Nella battaglia di Amburgo l’Italia cercherà di strappare i Marò dalle grinfie dell’India

Condividi su:

Segnalazione Quelsi

unnamed (1)Come annunciato ad Amburgo dalla cancelleria dell’Itlos (International Tribunal for the Law Of the Sea), nella due giorni del 10 ed 11 agosto si svolgerà un’udienza di fondamentale importanza, perchè il giudice Vladimir Vladimirovich Golitsyn ed i suoi assistenti a latere dovranno stabilire se l’India ha legittimamente esercitato la sua giurisdizione sui Marò. A tale riguardo, la posizione dell’Italia è ovviamente che l’India ha arbitrariamente ed illegalmente trattenuto, indagato, arrestato i Marò senza avere il diritto di farlo. Per questo si è presentata istanza perchè, nelle more di una decisione finale circa l’attribuzione della giurisdizione del caso della morte di due pescatori indiani ad Italia od India, decisione che è poi l’oggetto dell’arbitrato richiesto dall’Italia, per Latorre e Girone venga annullato l’ordine di restrizione della libertà individuale, con restituzione dei passaporti. Altresì, si chiede l’annullamento delle disposizioni della Corte Suprema dell’India in ordine al regime di custodia cautelare dei Marò, per la quale l’Italia sollecita una decisione dell’Itlos alla quale le due parti si dovranno necessariamente rimettere, perchè entrambe firmatarie della Convenzione Unclos III, fatta ratificare dai rispettivi Parlamenti.

A lume di ragione le richieste italiane dovrebbero essere completamente accolte, con i Marò rimessi in libertà dall’India e sottoposti al tipo di custodia cautelare che l’Itlos disporrà per loro. Logica vuole, infatti, che non essendosi sinora stabilito a quale tra le due parti verrà riconosciuta la giurisdizione sul loro caso, è assolutamente inaccettabile che una delle due parti, cioè l’India si sia arrogata il diritto di giudicarli. Pertanto, tutte le decisioni prese nei loro confronti sono inficiate alla base da evidente carenza di giurisdizione, e quindi risultano di nessuna rilevanza giuridica e da dichiarare legalmente inefficaci. E’ chiaro che le decisioni della Corte amburghese rivestono enorme rilevanza anche in funzione della soluzione del conflitto giuridico esistente tra Italia ed India. Il pieno accoglimento delle richieste dell’istanza di parte italiana sarebbe un primo significativo passo verso il riconoscimento delle ragioni dei Marò e dell’arbitrarietà dell’azione giudiziaria attuata dall’India.

Il 18 gennaio del 2013, in merito ad un ricorso dei due fucilieri con la partecipazione del governo italiano schierato al loro fianco, la Corte Suprema dell’India emise una sentenza di cui diamo i riferimenti per gli addetti ai lavori, esperti di diritto internazionale e penalisti interessati all’inedito caso dei Marò. Si tratta della sentenza sulla richiesta di Writ Petition (Civil) No. 135/2012 – Republic of Italy and others vs Union of India ed others – corredata da Special Leave Petition (Civil) No. 20370/2012, Massimiliano Latorre and others versus Union of India and others. Il documento di 160 pagine si compone di tre parti. La prima consta di 53 pagine ed è la petizione propriamente detta che rappresenta tutte le deduzioni italiane con tanto di elencazione delle motivazioni che fanno ritenere del tutto illegali le misure prese contro i Marò. La petizione, che è stata curata dall’avv. Harish N. Salve ed appare molto consistente e ben documentata, si conclude con una nota dell’Ambasciata italiana a New Delhi con la quale il governo italiano invoca per Latorre e Girone il riconoscimento dell’immunità funzionale, ovvero che le eventuali responsabilità degli atti commessi dai Marò, militari in regolare servizio ed ufficialmente impegnati in una missione di difesa antipirateria di una nave civile italiana, vadano attribuite al governo italiano stesso, ed il contenzioso sorto con l’Unione dell’India risolto a livello politico-diplomatico.

Tra le argomentazioni della petizione ce ne sono alcune di cui s’è parlato poco, o non s’è parlato affatto, perchè rappresentano delle intriganti speculazioni di carattere prettamente giuridico. Ne segnaliamo un paio. L’arresto dei Marò venne deciso dagli inquirenti del Kerala e le susseguenti indagini preliminari vennero condotte dalla Capitaneria di Porto e dalla polizia di quello Stato. Ora, siccome anche l’India accetta che il reato, se c’è stato, è avvenuto a 20,5 miglia dalla costa del Kerala, le indagini, le testimonianze, gli elementi probatori, le perizie ed ogni altro elemento raccolto dagli inquirenti keralesi non ha alcuna rilevanza legale e forense al fine di istruire un processo contro i Marò. Questo per ragioni inoppugnabili: il limite delle acque territoriali indiane, che giuridicamente fanno parte integrale del territorio indiano, si stende a 12 miglia. Quindi l’incidente con la Enrica Lexie si è verificato fuori dalle acque territoriali, ma all’interno della Contiguous Zone che si estende sino a 24 miglia, e che a sua volta è situata all’interno della Exclusive Economic Zone con limite delle 200 miglia.

Ora, il punto sollevato dall’avv. Salve è questo: nell’azione penale esercitata contro i Marò, il Kerala ha presunto di potere applicare la propria giurisdizione anche al di fuori delle acque territoriali indiane, anche nella Contiguous Zone. Questa decisione è stata opposta dall’Italia facendo nascere una disputa. Trattandosi di un contenzioso su scala internazionale, è ovvio che la contesa non può avvenire tra l’Italia ed il Kerala che non hanno relazioni diplomatiche tra loro, con il Kerala che non ha alcuna titolarità di sovranità secondo il Diritto Internazionale, ma può avvenire solo tra Stati sovrani e riconosciuti come tali secondo il Diritto Internazionale, ovvero tra governi centrali o federali. La stessa Corte Suprema di Delhi ha dovuto riconoscere che il Kerala si è indebitamente arrogato diritti che non aveva. Il fatto che la Corte fosse a conoscenza di questa palese violazione di tutti i principi stabiliti dalla Risoluzione delle Nazioni Unite dal titolo “Declaration on Principles of International Law Concerning Friendly Relations and Cooperation between States in accordance with the Charter of United Nations” avrebbe dovuto invalidare ogni atto giudiziario del Kerala, incluso l’arresto e la detenzione dei Marò. Di conseguenza, la questione loro riguardante avrebbe dovuto divenire un contenzioso da risolversi tra la Repubblica Italiana e l’Unione Indiana, senza coinvolgere sul piano delle responsabilità Latorre e Girone che avrebbero dovuto essere lasciati liberi, sebbene con lo status di indagati.

Un altro punto clamorosamente a favore della posizione italiana e dei Marò è questo. Secondo informativa resa dal Ministero della Marina Mercantile indiano, il St Antony, cioè il peschereccio che ha lamentato l’uccisione di due suoi pescatori da parte di militari sulla Enrica Lexie, di proprietà di Freidy Bosco, non era iscritto nel registro di cui all’Indian Merchant Shipping Act (Legge di navigazione mercantile dell’India) e che al momento dell’incidente navigava SENZA ALCUNA BANDIERA ISSATA, per cui sarebbe stato impossibile per chiunque escludere a priori che si trattasse di pirati. Il St Antony risultava invece registrato a Colachel, distretto di Kayakumari, nello Stato del Tamil Nadu, India orientale. Le licenze di imbarco dell’equipaggio erano state rilasciate dal Matsyathozhilali Forum di Trivandrum, nel Kerala, ma si trattava di documenti personali che non riguardavano la navigabilità del peschereccio. Tra l’altro si è scoperto (dopo) che il St Antony navigava inusitatamente lontano dalla costa perchè c’era un avviso di presenza di pirati. In ogni caso, questa è una seconda ragione per dichiarare inammissibili le prove raccolte dal Kerala, perchè persino secondo il codice penale indiano il caso non era di competenza del Kerala, ma del Tamil Nadu, parte lesa nell’incidente perchè si trattava di battello registrato in quello Stato.

Di seguito alla petizione italiana, la sentenza propone in un sessantina di pagine le controdeduzioni di Goulab Banerji, l’Additional Solicitor General, uno dei sostituti dell’avvocato generale dello Stato, che rappresentava l’Unione Indiana chiamata in causa dal nostro governo e dai Marò. Molte delle sue argomentazioni appaiono pretestuose, spesso infondate, e nelle quali si confonde spesso l’applicazione delle leggi locali ed internazionali. Quando non gli fa comodo, o nulla può opporre alle argomentazioni di Salve, Banerji non entra mai nel merito dei punti sollevati. Ad esempio, per quanto concerne l’immunità funzionale invocata dai Marò, risponde in modo arrogante che “non rientra tra i compiti del governo indiano quello di rilasciare dichiarazioni di immunità per chicchessia”. Speriamo che quando sarà il momento, a Banerji rinfaccino che quando si trattò di salvare da una certa condanna a morte 47 tra ufficiali e soldati dell’India impegnati in missione di pace in Congo, ma che invece di fare i peacekeepers trafficavano in armi, oro e diamanti, derubavano ed assalivano gli indigeni, stupravano donne e bambine spesso sopprimendo le loro vittime, pretesero che magistrati congolesi e l’Onu riconoscessero l’immunità funzionale dei caschi blu indiani e che questi fossero restituiti liberi, sani e salvi al loro Paese.

Alla fine, la posizione indiana ruoterà attorno ad un punto, l’unico sul quale possono sperare i costruire qualche tesi attendibile e degna di profonda ed attenta discussione, questo. Posto che la legge che definisce le Zone Marittime (Maritime Zones Act, 1976) ammette in casi ben precisati la possibilità per uno Stato di estendere la propria sovranità oltre le acque territoriali e sino al limite della Exclusive Economic Zone di 200 miglia, può il caso dei Marò rientrare tra quelli previsti dalla legge per cui il perseguire il reato di omicidio con l’applicazione del Codice Penale Indiano diviene del tutto legittimo?
Noi crediamo di no, e speriamo che ad Amburgo condividano il nostro convincimento. L’art 97 dell’Unclos, Penal Jurisdiction, non lascerebbe adito a dubbi di sorta. Esso si articola in tre commi e, tradotto dall’inglese, recita:

Comma 1. “Nel caso di collisione, o di qualsivoglia altro incidente che coinvolga una nave in navigazione in alto mare, che implichi la responsabilità del capitano o di di qualsiasi altra persona in servizio sulla nave, nessuna azione penale o disciplinare potrà essere intrapresa contro tale persona, fatta eccezione per le autorità giudiziarie od amministrative dello Stato di Bandiera della nave, o dello Stato di cui la persona ha la nazionalità” (quindi solo l’Italia nel caso Marò, ndr).

Comma 3. “NESSUN ARRESTO, nè il SEQUESTRO DELLA NAVE, neppure al solo fine di svolgere indagini, potranno essere disposti da alcuna autorità che non siano quelle dello Stato di Bandiera”.

Ricapitolando, il Kerala si è arrogato il diritto di richiamare in porto la Lexie che stava in alto mare (38 miglia dalla costa) per inquisire i Marò e sequestrare la Enrica Lexie, ciò in aperta violazione di questo articolo, che stabilisce in modo chiaro e senza ambiguità che, trattandosi di incidente avvenuto in acque extra-territoriali, le uniche autorità che avrebbero avuto la giurisdizione sui Marò e l’Enrica Lexie erano magistratura ed inquirenti italiani. Ma questo articolo dice anche molto di più, perchè quando la Corte Suprema ha tolto il fascicolo al Kerala per portarlo a New Delhi, è stata l’Unione Indiana a proseguire nelle violazioni inizialmente commesse dai keralesi continuando a tenere prigionieri Latorre e Girone. In nessun caso l’India può quindi rivendicare la giurisdizione per giudicare i Marò. Ma c’è un ma. L’art. 97 parla di collisione e più generalmente di incidente. Ora, chiederanno gli indiani ad Amburgo, un omicidio a bordo di una nave può essere considerato un incidente in mare? L’obbiettivo degli indiani è evidente: se un omicidio non rientra nella casistica degli incidenti l’art. 97 non si applica, ma se ne può applicare un altro, quello che contempla casi di omicidio.

Per fare questo gli indiani cambiano legislazione e si arrampicano sugli specchi. Intanto aprono una interminabile discussione di lana caprina su una terminologia che può apparire banale, ma che in effetti jon lo è: qual è la differenza tra Sovereign rights e right of Sovereignty? Nel primo caso si tratta di diritti che derivano dall’esercizio della sovranità di un Stato sul proprio territorio. Nel secondo caso si tratta del diritto di imporre la propria sovranità. In altri termini, la legislazione delle Zone Marittime prevede la possibilità per uno Stato di estendere dei diritti di Sovranità, cioè alcuni di essi, non tutti, al di là delle acque territoriali e sino al limite delle 200 miglia. Il caso di right of sovereignty è la possibilità di applicare qualsiasi disposto della propria legislazione, dal fisco al penale entro le 200 miglia. Ma non è così, perchè il Maritime Zone Act non contempla casi penali, perchè la questione non si pone.

Infatti, in linea generale il principio informatore cui ci si attiene deriva da un principio anglosassone dell’800, che tutti hanno sempre rispettato, secondo il quale “un reato va giudicato là dove è stato commesso”. Ora nel caso di reati penali, tipo Marò e simili, il problema si risolve da sè: se il delitto o il reato è commesso in acque territoriali, la giurisdizione è dello Stato cui appartengono quelle acque, l’India nel caso di Latorre e Girone. Se il delitto o reato viene commesso al di fuori delle acque territoriali, anche se si tratta di acque sulle quali in alcuni casi uno Stato può estendere alcuni diritti di sovranità, poichè questi non riguardano mai aspetti penali, ma solo di prevenzione e salvaguardia di interessi economico-ambientali, ecco che si deve applicare il disposto del’art. 97 dell’Unclos, che fa prevalere la giurisdizione dello Stato di bandiera della nave su cui è commesso il reato, o di nazionalità dell’indagato.
Quindi, in nessun caso l’India nella vicenda dei nostri due fucilieri.

Quello che invece vorrebbe fare l’India è sostenere questo sviluppo logico: l’omicidio non è un incidente (ma incidente, non essendo definito, include tutto, qualsiasi accadimento diverso da una collisione, ndr) per cui bisogna applicare una legislazione che contempli esplicitamente l’omicidio. Questa legislazione esiste, è la famosa “Suppression of Unlawfull Acts Against Safety of Maritime Navigation and Fixed Platforms on Continental Shelf Act, 2002”, la quale all’art.3 comma 1 prevede che : “Chiunque commetta deliberatamente atti di violenza contro una persona situata a bordo di una piattaforma fissa o di una nave che può mettere a rischio la sicurezza della piattaforma, o a seconda dei casi, la navigazione di una nave, sarà punito con il carcere sino a 10 anni e passibile di sanzione amministrativa”. Ora di cose se ne possono dire tante, ma qui gli indiani si incartano da soli.

La legge qui invocata, il Sua Act 2002, è la legge promossa dall’Italia in ambito Onu e firmata a Roma nel 1988 dopo i tragici fatti che coinvolsero la nave da crociera Achille Lauro. E’ una legge mirata esclusivamente al contrasto della pirateria e di atti di terrorismo consumati in mare e la cui applicazione è estesa entro il limite delle 200 miglia. Cosa c’entrano i Marò con i terroristi? Peraltro, il loro caso non rientra per definizione tra quelli contemplati dall’art, 3 sopra riportato e che s’inizia con le parole : “Chiunque commetta DELIBERATAMENTE….”. Il St Antony viaggiava in anonimato senza esporre alcuna bandiera, viaggiava in altomare (per dichiarato timore dei pirati) essendo sì e no attrezzato al massimo per la navigazione di piccolo cabotaggio, si è messo su rotta di collisione della Lexie, non ha risposto a nessun richiamo radio, sonoro e visivo, è chiaro che sia stato ritenuto una barca di pirati, per cui come si potrebbe sostenere che è stato deliberatamente attaccato? Del resto la stessa Corte Suprema ha definito il fatto come “omicidio di due pescatori indiani erroneamente scambiati per pirati”.

Tra l’altro, nella sentenza della Corte suprema, che occupa le ultime 40 pagine del dispositivo del 18 gennaio del 2013, si è richiamato il comma relativo all’aggressione in mare. In effetti, la NIA aveva tentato di applicare un altro comma, quello che riguarda il caso dell’uccisione di una persona con conseguente rischio della sicurezza di navi o piattaforme, caso in cui il carcere sino a 10 anni più la multa sono sostituiti dall’impiccagione. Una interpretazione del caso Marò affondata dalla Corte Suprema, dal primo ministro indiano, all’epoca Singh, e da tre ministri, Esteri, Interni e Giustizia. La parola ora passa alle parti, agli avvocati ed ai giudici di Amburgo, dei quali abbiamo grande stima e nei quali riponiamo piena fiducia. Ci siamo letti e riletti le carte un sacco di volte e ci siamo convinti che gli indiani non hanno nulla in mano. Speriamo sia veramente così e di rivedere presto anche Girone sulle spiagge di Puglia.

Continua a leggere

Francia, profanate tombe cristiane Crocifissi divelti e lapidi distrutte

Condividi su:


Segnalazione di Mattia Piras

 

L’episodio a Labry. La zona a Est di Parigi tra le più colpite. Gli attacchi non sono necessariamente legati a motivi religiosi. Fermati tre minorenni

di Elisabetta Rosaspina, inviata a Parigi

Crocifissi divelti o spaccati, lapidi vandalizzate: una quarantina di tombe cristiane nel cimitero di Labry, nel dipartimento della Meurthe-et-Moselle, a est di Parigi, sono state profanate probabilmente nella notte tra domenica e lunedì. Tre minorenni sono stati fermati. CONTINUA LA LETTURA SU:

http://www.corriere.it/esteri/15_agosto_03/francia-profanate-tombe-cristiane-crocifissi-divelti-lapidi-distrutte-871b17f8-3a27-11e5-b49b-ae37d5ff3efe.shtml?cmpid=PA178012501DCOR Continua a leggere

Coloni invadono la moschea di al Aqsa sotto la protezione della polizia israeliana

Condividi su:

Risultati immagini per Coloni invadono la moschea di al Aqsa sotto la protezione della polizia israelianaSegnalazione di Federico Prati

Gerusalemme -PIC

Lunedì mattina, gruppi ebraici estremisti hanno fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa, hanno girato per le sue piazze e provocato i fedeli musulmani.

Testimoni oculari hanno rivelato che 18 coloni sono entrati nel luogo sacro dalla porta al-Magharebah sotto la protezione della polizia israeliana e delle forze speciali che li hanno accompagnati nel loro giro.

Donne e bambini palestinesi, che erano nella moschea, hanno affrontato l’incursione dei coloni al grido di “Allahu Akbar” finché sono usciti dalla moschea dalla porta al-Silsilah, secondo quanto hanno affermato testimoni oculari. Continua a leggere

Eletto il Cda Rai: è il cimitero degli elefanti. Tutti i nomi che “puzzano” di vecchio

Condividi su:

Carlo FrecceroImmancabile, tra i nominati, anche un noto esponente graditissimo alla lobby gay…

La Rai ha il suo nuovo Cda, eletto dopo giorni di voci, indiscrezioni e trattativa. Sette nomi per la nuova lottizzazione di Viale Mazzini. Rinnovmento? Rottamazione? Non proprio. Piuttosto, il cimitero degli elefanti. Basta passare in rapida rassegna i vertici di Viale Mazzini per notarlo. Si parte dai nomi eletti dal Pd. Guelfo Guelfi: ex sessantottino (annamo bene…), grande affabulatore nonché l’uomo che scrisse buona parte dei “cento punti” che permisero a Matteo Renzi di vincere le elezioni comunali a Firenze. Dunque la semisconosciuta Rita BorioniFranco Siddi, classe 1953, già segretario della Fnsi, insomma di certo non uno di primo pelo. Si distingue invece Area popolare, che elegge il giovane editore Paolo Messa, classe 1976. Il “re degli elefanti”, però, viene spedito nel Cda dal Movimento 5 Stelle: Carlo Freccero. Il celebre autore televisivo, classe 1947 ed eterno candidato alla presidenza Rai, tra le altre, è stato direttore di Rai2 e presidente di Rai Sat, oltre ad essere da un trentennio ospite di qualsivoglia salottino televisivo. Anche il centrodestra non rinnova, tutt’altro. Il primo eletto è Arturo Diaconale, il giornalista classe 1945, poi passato alla politica al tempo del Polo per le Libertà. E infine il secondo nome, Giancarlo Mazzuca, giornalista e scrittore classe 1948, che lascerà dunque la direzione de Il Giorno.

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/11817240/Eletto-il-Cda-Rai–e.html

Continua a leggere

Notizie Abruzzo: Notti della Brigante 2015 : successo e grande partecipazione

Condividi su:

foto EsercitiLa manifestazione ha visto la partecipazione anche di rappresentanti del Comitato celebrativo delle Pasque veronesi 

 

L’Associazione Fontevecchia  tira le somme della quinta edizione 

SPOLTORE (PE) – Ben 6mila persone hanno partecipato alla tre giorni della rassegna Notti della Brigante, visitando l’accampamento del Regio Esercito Borbonico, ricostruito sulla collina di Spoltore, assistendo alla presentazione dei volumi storici in tema di brigantaggio, con Pino Aprile e Gennaro De Crescenzo, assistendo allo spettacolo dell’Esercito della Serenissima-delegazione veronese per poi ballare sino a tarda notte al suono della pizzica e della Taranta. Si chiude dunque con un bilancio più che positivo la quinta edizione della manifestazione, organizzata dall’Associazione Fontevecchia, con la collaborazione del Consorzio Compagnia Tradizioni Teatine, manifestazione ormai entrata a pieno titolo nel novero delle iniziative di rievocazione storica.

 

 

Continua a leggere

I buonisti nostrani ci sono ricascati: lacrime per il migrante, ma era pubblicità…

Condividi su:

Segnalazione di L.M.

di Francesco Meneguzzo

negro-2

Roma, 4 ago – Grondavano di lacrime e commozione le paginate de La Stampa, Il Corriere della Sera, Vanity Fair, e Huffington Post, tra gli altri, dedicate alla storia straziante del povero Abdou Diouf, migrante in cerca di fortuna partito dal Senegal e giunto in Spagna attraverso il deserto, il Marocco, il filo spinato e il mare, per essere strapazzato dalla polizia e finire in un centro d’internamento iberico senza per questo aver perso la speranza di riscatto.

Il tutto documentato giorno per giorno su Instagram, il popolare social delle foto, dall’ultimo pasto in famiglia alla coperta termica sulla spiaggia spagnola, infarcito di decine di hashtag piuttosto bizzarri, tanto tipici dei ragazzi occidentali e qualcuno singolarmente professionale, che forse qualche dubbio poteva sorgere nelle grandi redazioni. Invece, forse abbagliati da tanta insperata fortuna di poter a un tempo chiamare a raccolta e lettura l’italica commozione nonché servire la causa immigratoria governativa ed editoriale, la stravagante narrazione fotografica veniva passata così com’era.

 

negro-3

Se non che, c’era qualcosa che non andava.

Il primo a capirlo è stato il giornalista spagnolo Jaime Rubio Hancock, del quotidiano El País, che ha notato alcune stranezze nelle didascalie delle foto pubblicate, contenenti appunto hashtag piuttosto inusuali e incongrui rispetto alle foto pubblicate, e molto occidentali: #happyfamily #daydreamers, per la foto di addio alla famiglia; #newlook per quella del taglio dei capelli, fino a #acab per quella dell’arresto. Tra i vari hashtag, Hancock ne ha trovato soprattutto uno che ha attirato la sua attenzione: #getxophoto. Da lì a scoprire cheGetxophoto è un festival di fotografia, il passo è stato breve.

 

 

negro-4

Per attirare l’attenzione sulla prossima edizione, che inizierà il 3 settembre, questo festival ha prodotto infatti unacampagna pubblicitaria incentrata sui viaggi dei migranti per arrivare in Europa. Sulla pagina Facebook di Getxophoto c’è uno spot che riproduce in versione video il viaggio raccontato dalle foto sul profilo di Instagram@abdoudiou1993.

In realtà, il protagonista delle fotografie, che si spacciava come il ventiduenne senegalese Abdou, è di passaporto spagnolo, si chiama Hagi Toure e nella vita fa il giocatore di pallamano, mentre gli organizzatori di Getxophoto hanno spiegato a El País di aver chiesto al regista Tomás Peña di creare il video per la campagna pubblicitaria. Girato tutto, tra l’altro, in Catalogna.

Dopo una mattinata strappalacrime, solo nel pomeriggio del 3 agosto i titoli online dei grandi giornali nazionali venivano, come niente fosse, estesi di qualche parola per spiegare che si trattava di una campagna pubblicitaria, senza per altro riportare scuse né giustificazioni.

Quanto meno, un’occasione utile per aggiornare al ribasso le misure della credibilità delle maggiori testate giornalistiche italiane.

Fonte: http://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/hanno-sbagliato-negro-lacrime-giornalistiche-per-il-migrante-su-instagram-era-pubblicita-28517/

Continua a leggere

Venezuela: il socialismo ha portato alla fame uno dei Paesi più ricchi del mondo

Condividi su:

Segnalazione Quelsi

unnamedAlla fine di maggio del 1498 Cristoforo Colombo, al comando di una piccola flotta di sei velieri, gettò l’ancora al centro di uno splendido golfo dietro al quale si estendeva un territorio rigoglioso. Ancora una volta e senza saperlo, come gli era già successo quando arrivò in Nord America, Colombo aveva scoperto una nuova terra, quella che poi diverrà il Sud America. Una nuova distesa di terra che lui battezzò Tierra de Gracia. L’anno dopo, messo sull’avviso da Colombo, da quelle stesse parti arrivò in missione esplorativa Amerigo Vespucci il quale, notando che molti indigeni vivevano in zone lagunari su palafitte che emergevano dal mare, come fecero mille anni prima i veneti esuli di Aquileia per sfuggire ad Attila, ribattezzò quella terra Venezziola o Venezuola, un diminutivo poi forgiato in quello di Venezuela dalla lingua spagnola.

Da sempre colonia spagnola come tutto il Sud America con l’eccezione del Brasile, il Venezuela è famoso per avere dato i natali al Libertador, cioè a Simon Bolivar, che prima a capo di una rivolta, poi di una guerra d’indipendenza, nel 1821 liberò il Paese affrancandolo dal dominio straniero, così come poi fece anche con Panama, Colombia, Perù, Ecuador e Bolivia. Da allora il Venezuela è rimasto sepolto nell’anonimato, noto solo ai naturalisti per essere uno dei 17 Paesi del mondo ufficialmente caratterizzati da grande articolazione ecologica, con microclimi che vanno dal desertico al temperato, dal tropicale a quello alpino, dove al fresco allignano numerose e variopinte comunità di tedeschi. Il Venezuela balzò agli onori delle cronache perchè, dopo essere stato per secoli terra di cacao, tabacco, canna da zucchero, caffè, cannella, riso, mais, patate, manioca e banane, negli anni ’50 “ebbe la fortuna” di scoprire immensi giacimenti di idrocarburi nelle sue viscere.

Si avviò così l’estrazione di gas e petrolio su grande scala, il Venezuela divenne il quinto paese esportatore del mondo, e l’improvviso fiume di petro-dollari che travolse i venezuelani dette loro non solo la grande euforia peculiare dei “nuovi ricchi”, ma li consigliò di dismettere qualsiasi altra attività : al diavolo l’agricoltura, le fabbriche non ci servono: il petrolio basta ed avanza. Ma non avevano fatto i conti con la prorompente capacità disgregativa del socialismo reale, e quella petro-fortuna si tramutò nella disgrazia di una petro-dipendenza, per di più condizionata dall’incapacità politico-gestionale propria dei regimi filo-marxisti che rinnegano le leggi del libero mercato.

Da allora il Venezuela ha vissuto in pratica solo di petrolio. La foto ad oggi è che il Paese importa l’85 % di quello che consuma e che nel bilancio dello Stato la voce gettito da esportazione di idrocarburi pesa da sola per oltre il 96 %. Teoricamente una pacchia, perchè le riserve accertate ammontano ad 80 miliardi di barili, ma secondo le stime di Bp le riserve effettive ammontano a 298,3 miliardi di barili, più di quelle dell’Arabia Saudita, 266 miliardi, del Canada, 176 miliardi, ed addirittura sette volte superiori a quelle degli Usa pari a 44 miliardi di barili.

La capacità produttiva teorica del Paese è di 4,4 milioni di barili al giorno, ma con la presa del potere da parte del socialista Hugo Chavez, defunto due anni fa e sostituito dal suo delfino Nicolas Maduro, la produzione è ufficialmente scesa a 3,3 milioni secondo la propaganda governativa, ma di fatto si è ridotta a soli 2,7 milioni secondo i dati accertati dall’Opec. Quindi, in teoria a Caracas potrebbero dormire sonni tranquilli, perchè possono continuare ad estrarre petrolio per altri 160mila giorni, cioè per altri quattro secoli e 38 anni. In teoria. Perchè se non sai produrre, non sai vendere e per di più il prezzo del greggio si dimezza in meno di uno di quei 438 anni e, come non bastasse, adesso pure Obama si schiera per le energie pulite ed alternative, ecco che la pacchia si trasforma in una tragedia, perchè non hai più gli introiti che servono per acquistare quello che non produci, cioè in pratica tutto a parte caffè e banane.

Il defunto dittatore Chavez, che ha farcito di articoli populisti la Costituzione Venezuelana, incluso quello del diritto ad un cibo che nella “piccola Venezia” non si può più garantire a nessuno, ma che ha fatto sparire il limite dell’eleggibilità del presidente per più di due mandati consecutivi, (lui stava al terzo più uno) fece partire dalla PdVSA (Petroleos de Venezuela S.A.) la solita campagna di nazionalizzazioni dei regimi autoritari di sinistra. Quella politica statalista fece piombare il Venezuela in un regime di economia pianificata, quella abbandonata per chiusura fallimentare più di un decennio prima dai Paesi del cosiddetto Est Europeo, dall’URSS alla ex Germania Est, che l’avevano sperimentata con esisti disastrosi per oltre quattro decenni prima di decidere che Marx e Marcuse si sbagliavano e che Smith, Keynes e Nash avevano ragione.

Con la statalizzazione delle imprese, furono cacciati i tecnici europei e nordamericani e con loro se ne andarono know-how, tecnologie e capacità imprenditoriali ed organizzative; si cambiarono i modelli di gestione e di marketing con conduzioni improvvisate ed irrazionali fai-da-te, alla come-viene-viene, tipico di imprese statali in balia delle pratiche clientelari, dei prezzi politici, con imprese nè motivate, nè incentivate. Anzichè adeguarsi al mercato ed assecondarne le pratiche per rendersi competitivi si diede luogo ad una gestione politica del business che ha portato al fallimento del Paese. Da circa un anno, sembra incredibile, ma il depositario dei maggiori giacimenti di petrolio e gas del mondo è divenuto importatore esso stesso. Il petrolio per il Venezuela arriva dall’Algeria, varietà Saharan Blend, molto leggero e volatile, con il quale, secondo attendibili rapporti riservatissimi intercettati dalla Reuters, i venezuelani diluiscono il mare di greggio pesante, quasi bituminoso che estraggono dalla faglia dell’Orinoco, per renderlo commerciabile. Ed importano pure la nafta per i motori diesel perchè non sono in grado di produrla.

Nel 1999, quando Chavez divenne presidente, il petrolio valeva meno di 10 dollari al barile, prezzo che è sempre salito sino a raggiungere i 110 dollari un anno fa. Ma nonostante questo, invece che una fortuna il mare di greggio su cui galleggia si sta rivelando una disgrazia per il Venezuela. Oltre la metà di quello che producono lo regalano a Cuba e ad altri Paesi simpatizzanti del socialismo chaviano, un po’ lo consumano in casa, il resto va in Cina praticamente gratis a parziale compenso dell’enorme prestito in dollari ricevuto da Pechino che in pratica ha in mano le leve dell’economia venezuelana. Però gli imperialisti per Maduro sono gli americani. La bilancia del commercio estero è divenuta via via sempre più deficitaria, e siccome non si poteva esportare di più e non si sa produrre niente si è dovuti ricorrere al drastico taglio delle importazioni con le conseguenze per la popolazione che è facile immaginare.

I supermercati sono ormai completamente svuotati e per comprare un pezzo di pane occorre fare la fila a partire dal cuore della notte. Ci sono tecniche particolari: uscire di casa e mettersi in fila con del denaro in tasca significherebbe essere aggrediti e rapinati, spesso uccisi, per quattro bolivar fuerte, quelli che hanno introdotto di recente (1 euro = 7 bolivar fuerte) perchè i bolivar precedenti, col 65 % annuo di inflazione, erano diventati carta straccia. Per cui sono i familiari a fare da spola e portano i soldi che servono a chi sta in fila solo al momento in cui si sta per entrare in possesso della merce. Ormai, da un paio di anni siamo sulla media di quasi 50 omicidi al giorno, questo è il clima sociale creato dai progressisti tanto apprezzati pure a casa nostra, ed i “retro dei peggiori bar di Caracas” sono diventati luoghi sicuri e da educande rispetto alla virulenza di una criminalità capillarmente diffusa nella capitale.

Per trovare qualcosa da comprare, riso, latte, pane, farina, pannolini ed omogeneizzati, occorre rivolgersi al mercato nero. Per distribuire quel poco di cibo disponibile, Maduro è ricorso a varie misure. Ha varato una legge che imponeva prezzi politici abbordabili pure per i più indigenti. Risultato, generi di prima necessità e medicinali introvabili, letteralmente fatti sparire e campo libero a speculazioni ed aggiotaggio. Allora ha lasciato che i prezzi aumentassero quasi secondo le leggi del libero mercato, ma a quel punto sono arrivati ad un livello tale da fare sollevare l’intera popolazione, che ha assaltato mercati e negozi arraffando quello che si poteva con furia cieca e distruttiva. Morti a decine, arresti a migliaia soprattutto nelle fila dell’opposizione legalista, democratica e liberale, con il popolo che ormai ha completamente voltato le spalle a quel governo che per anni, fino a che il petrolio ha tenuto, aveva osannato.

Adesso si è arrivati ad introdurre un sistema di “rilevamento biometrico”, cioè un “sistema di raccolta di impronte digitali per la sicurezza e la sovranità alimentare del popolo” come viene propagandato in TV dal regime. Come ha spiegato l’esponente del governo Andres Eloy Mendez, il Sovrintendente dei Prezzi Giusti, ci sono “standard di consumo familiare, per cui si potranno identificare gli acquisti eccedenti gli standard, su cui poi si farà un controllo successivo”. L’opposizione ha già bollato come “olocausto biometrico” questa misura, mentre il deputato Luis Edgardo Mata l’ha definita come “l’ultima di una catena di umiliazioni cui si sta sottoponendo la popolazione, che ora verrà sottomessa anche dalla pancia”.

Maduro è frastornato ed incredulo. Da sempre, il regime chavista era salito sul carro della Rivoluzione Cubana, un ammirato e condiviso modello politico, economico e sociale che Chavez importò senza tentennamenti in Venezuela e che Maduro continua a coltivare. Dietro a Chavez ed a Maduro ci sono sempre stati i fratelli Castro, ma l’attuale presidente venezuelano ora è confuso e non sa più che pesci prendere dopo che Papa Francesco è stato ricevuto a Cuba in pompa magna appena un paio di mesi fa, che Raul Castro ha aperto amichevoli relazioni con gli Usa, sinora considerati il Satana della politica, i più nemici dei nemici, la centrale dell’imperialismo e dello sfruttamento colonialista dei popoli, nonchè le recenti aperture del mercato cubano al consumismo, avallate pare dal Lider Maximo in persona. I dubbi di Maduro aumentano, ma siccome non ha il carisma alla Renzi del suo predecessore che incantava con le chiacchiere, per rimanere in sella contro il volere di oltre l’80 % del popolo venezuelano deve ricorrere alle manieri forti: minacce, terrore, squadroni della morte, desaparecidos, uso militare della polizia. E Caracas ed altre città del Paese ridotte a fortini assediati della resistenza democratica contro il “socialismo” dal volto disumano.

Il capo politico dell’opposizione, il sindaco di Caracas Antonio Ledezma lo scorso febbraio è stato preso e sbattuto in galera con la risibile accusa di aver ordito un colpo di stato contro colui che vanta il pieno controllo dell’esercito, della polizia, dei tribunali, della stampa, della TV, delle banche, dei poteri forti. In una intervista rilasciata qualche mese fa ad un quotidiano torinese, Ledezma ha raccontato di lunghe file davanti alle farmacie, ai negozi di generi di prima necessità, della penuria di qualsiasi cosa che hanno fatto montare la protesta, con oltre 3000 manifestazioni nel Paese, spesso sfociate in durissime e sanguinose rivolte popolari, con tanto di scontri armati con esercito e polizia. Scontri che nascono spontaneamente dalla disperazione della gente, ma che il maoista, cattolico-sionista, nonchè induista Maduro attribuisce a manovre destabilizzanti degli imperialisti americani ed ai (soliti) gruppi fascisti e di bande criminali che portano avanti la strategia del golp continuo col quale vogliono far cadere il governo socialista.

Invece, sottolinea Ledezma, “quello che succede è conseguenza dell’incapacità di quanti non hanno saputo guidare l’economia del Paese, e hanno fatto i loro interessi, talvolta illeciti, con casi accertati di furti, ruberie e tangenti da parte dell’establishment e dei suoi affiliati”. Sono veramente impressionanti le analogie tra il Partito Socialista Unito ed il PD che governano entrambi da prepotenti perchè “hanno i numeri”, nonchè di quello che combina il governo venezuelano con quanto sta avvenendo in Italia ad opera dei Renzi, dei Padoan, delle ochette starnazzanti che contornano il premier, dei Marino, e dei Crocetta e dei sistemi di potere descritti da Buzzi, il guru delle cooperative rosse. Anche perchè poi Ledezma ha proseguito :”Il governo ha cooptato tutte le istituzioni che, come abbiamo già detto, sono state ridotte ad apparati della maggioranza che compiono abusi di potere. Si nega il diritto a protestare, si usa dispoticamente la polizia per reprimere, si attacca la libertà di espressione, si deteriora il diritto di proprietà. Abbiamo un debito esorbitante che ipoteca il futuro delle nuove generazioni (a chi lo dice…, ndr). La Banca per lo sviluppo cinese ha già concesso un fondo di diversi miliardi di dollari”.

“A ciò si aggiunge quanto dato dalla Russia: solo da ultimo, due miliardi di dollari. Questo denaro è già svanito. Ne deriva che la nazione sta ipotecando la produzione di petrolio per il proprio futuro (col rischio che se non cambiano le cose tra un po’ il petrolio venezuelano sarà tutto dei cinesi senza aspettare altri 437 anni, ndr). Il Governo inoltre sta per concludere un accordo per il finanziamento di Pdvsa per altri due miliardi di dollari, che saranno destinati al sostegno della produzione nella faglia petrolifera dell’Orinoco, la maggiore fonte di riserve di idrocarburi del mondo. Ma la gente si chiede dove sono e dove andranno i benefici di queste operazioni? Maduro sopravvive politicamente a forza di repressione e con i mezzi di cui dispone senza dar conto, perché non vi sono istituzioni di controllo che ne limitino le azioni (Sembra che parli di Renzi che disattende le sentenze della Consulta e va avanti a Parlamento ingessato, ma senza che nulla sul Colle si muova, ndr). Usa la forza della polizia e dei militari senza limiti, oltre a gruppi armati chiamati “Collettivi”, che non sono altro che fazioni paramilitari al servizio del governo, i cui crimini restano impuniti”.

Una volta si raccontava come il comunismo fosse una piaga da curare, che però aveva un pregio, quello di funzionare nei paesi molto poveri, dove rappresentava il minore dei mali, perchè non arricchiva nessuno (burocrati del partito a parte), ma faceva mangiare tutti. Adesso il socialismo alla Chavez e Maduro e la socialdemocrazia piddina alla Renzi si sono evoluti, sono cambiati, si sono aggiornati e, questa è la novità, hanno preso a funzionare al contrario : affamano o stanno affamando Paesi una volta ricchi e felici, come il Venezuela, come l’Italia. Ma Renzi qui e Maduro là sono sereni : va tutto bene e chi si lamenta fascista è.

Continua a leggere

Profughi gratis all’Università solo per il merito di essere profughi: e gli italiani?!

Condividi su:

Segnalazione Quelsi

by Helmut Leftbuster

immigrati-4E pensare che il tormentone dei sessantottini era proprio questo: rendere l’accesso all’istruzione universitaria paritario per ogni classe sociale, al fine di mettere in condizione di studiare tanto il figlio dell’operaio quanto quello del notaio. Poi il “6 politico” avrà esiti caprini, come l’attuale classe dirigente dimostra, ma quella è un’altra storia; tuttavia il presupposto etico che desse pari opportunità a tutti gli italiani era giusto, poiché garantito dagli articoli 33 e 34 della Costituzione (il riconoscimento del diritto allo studio anche a coloro che sono privi di mezzi, purché capaci e meritevoli mediante borse di studio, assegni ed altre provvidenze da attribuirsi per concorso”).

Ma quali sarebbero i meriti dell’esser “profugo” se non qualcosa di perversamente simmetrico al demerito non esserlo?

Ebbene, il concetto di “pari opportunità”, che giustamente impone a due nuotatori di partire dallo stesso trampolino, non può coincidere con l’ingiustizia di mettere le cavigliere ad uno dei due per farlo rallentare: perché è esattamente questo ciò che si è deciso di fare sulla pelle degli studenti italiani i quali, pur vessati dalla situazione economica che noi tutti respiriamo e che conta quotidiani suicidi, saranno in questo modo discriminati sulla base di una presunta abbienza, teorica ed intangibile, a tutto vantaggio di studenti “profughi” la cui indigenza è, a sua volta, pura coreografia ideologica.

Ora, tale rilievo sfata anzitutto il falso mito dello straniero che viene in Italia a fare lavori pesanti, visto che lo si vuole a tutti i costi distrarre da essi per farlo studiare a spese della collettività. Di seguito, avalla la logica di un’ipotesi progettuale secondo la quale si sta facendo di tutto per svantaggiare gli italiani nell’accesso ai loro stessi diritti e nella gestione dirigenziale del loro stesso paese.
Tale sensazione, rimasta latente per via dell’inusitatezza logica di un simile disegno politico, è oramai suffragata da tante di quelle evidenze che risulta difficile dubitarne.
La precedenza nell’assegnazione delle case popolari, gli sgravi fiscali evidenziati dalla proliferazione degli esercizi commerciali gestiti da stranieri a fronte della chiusura di quelli nostrani; il mantenimento dei clandestini in costosi resorts mentre i nostri connazionali vengono lasciati a dormire nelle auto; l’apertura dei concorsi pubblici nella pubblica amministrazione persino ai rifugiati, ed ora anche un accesso allo studio privilegiato.

Quanto alla manfrina delle facilitazioni estese alle ragazze incinte e alle neomamme che integrerebbero il provvedimento, è solo un diversivo mediatico per depistarne il focus operativo e renderlo meno indigesto; tantopiù che anche il parametro della maternità pende tutto a favore degli immigrati, essendo noto quanto più prolifici e meno scrupolosi nel programmare i figli essi siano rispetto a noi italiani.

Che il disegno sia oramai adamantino nella sua follia nichilista è fuor di dubbio; ma la maldestria dei sinistri politici che lo portano avanti dovrebbe facilitarci l’individuazione dell’area a cui questi appartengono per contrastarne elettoralmente il peso.
Quindi non stiamoci a pensare tanto.

Continua a leggere

Srebrenica, una storia da riscrivere? C’è chi punta il dito contro Clinton

Condividi su:

Segnalazione Quelsi

 
by Mario Bocchio

Srebrenica (1)

Esattamente vent’anni fa, il mondo Occidentale fu scosso dalla tragedia di Srebrenica, in Bosnia. Si era dissolta la Jugoslavia ed era scoppiato un sanguinoso conflitto in cui più di una nazione nutriva il proprio tornaconto, compresa l’Italia. Troppi misteri, tante verità ancora da fare emergere. L’argomento è spinoso.
Resta il fatto storico che nel luglio del 1995, in quella zona montuosa che in lingua serbo-croata significa miniera d’argento, si consumò il massacro di civili bosniacchi. Srebrenica era un’enclave bosniaca circondata da territori abitati da serbi bosniaci; la Forza di protezione dell’Onu (Unprofor) la considerava un cuscinetto di sicurezza e aveva delegato al controllo i Caschi blu olandesi.
Quando l’area venne occupata dalle truppe serbo-bosniache, gli stessi Caschi blu rimasero inoperosi, trincerandosi dietro al fatto che le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu fino a quel momento votate, non davano alla Forza mezzi ed autorizzazione ad agire. Alla fine, rimasero uccisi circa ottomila uomini e ragazzi bosniaci musulmani.

L’ex parlamentare del Partito di azione democratica (Sda) della Bosnia Ibran Mustafic, ha pubblicato un libro “scomodo” proprio su quella strage, confermando che allora, tra le vittime, vi furono anche dei serbi.
Il titolo è emblematico – “Il caos pianificato” -, le pagine dimostrano come quei morti furono il tragico risultato dell’errore dei politici bosniacchi e dei vertici militari, che ordinarono all’esercito bosniacco – che si trovava in una zona demilitarizzata sotto controllo dell’Onu -, di colpire l’esercito e i civili serbi.
Mustafic sostiene infatti che lo stesso Naser Oric, comandante del secondo corpo dell’esercito della Bosnia e Erzegovina, ha confermato di aver ucciso il giudice serbo di Srebrenica Slobodan Ilic, con una coltellata negli occhi e tagliandogli la gola. Tuttavia, il Tribunale dell’Aja ha condannato Oric a soli due anni di carcere. Riportando dettagliatamente i nomi dei colpevoli e delle vittime, il libro spiega ad esempio, che l’infermiera Rada Milanovic è stata uccisa da un certo Zulfo Tursunovic, mentre Emir Halilovic è stato l’assassino di vittime anziane.

Almeno mille musulmani bosniaci di Srebrenica sarebbero stati uccisi dai loro connazionali, perché c’erano liste di coloro a cui “deve essere impedito di raggiungere la libertà, a qualsiasi costo”, ha spiegato Mustafic.
Secondo Mustafic, l’elenco sarebbe stato compliato dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare di Srebrenica dal 1993. “I padroni della vita e della morte nella zona” , proprio come lo stesso Oric , assassino conclamato di più di 3000 serbi.
“Il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegovic (allora presidente della Bosnia ed Erzegovina, N.d.R.), tra Izetbegovic e l’allora presidente Usa Bill Clinton. E per quanto mi riguarda, il loro accordo è un crimine più grande di tutto quello che è successo nel luglio 1995. Il momento in cui Bill Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine”, ha detto Mustafic.

Insomma, quella storia è inquietante soprattutto anche per il comportamento dell’Italia, che pur avendoli come vicini non ha mai alzato la voce per impedire il massacro. Anzi, Massimo D’Alema ci ha messo del suo.
Mustafic ha inoltre evidenziato come ci siano grandi mistificazioni con i nomi e il numero delle vittime di Srebrenica: “So di un padre che ha perso suo figlio, ma il figlio non è mai stato tra quelli uccisi o dispersi. Allo stesso modo, un uomo che è morto nei Paesi Bassi è stato messo nell’elenco delle vittime di Srebrenica. Molti bosniaci musulmani hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995. Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?”.
Mustafic ha scritto un libro che mai come oggi è di estrema attualità. Per tanti motivi.

Quella storia è inquietante perché prima ci hanno provato con la nostra Resistenza e ci stanno provando ancora, da Mani pulite in poi: creano i mostri (la classe politica) e una finta opinione pubblica, facilmente manipolabile. Ma i burattinai rimangono sempre fuori.

Ogni guerra negli ultimi decenni ha visto lo zampino americano che ha creato false flags e mostri da abbattere, talebani e miliziani dell’Isis compresi. Il tutto ha due scopi finali: indebolire l’Europa e isolare Cina e Russia.
E c’è anche uno scopo intermedio, basti pensare alla creazione artificiale dello stato del Kosovo: fornire delle basi logistiche per il narcotraffico e premiare le criminalità organizzate che hanno permesso le conquiste di questi nuovi satelliti. È sempre lo stesso schema degli Usa dalla Seconda guerra mondiale (con la nostra mafia), e ciò spiega meglio di ogni altro discorso che cosa intendano per democrazia negli States.

1 152 153 154 155 156 157 158 185

Centro preferenze sulla privacy

Chiudi il tuo account?

Il tuo account verrà chiuso e tutti i dati verranno eliminati in modo permanente e non potranno essere recuperati. Sei sicuro?