Chi definisce Trump un presidente “antiamericano” è ignorante o in malafede

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Trump “antiamericano”? Qualcuno lo ha detto. Andando con ordine, e in ogni caso, quanto accadrà o meno nei prossimi mesi ci darà una misura dei rapporti di forza. Nello specifico, darà un peso specifico a chi c’è dietro Trump.

Gli USA reali non prosperano di globalizzazione ed espansionismo, è un dato di fatto

Perché chi ancora non ha capito che in questo momento gli interessi genuini dell’America potrebbero coincidere con – almeno una parte significativa – dei nostri è fuori strada.

All’America, quella socio-economica quanto meno, proseguire nello stillicidio della globalizzazione senza freni, non conviene.
All’America, geopolitica e militare, proseguire nel ruolo di poliziotto del mondo non conviene: basti vedere l’infinito pantano che ha generato la politica medio-orientale dalla metà degli anni Novanta fino al 2015 – 2016.

Ci sono infinite schiere di politologi anzitutto americani ad essersene resi conto, da Walt allo stesso Mearsheimer. Non è un’opinione isolata e viene diffusa negli atenei americani da decenni.

Quindi non si tratta, quando si parla di Trump, di sognare un “presidente antiamericano”, come titolava un editoriale per quel che mi concerne veramente miope de Linkiesta qualche giorno fa, ma di capire che nella storia e nella politica le situazioni sono mutevoli e può capitare di trovarsi in una fase di convergenza, che l’intelligenza imporrebbe di sfruttare. La miopia dell’analisi si concreta in questo passaggio, a mio avviso totalmente privo di spirito analitico, in cui si parla dei sogni irrealizzabili di “destra e sinistra§”:

In entrambi i casi si tratta di giudizi convergenti attorno all’idea che l’America, per emendarsi e per guarire il mondo dalla malattia che rappresenta, debba diventare meno americana, cioè meno liberale, meno espansionistica con il suo soft power culturale e hard power militare, meno rappresentativa di un immaginario di valori, desideri, stili e consumi globalizzati e quindi standardizzati e omologanti. Insomma chi pensa che tutto ciò che non andava, non va e non andrà nel mondo rimandi in qualche modo alla Washington pre-trumpiana, ha aspettato dalle elezioni americane una sorta di ricompensa della propria tenacia, una tardiva soddisfazione del proprio antico pregiudizio.

Chi sta dietro Trump ha capito benissimo che gli USA non possono sopravvivere in questo modo nel mondo multipolare e che una prosecuzione dell’espansionismo in questa fase storica è, semplicemente, insostenibile: non lo dico io, lo dicono i fatti, che non hanno portato nessun vantaggio significativo agli USA, quanto meno nei termini che la vecchia élite sognava.

Chi non sta dietro Trump, ovvero proprio la vecchia élite neoconsevatrice che domina gli USA da almeno 50 anni, non ha mai compreso questa evidenza, non la vuole riconoscere manco sotto tortura ed è completamente folle. Tanto è che voleva muovere guerra in Iran, in Siria, in Venezuela e pure in Corea del Nord.
Non è questione di essere pacifisti o guerrafondai, ma realisti.

Trump antiamericano? Ma per carità

Quanto accadrà o meno nei prossimi mesi ci darà una misura di quanto sia forte il sostegno della élite di opposizione ai neocon. Ovvero quella che, al momento, dobbiamo sostenere.

In primavera mi ero illuso potesse essere divenuta addirittura dominante, e ammetto di essermi lasciato decisamente andare. Adesso non lo so. Di sicuro non è un sostegno di poco conto, altrimenti Trump non avrebbe resistito a due impeachment (perché, di fatto, sono due) e non ci sarebbe una visibilità tutto sommato decente delle prove dei brogli, nonostante la semi-totale opposizione dei media.

Senza troppi giri di parole o idealismi – in questo frangente – totalmente inutili.

Chi pensa che le tendenze isolazioniste di Trump siano filosoficamente “antiamericane” comunque, è anzitutto un ignorante, visto che quanto meno dovrebbe leggere gli studi di professori americani i quali – ripeto, da decenni – contestano i vantaggi dell’espansionismo.

Ma c’è sempre la seconda possibilità, ovvero la malafede, mai da escludere – purtroppo – quando si tratta di cultura.

DA

https://oltrelalinea.news/2020/11/15/trump-antiamerciano/

L’Italia di Conte isolata nel mondo

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Mattarella sa bene, oramai, che la tempesta perfetta sul governo Conte sta per arrivare non solo per la gestione della pandemia ma anche per il colpevole sfilacciamento dei rapporti con le capitali che contano: Washington, Parigi, Berlino e Bruxelles. E sullo sfondo Istanbul, con l’offensiva che Erdogan sta per scatenare sulla Libia. Il Quirinale lo sa talmente bene che sta spingendo, in tutti i modi, per un cambio di passo nel timore di essere coinvolto in questo caos che non risparmia più nessuno e che può sfociare in tensioni sociali.

Autogol e furbate di Conte

Eppure Conte continua ad infilare clamorosi autogol che indeboliscono ulteriormente la sua credibilità: ‘Giuseppi’, disperato orfano di Trump – infatti è stato l’ultimo leader a congratularsi con Biden – pensando di fare l’ennesima furbata ha invece addentato una polpetta avvelenata convinto di ingraziarsi Forza Italia: alla fine però ha finito per far infuriare tutto il Pd, gran parte dei Cinque Stelle e addirittura pezzi del centrodestra. Una polpetta confezionata con ogni probabilità dal tandem grillino Patuanelli-Buffagni per un emendamento che alla fine, anziché favorire Mediaset oramai ad un passo dall’accordo con i francesi di Vivendi, ha finito per scatenare una polemica feroce con la Francia e la Commissione Ue contro il Governo.

Il risultato più probabile se l’emendamento non verrà ritirato a passo di corsa, oltre alle sanzioni comunitarie monstre, sarà che, entrando in fibrillazione l’azionariato di Tim in combinato con le pruderie dell’Enel di Francesco Starace, il progetto della Cassa depositi e Prestiti per la rete unica subisca un gravissimo ritardo.

Grana libica

Una bella grana sul fronte dei rapporti economici e le partnership industriali ma è nulla rispetto a quello che sta avvenendo sulle nostre coste dopo che i turchi hanno deciso un’accelerazione sul fronte libico. “Al mio segnale scatenate l’inferno”, sembra aver ordinato Erdogan ai suoi. Il sultano sa che deve approfittare della confusione che regna a Washington per concludere l’operazione Libia prima che si insedi Joe Biden, il quale lo vede come fumo negli occhi. Trump invece era più interessato a Israele e Medio Oriente e ha lasciato fare, tanto che a Tripoli sono arrivati all’aeroporto Mitiga mezzi sofisticati con contractors siriani organizzati dal Mit (Milli Istihbarat Teşkilati), il Servizio segreto turco fondato da Mustafa Kemal Ataturk.

Ankara non solo ha oramai il controllo di Misurata e della Tripolitania ma si sta spingendo verso il sud forte anche di un accordo con i Fratelli Musulmani, il cui uomo di punta è l’attuale ministro dell’interno e probabile futuro Premier Fathi Bashagha, un ex pilota militare. E per destabilizzare il Mediterraneo, passo obbligato per il Governo turco è il via libera ad un’immigrazione di massa come si sta vedendo in queste ore, con le ONG già pronte a raccogliere in mare migliaia di disperati in fuga.

E l’Italia in questo scenario? Non pervenuta, naturalmente. Ormai la capitale per i negoziati libici è solo Berlino e gli accordi per il cessate il fuoco e nuove elezioni il 24 dicembre 2021 sono esercitazioni di inutile diplomazia nonostante gli sforzi dei 75 partecipanti al Forum di Dialogo politico libico, iniziato lunedì scorso a Tunisi sotto gli auspici dell’inviata Onu, Stephanie Williams. Per l’Italia un vero scempio aver lasciato la Libia al suo destino. Restano aperti l’ambasciata di Tripoli, ma senza indicazioni, la grande Eni di Enrico Mattei, ridotta ad un mero ruolo commerciale visto che ancora regge la rete di approvvigionamenti domestici e i nostri Servizi, senza ordini né indicazioni da Palazzo Chigi.

Nonostante a capo dell’AISE sieda un generale apprezzato come Gianni Caravelli, già Capo dell’unità di consiglieri nell’ambito della “United Nations Assistance Mission in Afghanistan” e Consigliere militare del Rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite. Ma è risaputo, Conte tiene stretta a sé la delega ai Servizi e ama confrontarsi solo con il suo fidato amico Gennaro Vecchione, capo del Dis, in scadenza nelle prossime settimane. Pare che pur di ottenere la sua riconferma sarebbe disposto a cedere la sua delega ad un suo fedelissimo, il sottosegretario al Cipe Mario Turco anziché a Marco MinnitiVincenzo Amendola o Luigi Zanda come suggeriscono Quirinale e Pd. È proprio il caso di dire “mamma li turchi’.

DA

L’Italia di Conte isolata nel mondo

Pedofilia e omosessualità nella Chiesa? Hanno una causa ultima: aver rinunciato a Dio

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI
di LEONARDO MOTTA

La crisi della pedofilia nella Chiesa, la moltiplicazione scandalosa e spaventosa degli abusi, la piaga dell’omosessualità (“le indagini sull’abuso di minori hanno rivelato la portata tragica delle pratiche omosessuali o semplicemente contrarie alla castità all’interno del clero”), hanno una e una sola causa ultima: l’assenza di Dio (“la crisi della fede, la crisi del significato di Dio”. Questo perché “un clima di ateismo e assenza di Dio crea le condizioni morali, spirituali e umane di una proliferazione di abusi sessuali” e della pratica omosessuale. “È l’atmosfera morale del rifiuto di Dio, il clima spirituale di rifiuto dell’oggettività divina che rende possibile la proliferazione dell’abuso di minori e la banalizzazione di atti contrari alla castità tra i chierici”).

Con queste parole il cardinale Robert Sarah (vedi qui: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/05/14/lumiere-dans-la-nuit/), ha proposto di rimettere la Santissima Trinità al centro della Chiesa Cattolica: “se la causa della crisi è l’oblio di Dio, allora rimettiamo Dio al centro! Restituiamo al centro della Chiesa e alle nostre liturgie il primato di Dio, la presenza di Dio, la sua presenza oggettiva e reale. […] Se non adoriamo il corpo eucaristico del nostro Dio, se non lo trattiamo con una paura gioiosa e riverente, allora saremo tentati di profanare i corpi dei bambini. La Chiesa è piena di peccatori ma non è tutta in crisi. Il diavolo vuol far credere questo, insinuando il dubbio, vuole che crediamo che Dio sta abbandonando la sua Chiesa. Ma ancora oggi la Chiesa è ‘il campo di Dio’. Non c’è solo la zizzania, ma anche il raccolto di Dio. Ci sono tra di noi stupendi raccolti divini”.

Concordiamo con il cardinale africano: dimenticare Dio apre la porta a tutti gli abusi e a tutte le pratiche contro natura.

Dio solo dà la vita e la dà per mezzo di un padre e di una madre, che lo rappresentano. 

Satana cerca d’impedirlo, di dare una immagine negativa di Dio Padre e creatore. Egli lotta contro Dio e da’ la morte.

Gesù viene per togliere il peccato che dà la morte e per dare la vita in pienezza agli uomini, mediante la Chiesa, che amministra la Parola di Dio e i Sacramenti. 

Satana ostacola gli uomini dal diventare fedeli di Cristo e cerca di corrompere la Chiesa. 

La Chiesa diffonde il Vangelo e il Battesimo, l’Eucaristia e la comunione fraterna. 

Satana cerca di legare l’uomo ai beni terreni col falso vangelo del successo e della vanagloria. Attacca la Santa Messa e l’Eucaristia. Propone altre fratellanze: massonica, islamica…

La famiglia è un’immagine autentica di Dio Trino (comunione di persone che da’ vita). 

Satana attacca la famiglia in tutti i lati: unità, eterosessualità, fecondità, fedeltà, durata…

L’uomo riceve la vita per amore da un coniugio. È chiamato a trasmetterla per amore. 

Satana sforma l’identità maschile/femminile per impedire il dono della vita e i legami vitali.

L’eterosessualità e la stabilità del legame uomo/donna sono indispensabili per dare la vita.

Satana attacca queste cose con l’omosessualità, la divisione, l’identità liquida, le depravazioni…

I suoi strumenti preferiti sono i mass-media, le scuole, i film, i teatri, le canzoni, l’evasione, i vip, le ideologie…

Come ha spiegato Don Ariel Levi di Gualdo (vedi qui: www.lanuovabq.it/it/nella-chiesa-e-in-atto-un-golpe-omosessualista) “Satana usa raffinate arti sovrumane seminando confusione e creando strutture di inversione, attraverso le quali il bene diventa male, il male bene, la virtù vizio e il vizio virtù, la sana dottrina diventa eresia e l’eresia sana dottrina. Da questo si sono sviluppate le metastasi che hanno infettato il corpo ecclesiale, generando una mancanza di governo della Chiesa indebolita da un relativismo teologico gnostico, da un individualismo esasperato e dalla disubbidienza all’autorità del Sommo Pontefice e dei Vescovi. Questo meccanismo di inversione mira a sostituire Dio col proprio Io, basta udire certi preti teologi in giacca e cravatta che nella stagione del post concilio hanno creato il loro personale concilio egomenico e che dalle cattedre delle università pontificie insegnano il discutibile magistero di se stessi”.

Leonardo Motta

In lockdown mandiamoci gli “esperti”

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Ogni giorno ha il suo Walter Ricciardi. Oggi, “l’ultimo guappo” ci ha deliziati con l’ennesima iniezione di incoraggiamenti: “Peggio della prima ondata”, le persone circolano troppo, ovviamente “un lockdown rinforzato è nei fatti”.

Zona rossa in arrivo

Non si capisce mai a che titolo parli il professore, quello che non voleva nemmeno farci votare alle regionali: è un consulente del ministero, non un decisore politico. Nei “fatti” di chi sarebbe il lockdown totale? Stabilito sulla base di quali dati e dopo che tipo di analisi dei costi economici, nonché sanitari? Parliamo delle conseguenze psicologiche e delle altre gravi patologie, da mesi neglette dal sistema sanitario.

Per carità, non è un mistero che la serrata nazionale sarà l’ultima tappa di questa via crucis. Il nostro Winston Churchill sta solo capendo come ci può arrivare, senza che la misura impatti troppo sul suo capitale.

Una soluzione, scrive il Corriere, potrebbe essere quella di spingere man mano tutto il Paese nella zona rossa, mandando avanti governatori, sindaci e ordinanze di Roberto Speranza. Così potrà dire: non sono stato io.

Omissioni giallorosse

Nel frattempo, i tecnici si prestano a coprire le omissioni di un governo arrivato incredibilmente impreparato alla seconda ondata, battendo sul tasto delle paternali. Se i contagi aumentano, è colpa degli italiani. È colpa delle discoteche piene in Sardegna, ovvero del presidente leghista.

Al che uno si domanda: ma se il Cts aveva dato parere contrario, ma se bastava passeggiare in una qualunque meta vacanziera italiana per vedere i giovani nelle balere, come mai a Roma non se n’è accorto nessuno fino a baldorie ferragostane archiviate?

Ieri, Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità, ci ha minacciato: “Violare le regole, individualmente e socialmente, comporta la difficoltà di modellare la curva e la necessità di adottare provvedimenti più restrittivi”.

Il male si diffonde non solo perché qualcuno passeggia sul lungomare di Mergellina, ma anche quando tu – sì, proprio tu che leggi, sappi che loro ti vedono come Dio nella cabina elettorale nel 1948 – per un attimo, ti cali la mascherina sotto al naso, credendo di essere da solo.

“Socialmente” e “individualmente”, pare di ascoltare un’arringa di Giovanni Calvino nella Ginevra del Cinquecento. Gli esperti e il governicchio sono immacolati. Pasticci sulla scuola? Trasporti nel caos? Ma quando mai: gli untori siete voi della movida (che non esiste più da due mesi).

Virologi moralizzatori

Verrebbe da ribaltare il tavolo dal quale pontificano questi fenomeni: dopo mesi passati a raccontarci che le mascherine non servivano, che “vedremo gli effetti del lockdown tra due settimane” (e poi sono passati quattro mesi), che il modello italiano è stato un successo, ci ritroviamo di nuovo senza posti letto, senza medici e senza infermieri.

Ebbene, visti i brillanti successi, sareste voi da mettere in lockdown. Chiusi a doppia mandata, senza uscire più di casa, senza più comparire in tv: a proposito, Massimo Galli, che va nei salottini a prescriverci quanta gente possiamo invitare al cenone di Natale, non aveva promesso di disertare per sempre il piccolo schermo?

E come mai Ilaria Capua, che dice di essersi già messa in clausura, continua a collezionare ospitate per raccontare che la mascherina è il nuovo preservativo? Tanto, se lo stato dell’arte è che per combattere il virus dobbiamo lavarci le mani e stare distanti, be’, possiamo anche cavarcela da soli. Loro non sanno nemmeno dirci come andrà a finire con il vaccino.

Per qualcuno sarà la salvezza, giunta all’uopo dopo la sconfitta di Donald Trump, poi arriva il professor Giuseppe Remuzzi e ti gela: non risolverà nulla, non rimetteremo le mascherine nel cassetto prima del 2024. Com’è che, se sono i nuovi preservativi, non giubiliamo come se ci aspettassero tre anni di scopate?

Peraltro, la richiesta di moratoria mediatica per competenti avrebbe illustri sostenitori. Persino i dottori del San Raffaele, infatti, hanno sconfessato il “loro” Roberto Burioni, il quale nega che la campagna terroristica abbia prodotto l’effetto di sovraccaricare gli ospedali con gente in preda al panico per qualche linea di febbre. Burioni era lo stesso che, a febbraio, si preoccupava più della “discriminazione contro i cinesi” che del Covid.

E assicurava: “In Italia il rischio è zero”. Uno che se ne esce così, se ancora si ricorda cos’è la dignità, deve stare zitto per due decenni. Invece passa le giornate a twittare, a spiegare, a insegnare, dall’alto di non si sa bene quali ricerche.

Esattamente come gli altri luminari dell’Iss e del Cts, che quando Il Tempo provò a misurare i loro indici di autorevolezza accademica, fecero la figura dei prof Aristogitone. Ecco, esimi illustrissimi stimatissimi esperti: in lockdown, andateci voi.

Alessandro Rico, 11 novembre 2020

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In lockdown mandiamoci gli “esperti”

E ora Carola Rackete protesta sugli alberi: arrestata in Germania

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L’ex Capitana della Sea Watch 3 ha occupato una piattaforma area per la potatura degli alberi al fine di scongiurare l’abbattimento delle querce centenarie nella foresta di Dannenröder. Sarebbe in stato di fermo insieme ad altri attivsiti

Carola Rackete, la capitana tedesca della Sea Watch 3 diventata un idolo della sinistra mondiale dopo aver speronato un motovedetta della Guardia di Finanza italiana a Lampedusa, parrebbe essere finita sotto custodia delle forze dell’ordine tedesche.

Da settimane, infatti, come già riportato da IlGiornale.it, la capitana si trova ora accampata insieme ad un gruppo di compagni nella foresta di querce centenarie di Dannenröder (Germania centrale) affinché le piante non vengano rimosse per fare posto al progetto dell’autostrada numero 49. Nelle scorse settimane, in un video pubblicato sul proprio account Twitter, la 32enne denunciava la situazione in cui si trovano molte foreste del globo e spiega la ragione per cui lei ed altri attivisti si trovano ora ad occupare l’area verde. “Qui la società civile ora dice basta! In Germania ci sono centinaia di progetti di costruzione di strade. È insensato nel contesto di crisi climatica“.

Carola Rackete: dal Mediterraneo alla salvaguardia degli alberi

Secondo quanto riportato dalla stampa tedesca, tuttavia, dopo aver occupato con altri attivisti della sinistra radicale una piattaforma area per la potatura degli alberi, vestita da pinguino, Carola Rackete sarebbe stata scortata via dalla polizia. Come riferisce il Fuldaer Zeitungla polizia avrebbe inoltre arrestato i manifestanti dopo che questi ultimi hanno fatto uso di fuochi d’artificio e fumogeni, proprio contro le forze dell’ordine. È accaduto nella foresta vicino a Homberg-Ohm, nel quartiere di Vogelsberg. In mattinata, la Rackete ha spiegato così le ragioni della sua protesta: “Sono quassù perché le emissioni di CO2 aumentano da 30 anni e perché tutte le petizioni e gli accordi internazionali non servono“. A quanto pare l’iniziativa sta andando avanti dalla fine di settembre. I manifestanti, accampati in alcune tende, hanno occupato una zona specifica della foresta per impedire che le autorità possano abbattere gli alberi secolari. “Abbiamo bisogno di una moratoria su tutti i progetti infrastrutturali se vogliamo avere qualche speranza di raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima e affrontare la drammatica crisi climatica”, spiegava ancora la giovane nel suo appello.

La Capitana come Greta Thunberg: ora fa l’ecologista

Carola Rackete, la capitana della Sea Watch beniamina del partito Open Borders, segue le orme di Greta Thunberg – altra idola della sinistra chic – e si ricicla ecologista. Dall’immigrazionismo all’ecologismo gretino il passo è brevissimo. D’altronde il mantra della sinistra chic è sempre lo stesso: i migranti scappano sempre di più dalle loro terre a causa dei cambiamenti climatici, che sono colpa dell’uomo (rigorosamente bianco). In ogni caso Carola è fortunata: a differenza di tanti suoi coetanei italiani – ma anche tedeschi – che ogni giorno devono recarsi in ufficio, piuttosto che in fabbrica per portare a casa lo stipendio, può tranquillamente permettersi di fare l’ecologista di professione e fronteggiare così i suoi sensi di colpa di essere “bianca e occidentale”. Anche stando settimane a protestare contro l’abbattimento di una foresta.

 

DA

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/e-ora-carola-rackete-protesta-sugli-alberi-arrestata-1902861.html

Vaccini ad Arcuri: il potere premia gli incapaci

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Lo so che è difficile fare storia del presente, ma ogni tanto sarebbe opportuno considerare la politica, che ci vede tutti partecipi e impegnati, e più o meno moderatamente partigiani, con un certo distacco. Con l’occhio, appunto, dello storico: di chi guarda le cose da lontano non disinteressamente, ma con un altro tipo di interesse. E che sa vedere le cose anche con le dovute sfumature, senza schematismi mentali. Proviamo perciò a giudicare il commissario Domenico Arcuri da questa prospettiva, per quello che è o dovrebbe essere: un manager. Non un politico, ma un tecnico con elevata competenza, cioè capacità organizzativa, capace di risolvere problemi complessi in situazioni di emergenza. Un po’ quello che è stato Sergio Bertolaso, lo storico capo della Protezione Civile ai tempi del berlusconismo.

1° fallimento

Amministratore delegato di Invitalia, ove non aveva certo brillato, Arcuri ha assunto il 16 marzo 2020, in piena pandemia, per volontà di Giuseppe Conte che aveva scartato altre candidature, fra cui appunto quella di Bertolaso, il delicato compito di commissario straordinario “per il contenimento e il contrasto dell’emergenza epidemiologica”. Compito immane, senza dubbio, ma Arcuri ha subito mostrato un’incapacità di focalizzare i problemi, di aggredirli e risolverli, di uscire da un modo di comunicare fra lo spocchioso e l’arrogante, di fare squadra (“creare empatia”, dicono i manager) e non colpevolizzare gli altri (vi ricordate i famosi “liberisti da salotto”?) In sostanza, un fallimento, nonostante che la macchina propagandistica casaliniana avesse cercato all’inizio di avvalorare l’idea di un improbabile “modello italiano”.

2° fallimento

Arriviamo a luglio: il peggio è passato, si parla di “ripartenza” e uno dei problemi diventa quello di farlo in sicurezza nelle scuole. Il premier si rende conto che occorre affiancare un manager alla “sprovveduta” ministra Lucia Azzolina. E che fa? Incurante di tutti, premia proprio l’ineffabile Arcuri. Il quale, oltre ogni buon senso, invece di concentrarsi sulle strutture fatiscenti e sul pronto intervento di un medico di istituto, ha la geniale e costosa idea di comprare banchi a rotelle singoli che non serviranno a nulla. Inutile dire che la ripartenza delle scuole avviene nel casino più completo. E sono due fallimenti, sulle spalle della salute (non solo fisica) e con le tasche degli italiani. Il tutto poi al i fuori, continuiamo con il gergo manageriale, di ogni accountability: procedure, gare, appalti, sono, e non si sa perché, tutti secretati. Due fallimenti secchi, ma, come si dice, tutto lascia presagire che presto ce ne sarà un terzo.

3° fallimento

Ieri il buon Arcuri ha inanellato un altro incaricato da Conte: gestirà nientemeno che la distribuzione del vaccino, quando e se arriverà. E ritorniamo allo sguardo disinteressato dello storico, che non guarda né a destra né a sinistra e né al centro. E che giudica i fatti e non le persone. Come giudicare tutta questa faccenda?

Direi solo una cosa: un Paese il cui il Potere non solo non premia il merito, ma premia il demerito nella più totale impunità e arroganza, senza cioè destare un minimo di sdegno o ribellione, e senza pudore; che lo fa alla luce del sole e in modo reiterato, senza che nessuno glielo impedisca e senza che nello Stato, nemmeno al livello più alto, ci siano più gli anticorpi; non ha molte possibilità di futuro. La débâcle di una classe dirigente, di cui Arcuri è fenomeno e epifenomeno, è totale e non dà nessuna speranza.

DA

I vaccini ad Arcuri: il potere premia gli incapaci

Usurai, vil razza dannata! È uscito in edizione italiana il libro da non perdere

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Usurai, vil razza dannata! Libro di Gingko edizioni (Verona) è una antologia dei precursori alla lotta agli speculatori in doppio petto.

La Gingko edizioni ha da poco pubblicato un libro dal un titolo che non permette equivoci d’interpretazione: “Usurai, vil razza dannata! L’opposizione ai prestatori di denaro.

Usurai, vil razza dannata!

La lotta per abolire la schiavitù degli interessi” si tratta di una antologia degli scritti di autori che hanno combattuto per raddrizzare le storture di un sistema finanziario criminogeno, Arthur Nelson Field, John A. Lee, John Hargrave, Ezra Pound, Padre Charles Coughlin, Gottfried Feder.

Il curatore di questa antologia di pensatori anti usurai è il neozelandese Kerry Bolton.

A parte Ezra Pound alcuni di questi autori non sono ben noti in Italia.
Parliamo di Arthur Nelson Field, John A. Lee appartenenti all’emisfero australe e di John Hargrave, il geniale creatore del movimento delle Camicie Verdi in Gran Bretagna.
L’ingegnere prestato alla politica, Gottfried Feder, con le sue idee permise alla Germania di rinascere industrialmente e finanziariamente, senza ricorrere ai capitali internazionali, offerti in cambio di interessi a livello di usura.
Feder dopo la Prima guerra mondiale offrì i propri piani ai comunisti tedeschi, che neppure lo degnarono di una risposta e poi ad Adolf Hitler.
Il futuro dittatore tedesco intuì immediatamente che quelle idee avrebbero funzionato e, come poi tutti videro, funzionarono alla perfezione.
Alcuni dicono che fece rinascere l’economia tedesca investendo in armamenti, ma le statistiche dicono che sino al 1938 spendevano quanto le altre nazioni europee, ad eccezione dell’Unione Sovietica che investiva enormi somme in armamenti.

In particolare, meriterebbe di essere meglio noto un prete straordinario che godette di un seguito enorme negli Stati Uniti durante gli anni Trenta. Parliamo di Charles Coughlin, un prete cattolico noto come “il prete radiofonico”.
Se fosse vissuto ai giorni nostri, con internet godrebbe di un seguito planetario.
Egli contribuì all’elezione del presidente Roosevelt, tanto grande era il suo seguito, ma poi lo sconfessò prima di essere ridotto da lui al silenzio.
Roosevelt offrì l’invio di proprio ambasciatore in Vaticano in cambio del silenziamento delle trasmissioni di padre Coughlin.

Charles Edward Coughlin

Charles Edward Coughlin nacque a Hamilton, Ontario, il 25 ottobre 1891.
Fin dall’adolescenza volle essere un sacerdote. Fu ordinato prete nel 1916.
Insegnò per sette anni all’Assumption College in Ontario e nel 1923 si trasferì a Detroit. Vi fondò una chiesa a Royal Oak, nel Michigan, con una congregazione di 28 famiglie.

Essendo appassionato di baseball, incontrò Dick Richards, proprietario dei Detroit Tigers, che si offrì di sponsorizzare un discorso di mezz’ora sulla sua stazione radio.
Padre Coughlin iniziò le sue trasmissioni radiofoniche domenicali su WJR nel 1926. I temi erano la famiglia, con particolare attenzione ai bambini.
Un critico anti-Coughlin, Wallace Stegner, ricorderà che in mezzo alla disperazione della Grande Depressione la voce di padre Coughlin era “di una ricchezza così dolce, così virile, così calorosa, così intima, così confidenziale, così emotiva e aggraziata, che chiunque si sintonizzasse su di essa quasi automaticamente tornava a sentirlo di nuovo.
Egli fu senza dubbio una delle grandi voci del ventesimo secolo”.

La sua popolarità crebbe rapidamente e le donazioni fioccarono, permettendogli di acquistare spazio su altre stazioni. La trasmissione venne ripresa dalla CBS.
La sua congregazione salì a 2.600 famiglie, e fu aggiunta alla Chiesa una torre di 60 metri che venne usata per le trasmissioni. Il 30 gennaio 1930 padre Coughlin trasmise il suo primo discorso politico, riferendosi ai “bolscevichi e ai banchieri che li sostengono”.

Attaccò il presidente Herbert Hoover. Il senatore Hamilton Fish Jr. chiese a Coughlin di testimoniare a Washington contro al Comunismo. Ma le sue trasmissioni furono improvvisamente cancellate dalla CBS nel 1931. Tuttavia, Coughlin fece appello ai propri ascoltatori per ottenere fondi e, tramite il servizio postale, riceveva 80.000 lettere alla settimana, e presto sviluppò una propria rete radiofonica che raggiunse circa dieci milioni di ascoltatori. A Royal Oak fu costruito un nuovo ufficio postale proprio per gestire l’enorme quantità di posta che Coughlin riceveva.

O Roosevelt, o la rovina

Durante le elezioni presidenziali del 1932 Coughlin promosse fortemente la candidatura di Franklin D. Roosevelt, con lo slogan ‘O Roosevelt, o la rovina’, descrivendo il piano di Roosevelt di un ‘New Deal’ per far ripartire l’economia americana come ‘Il patto di Cristo’.

A questo punto l’audience radiofonica era stimata tra i 30.000.000 e i 45.000.000 di ascoltatori. Roosevelt incontrò Coughlin varie volte per sollecitare il suo sostegno, e Coughlin scrisse vari discorsi per Roosevelt.
La gerarchia cattolica approvò, e Papa Pio XI scrisse a Coughlin, congratulandosi con lui per la sua adesione alla dottrina sociale della chiesa cattolica. Una volta che Roosevelt assunse la presidenza, Coughlin lo vide presto come un burattino dei banchieri internazionali. La rottura con Roosevelt divenne pubblica nel marzo del 1933 e durante una trasmissione disse di considerare Roosevelt un “peso”.

I 16 credo del movimento anti usurai

Pubblicò dei libri che vendettero milioni di copie e che potrebbero essere letti con profitto anche ai giorni nostri, dato che il sistema bancario non ha sentito alcun bisogno di auto-riformarsi. Ecco i sedici principi enunciati da padre Coughlin nel fondare il suo movimento:

  1. Credo nella libertà di coscienza e nella libertà di educazione, non permetterò allo Stato di dettare il mio culto nel mio Dio o la mia vocazione nella vita.
  2. Credo che ogni cittadino disposto a lavorare e capace di lavorare riceverà un salario annuo, giusto e che gli permetterà sia di mantenere, che di educare la sua famiglia, secondo gli standard della decenza americana.
  3. Credo nella nazionalizzazione di quelle risorse pubbliche che, per loro stessa natura, sono troppo importanti per essere mantenute sotto al controllo dei privati.
  4. Credo nella proprietà privata più di tutte le altre proprietà.
  5. Credo nella difesa del diritto alla proprietà privata ma nel controllo della stessa per il bene pubblico.
  6. Credo nell’abolizione del sistema bancario privato della Federal Reserve e nella creazione di una Banca Centrale di proprietà del Governo.
  7. Credo nella sottrazione dalle mani dei proprietari privati del diritto di coniare e regolare il valore del denaro, diritto che deve essere restituito al Congresso, a quale appartiene.
  8. Credo che uno dei principali doveri di questa Banca Centrale di proprietà del Governo sarà quello di mantenere il costo della vita in equilibrio e di provvedere al rimborso dei debiti in dollari, con dollari di pari valore.
  9. Credo nella copertura del costo di produzione, più un equo profitto, per l’agricoltore.
  10.  Credo non solo nel diritto dei lavoratori di organizzarsi in sindacati, ma anche nel dovere del Governo, che sostiene il lavoratore, di proteggere queste organizzazioni contro agli interessi acquisiti della ricchezza e dell’intelletto.
  11. Credo nel richiamo di tutte le obbligazioni non produttive e quindi nell’alleggerimento della tassazione.
  12. Credo nell’abolizione delle obbligazioni esenti da imposte.
  13. Credo nell’ampliamento della base imponibile, secondo i principii della proprietà e della capacità di pagamento.
  14. Credo nella semplificazione del Governo e nell’ulteriore abolizione di una tassazione schiacciante dalle esili entrate che competono alla classe lavoratrice.
  15. Credo che, in caso di guerra per la difesa della nostra Nazione e delle sue libertà, ci sarà una coscrizione di ricchezza e una coscrizione di uomini.
  16. Credo nel preferire la sacralità dei diritti umani alla sacralità dei diritti di proprietà; perché la principale preoccupazione del Governo dovrà essere per i poveri perché, come si vede, i ricchi hanno ampi mezzi propri per badare a sé stessi.

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Recovery Fund e bilancio UE: accordo tra Europarlamento e Consiglio

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Fumata bianca nelle trattative tra Consiglio Ue e Parlamento europeo sul pacchetto economico che comprende il Bilancio Ue ed il Recovery fund. Ad annunciare l’accordo è la presidenza di turno tedesca su Twitter

BRUXELLES – I sei relatori-negoziatori del Parlamento europeo, la presidenza semestrale di tedesca del Consiglio Ue in rappresentanza dei governi dei Ventisette e la Commissione europea hanno trovato nel pomeriggio di oggi, dopo dieci settimane di durissimi negoziati nel «trilogo», un accordo politico preliminare sul nuovo bilancio comunitario pluriennale 2021-2027, con alcune importanti modifiche rispetto all’accordo raggiunto a luglio dal Consiglio europeo. Il testo di compromesso dovrà ora essere approvato dalla plenaria del Parlamento europeo e dal Consiglio Ue all’unanimità.

La conferenza dei presidenti del Parlamento europeo deciderà domani la data della votazione in plenaria, che appare certa, visto l’appoggio scontato di una forte maggioranza dell’aula e le posizioni dei gruppi politici. Più problematica sarà l’approvazione da parte di tutti i governi nel Consiglio Ue, dove in particolare Polonia e Ungheria potrebbero ancora cercare di tenere il voto in ostaggio per far valere la loro opposizione al meccanismo che condiziona l’esborso dei fondi Ue al rispetto dello stato di diritto da parte del paese beneficiario.

Lo stesso vale per il voto su un’altra decisione complementare che il Consiglio deve prendere unanimemente, quella sull’aumento del «tetto delle risorse proprie», ovvero il massimale nuovo degli impegni finanziari sottoscritti dagli Stati membri per il bilancio pluriennale. Questo decisione, che dovrà poi essere ratificata da tutti i parlamenti nazionali, è essenziale per permettere alla Commissione europea di emettere i titoli di debito comune sui mercati per finanziare il Recovery Fund (chiamato Rrf, «Recovery and Resilience Facility”) da 750 miliardi di euro.

L’opposizione dei due paesi ostili al meccanismo sullo stato di diritto sanno di non poterlo bloccare al momento della sua approvazione finale in Consiglio. In quell’occasione, infatti, basterà la maggioranza qualificata per adottare il compromesso sul meccanismo che è stato già raggiunto con il Parlamento europeo.

I relatori dell’Europarlamento, presentando l’accordo sul bilancio pluriennale in una videoconferenza nel pomeriggio a Bruxelles, hanno sottolineato con forza che ormai «il Consiglio non ha più scuse», e che i cittadini ora sapranno che tutta la responsabilità dell’evenutale ritardo per le decisioni necessarie ad attuare i programmi dell’Ue e il pino di rilancio post-pandemico «Next Generation EU» è ormai solo del Consiglio stesso.

Con il compromesso raggiunto oggi, il Parlamento europeo ha ottenuto soprattutto due cose: 16 miliardi di euro in più assegnati ad alcuni programmi chiave del bilancio pluriennale (in particolare quelli riguardanti la salute, la ricerca e il programma di scambi di studenti Erasmus+), rispetto al pacchetto concordato dai capi di Stato o di governo al vertice Ue di luglio, e un impegno vincolante sull’introduzione di sei o più nuove fonti di entrate (nuove «risorse proprie”) del bilancio Ue, con un calendario preciso per la loro introduzione.

Le nuove risorse proprie sono i meccanismi di finanziamento del bilancio comunitario diversi dai contributi annuali che gli Stati forniscono, proporzionalmente alla loro prosperità e popolazione. Alcune di queste risorse non legate ai bilanci nazionali già esistono: vengono attinte dalla tariffa doganale comune, da una parte del gettito Iva, da un prelievo sulle vendite dello zucchero.

I fondi aggiuntivi proverranno principalmente dagli importi corrispondenti alle multe sulla concorrenza che le imprese devono pagare quando non rispettano le norme dell’Ue (somme che oggi vengono restituite agli Stati membri), in linea con la richiesta di lunga data del Parlamento che il denaro generato dall’Unione europea rimanga nel bilancio dell’Ue.

Grazie a questo compromesso, in termini reali, il Parlamento europeo tra l’altro triplica la dotazione per «EU4Health», il programma per la salute (che passa da 1,7 a 5,1 miliardi di euro), garantisce l’equivalente di un anno aggiuntivo di finanziamento per Erasmus+ (con un finanziamento aggiuntivo di 2,2 miliardi), e assicura che i fondi per la ricerca continuino ad aumentare (4 miliardi in più).

Riguardo alle nuove risorse proprie, è stato accettato il principio secondo cui i costi a medio e lungo termine del rimborso del debito che deriverà dal Fondo Rrf per la ripresa non devono andare a scapito di programmi comunitari di investimento già esistenti, né devono tradursi in contributi più elevati da parte degli Stati membri. I costi del debito del Recovery Fund, che all’inizio saranno limitati agli interessi e pari solo allo 0,01% del bilancio Ue, dal 2027, con l’inizio dei rimborsi, arriveranno a pesare per il 10% sullo stesso bilancio. Le nuove risorse proprie, che verranno introdotte gradualmente secondo una tabella di marcia predefinita, serviranno proprio a finanziare questi costi.

Questa tabella di marcia è stata integrata nell'”Accordo interistituzionale», che è giuridicamente vincolante. Oltre al contributo basato sull’uso della plastica monouso, già previsto a partire dal 2021, sono previste nel primo gruppo tre nuove risorse proprie basate sulla «borsa delle emissioni» (Ets), sul futuro «meccanismo di adeguamento alle frontiere» (una «carbon tax» che colpirà le importazioni di certi prodotti fabbricati in paesi terzi che non hanno norme contro il cambiamento climatico equivalenti a quelle europee), e su un prelievo sui profitti generati nel Mercato unico dai giganti dell’industria digitale. La Commissione presenterà le sue proposte per queste nuove risorse proprie nel luglio del 2021, il Consiglio dovrà votarle entro il mese di luglio 2022, e dovranno entrare in vigore nel gennaio 2023.

Inoltre, la Commissione proporrà entro il luglio 2024 un’altra nuova risorsa propria, basata su un’imposta sulle transazioni finanziarie (Ftt), che il Consiglio dovrà approvare entro il 2025 e che dovrà entrare in vigore nel 2026. A meno che non vada in porto entro la fine del 2022 il tentativo (arenatosi da tempo ma ancora in corso) di creare una «cooperazione rafforzata» per una Ftt riguardante solo una parte degli Stati membri; in questo caso, la Commissione si impegna a proporre immediatamente (nel 2022) l’introduzione della nuova risorsa propria basata sul prelievo della cooperazione rafforzata.

Altre nuove risorse potrebbero venire poi da una nuova base imponibile comune per l’imposta sulle società, o da un contributo finanziario comunque legato al settore delle imprese. Anche in questo caso, la proposta della Commissione dovrà essere presentata nel 2024, con approvazione del Consiglio nel 2025 ed entrata in vigore nel 2026.

Un’altra novità riguarda la spesa dei finanziamenti comunitari: le tre istituzioni (Commissione, Parlamento e Consiglio) si riuniranno regolarmente per valutare l’attuazione dei fondi messi a disposizione degli Stati membri. La spesa sarà effettuata in modo trasparente e il Parlamento, insieme al Consiglio, controllerà eventuali scostamenti dai piani nazionali precedentemente concordati.

Ci sarà un monitoraggio rafforzato sul rispetto degli obiettivi in tema di clima e biodiversità, per garantire che almeno il 30% dell’importo totale del bilancio dell’Unione e della spesa dell’Ue per la ripresa sostenga gli obiettivi climatici. Inoltre, è stato inserito un obiettivo riguardante gli obiettivi della biodiversità: il 7,5% della spesa annuale dovrà essere dedicata agli obiettivi della biodiversità a partire dal 2024 e il 10% a partire dal 2026.

Infine, un’altra priorità orizzontale del nuovo bilancio pluriennale sarà la promozione della parità di genere, accompagnata da un’approfondita valutazione dell’impatto dei programmi comunitari in questo campo.

(con fonte Askanews)

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https://www.diariodelweb.it/economia/articolo/?nid=20201111-547472

Coronavirus, più morti in Italia che negli Usa. Stanno già scegliendo chi salvare

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La gestione della pandemia è già fra le peggiori al mondo

Nell’ultimo mese i morti per coronavirus in Italia in rapporto al numero degli abitanti sono stati il doppio esatto di quelli registrati nei vituperati Stati Uniti di Donald Trump e superiori del 50% a quelli registrati nel Brasile di Bolsonaro. Peggio di Gran Bretagna, di Germania e di Francia e il solo caso così grave è stato quello della Spagna. Per capirci un mese fa l’Italia aveva registrato da inizio pandemia un morto ogni 1.654 abitanti e gli Stati Uniti a quella data un morto ogni 1.491 abitanti. A ieri il conteggio è questo: in Italia un morto ogni 1.422 abitanti e negli Stati Uniti un morto ogni 1.377 abitanti. Come si può vedere la propaganda la può fare chiunque, ma visto che il primo compito di ogni paese è cercare di salvare dalla pandemia quante più vite possibili la gestione della crisi da parte del governo di Giuseppe Conte è assai simile nei numeri negativi a quella americana: una delle più disastrose del mondo. Davanti ai 580 morti di ieri non si possono tacere più per amore di patria gli errori clamorosi di un governo che invece di chiedere scusa scarica le sue responsabilità sul popolo italiano che a suo dire avrebbe messo le ali al virus per i suoi comportamenti non virtuosi. Non è più tollerabile sentirlo: si guardino allo specchio Conte, i suoi ministri e l’esercito delle loro truppe di parlamentari e consulenti.

Siamo tornati allo stesso dramma delle prime settimane di marzo: negli ospedali di gran parte di Italia si decide preventivamente chi salvare e chi no, perché non c’è posto per tutti nelle terapie intensive né in quelle subintensive. Ogni giorno ci sono decine di morti che sarebbero stati evitabili e che sono dovuti alle balle raccontate sul rafforzamento della rete ospedaliera e dei posti di terapia intensiva. Non è vero che ci siano, e lo sapeva bene il comitato tecnico scientifico quando a fin e settembre nelle sue riunioni si è posto il problema chiedendo i dati- che non aveva- alla società italiana degli anestesisti e dei rianimatori. Furono loro a fare scandalo il 6 marzo scorso quando in documento fatto circolare fra i propri membri avevano fornito dei criteri per escludere dalle terapie salva-vita chi aveva poche possibilità di farcela. Non ci giriamo intorno: significava scegliere per un posto in terapia intensiva fra un numero di casi gravi solo quelli che avevano meno anni e meno acciacchi pregressi. Siamo di nuovo in quella stessa identica situazione: non arrivano in terapia intensiva molti ultraottantenni, e l’età sembra davvero lo sparti-acque più decisivo, perché se poi si vedono le cosiddette co-morbilità che riguardano gli indici di morbilità, la principale individuata nei rapporti del ministero della Salute è l’ipertensione, cioé la pressione alta che è comune a tantissimi anziani e che senza coronavirus avrebbe consentito loro di vivere ancora molti anni prendendo una pasticca. Non è un caso se quella stessa società degli anestesisti e rianimatori (la Siaarti) ha vergato a fin e ottobre un nuovo documento questa volta coinvolgendo i medici del Fnomceo con le istruzioni “etiche” da fornire a chi opera sul fronte del coronavirus in caso di drammatica scelta su chi salvare e chi no. “Coloro”, vi è scritto, “che non sono trattabili in modo intensivo, ovvero non sono eleggibili ad un trattamento intensivo a causa dell’improbabilità d’ottenere concreti, accettabili e duraturi benefici clinici, sono comunque presi in carico prestando loro le cure appropriate e proporzionate di cui vi sia disponibilità”. E ancora: “All’impossibilità di erogare un determinato trattamento sanitario in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili, non può seguire l’abbandono terapeutico, dovendo il medico sempre provvedere, in considerazione della sua posizione di garanzia, a porre in atto le valutazioni e l’assistenza necessaria affinché l’eventuale progressione della patologia risulti il meno dolorosa possibile e soprattutto sia salvaguardata la dignità della persona, mediante un sostegno idoneo ad alleviarne le sofferenze fisiche, psichiche e spirituali”. Traduco nella realtà che purtroppo si sta sperimentando in molti ospedali italiani: entra un paziente ammalato di coronavirus molto anziano, non ci sono posti né ventilatori per tutti, e si sceglie. I ventilatori sono riservati a quelli che hanno più chance di farcela. Gli altri si provano a curare e in caso di crisi respiratoria si lasciano morire alleviando solo le sofferenze con uso abbondante della morfina.

E’ l’orrore in cui speravamo di non precipitare più. E invece ci siamo per esclusiva responsabilità di chi non ha governato lo stato di emergenza che aveva chiesto e si è nascosto dietro un paravento ripetuto fino alla nausea (“facciamo quello che dicono gli scienziati”), che è anche questo falso. Consiglierei a tutti la lettura dei verbali del Cts delle tre ultime sedute di settembre appena pubblicate. Perché smontano tonnellate di bugie dette da membri del governo, ad esempio sulla sicurezza delle scuole. “L’avvio dell’anno scolastico, seppure con attente misure di contenimento messe in atto”, scrive il Cts, “ha riportato in presenza più di 11 milioni di cittadini, fra alunni e lavoratori del mondo della scuola”, che diventavano 14 milioni con riapertura di asili e Università, e si aggiungevano al 50% di lavoratori della Pa in presenza e alla capienza del trasporto pubblico locale all’80%. “Come prevede l’OMS dopo ogni misura di rilascio è necessario attendere 14 giorni più il periodo di monitoraggio dei dati, per ottenere una valutazione esaustiva degli effetti sull’andamento della curva epidemica. Alla luce di queste considerazioni quindi è plausibile che non si riesca ad ottenere un quadro complessivo dell’impatto delle riaperture di settembre prima della fine del mese di ottobre. Il Cts rileva che ancora oggi la circolazione del virus Sars Cov 2 rimane elevata con situazioni locali che in alcuni casi destano particolare preoccupazione”. A fine ottobre dunque avremmo dovuto vedere gli effetti della riapertura delle scuole, e non quando Lucia Azzolina diceva sciocchezze a vanvera per tranquillizzare. E a fine ottobre quei numeri abbiamo visto.

 

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https://www.iltempo.it/politica/2020/11/11/news/coronavirus-morti-oggi-italia-lockdown-ospedali-pieni-medici-scelgono-chi-salvare-25194424/

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