Tra cento anni gli italiani saranno stranieri in patria. Analisi dei dati Istat

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Roma, 17 feb – La popolazione italiana autoctona sta invecchiando e la natalità è in costante calo. Ma a differenza di quanto sbandierato dai principali giornali, gli stranieri stanno perdendo il loro impulso positivo sul quadro demografico, come riferisce il rapportoTendenze demografiche e percorsi di vita” dell’Istat: “Il contributo dell’immigrazione alla crescita demografica si va tuttavia ora ridimensionando per effetto della contrazione dei flussi e della trasformazione dei motivi di ingresso, oltre che per comportamenti riproduttivi meno dinamici”. Infatti, nonostante l’aumento costante degli stranieri residenti regolarmente in Italia, il cosiddetto “saldo migratorio positivo” sta ampiamente diminuendo: le nascite nel 2017 da genitori immigrati sono diminuite di quasi 8 mila unità rispetto al 2012 e scendono a 100 mila (il 21,7 per cento del totale). A questo si aggiunge l’invecchiamento della popolazione straniera: gli ultra 64enni stranieri sono passati, in soli 10 anni, da circa 69 mila individui del 2008 (2,3 per cento) a oltre 208 mila (4,0 per cento), mentre l’età media degli stranieri residenti è aumentata da 31,1 a 34,5 anni.

Dal 2004 al 2019, gli stranieri in Italia (regolari e irregolari) sono passati da 2.240.159 a 6.222.000, quasi il 300 per cento in più in 15 anni.

Nel 2004 gli immigrati irregolari, secondo le stime della Fondazione Ismu, erano 250 mila, mentre nel 2019 sono 562 mila.

L’esponenziale aumento di stranieri è stato favorito dalla sanatoria del 2002 del Governo Berlusconi, da quella del 2012 del Governo Monti, dall’entrata della Romania nell’Unione Europea e dall’aumento del flusso migratorio verso l’Italia non governato nell’ultimo decennio.

Come si può facilmente notare dal grafico, l’entrata nella Ue della Romania del 2007 ha causato un’immigrazione di massa verso l’Italia, facendo passare i residenti rumeni dai 342.200 ai 1.206.938 del 2020, un aumento del 400 per cento, che si riflette perfettamente sul flusso totale proveniente dall’Europa.

Residenti africani in Italia

Gli stranieri africani residenti in Italia sono passati dai 549.801 del 2004 ai 1.140.012 del 2020, mentre quelli asiatici residenti sono passati dai 335.004 del 2014 ai 1.092.840 del 2020. È da sottolineare come negli ultimi sedici anni sia cambiata la composizione delle nazionalità degli stranieri, con una diminuzione in termini percentuali degli immigrati “tradizionali” e un aumento degli stranieri di nazionalità poco presenti nei primi anni duemila. Nel 2004 i marocchini rappresentavano il 12,73 per cento (253.362) della popolazione straniera residente in Italia, mentre nel 2020 l’8,05 per cento (422.980). La stessa diminuzione in termini percentuali si può riscontrare anche negli stranieri residenti in Italia di nazionalità tunisina (3,45 per cento del 2004 verso 1,81 per cento del 2019), mentre gli egiziani, gli algerini e i senegalesi non hanno subito forti variazioni.

La Nigeria è passata dalle 26.383 unità del 2004 alle 117.358 del 2019(un aumento del 450 per cento), la Costa d’Avorio ha triplicato le presenze, mentre  i residenti in Italia di nazionalità del Mali sono passati da 541 a 22.840 e quelli della Guinea da 1.259 a 13.493. Gli stranieri provenienti dall’Eritrea, Paese che ha una lunga storia di immigrazione in Italia partita negli anni Sessanta, non sono nemmeno raddoppiati (4.900 del 2004 verso 8.773 del 2019). L’aumento delle presenze delle suddette nazionalità è dovuto all’immigrazione di massa dell’ultimo decennio.

Residenti asiatici in Italia

I primi tre Paesi di origine dei residenti asiatici in Italia sono la Cina, le Filippine e l’India, che hanno avuto un trend costante negli ultimi sedici anni (nel 2004 rispettivamente 4,36 per cento, 3,64 per cento e 2,25 per cento verso 5,70 per cento, 3,20 per cento e 3,01 per cento del 2019). Sono aumentati invece esponenzialmente i cittadini del Bangladesh, passati dai 27.356 nel 2004 ai 139.953 nel 2019 (un aumento del 500 per cento), e quelli del Pakistan, passati dai 27.798 ai 122.308 (aumenti del 440 per cento). Nonostante le guerre e le destabilizzazioni degli ultimi vent’anni, gli stranieri provenienti da Afghanistan, Siria e Iraq rimangono una percentuale irrilevante dei residenti in Italia, rispettivamente lo 0,22 per cento, lo 0,12 per cento e lo 0,10 per cento.

Le acquisizioni di cittadinanza

Dal 2004 al 2017, sono state 1.185.914 le acquisizioni di cittadinanza degli stranieri residenti in Italia, ben 201.591 nel 2016. Dal 2015 al 2017, l’Italia è stato il Paese che ha concesso più cittadinanze in Europa. È quindi contro ogni logica politica chiedere la modificazione della legge sull’acquisizione della cittadinanza, inserendo lo ius soli o lo ius sanguinis.

Lo scenario futuro

Se il tasso annuale medio di aumento degli stranieri in Italia degli ultimi sedici anni (256.740) dovesse mantenersi costante, come i tassi di natalità e di invecchiamento, nel 2120 i cittadini originari di Paesi stranieri saranno più di 32 milioni. Senza politiche serie per sostenere le nascite e la famiglia, tra un secolo, o forse meno, gli italiani saranno stranieri in Patria.

Francesca Totolo

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/italiani-stranieri-patria-dati-istat-146222/

È “guerra santa” in Vaticano

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La sagace analisi di uno degli uomini più informati (da decenni) da un lato e dall’altro del Tevere…(n.d.r.)
di Luigi Bisignani

Ci ha pensato Bergoglio a vivacizzare il tempo liturgico ordinario del calendario romano che intercorre tra il Battesimo di Gesù e la Quaresima, con due colpi di scena degni di Dan Brown. Con il primo, ha scombussolato i Palazzi Apostolici relegando il fascinoso padre George Gänswein, “l’uomo che sussurrava a due Pontefici”, in una sorta di arresti domiciliari; con il secondo, ha incontrato l’ex Presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, di fatto infiammando il Sud America.

Due episodi distinti che dimostrano come Francesco segua un’agenda tutta sua e si senta legittimato ad entrare a gamba tesa nelle segrete stanze che ospitano Ratzinger, dando così un avvertimento a tutta la frangia tradizionalista della Chiesa che non si riconosce più nella sua dottrina nonché a quella polveriera tra Usa e Russia che è diventata il Centro-Sud America. Con Colombia e Bolivia pronte ad esplodere. Sullo sfondo, la lotta, non troppo sotterranea, per un futuro Conclave. Ma andiamo con ordine. Sembra che il Papa emerito sia finito, suo malgrado, in un triangolo del fuoco. Nell’ex convento Mater Ecclesiae, che un tempo accoglieva una comunità di religiose e che oggi ospita Ratzinger in perpetua orazione al Santissimo, si è consumato l’ultimo episodio che ha contrapposto i due Papi.

Da tempo, Benedetto è conteso tra le Memores Domini (le consacrate che lo accudiscono fin dall’inizio del suo pontificato), la segretaria suor Birgit Wansing e Georg Gänswein, il George Clooney in abito talare che abbiamo visto su molte riviste, autodefinitosi “lo spazzaneve del Papa”, per la sua capacità di appianare tutto. Gänswein mai avrebbe pensato di poter essere spazzato via proprio da Bergoglio, che mal lo aveva sopportato come potentissimo prefetto della Casa Pontificia. Secondo i bisbigli dei confessionali, proprio in assenza del bel concierge tedesco, il Papa emerito ha scritto al cardinale Robert Sarah, ultraconservatore autore del libro che ha espresso la contrapposizione di Benedetto a Francesco sui temi del celibato e dell’apertura del sacerdozio alle donne. Questa uscita è avvenuta prima della pubblicazione del documento nel quale Bergoglio ha evitato di modificare i principi discussi nel Sinodo dell’Amazzonia, che in molti temevano potessero portare ad una rivoluzione copernicana nella Chiesa di Roma. Pare che, a suggerire il documento, sia stata suor Birgit, ma ciò è comunque servito a Francesco per umiliare padre Georg, dopo aver compreso quanto ingombrante sia divenuta la presenza di Benedetto XVI, soprattutto quando viola il silenzio nel quale aveva promesso di ritirarsi.

La reazione del Papa non ha tardato. Senza preavviso, Georg, amante dei Beatles e dei Pink Floyd, è stato demansionato e messo all’esclusivo servizio del Papa tedesco, dal quale non potrà più allontanarsi. Il tentativo di esiliarlo a Magonza come vescovo è subito abortito per le barricate alzate contro di lui, a causa del suo discutibile carattere, dalla curia locale. Con questa mossa, Francesco si è ispirato al famoso detto di Mao “colpiscine uno per educarne cento”, ma i conservatori, soprattutto quelli tedeschi e africani che si identificano nei cardinali Müller e Sarah, stanno già preparando una rappresaglia.

A questo subbuglio, Bergoglio ha candidamente aggiunto l’incontro di ben un’ora, rispetto agli usuali 15 minuti di udienza concessi ai capi di Stato in carica, con l’ex Presidente del Brasile Lula, da poco uscito dal carcere e simbolo della sinistra al potere in Sud America, in contrapposizione all’attuale Presidente Bolsonaro. Un’iniziativa che in un colpo solo ha fatto imbestialire Trump e gioire Putin, che sta giocando tutte le sue carte non solo per difendere Maduro in Venezuela, ma soprattutto per rafforzarsi in tutta quell’area, ora che anche in Argentina può contare su un Presidente amico, Alberto Fernandez, dopo la breve parentesi di Mauricio Macri. Secondo alcuni dispacci, sembra che Lula, dopo Bergoglio, voli proprio a Mosca, mentre in Brasile è nell’aria una guerra giudiziaria contro Bolsonaro, favorita anche dalla Chiesa più riformista e vicina ai temi ecologici e della salvaguardia della natura. Tutto torna.

Quando Lula è tornato libero, nella sua prima dichiarazione ha ringraziato con parole piene di affetto Papa Francesco, che durante la prigionia gli aveva inviato delle lettere ed un rosario. Bergoglio, a seguito delle parole di Lula, gli ha scritto di nuovo, precisando, inter alia, che sarebbe stato onorato di incontrarlo di persona. Mentre avveniva tutto ciò, improvvisamente Bolsonaro ha fatto presentare al Parlamento federale un proposta di legge per lo sfruttamento minerario ed energetico dell’Amazzonia: trivellazione e industrializzazione delle acque à gogo.

Un segnale di guerra a Francesco per il suo appoggio a Lula. Quest’anno, in Sud America, il tempo liturgico ordinario è durato meno del solito.

Da https://www.nicolaporro.it/guerra-santa-in-vaticano/

Il ministro degli Esteri ungherese: la spinta delle Nazioni Unite per le migrazioni di massa minaccia “tutta l’umanità”

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 Il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjárt avverte che le Nazioni Unite stanno spendendo denaro per facilitare un programma di migrazione di massa che minaccia “l’intera umanità”.

Invece di spendere soldi per l’antiterrorismo, le Nazioni Unite stanno finanziando programmi che incoraggiano le persone a lasciare la loro terra natale e dirigersi verso i paesi occidentali,  Szijjártó ha detto martedì  a una conferenza a Vienna.

Approvato nel 2018, il patto delle Nazioni Unite sulla migrazione non è giuridicamente vincolante, ma i governi sono sotto pressione internazionale per seguire i suoi mandati.

L’eurodeputata britannica Janice Atkinson ha avvertito che il patto potrebbe portare all’alluvione dell’Europa con 59 milioni di nuovi migranti entro i prossimi 6 anni.  L’eurodeputata olandese Marcel de Graaff ha anche affermato che il patto avrebbe ispirato le leggi che avrebbero criminalizzato le critiche all’immigrazione di massa come “discorsi di odio”

[…]  Nel caso dell’Europa, il documento afferma che almeno 159 milioni di lavoratori migranti dovranno entrare entro il 2025 per “mantenere l’attuale equilibrio da 4 a 5 lavoratori per un pensionato”.

Nel caso degli Stati Uniti, nello scenario più estremo, il rapporto afferma: “Sarebbe necessario avere 593 milioni di immigrati dal 1995 al 2050, una media di 10,8 milioni all’anno”.  Mentre la Gran Bretagna e numerosi altri paesi occidentali hanno firmato il patto di migrazione, gli Stati Uniti hanno rifiutato di farlo.

Nello scenario peggiore, entro il 2050 sarebbero necessari 1,4 miliardi di migranti, in media 25,2 milioni all’anno. Ciò significa che entro il 2050 la popolazione europea sarebbe di 2,3 miliardi, di cui 1,7 miliardi, quasi tre quarti, sarebbero migranti o loro discendenti.

Dunque il Piano esiste effettivamente.

Che ha a  che fare il progetto con le direttive scolpite nel granito delle Georgia Guidestone, monumento secondo tutti gli indizi massonico, elevato in Georgia nel 1979?

Ma, secondo le inormazioni (o disinformazioni) che sono diffuse  riguardo a “misterioso  monumento”,  queste   sarebbero direttive da applicare “dopo” il presunto “evento apocalittico”

 

 

 

 

 

Da

Il ministro degli Esteri ungherese: la spinta delle Nazioni Unite per le migrazioni di massa minaccia “tutta l’umanità”

La bufala storica delle foibe come “reazione alle atrocità italiane”??

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Roma, 12 feb – La questione della controguerriglia italiana nella Balcania occupata (territori ex jugoslavi), sulla quale tante falsità, ancor più che inesattezze, sono state scritte da autori di estrazione marxista, quasi a giustificare la pulizia etnica praticata dall’Esercito popolare di liberazione jugoslavo nei territori di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, culminati nell’uccisione complessiva di circa 23.000 italiani e nell’esodo forzato di altri 350.000; ciò senza negare assolutamente le atrocità commesse da entrambe le parti in lotta.
Per sostenere quanto da noi affermato ci affideremo anche ai lavori di due storici dichiaratamente di sinistra, come il prof. Giorgio Rochat e Gianni Oliva, assai più seri e documentati rispetto a due attiviste filoslave come Cernigoi e Kersevan– che si autodefinisce sui social capitano dell’OZNA (la polizia politica titina responsabile materiale delle foibe e del massacro di un milione tra sloveni, serbi, croati, bosniaci, minoranze albanesi, germanofone, ungheresi e bulgare[1])- autrici di operette horror- fantasy sulle presunte violenze fasciste in Jugoslavia, e ovviamente negazioniste nei massacri non presunti compiuti dai comunisti slavi e dai loro manutengoli garibaldini. Ovviamente le due Lovecraft del confine orientale sono attualmente candidate con Potere al popolo.
Ad una situazione quasi interamente tranquilla nei territori sotto occupazione italiana, seguì, dopo il 21 giugno del 1941, l’inizio dell’attività dei partigiani comunisti. Il movimento comunista internazionale era rimasto filo-nazista sin dal momento del patto Molotov- Ribbentrop, favorendo in ogni modo l’operato di Hitler, in seguito alle precise istruzioni di Stalin. Tutto questo cambiò repentinamente con l’inizio della guerra fra Germania ed URSS, cosicché anche in Slovenia e Dalmazia fece la sua comparsa la guerriglia comunista.
Spiega infatti l’Oliva:
Le truppe [italiane] si sono mosse per reazione ad attacchi subiti e questi, a loro volta, non sono stati determinati dalla durezza dell’occupazione, ma da fattori interni e internazionali indipendenti dal com­portamento del Regio esercito[2].
Come era stata la Jugoslavia ad attaccare l’Italia nel 1941, così in seguito sono stati i partigiani comunisti ad assalire per primi le truppe italiane in Montenegro, Slovenia e Dalmazia. Inoltre, sin da subito i partigiani si resero responsabili di ripetute e gravi violazioni delle leggi di guerra. Giorgio Rochat, sicuramente non ascrivibile a posizioni in qualsiasi modo riconducibili a visioni nazionalistiche della storia militare italiane, si è soffermato anche sulla guerra balcanica dell’Italia[3] nella sua monografia dedicata alle guerre italiane del periodo 1935-1943. È interessante vederne l’approccio. Anzitutto il Rochat delinea il contesto in cui operarono le truppe italiane, che è quello classico di un esercito regolare contrapposto a reparti irregolari:
La prima cosa da rilevare è che tutti gli eserciti regolari hanno difficoltà a capire e affrontare una guerra partigiana. L’istituzio­ne militare si legittima come monopolio della violenza organizza­ta al servizio dello Stato, quindi ricerca la massima potenza di­struttiva consentita dallo sviluppo degli armamenti per un con­flitto programmato contro forze analoghe degli Stati nemici. I suoi codici di valore sono orientati a questo tipo di conflitto, definirlo «cavalleresco» sarebbe eccessivo, ma tutti gli eserciti regolari ac­cettano alcune regole di massima come il rispetto del nemico feri­to o che si dà prigioniero (non fosse che per ovvie esigenze di re­ciprocità) e dei civili, fino a quando restano civili, ossia non partecipano ai combattimenti. […] La cultura e l’addestramento di un esercito regolare vanno però in crisi quando si trova a occupare un paese ostile con una resi­stenza di popolo, dove ogni civile è un potenziale nemico, e deve fare fronte a una guerra partigiana condotta secondo regole tatti­che e codici di comportamento differenti da quelli «regolari». […] Quindi tende a ricorrere a solu­zioni brutali (fucilazioni, distruzioni di villaggi, deportazioni)[4].
In altri termini, il Rochat ricorda come il Regio Esercito si trovò a dover fronteggiare avversari i quali non rispettavano le leggi di guerra: uccisione sistematica dei prigionieri, sevizie, attacchi terroristici ecc. Per dare un’idea del modo di condurre la guerra, bastino pochissime citazioni dall’opera di Oliva, relative ad alcuni episodi bellici relativi alle Camicie Nere:
Decine e decine di mi­litari italiani furono ritrovati con le membra spezzate, evirati, con gli occhi enucleati […] Quando le nostre truppe poterono tornare sul luogo del­la lotta, poterono constatare che i feriti erano stati sevi­ziati: denudati tutti, alcuni evirati, conficcati i fasci del bavero negli occhi, infine tutti sgozzati […] I ribelli si accanirono sui feriti, ai più gravi aprirono il ventre estraendone le vi­scere, ai più leggeri spaccarono la testa a martellate e poi buttarono i cadaveri in un pozzo profondo venticinque metri[5].
Ancora, i cosiddetti “partigiani” secondo le convenzioni internazionali di guerra dell’epoca non potevano essere considerati legittimi belligeranti, ma franchi tiratori e come tali tratta­ti Ciò avveniva per una serie precisa di ragioni:
1 ) Non avevano possesso stabile di territorio, né erano insorti contro di noi al momento del­l’occupazione della Jugoslavia;
2) non facevano capo ad un governo responsabile né, per motto tempo, apparten­nero ad un’organizzazione unica;
3) erano sudditii di uno Stato che aveva concluso con noi un armistizio;
4) non portavano uniformi né, spesso, distintivo visibile a di­stanza;
5) non sempre portavano le armi apertamente;
6) non sempre rispettavano le leggi e gli usi di guerra;
7) per molto tempo non furono riconosciuti come legittimi belli­geranti neppure dalle Nazioni Unite, che tale qualifica ri­conoscevano invece ai cetnici[6].

Determinate forme di conduzione del conflitto compiute dai partigiani, quali gli attacchi a tradimento, gli attentati con bombe, le uccisioni di prigionieri, le torture inflitte loro ecc. erano, e sono ancora oggi, contrarie alle leggi di guerra. I caratteri dell’attività di contro-guerriglia delle forze armate italiane furono quindi una reazione alle azioni criminali dei partigiani, compiute in violazione delle leggi di guerra. Le operazioni anti-guerriglia intraprese dalle truppe italiane furono perciò conseguenza sia dell’attacco compiuto contro il Regio Esercito da parte dei partigiani comunisti e dovuto a fattori di ordine internazionali indipendenti dal suo operato, sia dei crimini di guerra dei partigiani. Le istruzioni date da Roatta, comandante delle truppe italiane in Jugoslavia, erano semplici anti-guerriglia. Citando sempre dal Rochat:
La lunga circolare emanata il 1° marzo 1942 dal generale Roatta […] rappresenta un’articolata raccolta di istruzioni per 1’occupazione e la contro­guerriglia, nonché un forte appello a una maggiore combattività delle truppe; il documento più ampio che conosciamo su questi problemi, che merita qualche attenzione[7]
Le istruzioni contenute nella circolare di Roatta sono definite dal Rochat quali elementari, essendo presenti nell’insegnamento di qualsiasi scuola di guerra:
[Roatta] dà per scontato un livello quanto mai basso di addestramento delle truppe e soprattut­to dei quadri (le indicazioni contenute sono elementari, materia di insegnamento in qualsiasi scuola per ufficiali) e cerca di porvi rime­dio con pagine e pagine di istruzioni[8].
Le norme di Roatta prevedevano:
1) la fucilazione dei partigiani
2) l’utilizzo della rappresaglia su civili
3) la distruzione delle abitazioni di chi appoggiava i partigiani
4) internamento di coloro che appoggiavano i partigiani
5) si doveva evitare di colpire chiese, scuole, ospedali, opere pubbliche, e non bisognava fare ricorso a bombardamenti indiscriminati sui villaggi.
Commenta ancora Rochat:
Sono le norme classiche dell’antiguerriglia, applicate in tutte le guerre contemporanee, con ovvie varianti e qualche limitazio­ne rispetto ai secoli precedenti[9].
Dello stesso parere è Gianni Oliva:
Vi è stata una politica repressiva del Regio esercito, simile a quella che gli esercito occupanti di ogni nazione (comprese quelle più democratiche), attuano in un paese nemico […] dove si sviluppa una guerriglia variamente appoggiata dalla popolazione civile[10].
Le istruzioni di Roatta prevedevano infatti quanto era contenuto nelle norme antiguerriglia di tutti gli eserciti belligeranti, compresi quelli alleati. Inoltre, esse risultavano pienamente conformi alle stesse leggi di guerra vigenti all’epoca, le quali consentivano la fucilazione dei combattenti irregolari, la rappresaglia e l’internamento dei civili rei di connubio con reparti irregolari. Come appare inequivocabilmente, le direttive di questo generale non progettavano alcuno sterminio sistematico della popolazione civile, ma erano unicamente finalizzate alla repressione dell’attività partigiana. L’assenza di un piano di uccisione od anche solo cacciata degli abitanti in quanto tali si manifesta anche dalle direttive di risparmiare chiese, scuole, ospedali, opere pubbliche, e di non servirsi di bombardamenti a tappeto sui villaggi. Vale la pena di esaminarle.
Emanata nel marzo del 1942 la Circolare 3C, relativa al trattamento da usare verso i ribelli e le popolazioni che li favoriscono, è stata spesso utilizzata come prova delle nefandezze commesse dalle truppe italiane di stanza in Iugoslavia. Da tale documento vengono talvolta estratte — e conseguentemente estrapolate dal loro contesto — delle affermazioni di particolare impatto, quali per esempio
Il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula: “dente per dente” ma bensì da quella “testa per dente”,
oppure
Si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti,
non riportando però quanto nella medesima circolare Roatta riteneva opportuno venisse precisato, ossia che
Nel trattamento da usare verso le popolazioni, gli edifici,  villaggi e beni, e verso i partigiani, è assolutamente necessario di attenersi alle norme permanenti o contingenti in vigore. — Inasprimenti alle medesime, praticati senza un’assoluta necessità (atti di ostilità armata — tentativi di fuga), sarebbero indegni delle nostre tradizioni di umanità e di giustizia, e costituirebbero altresì — nei riflessi delle popolazioni — un’arma a “doppio taglio”.
e, precedentemente all’affermazione riportata pocanzi, che
Alla distruzione di interi villaggi si procede solo nel caso che l’intera popolazione o la massima parte di essa, abbia combattuto materialmente contro le nostre truppe, dall’interno dei villaggi stessi, e durante le operazioni in quel dato momento in atto. 
e che
Il saccheggio delle abitazioni, comprese quelle da distruggere, deve essere impedito con misure preventive e, se occorre, con repressioni draconiane.
Inoltre la severità e la durezza previste dalla circolare per i partigiani — o per i presunti tali — e per coloro che li sostenevano non erano da applicarsi universalmente: infatti nell’Allegato “B” del 22 aprile 1942 XX dal titolo Trattamento da usare verso i ribelli si trova scritto che
— I ribelli, colti colle armi alla mano, e gli individui di cui al comma a) del n. 1 della Ia appendice alla circolare 3C, saranno immediatamente fucilati sul posto. Faranno eccezione:
— i  feriti
— i  maschi validi di età inferiore ai 18 anni
— le  donne
che saranno deferiti (i primi una volta guariti), ai tribunali di guerra competenti. 
[…] Il contenuto di questo allegato non sarà incluso nella circolare n. 3 C, ma comunicato per iscritto ai comandi di divisione (od ente corrispondente), e da questi ai comandi in sottordine solo verbalmente.
Oltre a ciò, Roatta, una volta venuto a conoscenza di degli episodi di ritorsione a danni di villaggi, emanò nell’aprile del 1942 — ossia un mese dopo l’uscita della 3C — un’appendice al documento, nella quale si trova scritto:
[…] allo stato attuale delle cose è sancita la distruzione di abitazioni solo nel primo caso di cui sopra, ed a quattro condizioni:
— località in situazione anormale;
— sabotaggio o sabotaggi avvenuti in prossimità delle abitazioni di cui trattasi;
— trascorso lasso di 48 ore;
— mancata emersione dei responsabili. 
III. — Orbene, in questi ultimi tempi è accaduto che, in seguito a semplici scaramucce, o durante rastrellamenti compiuti senza colpo ferire, interi villaggi sono stati distrutti.
[…]

  1. — Non intendo esaminare caso per caso, non intendo “fare il processo” al passato, e non ho neppure l’intenzione di legare le mani ai comandanti dipendenti, nel senso di vietare senz’altro la distruzione di abitazioni; desidero unicamente attirare l’attenzione sul pericolo (“arma a doppio taglio”) annesso a distruzioni indesiderate ed inutili.— Le popolazioni delle località non protette materialmente dai nostri presidi (che costituiscono la maggioranza), e che sono disarmate, quando premute dai ribelli sono costrette — volenti o nolenti — ad ospitarli, a vettovagliarli, e pertanto — a prescindere anche da qualsiasi altro atteggiamento a favorirli.
    — Quando le nostre truppe si avvicinano, operazioni durante, a dette località, i ribelli costringono la popolazione ad abbandonarle, senza peraltro distruggerle.
    — Se noi, penetrati senza ostacoli locali nei villaggi, li diamo alle fiamme, compiamo non solo un eccesso, non compiuto dai ribelli, ma favoriamo la propaganda di questi ultimi.
    Nel senso che la popolazione, anziché tornare alle proprie case — ormai inesistenti — rimarrà conglobata nelle formazioni ribelli, e si spargerà la convinzione che le truppe italiane, nonché la pacificazione e la giustizia, portino la devastazione. Senza contare che, malgrado qualsiasi misura in contrario, si verificano saccheggi individuali, non certo fatti per aumentare il nostro prestigio ed attirarci le popolazioni.

    1. — Ciò posto determino — nell’allegato A — quali siano le circostanze in cui è consentita la distruzione dei singoli edifizi, e di interi villaggi.

    — Il contenuto di detto allegato formerò oggetto della “1a appendice” alla circolare 3C che verrà stampata e distribuita per essere materialmente in essa inserita.
    — I comandi in indirizzo ne diano però senz’altro conoscenza a quelli dipendenti.
    Bisogna inoltre avere ben chiaro che le misure prese, per quanto drastiche, erano avulse da scopi quali la pulizia etnica dell’elemento slavo,ma volte solo alla repressione della guerriglia partigiana, come è d’altronde dimostrabile attraverso una lettura completa della Circolare 3C; essa infatti si presenta come un insieme di una serie di provvedimenti straordinari uniti a indicazioni, rivolte ai soldati italiani, di tipo tecnico e pratico. Le autorità italiane internarono nei campi di prigionia in Dalmazia e in Italia i civili croati sospettati di sostenere i partigiani o pericolosi per il governo italiano. All’inizio del 1942, gli italiani iniziarono ad espellere circa 17.000 croati indesiderati in direzione della N.D.H..
    Parallelamente l’esercito italiano creò un cordone sanitario lungo i confini del territorio annesso per evitare le incursioni partigiane. Inoltre, al fine di internare i partigiani e sospettati catturati in precedenza, le autorità militari e civili italiane crearono, su un certo numero di isole dalmate, campi di concentramento; i più grandi si trovavano sull’isola di Melada e di Arbe. Dai 30.000 ai 40.000 croati furono internati e nel settembre 1943 inviati in Croazia a seguito di un accordo tra il governo italiano e quello della N.D.H.. Per dare un giudizio di quanto accaduto in maniera imparziale, l’unico metodo è quello di affidarsi alle leggi internazionali. Nel caso specifico ci riferiremo alla Convenzione dell’Aja del 1907, vigente a quell’epoca, e alle successive conclusioni del Tribunale di Norimberga. L’art. 42 della Convenzione dell’Aja recita:
    La popolazione ha l’obbligo di continuare nelle sue attività abituali astenendosi da qualsiasi attività dannosa nei confronti delle truppe e delle operazioni militari. La potenza occupante può pretendere che venga data esecuzione a queste disposizioni al fine di garantire la sicurezza delle truppe occupanti e al fine di mantenere ordine e sicurezza. Solo al fine di conseguire tale scopo la potenza occupante ha la facoltà, come ultima ratio, di procedere alla cattura e alla esecuzione degli ostaggi.
    Secondo il diritto internazionale (Art. 1 della convenzione dell’Aia del 1907) un atto di guerra materialmente legittimo può essere compiuto solo dagli eserciti regolari ovvero da corpi volontari i quali rispondano a determinati requisiti, cioè abbiano alla loro testa una persona responsabile per i subordinati, abbiano un segno distintivo fisso riconoscibile a distanza e portino apertamente le armi. Ciò premesso, si può senz’altro affermare che gli attentati messi in atto dai partigiani fossero atti illegittimi di guerra essendo stati compiuti da appartenenti a un corpo sì di volontari che però non rispondevano ad alcuno degli accennati requisiti. Secondo l’Art. 2 della convenzione di Ginevra del 1929 non potevano essere utilizzati per una rappresaglia né feriti né prigionieri di guerra e neppure personale sanitario.
    Il Tribunale di Norimberga d’altra parte affermò:
    Le misure di rappresaglia in guerra sono atti che, anche se illegali, nelle condizioni particolari in cui esse si verificano possono essere giustificati: ciò ‘in quanto l’avversario colpevole si è a sua volta comportato in maniera illegale e la rappresaglia stessa è stata intrapresa allo scopo di impedire all’avversario di comportarsi illegalmente anche in futuro.
    E per finire la parte legale del ‘discorso‘ ecco le condizioni che ammettevano una rappresaglia, sia per il diritto internazionale, sia per l’interpretazione data dal Tribunale di Norimberga:
    Dopo attacchi contro la potenza occupante, laddove la rappresaglia si rendesse necessaria dal punto di vista militare. La rappresaglia serviva innanzi tutto per impedire ulteriori delitti commessi dall’avversario. Le Forze Armate italiane adottarono il diritto di rappresaglia nelle modalità ritenute necessarie per la sicurezza della truppa che occupava il territorio, ovvero:
    Quando le ricerche degli autori di atti illeciti avessero dato esito negativo.
    Che le rappresaglie fossero ordinate da ufficiali superiori.
    Che tenessero conto della proporzionalità.
    Il tribunale di Norimberga confermò che misure di ritorsione, qualora consentite, debbono essere proporzionate al fatto illecito commesso.
    Nel processo a carico dei generali List, von Weichs e Rendulic, tenutosi nel 1948, la proporzione accettata dal tribunale di Norimberga come equa era 10 a 1, vale a dire la fucilazione di dieci ostaggi per ogni soldato tedesco ucciso da un atto terroristico.
    Che la cerchia delle persone colpite dalla rappresaglia fosse in qualche modo in rapporto col reato commesso a danno delle forze occupanti.
    Che gli ostaggi o le persone destinate alla rappresaglia fossero tratte dalla cerchia della resistenza.
    Non venivano stabiliti i criteri per la scelta degli ostaggi, ma la scelta stessa era affidata a criteri di discrezionalità.
    Il Tribunale di Norimberga a tale proposito, affermò:
    Il criterio discrezionale nella scelta può essere disapprovato ed essere spiacevole, ma non può essere condannato e considerato contrario alle norme del diritto internazionale. Deve tuttavia esserci una connessione fra la popolazione nel cui ambito vengono scelti gli ostaggi e il reato commesso (quindi luogo dell’attentato o l’appartenenza a gruppi clandestini che compiono atti terroristici).
    Il diritto alla rappresaglia venne accolto anche alle forze britanniche nel paragrafo n.454 del British Manual of Military Law. Le forze americane a loro volta prevedevano la rappresaglia nel paragrafo n. 358 dei Rules of Land Warfare del 1940. Per le truppe francesi, l’allegato I alle istruzioni di servizio del 12 agosto 1936 consentiva all’articolo 29 il diritto di prendere ostaggi nel caso in cui l’atteggiamento della popolazione fosse ostile agli occupanti, e il successivo articolo. 32 prevedeva l’esecuzione sommaria degli stessi ostaggi se si verificavano attentati. Nel 1947 i magistrati militari britannici, nel processo di Venezia a carico di Albert Kesselring, commentarono che nulla impediva che una persona innocente potesse essere uccisa a scopo di rappresaglia[11]. Il Rochat non ha dubbi sul fatto che le truppe italiane agirono nel conflitto in maniera meno dura di tutti gli altri contendenti. Anzitutto, purtroppo, esse combatterono con scarsa determinazione: 
    Tutte le indicazioni dicono che le truppe italiane affrontarono questa guerra con scarso entusiasmo e partecipazione, una testimo­nianza indiretta viene dalla necessità dei comandi di rinnovare ripetutamente le direttive di massimo rigore[12] .
    Necessità che ovviamente non riguardava i reparti di Camicie Nere, di ben altra combattività contro i partigiani comunisti. Soprattutto, il Regio Esercito fu, tra tutti quelli impegnati nella guerra balcanica, certamente il meno feroce, tanto che le stessi eccessi furono opera di iniziative individuali o di singoli reparti, -spesso i migliori come addestramento e motivazione: lasciando da parte i reparti della Milizia, in primis i battaglioni “M” e i battaglioni CC.NN. Squadristi, i due reggimenti della 21a divisione Granatieri di Sardegna, il 1° Reggimento Granatieri in Slovenia e, soprattutto, il 2° in Croazia, gli alpini, i bersaglieri e specialmente i RR. Carabinieri- anziché la norma: 
    Va co­munque ricordato che in una guerra con uno straordinario livello di atrocità e massacri da entrambe le parti, le truppe italiane fu­rono certamente le meno feroci. Anche i piú duri ordini dei co­mandi ponevano limitazioni alle rappresaglie, come il rispetto di donne e bambini. E la repressione fu condotta con largo ricorso a fucilazioni e devastazioni, senza i massacri e le efferatezze com­piute dagli altri belligeranti, tedeschi compresi. Anche la nota fra­se della circolare di Roatta: «Si sappia bene che eccessi di reazio­ne, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti», va ri­condotta alla difesa di compagni aggrediti, non alle operazioni di controguerriglia, non può essere paragonata alle direttive hitleria­ne che avallavano a priori qualsiasi eccesso o massacro commesso dalle truppe naziste. 
    Eccessi ci furono certamente, ma per inizia­tive individuali o di reparti minori, non come regola di condotta delle operazioni[13]. Lo stesso parere viene condiviso da Gianni Oliva:
    Sul piano militare, vi è certamente una sostanziale differenza fra la Werhmacht e il Regio esercito. Per gli strateghi tedeschi, il terrore sistematico è strumento centrale della politica di occupazione[…] La violenza del Regio esercito, all’opposto, appare una reazione difensiva di fronte agli attacchi delle formazioni partigiane […] Il raffronto con la brutalità tedesca è dunque improponibile, sia sul piano quantitativo, sia su quello qualitativo[14].
    Tutto ciò però non deve far dimenticare, come Oliva stesso ricorda, si fosse avuta una fuga di civili dalla Slovenia tedesca a quella italiana, proprio perché l’occupazione italiana era più mite di quella germanica[15]. Gli italiani in Jugoslavia, oltre alle operazioni belliche contro i guerriglieri locali, costituirono un valido strumento di protezione delle popolazioni locali dalle violenze dei partigiani titini e degli ustasha. Per rimanere solo alla Slovenia, la schiacciante maggioranza degli abitanti non era affatto filo-comunista, e risultava anzi vittima dell’operato dei partigiani comunisti stessi, che massacravano gli avversari politici e depredavano le popolazioni, non diversamente da quanto accadeva in Italia ad opera dei loro compagni della Resistenza. Milizia e Regio Esercito rappresentarono molto più spesso di quanto non si creda una difesa per i civili anche dinanzi ai partigiani titini, il cui operato fu oltremodo violento ed oppressivo:
    A parte le spolia­zioni di viveri e di bestiame cui la popolazione civile fu soggetta, coloro che erano ritenuti favorevoli agli occupato­ri furono proditoriamente assassinati assieme alle loro fa­miglie, interi villaggi furono saccheggiati e incendiati, fab­briche, miniere, segherie, macchine agricole, scuole, chiese furono incendiate o distrutte, uomini furono costretti ad ar­ruolarsi nelle bande, giovani donne furono rapite[16] .
    Pierluigi Romeo di Colloredo Mels
    NOTE
    [1]Per farsi l’idea di cosa fosse- ed è – l’OZNA basti ricordare l’assassinio di uno storico del calibro di William Klinger, fiumano residente in Italia, autore di OZNA. Il terrore del popolo, che dopo la pubblicazione di tale studio venne assassinato a New York nel 2015, dallo statunitense di origini fiumane Alexander Bonich, suo amico, con due colpi di pistola (uno alla schiena e uno alla nuca). Il colpo alla nuca era considerata la firma dell’OZNA.
    .
    [2]          Gianni Oliva, Si ammazza troppo pocoMilano 2006, p. 135
    [3]          G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Torino 2005.
    [4]          Ibid.p. 366
    [5]          Gianni Oliva, 2006, p. 136
    [6]          Note dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito italiano, citate in Oliva 2006, p. 110
    [7]          Ibid. p. 368
    [8]          Ibid., ivi.
    [9]         Ibid. p. 369
    [10]         Oliva 2006, p. 8
    [11]F.J.P. Veale, Advance to barbarism, London 1968 e id., Crimes discretely veiled , Los Angeles 1979.
    [12] Rochat 2005, p. 370.
    [13] Ibidem, pp. 370-371.
    [14] Oliva 2006, p. 7
    [15] Ibid., p. 124
    [16] Oliva 2006, p. 145. Secondo i dati del governo sloveno, le vittime civili degli occupanti italiani furono circa 6.300, i civili sloveni uccisi dai partigiani comunisti otre 13.000.

Da https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/la-bufala-storica-delle-foibe-come-reazione-alle-atrocita-italiane-79745/

Foibe, fuoco e fiamme in consiglio comunale. “Eventi revisionisti finanziati dal Comune per accontentare l’ANPI”

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Sono volate saette ieri sera in consiglio comunale tra il coordinatore di CasaPound Andrea Bonazza e alcuni mebri dell’assemblea sulla questione foibe.

Una diatriba scoppiata in relazione all’intervento del consigliere Benussi sulla personale tragedia che colpì la sua famiglia, costretta all’esilio dall’Istria durante gli anni della tragedia dell’esodo giuliano dalmata che portò migliaia di italiani fuori dalla propria terra: secondo più di qualcuno, risatine irrispettose da parte di sinistra e Verdi sarebbero riecheggiate nella sala.

Nel video allegato a questo articolo, un furioso Bonazza tuona contro il piglio revisionista dell’amministrazione cittadina, che a quanto pare avrebbe finanziato un convegno gestito da Anpi e Centro per la Pace dove l’argomento foibe verrebbe “insultato nella sua memoria storica”.

Scrive Bonazza:

Dopo aver assistito alle risate di sinistra e Verdi mentre il consigliere Benussi raccontava commosso della tragedia delle foibe che colpì anche la sua famiglia costretta all’esilio dall’Istria, non sono riuscito a trattenere la rabbia verso chi continua a predicare “pace e amore” insultando la memoria di migliaia di “scomodi” italiani massacrati sul confine orientale dai partigiani comunisti di Tito.

La tragedia delle foibe dovrebbe unire politica e società civile anziché dividere ma, ancora una volta, il Comune di Bolzano si è reso complice e finanziatore di eventi revisionisti e negazionisti guidati da ANPI e Centro per la Pace.

Già a dicembre avevo lanciato un duro ammonimento alla giunta comunale sul programma 2020 del Centro per la Pace che avrebbe finanziato e portato a Bolzano Carola Rackete, tutt’ora sotto processo contro lo Stato italiano per aver speronato una motovedetta delle Forze dell’Ordine con una nave Ong, e per l’organizzazione di una conferenza dal sapore revisionista sulle foibe al Centro Trevi.

Una conferenza revisionista in cui si mettono in dubbio responsabilità e numeri delle vittime è stato il risultato di anni di lotte in commissione cultura in cui ho insistito per celebrare degnamente la Giornata del Ricordo del 10 febbraio. Così come una nostra mozione, deliberata e mai attuata, nella quale richiedevamo l’intitolazione di una via o una piazza ai martiri delle foibe.

Oggi, a fine legislatura, nulla è stato fatto se non far entrare i nuovi partigiani dell’ANPI nell’organizzazione degli eventi che vedono le loro bandiere sporche di quel sangue italiano che dopo 70 anni ancora non trova pace né giustizia“.

Risposta piccata da parte dell’assessora Marialaura Lorenzini che sul suo profilo Facebook dà addirittura del ‘fascista in Comune’ al coordinatore regionale delle tartarughe frecciate.

Attacco a Sindaco, Anpi e a Margheri e soprattutto ai partigiani chiamati mxxxe di partigiani“, scrive tra le altre cose Lorenzini

Da https://www.lavocedibolzano.it/foibe-fuoco-e-fiamme-in-consiglio-comunale-eventi-revisionisti-finanziati-dal-comune-per-accontentare-lanpi/

Soave (VR): Giorno Ricordo confuso con Giorno della Memoria

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Clamorosa gaffe del Comune di Soave che confonde il Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle Foibe, con il Giorno della Memoria, dedicato alle vittime dell’Olocausto. Sui muri del Comune è infatti apparso un manifesto dell’amministrazione comunale con la scritta «Giornata del Ricordo, 7 febbraio 2020». Peccato che ad illustrarla ci fossero una fotografia di Auschwitz ed una frase di Primo Levi sull’Olocausto. Anche la data era sbagliata: visto che il Giorno del Ricordo si celebra il 10, e non il 7 febbraio.

“La spiegazione, purtroppo, è semplice quanto imbarazzante – dice il sindaco Gaetano Tebaldi (Lista Civica Insieme per Soave) al Corriere di Verona – anche perché qui siamo particolarmente sensibili alla Giornata del Ricordo, visto tra l’altro che abbiamo in giunta la nipote di una famiglia di esuli istriani. Il 20 gennaio avevamo dato incarico ad un funzionario di far preparare il manifesto celebrativo, e lui si era rivolto ad una ditta specializzata. La ditta ha commesso tutti quegli errori, ma la bozza del manifesto non ci era mai stata sottoposta, e di questo dovrò chiedere conto al funzionario. Abbiamo scoperto gli errori solo sabato scorso, e a causa della giornata festiva non abbiamo potuto intervenire immediatamente, come pure abbiamo tentato di fare. Adesso stiamo provvedendo, ma purtroppo il danno è stato fatto”.

Critiche dall’opposizione: “Una vicenda agghiacciante – attaccano i consiglieri dell’altra lista civica, Soave Crescere Insieme – con una giunta che confonde il Giorno del Ricordo del massacro delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata (celebrata dal Comune il 7 febbraio anziché il 10, sbagliando pure la data) con il Giorno della Memoria delle Vittime dell’Olocausto: agghiacciante e umiliante”.

Emilia, alle sardine un posto in giunta: la Schlein sarà vice Bonaccini

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La vicepresidente della Regione Emilia Romagna sarà Elly Schlein, considerata dalle sardine il loro “riferimento” politico

Stefano Bonaccini ha scelto Elly Schlein come sua vice in regione. La nomina era nell’aria, tanto che all’indomani della sua riconferma a presidente dell’Emilia-Romagna si era lasciato andare a una frase sibillina nello studio di Otto e mezzo, ospite di Lilli Gruber, proprio in merito alla figura dell’ex europarlamentare del Partito Democratico.

Adesso è arrivata l’ufficialità, con una nota scritta dallo stesso governatore dem. “Ho chiesto ad Elly Schlein e a Mauro Felicori di entrare a far parte della nuova giunta che sto componendo e che completerò in questi giorni, entro la settimana. Entrambi hanno accettato con entusiasmo mettendo le proprie competenze al servizio della Regione e del nostro progetto di governo. Di questo li ringrazio”.

L’esponente emiliano-romagnolo del Partito Democratico nei giorni scorsi aveva già annunciato la nomina di Vincenzo Colla all’assessorato al Lavoro. Ora la poltrona di vice-presidente alla Schelin, che nelle urne è risultata essere la regina delle preferenze alla tornata elettorale regionale, ottenendole più di 22mila. Ma oltre alle preferenze sulle schede, ci sono ombre per quei “legami” con al Open Society di George Soros, oltre che per le “simpatie” delle sardine di Mattia Santori & Co. che l’avevano indicata cme loro “riferimento politico”.

“Elly Schlein – scrive sempre Bonaccini – ha ottenuto un risultato personale particolarmente significativo, guidando le liste di ‘Emilia-Romagna Coraggiosa’, ben interpretando la necessità di coniugare in modo nuovo e ancor più incisivo la lotta alle diseguaglianze che segnano la nostra società e la transizione ecologica. Il suo impegno su entrambi i fronti, al pari della sua consolidata esperienza europea, ne fanno un punto di forza anche per le future relazioni in ambito comunitario per una Regione aperta e pienamente europea come l’Emilia-Romagna”.

Bonaccini, si legge ancora, ha chiesto a Schlein “un impegno diretto nell’ambito delle politiche di welfare e nel coordinamento di un nuovo Patto per il clima, che ho intenzione di siglare con tutte le rappresentanze istituzionali, economiche e sociali, così come indicato nel mio programma”. In attesa di completare il quadro delle deleghe Schlein ha accettato “l’incarico di vicepresidente della nuova Giunta regionale”, si legge sempre nel comunicato diramato dal presidente dell’Emilia-Romagna.

Mauro Felicori, invece, è l’ex sovraintendente della Reggia di Caserta e sul suo conto le parole di Bonaccini sono le seguenti: “Quanto a Felicori, anche il risultato personale, particolarmente significativo nell’ambito dell’iniziativa da me promossa di una lista civica del presidente, premia la scelta fatta di aver aperto la nostra alleanza a personalità riconosciute della società civile. Nella sua affermazione vedo sia il riconoscimento della sua rilevante esperienza professionale nell’ambito culturale, sia uno sprone a proseguire nella scelta strategica di rafforzare e qualificare le politiche culturali dell’Emilia-Romagna”.

Da    https://www.ilgiornale.it/news/politica/bonaccini-sceglie-elly-schlein-sua-vice-regione-1825191.html

“Foibofobia”: il male oscuro della sinistra italiana

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Breve e tristissima carrellata tra gli orrori e le infamie di chi vuol negare il Ricordo di un dramma italiano

Il Giorno del Ricordo è un nervo scoperto, una memoria che non riesce a essere condivisa, perché è sfuggito alle maglie della censura storica dei vincitori. Costituisce quindi una “pietra d’inciampo” sul percorso della vulgata resistenziale e, di conseguenza, scatena quelle stesse reazioni isteriche di cui fu vittima anche Giampaolo Pansa.
Così, dal più piccolo dei paesi fino al cuore dei Palazzi romani, si moltiplicano le minacce, gli insulti infami e i vandalismi. In una parola odio diffuso a piene mani, nonostante uno degli argomenti centrali nel dibattito di questi mesi sia proprio la lotta allo hate speech.

In altri articoli ricordiamo le origini delle teorie “giustificazioniste” e “negazioniste” che non sarebbero mai consentite per il Giorno della Memoria del 27 gennaio ma sono, invece, ampiamente tollerate e persino incentivate da alcuni Enti territoriali per ciò che concerne il dramma delle Foibe.

L’eterogenesi dei fini è perciò servita su un piatto d’argento: l’avvicinarsi di un momento di riflessione sul dolore e il sangue versato nelle terre del confine orientale, contro italiani inermi e non già contro milizie belligeranti, finisce così solo per esacerbare gli animi, alimentare polemiche e riaprire ferite.

Fin dentro ai Palazzi, si diceva, anzi a Palazzo Madama. La sede del Senato, che ha ospitato forse uno dei momenti più vergognosi di questi giorni di commemorazione. Ovvero un seminario organizzato dall’Anpi del Friuli-Venezia Giulia. Per chi non sapesse l’Anpi è l’associazione dei partigiani, quindi parte in causa diretta dei massacri, delle torture e delle violenze commesse ai danni degli italiani d’Istria e Dalmazia.
L’impostazione è stata appunto, giustificazionista e il titolo lo spiega “Il fascismo di confine e il dramma delle foibe”, come dire che anche le Foibe sono colpa del fascismo. Contro il convengo, che si è tenuto nella Sala degli Atti Parlamentari sono insorti – inascoltati – molti esponenti della minoranza e anche lo scrittore Marcello Veneziani che ha sottolineato come ormai «La dittatura sulla Memoria sta diventando insopportabile».

In questo clima ogni Comune d’Italia rischia di diventare oggi una trincea, anzi, una foiba dove finiscono per essere gettati i sentimenti di riconciliazione, umana pietà, riconoscimento del valore della vita, insieme a quello dell’italianità. Noi vi presentiamo una breve carrellata di alcuni degli orrori e delle infamie commesse in questi giorni e che hanno avuto ben poca eco sui media (sempre asserviti alla “vulgata” di cui sopra)

Norma Cossetto: “presunta” vittima
La bestialità è emersa a seguito di una interrogazione del senatore forzista Maurizio Gasparri che ha chiesto al ministro degli Interni di intervenire per sciogliere la delegazione leccese di Anpi secondo la quale Norma Cossetto (medaglia d’oro, sevizia e infoibata dai partigiani) era una “presunta vittima” delle foibe.

Trieste: anche d’Annunzio nel mirino
Un sedicente “Presidio antifascista” è stato indetto per oggi in piazza della Borsa contro la “falsificazione delle vicende del confine orientale”. Aderiscono partiti e centri sociali e si temono atti simbolici contro la statua di Gabriele d’Annunzio, definito “campione di antislavismo”.

Treviso: solo i partigiani “ricordano”?
Polemiche ha destato la decisione del Comune di Treviso di affidare all’Anpi e all’Istituto per la resistenza due conferenze legate al Giorno del Ricordo. Anche perché l’Anpi, appena un anno fa, a sua volta sollevò vibrate proteste per un corteo in memoria dei martiri delle Foibe. A Maserada, nella marca trevigiana, il Pd ha, invece, protestato contro la decisione del sindaco di erigere un monumento alle vittime delle Foibe. Per il consigliere del Pd Anna Sozza la scelta equivale a «strumentalizzare la storia».

L’autorevolezza di “Eric il Rosso”
In Piemonte è tutto un fiorire di iniziative di Eric Gobetti, uno che si fa chiamare Eric il Rosso. In rete circolano sue foto a pugno chiuso accanto alla statua del maresciallo Tito. Ebbene, questo personaggio è stato invitato dalla giunta di centrosinistra della Circoscrizione 3 di Torino. Non contento, è andato anche a presentare un suo libro: “La Resistenza dimenticata. Partigiani italiani in Montenegro (1942-1945)” a Verbania. Cosa c’entra con il dramma dei nostri connazionali?

Negazionismo a Ravenna
A Ravenna e in provincia, invece, alcune commemorazioni pubbliche sono state affidate dalla sinistra a Sandra Kersevan, animatrice della casa editrice KappaVu di Udine, nota negazionista, arrivata al punto di contestare sia le ricostruzioni sull’eccidio di Porzus sia la funzione della foiba di Basovizza.

Firenze: censurato Alfio Krancic
Nel capoluogo renziano i consigli di quartiere hanno negato l’autorizzazione ad ospitare una mostra di vignette di Alfio Krancic, il notissimo vignettista originario delle terre dell’esodo. A Firenze, rileva il forzista Cellai: «il ricordo di questa strage di italiani resta un evento di serie B».

Roma: il veto dei 5 stelle
Il M5S in Consiglio comunale si è rifiutato di discutere la mozione per il conferimento della cittadinanza onoraria a Norma Cossetto. Una vergogna senza precedenti che insulta la memoria di una giovane martire e di una delle più grandi tragedie della storia d’Italia.

Ciampino: la paura dell’uomo nero 
Quando la sinistra non può imporre i “suoi” conferenzieri, si mobilita per non far parlare gli altri. Così è in corso una mobilitazione per impedire la conferenza indetta per domani con relatore lo storico Pietro Cappellari, definito dal Pd (e da Repubblica) «noto per le sue idee e posizioni nostalgiche».

Lapidi imbrattate o divelte
Infine, il capitolo degli scempi più vigliacchi. A Casale Monferrato (AL) la lapide posta a ricordo della tragedia delle foibe è stata vandalizzata. Ignoti hanno dipinto sul cippo una falce e martello. Stessa cosa era successa, a maggio, nella città di Marghera (VE); mentre a Modena il monumento alle Foibe era stato imbrattato nel corso della manifestazione del 25 aprile scorso.

Questo è il “primato di civiltà” della parte politica che ancora ci governa e chissà cosa potrebbero inventarsi oggi, in tante città, i “nipotini di Tito” con la copertura, il consenso, i finanziamenti e il plauso dei nostalgici della guerra civile.

Da https://orwell.live/2020/02/10/foibofobia-il-male-oscuro-della-sinistra-italiana/

Foibe. L’Unione istriani diserta la cerimonia al Senato: “Revocate l’onoreficenza a Tito”

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“L’Unione degli Istriani conferma l’intenzione di voler disertare la Cerimonia solenne del Giorno del Ricordo prevista per lunedi’ 10 febbraio, nell’aula del Senato a Roma, con la partecipazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e delle piu’ alte cariche istituzionali italiane”. E’ questa la posizione espressa dall’associazione in una nota firmata dal presidente, Massimiliano Lacota.

“Finché il Maresciallo Josip Broz Tito sarà Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica italiana decorato di Gran Cordone – scrive Lacota – l’Unione degli Istriani non partecipera’ a nessuna subdola Cerimonia nei palazzi istituzionali di Roma”. Quando qualcuno, rincara, “che dovrebbe sentire il dovere morale, prima che la responsabilità politica di farlo, revocherà la massima onorificenza dello Stato a chi ha permesso che la Tragedia delle Foibe si avverasse, completandola con la cacciata di 350mila italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia, allora ritorneremo a essere presenti”.

“Voglio anche evidenziare che sono più di duecento i familiari delle Vittime delle Foibe che non hanno fatto ancora domanda di concessione della medaglia prevista dalla legge istitutiva del Giorno del Ricordo, e questo perché ritengono un’offesa chiedere il riconoscimento per il Sacrificio dei loro cari prima che venga revocata la massima onorificenza italiana concessa a chi e’ stato il mandante politico del loro assassinio”.

“Non c’é posto a Palazzo Madama, a Montecitorio e al Quirinale per entrambi: o Tito, o l’Unione degli Istriani”, conclude Lacota.

@barbadilloit

Da https://www.barbadillo.it/87735-foibe-lunione-istriani-diserta-la-cerimonia-al-senato-revocate-lonoreficenza-a-tito/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

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