Garibaldini bergamaschi fra delinquenti e figli di mezzadri costretti a arruolarsi con la forza
Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero
http://www.terraorobica.net/Articoli/Storia/I%20Mille.htm
I MILLE GARIBALDINI: IN SICILIA O LA FAME! di Piergiorgio Mazzocchi – Tratto da La Padania Marzo 1999
Caricatura Antirisorgimentale
Negli anni ’70 ebbe inizio a Bergamo una curiosa polemica tra la sinistra bergamasca e il partito Liberale circa l’entità del “volontariato” dei Garibaldini bergamaschi. Il tutto cominciò dall’affermazione, da parte di un fervente sessantottino, che il Conte Camozzi di Ranica, durante l’arruolamento dei volontari per la spedizione in Sicilia (1859) aveva imposto alle famiglie dei suoi mezzadri (inutile dire numerose, date le proprietà terriere di questa famiglia) di mandare i figli in età di leva alla spedizione. In caso contrario li avrebbe cacciati dalle sue terre. Immaginiamo con quali drammatiche conseguenze, dato il periodo particolarmente infelice.
8 dicembre 1860, Gaeta: il proclama di Francesco II contro i traditori e gli avventurieri
PROCLAMA REALE AI POPOLI DELLE DUE SICILIE
Da questa Piazza [GAETA] dove difendo più che la mia corona l’indipendenza della Patria comune, si alza la voce del vostro Sovrano per consolarvi nelle vostre miserie, per promettervi tempi più felici. Traditi ugualmente, ugualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; ché mai ha durato lungamente l’opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni.
Ho lasciato perdersi nel disprezzo le calunnie; ho guardato con isdegno i tradimenti, mentre che tradimenti e calunnie attaccavano soltanto la mia persona; ho combattuto non per me, ma per l’onore del nome che portiamo.
Ma quando veggo i sudditi miei che tanto amo in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri Paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore napolitano batte indignato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode Armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia.
Io sono napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ò veduto altri Paesi, non conosco altro che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno: i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni. Erede di una antica dinastia che ha regnato in queste belle contrade per lunghi anni ricostituendone l’indipendenza e l’autonomia, non vengo dopo avere spogliato del patrimonio gli orfani, dei suoi beni la Chiesa ad impadronirmi con forza straniera della più deliziosa parte d’Italia. Sono un Principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra’ suoi sudditi. Il mondo intero l’ha veduto; per non versare il sangue ho preferito rischiare la mia Corona.
I traditori pagati dal nemico straniero sedevano accanto ai fedeli nel mio consiglio; ma nella sincerità del mio cuore, io non poteva credere al tradimento. Mi costava troppo punire; mi doleva aprire, dopo tante nostre sventure un’era di persecuzione, e così la slealtà di pochi e la clemenza mia hanno aiutata l’invasione piemontese, pria per mezzo degli avventurieri rivoluzionari o poi della sua Armata regolare, paralizzando la fedeltà dei miei popoli, il valore dei miei soldati.
In mano a cospirazioni continue non ho fatto versare una goccia di sangue, ed hanno accusata la mia condotta di debolezza. Se l’amore il più tenero pe’ miei sudditi, se la fiducia naturale della gioventù nella onestà degli altri, se l’orrore istintivo al sangue meritano questo nome, sono stato certamente debole.
Nel momento in che era sicura la rovina de’ miei nemici, ho fermato il braccio de’ miei Generali per non consumare la distruzione di Palermo: ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta Capitale per non esporla agli orrori di un bombardamento, come quelli che hanno avuto luogo più tardi in Capua ed in Ancona. Ho creduto di buona fede che il Re del Piemonte che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio Governo un’alleanza intima pe’ veri interessi d’Italia, non avrebbe rotto tutt’i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazione di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure a’ trionfi de’ miei avversari. Io aveva dato una amnistia, aveva aperto le porte della Patria a tutti gli esuli, concedendo a’ miei popoli una costituzione. Non ho mancato certo alle mie promesse.
Mi preparava a garantire alla Sicilia istituzioni libere che consacrassero con un Parlamento separato la sua indipendenza amministrativa ed economica rimuovendo ad un tratto ogni motivo di sfiducia e di scontento. Aveva chiamato a’ miei consigli quegli uomini che mi sembrarono più accettabili all’opinione pubblica in quelle circostanze, ed in quanto me lo ha permesso l’incessante aggressione di che sono stato vittima, ho lavorato con ardore alle riforme, a’ progressi, ai vantaggi del comune Paese. Non sono i miei sudditi che mi hanno combattuto contro; non mi strappano il Regno le discordie intestine, ma mi vince l’ingiustificabile invasione d’un nemico straniero. Le Due Sicilie, salvo Gaeta e Messina, questi ultimi asili della loro indipendenza, si trovano nelle mani del Piemonte.
Che ha dato questa rivoluzione ai miei popoli di Napoli e di Sicilia? Vedete lo stato che presenta il Paese. Le Finanze un tempo così floride sono completamente rovinate: l’amministrazione è un caos; la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni sono piene di sospetti: in vece di libertà, lo stato di assedio regna nelle Provincie, ed un Generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli dei miei sudditi che non s’inchinano alla bandiera di Sardegna. L’assassinio è ricompensato; il regicidio merita un’apoteosi; il rispetto al culto santo de’ nostri padri è chiamato fanatismo; i promotori della guerra civile, i traditori al proprio Paese ricevono pensioni che paga il pacifico contribuente. L’anarchia è da per tutto. Avventurieri stranieri han rimestato tutto per saziare l’avidità e le passioni dei loro compagni. Uomini che non hanno mai veduta questa parte d’Italia, o che hanno dimenticato in lunga assenza i suoi bisogni, formano il vostro Governo. In vece delle libere istituzioni che io vi aveva date e che era mio desiderio sviluppare, avete avuta la più sfrenata dittatura e la legge marziale sostituisce adesso la costituzione. Sparisce sotto i colpi de’ vostri dominatori l’antica Monarchia di Ruggiero e di Carlo III; e le Due Sicilie sono state dichiarate Provincie di un Regno lontano. Napoli e Palermo saranno governati da Prefetti venuti da Torino.
Fotografie e filmati celebrazioni Pasque Veronesi 2015
Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero (Segretario del Comitato celebrativo delle Pasque Veronesi)
- http://www.traditio.it/PASQUE%20VERONESI/2015/maggio/9/Piazza%20Erbe%20a%20Verona/album/index.html
- http://www.traditio.it/PASQUE%20VERONESI/2015/aprile/25/Santa%20Messa%20per%20San%20Marco%20a%20Settimo%20di%20Pescantina%20-%2025%20aprile%202015/album/index.html
- http://www.traditio.it/PASQUE%20VERONESI/2015/maggio/17/Militi%20storici%20alla%20StraVerona%2017-5-2015/album/index.html
- http://www.traditio.it/PASQUE%20VERONESI/2015/giugno/2/PASQUE%20VERONESI%202015/album/index.html
- http://www.traditio.it/PASQUE%20VERONESI/2015/giugno/5/pasque.html
- http://www.traditio.it/PASQUE%20VERONESI/2015/giugno/5/tgverona.html
Con l’occasione, rammento l’ultimo evento delle celebrazioni della grande Insorgenza di Verona, del contado e delle terre vicine dell’aprile 1797, ovvero:
Giovedì 18 giugno 2015, ore 18.30, a Settimo di Pescantina (Vr): Chiesa di Sant’Antonio in Via A. Bertoldi 17 (Villa Bertoldi) a Settimo di Pescantina (Vr). Santa Messa cantata in lingua latina e in rito romano antico, a suffragio dei caduti delle Pasque Veronesi e degli abitanti del paese di Pescantina, assassinati dalla repressione napoleonico-giacobina. Con l’intervento di militi veneziani nelle divise storiche e in armi d’epoca, con spari a salve.
UN RACCOLTO DI SANGUE – I crimini Alleati e Sovietici contro il popolo tedesco, 1945-1947
Segnalazione di Federico Prati
I crimini Alleati e Sovietici contro il popolo tedesco, 1945-1947 di Ralph Franklin Keeling
Dalla prefazione:
“A Yalta in Crimea, i signori Churchill, Roosevelt e Stalin si incontrarono per decidere il destino dell’Europa e nella loro dichiarazione congiunta dichiararono solennemente: Il nostro scopo non è la distruzione del popolo tedesco.
I rappresentanti dei tre grandi si incontrarono ancora a Potsdam e la loro dichiarazione congiunta, firmata dai signori, Stalin, Truman e Attlee, proclamava solennemente:
Non è nelle intenzioni degli Alleati distruggere o rendere schiavo il popolo tedesco Ma nonostante queste ed altre rassicurazioni, gli accordi di Potsdam, come furono da noi inizialmente interpretati, comportavano che il popolo tedesco fosse lasciato a sé stesso, che gli fosse proibita qualsiasi forma di aiuto dall’esterno, dopo che i mezzi necessari al suo sostentamento erano stati annientati. Questo poteva condurre ad un solo risultato: cancellare la Germania ed il suo popolo.
Quando Matteotti rifiutava i profughi. Ma erano italiani
Roma, 10 giu – Era il 15 maggio 1916 quando l’esercito austriaco, guidato dal generale Conrad von Hötzendorf, dette il via alla più ampia manovra offensiva della Grande guerra, conosciuta come Battaglia degli Altipiani. Le manovre militari interessarono Asiago e gran parte dell’Alta vicentina e, in poco più di un mese,cioè fino al 27 giugno, quando cioè l’esercito italiano con delle imponenti manovre militari respinse l’avanzata austriaca fin nel Tirolo, rimasero sul campo complessivamente più di 230 mila uomini di ambo gli schieramenti. In questo contesto si verificarono episodi di autentico eroismo come le battaglie sul monte Pasubio, dove ad esempio venne catturato Cesare Battisti per poi essere trasferito a Trento ed impiccato nel Castello del Buonconsiglio.
COME E PERCHE’ LA MASSONERIA DECRETO’ LA FINE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE
Segnalazione di Matteo Castagna
La vera storia della spedizione dei mille.
Eroi dimenticati: il martirio di Marcantonio Bragadin
Segnalazione di Federico Prati
di Emanuele Mastrangelo
La difesa di Famagosta fu una della pagine più epiche mai scritte dalle armi italiane, inequivocabile dimostrazione della falsità con cui sempre si è dipinto l’italiano come pavido, incapace di combattere e inetto: i difensori della fortezza, il veneziano Marcantonio Bragadin, prefetto civile, e il perugino Astorre Baglioni, capitano di ventura, ingegnere militare e comandante delle truppe cittadine, tennero contro un esercito nemico immenso, facendo pagare alla Sublime Porta un prezzo sproporzionato per una vittoria amara. Ma la loro sorte fu terribile, indicibile addirittura quella di Bragadin.
Servizio del Tg di Telenuovo del 26 maggio 2015 sulla battaglia di Castelvecchio (rievocazione delle Pasque Veronesi).
Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero
Fonte: http://www.telenuovo.it/index.cfm/hurl/contenuto=412622/archivio_dirette/tg_verona.html
Il decreto sabaudo della vergogna (1866) e la nobile lettera di Francesco Giuseppe ai suoi popoli, alla vigilia dell’ingresso in guerra dell’Italia contro gl’Imperi centrali.
Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero
LETTERA DI FRANCESCO GIUSEPPE AI MIEI POPOLI
Il Re d’Italia mi ha dichiarato la guerra. Una fellonia quale la storia non conosce eguale, venne perpetrata dal regno d’Italia verso i suoi due alleati. Dopo un’alleanza di più di trent’anni, durante la quale essa poté aumentare il proprio possesso territoriale e assorgere a insperata prosperità, l’Italia Ci abbandonò nell’ora del pericolo e passò a bandiere spiegate nel campo dei Nostri nemici. Noi non minacciammo l’Italia, non diminuimmo il di lei prestigio; non toccammo il suo onore né i suoi interessi. Noi adempimmo sempre fedelmente i Nostri doveri quali alleati e le fummo di scudo quando essa entrò in campo. Facemmo di più: Quando l’Italia rivolse i suoi cupidi sguardi oltre i Nostri confini eravamo decisi, nell’intento di conservare l’alleanza e la pace a gravi e dolorosi sacrifici, sacrifici questi quali particolarmente affliggevano il Nostro cuore paterno. Ma la cupidigia dell’Italia la quale credeva di dover sfruttare il momento era insaziabile. E così la sorte deve compirsi. Contro il possente nemico al Nord la Mia armata fece vittoriosa difesa in una gigantesca lotta di dieci mesi, stretta in fedele fratellanza d’armi con gli eserciti del Mio augusto alleato. Il nuovo perfido nemico al sud non è per essa un nuovo avversario. Le grandi memorie di Novara, Mortara, Custoza e Lissa che formano l’orgoglio della mia gioventù e lo spirito di Radetzky, dell’Arciduca Alberto e di Tegetthoff, il quale continua a vivere nella Mia armata di terra e di mare, mi danno sicuro affidamento che difenderemo anche i confini meridionali della Monarchia. Io saluto le mie truppe ferme nella lotta, abituate alla vittoria; confido in loro e nei loro duci. Confido nei miei popoli, al cui spirito di sacrificio senza pari vanno i Miei più sentiti ringraziamenti. All’Altissimo rivolgo la preghiera, che Egli benedica le Nostre bandiere e prenda la Nostra giusta causa sotto la Sua clemente custodia.
Vienna, 23 maggio 1915











