Preso il terrorista. A 300 metri da dove abitava

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Chissà perché nell’arresto di Salah Abdeslam qualcosa suona falso. Ricercatissimo, doveva essere in Siria nei ranghi di Daesh, invece era nel quartiere dov’è nato e vissuto, Molenbeek, Bruxelles. Ma non aveva amici nel Califfato? Del resto anche il 14 novembre 2015, dopo che lui e la banda jihadista avevano fatto le stragi del Bataclan e del Caffè Voltaire,  più quella mancata allo Stade De France, se n’era scappato con i complici a Molenbeek, da Parigi; tre ore di auto, la macchina viene fermata dalla polizia a Cambrai, e lasciata ripartire verso il Belgio, perché a quell’ora – dice la versione ufficiale – non erano ancora ricercati. E Salah dà all’agente persino il suo indirizzo di Molenbeek. Decisamente è affezionato al suo quartiere. E perché riparare in Siria, dove non conosci nessuno?

E la notte del 15-16 novembre 2015? La polizia belga localizza Abdeslam in un strada  – di Molenbeek, naturalmente –  e  ormai gli agenti sono pienamente allertati della strage avvenuta a Parigi, pronti dunque a catturarlo….ma no, cosa andate a pensare. A Bruxelles non si possono far irruzioni poliziesche tra le 23 e le 5 del mattino, si disturba il vicinato. Così il mattino dopo, fatta irruzione in vari appartamenti, il tremendo terrorista non si trova più.

Caccia spietata, comunque. Mesi e mesi. Due polizie, la belga e la francese, ventre a terra sulle sue tracce. Inutile, l’assassino ormai è in Siria, a combattere.

120-French

I rapporti fra lo stato francese e i terroristi islamici non sono sempre stati così conflittuali. Anzi.

1 marzo 2012: il governo siriano riferisce di aver catturato una brigata di 120   soldati francesi, colti sul fatto mentre aiutavano i ribelli (ne erano il reparto trasmissione) nella regione di Homs. Di questi francesi, 18 erano ufficiali, secondo Al Arahm, erano 13secondo il Telegraph; certo è che combattevano a fianco dei jihadisti. Sono stati catturati. Parigi smentisce.

http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/syria/9122749/Thirteen-French-officers-captured-by-Syrian-Army.html

Aprile 2014. L’ambasciatore siriano all’Onu, Bachar Ja’afari, alle Nazioni Unite accusa di uovo la Francia: “militari francesi sono stati uccisi mentre, alla testa di gente «di Al Qaeda», assaltavano il villaggio cristiano di Sadniye. I cadaveri trovati dalle truppe di Assad portavano una bandiera francese tatuata sulla spalla. L’ambasciatore francese Araud, presente, non smentisce.

22 febbraio 2015: altri ufficiali francesi catturati dall’armata di Assad. L’ammiraglio l Édouard Guillaud, capo di stato maggiore, ammette che si tratta di « ex » legionari. Il ministro francese della Difesa, Jean-Yves Le Drian, conferma a Radio France che “ex” militari francesi combattono a fianco dei jihadisti in Siria. Il governo Assad restituisce gli ex alla Francia. Gli ex vengono accolti dai generali con tutti gli onori.

Il ben informato Thierry Meyssan, figlio di un capo dei servizi francesi, spiegherà: «Nel gennaio 2014, Francia e Turchia hanno armato Al Qaeda per attaccare l’Emirato Islamico in Iraq e Levante [il futuro Stato Islamico,Daesh]. Si trattava allora di silurare il piano americano di creazione di un Kurdistan indipendente in Iraq e nel Nord della Siria. Ma a seguito di un accordo con gli USA, nel maggio 2014, la Francia cessava le ostilità contro lo EEIL. Con i bombardamenti della coalizione anti-Daesh, Parigi e Washington hanno cura di respingere gli islamisti sulla linea loro assegnata (Piano Wright) senza infliggere loro perdite sostanziali”.

I francesi aiutavano Al Qaeda contro Daesh, ciò che non piaceva agli americani. Interessante. Poi hanno smesso. Dev’essere per questo che,

nell’ottobre 2014, i media Usa raccontano: un drone americano ha ucciso un ex militare francese che guidava il gruppo “Al Qaeda Khorasan”. Costui si chiamava David Drugeon – non era nemmeno di origine islamica – era esperto di esplosivi e, secondo i media americani, era un agente infiltrato da Parigi fra i jihadisti in Siria. Particolare istruttivo i media Usa dicono che l’assassinato Drugeon “aveva mandato aspiranti jihadisti dall’Europa in Siria”. Magari qualcuno anche da Molenbeek? Sarebbe bello saperlo, ma il povero Drugeon, soldato francese ucciso dal massimo alleato, non può più raccontare.

David Drugeon+
David Drugeon+

24 maggio 2014: ricordate? Bruxelles. Un giovanotto con passo elastico entra in pieno giorno nel Museo Ebraico di Rue Minimes,e freddamente uccide quattro persone. Due delle vittime, i coniugi, Emanuel e Miriam Riva, sulla cinquantina, “lavoravano per il Mossad” (così l’ebraico Tikkun Olam, 26 maggio 2014):   poi l’uccisore ripone il kalashnikov nel borsone che aveva con sè, esce tranquillo e con passo elastico e scompare svoltando per Rue Haute.

Nemouche, con telecamera
Nemouche, con telecamera

Il tutto è durato nemmeno 2 minuti, dalle 15.27.44 alle 15.29.06. Lo sappiamo perché le telecamere di sorveglianza hanno registrato la scena e l’ora fino al decimo di secondo. Si vede anche il sicario mentre imbraccia l’arma; ha un cappellino da golf in testa e qualcosa appuntato sul petto: una telecamere GoPro da pochi soldi – si saprà dopo – come se volesse, o dovesse, documentare l’avvenuta esecuzione ai suoi capi e mandanti.

Poi il personaggio sale su un pulman di linea da Bruxelles fino a Marsiglia, 800 chilometri più a sud, dove “per caso” la polizia francese lo arresta. O meglio: lui si consegna, con tutto il contenuto del borsone: oltre il kalashnikov con calcio pieghevole, un revolver cal-38, maschera antigas, 330 proiettili, ricambi per le armi, e la telecamera GoPro che s’è applicato al petto per riprendere – ossia per comprovare – i propri omicidi. A chi doveva comprovarli? Si saprà che si chiama Mehdi Nemmouche,   francese di origine algerina, radicalizzatosi in carcere. Nel dicembre 2012 si era recato in Siria passando per il Belgio, e lì ha combattuto per Al Nusra (arruolato dal capitano Drugeon?); poi è tornato in Europa ma passando per Singapore e Bangkok; nel marzo 2014 era stato segnalato in Germania.

Un vendetta?
Un vendetta?

Qualcosa nel comportamento (e nell’armamento) di Nemmouche   suggerisce una strana idea: che non sia un terrorista sciolto, ma un soldato da operazioni speciali, che compie l’azione, la documenta, e consegna sé stesso e le armi non in Belgio ma in Francia, dove aveva i suoi comandanti…

7 gennaio 2015: la strage di Charlie Hebdo

mai perdere i documenti...
mai perdere i documenti…

Due uomini con passo elastico, calmi e professionali, sparano all’intera redazione. Sparano da professionisti, brevi raffiche di due-tre colpi. Poi   salgono tranquilli sulla Citroen C3nera su cui erano arrivati; cambieranno l’auto a Rue Pantin rubando il veicolo ad un civile a cui diranno di essere due terroristi della cellula yemenita di Al Qaeda. Purtroppo per loro, sulla Citroen nera  abbandonata uno dei due ha dimenticato la carta d’identità: chi l’avrebbe mai detto? Così viene identificato:Said Kouachi, in fuga col fratello.

I due fratelli Kouachi, una volta che le tv fanno il loro nome, non paiono più i freddi professionisti di prima; scappano qua e là, lasciano scie di tracce, hanno evidentemente paura e non sanno dove andare. Alla fine si asserragliano in una tipografia a Dammartin-en-Goële.

Fatto notevole, è una tv israeliana, la i24 (l’equivalente israeliano di SkyNews 24), ad annunciare per prima le generalità dei due assalitori; fin dalle ore 15, molto prima di tutti gli altri media. Il sito JSS, un web magazine ebraico che dà notizie in francese (JSS sta per il nome del fondatore, Jonathan Simon Sellem) dà addirittura i nomi dei due ricercati franco-algerini, prima che lo facciano i media francesi.  Verranno uccisi dalle teste di cuoio il 9, dopo le cinque della sera. E’ buio. L’ordine dell’attacco l’ha dato Hollande in persona; in contemporanea con l’altro attacco, in piena Parigi, per liberare un piccolo supermercato ebraico, Hypercacher, dove s’è asserragliato un giovane terrorista africano, Ahmedy Coulibaly, che ha ucciso degli ostaggi. Coulibaly viene ucciso sotto gli occhi delle telecamere; i fratelli Kouachi no, tutte le telecamere del mondo sono davanti all’Hypercacher. Ma lo assicurano le autorità. Hanno voluto morire da martiri. Ufficialmente, sono stai seppelliti in località segreta. Non è strano?

Qualcosa di politicamente scorretto frulla per la testa: che l’attentato a Charlie sia stato una vendetta contro l’attentato al museo ebraico di Bruxelles, in una guerra senza quartiere tra servizi segreti “amici”? Che i fratelli Koauchi siano stati incastrati dai veri esecutori della strage di Charlie, che hanno fatto trovare la carta d’identità di uno di loro; e che i loro capi, per salvarli, hanno dovuto “sacrificare” Coulibaly mandandolo ad aggredire il negozio ebraico.

13 novembre 2015: gli attentati al Bataclan, al caffè Voltaire e allo Stadio di Francia. In quest’ultimo,stranamente, ben tre jihadisti si fanno scoppiare (hanno una cintura esplosiva) fuori dallo stadio, prima che il pubblico ne esca. Risultato, ammazzano solo se stessi.   Ma nello stadio c’è Hollande che guarda la partita Germania-Francia; esce scortato a si precipita a firmare il decreto che proclama lo stato d’emergenza (la strage del Bataclan non è ancora avvenuta). Un quarto, Ibrahim Abdeslam , s’è fatto esplodere   da solo, seduto ai tavolini del bar Comptoir Voltaire. Anche lui era di Molenbeek, dove aveva un bar chiuso da pochi giorni prima del 13 novembre per ordine della polizia, per spaccio. Ibrahim era un picolo delinquente, alzava il gomito e si faceva   di canne, caratteri non proprio da jihadista wahabita.

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Era il fratello di Salah Abdeslam. Anche quest’ultimo doveva farsi esplodere con la cintura? Dicono che ha ammesso tutte le sue colpe, voleva farsi saltare (anche lui) allo stadio ma ha rinunciato (o forse ha preso paura? E s’è tolto la cintura esplosiva prima che un telecomando la facesse esplodere?), , ma cerca di non farsi estradare in Francia. Vedremo. E’il primo jihadista preso vivo in tutta questa orribile storia, speriamo che parli. E non si faccia trovare suicidato.

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Bruxelles: NATO, UE, Terrore, tutti vicini

Frattanto, alcuni giornali belgi ironizzano: Abdeslam   il fuggiasco-record: in tre mesi ha fatto 400 metri. Tale è la distanza da casa sua all’appartamento dove è stato scoperto.  E la polizia l’ha ritrovato a 300 metri da dove aveva perso le sue tracce quattro mesi orsono. Del resto, Bruxelles è piccola:  il quartier generale della NATO,  la sede della Unione Europea, sono a tre chilometri dal Molenbeek. Ci sono tutti i servizi

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Mons. Williamson ordina il secondo vescovo della Fraternità 2.0

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Segnalazione e commento di Pietro Ferrari

Senza “mandato di Roma” e senza “mandato di Econe”. Il lefevrismo oltranzista avanza ancora…  “Nel tentativo di espandere il gruppo di chierici che hanno lasciato la Fraternità San Pio X in questi ultimi anni, perché la Fraternità San Pio X non è stata abbastanza per loro Fraternità, il vescovo Richard Williamson – che si era espulso dalla Fraternità San Pio X nel 2012 – ha consacrato un altro vescovo, P. Tomas de Aquino, OSB. La consacrazione episcopale ha avuto luogo come previsto il 19 marzo 2016, a Nova Friburgo, Brasile, vicino a Rio de Janeiro.  Una volta che si ammette il principio che ci si può dividere da un vero Papa e “resistere” a lui (leggi: ignorare, combattere, criticare, in contraddizione di volontà), non vi è alcun motivo per cui ci dovrebbe essere un solo gruppo di resistenza (come Bp. Società di Fellay di San Pio X) e non altri. Cosa c’è di buono per l’oca è buono per il papero. Il problema qui è semplicemente che non è un bene per l’oca. L’anno scorso, Bp. Williamson aveva anche fatto notizia esprimendo la sua opinione che assistere alla “Nuova Messa” (Novus Ordo Missae) della Chiesa del Vaticano II è ammesso in determinate circostanze.” http://www.novusordowatch.org/wire/williamson-tomas-de-aquino.htm

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Verona, trasferita a passar carte poliziotta che indagò su vice di Tosi. Pm in rivolta

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Da responsabile della polizia giudiziaria, Margherita Taufer ha curato le principali inchieste sulla corruzione, come quella che ha portato alla condanna di Vito Giacino (Fi). Dopo vari procedimenti disciplinari, smontati dal Tar, il Questore l’ha spedita alla Polaria. La denuncia: “Campagna contro di me”. I magistrati contro il procuratore Schinaia: “Senza di lei monche le investigazioni su pubblica amministrazione”

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Mostre e concerti per i 500 anni del ghetto ebraico

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Risultati immagini per Ghetto ebraico di veneziaSegnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

VENEZIA – «Gli ebrei non hanno alcuna nostalgia del ghetto. Il ghetto rappresenta segregazione. Per questo motivo non festeggiamo nulla, ma commemoriamo un fatto che rimane una tragedia». Lo ha detto il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, presentando mercoledì a Roma le manifestazioni programmate a Venezia per i 500 anni del ghetto della città lagunare. Era il 29 marzo 1516 quando il Senato veneziano decretava che tutti «li giudei» dovessero abitare insieme in un’area recintata e sorvegliata della città: il quartiere “Getto”, dove venivano gettati i resti delle lavorazioni di una fonderia di rame. Ma dalla creazione del ghetto, ha proseguito Gattegna, «venne fuori un esempio di altissima tradizione culturale, intellettuale e religiosa». E l’anniversario sarà anche occasione, hanno ricordato il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, e il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, «per combattere l’antisemitismo e il negazionismo di oggi».

Tanti gli eventi (fra mostre, musica e conferenze) in programma dal 29 marzo, data di un concerto dell’Orchestra della Fenice diretta dall’israeliano Omer Meir Wellber. Come una mostra storico-documentaria dal 19 giugno al 13 novembre a Palazzo Ducale e la rappresentazione al Campo del Ghetto di “Il mercante di Venezià di William Shakespeare (26-31 luglio). Prevista anche una raccolta fondi internazionale per il restauro del Museo Ebraico e delle sinagoghe cinquecentesche. «Bisogna ricordare ancora una volta, per non dimenticare mai un orrore senza pari – dice il governatore Luca Zaia – bisogna respingere l’antisemitismo e soffocare con la forza della storia e della testimonianza le teorie negazioniste che hanno ripreso a fare capolino. Come Regione – ha concluso Zaia – siamo impegnati per una valorizzazione storica e culturale dell’identità ebraica; una comunità da sempre ben integrata e legata alla storia della Repubblica Serenissima, in un’epoca nella quale in Spagna, in Germania e in Inghilterra, si praticava la persecuzione».

Lo spot per i 500 anni del ghetto

Fonte: http://m.ilgazzettino.it/nordest/venezia/ghetto_ebraico_venezia_500_anni_eventi-1601766.html Continua a leggere

Il gay assassino Marco Prato scriveva su facebook contro i “fascisti” e gli “omofobi”

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Sadismo, ferocia. Gli aggettivi si affastellano man mano che emergono i particolari agghiaccianti sull’uccisione del giovane universitario preso a martellate e accoltellato a Roma, Luca Varani.

Sconcertano e indignano le parole che è stato capace di scrivere sulla sua bacheca Fb il 24 gennaio del 2015 , Marco Prato, uno dei due assassini di Luca Varani,proprio quello che ha inferto la coltellata finale al giovane Varani, dopo le sevizie.  “Oggi va talmente tanto di moda fare serate gay che tutti si contendono o vantano di avere una piccola compagine all’interno della propria serata…

Rimango BASITO quando vedo che storiche serate destroidi romane, composte essenzialmente da nostalgici fascisti omofobici strizzano l’occhio a realtà gay pur di avere un posto nella contemporaneità… Ciò che mi rattrista ancor di più è vedere che gli stessi gay vessati e alle volte anche fisicamente molestati dai frequentatori di queste storiche serate accettino di collaborare per avere un “posto al sole”… Mah.. applausi”.

Un delirio insostenibile anche solo a leggersi, accostato al grado di follia omicida che emerge dagli interrogatori iniziati  nel carcere di Regina Coeli a Roma. Il degrado morale del 29enne gay, pr di feste nel giro omosessuale che conta nella capitale, e le sue parole affidate al social hanno dell’incredibile. L’avvocato Michele Andreano, difensore di Foffo, entrando nel carcere romano si è limitato a dire che «come primo atto chiederò l’esame tossicologico per il mio assistito, per valutare il livello di sostanze stupefacenti presenti nel suo corpo e che chiederà una perizia psichiatrica. Basta attenuanti. Si tratta di un’azione violenta e sadica in cui nulla è stato lasciato al caso. Alcol e sostanze eccitanti provocano una spural e perversa una disconnessione dalla realtà che sta seriamente rischiando di far cadere nella rete perversa di questi “figli di papà” tutti i giovani dai 16 anni in su che escono la sera e sciaguratamente entrano in giri percolosi e mortali. A Roma le zone franche sono tante e lo stile di vita nottirno è decisamente fuori controllo.

Fonte Continua a leggere

Massoneria, carte di una loggia nella spazzatura. Il maestro venerabile è un funzionario regionale

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CRONACA Il documento dal lessico pomposo – tra maglietto, squadra, compasso e spada fiammeggiante – descrive la nascita di un nuovo gruppo massonico a Palermo. Durante la cerimonia vengono designati 15 fratelli, tra cui diversi medici. A capo c’è Lucio Lutri del dipartimento all’Energia

«Fratelli, vi esorto a mantenere il riserbo sui lavori compiuti». Tra le precauzioni da prendere in termini di discrezione, il maestro venerabile Lucio Lutri non avrà messo in conto l’ipotesi che i documenti della fondazione della loggia massonica palermitana Pensiero e Azione potessero finire, ancora intatti, nel cassonetto dell’indifferenziata. Le 21 pagine che descrivono la cerimonia celebrativa – il 5 marzo nel capoluogo siciliano – della loggia numero 1498 del Grande Oriente d’Italia sono stati infatti trovati davanti agli uffici del dipartimento regionale all’Energia di viale Campania. A pochi metri da dove il maestro venerabile lavora.  Continua a leggere

Treviso: Associazioni protestano per la pubblica distribuzione tra i giovani di materiale pornografico

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ARTICOLO GALLINA

di Redazione

Pur essendo degna di lode l’azione di protesta da parte delle Associazioni firmatarie della lettera al “vescovo” di Treviso, dobbiamo considerare la visione diametralmente opposta alla nostra, nel modo in cui ci si rivolge alle cosiddette gerarchie ecclesiali. 

Riteniamo utile smetterla di rivolgersi ad un “prelato conciliare” come se ci si rivolgesse ad un legittimo Vescovo di Santa Madre Chiesa. E’ necessario adire le vie legali, perché in questo caso, ci sono tutti i presupposti. Solitamente i conciliari tendono a non fare nulla a fronte di lettere di questo tenore, per quanto corrette nei contenuti, ma esperienza insegna che l’azione di pubblica protesta, anche costante, “vis à vis” (con chiari e duri volantinaggi o altre azioni eclatanti e mediatiche) può portare, nel breve, medio o lungo termine a raggiungere obiettivi insperabili. La liberazione della chiesa di San Pietro Martire dai luterani ivi insediati con contratto stipulato con la diocesi scaligera, dopo 5 anni di battaglie furibonde da parte dei cattolici tradizionalisti ne è una dimostrazione, che è già stata oggetto, persino, di tesi di laurea.

Segnalazione di Luciano Gallina

Avvisiamo che ci sono alcune immagini forti ed esplicite, volgari e pesantemente lesive del senso del pudore

 Relaz.Prot.CuriaVescovile_TV Continua a leggere

FIAT fuori dall’editoria ? Ma “La Voce del Padrone” resta nelle stesse mani

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Roberto Pecchioli

La notizia è di quelle che sfuggono all’osservatore medio, da tempo disabituato a riflettere, prigioniero dell’effimero e della cronaca spicciola diffusa dai grandi canali informativi, ma è invece di quelle che pesano, e peseranno , negli equilibri del potere, industriale , economico e politico dell’Italia. Dall’anno prossimo la maggioranza delle azioni del quotidiano La Stampa passeranno al gruppo di De Benedetti, la Cir.

Sorvoliamo, in questa sede, sulle difficoltà giudiziarie e , a quel che si legge, finanziarie di Carlo De Benedetti, vecchio nemico di Berlusconi , che sembra aver passato il testimone al figlio Rodolfo. Accenniamo appena al prudente, imbarazzato silenzio, significativo davvero, della politica e dell’informazione sull’operazione: se fosse stata anche soltanto ipotizzata dal gruppo Mediaset avrebbe sollevato enormi attacchi, e manifestazioni di piazza contro la concentrazione editoriale , sulla fine del pluralismo culturale e politico, con il consueto corollario di manifesti firmati da torme di intellettuali engagées.

Concentriamoci invece su chi vende, perché è la Fiat. Il primo Giovanni Agnelli fu tra gli azionisti della Stampa, allora detta popolarmente La Busiarda per i suoi resoconti sulla prima guerra mondiale, fin dal 1920. Dopo il breve regno di Giovanni Frassati, cattolico in odore di santità ed antifascista della prima ora, Agnelli conquistò la Fiat con l’appoggio di Mussolini nel 1926. Fu il tempo della famiglia fascistissima, e della famose frase “Ciò che va bene all’Italia, va bene anche alla Fiat”, un motto che, cambiato il mondo dopo la guerra, si sarebbe letto al contrario, giacché soltanto quel che andava bene alla Fiat doveva andare bene alla Nazione.Fu il lungo periodo del dominio del gruppo torinese , delle grandi migrazioni dal Sud per sostenere l’immenso sviluppo del settore auto sotto Vittorio Valletta il mitico dirigente che fece della marca torinese un gigante, con le straordinarie intuizioni delle automobili per tutti, la 500 e la 600.

La Stampa, che nel frattempo aveva distrutto il suo storico concorrente cittadino, La Gazzetta del Popolo, di obbedienza democristiana, accompagnò il potere dei suoi padroni da posizioni laico liberali e massoniche, aprendo le sue pagine culturali al cosiddetto partito torinese, quello degli antiitaliani , anti religiosi ultra progressisti , Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone e gli altri professoroni superstiti della bieca avventura del Partito d’Azione, che ancora occupano vi posizioni rilevanti con gli ultimi tristi allievi, anch’essi ormai in avanzata senescenza.

Il fatto che il gruppo Fiat perda il giornale di famiglia, house organ del potere forte italiano per eccellenza, è dunque fatto di grande rilievo, che non può essere liquidato sbrigativamente come un normale evento della dinamica imprenditoriale, e neppure come semplice fine di un’epoca. Innanzitutto, perché i novant’anni di controllo della Stampa corrispondono alla storia industriale, politica e civile della nazione, perché Fiat è stata al centro di migrazioni interne di portata enorme, che hanno cambiato il volto e la demografia non solo di Torino , ed il giornale è stato sempre accanitamente governativo, tranne che nei periodi berlusconiani, attraversando quindi regimi ed idee diverse, sino a posizionarsi saldamente, dalla fine degli anni 60, al fianco del progressismo borghese di matrice laica, o forse laicista.

Atlantisti per consuetudine, filo anglosassoni e filo ebraici, gli Agnelli sono stati anche i fiduciari italiani della Commissione Trilaterale fondata dai Rockefeller. Il loro giornale ha preso posizione a favore del divorzio, poi dell’aborto e la linea , nei confronti della Chiesa, è, da molti decenni, di formale rispetto , ma di dura contrapposizione.

Giornalisti della Stampa come Carlo Casalegno furono vittime del terrorismo in quella pesante stagione tra gli anni settanta ed ottanta, ma il giornale si attardò ro per molto tempo sulla linea , cara al Ministero dell’Interno dell’epoca, del terrorismo che era solo di estrema destra, salvo allinearsi al fischio dei padroni del vapore, di cui era magna pars l’editore. In quegli anni maledetti, ce lo ricordiamo bene, sulla Stampa non solo non era accettata pubblicità elettorale a pagamento del MSI, ma addirittura, in campagna elettorale, le attività di quel partito non erano neppure citate.

Ma questo è il passato del foglio torinese. Il presente è quello di un calo pesantissimo nella diffusione – i dati ufficiali di novembre 2015parlano di circa duecentomila copie , compresa l’edizione digitale. La crisi è di tutto il comparto quotidiani, ma La Stampa ha ceduto oltre la metà delle copie dai suoi periodi migliori.

Il vero fatto è che Marchionne, che sembra il regista della cessione delle quote di maggioranza della società editrice, ha ormai posizionato Fiat, anzi FCA, in un orizzonte in cui l’Italia non è più centrale, e quindi anche la necessità di avere un grande organo di stampa a disposizione non è prioritario. Questa è una buona notizia per il contribuente italiano, che ha pagato somme enormi alla Fiat, in termini di infrastrutture, ammortizzatori sociali, politiche industriali e finanziarie, ma non è un bene per l’Italia.

Questo nuovo indizio di disimpegno del gruppo dal paese dove è nato e si è sviluppato, è comunque un altro tassello di quel grande disegno ( sì, disegno, ne siamo convinti !) di decadenza, deindustrializzazione e graduale sottosviluppo che caratterizza l’Italia degli ultimi 20/25 anni.

Tutti ricordiamo Mediobanca ed il grande vecchio Cuccia, al cui fischio accorrevano anche i vertici Fiat e che ha fornito i capitali, o almeno il respiro finanziario internazionale di Fiat. Quel tempo è finito, ed il nuovo che avanza ormai da una generazione è molto, molto peggio, in termini di capacità, innovazione, crescita dell’Italia.

Da un punto di vista strettamente editoriale, invece, il nuovo gruppo potrà esercitare un’influenza ancora maggiore sull’informazione, dunque sulla formazione dell’opinione pubblica: un nuovo, ulteriore balzo verso il laicismo , il progressismo radical borghese, l’immigrazionismo, la distruzione dei valori profondi del nostro popolo, unita all’indifferenza, anzi all’avversione, nei confronti dei lavoratori dipendenti, gli artigiani, i precari, quelli che una volta si chiamava la povera gente.

Nei prossimi mesi vedremo quale esito avrà l’altra battaglia campale del settore, che riguarda il controllo del Corriere della Sera, da anni in mano a quello che si soleva chiamare “il salotto buono” dell’imprenditoria e della finanza. Fiat ha quota importanti, e fa parte da sempre del patto di sindacato che detta la linea, specie quella politico editoriale. De Benedetti ed il suo gruppo possiedono già, oltre alla corazzata Repubblica, sedici quotidiani locali, alcuni dei quali di grande rilievo, come il livornese Tirreno, il triestino Piccolo e la Nuova Sardegna di Sassari.

Eppure, statene certi, nessuno parlerà di concentrazione o di attacco alla libertà di stampa: del resto,da tanti anni la schiacciante maggioranza dei giornali italiani ha il cuore a sinistra , ma il portafogli saldamente a destra. Gli Agnelli segnarono la via, dopo il fatidico 1968; capiremo tra poco che cosa faranno gli ultimi rampolli, che non sembrano delle aquile, della loro residua partecipazione nella Stampa con la nuova compagine sociale e, naturalmente, del Corriere della Sera.

Certo, l’Italia , da ieri, è cambiata di un altro po’. Altrettanto certamente, non avanzerà la libertà di stampa, e, soprattutto, la possibilità per le tante voci che si oppongono al finanzcapitalismo ( il termine è di Luciano Gallino, uno del “partito torinese”, per decenni firma prestigiosa della Stampa) di far ascoltare la propria voce.

Come per la vecchia casa discografica, La Voce del Padrone è sempre saldamente nelle stesse mani: tutt’al più, suoneranno la stessa musica con strumenti diversi, o, molto semplicemente, cambierà il direttore dell’orchestra, ma gli sarà consegnata la stessa bacchetta: Confindustria, banche, Bilderberg Group , Trilaterale, New York, Sion.

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Settant’anni di omertà, ora spunta un’altra foiba

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Lo rivela un documento “dimenticato” negli archivi del Ministero degli Esteri. Nella fossa in provincia di Udine 200-800 corpi, sembra vittime di partigiani rossi

di 

Una nuova foiba sembra tornare alla luce dagli orrori del passato, il giorno del Ricordo del dramma degli esuli istriani, fiumani e dalmati. La fossa comune non si troverebbe nell’ex Jugoslavia, ma in provincia di Udine.

I responsabili del massacro, nascosto per 70 anni, sarebbero i partigiani comunisti della divisione Garibaldi-Natisone, che nel 1945 erano agli ordini del IX Corpus jugoslavo del maresciallo Tito. Le vittime nella fossa comune sarebbero fra 200 ed 800. I carabinieri sono stati informati. Continua a leggere

Don Marco Bisceglia, il prete che fondò l’Arcigay

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marco bisceglie

Chi fondò l’Arcigay? Don Marco Bisceglia. E questa è la sua (straordinaria) storia

settembre 9, 2013 Pino Suriano

Contestatore, sospeso a divinis, pannelliano, omosessuale, con Nichi Vendola fece nascere l’Arcigay. Poi, abbandonato da tutti, fu riaccolto da Joseph Ratzinger

Ai tanti che non lo hanno mai saputo potrà sembrare un’assurda fantasia, ma è semplicemente un fatto: l’Arcigay è stata ideata da un prete. Sì, l’associazione per i diritti omosessuali più importante e numericamente rilevante d’Italia deve la sua anima a un consacrato, omosessuale egli stesso. Accadde a Palermo nel dicembre del 1980 e quel sacerdote, allora quasi sessantenne e sospeso “a divinis” alcuni anni prima, si chiamava Marco Bisceglia, per tutti don Marco. Suo compagno di avventura nonché di appartamento, nei mesi successivi, un giovane obiettore di coscienza in servizio civile presso l’Arci, Nicola Vendola detto Nichi.
Chiare le premesse? Adesso, però, non ci si scandalizzi per il giudizio in arrivo, forse ancor più sorprendente: la storia di don Marco è una delle più belle storie di vita che si possano raccontare. Di quelle che rendono palese, per chi non lo credesse, quale straordinario luogo di accoglienza e ripresa umana possa essere la Chiesa.
Nelle scorse settimane, per la collana “DietroFont” dell’esordiente casa editrice lucana EdiGrafema, è uscito un libro (acquistabile su Ibs) che ne percorre la vita: Troppo amore ti ucciderà, con testimonianze di Vendola, Franco Grillini e Beppe Ramina. O meglio, ne percorre le “tre vite”, come recita il sottotitolo del testo, ben scritto e documentato dal giornalista potentino Rocco Pezzano. Nella biografia del sacerdote, infatti, si riconoscono almeno tre momenti di profondissimo strappo per contenuti e stili di vita.

IL PRIMO MATRIMONIO GAY. Nella sua “prima vita” don Marco Bisceglia è un prete di lotta. Nato nel 1925, sacerdote dal 1963, ha studiato e abbracciato la Teologia della Liberazione, in particolare la lezione del poco ortodosso teologo gesuita José Maria Diez-Alegria Gutierrez. Quando gli viene affidata la parrocchia del Sacro Cuore di Lavello, suo paese di origine in Basilicata, il desiderio di esprimere i propri ideali si trasforma in azione. La difesa dei più deboli è per don Marco l’autentico contenuto dell’evangelizzazione. Le cronache dell’epoca iniziano a chiamarlo “il don Mazzi del Sud”.
Don Marco si oppone a tutto ciò che reputa ingiusto, soprattutto all’interno della Chiesa: i funerali a pagamento, per esempio. La lotta al celibato dei sacerdoti, le operazioni finanziarie, le banche, gli investimenti immobiliari, l’arricchimento di alcuni preti con la speculazione edilizia. E la gente si lega a lui: tanti braccianti mai stati in chiesa prima d’allora, si ritrovano a seguirlo nelle sue battaglie, spesso vicine a quelle del Partito Comunista.
Don Marco esprime con toni forti, anche in pubblico, durante le omelie la sua opposizione decisa alla Chiesa e alla sua struttura organizzativa. Ne nasceranno presto contrasti con il vescovo della diocesi. Non solo per le idee, ma anche per le azioni. Don Marco, infatti, non si ferma alle parole. In quegli anni, assieme alla sua comunità, è protagonista e animatore di scioperi al fianco di lavoratori, blocchi stradali e altre forme di protesta “borderline”, talvolta con conseguenti procedimenti penali. Il 30 settembre 1974, in un clima di esasperata contrapposizione e dopo alcune richieste di ravvedimento, arriva il decreto di rimozione da parte del vescovo Giuseppe Vairo: la parrocchia del Sacro Cuore è dichiarata vacante. Le ragioni non mancano: adesione al movimento radicale per la depenalizzazione dell’aborto e la libertà sessuale; uso della parrocchia come sede dei comitati per i referendum; assenze continue; violenti attacchi a Chiesa cattolica, clero e gerarchia. Poi un’accusa anomala, «scelta socio-rivoluzionaria», e un’altra più drammatica, ma decisiva, «chiara rottura della Comunione col vescovo».
Da quel momento la vicenda prende una piega inattesa, che porterà a Lavello i corrispondenti dei maggiori quotidiani e settimanali italiani. La comunità del Sacro Cuore, infatti, non accetta il decreto e si barrica all’interno della chiesa, letteralmente la occupa. Sulla facciata del Sacro Cuore compare una scritta: “La Chiesa è del popolo”. È una dichiarazione di intenti. Lavello diventa un caso nazionale, un parroco e il suo popolo contro il vescovo e la Chiesa “ufficiale”.
Ma il fatto che più avrebbe fatto parlare di don Marco era accaduto pochi giorni prima di quella pubblicazione. È quello che le cronache ricorderanno per anni, seppur impropriamente, come il «primo matrimonio gay celebrato da un sacerdote italiano». Un giorno due omosessuali si presentano nella sagrestia e chiedono se la loro unione possa diventare sacra. «Il vostro matrimonio è già un sacramento di fronte a Dio», spiega don Marco. Quei due signori, in verità, non erano omosessuali ma Bartolomeo Baldi e Franco Iappelli, giornalisti del Borghese che registrano e spiattellano tutto sul giornale. Il 9 maggio 1975, il vescovo prende ulteriori provvedimenti: «Al sacerdote è proibito ogni atto di sacro ministero», si legge nel documento della curia. È la sospensione a divinis. Da quel momento l’immagine di don Marco, agli occhi della gente, si aggrava. Ma per don Marco non è un dramma. Tutto continua come prima. Si celebra, si fanno i sacramenti, si legge la Parola di Dio. Eppure il legame coi fedeli è sempre più debole. Le presenze si diradano, molti cominciano a staccarsi. Le foto dei primi anni di “occupazione” della parrocchia, sempre stracolma di gente, e quelle “spoglie” degli ultimi tempi, offrono l’immagine di questo progressivo distacco. È drammatica l’immagine dell’ultima Messa, il 25 aprile 1978, con don Marco che celebra tra poche vecchiette e dietro una fila di carabinieri e poliziotti.

 

LA CONVIVENZA CON NICHI VENDOLA. Don Marco si ritrova da solo, senza lavoro, senza futuro, ma soprattutto senza rapporti con la Chiesa. Un “disoccupato” in cerca di patria. Eppure non perde occasione per far parlare di sé. Il 3 giugno 1979 sono previste le elezioni politiche. Pochi mesi prima si presenta dal sacerdote un vecchio amico di tante battaglie con un’ipotesi scioccante: candidarsi con i Radicali. Quell’amico è Marco Pannella. Don Marco accetta: «Se si vuole essere liberi – scrive in quei mesi – bisogna necessariamente essere eretici. Personalmente non posso non essere uno di loro». La candidatura fa rumore, ma i voti non bastano per entrare in Parlamento.
In quei mesi, mentre Bisceglia è ancora impegnato con i Radicali, avviene un incontro decisivo. In «circostanze fortuite», ricorderà poi, incontra a Roma Enrico Menduni (presidente, dal 1978 al 1983, dell’Arci, storica associazione culturale della sinistra italiana) che propone a don Marco di curare l’aspetto organizzativo dell’Arci per la “sezione” diritti civili. Nasce da lì, nel giro di poco, il copyright dell’Arcigay, “proprietà” di Marco Bisceglia.
La fondazione ufficiale arriverà solo nel 1985, ma come si legge sul sito arcigay.it: «Il primo circolo Arcy-gay nasce informalmente a Palermo il 9 dicembre del 1980 da un’idea di don Marco Bisceglia, sacerdote cattolico dell’area del dissenso» (a destra, la conferenza stampa di presentazione dell’Arcigay. Si riconoscono don Marco e Franco Grillini, secondo e terzo da sinistra, e Nichi Vendola, secondo da destra).
Di qualche anno prima è il coming out di don Marco: la pubblica dichiarazione di omosessualità. Marco è già attivo da tempo nell’organizzazione dei diritti gay, ma non ha ancora liberato del tutto la sua, di omosessualità. Difficile ricostruire la data e la testata che avrebbe dato spazio alla clamorosa dichiarazione (qualcuno ricorda Panorama), ma nell’aprile 1982 un articolo di Andrea Marcenaro sull’Europeo ne parla come un fatto noto: «I preti omosessuali esistono, ma uno solo si è dichiarato», si legge. Quell’uno, naturalmente, è Marco Bisceglia. In quel periodo vive con 400 mila lire al mese (tanto è lo stipendio) e a stento riesce a recuperare i contributi da religioso per garantirsi una pensione. Risalgono a quegli anni l’amicizia e la convivenza con Nichi Vendola, che non smetterà mai di considerarlo «un maestro». I due vivono insieme per qualche mese a Monte Porzio Catone, nella casa di don Marco. Intanto con l’Arci, da qualche tempo, sorgono i primi problemi. Don Marco, in modo lento e silenzioso, si fa da parte. Non si avrà mai una vera e propria rottura, ma una sfumata e continua presa di distanza. E così, proprio quando la sua creatura metterà le ali per diventare un punto di riferimento nazionale, calerà il sipario sul suo padre nobile. Da quel momento si perdono le tracce di Marco Bisceglia. Una volta era inseguito dai cronisti di tutta Italia, da quel momento quasi nessuno scriverà più un rigo su di lui, e nessuno si preoccuperà di scoprire come finì i suoi giorni. È questo il merito più grande di Rocco Pezzano.
Nel luglio 1987 Bisceglia appare ormai lontano dall’Arcigay. Dalle sue lettere si apprende che si trova ancora a Monte Porzio Catone, dove convive con l’omosessuale Dadì, trentenne di origini algerine. In quei giorni scrive la sua lettera più intima, forse la più bella. È una sorta di diario epistolare destinato agli amici Carla e Wouter. Racconta di aver letto La conoscenza di sé, opera del filosofo francese René Daumal. «Ci sto trovando – scrive don Marco – alcune cose che stanno accadendo in me. Nonostante tutto, l’età dell’oro esiste sempre, simultaneamente, in rare persone, ma sta a noi meritare di poterle individuare e avvicinare». In quelle parole c’è tanto, troppo, della sua imminente svolta per non leggere l’affacciarsi in lui di una nuova prospettiva di liberazione (l’età dell’oro). Non più ricercata in un’organizzazione, in uno sforzo di cambiamento sociale, ma in un modestissimo desiderio di prossimità a persone autentiche.

IL RITORNO E LA RICONCILIAZIONE. In un giorno della prima metà degli anni Novanta, squilla il telefono della parrocchia di San Cleto a Roma, quartiere San Basilio. A un capo della cornetta c’è padre Paolo Bosetti, responsabile della parrocchia, dall’altro monsignor Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas diocesana. La richiesta del prelato è quella di accogliere un sacerdote, il quale, però, porta con sé un tremendo fardello: l’Aids. «Cosa dobbiamo fare?», chiede padre Paolo. «Vogliategli solo bene», risponde il monsignore. Sarà così. Don Marco comincia, in punta di piedi, una nuova vita assieme ai confratelli della Congregazione di Gesù sacerdote che lì convivono. Poche parole, tanto tempo libero, nessun impegno parrocchiale.
La vita trascorre lenta, don Marco, semplicemente, segue e comincia a vivere tutte le tappe della giornata: lodi, Messa, cena. Sempre creativo e autonomo nelle scelte culturali, accetta anche consigli su cosa leggere: comincia dal Presbyterorum Ordinis, un decreto del Concilio Vaticano II sul ministero e la vita sacerdotale; poi l’Optatam Totius sulla formazione sacerdotale; senza tralasciare naturalmente Bibbia e Vangeli. Testi fondamentali se si pensa alla sua vita passata. Decisivi perché letti con occhi diversi. Don Marco si mette in discussione, come uomo e come sacerdote. Il suo passato è noto a tutti, ma nessuno ne parla. «Solo una volta è successo», ricorda padre Paolo. «Don Marco diceva di non rinnegare nulla, ma di voler prendere le distanze dal passato, per “qualcosa che gli gira dentro”, dice. E su cui don Marco vive e medita con serenità».
Vivendo al fianco di altri sacerdoti fiorisce nel suo cuore il desiderio più bello: tornare a celebrare l’Eucaristia. Sono trascorsi, dall’ultima volta, almeno quindici anni. Don Marco ne parla con i confratelli. Non può essere il capriccio di un istante, e allora si approfondisce la questione. A frenare tutto c’è la sua sospensione a divinis. Ma non è un ostacolo insormontabile. La persona da informare è il vicario generale, il cardinale Ugo Poletti (colui che fa le veci del Vescovo di Roma, allora Giovanni Paolo II), che si prodiga per la vicenda e che spiega che c’è un unico passo decisivo da fare: la supplica.
Don Marco prende carta e penna e stende la sua richiesta. La figura a cui presentare la supplica e che deve valutarla è il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger. Dopo qualche tempo arriva la risposta: la sospensione a divinis è cancellata. Qualche giorno dopo don Marco ne dà notizia alla sorella Anita: «Sono cosciente della mia indegnità, così come sono fermamente fiducioso nel perdono di Dio e nella sua azione purificatrice e rigeneratrice. Spero di potere, con il suo aiuto, riparare ai miei errori e traviamenti». Quella missiva arriva da Loreto. Padre Bosetti ricorda: «Se si riprende a celebrare l’Eucaristia, che è il corpo di Cristo, non si può farlo senza la riconciliazione». E così è stato. Il giorno della “prima Messa” arriva a Loreto una delegazione della vecchia diocesi di don Marco, guidata da monsignor Vincenzo Cozzi. Quella Chiesa a lungo contestata è lì per riabbracciarlo nel giorno più bello. Nessun passato può vincere il presente: i rancori e le incomprensioni sono fatti reali, concreti, ma non prevalgono. È la festa del perdono e della rinascita, è l’Eucaristia.

GLI ULTIMI ANNI, DURI MA INTENSI. Quelli che restano da vivere sono anni duri ma intensi. Non è semplice la vita per un malato di Aids, tra continue visite e frequenti ricoveri. «Eppure lui è sereno», racconta Vittorio Fratini, un amico. Una serenità che diventa conforto per gli altri, come testimonia un compagno di stanza in ospedale. Vittorio gli chiede da dove gli provenga questa gioia. La risposta è di quelle che non si dimenticano: «Ricordati che io ero morto e sono risorto. Se devo andare verso la fine della mia vita, ci vado con tanta serenità». Una delle ultime lettere di don Marco è del 4 aprile 2001. Risponde all’amico Giancarlo che si lamenta delle gerarchie ecclesiastiche. Don Marco rompe gli schemi. Prima spiega di esserne consapevole, poi aggiunge: «Non lasciamoci irretire da facili stereotipi. Il mio vescovo è un uomo mite, ricco di umanità, ha favorito la mia reintegrazione, pur sapendo di avere a che fare con un soggetto sieropositivo». È sorprendente. Il vecchio sguardo polemico su ciò che nella Chiesa dovrebbe o non dovrebbe esserci, ha lasciato il passo a uno sguardo pieno di gratitudine per quello che c’è.
L’ideologia ha lasciato il posto all’esperienza. Marco Bisceglia muore il 22 luglio 2001, nei giorni del G8 di Genova. Il “contestatore” muore in un giorno di contestazione. Ma quanto è lontano quello scenario di lotta dalla pace che regna ora nel suo cuore. Oggi riposa nel cimitero di Lavello, nella cappella dedicata ai sacerdoti.

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