Salvini: “Mes? Anche l’usuraio ti propone soldi comodi”

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“Il Mes fa rima con commissariamento”. Lo dice il leader della lega, Matteo Salvini, in un’intervista al Giornale. Secondo Salvini la strada è quella di ”Emettere buoni del tesoro. In questo momento i titoli di Stato italiani vanno a ruba e hanno interessi bassi. Se tu emetti trentasette miliardi di titoli del tesoro, l’equivalente del Mes, da lunedì al venerdì vanno a ruba e sono soldi che devi restituire agli italiani e non a un fondo che ha sede in Lussemburgo che non risponde a niente e a nessuno”.

Per il leader non bisogna lasciarsi abbagliare dai soldi facili: ”Anche l’usuraio ti propone soldi comodi, ma quando entri nel giro dell’usura sei finito. È quello che sta succedendo in questo momento in Italia. Lo Stato non ti aiuta e molti finiscono nelle mani della ‘ndrangheta. Quando torneremo al governo non ci sarà bisogno di alcun Mes né di altre diavolerie. All’opposizione si possono avere idee diverse, anche se dispiace”.

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https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2020/07/26/salvini-mes-anche-usuraio-propone-soldi-comodi_JPUmuFbn9fS4eczAkQWFtM.html

L’ideona dell’Europa: vietare la messa di Natale

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In questi anni ci siamo abituati all’assordante silenzio dell’Unione europea quando si parla di cristianesimo, nessuna parola sui cristiani perseguitati nel mondo, sui preti uccisi in Europa, sulle chiese e le immagini sacre distrutte e profanate nelle nostre nazioni.

Un tentativo non solo di negare ma anche di cancellare le radici cristiane secondo il principio che il filosofo conservatore Roger Scruton ha definito “oikophobia”, odio della propria casa. Stupisce perciò sentire l’Ue parlare di religione e di cristianesimo, se non fosse che la Commissione europea ha rotto il suo decennale silenzio per proporre lo “stop alle messe di Natale in presenza” per sostituirle con “eventi online o in tv”.

Una proposta nata ufficialmente per diminuire i rischi di assembramento e di contagio ma che sembra nascondere un tentativo di accelerare il processo di secolarizzazione già in atto da tempo. Il solo fatto di mettere sullo stesso piano una funzione in presenza rispetto a un evento religioso online o in televisione, è significativo dello scarso rispetto verso i fedeli dimostrato dalle istituzioni europee.

Chiunque frequenti una chiesa in questi mesi è a conoscenza del rispetto delle regole di distanziamento e dei rigidi protocolli sanitari, non c’è nessuna ragione per impedire le funzioni religiose. Verrebbe da dire perché i centri commerciali sì e le chiese no? Ma non è nemmeno questo il punto, così come è importante tenere in considerazione le ragioni dell’economia, allo stesso modo occorre avere massimo riguardo per gli aspetti spirituali, soprattutto in questo momento in cui le persone sono già duramente provate da un punto di vista psicologico. Non si può trattare la religione come se fosse un qualsiasi ambito della società.

C’è poi un altro risvolto molto grave nelle parole della commissione europea e riguarda il diritto alla libertà di culto alla base di ogni democrazia. Sospendendo le funzioni religiose, si contraddice la libertà di professare la propria fede.

Privare i fedeli del Natale in questo momento, significa negare una speranza ai bambini, agli anziani, alle persone sole, alle famiglie che si aggrappano alla spiritualità come una speranza per superare non solo le difficoltà ma anche in alcuni casi la perdita dei propri cari. Un conforto che nessun evento online o celebrazione in televisione può sostituire.

Francesco Giubilei, 1º dicembre 2020

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L’ideona dell’Europa: vietare la messa di Natale

Il divorzio, un’arma di distruzione di massa

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

“Il divorzio, un’arma di distruzione di massa. 40 anni dopo il referendum sul divorzio”. 

Il 1° dicembre 1970 lo stato italiano approvava la “legge” sul divorzio. Segnaliamo le tre lezioni tenute da don Francesco Ricossa al seminario di studi: “Il divorzio, un’arma di distruzione di massa. 40 anni dopo il referendum sul divorzio” (IX giornata per la regalità sociale di Cristo, 11/10/2014).

PER I VIDEO SI RIMANDA A:

Il divorzio, un’arma di distruzione di massa

Il Papa va in difesa dell’islam. Ma cala il silenzio sui cristiani

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Fanno discutere le parole di Francesco sugli uiguri in Cina. C’è chi reclama più attenzione per i cristiani perseguitati

Papa Francesco è anche il pontefice dei popoli che abitano le “periferie economico-esistenziali”. E tra queste popolazioni possiamo annoverare gli uiguri, minoranza islamica che risiede nello Xinjiang, una regione della Repubblica popolare cinese. Qualche giorno fa, Jorge Mario Bergoglio ha usato questo aggettivo nei confronti dei fedeli islamici che abitano il nord ovest della Cina: “perseguitati”.

Pechino – come ripercorso dall’agenzia Nova – ha risposto attraverso le dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian. E la replica non può essere inserita nell’elenco dei “buoni uffici” che hanno accompagnato in questi anni le due realtà geopolitiche protagoniste di questa vicenda.

Le parole del Santo Padre sono state considerate infondate: le autorità cinesi hanno voluto sottolineare con l’ufficialità del caso la loro contrarietà. La questione è complessa, se non altro perché tutto questo avviene mentre Santa Sede e Cina si apprestano a firmare, a meno d’improvvisi ripensamenti, il rinnovo dello storico accordo per la nomina dei vescovi (e per il riconoscimento della legittimità spirituale del vescovo di Roma nella nazione asiatica). Come spiegato da Emanuel Pietrobon, non siamo comunque dinanzi ad una crisi diplomatica tra Vaticano e Repubblica popolare. Francesco è il pontefice che ha speso parole al miele per Pechino, ammettendo di sognare un viaggio nella capitale della nazione governata da Xi Jinping. Una visita apostolica che costituirebbe un unicum. Bergoglio, soprattutto per via della pandemia e delle sue conseguenze, non ha per ora potuto esaudire il progetto, che non è tuttavia stato riposto.

Quel patto – l’accordo tra Cina e Vaticano – è il fiore all’occhiello della strategia del multilateralismo diplomatico. Papa Francesco e il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin hanno difeso l’accordo con la Cina dalle critiche biennali dei tradizionalisti: il Vaticano è convinto che il patto serva a tutelare i milioni di cattolici cinesi; la destra ecclesiastica avrebbe preferito evitare la creazione di qualunque sinergia, e legge la novità come una mossa geopolitica poco ragionata. La presa di posizione di Papa Francesco sugli uiguri, a ben vedere, rientra nella tipiche scelte pastorali di questo regno: nel 2017, il vescovo di Roma si schierò in difesa dei Rohingya, un’altra minoranza di fede islamica che abita nel Myanmar.

I “popoli” cui guarda Papa Francesco

Stando alla interpretazione data dal vaticanista Sandro Magister, Jorge Mario Bergoglio non cita popoli a caso, ma li sceglie: “Il papa li identifica con la moltitudine dei reietti da cui il papa vede prorompere ‘quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino del pianeta’”. Bergoglio andrebbe in cerca dunque di un “popolo mitico”, che sarebbe composto da tante singole esperienze identitarie e che per il Santo Padre è vittima di quella che chiama “economia dello scarto”. Un atteggiamento – questo dello “scarto” – che oltrepasserebbe l’economia, per tangere macro-problemi bioetici quali l’aborto. Un’altra interpretazione che i conservatori criticano, perché alimenterebbe la “confusione” tra i cattolici, confondendo appunto il piano del pratico, ossia quello economico, con quello dei valori non negoziabili.

Insomma il Papa – annotano dal fronte dei critici – , sulla scia di queste sue “preferenze”, si dimenticherebbe dell’Occidente ormai secolarizzato, ma non delle minoranze religiose e non, come quella degli uiguri. Qual è l’argomentazione che viene sollevata dagli “anti-bergogliani”? In genere, i critici affermano che il Papa si interessa poco di cristiani perseguitati: il vescovo di Roma si concentrerebbe di più su queste popolazioni, per quanto appartengono a confessioni religiose diverse rispetto a quella cristiano-cattolica. Il problema sarebbe tutto interno alle priorità della pastorale. In realtà, il primo pontefice sudamericano della storia ha in più circostanze citato nei suoi discorsi il dramma dei cristiani perseguitati ma, pure in questo caso, gli oppositori vorrebbero più chiarezza comunicativa, oltre che una crescente attenzione sul “prossimo”, che per i conservatori è in primis il “cristiano” e poi tutto il resto.

Quanti sono i cristiani perseguitati nel mondo

Presentare un computo preciso dei cristiani perseguitati nel mondo non è un’operazione semplice. Ogni anno, alcuni report, si occupano di fotografare la situazione mondiale. Alcune delle nazioni in cui avvengono le persecuzioni, del resto, non sono giornalisticamente accessibili con facilità. E allora bisogna affidarsi al lavoro delle associazioni, degli enti o delle realtà che si occupano nello specifico di come chi professa la fede cristiana venga trattato sul globo terrestre. Silvio Dalla Valle, interpellato da IlGiornale.it, fa parte dell’associazione Luci sull’Est, che ha costruito un vero e proprio “Osservatorio sulla cristianofobia“. ” É difficile – esordisce Dalla Valle – essere certi del numero di cristiani perseguitati nel mondo”. Sì, perché anzitutto bisogna operare attraverso qualche distinguo: ” Secondo l’autorevole rapporto di Open Doors, l’agenzia americana di aiuto ai cristiani perseguitati, nel mondo sarebbero oltre 260 milioni i cristiani perseguitati. Bisogna comunque distinguere tra i diversi tipi di persecuzione. Quella cruenta – secondo Open Doors nel 2019 sono stati uccisi per la fede 2.983 cristiani – e quella incruenta”. La persecuzione dei cristiani va dunque ripartita per tipologia, ma i numeri raccontano in ogni caso un dramma.

Le ultime evidenze pubblicate da Aiuto alla Chiesa che Soffre sono molto più che preoccupanti. Stando a quei dati, i cristiani non sono mai stati perseguitati come in questo periodo storico. Si pensi alle giovani donne costrette al matrimonio dopo un processo altrettanto forzato di conversione: quante sono? Difficile esibire numeri precisi. Sappiamo che il fenomento esiste, come in Pakistan, dove la questione delle “spose bambine” però è emerso. Esistono nazioni in cui hanno attecchito tragedie sommerse? In Pakistan a volte si arriva a processo, ma la sensazione è che il dramma dei cristiani perseguitati sia più esteso di come appare: “Quest’ultima – ci dice Dalla Valle, riferendosi alla persecuzione “incruenta” – colpisce, secondo la Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, oltre 300 milioni di cristiani che vivono in terra di persecuzione. Questi cristiani patiscono l’umiliazione, le vessazioni, in tanti casi sono ingiustamente accusati del cosiddetto crimine di blasfemia e messi in prigione. Tante volte hanno le loro case distrutte e costretti a andare via dai loro villaggi. Più grave ancora sono le ragazze rapite e fatte sparire, tante di loro obbligate a “convertirsi” e sposare il loro aguzzino”. Le statistiche non hanno la capacità di essere esaustive.

Chi sono gli uiguri

Il popolo cui Bergoglio si è riferito da ultimo con la qualifica di “perseguitati” non è uno dei tanti: è particolare. C’è, nella mossa del Papa, una componente storica, cioè un vero e proprio strappo con quello che ci si sarebbe aspettati in virtù delle rinnovate relazioni tra Santa Sede e Cina. E il gesuita è di certo un vescovo capace di stupire, come ha dimostrato più volte durante questi sette anni e mezzo di permanenza sul soglio di Pietro. Nessun pontefice prima dell’argentino aveva portato alla ribalta la vicenda degli uiguri del nord ovest cinese. Bergoglio in passato si è detto preoccupato per la situazione di Hong Kong, ma per i tradizionalisti, gli avvertimenti del successore di Pietro su quello che accade da quelle parti del mondo non sono mai sufficienti. La domanda diviene allora retorica, oltre che spontanea: perché gli uiguri sì e la repressione cristiana ad opera dei cinesi – quella che viene ventilata per esempio dal cardinale conservatore ed ex arcivescovo di Hong Kong Joseph Zen – no?

Padre Abbè Guy Pagès, sacerdote francese esperto d’islam, e oggi impegnato nel fronte dei cattolici che chiedono a gran voce la libertà di culto all’interno del quadro delle restrizioni imposte Oltralpe per via della diffusione del Sars-Cov2, ci ha aiutato a focalizzare l’annoso problema degli uiguri, spiegando: “Per lo più – ha dichiarato, tenendo conto del punto di vista del consacrato, che è ritenuto un conservatore – musulmani sunniti, gli uiguri sono un popolo di lingua turca di 25 milioni di persone, di cui la metà vive in Cina. Il loro progetto separatista è oggi sostenuto dal Partito islamico del Turkestan (PIT), classificato come ‘organizzazione terroristica’ dall’Onu nel 2003, che mira a creare uno Stato islamico, che non impedisce ai suoi jihadisti di combattere a migliaia in Siria, con l’aiuto di kamikaze e bambini soldato. La Cina li sta rieducando per prevenire i loro numerosi attacchi”. Quindi la Cina starebbe in realtà prevenendo. E questa sensibilità del pontefice, ancora una volta, potrebbe essere interpretata come una mano allungata nei confronti della religione islamica, nello spefico verso l’emisfero sunnita.

La scelta di Francesco

Come mai allora Francesco ha optato per una scelta così inusuale rispetto al contesto diplomatico avviato con il colosso cinese? Il segretario di Stato degli Stati Unti Mike Pompeo si è affrettatto nel dirsi “grato” al Santo Padre per la sua presa di posizione sugli uiguri.

Pompeo è fortemente contrario all’accordo tra Cina e Vaticano. Quando si è recato in Italia l’ultima volta, il membro dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che dopo i risultati delle presidenziali è ormai uscente, ha persino chiesto alla Santa Sede di non rinnovare quel patto per mantenere l’ “autorità morale” che il Vaticano può vantare sul consesso globale. Tutto suggerisce come questo strappo sugli uiguri non sia destinato ad inficiare sui buoni uffici che intercorrono tra i sacri palazzi e Pechino, ma certo la strategia di Francesco sulla minoranza islamica ha fatto discutere anche coloro che si occupano di cristiani perseguitati.

Come Silvio Dalla Valle, che sul punto ci ha detto quanto segue: “Non sono in grado di rispondere al perché Papa Francesco ha ricordato la minoranza islamica perseguitata in Cina e si mostra poco attento, al meno in apparenza, alla persecuzione dei cristiani nel mondo. Questo atteggiamento di Papa Francesco è comunque sconcertante e sorprendente, speriamo ci venga fornita una spiegazione”.

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https://www.ilgiornale.it/news/cronache/papa-ricorda-minoranza-islamica-non-i-cristiani-perseguitati-1905539.html

Delirio giallorosso: c’è la crisi e mettono la patrimoniale

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Che la patrimoniale fosse un’ossessione della sinistra era noto. E che il Recovery fund fosse la scusa perfetta per inventarsela, l’aveva capito chiunque non avesse i prosciutti eurolirici sugli occhi

Così, siccome “ce lo chiede l’Europa”, in Aula è stato approvato un emendamento di Leu e Pd alla legge di bilancio. Che con la scusa di eliminare le patrimoniali nascoste, ne mette una palese: un prelievo progressivo, che parte dallo 0,2%, su tutte le “ricchezze” da 500mila euro in su. E, udite udite, nel calcolo del patrimonio entreranno pure i beni immobili. Insomma, la tassa non colpirà solo i paperoni (ai quali farà un baffo), ma anzitutto chiunque abbia un reddito da lavoro e un’abitazione appena più confortevole di una cantina. Forse non sarà l’80% degli italiani, come dice Giorgio Mulè di Forza Italia, ma poco ci manca.

In più, con l’eliminazione dell’Imu sulla seconda casa, si determinerà un buco nelle casse dei Comuni. Che, come le Regioni, sono i nuovi nemici dei nostri commissari sovietici. Il rimedio? Un “fondo dì solidarietà”: un classico esempio delle bizantine complicazioni per cui vanno matti gli accentratori veterocomunisti al governo.

È questa la ricetta della sinistra per farci uscire dalla crisi: salassare la classe media, già massacrata, in tempi normali, dagli effetti della globalizzazione e della cinesizzazione del mercato del lavoro; e punire la piccola impresa con restrizioni antiscientifiche, perché esercenti e professionisti sono potenziali evasori fiscali e pure sospetti di simpatie fasciste. Così, chi non muore di Covid, grazie alle glorie del “modello italiano”, finirà per morire di fame.

Alessandro Rico, 29 novembre 2020

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Delirio giallorosso: c’è la crisi e mettono la patrimoniale

Totò, l’italiano qualunque contro i caporali

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Aveva ragione Totò quando divideva l’Italia in uomini e caporali. L’eterno divario tra plebe e classi dirigenti con la perversione italica del trasformismo, per cui cambiano i regimi ma i caporali sono sempre gli stessi, mutano solo casacca. Ai caporali e a Totò nell’inconsueta veste di storico, dedica ora un saggio Emilio GentileCaporali tanti, uomini pochissimi (ed. Laterza). Ma a Totò si addice la dimensione del mito, della leggenda, più che della storia. Quanto a Uomini e Caporali, vorrei ricordare che la censura cinematografica nel 1955 cancellò dal copione un caporale comunista ma lasciò la frase “si stava meglio quando si stava peggio” che fu poi la bandiera di tutti i nostalgici. Lo ricordo a Veltroni che ha fatto di recente una lettura sinistrese e antifascista del comico napoletano, poggiando sulla sua famosa frase “poi dice che uno si butta a sinistra”.

Totò rappresentò l’autobiografia collettiva e comica dell’Italia in bianco e nero, l’Italia che ancora amava Napoli e la considerava la capitale spiritoso-sentimentale d’Italia. I tratti dello spirito nazionale erano da lui mimati in versione grottesca: l’italiano imbroglione e pomicione, paraculista e pastasciuttista, malinconico ed euforico, sbafatore e mariuolo, gesticolante e chiassoso, comiziante, anarchico ma in cuor suo monarchico.

Qualcuno insinua dietro il Totò comico popolare un Totò quasi impegnato e incompreso. Le pezze d’appoggio più vistose sono due. La prima è la celebre poesia ‘A livella, che dette il titolo a una raccolta di poesie di Totò, in cui il comico parlava di due defunti, uno di nobili natali e uno proletario che lo invitava a lasciare ai vivi la prosopopea aristocratica perché la morte è una livella, ci fa tutti uguali. Questa poesia viene accreditata come una sorta di manifesto ideologico di Totò, una specie di comunismo mortuario, quasi che Totò, oltre la comicità, fosse in cuor suo un egualitario, un livellatore. È una sciocchezza. Quando smetteva di fare il comico, Totò era scostante e a tratti anche sprezzante, manteneva le distanze e teneva soprattutto a una cosa: al suo titolo di principe, quantomeno sedicente. Totò a quel titolo presunto teneva più di ogni cosa, persino più della sua fama di artista e del suo successo. E teneva a scindere il poveraccio di scena dal nobile di casata quale diceva d’essere. Rideva degli umili e dei potenti, dei gerarchi fascisti e dei voltagabbana antifascisti.

La seconda contraffazione è l’importanza centrale data al suo film con Pasolini, Uccellacci ed uccellini, considerato quasi il testamento del miglior Totò, non comico ma intellettuale a sua insaputa, rispetto al vile Totò da cassetta, nazionalpopolare che conosciamo. In realtà quel film fu un episodio della sua vita d’artista e fu forse l’unico film in cui Totò fu alieno, eterodiretto, interpretò un ruolo assegnato, smise di essere se stesso e d’improvvisare, pure il suo repertorio lo usò fuor di casa. Non fu un brutto film, anzi fu tra i migliori; ma fra quelli di Pasolini, non di Totò. Quello non era il vero Totò. Non è per quello che viene ancora amato e ricordato.

Totò unificò l’Italia a rovescio, attraverso il lato comico, partendo da Napoli, dalla miseria e dalla vita intima e privata. Unì colti e ignoranti, plebe ed élite, furbi e fessi, nel culto della sua comicità. Mi ricordo da bambino al cinema a vedere Totò: ridevano i cafoni che sputavano le bucce delle fave arrostite sulla gente seduta davanti e ridevano in galleria i borghesi, i professionisti e nei palchi le coppiette. Ridevo io, di anni sette, e ridevano mia madre e mio padre, professori. Ridevano i semplici, che consideravano Totò la versione antica di Franco e Ciccio, e ridevano gli appassionati di teatro e letteratura. Unificava le generazioni, e anche noi stessi: mi sorprendo a ridere ancora delle battute che mi facevano ridere da bambino. Non amo rivedere i film già visti, eccetto che per Totò. Ho coltivato amicizie nel culto della comune totolatria. Ma Totò ha rappresentato anche la duplice vocazione plebea e aristocratica del nostro paese, l’impossibilità di essere seriamente borghese. O signori o pezzenti: miseria e nobiltà. In lui si rispecchiava la schizofrenia del ceto medio, aspirante alla nobiltà e risucchiato dalla plebe. Totò rappresentava questi eccessi anche nella sua vita: da bambino era Antonio Clemente, nato povero nel povero rione Sanità, ma poi si scoprì il Principe de Curtis da Costantinopoli, e si faceva chiamare favolosamente Sua Altezza. Cronaca e leggenda, senza di mezzo la storia. Il suo talento partorì, per dirla in un ossimoro, un realismo surreale: nei suoi film c’era l’Italia vera, la vita vera, le persone veraci del suo tempo ma il suo modo d’affrontarle era surreale.

Totò fu lo scopritore della Padania sbarcando con Peppino a Milano; il simil-tedesco con cui lui si rivolgeva al vigile milanese era il segno di un’Italia mal unificata. Per essere uomini di mondo, sosteneva Totò, bisogna aver fatto tre anni di militare a Cuneo, come dire all’estero, in Legione straniera. Ma Totò coltivava il sentimento del contrario – origine del comico, secondo Pirandello – e rovesciò il procedimento secessionista: partì dalla separazione tra Padania e Napoletania ma poi riuscì a fondere i due paesi sul versante comico. Ho visto milanesi che si sbellicavano alle sue battute e si riconoscevano nei suoi ritratti. Se i fratelli Bandiera furono i simboli intrepidi dell’Italia risorgimentale, i fratelli Caponi, Totò e Peppino, furono i simboli dell’Italia senza eroi. Totò, fondatore di Farsa Italia e di un ameno regime totolitario.

MV, Panorama, n.48 (2020)

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Totò, l’italiano qualunque contro i caporali

Cosa può fare un cattolico contro la gnosi omosessualista?

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di LEONARDO MOTTA

All’interno della Chiesa Cattolica, la gnosi omosessualista come ha
agito e come continuerà ad agire?
Innanzitutto si tenta di entrare, magari in punti di piedi, nelle
Chiese per cercare di far crescere tra i fedeli, o nella gerarchia, la
valutazione positiva dell’omosessualità.
Una volta fatto questo il passo è breve. Se l’omosessualità è
parificata all’eterosessualità perché non si possono benedire anche in
Chiesa le unioni gay? E se si può concedere la benedizione, perché non
è possibile l’ammissione degli omo-attivi anche ai sacramenti?
Ma il testo sacro dice diversamente? La revisione della Bibbia, sotto
il principio che Dio non condanna l’amore, è una strada già perseguita
e che sarà ancora di più seguita dai “traduttori-traditori”. E con i
chierici omosessuali come la mettiamo? “Ogni amore è amore” si
sostiene, perché colpevolizzare questi “poveri” preti omosessuali? E
allora cosa bisogna fare? Alcuni hanno trovato la soluzione: abbattere
l’istituto del celibato. Fare sposare i preti è la soluzione proposta.
Con la scusa di evitare i casi di pedofilia o di ephebofilia si spinge
per farli sposare. Una volta permesso ciò, chi potrà negare ad un uomo
“sposato” con un altro uomo di accedere al sacerdozio?
Arrivato a questo punto, cosa può fare un cattolico contro la gnosi
omosessualista?
Prendere in mano la Bibbia e riflettere sulla natura. Dio ci ha creato
e continua a crearci maschi o femmine.
Il sesso serve a trasmettere la vita e al consolidamento della coppia
eterosessuale nel matrimonio. Solo così lo si usa legittimamente.
Leggiamo due testi illuminanti di San Paolo e molto attuali.
Nella Lettera ai Romani l’apostolo delle genti scrive: “Infatti l’ira
di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di
uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio
si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a
loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna
potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del
mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun
motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno
glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani
ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si
dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno scambiato la
gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo
corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha
abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da
disonorare fra loro i propri corpi, perché hanno scambiato la verità
di Dio con la menzogna e hanno adorato e servito le creature anziché
il Creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha
abbandonati a passioni infami; infatti, le loro femmine hanno cambiato
i rapporti naturali in quelli contro natura. Similmente anche i
maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi
di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi
maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta
al loro traviamento. E poiché non ritennero di dover conoscere Dio
adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata
ed essi hanno commesso azioni indegne: sono colmi di ogni ingiustizia,
di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio,
di lite, di frode, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di
Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai
genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E, pur
conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose
meritano la morte, non solo le commettono, ma anche approvano chi le
fa” (Rom 1,18-32).
Nella Prima Lettera a Timoteo San Paolo scrive: “Lo Spirito dice
apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla
fede, dando retta a spiriti ingannatori e a dottrine diaboliche, a
causa dell’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro
coscienza: gente che vieta il matrimonio e impone di astenersi da
alcuni cibi, che Dio ha creato perché i fedeli, e quanti conoscono la
verità, li mangino rendendo grazie. Infatti ogni creazione di Dio è
buona e nulla va rifiutato, se lo si prende con animo grato, perché
esso viene reso santo dalla parola di Dio e dalla preghiera” (1Tim
4,1-5).

Politiche agricole, l’Ue si affida a un “esperto”: Greta Thunberg

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Roma, 27 gen – L’Ue pullula di esperti in economia, think tank e sapienti banchieri. Cerca però disperatamente esperti in politiche agricole. E’ un settore chiave per lo sviluppo degli Stati membri. Dunque servono idee, lunga formazione, capacità analitica e preparazione specifica. Ecco allora che la Commissione europea ha pensato bene di coinvolgere un illustre professore, per dare finalmente una svolta alla riforma della Pac, la politica agricola comune: Greta Thunberg.

Professoressa Greta

Non è uno scherzo. La giovanissima ambientalista svedese è stata davvero interpellata da Frans Timmermansvicepresidente esecutivo della Commissione Europea, per assicurarsi che il programma di sovvenzioni agricole dell’Ue sia efficace. E non ostacoli al contempo i piani pensati ad hoc per ridurre le emissioni di carbonio. Parliamo di un programma che vale 48 miliardi di euro all’anno e che Timmermans punta ad attuare al meglio. D’altronde è pure responsabile del Green Deal, evocativa parafrasi del più celebre New Deal di Roosevelt. L’obiettivo è quello di introdurre, entro il 2050, nuove leggi. Sull’economia circolare, sulla ristrutturazione degli edifici, sulla biodiversità e appunto sull’agricoltura. Nulla può essere lasciato al caso, pena il fallimento di una svolta tanto attesa dalle alte sfere di Bruxelles.

Di qui la geniale trovata: telefonare a Greta per chiederle il da farsi. “Ci siamo trovati d’accordo sull’importanza cruciale della Pac per il Green Deal europeo. Nei negoziati la Commissione lavorerà per una politica agricola in linea con le nostre strategie sulla biodiversità e Farm To Fork per contribuire a realizzare il nostro obiettivo di neutralità climatica”, ha scritto su Twitter l’europarlamentare olandese. Perbacco, questa sì che è una bella notizia. L’endorsement di Greta alla riforma della politica agricola europea è proprio quello che ci voleva. Poco importa se associazioni di categoria e studiosi non abbiano avuto il privilegio della stessa considerazione Ue, volete mettere il giudizio di Greta.

Lo schiaffo di Greta

Peccato che a differenza di quanto affermato da Tiemmermans, non pare proprio che Greta sia così disponibile a dare il suo prestigioso via libera alla Pac. L’ambientalista svedese ha anzi dichiarato che quanto sta accadendo con la Pac è “simbolico dell’ipocrisia della politica, che vota per target lontani nel tempo ma quando si tratta di fare qualcosa nell’immediato non lo fa”. Greta ha pure stroncato il Green Deal: “Smettiamola di dire che è ambizioso, perché non lo è”. Ecco, non solo l’Ue si è incredibilmente rivolta a una ragazzina svedese per l’attuazione di un piano da decine di milioni di euro, ma da lei ha rimediato pure uno schiaffo. Il prossimo passo di Bruxelles è appellarsi ad Heidi.

Eugenio Palazzini

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/politiche-agricole-ue-affida-esperto-greta-thunberg-175359/

Utero in affitto, fiera per comprare bimbi/ Prezzi a coppie gay: Ue ‘tace’ sul Belgio

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“Men Having Babies”, la fiera choc in Belgio sull’utero in affitto: cataloghi e prezzi per comprare i bambini. Denuncia Lega alla Commissione Ue (che però tace)

Cosa c’è di meglio per distrarsi dalla tremenda pandemia di Covid-19, di una bella fiera online, con tanto di cataloghi e prezzi al dettaglio per “oggetti” di merce rara al giorno d’oggi? Nulla, in teoria, se non si trattasse di bambini e di prezzi legati alla maternità surrogata (tradotta in “vulgata” come utero in affitto). In Belgio dal 2014 si rinnova ogni anno la fiera-choc dal titolo “Men Having Babies” dove tra cataloghi e informazioni, le coppie omosessuali possono dilettarsi sulla scelta più idonea del loro piccolo figlio attraverso l’utero di una madre surrogate, ovviamente il tutto a pagamento. La denuncia arriva quest’anno da Simona Baldassarreeuroparlamentare della Lega, che a Libero Quotidiano racconta stamani la sua richiesta da anni ormai presso la Commissione Ue di intervenire contro l’organizzazione delle fiera che “vende” i bambini. «La risposta è stata evasiva, senza alcuna presa di posizione. Del resto la stessa Ursula Von der Leyen – la presidente della Commissione Europea – nel suo discorso sullo Stato dell’Unione si è detta pronta a favore la genitorialità delle famiglie omosessuali», attacca ancora la co-presidente dell’intergruppo del Parlamento Ue sulle sfide demografiche.

UTERO IN AFFITTO, NEANCHE IL COVID FERMA LA FIERA-SCANDALO IN BELGIO

Il Belgio non da oggi favorisce questa pratica per le coppie gay di “affittare” una madre surrogata per poter poi ricevere il figlio: sulla scia del diritto alla famiglia come primo e unico principio, l’impianto di utero in affitto – vietato ancora oggi in Italia e in diversi altri Paesi europei – viene presentato con dovizia di particolari in questa fiera giunta al sesto anno di attività (e neanche fermato dalla pandemia Covid, solo traslato in video-conferenza). «Ci sono i cataloghi, ognuno scegliere la madre surrogata e le modalità di pagamento che preferisce», attacca ancora la Baldassarre, segnalando come il prezzo oscilli dai 95mila fino ai 165mila euro, tutto compreso anche il sostegno psicologico, l’assistenza legale e i collegamenti aerei per prelevare il “prodotto” ordinato. L’europarlamentare del Carroccio, appoggiata anche dal resto del Centrodestra italiano in Europa, non si capacita di come nel 2020 «dobbiamo ancora assistere a questi eventi che sponsorizzano questa moderna forma di schiavitù». Il bambino diventa una sorta di merce, e con lui anche la madre surrogata, che per il momento viene “permesso” dalla Commissione Europea. Da mesi ormai giace ancora alla Camera una proposta di legge di Fratelli d’Italia a firma Giorgia Meloni, appoggiata anche da Forza Italia, Lega e Noi con l’Italia, che chiedere al Parlamento italiano di rendere l’utero in affitto reato universale anche nel resto d’Europa.

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LA CRESCITA DELL’ODIO ANTICRISTIANO IN EUROPA

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Agguati a sacerdoti, luoghi di culto in fiamme, gravi profanazioni: migliaia di crimini contro la Chiesa in Europa documentati dall’Osce in un solo anno!

da Tempi

Agguati a sacerdoti, chiese date alle fiamme, statue della Vergine Maria decapitate, furto di ostie consacrate. Non si tratta di episodi di teppismo, ma di ostilità radicata al cristianesimo e, in particolare alla Chiesa cattolica, che nella civile Europa si è tramutata in crimine. Basti prendere i dati pubblicati in occasione della giornata mondiale della tolleranza dall’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa): sono 595 i crimini d’odio documentati contro i cristiani nel 2019, 459 attacchi contro luoghi di culto e 80 assalti violenti contro le persone. E a capitanare la classifica, con circa 144 “incidenti”, la maggior parte dei quali a danno di chiese cattoliche, c’è ancora la Francia, “figlia prediletta” della Chiesa.

OLTRE MILLE ATTACCHI ANTICRISTIANI IN FRANCIA
Già a marzo 2019 l’osservatorio della cristianofobia aveva lanciato l’allarme: in soli due mesi 22 tra luoghi di culto, chiese e cappelle, erano stati brutalmente vandalizzati, 11 profanati, 21 erano stati saccheggiati, a tre chiese era stato appiccato il fuoco (diventeranno 21 a fine anno: navate, confessionali e altari dati alle fiamme). E poi una scuola cristiana devastata, tre i cimiteri assaltati, statue della Vergine Maria e repliche della Madonna di Lourdes dissacrate o decapitate, specie nel sud-ovest del paese. Una situazione grave e inedita che aveva trovato riscontro nei ben più allarmanti dossier dello stesso ministero dell’interno francese che nel 2019 registrava 1.052 “atti anti-cristiani” a fronte di 687 atti antisemiti e 154 anti-islamici, in 996 casi “atti vandalici contro i luoghi sacri”, in 56 casi “minacce”.

DALLE PROFANAZIONI AGLI ATTENTATI ISLAMISTI
Lo scioccante incendio di Notre Dame aveva destato l’attenzione sui danni subiti regolarmente in tutto il paese da chiese ed edifici cristiani e profanazioni particolarmente inquietanti, come quella subita dalla chiesa Notre-Dame des Enfants (Nostra Signora dei Bambini), a Nimes, vicino al confine con la Spagna: qui un branco di sconosciuti aveva imbrattato il luogo sacro dipingendo una croce con escrementi umani, saccheggiato l’altare, il tabernacolo, rubato le ostie gettandole in discarica. A Lavaur il braccio del crocifisso era stato attorcigliato fino a riprodurre un gesto osceno.
In media, il 2019 registrava quasi tre atti anticristiani al giorno, numeri che se allora Le Monde liquidava sprezzante «la cifra è alta, ma cosa copre? Possiamo davvero parlare di “profanazioni” – un termine molto grave – che implicano un attacco al carattere sacro di un luogo di culto? (…) si tratta principalmente di rapina e vandalismo», oggi, alla luce dei recenti attentati islamisti, suonano come tragici moniti inascoltati. E nel paese in cui «una nuova moschea apre ogni due settimane, mentre ogni anno scompaiono tra 40 e 50 chiese: demolite, vendute o radicalmente ricostruite», il governo è costretto a diramare lo stato di massima allerta in prossimità di chiese e cattedrali all’avvicinarsi di date “sensibili”, come Natale o Pasqua al pari di paesi dove la minaccia ai cristiani si traduce in atti di persecuzione, vedi Pakistan, Iraq, Indonesia, Sri Lanka.

FURTI DI OSTIE IN SPAGNA, ACCOLTELLATI PRETI IN POLONIA
Non va meglio in Spagna, 75 casi cristianofobia, regolari furti di ostie consacrate, tabernacoli divelti, insulti, minacce e aggressioni fisiche a preti mentre officiavano messa, chiese vandalizzate con escrementi. Un convento è stato imbrattato con la vernice e poi dato alle fiamme, così come una statua di Cristo e l’altare. Minacce di vedere andare in fumo cattedrali e chiese sono state ricevute anche dai partecipanti alla conferenza episcopale cattolica locale.
Dalla furia antireligiosa non si sono salvate nemmeno le statue di Giovanni Paolo II in Polonia, dove si sono registrati quattro drammatici «attacchi violenti contro persone»: un prete è stato accoltellato al petto mentre entrava in chiesa a dire messa, un altro, che aveva osato frapporsi tra la sua chiesa e un gruppo di profanatori, è stato selvaggiamente picchiato, altri due sacerdoti stati aggrediti e hanno riportato ferite tra luglio e agosto. Attacchi contro chiese e simboli cristiani hanno segnato il 2019 anche in Germania (81 episodi), Italia (70) e Regno Unito: otto chiese incendiate e lettere di minacce di attacchi con molotov e accoltellamenti sono state inviate ai membri delle congregazioni di diverse chiese.

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