Irlamier parlava del nosto tempo?

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Alois_Irlmaier

di Maurizio Blondet

Cercare di risalire alle vere previsioni di Alois Irlmaier (1894-1959), il contadino che visse a Freisslassing in Baviera, è difficile. Bisogna (soprattutto non sapendo il tedesco) affidarsi a traduzioni e resoconti su discutibili pubblicazioni e siti che non si sa come definire (“profetistici”?) dove alcune frasi del contadino bavarese sono messe a confortare quartine di Nostradamus, profezie della Madonna di Anguera, visioni di Hezra e di Rasputin, che temo siano “entità” evocate in sedute spiritiche; difficile, in quei guazzabuglio, sceverare le sue frasi reali.

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Segnalazione libraria: GRANDE GUERRA: LE RADICI E GLI SCONFITTI

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Segnalazione Edizioni Il Cerchio

GRANDE GUERRA: LE RADICI E GLI SCONFITTI
Europei, Cattolici, Operatori di pace.

Autori: Cardini F.; Agnoli F.M.; Dal Grande N.; Pedrone L.F.  Edizione: Il Cerchio,
Collana: Gli Archi, pagine 152,
€ 16,00.

Link diretto per l’acquisto on-line:
http://www.ilcerchio.it/grande-guerra-le-radici-e-gli-sconfitti-europei-cattolici-operatori-di-pace.html

A cent’anni di distanza dall’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, questo volume pone l’attenzione sui temi di più recente indagine, in passato eclissati dagli aspetti militari e politici dell’evento. Magistralmente introdotto con una brillante analisi sulle cause del conflitto da Franco Cardini, l’opera spazia dal dramma dei profughi e rifugiati alle prime forme di assistenza del diritto internazionale sino alla trascurata figura di Benedetto XV e al suo impegno per la pace. Lontano dalla retorica trionfante, il vero volto della Grande Guerra.

INDICE: CARDINI F., “Tramonto dell’occidente”, finis Europae o uccisione della pace? – PEDRONE L.F., L’applicazione del Diritto Internazionale Umanitario dei conflitti armati nella guerra 1914-18 – DAL GRANDE N., I vincitori che persero tutto: profughi, internati e occupati – AGNOLI F.M., Benedetto XV: un italiano in guerra per la pace.

AUTORI:

FRANCO CARDINI, Directeur de recherches nell’École des Hautes Études Sociales di Parigi e professore emerito di Storia Medievale presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane/Scuola Normale Superiore. Per Il Cerchio ha pubblicato, tra gli altri,L’apogeo del medioevo. I secoli XII-XIII (2001), Le crociate in Terrasanta nel medioevo (2003), L’invenzione dell’Occidente(2004), La globalizzazione. Tra nuovo ordine e caos (2005) e Testimone del tempo. Ritorno a Coblenza (2009).

FRANCESCO MARIO AGNOLI è stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura dal 1986 al 1990 e Presidente della II sezione della Corte d’Appello di Bologna; collabora con diverse riviste e per Il Cerchio ha pubblicato, fra gli altri, Le insorgenze antigiacobine in Italia 1796-1815 (2003); Il giacobino pentito. Vita, morte e battaglie del generale Giuseppe La Hoz(2009); Scristianizzare l’Italia (2011).

NICOLÒ DAL GRANDE (Montecchio Maggiore – Vi – 9 maggio 1983), storico e saggista. Dal 2012 segretario nazionale dell’Associazione Culturale Identità Europea e collaboratore dal 2015 della rivista online Domus Europa (www.domus-europa.eu). Per Il Cerchio ha pubblicato Il Risorgimento italiano (2013).

LUIGI FRANCESCO PEDRONE, ufficiale a riposo della Croce Rossa Italiana, saggista. Ricopre l’incarico di responsabile regionale Lombardia dell’Associazione Culturale Identità Europea.

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Hiroshima, un crimine mai punito. Il giorno in cui morì l’umanità

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Uno dei pochi edifici rimasti parzialmente in piedi a HiroshimaLa bomba atomica servì per fini politici, la guerra era ormai vinta

di FRANCO CARDINI

6 AGOSTO 1945. Settant’anni fa. Sembrano mille anni, oppure sembra ieri. L’orrore e i soliti esorcismi verbali non bastano. «Come fu possibile, in pieno XX secolo?». «Un salto nel buio, un balzo all’indietro?». Piantiamola. Hiroshima e Nagasaki sono cose nostre, ci appartengono: rappresentano appieno il Novecento con tutto il suo progresso scientifico, la sua straordinaria tecnologia, la sua spietata scintillante Volontà di Potenza.

LA GUERRA era finita. Tra il 7 e l’8 maggio i rappresentanti di quel che restava del Terzo Reich avevano firmato la resa incondizionata. Quanto al fronte estremo-orientale, il 19 febbraio le truppe statunitensi erano sbarcate in territorio giapponese, sulla spiaggia di Iwojima; l’aeronautica americana aveva da quasi due anni conquistato la superiorità aerea sui cieli nipponici e bombardava incessantemente città e installazioni industriali ormai in ginocchio.

Il 17 luglio si era riunita a Postdam la conferenza dei vincitori: erano presenti Churchill, Truman e Stalin. Il 26 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ai quali si era unita la Cina di Chiang Kai-shek, avevano indirizzato al governo giapponese un ultimatum esigendo la resa incondizionata e l’abdicazione dell’imperatore Hirohito. Ad esso non si era associato Stalin in quanto l’URSS non era in guerra contro il Giappone. Dal momento che da parte del governo nipponico non era giunta risposta, quello statunitense aveva preso la decisione di concludere il “progetto Manhattan”, al quale si stava lavorando dal 1942 (vale a dire da pochi mesi dopo l’ingresso degli USA in guerra). Continua a leggere

La dominazione islamica in Sicilia; quale civiltà?

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        SICILIA ISLAMICA

Brevi considerazioni su un diffusissimo luogo comune Giuseppe Provenzale* – “Sicilia erit in desolationem et qui habitant in ea in occisionem et captivitatem ducuntur”. (Metodio di Patara) – Chi, provvisto di una cultura scolastica anche superiore alla media, fosse alla ricerca di un esempio storico paradigmatico della possibile coesistenza tra islamici e cristiani pensere, universalmente descritto quale modello perfetto di un lungo periodo, oltre duecento anni, di incivilimento e prosperità? Nessuno sembra avanzare dubbi in proposito, i cori sono unanimi, eppure, anche in questo caso, abbandonando strade percorse seguendo cammini che altri hanno già acriticamente intrapreso e quindi, fuor di metafora, approfondendo un tantino l’argomento, assistiamo al frequente prevalere in superficie di un abbondante galleggiare di luoghi comuni, generati dagli storici ma tramutatisi nel tempo in certezza popolare. Accostandosi però alla materia, dotati dell’agile bagaglio del buonsenso e di un po’ di logica e conoscendo un minimo i caratteri dell’islam di ieri e di oggi, credo che sia naturale iniziare ponendosi alcune semplici domande: come mai, solo in Sicilia, gli arabi avrebbero tollerato? Perché l’isola al centro del Mediterraneo li avrebbe indotti a non comportarsi come invece fecero in Africa o come faranno i turchi in Asia Minore e in Grecia? Come mai un popolo rude d’origine nomade e beduina, che Maometto aveva non da molto trasformato in una feroce e fanatica orda guerriera decisa a sottomettere o a sterminare gli “infedeli”, avrebbe seguito nella patria dello scrivente metodi così differenti, generando addirittura un modello di straordinaria civilizzazione, una sorta di magnifico (e progressivo?) “laboratorio della multiculturalità”? Il sentiero maieutico del resto non ci vedrebbe solitari pellegrini e la compagnia non sarebbe sospettabile di simpatie “cattolico-integraliste”; lo storico tedesco protestante Ferdinand Gregorovius e il liberal-massone Michele Amari, massima autorità sull’argomento che pur preferendo le testimonianze dei vincitori non nasconde affatto molte sgradite verità, relativamente a questo speciale percorso, potrebbero tranquillamente accompagnarci, fugando in tal modo i dubbi anche dei più ferventi sostenitori di un’analisi storica che avesse come limite invalicabile la frontiera del politicamente corretto, limite che sarò ben lieto di oltrepassare, ma, si sa, è meglio farlo in compagnia di insospettabili, quanto occasionali, compagni di viaggio. Il giudizio del Gregorovius appare a questo proposito, pur essendo pronunciato nel 1875, straordinariamente controcorrente, forse perché ispirato a quel semplice ragionare secondo logica che l’uomo colto dotato di buon senso non può esimersi dall’utilizzare: “Storici italiani si compiacciono oggigiorno con una certa predilezione romantica del periodo arabo in Sicilia. Ma possiamo veramente dire che il dominio degli arabi laggiù fu diverso da quello dei selvaggi Stati africani ? I saraceni furono perlomeno tanto incapaci di creare, in Sicilia e in Calabria, una nuova e significante cultura per l’Occidente, quanto non lo furono i turchi in Asia Minore e in Grecia. Essi vi distrussero, cosa deplorevolissima, i resti del mondo antico; con i conventi che misero a fuoco scomparvero anche numerosi tesori letterari dell’antichità”(1). D’altra parte nell’876, vent’anni prima della definitiva resa bizantina, in una lettera all’Imperatore Carlo il calvo, il Papa Giovanni VIII così si esprimeva: “…corrono la terra come locuste ed a narrare i guasti loro sarebbero necessarie tante lingue quante foglie hanno gli alberi di questi paesi. Le campagne sono diventate deserte, luogo di belve, rovinate le chiese, uccisi o imprigionati i sacerdoti, condotte in schiavitù le suore, abbandonate le ville…” CENNI STORICI Se le parole del Pontefice si riferiscono alla fase della conquista, non molto diversa, è bene precisarlo, da ciò che era avvenuto fin dal 652 anno in cui l’isola divenne oggetto per la prima volta dell’interesse dei predoni maomettani, a tutti tristemente noti come pirati crudeli e mercanti di schiavi, quelle scritte dallo storico tedesco tracciano un bilancio sintetico e definitivo della grande “civiltà”che molti non si stancano, ancora oggi, di celebrare. Ma per riuscire a realizzare il magnifico arazzo della mitezza islamica in Sicilia in modo credibile è necessario, per cominciare, ignorare del tutto, o quantomeno minimizzare, le brutalità commesse dai seguaci del profeta a cominciare dalla fase della conquista e poi durante i primi ottant’anni caratterizzati dal dominio della dinastia Aghlabita, regnante in Tunisia e in Africa Minore. Si trattò di un lungo periodo (827-912) di spietata oppressione in cui non mancarono le forzate apostasie, i martirii e gli esodi. Esemplari appaiono le vicende del siracusano Niceta di Tarso e del basiliano palermitano san Filarete. Il primo, refrattario oppositore del profeta di Allah e dei suoi amabili seguaci, catturato con molti altri nella chiesa del San Salvatore, fu scorticato dal petto in giù e sventrato, gli venne poi strappato il cuore per essere finito a morsi e lapidato con inaudito furore. Non molto diversa fu la sorte toccata al secondo martire; fuggito dall’isola, con altri monaci, per rifugiarsi in Calabria, san Filarete cadde in mani saracene subendo atroci torture e venendo infine decapitato, anche la sua storia testimonia, sia nella fuga, evidentemente non si fidò della oggi conclamata tolleranza degli arabi di Sicilia, che nel martirio, di che natura fosse la cosiddetta civiltà islamica. La successiva egemonia della dinastia sciita Fatimida (912-948) non mutò nella sostanza la durezza dell’oppressione musulmana, pur acquisendo una certa indipendenza dall’Africa, la Sicilia mantenne la condizione, non certo privilegiata, di ”territorio di guerra” e, come per evidenziare la profonda distanza fra arabi e siciliani, nel 937 i Fatimidi edificarono a Palermo un quartiere fortificato, una vera e propria cittadella (l’Halisah – l’eletta, odierna Kalsa) simbolo inequivocabile della loro condizione di “eletti” occupanti una terra abitata da “infedeli” che gli adoratori di Allah non avevano alcuna intenzione di integrare. La crudeltà di quest’ultima amministrazione non mancò di suscitare numerose rivolte che vennero ferocemente soffocate. E’ ora giunto il momento di parlare del periodo che gli storici islamico-entusiasti eleggono specialmente a modello perfetto delle magnifiche sorti occorse alla Sicilia e ai siciliani durante la dominazione mussulmana: il governo degli emiri Kalbiti (948-1040), ultima fase dell’occupazione dei discendenti di Ismaele. Gli eventi in Africa, la capitale divenne Il Cairo (972) e la provincia siciliana passò alle dipendenze dell’Egitto, determinarono un mutamento nello status amministrativo dell’isola che divenne “territorio dell’islam”abitato anche da “infedeli protetti”, questi ultimi dipendevano ora prevalentemente dall’autorità islamica locale che aveva ottenuto una notevole autonomia dal potere centrale; i dominatori iniziarono quindi a comportarsi come principi di una terra propria e non più, come avevano fatto i loro predecessori, come governatori di una provincia sita in territorio di guerra. Ma, nonostante ciò, l’”infedele”rimase un nemico e le condizioni della Sicilia non furono dissimili da quelle di altri territori soggetti agli arabi, dove il legame contrattuale cui gli infedeli protetti erano sottoposti (Dhimma) prevedeva pesantissime limitazioni, tra cui il rifiuto, sancito dalla giurisprudenza maomettana, di accordare ai non islamici il diritto di testimonianza nei dibattimenti, motivato dalla natura perversa e menzognera dell’”infedele”che persisteva deliberatamente nel negare la superiorità musulmana. Dopo il mille, infine, l’autorità degli emiri kalbiti venne messa in discussione, d’altra parte gli arabi non raggiunsero mai una vera unione, nonostante l’islam, a causa di rivalità religiose ed etnico-tribali, e la fine dei Kalbiti, coincidente con una grande offensiva bizantina (1038-1040), inaugurò aspre lotte per la successione tra i signori islamici locali. Fu proprio uno di essi a chiedere aiuto ai Normanni i quali, col consenso di Papa Niccolò II, avviarono dopo il 1060 la definitiva riconquista cristiana. APARTHEID VERSO GLI “INFEDELI” Ma, ad onor del vero, anche leggendo fra le righe di alcune opere apologetiche dell’araba mitezza in Sicilia, qualche ammissione affiora: “…la popolazione soggetta soffriva di alcuni svantaggi”(2), ci fa sapere Mack Smith, e il professor Gatto precisa che “Certo, però, la loro [ di cristiani ed ebrei ] condizione era di inferiorità giuridica[…]rispetto a quella degli islamiti…”.(3) Vale la pena indagare allora su questi “svantaggi”e approfondire quali fossero le conseguenze della suddetta “inferiorità giuridica”, realtà di fronte alle quali troppo spesso gli storici hanno preferito chiudere entrambi gli occhi, iniziando con l’evidenziare l’oppressiva pressione fiscale a cui gli abitanti dell’isola erano sottoposti. Tanto per cominciare parliamo del testatico; la Djizya, da alcuni definito “un assai mite tributo”(4), era una tassa pagata per sfuggire all’apostasia che veniva riscossa seguendo un umiliante cerimoniale nel corso del quale il tributario cristiano veniva colpito alla testa o alla nuca; c’era poi il Kharadj, un’ imposta fondiaria, essa costringeva i proprietari siciliani a corrispondere alla comunità islamica un tributo per potere usufruire della propria terra ora acquisita dai nuovi padroni, che si caricava di una simbologia sacra, rappresentando il diritto inviolabile concesso da Allah ai conquistatori del suolo nemico. Riguardo poi alla presunta autonomia di cui godevano i centri urbani tributari, valga per tutti l’esempio della Val di Noto in cui le cose andavano così: “…autonomia e tranquillità dietro il pagamento di una “tangente”almeno fino a quando le popolazioni non passarono all’islam, magari sperando in condizioni più favorevoli…”,(5) perdendo così anche tali “vantaggi”fino a quando, fra il 962 e il 965, la categoria di tali centri autonomi scomparve del tutto. Ma, tra gli “svantaggi” cui alludeva Mack Smith, non vanno dimenticati i segni di riconoscimento sulle case e sui vestiti, il divieto per i cristiani di portare armi, andare a cavallo, sellare i propri muli o allevare maiali e l’obbligo di alzarsi se un musulmano entrava in una stanza o quello di cedergli il passo se lo si incrociava per via. Piccole e grandi discriminazioni che non risparmiavano le donne cristiane, già inferiori in quanto tali, a cui non era consentito l’accesso ai bagni in presenza di musulmane. Si trattò di un impero di eletti tra gli “infedeli”, un’autentica segregazione etnico-religiosa che si concretizzava in una serie di innumerevoli mortificanti proibizioni che riguardavano gli aspetti più svariati dell’esistenza dei cristiani anche a Palermo, nuova capitale dell’isola, comunemente ritenuta modello inimitabile di multiculturalità ante-litteram. Nella “splendida capitale delle cinquecento moschee”, immagine che dovrebbe esaltare solo i seguaci del profeta e non, come purtroppo accade, anche molti nostri correligionari, centinaia di chiese furono profanate e distrutte per essere trasformate in templi islamici. Anche l’antica Cattedrale subì questa sorte sacrilega e ogni venerdì, a scanso di equivoci, vi si celebrava il trionfo di Allah su Cristo. Le chiese cristiane, ormai presenti solo in luoghi non visibili agli occhi dei buoni musulmani, potevano essere riparate ma non era consentito edificarne di nuove, né era permesso che si suonassero le campane o che si portasse il Crocifisso, od ogni altro oggetto di culto, in processione. Un altro divieto esemplare riguardava la lettura della Bibbia, concessa solo a patto che non invadesse il raggio dell’udito di un pio ismaelita, alquanto arduo era certamente il calcolo preciso della portata del raggio esatto, e quindi della sensibilità dell’islamico udito, che permettesse agli incauti “infedeli” di non incorrere in spiacevoli sanzioni. A chi dobbiamo allora i giudizi entusiastici o le numerose difese d’ufficio che a furia di essere ripetute hanno assunto l’aspetto di verità storica? Sentiamo Michele Amari, egli parteggia per gli arabi senza remore, in nome di una sorta d’ansia di rinnovamento ad ogni costo e di un’idea della dignità umana laicista e preconcetta, ammira Maometto e ritiene che essendo la Sicilia “…ammorbata dalla tisi d’un impero in decadenza[…] non può rincrescerci il conquisto musulmano che la scosse e la rinnovò”.(6) Su una cosa si può in effetti essere d’accordo con l’illustre e anticattolico studioso, che fu per inciso uno dei primi Ministri della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia, di una scossa non indifferente dovette sicuramente trattarsi per i siciliani d’allora; essi non poterono edificare costruzioni più alte di quelle arabe, (riuscite a immaginare in un simile contesto un campanile, seppur privo di campane, più alto di un minareto?) né proclamare davanti ad un islamico le credenze cristiane, né tanto meno procedere –

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Dal rimpatrio delle salme dei Reali dall’Egitto, all’esaltazione di “Sciaboletta” come eroe…

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VITTORIO EMANUELA III

Segnalazione e commento di Maurizio-G. Ruggiero

http://www.corrispondenzaromana.it/riportiamo-in-patria-gli-ultimi-re-ditalia/

Io sono favorevole al ritorno delle salme in Italia, per un atto di carità; e non ho mai nascosto umana simpatia per Umberto II, il migliore della usurpativa dinastia sabauda al suo tramonto; ma da qui alla santificazione di Vittorio Emanuele III, in odore di massoneria e traditore 2 volte (della Triplice Alleanza prima, della Germania e degl’italiani poi, nonché artefice della catastrofe dell’8 settembre per passare armi e bagagli con gl’invasori alleati) ne corre assai.

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Operazione Quercia: il Duce liberato

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DUCE

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Sconvolgente la teoria esposta dall’autore nel libro “L’ultimo segreto di Mussolini”, edizioni Il Cerchio

Un patto segreto tra Badoglio e i tedeschi: è la tesi che Vincenzo Di Michele argomenta nel suo volume

Ma quante giravolte ha compiuto, Pietro Badoglio? È la prima considerazione che viene in mente al termine della lettura del volume “L’ultimo segreto di Mussolini – Quel patto sottobanco fra Badoglio e i tedeschi”, di Vincenzo Di Michele, appena uscito, edito da Il Cerchio.

C’è davvero da riflettere. Perché l’episodio della famosissima “Operazione Quercia” viene in queste pagine completamente rivisitato. Di Michele non si limita a teorizzare, ma porta prove e testimoni.

Pietro Badoglio, che certamente è uno dei personaggi più inquietanti della storia del Fascismo e non solo, già fino all’8 settembre 1943 ne aveva fatte, di capriole. Questa che racconta Di Michele è l’ennesima, ed è decisamente impensabile. Finché non si legge il libro “L’ultimo segreto di Mussolini”. Che poi, che sia un segreto non ci piove. Non certo di Mussolini, però, che probabilmente non ne sapeva proprio niente.

Andiamo con ordine. Vincenzo Di Michele ha al suo attivo una serie di pubblicazioni: “La famiglia di fatto”, “Io prigioniero in Russia” (in cui riferisce le peripezie di suo padre, che fu appunto prigioniero in Russia: il volume vendette oltre 50mila copie e vinse numerosi premi), “Guidare oggi”, “Mussolini finto prigioniero al Gran Sasso” (in cui già mette in discussione la vicenda di Campo Imperatore per come è stata raccontata sui “giornaloni” e in molti scritti), “Pino Wilson, vero capitano d’altri tempi”, “Come sciogliere un matrimonio alla Sacra Rota”. Il suo lavoro più recente è questo, “L’ultimo segreto di Mussolini”, che prende le mosse da un’altra vicenda familiare. Perché il cugino di suo padre si chiamava Alfonso Nisi, ed era il contadino che fu invitato dal tenente dei carabinieri Alberto Faiola, addetto alla sorveglianza del Duce, a Campo Imperatore proprio nei giorni in cui Mussolini era tenuto prigioniero lassù. Che in quei giorni vi fosse, in quel’albergo, tra gli altri, un ospite che giocava a carte con Mussolini era cosa nota, il destino ha voluto che suo nipote, decenni dopo, diventasse uno scrittore e ne potesse narrare le vicende. Insomma a Di Michele le avventure di quei giorni vengono spiegate da uno zio. Inizialmente lo scrittore non sembra dare molto peso alla cosa, ma poi sono molti gli elementi che lo inducono ad approfondire, ed ecco che quelli che sembravano solo indizi producono, cercando e scavando, delle prove.

Il libro di Vincenzo Di Michele possiede uno stile piacevole alla lettura, il linguaggio è chiaro e diretto, le vicende vengono riportate nella loro essenza e il contesto è spiegato con una certa efficienza. Il racconto si snoda tra testimonianze già note ed altre tenute in poca considerazione che, invece, sembrano rilevantissime in termini storici.

Nel corso di questi settantadue anni che ci separano da quei giorni, non è la prima volta che viene messa in discussione “l’eroica impresa tedesca dell’Operazione Quercia”, la novità sta nel fatto che Di Michele tira fuori dalle nebbie dell’oblio testimonianze importantissime e le guarda, raggruppandole e dando loro un senso logico, sotto una luce più vivida, certamente rivelatrice.

Il ridimensionamento della figura di Otto Skorzeny, un episodio storico da analizzare anche alla luce di questo lavoro

Approfondimenti su una pagina importante della nostra storia

Le ricerche e le testimonianze che l’autore propone pongono interessanti quesiti e suscitano riflessioni

Il Duce in effetti era un prigioniero, ma non un prigioniero qualsiasi: era l’uomo che aveva governato l’Italia per vent’anni e ancora di certo un personaggio di indubbia rilevanza nello scacchiere internazionale. Di Michele racconta di fonti che hanno riferito che Mussolini al Gran Sasso godeva di grande libertà, che egli fosse addirittura in condizioni di scrivere a chi voleva e quando voleva. Questo però necessita di alcune precisazioni: “Mia nonna Rachele – ci dice Edda Negri Mussolini – mi raccontò di alcune lettere che le furono recapitate da Andreotti dopo il 1945 e relative al periodo della prigionia del nonno Benito. Non vi era scritta la località, erano sottoposte a censura, da esse si evinceva che il nonno non sapeva cosa accadeva. Quindi si, di lettere lui certamente ne scriveva (e infatti alla nonna Rachele ne vennero consegnate cinque, ovviamente molto tempo dopo) ma in esse non erano dettagliati né il luogo né la data. Venivano intercettate, censurate”. Citando poi il volume di Anita Pensotti “Rachele e Benito, Biografia di Rachele Mussolini”, Di Michele riferisce che gli abiti da montagna vennero chiesti a Donna Rachele: “Si, è vero – ci conferma Edda – infatti lei glieli inviò, sapeva solo che servivano abiti pesanti, da montagna. Nessuna notizia sul luogo in cui sarebbe stato condotto il marito”.

Ma oltre queste vicende ve ne sono altre che mettono pesantemente in dubbio la versione finora accreditata dell’impresa di Skorzeny (la cui figura viene notevolmente ridimensionata da Di Michele). Complicità degli italiani, dunque: una liberazione che assomiglia sempre più ad un rilascio. E dietro le quinte, a tirare i fili, sempre lui, Pietro Badoglio, in una delle sue tante performance da trapezista. Abilissimo a manovrare le vicende a suo favore, il Maresciallo d’Italia però in quel frangente se la vide davvero brutta: la paura dei tedeschi era così grande che la sua viltà venne allo scoperto in maniera plateale con l’ultimo atto della sua carriera: la fuga al Sud.

Il libro va letto nella sua interezza, al fine di comprenderne gli straordinari risvolti storici. Risvolti che non devono essere sottovalutati, ma che vanno invece valutati attentamente insieme alle inevitabili considerazioni che essi si portano dietro. Intanto e prima di tutto questi elementi tratteggiano in maniera esatta la figura di Mussolini e stravolgono la versione trita e ritrita a cui siamo abituati da troppo tempo e che ancora oggi siamo costretti a sorbirci in ogni anniversario del 25 aprile. Nel tempo, il baratro in cui era caduta l’Italia con la guerra civile è stato ricondotto alla esclusiva responsabilità di Mussolini. Da questo volume e da queste verità storiche (ma anche da molti altri elementi inequivocabili di cui abbiamo parlato e di cui parleremo ancora) balza evidentemente agli occhi che quelle responsabilità vanno addossate ad altri: primo su tutti Pietro Badoglio, vero responsabile della tragedia italiana. Cosa avrebbe dovuto o potuto fare Mussolini? La sola via era quella di gestire la cosa cercando di contenere i danni, immensi, che avrebbero, viceversa, schiantato la penisola. Certo, che bel capolavoro, quello di Badoglio e del re Vittorio Emanuele. Far destituire Mussolini per poi rivendersi più volte ai tedeschi e infine vendersi (con baracca e burattini) agli Alleati, e nel frattempo trattare per consegnare il Duce a Hitler, una mossa da veri strateghi, non c’è che dire. Giocare su tre tavoli, tentando di truccare le carte con i nemici di ieri e di oggi. Quale governante avrebbe mai potuto concepire un piano così ingarbugliato e controproducente? Talmente controproducente che gli effetti terribili sono stati quelli che sappiamo. La liberazione di Mussolini sul Gran Sasso, dunque – dice Di Michele – faceva comodo a tutti: ai tedeschi, che così tornarono a vantare un certo prestigio. A Badoglio & co., che così riuscirono ad evitare che la mannaia tedesca finisse sul proprio collo. Di certo non fece comodo a Mussolini, che avrebbe voluto ritirarsi alle Caminate e al quale neppure questo fu concesso. Di fronte ad un bivio, il Duce scelse la via più difficile, la sola in grado di limitare i danni. Molte altre riflessioni si potrebbero fare, ragionando sul lavoro di Di Michele, che certamente apre uno scenario interessante e dai molteplici risvolti. In termini tecnici, il volume vanta un certo corredo fotografico e documentaristico ed una bibliografia essenziale ma specifica e completa.

emoriconi@ilgiornaleditalia.org

Emma Moriconi

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Vandea: l’insurrezione cattolica nella Francia giacobina

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VANDEANO

di Andrea Congestrì

Nel 1793, durante la Rivoluzione francese, si scatenò, nella terra della Vandea, il primo genocidio di Stato della storia occidentale. Il regime rivoluzionario di Parigi venne imposto con la forza nelle province di Francia ed ebbe in Vandea, la più Cattolica di esse, la reazione più coraggiosa e gloriosa. I Blancs (i vandeani) si contrapposero ai Bleus (i giacobini): uniti a Dio e al Re, i contadini della Vandea, con i loro amati sacerdoti e i loro generali, si distinsero per la strenua difesa contro la dea ragione ed il principio deista dell’essere supremo; perciò, a causa del loro fermissimo Credo e della loro fedeltà monarchica, vennero massacrati. Per odio ideologico perirono, in quell’ecatombe, più di 30 mila abitanti. Tuttavia di questo evento storico o si è parlato in termini negativi per esaltare i “benefici” della Rivoluzione e del Terrore sanguinario oppure lo si è del tutto omesso dai libri di storia…Il simbolo della controrivoluzione vandeana era un cuore sormontato da una croce rossa su campo bianco a simboleggiare i Sacri Cuori di Gesù e di Maria, ai quali i vandeani erano particolarmente devoti grazie alla predicazione di San Luigi Maria Grignion de Montfort; inoltre tale simbolo richiamava anche lo stemma della Vandea, anch’esso formato da due cuori rossi (quelli di Gesù e Maria) sormontati da una corona che termina con una croce e che rappresentare la regalità di Cristo. Il motto era «Dieu Le Roi» («Dio [è] il Re»).L’odio per la profonda Fede religiosa dei vandeani fu la ragione principale della spaventosa repressione e delle stragi indiscriminate. Il Terrore si scatenò contro la Fede e contro contadini che volevano continuare a vivere del loro lavoro e dei loro Valori. I primi scontri, iniziati a Cholet, portarono alla sollevazione del 13 Marzo, guidata dai capi popolari Jacques Cathelineau, Gaston Bourdic e Jean-Nicolas Stofflet, a cui si unirono alcuni nobili realisti.In giugno i ribelli, costituitisi in “Armata Cattolica e Reale”, si impossessarono della città di Saumur e di Angers. In pochi giorni 600 paesi della Vandea sono insorti contro le truppe della Repubblica, dando inizio a un tragico periodo di Combattimenti sanguinosi. I contadini devoti al Re combattono una spaventosa guerriglia; si fanno benedire dai Sacerdoti “refrattari” e poi si lanciano con coraggio inaudito contro i soldati della Rivoluzione. Di fronte al dilagare della rivolta nelle regioni circostanti, il governo rivoluzionario rispose con estrema durezza decretando la pena di morte per tutti i vandeani sorpresi con le armi in pugno e adottando la tattica della terra bruciata. La controffensiva repubblicana, che sbaragliò i ribelli a Cholet (17 ottobre),poi a Le Mans e a Savenay (Dicembre), costò ai Vandeani 15.000 Morti e fu seguita nel 1794 da feroci ritorsioni sulla popolazione civile, che fomentarono ulteriori manifestazioni di rivolta. La situazione migliorò gradualmente dopo la rivoluzione termidoriana quando nel dicembre del 1794 quando il governo repubblicano liberale annunciò l’Amnistia per gli insorti concedendo ai Vandeani la libertà di culto e l’esenzione della coscrizione obbligatoria. Un nuovo sussulto fu provocato nel giugno del 1795 in seguito allo sbarco di esuli lealisti capeggiati da Francois-Athanase Charette, uno dei leader storici della rivolta presso Quiberon, in Bretagna. Nel tentativo insurrezionale che seguì persero la vita gli ultimi 2 capi popolari della Vandea, e nel luglio 1796 le ultime sacche di resistenza furono eliminate. Alla fine della breve guerra i tribunali rivoluzionari condannarono a morte 5.000 Ribelli.

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El Alamein, 70 anni dopo

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EL ALAMAIN

Il primo luglio del 1942 iniziò la prima battaglia di El Alamein che porterà poi, nell’ottobre dello stesso anno, al sacrificio dei soldati italiani per difendere la loro postazione

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“Sotto di me il baratro”. Il diario inedito di Mussolini del 1942

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MUSSOLINI

L’epopea infinita dei diari e dei quaderni di Benito Mussolini continua. Adesso è il turno di un’agenda del 1942. Per il Duce è un anno cupo, che termina con una grande depressione. Ci sono la campagna russa e la rovinosa ritirata dell’Armir. Sul fronte africano, c’è la resa di El Alamein. Annota Mussolini, il 29 giugno, mentre è in partenza per l’Africa da Guidonia: “Due sono i mali che mi dilaniano: i traditori e le pazzie di Hitler. Sono entrambi di una importanza enorme”.

di Fabrizio D’Esposito per il “Fatto Quotidiano” del 26 giugno 2015

Poi il pensiero finale, alla data del 31 dicembre: “Ora sotto di me si è aperto il precipizio”. La scoperta dell’agenda è del mensile Storia in Rete, diretto da Fabio Andriola, storico e giornalista. Nel lungo saggio sul diario inedito, Andriola parte da un suo viaggio in Svizzera e la prima novità riguarda l’approccio con l’anonimo collezionista in possesso dell’agenda

Rivela Andriola: “ Nessuno ha chiesto o offerto denaro: non l’ha fatto Storia in Rete e non l’ha fatto chi ci ha messo a disposizione tutto quello che aveva in originale e non in copia”. Il dettaglio sui soldi non è secondario. Sin dagli Anni Cinquanta attorno ai diari del dittatore fascista si è sviluppato un florido e milionario mercato alimentato da intermediari, faccendieri, falsari e semplici imbroglioni.

Non a caso, Andriola puntualizza all’inizio che la nuova, presunta agenda mussoliniana del ’42 arriva da una filiera diversa da quella dei celebri diari falsi acquistati da Marcello Dell’Utri, il berlusconiano condannato per mafia con la passione per la bibliofilia.

La differenza con i “falsi” di Dell’Utri
Dell’Utri comprò i falsi da un commerciante di Domodossola, da poco morto, e di nome Aldo Pianta, cinque “annate” del Duce: 1935, 1936, 1937, 1938, 1939. A eccezione del 1938, i diari furono pubblicati da Bompiani tra il 2010 e il 2012. Non solo, quando poi lo stesso Dell’Utri ha tentato di accordarsi, per altre strade, con il collezionista svizzero dell’agenda del ’42 pubblicata ora da Storia in Rete, la trattativa è fallita, e non per motivi economici.

Chiarito questo dettaglio, la provenienza del nuovo diario del ‘42 poggia su un’ipotesi classica per gli specialisti della memorialistica del Duce: i misteri e i “vuoti” ancora irrisolti dell’affare Panvini. Era il 1957 e Amalia e Rosetta Panvini, rispettivamente figlia e madre, furono scoperte a Vercelli in un’intesa attività di falsificazione. Nella loro casa venne rinvenuta una quantità enorme di carte con la grafia di Benito Mussolini, una trentina tra quaderni e agende, compilate tra il 1929 e il 1939. Quali i veri e quali i falsi, scritti dalle stesse Panvini per venderli?

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