici altamente qualificati sono spesso solo di un’opinione su una diagnosi che fanno. Non sono in grado di avere una certezza assoluta a causa della mancanza di prove sufficienti per produrre la certezza. Quindi pensano o opinano che il loro paziente possa avere una certa malattia, ma non sarebbero molto sorpresi se scoprissero qualcosa di diverso col passare del tempo.
II. Cos’è un’opinione teologica? Continua a leggere

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