Gli italiani trucidati dal regime comunista

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Segnalazione di C.T.

di Marcello Veneziani

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Il comunismo inteso come regime non è mai andato al potere in Italia. In compenso ha mietuto più vittime italiane del “famigerato” regime fascista che pure ha dominato nel nostro Paese per oltre un ventennio. Centinaia di italiani emigrati in Crimea nell’Ottocento soprattutto dalla Puglia, e poi dal Veneto, a partire dagli Anni Venti del [&hellip

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Le 67 parole da cui nacque Israele

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di Davide Maria De Luca

Le 67 parole da cui nacque Israele

Segnalazione Arianna editrice

Fonte: Il Post

Sono quelle della dichiarazione Balfour, un documento nato fra intrighi e ambiguità che contribuì in maniera decisiva alla creazione dello stato ebraico.

Il 2 novembre del 1917 il ministro degli Esteri del Regno Unito, Arthur Balfour, inviò una lettera a Lord Walter Rothschild, uno dei principali leader della comunità ebraica nel paese, in cui sosteneva che il suo governo si sarebbe impegnato per creare uno stato ebraico in Palestina. Era un testo brevissimo, 67 parole in tutto, che però ebbe enormi conseguenze. Con gli anni è diventato uno dei testi diplomatici più controversi della storia. Fu elaborato con grandi cautele in un periodo di difficoltà militari, prodotto da fitte trattative portate avanti da agenzie rivali all’interno del governo, da volenterosi dilettanti e da faccendieri truffaldini. Il risultato, fra l’altro, era in contraddizione con altri impegni che il governo britannico aveva preso in quegli anni. Per i sostenitori di Balfour e del sionismo, la data della dichiarazione è da decenni un giorno da festeggiare. Per i suoi critici, un atto di cinismo politico che produsse una delle più gravi ferite inflitte al Medio Oriente da una potenza occidentale. Continua a leggere

Caporetto è ancora attuale

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di Marcello Veneziani

Caporetto è ancora attuale

Fonte: Marcello Veneziani

Cosa resta di Caporetto a cent’anni dal tragico evento? Ieri tutti hanno ricordato – anche Il Tempo – quella pagina terribile della Grande Guerra, ne hanno ricostruito la storia e le responsabilità, a partire da Cadorna.

Vorrei spingermi oltre e chiedermi che segni ha lasciato nell’Italia presente quella battaglia perduta, nella mente e soprattutto nel carattere nazionale.

Per molti anni Caporetto è stata la parola chiave per indicare tutte le nostre disfatte, il simbolo di ogni scollamento e di ogni esercito allo sbando, la psicosi che ci ha accompagnato lungo tutto il Novecento come un peccato originale.

Caporetto era rimasta più famosa di Vittorio Veneto, che celebra invece la nostra Vittoria. Non a caso le grandi opere sulla prima guerra mondiale, da Malaparte a Prezzolini e a Emilio Lussu, gli unici film sulla Prima guerra mondiale, da Uomini contro di Francesco Rosi a Torneranno i Prati di Ermanno Olmi, evocano più Caporetto che il Bollettino della Vittoria, più Cadorna che Diaz. Continua a leggere

Il Prof. Serpentini racconta la storia della “resistenza teramana”

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Segnalazione di Pietro Ferrari

(G.p)Il professor Elso Simone Serpentini pubblicherà tra il Novembre e il Dicembre 2017 con Artemia Nova Editrice, una ricca descrizione degli avvenimenti bellici o legati alla cosiddetta ‘resistenza’ che dal 1943 fino al dopoguerra, hanno riguardato la zona settentrionale dell’Abruzzo. Un’opera, questa di “Teramo e il teramano negli anni della guerra civile” che appena annunciata, ha già destato diffuse curiosità non solo in ambito locale.
In esclusiva per i lettori di fascinazione l’avvocato Pietro Ferrari,autore di Fascismi, analisi, storie e visioni,  intervista il professore Serpentini.

1) Lei ha avuto un passato da dirigente del MSI e da professore di storia. Come ha vissuto il suo ruolo di militante nella sua città e il suo dovere di formazione verso i liceali, nell’epoca del pensiero unico e di libri di testo scolastici pieni di omissioni, negazionismi di Stato come quello sulla tragedia delle foibe e caricature di ciò che avvenne in quegli anni?
Da dirigente del MSI ho vissuto l’esperienza comune a quanti hanno militato in un partito considerato al di fuori dell’arco costituzionale e, pur sedendo sui banchi del consiglio comunale, ero considerato politicamente poco meno che un reietto. Ho preso parte ad infuocate campagne elettorali, sono stato più volte candidato a vari livelli, ho fatto centinaia di comizi e alla fine son dovuto uscire dal partito per divergenze profonde con la dirigenza regionale e facendo in tempo ad abbandonare quell’area politica prima del tradimento di Fiuggi e delle vergogne seguite dopo. Da professore di storia di liceo ho, ovviamente, risentito dell’ambivalenza del ruolo, dovendo oscillare tra quello dell’educatore e quello del comunicatore di regime, cioè obbligato per legge a trasmettere la vulgata storica autoreferenziale e autotrionfante, contravvenendo alla quale sarei stato passibile di esemplari provvedimenti legislativi ed amministrativi. Ho risolto il problema con un atto di disobbedienza civile che però era perfettamente in linea con il principio della libertà d’insegnamento. Nel mio programma di storia non ho mai incluso né la seconda guerra mondiale né la guerra civile. Continua a leggere

La Grande Guerra degli esoteristi

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Nel corso della giornata per la “Regalità Sociale di Cristo” svoltasi a Modena il 14/10/2017, don Francesco Ricossa ha parlato anche del ruolo nefasto avuto dagli esoteristi, in quanto parte integrante della Massoneria, in alcuni eventi storici. Ebbene, ci sembra che questa corretta asserzione sia comprovata dai fatti. Ne aggiungiamo uno:

di Sandro Consolato

La Grande Guerra degli esoteristi

Fonte: Tempi

Siamo arrivati quasi alla fine del penultimo anno del centenario della Grande Guerra. In Italia piuttosto svogliatamente, e c’è da prevedere che ci sarà un sussulto solo per ricordarsi, tra breve, di Caporetto. Molto avrebbe potuto e dovuto essere fatto dal ministero della Pubblica istruzione per ricordare nel modo migliore il profondo intreccio tra vita intellettuale e artistica ed esperienza bellica, ma è difficile aspettarsi adeguate iniziative da chi due anni fa (Miur, Nota prot. n. 3401 del 19 maggio 2015) invitava le istituzioni scolastiche regionali a celebrare il Centenario del 24 maggio aprendo col riferimento ad una «data [che] rappresenta l’inizio di una pagina buia della nostra storia». Ma qui non è di questo che vogliamo parlare. Non senza rapporti con l’interventismo degli intellettuali e degli artisti, vi è una storia poco nota che riguarda la cultura italiana e la Grande Guerra, ed è quella dell’attiva partecipazione ad essa degli esoteristi. Ed è questa storia che vorremmo raccontare.

Intanto, è bene ricordare che l’esoterismo è ormai entrato a livello internazionale nella storia delle idee e nella stessa storiografia nazionale, come dimostrano gli Annali 21 e 25 della Storia d’Italia Einaudi, dedicati a La Massoneria (2006) e all’Esoterismo (2010), entrambi a cura di G. M. Cazzaniga. Tuttavia pure in queste due opere della Grande Guerra non si dice granché, e perfino il ruolo della massoneria in questa importante vicenda non trova adeguata trattazione, mentre la ha per ciò che riguarda l’irredentismo prebellico. Ma qui non è neanche della massoneria, il cui impegno di fatto non ebbe alcun risvolto da dirsi realmente “esoterico”, che intendiamo parlare, pur se in una certa misura si ha a che fare anche con essa. Continua a leggere

L’attentato alla caserma Serristori, 22 ottobre 1867

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romasparita_10887IN RICORDO DEL SACRIFICIO DEGLI ZUAVI PONTIFICI

Segnalazione del Centro Studi Federici

“… Uno dei punti cardine di tutta l’insurrezione si fondava sulla distruzione della caserma degli zuavi nel quartiere Serristori a poca distanza dal Vaticano. Lo scopo fondamentale, ovviamente, era quello di colpire e fiaccare fisicamente e psicologicamente il corpo degli zuavi (…). Facendo saltare in aria il loro quartier generale e con esso la maggior parte degli zuavi, si sarebbe inflitto un durissimo colpo alla forza fondamentale a cui si affidava l’estrema difesa della città (…). Una grande parte del fabbricato crollò. Ma per fortuna la maggior parte dei militari, per ragioni di servizio, era partita poco prima alla volta di Porta s. Paolo; rimasero sotto le macerie vari zuavi che facevano parte della banda musicale. Le vittime furono:
Carmine Carletti di Olevano
Luigi Carrey di Arbois
Giuseppe Cesaroni di Roma
Fortunato Chiusaroli di Roma
Emilio Claude di Nancy
Federico Cornet di Namur
Alessio Desbordes d’Ilê de Oléron
Cesare Desideri di Roma
Federico De Dietfutr di Colmar Continua a leggere

Libro di Elso Serpentini sulla resistenza teramana (recensione e intervista)

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di Pietro Ferrari

“Accettare la storia dell’altro senza condividerla è l’ossimoro obbligato, il piccolo dazio da pagare per metabolizzare finalmente il passato e per guardare davvero il futuro senza fantasmi in soffitta, chimere in salotto e scheletri nell’ armadio”.

“Lo studioso Elso Simone Serpentini, docente di storia e filosofìa in pensione, ex rautiano, anima libertaria e nicciana del vecchio MSI ed autore di numerose pubblicazioni, è in procinto di dare alle stampe un’opera presentata dal medesimo come appartenente al genere storico ma che non potrà che suggerire alla storiografìa dei nuovi stimoli di completezza e rinnovamento. Dipanare con pazienza il groviglio della guerra civile nel teramano dal ’43 al dopoguerra è stato un regalo voluminoso che Il professor Serpentini ha voluto fare alla sua provincia. Un regalo che non potrà passare inosservato come se fosse un pacco tra i tanti che affollano gli scaffali. Sono le storie, le mille storie degli anonimi e delle vittime, dei protagonisti e degli antagonisti, dei vigliacchi e degli eroi, degli opportunisti e dei carnefici, dei galantuomini che passano per banditi e dei banditi che passano per galantuomini, sono le storie, le mille storie che fanno la storia. Anche quelle soffocate nel tritacarne dell’oblìo. Raccontare una guerra civile è una narrazione lacerante di sangue e di onore, di torti e infamie, tradimenti e tragedie familiari, urbane e paesane, una narrazione che talvolta per turpi profitti annulla come insignificanti quelle tante storie che pur l’hanno prodotta, quelle storie che fluiscono come orrida fiumana e come dignitosa tenuta di un ideale e di una resa dei conti in cui svaniscono illusioni e giovinezze, patrie e canti, amicizie e visioni ma dove altre agiografìe già si impongono come paradigmi del futuro. Un futuro che non sarebbe più stato libero da quel passato. La storia di Stato che si fa propaganda isterica viene a rimuovere vestigia ed a riscrivere la toponomastica ma nella retorica inevitabile assume, come nemesi beffarda, le vesti dell’altro, perché tutti alla fine furono messi nella condizione di dover dare il meglio o il peggio di se stessi. Quando le fanfare emotive dell’imminenza dopo tanti anni si intorpidiscono non reggendo più la retorica sottostante che le fondava, ecco che riaffiora la necessità della verità, la sete di ascoltarla tutta quanta, quella verità stuprata ed infoibata ma che torna poi in modo delicato e non più come incubo perché non vuole vendetta né chiede prebende, ma solo rispetto. Uno storico questo fa: rende conosciuto in modo dettagliato ciò che è accaduto, dipana gli equivoci o li smaschera, smonta falsi miti lasciando ai lettori non solo necessarie revisioni e riscritture ma essenzialmente una visione completa. Il pregio del professor Elso Simone Serpentini consiste nell’essere riuscito, con lucido distacco emotivo che non è però indifferenza, a descriverci nel culmine della sua maturità ed esperienza, il dramma civile di uno scontro esiziale tra un mondo che moriva perché sconfitto con le armi ed un altro che pur disunito avanzava spavaldo, una descrizione sobria e dettagliata che riesce ad unire nella sua penna il ruolo dello storico a quello del cronista giudiziario e del giornalista, per cui le mille storie emancipate dalla mitologìa assumono connotati chiari e sembrano quasi tornare in vita, come novelle che arricchiscono la consapevolezza o come grumi della cattiva coscienza che tornano inattesi. Una storia fatta di mille storie diverse ed opposte, mosse da sentimenti e scelte diverse ed opposte anche all’interno degli stessi fronti in lotta, storie che non vanno imposte reciprocamente nella memoria perché ognuno rivendica la sua ‘resistenza’, ma che devono essere invece e quanto meno accettate, rese agibili perché vere, davanti a quella storia che non potrà mai essere condivisa. Perché fu ed è la storia di una guerra civile. Accettare la storia dell’altro senza condividerla è l’ossimoro obbligato, il piccolo dazio da pagare per metabolizzare finalmente il passato e per guardare davvero il futuro senza fantasmi in soffitta, chimere in salotto e scheletri nell’ armadio”.

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La guerra alle ombre del passato e la lotta contro il pensiero unico

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di Marco Tarchi

La guerra alle ombre del passato e la lotta contro il pensiero unico

Fonte: Diorama letterario

8e395921afd8a4f0980aa1b393f8cb59Si intitola “La guerra delle ombre” l’ultimo editoriale di Diorama Letterario, rivista diretta da Marco Tarchi, accademico dell’Università di Firenze: è una riflessione profonda sui rischi generati dalle tendenze liberticide che permeano lavori parlamentari e dalle strumentali visioni storico-politiche dei media mainstream

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L’ultimo episodio è stato certamente il più grottesco – lo scandalo di portata nazionale nato dalle trovate tra il goliardico e lo psicopatologico del bagnino nostalgico di una spiaggia di Chioggia, desideroso di esternare le sue opinioni sull’Italia in camicia nera con espedienti degni del Catenacci di “Alto gradimento”, trasmissione radiofonica cult dell’Italia anni Settanta – e lo si potrebbe a buon diritto giudicare, in sé, indegno di ispirare qualunque commento che varchi i confini della piccola cronaca del periodo balneare. Eppure, anche un episodio di così minuscola portata può, e deve, servire ad aprire una riflessione su un fenomeno ben più rilevante ed inquietante che è sotto i nostri occhi da molti anni, e non accenna a ridimensionarsi: quella vera e propria guerra delle ombre che si è insinuata nell’odierno scenario politico e metapolitico, quel revival di fantasmi di epoche trapassate che da più parti ci si sforza di riportare sulla scena per oscurare o sostituire i veri conflitti di fondo che attraversano la nostra epoca. Quel teatro degli spettri i cui protagonisti sono il fascismo e l’antifascismo. Continua a leggere

20/09: la Roma papalina e la Roma brecciaiola

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piazza_sanpietroSegnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo alcuni brani del libro “LE DUE ROME. Dieci anni dopo la Breccia”, del padre Gaetano Zocchi (Tip. Giachetti, Figlio e C., Prato 1881).
Vi ha la Roma vecchia e la Roma nuova. Vi ha la Roma dei Papi e la Roma dei framassoni. Vi ha la Roma che prega e quella che bestemmia; la Roma dei martiri e quella dei tiranni; la Roma benedetta e quella maledetta. Vi ha la Roma di granito e la Roma di cartapesta; la Roma eterna e quella che, nata ieri, non è certa di vedere il domani. Vi ha la Roma di Cristo e la Roma dell’Anticristo.
Essa era la città di tutti i popoli della terra e la patria di tutte le genti per cagione del suo Pontefice, che è il padre universale dei cattolici; perciò, secondo la sublime sentenza del Fénelon, ogni cattolico è romano. Ora il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica si trova chiuso dentro al Vaticano, che è la sua reggia e la sua prigione, il suo trono e la sua croce, il suo tempio e il Calvario. Della restante Roma altri divennero signori; e perciò fuori della cerchia del Vaticano, a propriamente parlare, non vi è più Roma, ma un cumulo di edifizii e di ruine, di antico e moderno, di grande e venerando e di piccolo e spregevole, che altra volta fu Roma, ora non è più nulla.
(La fedeltà dei romani al Papa) mi pare abbastanza provata dal modo con cui accolsero la rivoluzione entrata in Roma per la breccia di Porta Pia. Il popolo romano rimase nella massima parte estraneo a quel movimento, cominciato e continuato da forestieri; le larghe promesse, lo splendido fantasma di avvenire fecondo di ricchezze e di potenza, che sembrava inseparabile dal titolo fastoso di capitale di un grand regno, non illusero il popolo romano. Sicchè, mentre tutte le altre città italiane venivano ciecamente travolte nei flutti della passioni anarchiche, Roma invece diede esempio memorando di fedeltà al suo antico e legittimo Sovrano. Professori, impiegati, soldati, grandi signori e principi, elessero il sacrificio, gli stenti, il disprezzo, l’oblio, piuttosto che mutar casacca.
Soprattutto la strage delle case religiose, dei conventi, dei monasteri, di chiese e di istituzioni pie; la licenza illimitata concessa ad eterici di qualsiasi setta, che ora hanno chiesa e scuola in tutti gli angoli di Roma, e adescano i miserabili e la feccia del popolo con promesse di guadagni materiali, e all’occasione affiggono nei luoghi pubblici avvisi crudelmente oltraggiosi alla fede cattolica, resero i nuovi padroni oltremodo antipatici ai romani.
Veniamo a Montecitorio. Qui sono gli eletti del popolo, qui è il palladio delle pubbliche libertà, qui è l’arena delle gloriose tenzoni nazionali. Ai tempi del Papa-Re, nel palazzo di Montecitorio, opera di un Papa Innocenzo, onde chiamasi anche palazzo Innocenziano, era la sede della polizia pontificia. Ora i poliziotti se ne sono andati… partiti gli onorevoli poliziotti, entrarono gli onorevoli deputati… Il luogo delle loro solenni comparse è l’aula provvisoria architettata nel 1871 dall’ingegnere Comotto, in forma di una baracca di legno, di ferro e di cristalli, stretta, disagiata, color di cioccolatte, e di disgraziata figura. Goffo baraccone è il nome, onde essa venne battezzata allora e che porta tuttavia; ma l’avrebbero potuta benissimo chiamare gabbia, poiché uno degli onorevoli (scordai quale) non dubitò una volta di asserire solennemente, credo in nome proprio e de’ suoi colleghi: noi siamo una gabbia di matti. Codesta gabbia o baraccone, che dir si voglia, in un col palazzo, costò ai contribuenti italiani cinque milioni e mezzo… Di che tanto più ammirevole è lo zelo, con cui gli inquilini di Montecitorio trattano gli affari dl popolo italiano che li ha mandati!… Già non sono mai troppi nel baraccone sopra descritto.
Quando poi in un modo o in un altro si sia finalmente razzolato il numero legale, le discussioni incominciano. Parlano pochi, ma parlano egregiamente: sono bocche d’oro! Specie se si tratta di rompere lance contro preti, frati, persone e cose di Chiesa, correte, oratori, correte ad ascoltare in Montecitorio: non troverete i migliori maestri a cercarli fra milioni… E quelli che tacciono, cioè la maggior parte? Quelli ascoltano? No, quelli vanno e vengono dall’aula al buffet, dal buffet all’aula; o, se sono avvocati, il che, per disgrazia nostra, si verifica almeno ottanta volte su cento, preparano le loro arringhe per la Corte delle assise. Alcuni ridono, altri interrompono l’egregio oratore, poi, giunto il momento opportuno, votano tutti. M come votate in buona coscienza per il bene del popolo che vi ha mandato, se a non avete seguita la discussione, o solo a sbalzi e sbadatamente? La discussione non è fatta per quelli che debbono votare, ma per quelli che debbono leggerla nei giornali e negli atti ufficiali. La discussione non muta mai il risultato del voto, che si conosce già prima della discussione.
Su per la comoda via aperta dalla munificenza di Pio IX, fui sulla piazza di Montecavallo, vicino al monumento equestre, opera superba di greco scalpello, dinanzi al palazzo del Quirinale… Quel palazzo colle sue sontuose sale, colle sue opere d’arte, coi suoi giardini, era stato la reggia di molti Papi. Anche Pio IX vi aveva, prima dell’esilio, posto la sua Corte. Ora quel palazzo è sede di un re e di una regina, portati a Roma dal turbine rivoluzionario, e si dicono incoronati dalla volontà popolare. In quelle sale, al cospetto delle sacre scene dipinte dal pennello devotissimo dell’Owerbek, si danza e si banchetta: in quei giardini viene Garibaldi a restituire cavallerescamente al re d’Italia la visita; ricevutone nella propria casa. Sopra la porta principale del palazzo sporge una loggia. Di lassù ogni Papa, appena eletto dal Conclave, dava al popolo affollato la sua prima benedizione di Pontefice e di re: ora il re e la regina d’Italia ricevono lassù le ovazioni del popolo sovrano. Sotto l’arco maestoso di quella porta passavano cardinali e Prelati in severo abito talare, colle mozzette ed i rocchetti del cerimoniale liturgico; ora invece di là entrano ed escono le eleganti toilettes delle dame di corte e delle mogli di generali e ministri. È una processione assai poco edificante di soldati che bestemmiano e di ministri che vanno a sottoporre alla firma reale leggi e decreti, di cui non pochi recano lo sfratto di monache o di religiosi, lo smantellamento d’una chiesa, l’abolizione del catechismo, la leva dei chierici, il matrimonio civile e andate voi discorrendo. E sopra quella porta restano tuttavia S. Paolo colla spada sguainata, S. Pietro colle sue chiavi, la Vergine Santa col Bambino tra le braccia!
Lessi il nome di tutte le vie delle già finite e di quelle che si stanno terminando. D’Azeglio, Cavour, Manin, Gioberti, Mazzini, Napoleone III, ti guidano a Vittorio Emanuele. E nella parte opposta della stazione, dal Venti Settembre a Castel Fidardo, da Castel Fidardo a Solforino, a Palestro, a Goito, alla Cernaia, quei nomi ti conducono come per mano sulla strada percorsa dalla rivoluzione italica, te ne narrano tutte le geste, te ne cantano tutti i trionfi; quindi, giunto sulla piazza della Indipendenza, tu ammiri finalmente l’ultima meta…  La Indipendenza! La Indipendenza! Ed io là ritto in mezzo a quella piazza, non paranco bene rassettata, andava con me stesso meditando questa parola, e confrontava il suo significato filologico, col significato che essa piglia nella mente di quelli che l’hanno colà fatta esporre, in grandi lettere, alla vista del pubblico. Nel pensiero di costoro, indipendenza vuol dire: togliti di lì, che mi ci metta io; vuol dire: morte alla teocrazia! Morte ai tiranni, che comandavano nel nome del vecchio Dio! Viva lo Stato! Il dio nuovo, che fa quando gli talenta, senza l’impaccio di dover render conto ai dogmi ed alla morale.
Ma lo Stato fu dio altra volta, quando sul colle Esquilino, dove adesso sorge una parte della nuova Roma, abitava il carnefice incaricato di fustigare e di crocifiggere nel sesterzio gli schiavi, condannati al supplizio: Anche allora il dio Stato non rendeva conto de’ fatti suoi né ai dogmi, né a principi morali, perché la sua divisa era questa. Sic volo sic iubeo, stat pro ratione voluntas! Allora nel suolo della nuova Roma si seppellivano alla rinfusa gli schiavi, avuti in conto di bestie. E dei 900 mila abitanti, che Roma conteneva, i due terzi erano schiavi, poiché il dio Stato vedeva nel servaggio dei più la condizione necessaria della propria indipendenza. Credo che, in materia di indipendenza, non si pensi molto diversamente oggidì… La concorrevano le maghe nel silenzio della notte, a stracciare coi denti vittime eziandio umane, e del fegato bollente di quelle componevano filtri amorosi, e per la virtù del sangue versato in una fossa, evocavano i Mani, a scoprire le cose nascoste, lontane e future. Così, fra gli altri, lasciò scritto l’epicureo Orazio. Ma nemmeno oggidì son rari, tra coloro cui dobbiamo la nuova Roma, i fattucchieri e le streghe, che sotto nomi meno ignobili, rinnovano quelle ignobilissime superstizioni, e posseggono l’anima di molti epicurei moderni, atei e materialisti, che predicano l’indipendenza del pensiero e del cuore.
Roma papale aveva cancellati i delitti di Roma pagana, col sangue dei suoi martiri e colle santificazioni dei suoi sacramenti; nel fuoco della carità aveva disciolti i ceppi della schiavitù; aveva sfrantumata la statolatria e fondata la verace indipendenza dei popoli, sul principio della paternità divina… Indipendenza! Indipendenza, e intanto siamo tutti schiavi. La Chiesa schiava dello Stato, lo Stato schiavo dei ministri pro tempore, i ministri schiavi delle fazioni, le fazioni schiave delle logge massoniche, le logge schiave di Satana, tutti schiavi del mal costume, dell’empietà, della rapina, della violenza, della miseria, della fame!

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