Senza il diritto alla proprietà privata non c’è autentica libertà

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Di Matteo Castagna

Nell’enciclica Rerum novarum del 1891, Sua Santità Leone XIII avvertiva che il diritto alla proprietà privata non può mai essere inteso in senso assoluto, tuttavia sottolineava che, “affrancando l’uomo dalla precarietà, il diritto di proprietà è la condizione di una libertà reale”.

La Chiesa ha sempre mantenuto inalterata questa linea, anche quando, nel corso del tempo si sono verificati periodi difficili e crisi economiche. La denuncia sia del comunismo sia del liberismo, in nome del principio di sussidiarietà, non ha mai intaccato il diritto alla proprietà privata, in quanto, senza di essa, non c’è autentica libertà.

Sua Santità Pio XII, a mezzo secolo dalla Rerum novarum, ricordò che compito della Chiesa non è proporre sistemi sociali ed economici, ma “giudicare se le basi di un dato ordinamento sociale siano in accordo con l’ordine immutabile, che Dio creatore e redentore ha manifestato per mezzo del diritto naturale e della rivelazione”.

Il vaticanista Aldo Maria Valli ricorda, a ragione, che la chiave è l’equilibrio. “Senza dubbio – insegnava Pio XII – l’ordine naturale, derivante da Dio, richiede anche la proprietà privata e il libero reciproco commercio dei beni con scambi e donazioni, come pure la funzione regolatrice del potere pubblico su entrambi questi istituti”.

Anche io, come Valli, sono sempre rimasto colpito dall’ultima parte della parabola del Buon Samaritano, quando egli chiede all’albergatore di prendersi cura del viandante: “Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: abbi cura di lui e ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno”.

In queste parole, c’è un’evidente insegnamento di “economia politica” che ci viene direttamente dalle parole di Gesù: il samaritano, infatti, non fa tanti bei discorsi sull’assistenza, non filosofeggia di socialismo reale, ma mette mano al portafoglio.

Non si appella alla burocrazia assistenziale, come farebbe la sinistra globalista o come insegnerebbe certo buonismo curiale in salsa Ong, ma estrae due denari.

Il samaritano può essere tanto buono e caritatevole, e può dare efficacia alla sua scelta morale, perché ha disponibilità economica, che non avrebbe potuto realizzare se fosse stato un poveraccio.

Ed è per questo che l’ode del pauperismo non può essere di matrice cattolica, ma è ideologia veterocomunista, tanto ipocrita quanto poco credibile.

San Tommaso d’Aquino ha trattato l’argomento nella Summa Theologica (STh 2-2, q.66, a.1-2 ) facendo derivare le sue logiche considerazioni da quelle di Aristotele.

Nel trattato di teologia morale, dopo essersi soffermato a esaminare la giustizia, l’Aquinate passa all’esame dei peccati contro questa virtù. Decide di iniziare dai casi di danni inferti al prossimo nelle cose. Dunque, per occuparsi della iustitia occorreva stabilire il ruolo dello ius (diritto), così la quaestio dedicata al furto e alla rapina doveva cominciare dalla disamina del possesso e della proprietà. Il superamento della difficoltà rilevata occorrerebbe rintracciarlo nella distinzione dei due modi di intendere i beni: la loro natura non è soggetta al potere dell’uomo; altra cosa è il loro uso. Il teologo può affermare: Iddio, il quale signoreggia sulle cose, ha messo sotto i piedi degli uomini tutto ciò che fa parte della natura (cfr. Sal 8, 7) perché ha fatto di essi lo scopo della creazione. Tuttavia, pur senza far richiamo alla sanzione soprannaturale, è facile rilevare che l’uomo padroneggia naturalmente sui beni, in questo senso; che grazie alla sua ragione e volontà può servirsi di essi per il proprio vantaggio (ad suam utilitatem), come se fossero creati proprio per lui.

San Tommaso ha voluto richiamare l’argomento di Aristotele; che le cose meno perfette servono sempre ai più perfetti e questo, secondo entrambi i pensatori, univocamente sta a favore della tesi che il possesso dei beni è cosa naturale per l’uomo. Questi non è il creatore della loro natura, ma per loro natura, possono servire ad appagare i propri bisogni congeniti.

Da un lato, in effetti, la proprietà non è naturale per l’uomo, nel senso che lo ius naturale non definisce la divisione giuridica del potere sui beni messi a disposizione dell’uomo. La divisione si effettua soltanto sulla base delle regolamentazioni assunte ossia dello ius positivum.

Di qui scaturisce che la proprietà non è in opposizione al diritto naturale ma lo completa grazie alle deduzioni della ragione umana. Un immobile concreto per se stesso non esige che sia proprietà di qualcuno.

Tuttavia, la considerazione sull’uso sicuro di esso o sulla coltura dei campi consente di riconoscere che dovrebbe essere pertinente piuttosto a questa persona anziché a un’altra. D’altro canto, non c’è dubbio che il trattenere dei beni in proprietà sia addirittura necessario per la vita degli uomini.

Ognuno ha una cura migliore delle proprie cose. Allorché la proprietà appartiene a tutti o a parecchi, volentieri viene evitato il lavoro lasciando agli altri la cura di ciò ch’è comune, come avviene quando la servitù è molto numerosa. Il diritto di proprietà è sottoposto all’utilità dell’individuo ma anche a vantaggio della comunità. (Cit. “Possesso e proprietà nel pensiero di san Tommaso” di Franciszek LONGCHAMPS DE BÉRIER)

Difatti, la società, nell’interesse dei singoli che la compongono, decide di tutelare giuridicamente la proprietà. Da qui, per quanto fondamentalmente utile sembri la garanzia della libertà a far uso dei propri beni, risulta difficile sostenere che i comportamenti socialmente svantaggiosi, debbano restare esenti dall’ingerenza giuridica esterna. E non deve meravigliare nessuno il riferimento all’utilitas.

Il globalismo, o social-comunismo, così come il liberismo sfrenato non contemplano queste caratteristiche del diritto naturale, pertanto portano ad un’evidente condizione disumana. Probabilmente è qui il motivo per cui il comunismo è definito come “intrinsecamente perverso” ma pure la proprietà privata non normata al fine ultimo dell’uomo diviene figlia del Serpente, spesso usuraio, e del potere economico in mano a poche famiglie, condannato dalla mirabile ed attualissima Enciclica “Quadragesimo Anno”, di Sua Santità Pio XI (1931).

Se tornassimo davvero alle nostre radici classico-cristiane, non avremmo problemi a riconoscere ed evitare gli errori, anche in materia socio-economica.

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Senza il diritto alla proprietà privata non c’è autentica libertà

Covid: in Italia ha vinto il terrorismo

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Non ci resta che emigrare. L’Italia è ormai diventata il luogo della paura. Non più un Belpaese, con i suoi pregi e difetti ma un Paese spaventato e basta dove la maggioranza dei suoi abitanti si dice disposta a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare.

La fotografia, sconsolante, arriva dall’ultimo Rapporto del Censis secondo il quale il 57,8% degli italiani sarebbe disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della salute collettiva. “Meglio sudditi che morti” annota il Censis per descrivere questa fotografia nazionale del 2020. Che tristezza. Già contrapporre libertà e salute è di per sé la fine di una democrazia perché costringe il popolo a far scendere l’asticella delle proprie libertà in nome della sopravvivenza. E basta. Un meccanismo medievale, primitivo, di cui prima o poi la classe dirigente politica e le élite nazionali (giornali e giornalisti compresi) dovranno essere chiamati a rispondere. Come se non bastasse poi l’analisi del Censis dà un ulteriore colpo a questo stare insieme italiano e ci dice che il 38,5% dei nostri connazionali sarebbe pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico.

Fermiamoci un attimo a riflettere su queste considerazioni: che futuro possono avere un Paese ed una democrazia con sentimenti del genere? Secondo noi nessuno. Se la paura diventa la realtà pervasiva di tutto il nostro vivere, beh a quel punto nulla esiste più. E guardando al passato delle libertà conquistate con fatica dagli uomini e dalle donne, nella storia, ebbene non sarebbero mai esistite la rivoluzione americana, la rivoluzione francese, il Risorgimento e la Resistenza. Stiamo perdendo la sovranità sulle nostre vite con il nostro consenso. E diventando i gendarmi ed i delatori dei nostri vicini. Siamo, insomma, al suicidio collettivo dell’Occidente causa coronavirus.

E sia chiaro da subito, noi non siamo negazionisti: il virus c’è e va combattuto ma non buttando a mare ciò che siamo, la nostra identità, il nostro gusto per la libertà. Il Censis ci offre anche altre considerazioni interessanti: il 77,1% degli italiani chiede pene severissime per chi non indossa le mascherine (che vanno indossate, ci mancherebbe!) ed il 49,3% dei giovani vuole che gli anziani siano curati dopo di loro. Che aggiungere ancora? Abbiamo costruito in pochi mesi una società che si regge soltanto sulla paura e sulla ricerca delle colpe (degli altri). Tra le tante vittime del coronavirus in questo maledetto 2020 – ahinoi – c’è anche la democrazia.

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Covid: in Italia ha vinto il terrorismo

L’amore verso Dio e il prossimo traspare anche dalla castità

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Oggi è sotto gli occhi di tutti la realizzazione della profezia di San Paolo: si vuole proibire il matrimonio e si vuole imporre la dieta vegana. Si può ricordare, per esempio, la propaganda animalista e tutti gli strabici divieti da idioti che si fanno, come proibire l’agnello pasquale o le carni o i latticini o le cinture di cuoio.

Il matrimonio eterosessuale e monogamico è impedito, ostacolato, minato alla base, sostituito da convivenze senza obblighi di sorta. L’idea di famiglia tradizionale non esiste più, ma è sostituita da qualunque unione di persone e pure con animali domestici. 

“La lotta finale tra Dio e Satana sarà sulla famiglia” scrisse Lucia di Fatima allo scomparso cardinale italiano Carlo Caffarra (che fu a capo del Pontificio Istituto per la Famiglia). 

Questo Istituto oggi è stato completamente rifatto e smodellato, tanto da non corrispondere più alle linee di Giovanni Paolo II lo aveva fondato ed è in mano a Monsignori favorevoli allo sdoganamento della omosessualità, come accade per il giornale dei vescovi italiani “Avvenire” e, ancor più tragicamente, a livello internazionale con il quotidiano vaticano “L’Osservatore Romano” e il quindicinale mondiale dei gesuiti “La Civiltà Cattolica”, che si mostrano spesso gay-friendly. 

Sappiamo, invece, come la depravazione della pratica omosessuale sia molto diffusa, ma sappiamo anche che coloro che hanno questo orientamento tendono ad accettarlo e giustificarlo! 

Il vero rimedio non è né la trasparenza né la tolleranza zero, ma solo la conversione dei soggetti. Tutti i sacerdoti del pianeta, dediti ad attività sessuali (di natura eterosessuale o omosessuale), supportati dai mass media compiacenti e anticristiani, spesso dimenticano un particolare essenziale: hanno violato i voti di celibato e castità. Avrebbero potuto, e molti ancora potrebbero, essere leali con se stessi e soprattutto con Dio, semplicemente spogliandosi dell’abito talare (si fa per dire, perché oramai quasi più nessuno indossa la talare…). Tuttavia molti hanno preferito, e continuano a preferire, la perpetuazione di tali violazioni trincerandosi dietro il ruolo sociale di ministro di culto o simili diciture. In tal modo, stipendiati dalla Chiesa (attraverso la congrua), continuano a compiere le loro attività sessuali, assolutamente non compatibili con l’ideale di vita da loro scelto liberamente e senza che nessuno li abbia costretti a diventare chierici e, si presume, non per paura delle donne o per avversione al matrimonio!, ma per conoscere, amare e servire Dio per poi goderlo nell’eternità.

La castità consacrata è una espressione della purezza di cuore che unisce i chierici a Cristo ed ai fratelli nella fede. L’amore verso Dio e il prossimo traspare anche dalla castità, segno di profonda fedeltà alla Santissima Trinità.

I crimini compiuti dagli abusatori sessuali, in gran parte di matrice omosessuale, “offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli. Affinché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una conversione continua e profonda dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa, così che la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la piena credibilità dell’annuncio evangelico e l’efficacia della missione della Chiesa. Questo diventa possibile solo con la grazia dello Spirito Santo effuso nei cuori”. Così J. M. Bergoglio, che ha invitato i vescovi ad esercitare la loro autorità e sacra potestà, per edificare “il proprio gregge nella verità e nella santità”. E questo deve essere fatto, “in maniera più stringente” per tutti coloro che “in diversi modi assumono ministeri nella Chiesa, professano i consigli evangelici o sono chiamati a servire il Popolo cristiano”, affinché si prevengano e contrastino certi “crimini che tradiscono la fiducia dei fedeli”. 

La pratica dell’omosessualità, quelli dei chierici in particolare, è intrinsecamente perversa, peccato mortale: uccidono l’anima e meritano l’Inferno. L’unico rimedio è il pentimento, la vera conversione a Dio, vivere i Sacramenti come insegna la Chiesa. Tutto il resto è fumo: fumo di Satana.

 

Leonardo Motta

«Ho deciso di combattere»: Mons. Viganò un leone, noi lo sosteniamo!

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Occorre tenere bene a mente la differenza che intercorre tra il pastore e il mercenario – cujus non sunt oves propriae (Gv 10, 12) – perché proprio nella diversità del loro comportamento si distingue e definisce colui che ha a cuore il gregge e chi viceversa, al sopraggiungere del lupo, fugge. Servire la Chiesa significa anzitutto comprendere che la vita del cristiano è una militia, e che a maggior ragione questo vale per coloro che la Provvidenza si è degnata di chiamare nei gradi dell’ordine sacerdotale. Immagino che questo suoni quasi blasfemo per i fautori del buonismo e del pacifismo amorfo. Eppure, è stato Nostro Signore stesso a ricordarci di non essere venuto a portare la pace, ma la spada (Mt 10, 34). Alla Chiesa di Laodicea ha rivolto questo severo monito: “Poiché sei tiepido, non sei né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3, 16). E san Paolo ce lo ribadisce: “Bonum certamen certavi”(2 Tim 4, 7).

La vita cristiana è vita di battaglia: contro la carne, contro il mondo, contro il diavolo. La carne, in ragione del peccato originale e della conseguente inclinazione al male; il mondo, che oggi è additato come “luogo teologico” mentre è il regno del Nemico, il diavolo, che ha come unico scopo quello di pervertire quante più anime può, allontanandole dalla salvezza eterna. Mi ritrovo quindi, quamvis indignissimus, a rispondere alla mia vocazione. E nonostante l’età avanzata non posso sottrarmi alla chiamata di Dio: non l’ho fatto il giorno in cui ho iniziato la mia vita sacerdotale; non lo farò ora che, come successore degli apostoli, presto dovrò rispondere dinanzi a Dio non solo di me stesso, ma anche del gregge di Cristo.

Se posso permettermi una confidenza, credo di non avere mai sentito tanto forte, tanto coinvolgente ed entusiasmante, ma anche tanto grave e incombente la mia responsabilità di vescovo. Nostro Signore, infatti, “ha voluto nella sua Chiesa l’autorità personale e l’ha istituita personale. Invece, dopo il Concilio, assistiamo a un gigantesco tentativo di spersonalizzazione dell’autorità: da personale quale essa è per diritto divino, la vediamo parlamentarizzarsi, collegializzarsi, si potrebbe dire sovietizzarsi” (padre R.Th. Calmel o.p., Breve apologia della Chiesa di sempre), sinodalizzarsi – aggiungo io – con gravissime conseguenze sulla missione della Chiesa e sul suo ruolo nella scena del mondo.

Quello che ho cercato di compiere a servizio della Santa Sede e dei pontefici che si sono avvicendati, con la prudenza richiesta dal delicato incarico di nunzio apostolico e con lo zelo pastorale che mi ha animato nelle varie missioni svolte, lo compio con non minore convinzione e ardore ancora oggi; direi anzi, con la consapevolezza di aver ritrovato l’entusiasmo e il coraggio del munus che mi è stato conferito. Un entusiasmo che attinge nel mio Signore la sua fonte, il suo sviluppo e il suo compimento: in Dio, qui laetificat iuventutem meam.

Mi sia concesso citare un brano di santa Teresa del Bambino Gesù:

“Signore, Dio degli eserciti, che ci hai detto nel tuo Vangelo: ‘Non sono venuto a portare la pace, ma la spada’, armami per la lotta. Io brucio dal desiderio di combattere per la tua gloria; ma, te ne supplico, fortifica il mio coraggio. Potrò allora esclamare con il Santo re David: ‘Tu solo sei il mio scudo; sei Tu, Signore, che addestri le mie mani alla guerra!’ O mio Gesù, lotterò dunque per il tuo Amore fino alla sera della mia vita. Poiché Tu non hai voluto gustare riposo sulla terra, voglio seguire il tuo esempio, e spero così che si realizzerà per me la promessa uscita dalle tue labbra divine: ‘Se qualcuno mi segue, là dove Io sono, là sarà anche lui, e il Padre mio lo onorerà’ (Gv 12, 26). Essere con Te, essere in Te, ecco l’unico mio desiderio! La certezza che Tu mi dai del suo esaudimento mi fa sopportare le amarezze dell’esilio, nell’attesa del giorno radioso dell’eterno faccia a faccia!”.

Spero che questi miei scritti possano aiutare i lettori a capire che il mio scopo ultimo, ciò che muove e vivifica il mio impegno di vescovo, è l’amore indiviso per la Chiesa, Sposa dell’Agnello immacolato, e la volontà implacabile di battermi per difenderla e liberarla dai suoi nemici. Con l’aiuto di Dio, sotto l’egida della Regina delle Vittorie.

“Tale è la nostra fede nella Chiesa: una e santa, senza macchia, né rughe, senza lentezze, né invecchiamenti, senza pressapochismi, né insufficienze; senza complicità con l’errore né accomodamenti al peccato, senza ingenuità o stoltezze di fronte ai sofismi capziosi o alle organizzazioni occulte d’una falsa chiesa, d’una chiesa apparente. La Chiesa nella quale crediamo è sempre pronta per tutte le ore del tempo di Salvezza; invulnerabile agli errori e ai peccati del mondo, d’una misericordia che niente stanca per le anime che ricorrono ad essa. Il suo viso e il suo cuore custodiscono inalterata l’immagine di Nostra Signora, la Vergine Madre di Dio, che è il suo rifugio, sua Madre e sua Regina” (padre R.Th. Calmel o.p.).

+ Carlo Maria Viganò

Carlo Maria Viganò (a cura di Aldo Maria Valli), Nell’ora della prova. «Volete andarvene anche voi?», Chorabooks, Hong Kong 2020, pp. 403-406.

Bertolaso smonta il governo: “Questa non è emergenza, è incompetenza”

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Sono poche righe, scritte da un signore, Guido Bertolaso, che di emergenze ne ha viste molte. E sono un commento a caldo riferito alle chiusure natalizie. Non si potrà certo accusare di essere lunare, non si potrà certo accusare di non considerare i nostri morti. È un formidabile J’accuse che dovete leggere. Eccolo:

“Ecco fatto: segregati in casa per tutte le feste, anziani abbandonati, turismo demolito, nazioni confinanti strapiene di sciatori, decessi fra i più alti del mondo, e lo saranno ancora per settimane.
Strillate per i morti negli Usa? Il rapporto di popolazione fra noi e gli americani è di 5,5. I nostri 993 che abbiamo perso ieri fanno in proporzione 5.461 poco più del 50% degli Usa!! Lo sapete quanti giorni di scuola hanno fatto i liceali della Campania dal 4 marzo scorso ad oggi? 14.

Tutto questo perché il Governo non è stato in grado di gestire la seconda ondata che loro stessi avevano previsto. Continuano a chiamarla EMERGENZA, a quasi un anno dall’inizio della pandemia. Chiamiamola con il giusto nome: INCOMPETENZA. I Covid hospital della Fiera di Milano e di Civitanova Marche sono pieni da settimane (purtroppo) ma erano inutili giusto?

Il Presidente del Consiglio continua a fare conferenze a reti unificate senza contraddittorio, ignorando l’esistenza del Parlamento e omettendo di usare l’unica parola che dovrebbe pronunciare: SCUSATECI”.

Nicola Porro, 4 dicembre 2020

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Bertolaso smonta il governo: “Questa non è emergenza, è incompetenza”

Il ritorno allo Stato servile

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La questione sociale della dignità del lavoro è stata sempre materia centrale del magistero della Chiesa nel corso dei secoli, possiamo realmente dire che l’avvento del cristianesimo ha coinciso con un graduale dissolvimento della schiavitù, seppur, come diremo in seguito, nuove forme di schiavitù si sono affacciate con l’avvento dell’età moderna.

Nel corso della formazione della civiltà cristiana si delineano due dimensioni proprie del lavoro: quella inerente alla fatica del lavoro, inteso, pertanto. come forma di espiazione; e quella inerente alla dignità di ogni singola prestazione lavorativa, indipendentemente dalle mansioni svolte.

In quest’ottica ogni lavoro acquista un valore e coopera alla realizzazione del bene comune.

Inoltre, caratteristica di una societas cristiana, è l’attenuazione delle diseguaglianze (che esistono come dato della natura) per mezzo di una società gerarchica e corporata, dove la garanzia dei rispettivi interessi non deve essere disgiunta dal bene comune.

In epoca recente questa particolare attenzione alla questione sociale e del lavoro viene in luce sotto il pontificato di Leone XIII.

Papa immediatamente precedente a San Pio X, venne eletto pontefice nel 1878, in pieno conflitto tra lo Stato Italiano e la Chiesa.

All’epoca, la vita di milioni di persone veniva sconvolta dalla rivoluzione industriale e dallo sviluppo tecnologico, che produsse drammatici scompensi economici e materiali e un profondo disagio morale tra le masse operaie e contadine.

Di fronte alle sfide dello stato liberale e alla minaccia socialista, Leone propose il cattolicesimo sociale, volle la presenza dei cattolici dentro la società, da protagonisti. Delineò, altresì, una concezione cristiana dello Stato, della libertà e della democrazia (concetti che verranno poi ampiamente ripresi dal Beato Giuseppe Toniolo).

Il suo lascito più importante è certamente l’Enciclica Rerum Novarum, con la quale la Chiesa prendeva una posizione chiara e netta sulla questione sociale, costituendo per i cattolici una sorta di “Magna Carta del lavoro”.

Anche Papa Francesco ha mostrato, fin dall’inizio del suo pontificato, di avere molto a cuore le questioni di carattere economico-sociale ed inerenti al diritto al lavoro, specie per i giovani che senza di esso non possono realizzarsi o immaginare di mettere su una famiglia: “La dignità – ricordava il Papa all’udienza generale del primo maggio 2014 – non ce la dà il potere, il denaro, la cultura, no!. La dignità ce la dà il lavoro! e un lavoro degno, perchè oggi tanti sistemi sociali, politici ed economici hanno fatto una scelta che significa sfruttare la persona”.

Parole ancora più forti sono sta pronunciate di recente dal Pontefice, in un periodo storico in cui l’economia mondiale è afflitta da una pandemia di cui non si riesce a vedere la fine.

All’udienza generale del 26 agosto scorso, così si esprimeva: “Dobbiamo dirlo semplicemente: l’economia è malata. Si è ammalata. È il frutto di una crescita economica iniqua – questa è la malattia – che prescinde dai valori umani fondamentali. Nel mondo di oggi, pochi ricchissimi possiedono più di tutto il resto dell’umanità”.

Analoghe considerazioni le possiamo trovare in un saggio – scritto più di cento anni fa –  dello scrittore cattolico Hilaire Belloc: “Lo Stato servile”.

Nel testo l’autore individua nel distributismo – cioè quella riforma dell’economia che punta ad incentivare la redistribuzione della proprietà secondo i dettami della dottrina sociale della chiesa – una valida e umana alternativa al capitalismo e al comunismo.

Peraltro, il modello economico distributista, era già ampiamente diffuso in epoca medievale: Belloc, spiega come questo sistema inizia a dissolversi quando, con l’avvento della rivoluzione industriale, “al posto di una società nella quale un numero preponderante di famiglie era detentore di terra e capitale, la produzione veniva gestita da corporazioni autonome di piccoli proprietari e la miseria e l’indigenza del proletariato erano sconosciute, subentrò la spaventosa anarchia contro la quale oggi è diretto ogni impegno morale e che va sotto il nome di capitalismo”.

Per capire bene questo passaggio, bisogna fare qualche passo indietro.

Nel libro, infatti, l’autore afferma come con la fine dell’impero romano, a seguito del mutato assetto di interessi, e di un nuovo modello economico permeato dai valori cristiani, venne progressivamente a ridursi la grande proprietà terriera di epoca classica, che faceva leva su una grande manodopera di schiavi ed era organizzata in quelle che erano generalmente conosciute come ville.

Si andavano perciò formando una serie di regole, consuetudini, istituzioni, che avrebbero permesso, nel corso dei secoli, allo schiavo ed ai suoi discendenti di affrancarsi dal proprio padrone: “Man mano che la civiltà medievale si sviluppava, che la ricchezza aumentava e le arti fiorivano progressivamente questo carattere di libertà si faceva più marcato”.

Successivamente, il modello capitalistico, che all’epoca peraltro era ancora agli albori, ebbe il demerito di reintrodurre la schiavitù sotto mentite spoglie. Ed è in questa precisa fase che Belloc abbozza il ritorno della società a quella condizione che definisce Stato servile, ovvero “l’ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio”.

Belloc, individuava il ritorno dello Stato servile, sia in Inghilterra come in altre nazioni, nel distacco forzato di un numero crescente di persone dalla loro proprietà, un processo avviato con la Riforma protestante, allorché i Tudor e i loro alleati aristocratici espropriarono non solo i beni dei monasteri, ma anche le proprietà di decine di migliaia di piccoli agricoltori, lasciandoli così bisognosi da renderli inevitabilmente destinatari della Poor Law dello Stato tudoriano e vittime del suo crescente dispotismo.

I risultati di questo processo, furono le masse senza proprietà dei mezzi di produzione che divennero sempre più numerose in età moderna, fino ad essere un elemento centrale dell’odierna stagione ultraliberista.

Individui sempre più soli di fronte allo Stato, privati di dignità ma anche di libertà personale, poiché un individuo privato della proprietà, soprattutto dei mezzi di produzione, è un individuo meno libero.

Per Belloc, la soluzione non può essere nemmeno la Stato comunista o socialista poiché fermamente convinto del valore della proprietà, la quale, nell’ottica distributista, serve a garantire non solo l’autosufficienza di ogni uomo ma anche la capacità di difendersi contro gli sforzi dei governi di limitare la libertà con l’approvazione di leggi coercitive in nome dell’umanitarismo e della sicurezza sociale.

Stando così le cose, si può ben dire con lo scrittore cattolico che “non esiste una società solida, libera ed equilibrata senza una proprietà diffusa, protetta, responsabile, dei mezzi di produzione”.

In definitiva, si ritiene come il progressivo allontanamento dai principi cristiani e dal modello economico che quei principi avevano generato, ha prodotto non solo il ritorno alle vecchie schiavitù ma ne ha prodotte di nuove.

Non resta che concludere, con il messaggio di speranza lasciato da Belloc nelle parole conclusive del suo libro: “tutto sommato, sono ottimista sul fatto che la fede tornerà a occupare il suo ruolo di intima guida nel cuore dell’Europa, così credo che questa regressione al nostro paganesimo originario (perché la tendenza allo Stato servile non è altro) sarà fermata ed invertita. Videat Deus”.

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Il ritorno allo Stato servile

Il fiasco del telegrillino Scanzi

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Ci fu un tempo quando il leader piddino Pierluigi Bersani veniva sbertucciato in diretta streaming dai grillini assetati di onestà. La controfigura di Maurizio Ferrini, degno erede del più grande Partito Comunista d’occidente, trattato a pesci in faccia dai parvenu di Grillo: Roberta LombardiVito Crimi, e l’Italia intera rideva, incredula, compiaciuta, sconsolata. Ma, per dirla come la Paola Taverna, “era un altro momento”.

Poi le cose cambiano e come se cambiano e la sintesi del nuovo momento è la seguente: i grillini entrano nei palazzi del potere, si convertono a tutti i vizi possibili, dall’allergia per le auto blu passano alla difesa dell’auto blu per la morosa del premier Giuseppi, il potere, come diceva quello, logora, gli ozi, come sapeva Annibale, infiacchiscono, la setta grillara si sfarina e il Pd, erede del mejo comunismo democratico, si mette a fagocitare i giovani scavezzacolli per digerirli con la mollezza di un pitone.

Era un altro momento: poi verrà il momento delle convergenze parallele, per carità non chiamatele inciuci, chè si offendono. E le convergenze vanno celebrate come si deve, ciascuno ha i suoi officianti, i 5 Stelle hanno il Fatto con tanto di emittenza televisiva che sarebbe La Nove dove, prodotta da Loft, ci si esalta con Accordi e Disaccordi, sorta di Porta a Porta, di Che Tempo che fa grillino con Andrea Scanzi e Luca Sommi nel ruolo di padroni di casa. Peccato solo i riscontri siano lievemente divergenti. Più disaccordi che accordi, e dire che l’ultima puntata, del 2 dicembre, aveva il più eccitante dei menu: proprio l’amico del giaguaro smacchiato Bersani, uno di quelli che hanno in testa un’idea meravigliosa, si chiama patrimoniale, e poi il ritroso, schivo Massimo Galli, immunologo in una delle sue rarissime apparizioni televisive, proprio strappate con la forza; anche lui ha in testa una idea meravigliosa, si chiama lockdown hard.

Roba calda coi due virgulti del comunismo d’antan: ma poi, dico, vuoi mettere le domande serrate, lo stile informale ma senza sconti dei due conduttori? E chi se lo perde? Disgraziatamente, se lo sono persi in massa. A legioni proprio, a emorragia di ascolti: 1,9%, roba da televisione condominiale. Ma come si spiega ‘sto fatto? E sì che non mancava la partecipazione straordinaria di Marco Travaglio, uno che quanto ad epifanie è ancor più tirato di Galli e di Burioni, roba che Lucio Battisti gli avrebbe spicciato casa. Niente: 1,9%. No, dico: uno e nove percento: incredibile! (la citazione qui è raffinata, chissà chi la coglierà)

Però che brutto paese che siamo: ma lo vogliamo capire o no che Scanzi è il più amato dagli italiani social? Che è un fenomeno, l’Uomo Ragno, la rockstar del giornalismo? E poi che fai, gli dai manco il 2%? Più follower che spettatori: funziona così, che peccato, che disdetta. E non è da dire che Accordi e Disaccordi funzioni come il memorabile “Orizzonti della scienza e della tecnica”, una martellata in nuca di Fantozzi ai titoli di testa: qui si fa la storia televisiva, signori, qui si educa e si rieduca il popolo, si recuperano amici, momenti, si tracciano alleanze, c’è venuto pure il capo Giuseppi e Scanzi si è fatto il selfie con Giusy che teneva il suo libro su Salvini cazzaro verde: roba istituzionale, di classe, raffinatissima.

Proprio vero: da un grande potere mediatico derivano grandi responsabilità. Solo che il pubblico, a quanto pare, non se ne accorge: negazionisti di merda. Vedi però come cambiano le cose: Travaglio voleva fare “la nuova destra liberale montanelliana” e si schiera con Fratoianni sulla patrimoniale, i novax diventano supervax, gli antiautoblu ci salgono e non ne scendono più, il notav è morto, il notax è morto e anche il noMes non si sente troppo bene.

Altri momenti. Ma che stiamo a rivangare? Come diceva Roger Martin du Gard, “la vita sarebbe impossibile se ricordassimo. Tutto sta a scegliere quello che si deve dimenticare”. Quanto a chi si ritiene larger than life, soccorre Chesterton: “Se vediamo un gigante, esaminiamo prima la posizione del sole e assicuriamoci che non si tratti dell’ombra di un pigmeo”. Uno – e nove – per cento: incredibile! Ma su con la vita: si può sempre fare peggio. Altri momenti, grandi momenti: forse la riabilitazione del compagno Bersani non è stata capita né dai grillini né dai piddini, quantomeno in veste di televisori: si potrebbe andare tutti ad Accordi e Disaccordi, vengo anch’io, no tu no. Era troppo avanti, era un altro momento troppo in anticipo.

L’importante è esagerare sia nel bene che nel male, senza mai farsi capire, e se hai in mano solo mosche, prova a darci anche del tu. Poi, quando uno è, o si crede, il più grande, tutto il resto è noia, non ho detto gioia, ma basta essere convinti. E pazienza se, con Charles Regismanset, “un uomo pieno di sé è sempre vuoto”. Uno – e nove – percento: incredibile!

Max Del Papa, 3 dicembre 2020

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Il fiasco del telegrillino Scanzi

Trump ha realizzato il primo boom egualitario degli ultimi decenni

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Il mensile di sinistra Usa The New Republic ha pubblicato una lunga, scarnificante autocritica che può risultare preziosa anche per la sinistra italiana. L’autore, Christopher Caldwell, scrive che c’è poco da festeggiare per i democratici americani, visto il loro anemico risultato nel voto per il Congresso, derivante da mali strutturali.

Per cominciare, i risultati della presidenza Trump: invisibili dalle città globalizzate, tutte democratiche, dove vive il 90% dei giornalisti Usa. Trump ha realizzato qualcosa di straordinario: il primo boom egualitario degli ultimi decenni. Nel 2019 è riuscito ad abbassare la disoccupazione al 3,7% (praticamente pieno impiego, tranne la quota frizionale di chi sta cambiando lavoro), e soprattutto un aumento del 4,7% dei salari del quarto più basso della popolazione. Anche durante gli ultimi tre anni di Obama i redditi da lavoro erano aumentati, ma soprattutto quelli del decile più alto (del 20%), mentre gli altri strati avevano registrato miglioramenti solo lievi.

Quindi, se non ci fosse stato il virus, Trump probabilmente avrebbe vinto. Ma, anche qui: il crollo del 31% del pil nel secondo trimestre è stato annullato dal rimbalzo del 33% del terzo trimestre. Solo che il dato favorevole al presidente in carica è stato pubblicato appena cinque giorni prima del voto: troppo tardi perché mutasse la percezione di declino economico. Inoltre, buona parte degli elettori aveva già votato: è stata questa la vera distorsione provocata dal voto postale, non gli inesistenti brogli.

Per i democratici è imbarazzante ammetterlo: Trump ha avuto sfortuna. È stato il caso a provocare, più che la sua vittoria quattro anni fa, la sua sconfitta un mese fa. Perché ormai il partito democratico è visto come il difensore del privilegio economico: nove dei dieci stati più ricchi hanno votato Biden, 14 dei 15 più poveri per Trump. Se il distretto di Columbia (la capitale Washington) diventasse uno stato, come vogliono molti democratici, sarebbe il più ricco d’America, con un reddito pro capite superiore del 17% rispetto al secondo, il Connecticut. E a Washington Biden ha battuto Trump 92 a 5. I democratici sono il partito dell’economia globale, quindi delle sue due conseguenze aborrite dai ceti popolari: ineguaglianza e diversità etnica.

“Per questo il fronte popolare di Biden è destinato a sfaldarsi”, sentenzia Caldwell. Come fanno i socialisti Sanders ed Elizabeth Warren a rimanere assieme ai ricconi ‘big money’ che hanno regalato al partito democratico la sua prima campagna da un miliardo di dollari (il 60% più di quanto ha speso Trump)? Dove sono finiti i piccoli ‘donors’ da dieci dollari l’uno di Obama? Questa volta hanno coperto solo il 39% dei fondi di Biden, contro il 45% di Trump. Che quindi anche qui è stato più democratico dei democratici.

Nell’analisi di Caldwell c’è posto anche per l’Italia. “Negli anni ’60 del diciannovesimo secolo”, scrive, “tre grandi Paesi occidentali, Germania, Italia e Stati Uniti, combatterono guerre simili di unificazione, in cui la parte più dinamica di ciascuna nazione soggiogò la parte più bucolica”. Oggi negli Usa i democratici sono il partito del progresso tecnologico e demografico (la California della Silicon Valley, New York, Boston), i repubblicani dell’arretratezza. Fino a mezzo secolo fa i repubblicani erano invece il partito del capitale e i democratici quello dei lavoratori. Ma capitale e lavoro hanno bisogno l’uno dell’altro, dinamismo e tradizione no. Quindi l’attuale divaricazione rischia di essere insanabile.

Conclude Caldwell: non abbiamo mai visto mai nulla di simile prima. Ci sarà più instabilità in futuro: “Il conflitto non è più fra due visioni dell’America, ma fra due popoli differenti”. Ciascuna delle fazioni è convinta di rappresentare l’incarnazione dell’America, contro l’antiamericanismo degli altri. La vicepresidente Kamala Harris ha detto ai suoi 79 milioni di elettori: “Avete scelto speranza e onestà, scienza e verità”. E Michelle Obama: “Abbiamo votato contro bugie, odio, caos e divisione”. Cose brutte, che però hanno ottenuto 73 milioni di voti, più di quelli mai presi da suo marito. Cose xenofobe, maschiliste, egoiste: “deplorabili”, secondo la famosa definizione suicida di Hillary Clinton. Le quali tuttavia, seppur politicamente scorrettissime, hanno attratto dieci milioni di statunitensi in più rispetto al bottino di Trump nel 2016.

Cosicché, anche se per ora ha prevalso il fascino ecumenico di Joe Biden, gli Stati Uniti del nuovo presidente sono diventati indecifrabili per tanti dei litigiosi capi della sua corte. Un po’ come in Lombardia soltanto due anni fa, quando il democratico Giorgio Gori perse 29 a 49 con il leghista Attilio Fontana alle regionali. Un distacco astronomico. A qualche democratico italiano fischiano le orecchie?

 

DA

https://www.huffingtonpost.it/entry/trump-ha-realizzato-il-primo-boom-egualitario-degli-ultimi-decenni_it_5fc8ab25c5b61bea2b156a0e

Se un cuboide fa da altare

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La chiesa di San Lorenzo a Oberföhring, Monaco di Baviera, è un bell’esempio di barocco della fine del XVII secolo, tanto da essere tutelata come monumento protetto. Costruita tra il 1677 e il 1680, la chiesa, con i suoi elaborati stucchi e le sculture, è considerata una delle meglio conservate sotto il profilo architettonico.

Ebbene, qui, a completamento di una approfondita ristrutturazione, il cardinale Reinhard Marx domenica 25 ottobre ha consacrato una “cosa” che a stento possiamo definire altare.

Nella foto, sopra il titolo, potete vedere il cardinale ultra-progressista nell’esercizio delle sue funzioni.

Ma ecco come la “cosa”, del tutto avulsa dal contesto, viene descritta dai progettisti: “Il nuovo altare è concepito come un blocco cuboide, diviso orizzontalmente da due linee di frattura irregolari. La linea superiore si allarga al centro in una piccola croce che penetra tutto l’altare, con un incavo, il cosiddetto sepolcro. Diverse forme di trattamento – dalle superfici di frattura ruvide alle superfici tagliate e lucidate – hanno lo scopo di dare all’altare luminoso un’ulteriore visibilità nel coro relativamente buio”.

Che l’altare abbia visibilità è fuori discussione. Diciamo pure che è un pugno nell’occhio. Ovviamente, come sempre in questi casi, c’è stato un concorso tra diversi progetti, e ovviamente, come avviene quasi sempre in questi casi, ha vinto un progetto orrendo.

Il problema non riguarda solo la Germania. Torna alla mente il nuovo altare della basilica di Santa Maria Assunta a Gallarate (Varese), con quelle teste mozzate e impilate, che inducono a macabri pensieri.

La costante è una sola: la bruttezza che svilisce e crea inquietudine.

Il discorso potrebbe allargarsi facilmente a tante chiese dall’architettura orripilante, come per esempio questa qui sotto, sulla quale hanno pensato bene di scrivere a enormi caratteri la parola “chiesa”, caso mai qualcuno la potesse scambiare, e con ragione, per un magazzino o un deposito della nettezza urbana.

Inutile mostrare altre immagini, tanto ognuno di noi potrebbe fornire un lungo campionario di chiese brutte e di arredi liturgici che gridano vendetta al Cielo.

Resta la solita domanda: perché?

Tante le risposte, che riguardano la teologia, la filosofia, l’estetica. In passato me ne sono occupato più volte. Ma la spiegazione delle spiegazioni può essere una sola: c’è lo zampino del diavolo. Che evidentemente, quando vede certe chiese e certe “attrezzature liturgiche”, se la ride alla grande.

“Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori, e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me e io non ero con te”. Parole di sant’Agostino.

Ah, dimenticavo. I costi per il restauro di San Lorenzo a Monaco di Baviera ammontano a circa quattro milioni di euro, di cui 245 mila per le “attrezzature liturgiche”. Compreso il cuboide. Che forse, azzarda qualcuno, è diventato così, tutto fratturato, dopo che il cardinale Marx vi si è appoggiato.

Sento arrivare, dal basso, altre risate.

A.M.V.

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Se un cuboide fa da altare

Scandalo Oms-Italia, hanno coperto i disastri di Conte sul Covid

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Oltre 50mila morti, un disastro, e ora si scopre pure che abbiamo pagato gli applausi dell’Organizzazione mondiale della sanità al governo Conte per la lotta al Covid con un assegnino di dieci milioni di euro, anzi 14. A tanto ammonta il contributo dell’Italia.

Indignazione a mille per i comportamenti istituzionali. Il ministro Roberto Speranza sapeva quel che combinava per suo conto il direttore aggiunto dell’Oms, Ranieri Guerra? È vero che spingeva affinché le decisioni più impopolari venissero assunte su input della stessa Oms che poi batteva le manine?

Ranieri Guerra, al centro della trasmissione Report dell’altra sera, minaccia querele. Ma qui non ci interessa valutare se quei giornalisti sono bravi o no, ma se i fatti denunciati rispondono alla realtà.

Ed è drammatico quello che si apprende. Perché abbiamo sborsato milioni di euro ad un’organizzazione indipendente per istituto e che invece si preoccupava di non infastidire il governo italiano. Se è vero quello che si è appreso altro che modello italiano nel mondo. Roba da sotterrarsi, materia da andare a processo ricoperti di vergogna.

Quando l’Oms scopre con i suoi ricercatori che il piano pandemico dell’Italia è fermo al 2006, Ranieri Guerra, timoroso di inimicarsi Speranza, chiede di correggere col 2016 quella data lontanissima. In più, si preoccupa di togliere qualunque critica all’esecutivo di Roma nella gestione della lotta alla pandemia. E minaccia il coordinatore dei ricercatori dell’Oms, Francesco Zambon, che stava presso la sede di Venezia, di far naufragare il cammino parlamentare e finanziario riguardante proprio quei loro uffici. Le mail sono davvero chiare, se sono reali e non manipolate.

Questa mattina il ministro Speranza sarà in Parlamento per illustrare ulteriori misure contro il Covid e davvero sarà il caso di chiarire che cosa è successo. Tanto più che è proprio il suo staff, in replica a Report, a parlare di aggiornamento del piano: allora è vero che era ancora fermo a tempi lontanissimi. E non sarà inutile sforzarsi a raccontare tutta la verità. Perché il rapporto Oms che svergognava l’Italia è rimasto online solo 24 ore a maggio e a questo punto va chiarito se il ministro sapesse qualcosa persino della sua immediata rimozione dalla rete.

La clamorosa vicenda è riesplosa dopo che è stato rivelato il contenuto di alcune email scambiate tra Ranieri Guerra e Zambon. «Uno degli atout di Speranza – scriveva Guerra – è stato sempre il poter riferirsi a Oms come consapevole figlia (si suppone intendesse “foglia”, ndr) di fico per certe decisioni impopolari e criticate».

Il documento dell’Oms denunciava che l’Italia non avrebbe mai aggiornato il suo piano pandemico. Semplicemente dieci anni dopo riconfermava quello elaborato nel 2006. Ma poi si ricorda che Guerra è stato direttore generale per la Prevenzione del ministero della Salute italiano dal 2014 al 2017, quindi il compito di aggiornare il piano, in quegli anni, spettava anche a lui. Ma non è tutto. «Se anche Oms – scriveva Guerra – si mette in veste critica non concordata con la sensibilità politica del ministro (…) non credo che facciamo un buon servizio al Paese». E a che titolo l’Oms si dovrebbe preoccupare di rendere «un buon servizio» ad un Paese ed al suo governo? Forse un’esigenza di tutela tecnico-politica di fronte a decine di migliaia di morti?

Ancora una volta, toccherà alla magistratura – quella di Bergamo – tentare di venire a capo di una vicenda bruttissima. Saranno messe a confronto soprattutto le versioni degli stessi Zambon e Guerra per capire che cosa è successo. Sarebbe davvero grave – ed enormi sarebbero le responsabilità politiche anche sul piano giudiziario – se si scoprisse che qualche manina di potere interno possa aver suggerito il bianchetto con cui cancellare le prove del mancato aggiornamento. Ma facendo i conti senza l’oste: perché le mail esistono e persino con svarioni incredibili. Si parla addirittura di uno stock di farmaci pari a 170mila cicli, da completare «entro il 2006». Eravamo invasi dal virus, ma si truccavano le carte. Anche al ministero della Salute devono raccontare tutto quello che sanno. Lo pretendono i famigliari di 51mila morti ammazzati dal Covid (se non si è mentito anche su questa cifra).

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https://www.iltempo.it/politica/2020/12/02/news/scandalo-oms-italia-disastri-giuseppe-conte-covid-piano-pandemico-ranieri-guerra-email-report-storace-25411435/

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