L. Degrelle: Chi pensa a noi?

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Wallonen
Un altro Capodanno è alle porte: tanto per capire l’abisso tra quella che oggi consideriamo sofferenza, confrontata a quella di chi al fronte lottava con il freddo e la fame, e sopportava ogni genere di umiliazione corporale, proponiamo questo pezzo tratto da libro “Militia” di Leon Degrelle.

“Chi pensa a noi, gli sperduti delle steppe, che abbiamo da bere, per l’anno nuovo, soltanto neve sciolta, striata di frammenti d’erbe gialle, o un po’ di caffè artificiale che sa di sapone?

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Recensione di “Dietro le linee. Io solo per trent’anni di guerra”

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HIROO HONDA

Ordinabile a “Traditio” in Via Galvani 31 a Verona (info.traditio@gmail.com)

Recensione:

Dietro le linee

http://www.barbadillo.it/50429-dietro-le-linee-hiroo-onoda/

Hiroo Onoda. – Dietro le linee. Io, solo, per trent’anni in guerra. Pp. 264, con 49 illustrazioni e 12 disegni. Edizioni di Ar, Sannô-kai. 2014. Euro 25,00.   Nel 1945, nell’isola filippina di Lubang, il nipponico Hinoo Onoda, tenente dell’esercito imperiale, riceve dal suo comandante, il maggiore Yoshimi Tanigushi, una consegna: di rimanere a Lubang, compiendo azioni di guerriglia contro i soldati americani dopo il loro sbarco nell’isola, di resistere a ogni costo, perseverando in attesa di nuovi ordini, senza prestar fede a qualsiasi ingannevole invito alla resa. A 23 ani, egli comincia così la propria “guerriglia dei trent’anni” nella giungla di Lubang. Essa termina nel marzo 1974, allorché, recatosi di proposito nell’isola, il maggiore Yoshimi Tanigushi solleva dalla consegna il tenente Hiroo Onoda

 

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Pansa: tutte le falsità sulla Resistenza

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PANSAGiampaolo Pansa

Giampaolo Pansa

Gli anniversari dovrebbero essere aboliti. Soprattutto quando celebrano un evento politico che si presta a una giostra di opinioni non condivise. Accade così per il settantesimo del 25 aprile 1945, la festa della Liberazione. Una cerimonia che suscita ancora contrasti, giudizi incattiviti e tanta retorica. A volte un mare di retorica, uno tsunami strapieno anche di bugie e di omissioni dettate dall’ opportunismo politico. Per rendersene conto basta sfogliare i quotidiani e i settimanali di questa fine di aprile. È da decenni che studio e scrivo della nostra guerra civile. Ma non avevo mai visto il serraglio di oggi. Una fiera dove tutto si confonde. Dove imperano le menzogne, le reticenze, le pagliacciate, le caricature. È vero che siamo una nazione in declino e che ha perso la dignità di se stessa. Però il troppo è troppo.

Per non essere soffocato dalla cianfrusaglia, adesso proverò a rammentare qualche verità impossibile da scordare. La prima è che la guerra civile conclusa nel 1945, ma con molte code sanguinose sino al 1948, fu un conflitto fra due minoranze. Erano pochi i giovani che scelsero di fare i partigiani e i giovani che decisero di combattere l’ ultima battaglia di Mussolini. Il «popolo in lotta» tanto vantato da Luigi Longo, leader delle Garibaldi, non è mai esistito. A perdere furono i ragazzi di Salò, i figli dell’ Aquila repubblicana. Ma a vincere non furono quelli che avevano preso la strada opposta. L’ Italia non venne liberata da loro. Se il fascismo fu sconfitto lo dobbiamo ad altri giovani che non sapevano quasi nulla di un Paese che dal 1922 aveva obbedito al Duce e l’ aveva seguito in una guerra sbagliata, combattuta su troppi fronti. La vittoria e la libertà ci vennero donate dalle migliaia di ragazzi americani, inglesi, francesi, canadesi, australiani, brasiliani, neozelandesi, persino indiani, caduti sul fronte italiano. E dai militari della Brigata Ebraica, che oggi una sinistra ottusa vorrebbe escludere dalla festa del 25 aprile.

Gli stranieri e gli italiani si trovarono alle prese con una guerra civile segnata da una ferocia senza limiti. Qualcuno ha scritto che la guerra civile è una malattia mentale che obbliga a combattere contro se stessi. E svela l’ animo bestiale degli esseri umani. Tutti gli attori di quella tragedia potevano cadere in un abisso infernale. Molti lo hanno evitato. Molti no. Eccidi, torture, violenze indicibili non sono stati compiuti soltanto dai nazisti e dai fascisti. Anche i partigiani si sono rivelati diavoli in terra.

In un libro di memorie scritto da un comandante garibaldino e pubblicato dall’ Istituto per la storia della Resistenza di Vercelli, ho trovato la descrizione di un delitto da film horror. Una banda comunista, stanziata in Valsesia, aveva catturato due ragazze fasciste, forse ausiliarie. E le giustiziò infilando nella loro vagina due bombe a mano, poi fatte esplodere.
La ferocia insita nell’ animo umano era accentuata dalla faziosità ideologica. La grande maggioranza delle bande partigiane apparteneva alle Garibaldi, la struttura creata dal Pci e comandata da Longo e da Pietro Secchia. È una verità consolidata che tra le opzioni del partito di Palmiro Togliatti ci fosse anche quella della svolta rivoluzionaria. Dopo la Liberazione sarebbe iniziata un’ altra guerra. Con l’ obiettivo di fare dell’ Italia l’ Ungheria del Mediterraneo, un Paese satellite dell’ Unione Sovietica.

I comunisti potevano essere più carogne dei fascisti e dei nazisti? No, perché chi imbraccia un’ arma per affermare un progetto totalitario, nero o rosso che sia, è sempre pronto a tutto. Ma esiste un fatto difficile da smentire: le stragi interne alla Resistenza, partigiani che uccidono altri partigiani, sono tutte opera di mandanti ed esecutori legati al Pci.
La strage più nota è quella di Porzûs, sul confine orientale, a 18 chilometri da Udine. Nel pomeriggio del 7 febbraio 1945, un centinaio di garibaldini assalgono il comando della Osoppo, una formazione di militari, cattolici, monarchici, uomini legati al Partito d’ Azione e ragazzi apolitici. Quattro partigiani e una ragazza vengono soppressi subito. Altri sedici sono catturati e tutti, tranne due che passano con la Garibaldi, saranno ammazzati dall’ 8 al 14 febbraio. Un assassinio al rallentatore che diventa una forma di tortura.
In totale, 19 vittime.

La strage ha un responsabile: Mario Toffanin, detto “Giacca”, 32 anni, già operaio nei cantieri navali di Monfalcone, un guerrigliero brutale e un comunista di marmo. Ha due idoli: Stalin e il maresciallo Tito. Considera la guerriglia spietata il primo passo della rivoluzione proletaria. Ma l’ assalto e la strage gli erano stati suggeriti da un dirigente della Federazione del Pci di Udine. Di lui si conosce il nome e l’ estremismo da ultrà che gioca con le vite degli altri.

È quasi inutile rievocare le imprese di Franco Moranino, “Gemisto”, il ras comunista del Biellese. Un sanguinario che arrivò a uccidere i membri di una missione alleata. E poi fece sopprimere le mogli di due di loro, poiché sospettavano che i mariti non fossero mai giunti in Svizzera, come sosteneva “Gemisto”. Il Pci di Togliatti difese sempre Moranino e lo portò per due volte a Montecitorio e una al Senato. Anche lui come “Giacca” morì nel suo letto.

Tra le imprese criminali dei partigiani rossi è famoso il campo di concentramento di Bogli, una frazione di Ottone, in provincia di Piacenza, a mille metri di altezza sull’ Appennino. Dipendeva dal comando della Sesta Zona ligure ed era stato affidato a un garibaldino che oggi definiremmo un serial killer. Tra l’ estate e l’ autunno del 1944 qui vennero torturati e uccisi molti prigionieri fascisti. Le donne venivano stuprate e poi ammazzate. Soltanto qualcuno sfuggì alla morte e dopo la fine della guerra raccontò i sadismi sofferti.
A volte erano dirigenti rossi di prima fila a decidere delitti eccellenti. Le vittime avevano comandato formazioni garibaldine, ma si rifiutavano di obbedire ai commissari politici comunisti. Di solito questi crimini venivano mascherati da eventi banali o da episodi di guerriglia.

Uno di questi comandanti, Franco Anselmi, “Marco”, il pioniere della Resistenza sull’ Appennino tortonese, dopo una serie di traversie dovute ai contrasti con esponenti del Pci, fu costretto ad andarsene nell’ Oltrepò pavese.

Morì l’ ultimo giorno di guerra, il 26 aprile 1945, a Casteggio per una raffica sparata non si seppe mai da chi.
Negli anni Sessanta, andai a lavorare al Giorno, diretto da Italo Pietra che era stato il comandante partigiano dell’ Oltrepò. Sapeva tutto del Pci combattente, della sua doppiezza, dei suoi misteri.

Quando gli chiesi della fine di Anselmi, mi regalò un’ occhiata ironica. E disse: «Vuoi un consiglio? Non domandarti nulla. Anselmi è morto da vent’ anni. Lasciamolo riposare in pace».
Un’ altra fine carica di mistero fu quella di Aldo Gastaldi, “Bisagno”, il numero uno dei partigiani in Liguria. Era stato uno dei primi a darsi alla macchia nell’ ottobre 1943, a 22 anni. Cattolico, sembrava un ragazzo dell’ oratorio con il mitragliatore a tracolla, coraggioso e altruista. Divenne il comandante della III Divisione Garibaldi Cichero, la più forte nella regione. Era sempre guardato a vista dalla rete dei commissari comunisti della sua zona.

Nel febbraio 1945, il Pci cercò di togliergli il comando della Cichero, ma non ci riuscì. Alla fine di marzo Bisagno chiese al comando generale del Corpo volontari della libertà di abolire la figura del commissario politico. E quando Genova venne liberata, cercò di opporsi alle mattanze indiscriminate dei fascisti.

Non trascorse neppure un mese e il 21 maggio 1945 Bisagno morì in un incidente stradale dai tanti lati oscuri. In settembre avrebbe compiuto 24 anni. Ancora oggi a Genova molti ritengono che sia stato vittima di un delitto. Sulla sua fine esiste una sola certezza.

Con lui spariva l’ unico comandante partigiano in grado di fermare in Liguria un’ insurrezione comunista diretta a conquistare il potere. Scommetto mille euro che nessuno dei due verrà ricordato nelle cerimonie previste un po’ dovunque. Al loro posto si farà un gran parlare delle cosiddette Repubbliche partigiane. Erano territori conquistati per un tempo breve dai partigiani e presto perduti sotto l’ offensiva dei tedeschi. Le più note sono quelle di Montefiorino, dell’ Ossola e di Alba.

Nel 1944, Montefiorino, in provincia di Modena, contava novemila abitanti. Con i quattro comuni confinanti si arrivava a trentamila persone. L’ area venne abbandonata dai tedeschi e i partigiani delle Garibaldi vi entrarono il 17 giugno. La repubblica durò sino al 31 luglio, appena 45 giorni. Fu un trionfo di bandiere rosse, con decine di scritte murali che inneggiavano a Stalin e all’ Unione Sovietica.

Vi dominava l’ indisciplina più totale. Al vertice c’ era il Commissariato politico, composto soltanto da comunisti. Il caos ebbe anche un lato oscuro: le carceri per i fascisti, le torture, le esecuzioni di militari repubblicani e di civili.

Ma nessuno si preoccupava di difendere la repubblica. Infatti i tedeschi la riconquistarono con facilità.

La repubblica dell’ Ossola nacque e morì nel giro di 33 giorni, fra il settembre e l’ ottobre del 1944. Era una zona bianca, presidiata da partigiani autonomi o cattolici. E incontrò subito l’ ostilità delle formazioni rosse. Cino Moscatelli, il più famoso dei comandanti comunisti, scrisse beffardo: «A Domodossola c’ è un sacco di brava gente appena arrivata dalla Svizzera che ora vuole creare per forza un governino pur di essere loro stessi dei ministrini».

La repubblica di Alba venne descritta così dal grande Beppe Fenoglio, partigiano autonomo: «Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre 1944». Durata dell’ esperimento: 23 giorni, conclusi da una fuga generale. Sentiamo ancora Fenoglio: «Fu la più selvaggia parata della storia moderna: soltanto di divise ce n’ era per cento carnevali. Fece impressione quel partigiano semplice che passò rivestito dell’ uniforme di gala di colonnello d’ artiglieria, con intorno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri…».
In realtà la guerra civile fu di sangue e di fuoco. Con migliaia di morti da una parte e dall’ altra. Dopo il 25 aprile ebbe inizio un’ altra epoca altrettanto feroce. L’ ho descritta nel libro che mi rende più orgoglioso fra i tanti che ho pubblicato: Il sangue dei vinti. Stampato da un editore senza paura: la Sperling e Kupfer di Tiziano Barbieri. Un buon lavoro professionale. Dal 2003 a oggi, nessuna smentita, nessuna querela, ventimila lettere di consenso, una diffusione record. Ma le tante sinistre andarono in tilt. E diedero fuori di matto.

Più lettori conquistavo, più venivo linciato sulla carta stampata, alla radio, in tivù. Mi piace ricordare l’ accusa più ridicola: l’ aver scritto quel libro per compiacere Silvio Berlusconi e ottenere dal Cavaliere la direzione del Corriere della Sera. Potrei mettere insieme un altro libro per raccontare quello che mi successe. Qui preferisco ricordare i più accaniti tra i miei detrattori: Giorgio Bocca, Sandro Curzi, Angelo d’ Orsi, Sergio Luzzatto, Giovanni De Luna, Furio Colombo, qualche firma dell’ Unità, varie eccellenze dell’ Anpi, del Pci e di Rifondazione comunista.

Tutti erano mossi dalle ragioni più diverse. Se ci ripenso sorrido.

La meno grottesca riguarda l’ ambiente legato al vecchio Pci. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la svolta di Achille Occhetto nel 1989, gli restava poco da mordere.
Si sono aggrappati alla Resistenza.

E hanno inventato uno slogan. Dice: la Resistenza è stata comunista, dunque chi offende il Pci offende la Resistenza. Oppure: chi offende la Resistenza offende il Pci e gli eredi delle Botteghe oscure.

Ecco un’ altra delle menzogne spacciate ogni 25 aprile. Insieme alla bugia delle bugie, quella che dice: le grandi città dell’ Italia del nord insorsero contro i tedeschi e li sconfissero anche nell’ ultima battaglia. Non è vero. La Wehrmacht se ne andò da sola, tentando di arrivare in Germania. In casa nostra non ci fu nessuna Varsavia, la capitale polacca che si ribellò a Hitler tra l’ agosto e il settembre 1944. E divenne un cumulo di macerie. In Italia le uniche macerie furono quelle causate dai bombardamenti degli aerei alleati.
Che cosa resta di tutto questo?

Di certo il rispetto per i caduti su entrambe le parti. Ma anche qualcos’ altro. Quando viaggio in auto per l’ Italia, rimango sempre stupito dalla solitaria immensità del paesaggio. Anche nel 2015 presenta grandi spazi vuoti, territori intatti, mai violati dal cemento.

È allora che ripenso ai pochi partigiani veri e ai figli dell’ Aquila fascista. E mi domando se avrei avuto il loro stesso coraggio se fossi stato un giovane di vent’ anni e non un bambino. Si gettavano alle spalle tutto, la famiglia, gli studi, l’ amore di una ragazza, per entrare in un mondo alieno, feroce e sconosciuto. Erano formiche senza paura e pronte a morire. L’ Italia di oggi merita ancora quei figli, rossi, neri, bianchi? Ritengo di no.

di Giampaolo Pansa

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“Shakespeare – Agente segreto al servizio di sua Maestà Britannica…”

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Segnalazione Edizioni Controcorrente

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3 novembre 1867: la vittoria dei soldati del Papa Re!

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza Comunicato n. 88/15 del 3 novembre 2015, San Giusto

3 novembre 1867: la vittoria dei soldati del Papa Re!

Il 3 novembre 1867 l’esercito pontificio sconfiggeva le bande garibaldine (assistite dall’esercito italiano, aspetto dimenticato da chi, contro la realtà storica, attribuisce la vittoria papalina all’intervento dell’esercito francese), dopo due mesi di scontri nell’Agro Romano iniziati il 29 settembre. Ricordiamo la vittoria con un testo dedicato ai cappellani militari dell’esercito pontificio.

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22 ottobre 1867: il terrorismo colpisce Roma

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Segnalazione del Centro Studi Federici

L’attentato terroristico alla caserma degli zuavi

“… Uno dei punti cardine di tutta l’insurrezione si fondava sulla distruzione della caserma degli zuavi nel quartiere Serristori a poca distanza dal Vaticano. Lo scopo fondamentale, ovviamente, era quello di colpire e fiaccare fisicamente e psicologicamente il corpo degli zuavi (…). Facendo saltare in aria il loro quartier generale e con esso la maggior parte degli zuavi, si sarebbe inflitto un durissimo colpo alla forza fondamentale a cui si affidava l’estrema difesa della città (…). Una grande parte del fabbricato crollò. Ma per fortuna la maggior parte dei militari, per ragioni di servizio, era partita poco prima alla volta di Porta s. Paolo; rimasero sotto le macerie vari zuavi che facevano parte della banda musicale. Le vittime furono:

Carmine Carletti di Olevano

Luigi Carrey di Arbois

Giuseppe Cesaroni di Roma

Fortunato Chiusaroli di Roma

Emilio Claude di Nancy

Federico Cornet di Namur

Alessio Desbordes d’Ilê de Oléron

Cesare Desideri di Roma

Federico De Dietfutr di Colmar

Giovanni Devorscek di Bologna

Luigi Flamini di Roma

Giovanni Lanni di Roma

Eduardo Larroque di Cahors

Michelangelo Mancini di Roma

Pietro Mancini di Roma

Stefano Melin di Moulins

Francesco Mirando di Portici

Antonio Partel di Vigo, Tirolo

Giacomo Poggi di Genova

Andrea Portauovo di Napoli

Edmondo Robinet di Saint-Pol-de-Leon

Nicola Silvestrelli di Roma

Oreste Soldati di Palestrina

Domenico Tartavini di Roma

Vittore Vichot di Parigi

un passante, Ferri Francesco e la figlia di sei anni, Rosa; dei feriti, tra i quali vi era la moglie di Ferri, alcuni morirono in seguito. (…)

(Fulvio Izzo, L’attentato del fermano Giuseppe Monti alla Caserma Serristori nella insurrezione romana del 1867, Maroni Editore, Ripatransone, 1994)

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Netanyahu: “Hitler voleva espulsione e non lo sterminio degli ebrei”

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NETANYAHU BLOCCA NUOVI MURI. 'HAMAS VUOLE RITORNO KAMIKAZE'

Stanno suscitando scalpore le affermazioni del premier Benyamin Netanyahu secondo cui Hitler non voleva “sterminare” gli ebrei, ma “espellerli”: fu convinto alla Soluzione finale dal Muftì di Gerusalemme Haj Amin Al-Husseini. “Hitler -ha detto al Congresso sionista- all’epoca non voleva sterminare gli ebrei ma espellerli. Il Muftì andò e gli disse ‘se li espelli, verranno in Palestina. ‘Cosa dovrei fare?’ chiese, e il Muftì rispose ‘Bruciali'”.

Herzog a Netanyahu, sulla Shoah la tua e’ distorsione – Non si è fatto attendere il comento il leader dell’opposizione israeliana Isaac Herzog sulle affermazioni del premier: “Una pericolosa distorsione. Chiedo a Netanyahu di correggerla immediatamente perché minimizza la Shoah… e la responsabilità di Hitler nel terribile disastro del nostro popolo”.

La Palestina dal canto suo respinge le affermazioni di Netanyahu
”Lo Stato di Palestina denuncia le affermazioni Netanyahu in quanto moralmente indifendibili ed infiammatorie”, ha affermato il segretario generale dell’Olp Saeb Erekat. L’Anp rincara, incitamento Israele creerà situazione esplosiva

Duro il commento del Centro Wiesenthal: ‘affermazioni Netanyahu senza basi
“L’affermazione di Netanyahu è totalmente senza basi”. Così all’ANSA Efraim Zuroff, direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme. “Che il Muftì spingesse sui nazisti e volesse l’invasione della Palestina è fuori discussione, ma Hitler non doveva essere convinto da nessuno”.

Intanto continuano le violenze: tentato accoltellamento in Cisgiordania, ferita assalitrice
L’esercito israeliano hareso noto di aver ferito una “sospetta terrorista” per quello che ha definito un tentato accoltellamento nell’insediamento ebraico di Yitzhar in Cisgiordania.

 

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Gorla, la strage dimenticata

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Milano, Gorla e la strage dei 184 innocenti

Il cielo è maledettamente azzurro su Milano, la mattina del 20 ottobre 1944. Così azzurro che la maestra della scuola elementare Francesco Crispi, in zona Gorla, è preoccupata: «È troppo terso, potrebbero bombardare. Noi siamo costretti ad andare a scuola, ma voi che potete…», dice incontrando sul ponticello del naviglio Martesana la piccola Graziella Ghisalberti, 7 anni, per mano con sua mamma e il cuginetto Edoardo di 6. Invece Graziella ed Edoardo, con i loro grembiulini neri, varcano il portone, come tutti i giorni da quando sono rientrati dalla Brianza, dove erano sfollati per paura della guerra: «Tanto ormai la guerra è finita», ripetevano gli adulti. E invece la guerra a Milano doveva dare l’ultimo colpo di coda, il più devastante..

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